Collodi a Livorno
È risaputo che i fiorentini benestanti amano farsi le vacanze a Livorno. Fra questi c'era anche Carlo Collodi (1826 - 1890), l'autore dell'indimenticato Pinocchio, che soleva "annoiarsi terribilmente" dalle nostre parti per tutto luglio e agosto.
Ricordiamo qui una sua opera meno conosciuta: "Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno". Pubblicato nel settembre del 1856 per l'editore Mariani, fu venduto ai viaggiatori come opuscolo informativo, nel primo anno di funzionamento della Ferrovia Leopolda che, appunto, collegava Firenze a Livorno.
Costruita negli anni 40 del XIX secolo, la ferrovia partì proprio da Livorno, con un binario unico, e suscitò le ire (e i tumulti) dei barcaioli dell'Arno che vedevano scemare il lavoro. Delle tre stazioni della ferrovia, la nostra - la dismessa stazione San Marco - è l'unica a non essere ancora stata oggetto di riqualificazione, nonostante numerose proposte.
Fra romanzo d'appendice ingarbugliato e autoironico, e manuale d'informazioni utili per i viaggiatori, il volumetto tascabile scritto dal Collodi, è una guida storico - umoristica che si colloca nella letteratura, allora all'avanguardia, dedicata ai viaggi su strade ferrate. Descrive, con brio tutto toscano, le peripezie dei pionieri del treno a vapore, fra tradizione contadina e nuovo che avanza, in uno stile di contaminazione letteraria sul modello di Sterne.
Le descrizioni che ci riguardano non sono propriamente lusinghiere, sia per quanto riguarda l'arte:
"In fatto di monumenti e di cose antiche, Livorno ha ben poco da presentare all'occhio dell'artista e dell'amatore. E ciò si capisce facilmente: imperocché nelle città consacrate quasi esclusivamente al commercio e all'industria, le belle Arti non vi respirano a modo loro e raramente vi ottengono la Carta di soggiorno!"
che le persone:
"La donna livornese, e particolarmente la donna del popolo ha, in generale, fattezze regolari, begli occhi, bei denti - e molti capelli. Il maschio non presenta nulla di singolare che lo distingua - seppure non si vogliano eccettuare i barcaioli e i saccaioli, nei quali l'esercizio quotidiano di una vita affaticata, sviluppa ordinariamente delle forme robuste e delle tendenze ercoline!"
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Patrizia Poli presenta: Carlo Collodi a Livorno
http://www.livornomagazine.it/Livorno-arte-cultura/SCRITTORI/carlo-collodi.htm
Anonimo, "Il caso editoriale dell'anno", recensione di Gordiano Lupi
Anonimo
Il caso editoriale dell’anno
Edizioni Anordest – Pag. 206 – Euro 12,90
Il caso editoriale dell’anno si può leggere come un romanzo verità, ché il mondo editoriale italiano è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, dove tiri cogli sempre bene, avrebbe detto Gaber. Ma sarebbe bene leggerlo anche come un romanzo tout-court, ché l’autore è dotato di ottima penna, per l’occasione intrisa di ironia e persino di sarcasmo. Il lettore divorerà le duecento pagine di un libro agile e rapido, ideale compagno d’una giornata estiva. Scrittori, editori, agenti letterari, fiumi di Champagne e vin rosé, festival della letteratura, inaugurazioni di librerie italiane all’estero, prestigiosi premi letterari, fiere del libro, rumors letterari, presentazioni di libri, ladri di diamanti, giganteschi e imbarazzanti Hummer argentati, e poi Forte dei Marmi, Torino, Roma, Cannes, New York, Parigi, Barcellona. Sono alcuni degli intriganti elementi che caratterizzano questo irresistibile romanzo.
Una sorta di commedia esistenziale nella quale viene presentato uno spaccato del mondo editoriale italiano (le sue piccolezze, i suoi trucchi di marketing…) e le disavventure di uno scrittore investito da un inaspettato successo editoriale. Come vendere più di un milione di copie del proprio romanzo, continuare a sentirsi inadeguati e stentare a trovare il proprio posto nel mondo. Una spietata critica dell’ambiente editoriale, ma anche un romanzo ferocemente divertente. Ed è, in ultima analisi, anche un gioco postmoderno sull’idea di sparizione (in questo caso dell’autore, l’Anonimo). Sulla scia del bestseller Studio illegale di Duchesne che faceva conoscere il mondo degli avvocati, questo libro svela i retroscena dell’ambito editoriale e di tutto ciò che alla gente comune lo fa sembrare un ambiente patinato e irraggiungibile. Con cinica ironia viene descritto il boom editoriale di un romanzetto di poco conto in cui nemmeno l’autore credeva,destinato a diventare un successo internazionale di critica e di vendite, fino a essere tradotto in tutto il mondo. Leggiamo un brano.
“Dopo l’ubriacatura di stampa tutta a mio favore, dalle pagine letterarie del Manifesto a Vanity Fair, passando per Repubblica e Anna, adesso c’è stato un repentino volta faccia e lo sport nazionale è diventato quello di parlare male del mio libro e in modo particolare di parlare male di me, e da quando hanno cominciato ad essermi tutti contro le copie vendute sono aumentate vertiginosamente di settimana in settimana: più parlano male del libro e più la gente corre a comprarlo e tutto questo ha un nome: sindrome di susannatamaroumbertoecobaricco”.
Al termine della lettura resta un interrogativo: chi sarà mai questo autore che ha deciso di svelare i retroscena del mondo editoriale italiano? Non lo sappiamo. Una cosa è certa, è più scaltro di altri che l’hanno preceduto, autori polemici e sarcastici che hanno scritto libri simili facendo nomi e cognomi, accusando, criticando e soprattutto mettendo il loro nome in copertina. Il nostro Anonimo, invece, è al riparo da ogni ritorsione, diretta o indiretta. Il senno di poi (di cui son piene le fosse) ci fa concludere che ha fatto bene.
Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi
Un duello del duce
Un giorno di ottobre del 1921, Benito Mussolini è ancora solo un onorevole fra tanti. Ha forti contrasti con Francesco Ciccotti Scozzese, ex compagno del partito socialista ed ex amico. Ciccotti è stato segretario della Camera del Lavoro labronica nel 1902. I due hanno continui scontri e diverbi, Mussolini definisce il Ciccotti - già nominato "Cagoia" da D'Annunzio - "lercio basilisco". Ci si decide per un duello proibito.
Le trattative sono lunghissime, tutte le questure d'Italia si mobilitano per impedire lo scontro. I due iniziano il contrasto a Milano, poi scappano, inseguiti dalla polizia, cercando un posto tranquillo dove potersi sfidare. Una delle macchine inseguitrici, vicino a Piacenza, ha un incidente e finisce contro un carro di fieno. Il pilota della macchina di Mussolini è lo spericolato Aldo Finzi, che ha partecipato con D'Annunzio al volo su Vienna. Vagano per le città dell'Emilia e della Toscana in cerca di un luogo dove convocare Ciccotti. Finiscono ad Antignano, nella villa Perti, oggi scomparsa.
La sfida ha luogo al pian terreno, nel salone, i padrini di Mussolini sono il colonnello Basso e l'onorevole Finzi. Al quattordicesimo assalto Ciccotti entra in affanno, ha una crisi respiratoria. Viene fatto distendere sul letto, i medici gli praticano una iniezione di olio canforato, poi dichiarano l'insufficienza cardiaca e impediscono la continuazione del duello. Mussolini si arrabbia, pensa a uno stratagemma di Ciccotti per sottrarsi alla tenzone.
Ha una ferita a un braccio e la giovane siciliana Elvira, parente del padrino di Ciccotti (il livornese Cesare Guglielmo Pini) lo cura. "Ferito", dice Mussolini guardandola intensamente, "ma curato da una bella infermiera", e le dona la sua spada.
La polizia li sorprende.
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Pagine di Storia: il Duce a Livorno per sfidare in duello Francesco Ceccotti
http://www.livornomagazine.it/Livorno-storia/storia-rosso-e-nero-POLI-duce-duello-a-livorno.htm
Segui il Coniglio Bianco
Segui il Coniglio Bianco. Fallo. Scopri e pensa i piccoli gesti, le azioni che sembrano meno importanti. Tutto è importante. L'importante è il tutto.
Seguendo il Coniglio Bianco ti troverai nel bosco dell'incanto, nella foresta dei desideri.
I desideri sono soltanto tuoi. E i desideri non si comprano e non si vendono.
Il mio non è il discorso della "profondità della tana del Bianconiglio" ma l'importanza di osservare.
Osservare i dettagli. Osservare gli applausi. Osservare le facce. Osservare.
Ma la soluzione non è soltanto questa. La soluzione non è seguire il coniglio bianco, ma sentirsi coniglio bianco, sentirsi strumento di cambiamento. Strumento essenziale nell'unicità delle azioni.
Noi, più o meno consapevolmente, siamo il Sistema. Si. Quel sistema che ci fa arrabbiare, che critichiamo in tanti modi, quel sistema cui urliamo contro, è composto da Noi.
Funziona grazie a Noi.
Invece di creare cambiamento, facciamo teatro. Un giorno pecora ed un altro giorno lupo, forse con chi non ha colpe, ma questo è quello che succede.
Abbattere i limiti tante volte è pensare con la propria testa. Pensare singolarmente, per migliorare il contesto e l'altro.
C'è un dettaglio. In un flusso di idee, viene perso almeno un dettaglio.
Un dettaglio, anche il più piccolo, può rappresentare anche il più grande regalo dell'essere.
Il dettaglio, poi, è la vita in ogni singola parte.
Buona vita.
Ranieri de Calzabigi

Ranieri Simone Francesco Maria de Calzabigi (1714 – 1795) nacque a Livorno, dove probabilmente studiò, perfezionandosi a Pisa. Col nome di Liburno Drepanio fu membro dell’Accademia Etrusca di Cortona e dell’Arcadia. Prestò servizio in un ministero a Napoli, dove fu coinvolto in un processo per veneficio, cioè omicidio a mezzo di veleno. Per questo motivo lasciò Napoli per recarsi a Parigi dove conobbe Giacomo Casanova, del quale divenne amico e che lo aiutò ad affinare le sue arti amatorie. Introdusse alla corte del re di Francia un gioco già praticato a Genova e a Livorno dove, nel 1749, sotto le logge della Dogana, aveva avuto luogo la prima estrazione. Il Calzabigi perfezionò il lotto e lo vendette al re di Francia per fargli riempire le casse dello stato . A Parigi scrisse la “Lulliade”, poema eroicomico, parodia della carriera di Jean Baptiste Lully, vale a dire il fiorentino Gianbattista Lulli, ballerino e compositore del Re Sole, collaboratore di Molière, padrone del melodramma d’oltralpe, poi naturalizzato francese. La “Lulliade” allude alla Querelle des Bouffons, la guerra dei buffoni, cioè la controversia fra la freschezza della musica del Pergolesi e l’artificiosità del Lully. Tale polemica divise in due Parigi e contrappose gli enciclopedisti ai sostenitori del re. Nel 1755 Calzabigi pubblicò una ristampa dei lavori dell’amico Pietro Metastasio. Dalla Francia passò a Vienna, dove conobbe C.W.Gluck - operista, esponente del classicismo, ispiratore di Salieri e di Mozart – per il quale scrisse i più importanti libretti. “Orfeo ed Euridice”, “Alceste” e “Paride ed Elena” Calzabigi si pone come innovatore, sia lui sia il Metastasio possono essere ricondotti alla stessa radice culturale, il classicismo, prima arcadico e poi illuminista, che sottomette la musica alla poesia. Dopo Vienna, Calzabigi si recò nuovamente a Napoli, dove concluse la sua vita.
