Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Luisa Sordillo
Questo racconto di Luisa Sordillo ti graffia dentro, ti fa male a leggerlo.
La “mano caina” di chi non ha cuore, ma solo “un ignobile muscolo”, ha spezzato la vita di una creatura gentile. Chicca rimane bloccata, spaurita, trafitta da un destino inaspettato e crudele. Ci vuole coraggio ad affrontare questo dolore, narrandolo, nella speranza, purtroppo vana, che non accada mai più.
Storia di un grande amore, è la memoria struggente di un legame interrotto. Se si è avuta la sorte di incontrare un piccolo essere, un dolce animale dagli occhi “senza orizzonte”, le tracce del suo passaggio non ti abbandonano più, anche quando diventano solo frammenti di ricordo. Luisa Sordillo riesce a costruire immagini che scavano l’animo, sin dalla prima dolorosa descrizione dell’ultimo guaito della cagnolina “pancia all’aria, a ricercar la stella infausta”… E l’angoscia, per contrasto, riporta ai momenti di gioia, “con i rituali frenetici” del giornaliero ritrovarsi, con la “tiepida e svelta leccata sulla mano”, a quel tacito parlarsi, che è promessa d’amore eterno.
Tenero e delicato racconto, dove la pena per la perdita e per l’assenza si avverte non solo dalle dolenti parole, ma anche dal ritmo della narrazione, talvolta spezzato, quasi a trattenere il singhiozzo di un dolore mai spento.
Patrizia Poli e Ida Verrei
UNA FREDDA GIORNATA D'INVERNO
Giaceva immobile, come una giostra nel bel mezzo di un black out, braccata all’improvviso da un buio non annunciato e non prevedibile, senza messaggero tramonto. Pancia all'aria, a ricercar la stella infausta; le zampette indurite, come strette da una morsa di cemento, si presentavano senza direzione, sperduta la bussola, in ordine sparso. La coda, oscurato il sole, era come una foglia d’autunno, migrante e spaesata, senza consapevolezza alcuna.
Gli occhi aperti ma vuoti, lasciavano però filtrare la paura, il contorno infame dell’agguato in cui era caduta, l’incredulità, il tentativo vano di sottrarsi al destino.
L’avevo portata su di un palmo di mano una fredda giornata di inverno, premio ambito dei miei reconditi sogni di bambina, più volte domandato e più volte negato.
Anche io, in fondo, ero stata per lei un anelato premio: tutti conquistati dalla sua vivacità e dalla sua tenerezza di fiocco di vita, ma nessuno sufficientemente pronto a farne parte integrante delle proprie giornate e delicato bersaglio dei propri sentimenti.
Entrambe perciò ci facemmo l’occhiolino al primo sguardo, contraccambiando un affondo nel pelo incolto con una tiepida e svelta leccata sulla mano.
Era Chicca, questo il suo nome, un tenero incrocio tra un confusionario e allegro yorkshire ed un raffinato e scorbutico pechinese, di un colore talmente bello da sembrare una spiga di grano baciata dai raggi del sole, dipinta in un quadro d’autore, spennellato da dorate meches e lucenti e chiari colpi di sole, sogno di attrici e donne di classe. Il suo musetto vispo con il tartufo schiacciato, tipico del pechinese, la rendeva sufficientemente civettuola e femmina ed i suoi occhioni senza orizzonte, penetravano senza permesso dentro l’anima, facendo di quel castagno intenso un invincibile passepartout per strappare concessioni e sorrisi.
I primissimi giorni non si distingueva da un cricetino e trovava rifugio e diletto in una scarpa n. 45 che le era stata regalata come parco giochi a suo esclusivo dominio, dove esercitare ogni tipo di acrobazia e allenamento muscolare e dentario.
Ricordo ancora il primo cappottino di velluto rosso, cappa di marmo sulle sue fragili zampe e il collarino in tinta, con un campanellino che ne segnalava sempre la presenza, onde evitare misfatti indesiderati.
I momenti con lei sono indimenticabili. Rientrare a casa e vederla saltellare di gioia, irrefrenabile e con un tamburo battente al posto del cuore, assistere ai suoi rituali frenetici e alle sue inarrestabili corse per scaricare l’ansia e la paura del mio non ritorno, i suoi balletti da primadonna della Scala, leggiadra e piroettante come una trottola di seta.
In una parola, vita.
Quella che le venne miseramente portata via ancora in una fredda giornata d’inverno, cupa e piovosa, da quel destino scritto con inchiostro di uomo, brutale, impietoso, con un macigno nel petto, arido e grigio.
Un boccone avvelenato la prese per la gola, assatanandola, invadendola di fiele, logorandola fin dentro l’anima. Un addio cruento, vigliacco, insolente.
Una lacrima che ancora scorre, la mia , nel fragore di un gesto insensato, nella mano caina che restò in silenzio, nell’ignobile muscolo di qualcuno che al battito riconduce un cuore, nella cecità di una notte subdola, in un’assenza che scava e consuma, in un amore incondizionato inciso nel cuore, in un giorno d‘inverno che non porterà all‘estate, in quell‘ultimo gemito che non dimenticherò.
Luisa Sordillo
Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Giuseppe Guerrini
Si legge che è un piacere il delizioso “La nuvola di Matteo” di Giuseppe Guerrini, compiuto e gentile racconto, scritto con un’essenzialità stilizzata e visiva allo stesso tempo.
Parla della strana comunicazione che s’instaura fra un bambino e una nuvola, amica immaginaria, sorta di primo amore, metafora di amicizie uniche, labili e preziose, capaci di attenuare per un momento lo sconfinato senso di solitudine, simbiosi d’amore, in un mondo fatto di animismo e fantasie, emozioni di un’infanzia che sogna.
C’è un’infinita dolcezza in quel “guardare il cielo”. Matteo gioca con le nuvole, dialoga con loro, le chiama per nome, si solleva oltre il suo mondo e sceglie “l’amica”, quella nuvola, “la sua nuvola”. I due amici hanno una lingua segreta, fatta di “pedalate, rettilinei, ampi cerchi disegnati sui sentieri fra il grano” e “risposte arcane fatte di riccioli, turbini, lembi di vapore” in un codice segreto, decifrabile solo con gli occhi di un cuore bambino. Nascono così “giorni fatti della stessa sostanza dell’amicizia”, destinati a finire come tutte le cose belle. La morte della nuvola, presagita da “piccoli vortici tristi” è la fine del sogno, dei misteri del cuore di un bambino e il passaggio alla vita normale. Si diventa “normali” quando si cessa di volgere gli occhi al cielo, o quando, sollevando nostalgicamente lo sguardo, non si riesce più a scorgere la “propria nuvola”.
Senza artifici linguistici, né ricerche di effetti speciali, con un linguaggio classico, lieve, l’autore, in questo racconto bello e commovente, dipinge immagini piene di poesia e riesce a regalare una visione suggestiva del mondo infantile.
Patrizia Poli e Ida Verrei
La nuvola di Matteo
Matteo aveva otto anni e guardava le nuvole. Guardava sempre le nuvole. Gli piacevano proprio quelle cose lontane, informi e mutevoli sospese nel cielo. Era capace di passare interi pomeriggi steso sull’erba, perduto a guardarle nascere, trasformarsi, dissolversi o correre via portate dal vento. Se gli avessero chiesto cosa voleva fare da grande, avrebbe risposto “il meteorologo”. In verità Matteo non era tagliato per le scienze esatte, cose come “temperatura di rugiada” o “entalpia di condensazione” non erano per lui. Il suo interesse non era scientifico: per Matteo le nuvole erano amiche, compagne di strada a cui rivolgere un saluto, raccontare storie.
I suoi genitori erano preoccupati. Avevano cresciuto il loro bambino con amore, accompagnati dalle ansie consuete – i rischi di troppa televisione, i videogiochi violenti, i pericoli di Internet… Invece era loro toccato in sorte un bambino contemplativo, sognatore, che non impazziva per la Playstation, si stancava subito di televisione, non era attirato da Internet, e preferiva scorrazzare per la campagna con la sua bicicletta rosso vivo, sempre da solo, inseguendo chissà quali fantasie. Oppure guardava il cielo. Tanto bastava a farlo contento. Amava soprattutto certi pomeriggi estivi, quando, quasi dal nulla, si materializzano cumuli che crescono in altezza, netti e bianchissimi contro l’azzurro, poi lentamente scuriscono e si sfrangiano sulla cima allargandosi come un fungo minaccioso. Matteo sapeva che quelle torri di vapore ospitavano temporali, e poterle godere da lontano nella loro interezza gli dava un’ebbrezza strana, come se fosse capace di abbracciarle, come se gli appartenessero.
Matteo aveva inventato una classificazione tutta sua per le nuvole. C’erano le “cavalcatrici”, che correvano portate dal maestrale accavallandosi e mutando forma in continuazione, le “ritagliate”, che sembravano brandelli di bianco tenue spezzati dai venti d’alta quota, le “tremoline”, attraversate da strisce di piccole onde fitte, e naturalmente le “pecorelle”, e tante altre. C’erano anche le “sentinelle”. La famiglia di Matteo abitava in campagna, nella pianura che terminava ai piedi di una montagna appuntita. Attorno a quella cima si formavano a volte delle nubi sommitali, che anziché essere portate via dalle correnti sembravano indugiare sul versante sopravento come se ci abitassero. Erano quelle le “sentinelle”. Matteo pensava che quelle fossero nubi speciali, vive, perché parevano opporsi al vento che le avrebbe dovute allontanare. Non poteva sapere che era proprio il vento atlantico a generarle spingendo in alto lungo il pendio l’aria umida, e che sembravano ferme perché in realtà si rigeneravano in continuazione, evaporando da una parte e condensando dall’altra. Quando si formava una nuvola di quel tipo Matteo la osservava a lungo per vedere se si stancava di sostare nei paraggi della cima e magari le veniva voglia di muoversi verso di lui o curiosare lì attorno. Non era mai accaduto, ma questo non lo scoraggiava affatto.
Un giorno d’inizio estate era comparsa una di quelle nubi, e Matteo, al solito, l’aveva tenuta d’occhio per tutta la mattina, naso per aria mentre pedalava tra i campi di grano. La nuvola sembrava all’inizio starsene raccolta, appallottolata timidamente presso il monte. Più tardi però parve prendere coraggio, si allargò e sfilacciò un poco, infine protese un lembo verso la pianura, proprio nella direzione di Matteo. Quando si fece ora di pranzo Matteo si diresse verso casa. Giunto sulla soglia, gettò ancora un’occhiata verso la cima. Fu allora che si accorse che dalla nube usciva un piccolo ricciolo di vapore, che si dissolse rapidamente. Un saluto! La nuvola lo stava salutando! Matteo ne fu felice, ma non tanto sorpreso, gli parve anzi del tutto naturale rispondere al saluto. Agitò le braccia rivolto verso il monte ed entrò in casa contento. Mangiò in fretta e furia e tornò subito fuori, ignorando le raccomandazioni della mamma e rispondendo “C’è la nuvola!” alle sue obiezioni preoccupate. Lei lo lasciò andare, sospirando rassegnata e domandandosi ancora una volta cosa mai avessero da rimproverarsi lei e suo marito come genitori.
La nuvola era ancora là, appoggiata alla cima. Matteo iniziò a pedalare tra il grano nella sua direzione, e lei emise due propaggini che Matteo interpretò come un segno di benvenuto. Ne fu felice: ormai erano diventati amici. Rispose al saluto correndo su e giù per i sentieri. Trascorse così tutto il pomeriggio, parlando alla nuvola di cose che non avrebbe saputo spiegare, nel misterioso codice fatto di pedalate, rettilinei, ampi cerchi disegnati sui sentieri tra il grano con la sua bicicletta scarlatta, e decifrando risposte arcane fatte di riccioli, turbini, lembi di vapore. Al tramonto la nuvola si colorò di rosa sfumato in viola, e parve ritirarsi presso la cima. Matteo lo interpretò come un gentile segno di congedo, così la salutò e rientrò in casa, felice come non mai. Prima di andare a dormire volle darle un’ultima occhiata discreta. Sbirciò cautamente dalla finestra per non disturbarla. La nuvola ricopriva la cima con un manto uniforme che si distendeva placido sul pendio, risplendente di luce lunare. Sembrava pulsare piano, come per un lento respiro. “Sta dormendo”, pensò Matteo rassicurato, e si coricò sereno.
I giorni che seguirono furono per Matteo i più felici mai vissuti, giorni di gioia, meraviglia, scoperta. Giorni fatti della stessa sostanza dell’amicizia. Corse infinite sui pedali, disegni tracciati con le ruote nelle stoppie del grano appena mietuto, a dialogare con la sua amica nella loro lingua segreta, un dialogo fatto del piacere di conoscersi, dell’affetto, di cose piccole come il suo cuore bambino, troppo grandi per essere raccontate. La nuvola pareva capire, ora aprendosi, ora arrotolandosi; sorrideva in piccoli vortici di vapore, lo accarezzava da lontano allungando un lembo candido. Era il suo modo di rispondere a Matteo, o così lui credeva, chi può dirlo?
Qualche giorno dopo, appena alzato, Matteo sentì in televisione le previsioni del tempo. Il clima stava per cambiare, il meteorologo alludeva a un “anticiclone” che avrebbe portato aria secca e vento di bora. Matteo non aveva idea di cosa fosse un anticiclone, ma sapeva che la bora dissolveva le nubi sentinelle. La sua nuvola era in pericolo! “Mamma, cos’è l’anticiclone?” chiese angosciato, come se conoscere la risposta gli conferisse il potere di cambiare le cose. “Non lo so, Matteo. È aria, credo. Chiedilo al babbo quando torna”. Matteo però non aveva tutto quel tempo: doveva avvertire la sua amica, salvarla! Corse fuori lasciandosi alle spalle i rimproveri sconsolati e inutili della mamma. Inforcò la bicicletta e iniziò a tracciare linee spezzate, angoli acuti a rappresentare la minaccia. La nuvola inizialmente gli sembrò sorpresa, confusa, attraversata com’era da sottili ombre grigie. Matteo continuò, inventando nuovi segni: “Scappa, nuvola, scappa o morirai!” scriveva nelle stoppie, “Fatti portare via dal vento, non restare qui!”. Ma la nuvola non si muoveva, non poteva allontanarsi. Allargava lembi sfilacciati di bianco tenue mentre si sgonfiava al centro, come a giustificarsi per non poter andare via. Matteo capì che alla sua amica non era concesso altro che rimanere lì, vicino alla cima, a dissolversi sotto i suoi occhi. Intanto l’aria stava già cambiando. Il vento aveva iniziato a girare, e l’azzurro del cielo diventava più carico, più cupo. Il profilo delle colline si faceva netto, i colori più marcati. La nuvola iniziava a sfumarsi nei contorni, e piccoli vortici tristi la attraversavano. “Non sparire, povera nuvola mia” tracciava Matteo sulla pianura, ma lei diventava ogni minuto più tenue. Allora Matteo lasciò un ultimo ampio cerchio, come un abbraccio, e si fermò a guardare, piangendo e singhiozzando. I lembi ormai pallidi della sua amica sembravano ancora volerlo accarezzare, consolarlo e cercare conforto, sempre più labili. Restò infine un piccolo ricciolo di vapore, come un ultimo saluto, che si arrese al vento disperdendosi. “Addio nuvola mia, addio!” gridò Matteo tra le lacrime. Rimase ancora a lungo a guardare la montagna completamente sgombra. Il cielo terso, di un blu profondo, e l’orizzonte lontanissimo e netto rivelavano l’immensità del mondo. Matteo sentì una solitudine sconfinata.