Ranieri Simone Francesco Maria de Calzabigi (1714 - 1795) was born in Livorno, where he probably studied, specializing in Pisa.
With the name of Liburno Drepanio he was a member of the Etruscan Academy of Cortona and Arcadia. He served in a ministry in Naples, where he was involved in a poisoning process, that is, murder by means of poison. For this reason he left Naples to go to Paris where he met Giacomo Casanova, of whom he became a friend and who helped him to refine his amatory arts. He introduced to the court of the king of France a game already practiced in Genoa and Livorno where, in 1749, under the lodges of the Customs, the first extraction had taken place. Calzabigi perfected the lotto game and sold it to the king of France to have him fill the state coffers.
In Paris he wrote the "Lulliade", a heroicomic poem, parody of the career of Jean Baptiste Lully, that is to say the Florentine Gianbattista Lulli, dancer and composer of the Sun King, collaborator of Molière, master of the French melodrama, later naturalized French.
The "Lulliade" alludes to the Querelle des Bouffons, the war of the buffoons, that is, the controversy between the freshness of Pergolesi's music and the artificiality of Lully. This controversy divided Paris into two and set the encyclopedists against the king's supporters.
In 1755 Calzabigi published a reprint of the work of his friend Pietro Metastasio. From France he moved on to Vienna, where he met C.W.Gluck - an opera worker, exponent of classicism, inspirer of Salieri and Mozart - for whom he wrote the most important librettos. "Orpheus and Eurydice", "Alceste" and "Paride and Elena".
Calzabigi stands as an innovator, both he and Metastasio can be traced back to the same cultural root, classicism, first Arcadian and then Enlightenment, which submits music to poetry.
After Vienna, Calzabigi went again to Naples, where he ended his life.
Recensione: Poesie e pittura nell'anima
Voci di Conchiglia
Raccolta antologica
Recensione alle poesie di Carmen Auletta.
di Ida Verrei
“Leggere una poesia è come perdersi in un labirinto di emozioni…” scrive Sonia Demurtas nella prefazione alla raccolta antologica “Voci di Conchiglia”. Ed è proprio in questo groviglio di sentimenti, alcune volte forti, urlati; altre, sfumati, sussurrati, raccontati con una sorta di pudore infantile, che ci si immerge, accostandosi ai versi di Carmen Auletta.
Sono poesie “dipinte”, non solo perché accompagnate dalle pitture che le interpretano e, in un certo senso, le commentano, ma perché le parole ti arrivano con la forza del colore, le immagini ti investono come pennellate.
L’autrice ha incontrato il male di vivere, la più profonda e dolorosa oscurità, quella vera, quella che porta sull’orlo del baratro e fa urlare: cerco imploro piango e chiedo…
Il mio spirito incerto e cadente/ manda l’eco di una voce sparuta/ un pensiero che lacera la mente/ in un cammino di pena vissuta…”
Ma le sofferenze non diventano frattura tra sé e il mondo, non si risolvono nell’ indifferenza o in un aristocratico distacco, talvolta estremo rifugio del poeta, né con la romantica ribellione verso la natura: dalla musica del silenzio Carmen scopre la poesia, il canto della vita, la voglia di vivere un cielo … come un candido aquilone.
E cattura immagini, aspetti della vita quotidiana e li trasforma in emozioni, intuizioni, palpiti, metafore.
Fruga nella realtà per cogliere il segno di una condizione umana che non sia solo dolore, vuoto seducente, ma promessa di vita, d’amore.
Aggiusta la bacchetta magica, e guarda con tenerezza e gratitudine, quel tempo che è stato generoso, regalando all’attimo l’eternità.
Grande lezione di coraggio, fiducia e speranza, dà questa sensibile poetessa!
Risplendete miei piccoli girasoli, verrà il nostro sole/
Questa notte l’ho sognato, eravamo in un campo di luce
I.V.
The butterfly room – La stanza delle farfalle (2013) di Jonathan Zarantonello
Regia: Jonathan Zarantonello. Soggetto: Jonathan Zarantonello (tratto dal suo romanzo Alice dalle 4 alle 5). Sceneggiatura: Paolo Guerrieri, Luigi Sardiello e Jonathan Zarantonello. Casting: Ellary Eddy. Musica: Pivio & Aldo De Scalzi. Montaggio: Clelio Benevento. Scenografia e Costumi: Alessandra Montagna. Fotografia: Luigi Verga. Produttori Esecutivi: Ethan Wiley & Mark Moran. Produttore Associato: Giovanni Di Pasquale. Produttore: Enzo Porcelli. Produzione: Achab Film, Emergency, Exit Pictures in collaborazione con Rai Cinema e Wiseacre Films. Interpreti: Jasmine Jessica Anthony (Dorothy bambina), Barbara Steele (Ann), Joseph H. Johnson Jr. (Chris), Ray Wise (Nick), Ellery Sprayberry (julie), Erica Leerhsen (Claudia), James Karen (Tassidermista), Julia Putnam (Alice), Emma Bering (Monika), Lorin McCraley (Crazy Man), Adrienne King (Rachel), Joe Dante (Taxi Driver), Matthew Glen Johnson (William), Heather Langenkamp (Dorothy), Camille Keaton (Olga), Kirk Diedrich (Large Neighbor), Autumn Wendel (Lauren’s Daughter), P.J. Soles (Lauren), Jennifer Saygan (Farmacista), Paolo Zelati (Taxi Driver), Vito La Morte (Padre di Dorothy), Stephen West, Massi Furlan. Esterni: Los Angeles, Santa Monica, Redondo Beach (USA).