Passò la bora e arrivò il maestrale, accompagnato da nubi frettolose, candide e mutevoli. In altri tempi Matteo avrebbe passato ore ad ammirarle, ma adesso non gli dicevano molto: non erano come “quella” nuvola. Ogni tanto guardava ancora la cima, ma era sgombra.
Passò anche il maestrale, tornò il vento atlantico, caldo e umido. Si formò una nuova nube sentinella. Ma non era “quella” nube. Matteo si accorse di avere perso gran parte dell’interesse per le nuvole. Prese ad annoiarsi, e così cominciò a frequentare i suoi coetanei. Dovette condividere i loro interessi, e dopo un po’ iniziarono anche a piacergli. I suoi genitori erano contenti: finalmente avevano un figlio “normale”, dicevano. Ogni tanto però Matteo gettava ancora uno sguardo alla montagna. Spesso c’era una nube presso la cima, talvolta anche molto bella. Ma non meritava attenzione: non era “la sua nuvola”. Quella non sarebbe tornata mai più.
Giuseppe Guerrini
Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Pia Deidda
Abbiamo deciso di riproporre in questa sede i migliori racconti di tre anni di attività del Laboratorio di Narrativa
Cominciamo con Pia Deidda e il suo "Di queste notti insonni"
In “Di queste notti insonni” Pia Deidda ricostruisce in modo magistrale un ambiente arcano e rurale. Una piccola, minuscola, donna è la protagonista di questo racconto delicato, incentrato su un “femminile” d’altri tempi e altri luoghi, ma ancora vivo nella memoria di società patriarcali.
In una camera, in uno spazio notturno illuminato solo dalla luce fioca di un lume a olio e dal rosseggiare delle carbonelle di un braciere, si consuma un’esistenza grama, un’inconsapevole rassegnazione, simbolo di un’antica rinuncia al riscatto. Nastassia e Bartulu, una donna e un uomo: lui, solo una massa umidiccia e maleodorante sotto la trapunta, sui tre materassi del letto a baldacchino… un russare, un gorgoglio, uno sbuffo, un grosso naso rosso solcato da capillari… Lei, quasi evanescente, con i piccoli piedi freddi, raggomitolata tra la preziosa biancheria profumata di lavanda, unica consolazione in quel suo povero mondo fatto di coercizione e di dominio. Ed un pensiero… quasi un ambito sogno, in quel presente oscuro e senza prospettive: la morte come soluzione, come cambiamento. Ma è solo una fugace idea, un balenio nella mente… “Per tutto c’è tempo”.
Il lettore sente il freddo dello stanzone, delle lenzuola ghiacce, dei piedi illividiti, la ruvidezza della camicia da notte, l’umidità delle calzette di lana appese ad asciugare.
Al centro del racconto, troneggia la descrizione del letto a baldacchino, “alto e regale”, simbolo di un amore gelido e mancato, di “incolori e ghiacce notti”. La protagonista, tuttavia, lo riveste di “pizzo e frangette a pippiolini”, di ricami e racemi, seguendo il volo della sua fantasia, della sua arte, della sua vitalità tarpata.
Il braciere, che compare all’inizio del racconto, torna nella chiusa, a completare un cerchio che tiene in sé tutta la vita della protagonista, fino a un desiderio di morte che non è neanche un vero impulso a farla finita, ma è solo un’assenza di azione, di slancio, è un vuoto totale per il quale, ahimè, c’è sempre “tempo”.
Il linguaggio mescola parole semplici, ripetute a rafforzare la concretezza di oggetti comuni, come il legno, la tela, la brace, ad altre più desuete e scelte.
Patrizia Poli e Ida Verrei
DI QUESTE NOTTI INSONNI
Nastassìa si china e, sollevando la lunga camicia da notte di pesante tela, osserva i piccoli piedi scalzi poggiati sull'impiantito di legno. Sono violacei e freddi, tanto freddi. Punta il peso sui talloni e inarca le lunghe dita, qualche gelone già s'intravvede.
Davanti al camino della grande cucina sono stese, su un filo legato teso fra due sedie, ben quattro paia di calzette di lana ruvida. Ma sono ancora umide e Nastassìa ha i piedi nudi.
Non riesce ancora ad organizzarsi nel bucato; fa difficoltà a calcolare la quantità di panni da lavare ogni volta e i tempi fra lavaggio, asciugatura e stiratura.
Ė per questo che i suoi piedi quella sera sono freddi. Anzi gelidi. Bisogna considerare anche che il suo Bartùlu, dopo il tramonto del sole, non mette più ceppi di legna nel camino, che piano piano si spegne lasciando poche braci rossastre e polvere fine grigia ormai fredda.
Lei raccoglie, prima che si spenga tutto il fuoco, quei tizzoni di brace ardente e li mette nel braciere di rame collocandolo al centro della stanza da letto.
Nastassìa si strofina le braccia cercando un po' di calore e guarda in alto sul letto. Gli arriva il suono grasso, cadenzato da un sibilo intermittente più acuto, del russare del suo Bartùlu.
Si prospetta un'altra notte quasi insonne, pensa, mentre mette il piede sul primo gradino della scaletta. Guarda in alto e si tiene ben salda con le mani. Quell'operazione le mette sempre apprensione ogni notte. Anzi, due volte al giorno. Al mattino quando deve rigovernare il letto e alla sera quando si appresta a dormire.
Soffre di vertigini Nastassìa da quando è piccola. Ricorda ancora molto bene di quando con i bambini del paese, eludendo la sorveglianza del vecchio sacrestano Peppineddu, si saliva furtivi sulla torre campanaria. Lei arrivava solo alla prima rampa e, mentre una strana ansia la prendeva, non riusciva ad andare oltre il primo pianerottolo. Era sempre la prima ad essere presa da Peppineddu mentre gli altri più svelti già suonavano la campana con rintocchi stonati.
Il suo è un letto da veri signori; fatto costruire dal suo Bartùlu su modello di uno continentale visto in una vecchia stampa arrivata fino a Ittiri da chissà dove e appesa da chissà chi su un vecchio muro scrostato della taverna del cambio postale.
Ė un alto letto a baldacchino di legno che sfiora il basso soffitto di travi di legno. Bartùlu ha voluto che il ripiano che accoglie i tre alti materassi fosse sollevato da terra per proteggere la sua sposina dal freddo che proviene dal pavimento e dai topi che vi scorrazzano indisturbati durante la notte.
Non sa Bartùlu che Nastassìa sa, perché glielo ha detto la vecchia Mariedda, la paura che aveva provato da bambino quando era rimasto rinchiuso per sbaglio tutta la notte dentro il grande magazzino dietro il mulino. L'avevano trovato all'alba che ancora saltava da una gamba ad un'altra pallido come un cencio.
La scaletta l'ha voluta lei perché quel letto gli è sembrato, già dalla prima volta, invalicabile. Minuta, senza forza nelle magre braccia, non aveva avuto l'agilità per saltarci sopra la prima notte che da sposina entrò in quella grande camera. Bartùlu capì da subito che forse sarebbe stato il caso di far costruire una piccola scaletta per la sua piccola sposa.
Nastassìa sale lentamente gli stretti scalini e i piedi freddi e magri dolgono un po' ad ogni passo. Insomma è una impresa titanica arrampicarsi lassù ogni notte. Poi a lei duole la schiena la sera perché non è ancora abituata a fare i lavori di casa. Bartùlu le aveva promesso prima delle nozze l'aiuto di una serva, ma, ad un anno dal matrimonio, non ne aveva visto nemmeno l'ombra.
Ogni notte salendo la scaletta ammira i tessuti che ricoprono gli alti materassi e il baldacchino. E' il suo orgoglio di sposa quel tripudio di filati e ricami. Quando arrivano le comari o le amiche per farle visita lascia sempre la porta semi aperta affinché s'intravveda il suo capolavoro.
Ha lavorato alacremente per mesi per poter trasformare quello spoglio legno e quella scheletrica impalcatura in una alcova calda e accogliente. Se deve esistere che sia almeno bello, aveva detto timida sposina a capo chino e ad occhi semichiusi appena l'aveva intravisto mentre Bartùlu si stava spogliando dagli abiti nuziali.
Aveva subito pensato ai grandi teli che avrebbero coperto il baldacchino. Sarebbero stati cuciti insieme pezzi di leggero tulle rosato che lei nel frattempo aveva ricamato a punto pieno nei risvolti in vista e rifinito con un pizzo a frangette e pippiolini fatto all'uncinetto. Non aveva copiato un disegno preciso, a lei piaceva anche improvvisare. Erano motivi geometrici che seguivano un ordine sparso un po' casuale. Alla fine era risultata un'opera che aveva una sua caotica armonia.
Per coprire il ripiano di legno aveva invece usato una tela grossa di canapa anch'essa rosata tessuta con motivi in rialzo di asfodeli e pavoni affrontati di un rosa intenso. Il primo materasso l'aveva rivestito di un tessuto bianco di lino a motivi tono su tono a nodini che seguivano un disegno a rombi alternati convessi e concavi. Era stato un lavoro molto impegnativo riuscire a contare al telaio trama per trama, ordito per ordito, e non sbagliare nemmeno un passaggio.
Il secondo materasso l'aveva ricoperto con un tappeto di lana dai colori rosso, giallo e blu squillanti su fondo chiaro. Uomini e donne si tenevano per mano in un ballo tondo che non sarebbe finito mai. E qui sospirò Nastassìa pensando che il suo Bartùlu l'unico ballo che aveva fatto in vita sua era stato il giorno del loro matrimonio quando era stato preso con la forza dai compari di anello. Non avrebbe ballato mai più Bartùlu. Ma neanche Natassìa.
Il terzo e ultimo materasso era ancora coperto da una nera coltre pesante di orbace. La bella coperta all'uncinetto filè era ancora dentro la cassapanca e non era stata ancora completata. Nastassìa riusciva però a ricavarsi molte ore di lavoro per ultimare la sua opera rubandole al governo della casa e alla cucina. Bartùlu più volte se ne era lamentato, specialmente quando tornava dal mulino alla sera stanco e affamato e trovava il desco vuoto ma la giovane mogliettina al telaio.
A completare l'opera c'era la finissima biancheria del suo ricco corredo. Le lenzuola e le quattro federe le aveva riccamente ricamate con orli a giorno e punti pieni e a catenella. Fiori, fogliette e racemi giravano leggeri lungo i contorni per dirigersi verso il mezzo, mentre pizzi sottili e delicati realizzati al tombolo ne ornavano i bordi.
Bartùlu dorme alla grande. La bocca aperta ora emana un gorgoglio come l'acqua che passa nelle condutture che azionano la macina del mulino. No, non si è proprio abituata a quei suoni mutevoli che accompagnano il trascorrere delle sue notti. S'infila piano piano dentro le lenzuola fredde, anzi gelide. Si raggomitola per riscaldarsi con quel poco calore che emana il suo corpo. Bartùlu no, non lo tocca; il suo corpo è caldo ma lo trova umidiccio ed emana un odore che sa di farina e fuliggine; neanche la lavanda che mette dentro le federe lo riesce a mitigare.
E, mentre pensa questo, le arriva una zaffata del suo alito pesante. Lo osserva alla luce tremula della lampada ad olio. Riuscirà con il tempo ad accettare questo uomo che le è stato imposto come marito? Pensa che sarà difficile riconoscere quest'uomo di vent'anni più grande di lei come l'uomo della sua vita. Si gira dall'altra parte e si copre le orecchie con il cuscino e sprofonda il naso nelle federe profumate.
Oh, no! Ha lasciato la lampada ad olio accesa sul tavolino. Se Bartùlu si svegliasse in questo momento sarebbe un rimbrotto che durerebbe per giorni. Deve ridiscendere, rifare il percorso intrapreso. Si dà della stolta, si scopre e mette i piedini sugli stretti gradini della scaletta. Si avvicina al tavolino e guardando la fiamma soffia sullo stoppino. La lampada si spegne di colpo. E adesso? Ripercorre la strada a tentoni, urta la sedia che cade. Bartùlu manda uno sbuffo come la pentola quando bolle con la carne di pecora dentro. Sbatte più volte sui gradini; sa che al mattino si ritroverà con lividi violacei sulle gambe. Salita si risistema nelle ghiacce lenzuola, si accovaccia stretta stretta abbracciandosi le ginocchia. Quanto è stupida; povero Bartùlu ad avere una moglie così incapace. Poverino.
Adesso il russare di Bartùlu è diventato un miagolio. E no, non riuscirà mai ad abituarsi. Come sarebbe stato bello sposare Gavino, il giovane servo pastore della sua famiglia. Ma i suoi genitori appena subodorato l'idillio si erano premurati di combinare in tutta fretta quel matrimonio che avrebbe dato lustro e dignità alla loro adorata bambina. Ed eccola qui con il suo Bartùlu a fianco in questo alto e regale letto; concepito più per appassionati e amorevoli incontri d'amore piuttosto che queste incolori e ghiacce notti, pensa Nastassìa vergognandosi delle sue fantasie nel momento in cui il suo cuore le formula. E si scopre a guardare il suo Bartùlu: naso grosso e rosso solcato da una miriade di piccoli capillari, la barba irta e sempre incolta, i denti giallognoli e marci.
Ma come fa a vederlo? Oh no! Ha dimenticato il braciere ancora acceso in mezzo alla stanza! Ma che stolta che è! Che donna fatua! Ecco cosa succede a perdersi in simili peccaminose fantasie!
Scende veloce e prende il braciere. Mai lasciarlo nella stanza per tutta la notte. L'aria diventerebbe mefitica e pericolosa. Potrebbero anche morire.
Già morire. Ma è solo un breve pensiero. Fugace, leggero, passa così come è arrivato. Tarlo invisibile che ogni tanto s'insinua nei suoi pensieri. Lei o lui non importa, sarebbe comunque un cambiamento.
Si dirige in cucina e posa il braciere dentro il camino, lo svuoterà al mattino. C'è tempo. Per tutto, c'è tempo.
© Pia Deidda 2010
Gordiano Lupi intervista Daniele Pierucci
Gordiano Lupi intervista Daniele Pierucci, classe 1983, autore di “Zeroellode - Quella cosa che chiamano università (atenei a perdere)” Phasar Edizioni, 2013.