Finalmente un grande film italiano, tra l’altro girato da un regista indipendente, un giovane autore che fino a oggi mi aveva lasciato piuttosto perplesso. La stanza delle farfalle sarebbe piaciuto a Hitchcock, per il crescendo di tensione e la continua suspense da cui è pervaso, ma anche a Lucio Fulci, per il tema legato ai bambini che non devono crescere (Non si sevizia un paperino). Barbara Steele torna da protagonista in una produzione italiana, dopo aver impersonato la donna - strega del gotico anni Sessanta, essere stata musa felliniana, abile interprete di erotici e thriller inquietanti. Il regista punta molto sulla sua personalità di attrice credibile nei panni di una donna terrificante, che prima tenta di uccidere la figlia per non vederla crescere, quindi mostra una i segni psichici di un rapporto malsano con l’infanzia. La storia è sceneggiata benissimo, procede per salti temporali, narrando tre eventi: la follia scatenata dal tentato infanticidio, l’esecuzione di una vittima conservata come una farfalla nella stanza sacrario e un ultimo tentativo di sottomissione compiuto dalla inquieta megera. Tutto torna, alla fine, tra omicidi efferati (ma non esibiti) e un crescendo di tensione sottolineato da una colonna sonora a base di percussioni e musica sintetica. Barbara Steele è perfida quanto basta, subito in primo piano con una maschera grinzosa segnata dal tempo, mentre assiste terrorizzata alle mestruazioni della figlia in una vasca da bagno. Zarantonello cita Argento a più non posso. Lo specchio nel corridoio stile Clara Calamai in Profondo Rosso, le bambole e i giocattoli per bambini, tutto marginale nell’economia della pellicola. La protagonista viene descritta benissimo, la psicologia di un carattere disturbato è sviscerata nei minimi particolari: la mania per le farfalle, l’amore - odio per i bambini, un malinteso senso morale che la porta a punire ciò che ritiene ingiusto. Barbara Steele spaventa davvero quando impugna mazza e spillone, incute timore e repulsione quando la vediamo uccidere a sangue freddo e insidiare bambini inermi. Il regista raggiunge lo scopo, usa con perizia la tecnica del flashback a ritroso, un montaggio al contrario che scorre rapidamente, già visto in lavori precedenti, ma qui perfezionato. Un film claustrofobico, girato quasi tutto in interni, più thriller angosciante e pellicola drammatica che horror, ma è inutile classificare, visto che ci troviamo di fronte a un lavoro riuscito. Si resta incollati allo schermo sino alla parola fine e - anche se a volte la sceneggiatura è prevedibile - tutto è realizzato con la massima cura e il rispetto per lo spettatore. Barbara Steele è una strega moderna, un orco al femminile, una serial killer psicopatica, una Barbablù in gonnella che nella stanza proibita nasconde un orrendo segreto. Il finale è angosciante, anche se il regista - per fortuna! - evita facili effettacci da torture porn stile horror nordamericano che hanno stancato tutti. Il crescendo di follia della protagonista è descritto con tante immagini e poche parole, catapultando lo spettatore in un delirio senza fine. La fotografia nitida, il montaggio serrato, l’uso appropriato della soggettiva e la recitazione ottima (persino i bambini!) fanno de La stanza delle farfalle un prodotto interessante, uno dei migliori film italiani visti negli ultimi anni. Purtroppo esce a fine stagione, in pochissime copie e non saranno in molti a vederlo.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Maria Vittoria Masserotti, "Racconti per una "canzone""
Racconti per una “canzone”
Maria Vittoria Masserotti
Edizioni Progetto Cultura
pp 168
12,00
Esistevano un tempo le novelle pubblicate sulle riviste più conosciute, le firmavano anche scrittori di un certo spessore, come Scerbanenco. I racconti di Maria Vittoria Masserotti fanno venire in mente quelle storie. Novelle che si leggono una alla volta per il benedetto, sacrosanto, puro e semplice desiderio di leggere, per la ormai introvabile e superata gioia della scoperta d’una atmosfera e d’una trama.
Se un buon racconto ruota attorno ad un’idea originale, a una situazione particolare e si muove da un punto a A fino a un punto B, attraverso una evoluzione dinamica, le storie della Masserotti assolvono tutti questi compiti. Ognuna ha una trama da raccontare, ognuna ha un personaggio da inquadrare e un’ambientazione particolare.
Ci colpisce la geografia delle vicende che attraversa tutta l’Italia, dal Lazio alla Toscana, dalle città ai paesi, dalla terraferma alle isole. I protagonisti e le protagoniste sono tutti, salvo poche eccezioni, persone mature, spesso alle prese col tempo ritrovato e dilatato della pensione. Ognuno fronteggia un problema diverso, dall’incontro devastante con la malattia, all’amore rivisitato in tutte le sue sfaccettature, inteso come nuovo contatto, ma anche come rapporto logorato dal tempo e dalla clandestinità, o dolce complicità coniugale. I personaggi sono variegati: la ragazza sola e obesa, l’uomo con troppe storie sentimentali parallele, l’amante stanca del suo ruolo secondario, la donna che ha subito l’asportazione totale dell’apparato riproduttivo.
Ci sembra di cogliere, comunque, in ogni racconto – e specialmente nel nostro preferito “Novembre” – una prepotente speranza, la sensazione che mai niente finisce davvero, che, dietro l’angolo, c’è sempre una sorpresa, una nuova possibilità, che la vecchiaia non è decrepitudine ma, semmai, saggezza e libertà dagli impegni, tempo recuperato per sé, in una solitudine riconquistata, oppure in una condivisione scelta e non subita. L’amore e il sesso, in questa visione, hanno ancora tanto spazio e sono vissuti come rigoglio dei sensi e calore di sentimento. La solitudine, la sconfitta, l’apatia e la noia: “La vita a vent’anni gli era sembrata colma di promesse. Ora è solo una routine senza spunti, senza obiettivi. Sospira e apre il frigo.” (pag 29) in realtà non esistono, sono solo una nostra forma mentale.