Direi di cominciare questa intervista con una parte della bistrattata Costituzione italiana. Una parte che è bene tenere sempre presente.
Articolo 21:
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola,
lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. […]
D: Ottimo incipit. Soprattutto quando non c’è diffamazione, ma soltanto un mero resoconto di fatti, di domande retoriche e di legittimi sospetti, come avviene nel libro. Secondo te in Italia abbiamo la libertà di parola?
R: Come no? Da esprimersi a volume zero, in una stanza insonorizzata, dopo le 24 su Tele Cantina Libera. [PV Docet]
D: Perché hai deciso di dare alle stampe questo libro?
R: Per portare all’attenzione della collettività alcune str…anezze che sovente accadono negli atenei.
D: Dopo quel che abbiamo letto effettivamente c’è di che pensare. Quali sono gli aspetti che ti hanno dato maggior fastidio e quali sono quelli che ritieni più gravi?
R: Senza riferimenti particolari, trovo intollerabile l’imperialismo e il colonialismo di certi/e professori/esse e di certi presidenti di corso, trovo intollerabile che certa gente si ritenga così in alto da permettersi di non rispondere, trovo intollerabile che nell’università sia tutto imposto e non esista niente di concordato, trovo intollerabile che nell’università non esista la transizione da teoria a pratica (vedi certi ridicoli tirocini), trovo intollerabile che alcune regole siano create ad hoc e che altre vengano liberamente reinterpretate in base alla convenienza del momento. Trovo inaccettabile che certi/e professori/esse e certi presidenti di corso abbiano il culto della propria personalità, che lo vogliano imporre agli altri, che si considerino persone fatte verbo e che credano di essere il secondo avvento, trovo inaccettabile che salgano in cattedra per pontificare e per impartire il loro dogma, trovo inaccettabile un sistema manageriale tetragono alle opinioni altrui, trovo inaccettabili le frasi falsissime di certi presidi/rettori che dicono, addirittura in televisione, la prima cosa è l’attenzione allo studente, trovo inaccettabile che tráttino l’università come il loro piccolo feudo e che lì dentro valga la legge dell’usucapione. Trovo oscena la guerriglia mirata sull’individuo (vedi Cap. 4). Trovo inammissibile che gli studenti stiano zitti e si sacrifichino per gli ideali di altri. Trovo scandaloso che non esista vigilanza di alcun tipo su niente, in particolare sulla condotta di questi individui. Sono queste mentalità che rendono gli atenei del tutto inadeguati a formare le nuove classi lavoratrici.
D: Come mai i tentativi di chiarire i disguidi che si erano venuti a creare con l’università non hanno dato risultati?
R: Perché il sistema università è malato terminale di autodichia, vale a dire di volontà apologetica verso se stesso. In parole povere ogni organo fa come gli pare consapevole del fatto che non ci sono né controlli né sanzioni. Esattamente come succede in parlamento le regole esterne lì dentro non valgono. Ne sono prova il mio insulso tentativo di parlare con la responsabile dell’ufficio tirocini professionalizzanti nella sciocca speranza di risposte serie, il mio inutile tentativo di interpellare il garante nella sciocca speranza di risposte serie, il mio stupido tentativo di conciliazione con il presidente nella sciocca speranza di risposte. Avrei dovuto aspettarmelo: scaricabarile, omertà e reticenza. La loro frase tipo è ego me absolvo.
D: Secondo te che cosa bisognerebbe fare?
R: Non ho certo la presunzione di risolvere ventenni (…) di problemi stratificati. Qualche suggerimento è già stato avanzato nel capitolo 7. Mi sento di ripeterne tre: servono controlli e sanzioni (che adesso sono del tutto inesistenti); contemporaneamente è necessario allontanare i mercanti dal tempio; inoltre è essenziale ascoltare le istanze dell’utenza. Troppi individui che siedono in cattedra sono solo chiacchiere e poltrona. Non meritano il ruolo che rivestono, non sono credibili né in quel che proferiscono né in quel che fanno.
D: Che intendi dire?
R: Spessissimo quando si sente parlare personaggi che occupano, non si sa perché, posizioni di comando sembra che il loro unico scopo sia inspirare un sentimento di disperazione. Dicono cose che appaiono lontane dal buonsenso, dalla logica e dalla realtà. Pare di essere in campagna elettorale dove un candidato può dire tutte le sciocchezze che gli passano per la testa; sembrano persone che hanno bisogno di sentirsi parlare e di udire la propria voce. Purtroppo si tratta di gente abituata a sproloquiare senza contraddittorio, gente che oltre a non tollerare per alcun motivo opinioni diverse dalle proprie fa di tutto per annientarle, gente che sa un sacco di cose superflue e non crea conoscenza ma al massimo, se ne è capace, ne trasmette una già preconfezionata che oltre a essere inutile e obsoleta non arricchisce affatto l’allievo. D’altra parte è difficile ascoltare gli altri (vale a dire gli utenti/studenti che pagano) quando ci si ritiene onniscienti e onnipotenti (vedi l’appendice nonché l’indegna frase del Cap. 4 qui dentro niente è illegale se io decido di farlo).
D: Effettivamente quell’affermazione meriterebbe di essere perseguita nelle sedi appropriate. L’università che hai conosciuto è tutta come l’hai tratteggiata? Oppure hai trovato anche situazioni, risvolti e persone che esulano da questa descrizione per niente lusinghiera?
R: Ovviamente ho trovato anche situazioni, risvolti e persone decisamente positivi; in quantità molto minore, ma li ho trovati. Persone oneste, volenterose, serie, capaci, trasparenti, sincere, umili, educate, coerenti, competenti; persone che conoscono la deontologia, l’etica, la moralità, il rispetto, l’integrità, l’onore, la correttezza, la didattica, l’insegnamento, la conoscenza e la trasmissione di conoscenza. Come detto la percentuale è piuttosto bassa, ma è bene dire e far sapere che, nonostante tutto, ci sono anche loro.
D: Cosa pensi quando si sente dire che la laurea è un punto di partenza e non di arrivo?
R: Penso a una mia ex insegnante la quale, a chi le diceva che il post laurea (specializzazioni, master…) fa diventare “impiegabili” gli studenti, rispondeva che sarebbe stato molto meglio che gli studenti fossero invece diventati “impiegati” alla svelta, senza staccare assegni nominativi direttamente ai masteratori/specializzatori e sapendo che l’esperienza ci si fa nel corso della professione.
D: Nel libro esprimi alcune considerazioni riguardo gli ordini professionali. Tutti sanno che da anni esistono proposte per la loro abolizione. Vuoi aggiungere qualcosa?
R: Non mi pare si siano viste migliorie da quando è stato introdotto l’obbligo dell’abilitazione; anzi, tutt’altro. Se uno è capace le cose le sa fare anche senza l’esame di stato; se uno è incapace può avere cinquanta abilitazioni, rimarrà un incapace. L’Italia è il paese degli albi professionali; tutti gli albi che esistono qui non ci sono in nessun’altra parte del globo. Trovo ridicolo che ci sia un albo sez. A e un albo sez. B. Trovo insensato un esame di stato perché allora mi domando a cosa servano i cinquanta esami precedenti per conseguire la laurea; allo stesso modo trovo pretestuoso che per poter lavorare bisogna versare periodicamente una quota all’ordine; il paragone più calzante è con il commerciante partenopeo (non me ne voglia la categoria nella quale fra l’altro ho molti amici) che per tenere aperto il negozio e per portare la pagnotta a casa deve “elargire” una parte dei suoi guadagni a un “circolo non propriamente culturale” in cambio di protezione (protezione da cosa? Dal circolo stesso?)
D: Leggendo il libro mi hanno colpito due ipotesi: quella delle intercettazioni email e quella del registro dei sovversivi. Cosa pensi a riguardo?
R: Non c’è da stupirsi di una cosa del genere visto che siamo nel paese delle meraviglie. Anche questa è Italia, diceva il Gabibbo. L’unica cosa che penso è che, nonostante il più che fondato sospetto di esistenza, non sia possibile dimostrarne l’esistenza. Per quel che riguarda le intercettazioni email non posso non domandarmi che ci stia a fare il garante della privacy, quale significato sia dato alla parola privacy e perché ogni segnalazione cada nel vuoto e venga insabbiata. Ah, già, perché “lavorano per noi”; e il tutto viene fatto con la scusa della “sicurezza”. Invece per quanto riguarda il registro dei sovversivi siamo nel sublime. Chi ha avuto tale trovata è indiscutibilmente un genio. Riesci a capire la portata di quell’idea? È veramente immensa e ingegnosissima: schedare le persone ancor prima che inizino a lavorare (se mai inizieranno). Fantastico, davvero. Rappresenta l’evoluzione moderna delle lettere di referenze. È un modo come un altro per confinare i dissidenti.
D: Adesso che è quattro anni che sei fuori da quella cosa che chiamano università (come dici nel sottotitolo del libro) quali sono le tue sensazioni verso quel periodo?
R: Quando mi ero immatricolato mi ero anche creato delle aspettative (come tutti, credo), aspettative che immancabilmente sono andate infrante. Credo di poter dire che l’università come l’ho vissuta io sia stata la delusione più grande della mia vita; ho rinunciato a sette anni di esistenza per privilegiare l’oscurantismo dell’accademia, senza risultati (nonostante la laurea in tempi rapidi e con voto alto). Non avevo mai fatto un uso così improduttivo del mio tempo. Non c’è niente di più lontano e di più differente dell’università e del lavoro. A distanza di anni lo dico senza vittimismo: l’università mi ha usato, mi ha mentito e mi ha sfruttato. I miei sentimenti verso quell’istituzione si possono riassumere in un’asserzione sola: mi vergogno di essermi laureato. Mi rendo conto che è una frase forte e che non sarà facilmente condivisa, ma è opportuno chiarire (ad uso di coloro ai quali fa comodo generalizzare e strumentalizzare) che il riferimento è indirizzato alle inutilissime facoltà umanistiche, come è quella che ho stupidamente scelto io. Per tutti quei perbenisti-buonisti che in questo momento si stanno scandalizzando di fronte a quella frase, prima leggete il libro e poi imparate a rispettare opinioni diverse dalle vostre, se mai vi riuscirà.
D: Sei rimasto in contatto con i compagni di studi che hai conosciuto nelle due università? Qual era la loro opinione dell’ateneo? A loro è servita la laurea?
R: Ho mantenuto alcuni contatti, sia pure sporadici, con circa la metà di quelli che ho conosciuto. Non so cosa essi pensino adesso dell’università; posso dire che durante la frequenza dei corsi i malumori erano ampiamente diffusi. Molto ampiamente. Senz’altro ad alcuni la laurea sarà servita a qualcosa: ad esempio so che una minima parte si è iscritta all’ordine (anche se fanno tutt’altro), ma so anche che tanti di loro usano il pezzo di carta come raccattapolvere in cornice. Questo perché la saturazione di quella presunta professione [psicologia, ndc] è a livelli inimmaginabili. Eppure queste facoltà continuano a esistere senza motivo alcuno.
D: Visto che hai studiato psicologia, qual è il tuo pensiero in merito?
R: Penso che sia una forzatura, per dirla con un eufemismo; una grandissima forzatura. Non riconosco a tale materia né la dignità né l’utilità di scienza. E a questa domanda ti risponderò con delle domande. Si può davvero curare la mente? O ce lo vogliono far credere? Si può davvero prevedere la mente? O ce lo vogliono far credere? Era proprio indispensabile inventarsi la dubbia figura professionale dello psicologo? O è servita solo ad arricchire certa gentaglia? A prescindere dalle risposte che possono avere questi interrogativi, intendo prevenire una tua nuova curiosità che senz’altro mi vorresti chiedere: io ho scelto psicologia perché mi sono stupidamente fidato della disinformazione record portata avanti dai giornali, dalla televisione, dai professori, dagli atenei, da alcuni siti internet, da alcuni forum, dai social network.
D: Le tue sono domande estremamente logiche e legittime; purtroppo quando si pecca di ingenuità ci se ne accorge solamente troppo tardi. Hai dei rimorsi? Dei rimpianti?
R: Chi non ne ha, in qualsiasi ámbito della vita e non solo dell’università? Il mio rimorso è di aver arricchito certi personaggi, avendo contribuito con le mie tasse a formare il loro immeritatissimo stipendio, e di aver pagato per mantenere quello stato di cose. Il rimpianto è di aver letteralmente buttato via (in modo inconsapevole, ma questo non cambia le cose) una parte consistente di vita senza ritorni di alcun tipo. Mi viene in mente un aforisma di Karl Kraus che dice un uomo debole ha dei dubbi prima di una decisione, un uomo forte li ha dopo, un uomo stupido non ne ha. I personaggi discutibili che ho trovato nell’università non hanno mai avuto dubbi.
D: Qual è il caposaldo che hai assodato nelle tue disavventure accademiche?
R: Te ne dirò tre.
- L’università non è affatto indispensabile come invece taluni vorrebbero farci credere.
- Diffidare. Questo è il secondo concetto da imprimersi in testa. Diffidare sempre da chi è considerato esperto e, ancora di più, da chi si autodefinisce esperto e racconta di esserlo. È basilare educare la propria mente al dubbio e allo scetticismo. Una cosa che i perbenisti di cui sopra etichetteranno come cultura del sospetto.
- Sapere, scienza, approfondimento, libero pensiero: se tutte queste cose non vi interessano, in particolare la quarta, iscrivetevi pure all’università.
D: Qual è la tua speranza riguardo al futuro dell’università?
R: In queste condizioni l’università è senza futuro, o meglio, è l’utenza dell’università ad essere priva di futuro. Mi auguro che le cose che ho vissuto io, che sono solo una piccola parte dei quel che non va, non le rivivano altri. L’informazione, nonostante chi usa la censura come arma di difesa, deve circolare.
Il re è nudo sul colle dell'infinito
Cosa c’entra Gordiano Lupi, editore-scrittore piombinese, con Leopardi? Nulla, appunto. Se non fosse che la sottoscritta è in vacanza a Recanati e si è portata dietro una trilogia del suddetto Lupi (per altro un po’ datata ma ancora attuale) che parla di mondo editoriale e letteratura contemporanea e, qui sul colle dell’infinito, se l’è letta tutta.
La trilogia in questione è costituita da “Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura” (Stampa Alternativa 2003), “Nemici miei” (Stampa Alternativa, 2005 ) “Velina o calciatore, altro che scrittore” (Historica 2010). L’argomento è il mondo della scrittura e tutto ciò che vi ruota intorno, più per sciacallaggio che per condivisione. Si parla di editoria grande e piccola, di riviste letterarie cartacee e on line, di recensioni-marchette, di poteri forti che tutto ottengono a scapito della qualità, di autori incensati perché fa comodo gridare al fenomeno letterario, di scuole di scrittura creativa dove non s’insegna a scrivere ma a piegarsi al gusto del pubblico di bocca buona, e via discorrendo.