C’è sempre, al contrario, la possibilità di un colpo di reni: “La mano destra di Giulia si protende ad accarezzare la tomba di suo padre, lì in alto, sfiora la piccola balaustra di marmo senza arrivare alla foto, punta i piedi per arrivarci e sente che il suo corpo si solleva. È in piedi.” (pag 143) È il rinnovo, la resurrezione che diventa soprattutto presa di coscienza di ciò che già si ha, consapevolezza e rivalutazione del passato in vista del futuro.
“Quello è sempre stato un momento magico, carico di attesa, quando ancora il profilo del tempo deve essere disegnato, dove tutto è ancora e sempre possibile.” (pag 82)
In quest’ottica tutto riacquista valore, persino la compagnia di un cane non è più simbolo di mancanza e isolamento bensì del contrario, di completezza ed affetto. Il vuoto diventa all’improvviso pieno.
“Una cosa è certa – visto che lei è nata – la vita in qualche modo ha vinto. Si alza per andare a chiamare Marilena, oggi ha bisogno di rivedere il suo cane.” (pag 27)
I racconti portano il nome dei mesi dell’anno e anche questa circolarità fa sì che ci sia un implicito senso di rinascita, di “vita nova”. Il tempo, d’altronde, è ciò di cui l’autrice si è occupata professionalmente, avendo fatto ricerca informatica per il CNR sul ragionamento spazio–temporale.
Il pregio maggiore, il maggiore sforzo di questa raccolta, a nostro avviso, è la mancanza di autobiografismo, così rara da trovare. Quante volte sentiamo uno scrittore dire: “Ho esordito con un romanzo che parla della mia vita”, e, di fronte ad affermazioni come queste, siamo sempre prevenuti. Qui, invece, ogni storia si differenzia dall’altra per intreccio, sviluppo e ambientazione: c’è l’uomo conteso fra troppe donne, c’è l’erede ucciso dai parenti avidi, c’è la giornalista coinvolta in una storia di mafia e servizi deviati, c’è persino Josè Saramago.
Ovviamente, la Masserotti, come qualunque altro scrittore, mette sempre un poco di sé in ogni personaggio: che sia un marito preoccupato per la salute mentale della moglie o un agente del Mossad, quella sarà comunque la visione dell’autrice, quelli saranno “il suo” marito e “il suo” agente. E, mescolate agli accadimenti e alle scene, ci sono, com’è naturale, le cose che l’autrice ama e conosce, le sue letture - da Saramago a Tolkien - i suoi luoghi preferiti, salsi e marini, la sua musica.
Il titolo e le strofe poste all’inizio di ogni racconto, infatti, sono tratti da “Canzone dei dodici mesi” di Guccini, e quest’accostamento, ancora una volta, richiama il bisogno di vivere il fluire del tempo senza negare le proprie basi ma, anzi, recuperandole. Nella prefazione, Lamberto Picconi afferma che: “In un contesto storico come quello degli anni 70, in cui molti volevano fare tabula rasa del passato e ricominciare da zero, il cantante modenese si pose in direzione decisamente contraria, volgendo lo sguardo, non senza nostalgia, verso le proprie radici.” (pag 6)
È questo, in fondo, lo scopo della scrittura, renderci più chiari a noi stessi e, nello stesso tempo, liberarci, scandagliare e illuminare le nostre motivazioni inconsce, farci scoprire l’alterità, il nuovo e il possibile, oltre il recupero di ciò che siamo stati.
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Racconti per una "canzone" Maria Vittoria Masserotti Edizioni Progetto Cultura Esistevano un tempo le novelle pubblicate sulle riviste più conosciute, le firmavano anche scrittori di un certo ...
http://www.criticaletteraria.org/2013/06/maria-vittoria-masserotti-racconti-per.html
L’INQUIETO - PERIODICO ATTACCO D’ANZIA
L’Inquieto è la diretta conseguenza dell’aggravarsi di fenomeni come disoccupazione giovanile e scioglimento dei ghiacciai. E’ l’antidoto che ci voleva per fronteggiare il malcostume, il maltempo e il mal comune mezzo gaudio. E’ la risposta che cercavano coloro che sono rimasti delusi dall’ultima stagione di Lost. E’ l’alternativa smart alle start-up, a Pinterest e ai train manager di Italo. E’ una rivista mensile che nel giro di poche ore è diventata bimestrale, trimestrale, infine quadrimestrale.
Tutto questo – e molto meno- è L’Inquieto, lo scontro frontale fra scrittura e illustrazione, la constatazione amichevole fra parole e disegni, il primo vero laboratorio di sperimentazione anti-creativa dove non si pagano diecimila euro l’anno per partecipare e non si utilizzano parole inglesi.
Per ogni uscita, una decina di racconti illustrati e illustrazioni raccontate, narrazioni fotografiche, massime di dubbia utilità (ma a colori!), recensioni di dischi in anteprima assoluta e tante altre rubriche moderatamente interessanti. E per i più esigenti, tonnellate di video di cuccioli buffissimi. Su L’Inquieto.
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Luigi Pirandello ed il Cinema Muto
Versione originale, completa della Tesina Saggio per il XXXXVIII Convegno Internazionale, avente come tema: "Quel che il Cinema deve a Pirandello"
Digressioni, Considerazioni, Appunti, Teorie Pratiche
“Da sempre l'uomo cerca di riprodurre la realtà che lo circonda” dall’Albero della Vita di Gustav Klimt (realizzato tra il 1905 e il 1909) al Paesaggio Estivo di Kandinskij (realizzato nel 1909), come se fosse radicata nell'Uomo la voglia di esprimersi fin dalle epoche più ancestrali, come possono largamente dimostrare i graffiti degli uomini delle caverne.
In questa breve tesi cercherò di riprendere le affermazioni pubbliche del grande Pirandello, autore degno di esser chiamato filosofo e grande pensatore, polimorfo, che garantisce ancor' oggi stimoli alla società che si crede civile o civilizzata.