Il tono è acido e avvelenato, fa pensare a un trabocco di bile - “se non lo dico sto male”, afferma l’autore, ed io ci credo. Certe valutazioni su alcuni scrittori non mi trovano d’accordo né nella sostanza né nei toni, tuttavia il fondo di verità è innegabile. Ma esso non costituisce, secondo me, l’interesse precipuo della trilogia, né il motivo per cui ne sto parlando qui sull’ermo colle, fra interminati spazi e sovrumani silenzi. Che il mondo editoriale non sia trasparente, che i pesci piccoli siano divorati dai grandi, che i bravi, se non famosi per altri motivi, non abbiano nessuna possibilità di farsi pubblicare e conoscere, che alcuni scrittori producano cavolate ma vendano milioni di copie grazie al battage pubblicitario, che i casi letterari siano montati a tavolino, che i libri vengano direttamente commissionati dagli editori a personaggi di spicco e poi fatti scrivere dai ghost writers, ormai lo sappiamo tutti e chi non lo sa vuol dire che non ha la minima dimestichezza con questa realtà e vive ancora, beato lui, nel mondo dei sogni.
Ciò che ci colpisce, a dire il vero, nella trilogia di Lupi, è la sincerità dolorosa e crudele con cui grida il suo sfogo fino a farsi del male, fino a mostrarsi per quello che è senza cercare di imbellirsi nemmeno un poco – e in questo somiglia molto a chi vi parla – è l’innocenza del bambino che fa gridare: “Il re è nudo”.
Sì, perché, certe volte, il re è davvero nudo. E con questo non voglio riferirmi solo alle varie sfumature di grigio o ai metri sopra il cielo – ché, via, tutti sappiamo che non è arte, quella, ma la leggiamo lo stesso - piuttosto alla cosiddetta letteratura italiana contemporanea.
Non voglio nemmeno parlare degli scrittori e delle scrittrici che pubblicano con stampatori a pagamento libri che nessuno ha riletto nemmeno una volta, stupidi di contenuto e sgrammaticati nella forma, infarciti di errori d’ortografia e sintassi. Una volta smascherati dai lettori– questi scrittori e queste scrittrici che si pavoneggiano alla sagra del caciocavallo, accanto all’assessore alla cultura che di culturale non ha nemmeno l’odore dei piedi - sono capaci addirittura di incolpare l’editor – se mai ne esistesse uno – di aver inserito gli errori nel testo a bella posta per screditarli. No, voglio parlare piuttosto della letteratura blasonata, quella che viene presentata sui quotidiani e in televisione, che fa bella mostra di sé sugli scaffali degli autogrill e degli uffici postali. In questo, l’autore della trilogia mi trova in sintonia, anche se non su tutti i nomi che cita, visto che lui farebbe tabula rasa mentre io salvo parecchio e sono più indulgente. Non credo che tali opere facciano tutte schifo, no. Però al pari di esse ce ne sono molte altre, magari addirittura più meritevoli, che su quegli scaffali non compariranno mai perché dimenticate nel cassetto di qualche editor incapace di rispondere alle mail, perché incappate nel tritatutto scorciatoia della vanity press maldistribuita o, magari, perché ammuffite nella vetrina on line di qualche piattaforma di autopubblicazione.
Più che scrittori sopravvalutati, noi abbiamo, direi, storie sopravvalutate, ché lo stile magari c'è, anche raffinato, ma non basta a fare il capolavoro. Avete presente, ad esempio, la macchina impressionante dei libri di Ian Pears, il perfetto congegno ad orologeria? C'è qualcuno qui da noi che possa eguagliarla? O la capacità narrativa di Rohinton Mistri? E il minimalismo, sì, ma quello di Anita Desai, non quello delle due parole con il punto a capo. E John Updike quello vero, non chi gli fa il verso americanizzandosi e fingendosi arrabbiato. È evidente, a mio avviso, l’esilità di certi testi nostrali spacciati per opere d'arte, destinati invece a essere dimenticati nel giro di mezza generazione. Non faccio nomi perché non mi piace offendere, il mio giudizio è soggettivo e i nemici non mi servono. Però, quelle poche volte che mi lascio convincere a leggere un romanzo italiano contemporaneo, magari uno che è arrivato in finale al Campiello, allo Strega etc etc, mi scontro quasi sempre con la mancanza di sforzo, di spessore, d’impegno narrativo, persino di carta. È tutto gradevole, per carità, leggibile ma sottile, intimista, trito: fratelli e sorelle con qualche scontato problema d’infanzia, storie partigiane, fascismi e poco altro.
Recensendo testi, poi, m’imbatto in autobiografie, fatti di famiglia, gialli senza capo né coda e tanto tanto sesso volgarotto. Oppure, peggio, nella rivisitazione post mortem di avanguardie surreali di primo novecento, in deliranti manifesti destrutturalisti, in simboli spacciati per sublimazione dell’intelligenza, a scapito del contenuto, della razionalità, dell’emozione. A scapito del raccontare una storia interessante, avvincente.
Questa dell’essere avvincenti quando si scrive è una mia fissazione: la noia per me non è mai un valore. Cos’è il piacere della lettura se non curiosità, desiderio di sapere che accade nella pagina successiva? Cos’ altro si può inculcare in un bambino, se non la gioia di raggomitolarsi con un libro sulle ginocchia fino a che non gli bruciano gli occhi leggendo avventure, magie, mondi sconosciuti? So di ragazzini obbligati a sorbirsi “La Certosa di Parma “ di Stendhal che hanno avuto un rifiuto a vita per tutto ciò che somigliasse anche da lontano a un libro.
A costo di sembrare esterofila (e lo sono) dico che i libri vado a comprarmeli nella sezione “narrativa in lingua originale”, di solito anglofona, perché qui da noi - con le dovute eccezioni è ovvio - vedo solo storie brevi e magre, costruite sul niente, chiuse in un microcosmo di tempo e spazio, senza studio, profondità di sentire o impalcatura narrativa, senza sviluppo, senza trama e spesso noiose. Oppure parole in libertà scritte una accanto all’altra solo perché suonano bene, senza rispetto per la magica armonia di forma e contenuto che, a mio avviso, sta alla base di ogni opera d’arte.
A queste considerazioni che mi sorgono qui mentre mi sovvien l’eterno e le morte stagioni, devo aggiungere che Lupi è uno dei pochi che ha il coraggio di dire pane al pane e rivendicare il diritto sacrosanto a non essere intellettuali – anche quando si bazzicano libri e mondo editoriale - e a leggere cosa ci piace, pure le stupidaggini, ma considerandole per quello che sono, cioè evasione e non arte. Io, infatti, leggo cosa cavolo mi pare, non devo per forza conoscere tutti gli ultimi premiati e gli “stregatti” vari, non devo per forza dire che ho capito tutto se non ho capito nulla, per paura di apparire ignorante. Forse, se non ho capito, è anche perché l'autore non si è spiegato bene. E se un libro non mi prende, non mi dice niente, mi tedia, lo mollo, lo abbandono, anche se è considerato “cerebrale, simbolico e profondo”, anche se dietro ci sono “motivazioni filosofiche e psicanalitiche”. Se è una pizza è una pizza, e qualcuno lo deve pur dire, qualcuno deve dichiarare la nudità del re. E questo, aggiungo, vale anche per i mostri sacri, cosicché qui e ora, una volta e per tutte, confesso di non essere mai riuscita a finire alcuni romanzi di Tolstoj, di Hesse, di Conrad, di Proust (e di Stendhal!) con buona pace degli appassionati che mi toglieranno il saluto e di coloro che mi daranno dell'ignorante. Un libro mi piace se ha una motivazione di fondo, una trama ben costruita, un’atmosfera originale, uno stile non banale, e se emoziona, fa riflettere, vivere un’altra vita. Quando la confezione è buona, qualsiasi contenuto acquista sapore.