La Cinematografia per lui era muta espressione d'immagini e linguaggio d' apparenze e diventava irreparabilmente una copia fotografata e meccanica del Teatro, come un po' stava diventando tutto in quei decenni di forti cambiamenti politici e sociali.
Può darsi che l'uomo nato dal Kaos stesse cercando nuovi orizzonti espressivi come forse stava facendo il cretino con dei Lampi d’imbecillità (così l'Ideatore del Futurismo, Marinetti, chiamava D'Annunzio).
Negli anni che precedono il Primo Conflitto Mondiale, l'Industria Cinematografica Italiana si orienta verso la trasposizione filmica di romanzi storici, conquistando un successo passeggero a livello internazionale anche se non sempre con risultati felici sotto il profilo prettamente artistico.
Spicca nel panorama Italiano dell'epoca il film “Cabiria” del regista nato a Montechiaro d'Asti , Pastrone, pubblicato nel 1914, preceduto in linea cronologica dal grande film “Quo Vadis ?” diretto da Enrico Guazzoni e fatto uscire nelle sale nel 1912.
Per lo scrittore di Girgenti il male principale era aggiungere vocalità alle immagini, anche quando il progresso tecnico fosse riuscito ad eliminare o in qualche modo arginare una voce sguaiata o comunque non umana, non originale.
In fondo Pirandello voleva forse diventare il portatore di una forma d'espressione umana, umanizzante e iniziatrice, con la grande voglia di fare teatro, un teatro adatto a tutti e profondo come purtroppo lo sono poche personalità, come fossero gli aghi nel pagliaio per trovarle.
Forse il sottotitolo avrebbe potuto dare più significato ed importanza scenica ed artistica a delle immagini, come accadeva in film illustri e degni di grande apprezzamento su vasta scala come: “Metropolis” diretto dall'Austriaco Fritz Lang e pubblicato nel 1927, oppure “Tempi Moderni” e “Il Grande Dittatore” diretti prodotti e interpretati dal maestro d'Espressione e d'ingegnosità colorata (nonostante il bianco e nero dell'Epoca) Charlie Chaplin , pubblicati, il primo nel '36 e il secondo nel '40.
All' inizio del '900 il continente Europeo si trovava nella “Belle Époque” cioè un periodo di apparente benessere(basti vedere l’Esposizione Universale di Parigi del 1900) che era destinato a cessare (come sempre accade) allo scoppio di una guerra mietitrice di vittime allo sbaraglio e infantile, come è stato il primo conflitto mondiale.
Thomas Edison nel 1889 realizzò una macchina da visione e una cinepresa, quest'ultima destinata a lavorare su una serie di fotografie.
Ai fratelli Lumière va riconosciuto il grande merito di aver dato l'impulso iniziale.
Nel 1900 il cinematografo si diffuse in terra Europea e poi nel resto del Mondo.
Già dai primi grandi successi del cinema Muto, fu chiaro che la produzione di film poteva essere un affare per pochi, tale da giustificare lo sperpero di forti somme per operette mediocri e scialbe come gli Ideatori.
Il processo si alimentò da solo e cercò di inglobare più letterati e filosofi possibili (ne è un esempio Gabriele D'Annunzio) che potevano essere ricompensati agevolmente ed in questo contesto storico si trova la critica di Pirandello ai produttori e non al cinema.
Vorremmo porre una linea ragionevole ai pensieri di un autore complesso nei suoi disagi di vita vissuta o forse vorremmo dare pieghe carine?
L'Interesse critico e creativamente artistico di Pirandello verso il nuovo “sole” che possa incarnare l'arte, non procede su posizioni definitive, delineando in modo positivo un' Evoluzione di pensiero.
Si dichiara più volte ostile al nuovo mezzo tecnologico ma in realtà intrattiene con esso uno “Show Artistico” continuativo e persistente e diviene un teorico del Cinema, l'astro nascente, parlando delle possibilità espressive che gli riconoscerà nel '32,dicendo: “Credo che il cinema, più completamente di qualsiasi altro mezzo di espressione artistica, possa darci la visione del pensiero: il Sogno, il Ricordo, la Allucinazione, la Follia, lo Sdoppiamento della personalità”.
Belle parole, che però vanno ad urtare con un'altra sua dichiarazione, questa volta sul Corriere della Sera e ben tre anni prima, nel '29: "Con la parola impressa meccanicamente nel film, la cinematografia, che è muta espressione di immagini e linguaggio di apparenze, viene a distruggere irreparabilmente se stessa per diventare appunto una copia fotografata e meccanica del teatro".
Sullo stesso articolo del Corriere della Sera, intitolato "Se il Film Parlante Abolirà il Teatro" parlerà dell'importante funzione che ha la voce, perché essa è soltanto del corpo vivo che la emette e non di immagini vuote senza Vitalità.
Pirandello in questo articolo (reperibile sul Web) difende con ogni arma il suo amore per il Teatro che lo porta istintivamente a difendere il teatro stesso e tutte le sue dinamiche.
Rivendica il dono del silenzio: "Quel silenzio è stato rotto. Non si rifà più. Bisognerà dare adesso a ogni costo una voce alla cinematografia.
È un vano persistere e un cieco affondarsi nel suo errore iniziale il cercar questa voce nella Letteratura."
Penso che Pirandello volesse riempirsi l'anima di quella azzurrità artistica offertagli dalla sua passione per il campo teatrale, che gli consente di ubriacarsi già a metà della spettacolo all'età di venti anni.
Una società che cambia non può produrre in modo automatico ed autonomo domani la stessa arte di ieri. Deve cambiare modo di fare Arte perché è cambiato il modo con il quale la società percepisce l'espressione artistica. Quando non è proprio questa a cambiare la società. Una società senza passato non ha le fondamenta per una cultura solida e stabile, ed è questo il pensiero Pirandelliano (o simil-Pirandelliano) che ci interessa veramente ed in modo compiuto, nulla più nulla meno.
Forse: "In Europa la vita seguitano a farla i morti, schiacciando quella dei vivi col peso della storia, delle tradizioni e dei costumi." come colonne di marmo che soppiantano civiltà unicellulari.
Pirandello definisce l'abolizione del teatro un 'eresia ed ha ragione, non soltanto per me, ma anche per i tanti cervelli stimolati a cui piace uno spettacolo teatrale ed hanno intenzione di pagare un biglietto per ricevere altri ori.
Nessun Cinema soppiantò il Teatro. Nessun Cinema soppianterà il Teatro.
"Le forme, finché restano vive, cioè finché dura in esse il movimento vitale, sono una conquista dello spirito. Abbatterle, vive, per il gusto di sostituir loro altre forme nuove, è un delitto, è sopprimere un’espressione dello spirito. Certe forme originarie e quasi naturali, con cui lo spirito si esprime, non sono sopprimibili". Così dice Pirandello ed io continuerei scrivendo intere pagine, interi cartelloni e dandogli indubbiamente ragione.
Il teatro non sarà soppiantato da altre forme, ma forse verrà modificato da esse o dovrà adattarsi alla loro presenza nella vita di ogni giorno e può darsi che confrontandosi con ciò che è fuori di se ci possa essere un' evoluzione.
Lo scrittore siciliano fa tanti viaggi ed entra a contatto con l'ambiente Statunitense, del quale coglie la frustrante verità di non possedere un Passato e quindi una Storia. Tutto, lì, sembra più veloce e lanciato verso il futuro, come se avessero la fretta di farsi un passato e non di costruirselo.
Pirandello critica le parole di Americani interessati al mercato florido della cinematografia, prevedono la sostituzione del teatro col cinema, cosa assolutamente assurda ; e mentre la vita teatrale seduta alla finestra guarda la sera invadere il viale, Luigi Pirandello propone una soluzione a dir poco fantasiosa e commestibile, ovvero la Cinemelografia, linguaggio visibile della Musica, qualunque Musica. Una Cinematografia immersa nella musica che parla a tutti senza parole. In Merito a questo ci sono due esempi, provenienti da film diretti da un mago del Cinema come Stanley Kubrick: "2001 Odissea nello Spazio" del '68 e "Shining" del 1980.
Penso che l'Autore possegga l'importantissima funzione di "Creatore di un nuovo Mondo" e lascia la facoltà di come, perché e quando esplorarlo al lettore che è capace di comprendere i messaggi di chi ha "fabbricato" su un terreno inizialmente disagevole e imperituro.
Tempo fa, ho pubblicato sulla mia pagina di Facebook, l'idea di relazione che do a due elementi che potrebbero apparire differenti, ovvero Musica e Geometria. Una bella frase che però non inquadra veramente il mio campo di investigazione e studio assiduo, mi viene in soccorso dal film "La Musica nel Cuore" che dice: “La Musica è intorno a Noi, non bisogna fare altro che ascoltare."
Questo però non spiega l'importanza che do all'arte, al mio concetto di arte e all'interrelazione che c'è tra Musica, Spettacolo, Cultura, Arte, Vitalità di Pensiero.
L'Arte è come il famoso dipinto di Monet "Impressione. Levar del Sole" del 1872 o come "Il Giorno" del 1900 di Ferdinand Hodler.
Certo, ci sarebbe anche "L'Origine del Mondo" di Gustave Courbet , ma forse è meglio non discuterne, restando in una tiepida ipocrisia, percorsa da un latte pieno di errori e di bugiardi.
Bisogna coltivare il terreno arso dell'Arte, facendolo diventare simbolo e parte integrante dell'educazione socialmente umana, che vieta un'omologazione alla stile "gregge di pecore".
Il nuovo Seme può giungere dalla passione ardente di uomini che sono dinnanzi agli altri anni luce, che possono esplorare la località blu cobalto dell'Immaginazione e della fantasia immensa come lo spirito umano.
Personalmente ho formulato una teoria o comunque un pensiero valido su Cinema e Spettacolo in generale.
Il Cinema è un fenomeno contemporaneo, diffusosi secondo molti , nel '900, uno dei primi cineasti della storia, Akira Kurosawa , disse che il cinema racchiude in sé molte altre arti; così come ha caratteristiche proprie della letteratura, ugualmente ha connotati propri del teatro, un aspetto filosofico e attributi improntati alla pittura, alla scultura, alla musica.
Credo che questa definizione colga il senso della grande mole di film che è stata prodotta, della dinamicità di questo grande mercato e delle idee che circolano in esso, realizzabili tramite tecniche, tecnologie e dinamiche sempre nuove o sperimentali.
Un'Altra chiave d'interpretazione legata al successo di questo movimento detto Cinema è la facilità con la quale è possibile interfacciarsi con lo show, perché la gente a volte è come un gregge ed ha l'esigenza inconscia di essere trasportata su nuovi Universi poco esplorati fino a quel momento, come se fosse all'interno di un disco volante in viaggio verso una nuova Via Lattea, dominata da lupi, vampiri e ciclopi , palme arancioni e mari incontaminati.
Nel concetto di Cinema Contemporaneo è compreso anche il Cinema Spazzatura (TRASH SYSTEM) , sistema squallido, fatto e sostenuto da cervelli non pensanti, funzionari di basso spessore emozionale e un pubblico che fa parte di un pianeta desertico e senza coscienza.
C'è differenza ormai nel parlare di Cinema e Mercato del Cinema legato soprattutto alla Produzione, un fattore che non è correlabile all'Arte che infatti ha un estremo bisogno di Qualità e non di Quantità.
Gli elementi ricollegabili al Trash System sono:
- L'Abbassamento della Soglia Culturale del Pubblico
- Il Momento Drammatico dell'Economia Statunitense e poi di quella Globale
- Dal secondo elemento nasce la necessità di Rifiutare a prescindere qualsiasi forma di Melanconia, Malinconia o Pensiero (interpretato come logorio mentale per certi figuri)
- L'Omologazione che non crea Soggettività, quest'ultimo un elemento che certamente favorisce la Produzione di Pensiero
- L'Incognita World Wide Web (il WWW) che rende parte del Mondo Industrializzato, una rete a Contenuti Liberi (ancora per pochi anni azzarderei)
- Il Quasi Totale Abbandono delle Biblioteche e delle Librerie da parte delle nuove Generazioni, che optano per mezzi più tecnologici
- Gli Interessi da parte dei Vertici di questo Sistema, di ricalcare la voglia lagunare del pubblico pagante
- La Volontà di accettare qualsiasi piatto mediocre nel buio della Sala
- L'Opinione Collettiva gestita direttamente dai Mezzi di Comunicazione di massa e chi non è gestito è Miracolato
Quando parlo di Idea, intendo qualcosa che ha natura diveniente ed ha in sé forza Realizzatrice, in grado di costruire nuovi Spazi.
Nessuno potrebbe permettersi di imporre un biglietto per guardare il mare o per annusare i fiori che sono nel Giardino del Mondo.
L'Arte ha bisogno di un'autonomia poetica, di un linguaggio universale di rischiaramento interiore e afferrabile dalla gente comune. Perché in proposito non creare Accademie d'Arte, intesa però a tutto tondo, capaci di riformulare il sentimento sociale in merito al settore artistico, che non deve essere trattato come ambito a parte dal Mondo, ma come il ramo dell'albero che è nella coscienza, che fornisce e produce ossigeno per un mondo irrespirabile e fortemente basso.
Qualche strano personaggio vorrebbe bruciare quell'arcipelago d'Arte che è presente nel Mondo Odierno e vorrebbe tagliare la carta dell'aurea poesia, per chissà quale assurdo motivo. Mi viene in mente la frase di Heine, uno scrittore ottocentesco: “Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini.”
L'Arte è libero pensiero come un gabbiano che vola alto nel Cielo; è libera Espressione come una foglia che ondeggia quando arriva il vento.
Nell'Arte nessuno è riserva di Nessuno, come può accadere in certe attività sportive e può significare anche sentire il dolore dell'Artista, le sue Aspirazioni, le sue Motivazioni, l'aridità che percepisce attorno a sé, i suoi desideri, i suoi mondi Ideali, i suoi Castelli di certezze e i roboanti dubbi.
L'Arte come forma e Forza d'Espressione ti trasporta su nuove costellazioni, fatte da emozioni, paure, sofferenze, mezze felicità e gioie passeggere. Su queste costellazioni il vero benessere lo trova l'appagamento, l'Amore per tutti, l'estraniamento dai Babbi Natale dell'Uomo e dai fumi incestuosi.
Secondo me l'Arte può garantirti una cura suprema al Mondo, diventato piccola scatola di plastica dove operare come schiavi e l'attività nuova rappresenta una goccia nell'Oceano più immenso. L'Arte non concepisce Muri di Berlino o barriere insormontabili, ma una Bellezza assaporabile da ogni coscienza, da ogni agglomerato umano, umanoide oppure antropomorficamente umano (…); una passione rinnovabile riposta nei meandri di ognuno di Noi, che non ostenta a farsi sentire, come il violino suonato dalle biancastre mani di una bionda donna seduta in mezzo ad una stanza vuota ed insonorizzata, bisogna abbattere quel muro e non avere paura della fame, della miseria, ma partecipare alla vita della nuova costellazione, popolata da muse incantatrici e cuori infranti che abitano giganteschi Canyon di umanità e muta roccia, in cui il Fuoco della passione è divenuto un incendio che sopravvive all'Acqua Santa dell'amore, della quale pochi conoscono la vera sorgente.
Facciamo sì che le cose ci portino altrove, per sentirsi avvolti dal profumo dei limoni.
Il Caos di questo Mondo sconvolge l'Arte, come una conchiglia schiacciata dallo stivale di un pescatore all'alba, ad apre una smisurata voragine, nella quale le vocali e tutte le altre lettere non sopravvivono alla nebbia tenebrosa che vi dimora.
La Definizione di teatro che risulta da un noto dizionario è “Edificio destinato ai pubblici spettacoli” cosa molto distaccata dalla vera importanza che per me ricopre nelle Arti.
Lo Spettacolo Teatrale è per me qualcosa di irripetibile e grandioso come il coniglio che esce dal cilindro di un abile mago. Se una scena è stata fatta, è impossibile ritrovare per una seconda volta, gli stessi gesti degli attori e le battute, il modo in cui parleranno i personaggi messi in scena, cambierà, come cambieranno le nostre emozioni, le considerazioni finali, il modo con il quale osserveremo certe azioni. Io ho avuto la fortuna di essere invitato dalla mia Prof. Di Lettere, per andare a vedere al Teatro Greco di Siracusa, “Andromaca” una bellissima tragedia del prolifico Euripide e ne sono rimasto incantato, non solo dell'Opera, ma anche dell'ambiente del quale ero circondato, della gente che fissava il palcoscenico (ormai rimodernato), del sole che stava tramontando, delle reazioni del pubblico allo Spettacolo teatrale, del pathos impresso nella Scena.
Il Teatro non è vuota teatralità e neanche una teca in cui riporre tutto ciò che si vuole, anche la sporcizia triste di questo mondo e i sistemi parassitari, ma è una valigia con la quale è possibile viaggiare senza carta d'identità o passaporto, è ambiente sublime e carico di pathos ed interiorità di valore. Si può piangere, si può sorridere, si può pensare, si può vivere e ci si può alzare ed abbandonare lo Spettacolo, per raggiungerne un altro, molto più esteso.
“Lo sforzo disperato che compie l'uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è teatro” sempre se la nostra esistenza ha significato nel suo instancabile esistere, ma per adesso chiedo agli asini di volare!
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