E Lupi ha ragione quando parla di fenomeni gonfiati. Ho visto casi letterari ingrossati a tavolino sfruttando l’amicizia fra giornalisti ed editori, inventando finti passaparola della rete, ho visto l’eclatante caso del falso romanzo di successo (mai scritto e mai esistito) che tutti i personaggi famosi intervistati fingevano di avere letto, apprezzato e persino recensito. Ho visto cose che voi umani.
Ora qui, affacciata alla finestra della meravigliosa biblioteca di Monaldo, con lo sguardo che spazia sui campi e sulla piazzetta del sabato del villaggio, immagino Giacomo alzare gli occhi affaticati e cercare con lo sguardo Teresa Fattorini.
Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno
Ecco, se ci fosse bisogno di spiegazioni per capire che cos’è arte, letteratura e poesia vera basterebbero questi versi, basterebbero i rintocchi della Torre del Borgo, o il passero solitario annidato fra le merlature. Basterebbero perché l’arte non si spiega e non si definisce, non s’inquadra e non ha canoni fissi. E perché il poeta, come sta dicendo la gentile guida che mi accompagna a visitare la casa di Giacomo, “è colui che è emotivamente coinvolto in ciò che vede”. Non sa la gentile guida che questa frase mi sta scendendo dentro l’anima e mi rimane incisa nel cuore con la sua lapidaria, ineluttabile, verità. Leggete, dice Lupi, leggete quello che vi piace e non buttate i soldi nei corsi di scrittura creativa, leggete i classici. Leggete Leopardi, aggiungo io, che fa sempre bene.
Ed è forse per questo se il terzo libro della trilogia di Lupi– che con il sommo poeta, specifichiamo ancora, ci combina come il cavolo a merenda – ha uno stile diverso dagli altri due, permette al tessuto dell’invettiva pura e velenosa di lacerarsi per lasciare il posto alla nostalgia, al rimpianto, al vero nucleo della tematica dello scrittore/editore piombinese.
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Cosa c'entra Gordiano Lupi, editore-scrittore piombinese, con Leopardi? Nulla, appunto. Se non fosse che la sottoscritta è in vacanza a Recanati e si è portata dietro una trilogia del suddetto Lupi
http://www.criticaletteraria.org/2013/07/criticalibera-il-re-e-nudo-sul-colle.html
Ida Verrei: Sono nata tra le ortiche
Sono nata tra le ortiche.
di Ida Verrei
“ Nossignore, dottore, nossignore, io non ho presente.
Solo voci, voci che scavano, urlano, rubano pensieri e asciugano parole. Sono loro, quei cazzo di comandanti! Loro possono afferrare qualsiasi movimento del corpo e della mente. Conoscono le mie fobie, le paure, le angosce, ‘o pizze massimo ‘e suppurtazione.
Te lo dico io cos’è la mia malattia, sissignore, dottore: suggestioni, bugie, invenzioni dei comandanti. Sissignore!
La mia infanzia? E che vuoi sapere della mia infanzia? Che t’aggia raccuntà? Io ho pochi ricordi, e confondo realtà, sogni, incubi.
Volevo nascere tra i fiori e sono nata tra le ortiche.
Nasco in un basso, nel quartiere S.Lorenzo, ‘o Vìco Strìtto Purgatorio ad Arco.
Mammà non fa in tempo a raggiungere gli Incurabili, l’ospedale dove ha partorito gi altri figli, e si contorce sul suo letto d’ottone, spingendo, soffiando, gonfiando le vene del collo nello sforzo di sputare dalle cosce un nuovo verme viscido. E, intanto, fuori corrono e giocano i miei fratelli, tra la vita caotica del vicolo, tra l’indifferenza urlata, tra gli odori acri, pungenti che esalano dalla strada, dalle porte spalancate, dai corpi che rotolano in quell’alveare, in quel buco scuro di piccoli insetti umani.
« Maronna ‘e Pumpei, fammìlle nascere forte e bello…» prega mammà.
E invece arrivo io.
E quegli odori, quei rumori, quelle voci sbraitanti, insieme agli umori nauseabondi di mia madre, devo averli respirati con forza, con la prima aria fetida della vita. Ancora, sempre, me li sento nel naso, nei polmoni, sulla pelle, nella testa.
Siamo in tanti, la casa è piccola, una sola stanza; stiamo stretti gli uni agli altri.
D’inverno fa freddo, la notte cerchiamo di scaldarci stando tutti abbracciati, respirando i nostri fiati, intossicandoci con l’aria puzzolente del braciere sempre acceso.
D’estate si muore dal caldo, stiamo seduti fuori al basso, nel vicolo, fino alle tre di notte, cercando ‘na vrenzola d’aria. Mammà con la pompa innaffia l’asfalto rovente nell’illusione di un po’ di refrigerio, ma l’aria infuocata asciuga i pietroni e fa evaporare l’acqua che si solleva creando una nuvola umida e cocente che ci stringe la gola, ci entra nelle ossa e nei polmoni. E poi, in casa, dormiamo per terra, alla ricerca di un po’ di fresco sul pavimento, tappandoci il naso per non sentire il fetore dei nostri corpi fradici di sudore, proprio come racconta Filumena Marturano nella commedia di Eduardo.
Ma non per questo diventiamo puttane. Nossignore, la nostra è una famiglia perbene, una famiglia di operai, di lavoratori: femmine oneste e mascule faticatore.
Mio padre faceva l’operaio, i miei fratelli fanno gli operai; uno dei miei cognati fa l’operaio. L’altro no, l’altro fa il ladro, ‘o mariuolo, ma è un’eccezione, è nù guaio passato dalla famiglia, un’altra trovata dei comandanti. E non credere che faccia parte della malavita, nossignore, lui è solo nù marioncello da quattro soldi, piccoli furti, qualche autoradio, qualche fondo di magazzino, qualche tentativo in appartamenti, ma non gli è mai riuscito, l’hanno preso sempre. Entra ed esce dal carcere, fa ‘o guappo in famiglia, mette incinta mia sorella, e si fa beccare un’altra volta. E i comandanti se spassano!
Mia madre presta i soldi cu l’interesse, ma non pensare che faccia l’usuraia, nossignore, lei è una benefattrice, se dà uno, chiede uno e mezzo, giusto per arrotondare la mesata di papà.
Nel basso siamo felici. Giochiamo nel cortile del palazzo. Abbiamo tanti amici, siamo allegri, anche se c’è miseria.
Mio padre lavora tanto, una fatica che lo piega in due, però, la sera, quando torna a casa, dopo cena, ci riunisce attorno al tavolo, non c’è la televisione e allora lui racconta storie. Sissignore, tiene ‘na bella voce e io mi addormento in braccio a mammà .
E poi arriva lo sfratto.
Tu lo sai cos’è ‘o sfratto, dottò?
È ‘na maledizione, nu castigo ‘e ddio.
Mammà non si rassegna, mette in croce papà: “Trova una soluzione, trova una soluzione, tenimmo otto creature…e mò addò ‘e mettimmo?”
E corre avanti e indietro nel vicolo, urla, piange, inveisce, bestemmia, si strappa i capelli, chiama in aiuto santi e madonne. Tiene i comandanti che le escono dagli occhi, che sono pieni di sangue, e la bava scorre dalla bocca. Fa schifo. Si alza le vesti e strilla: “Vi siete presi il sangue, che vulite ancora? Pigliateve pure chesta, ve la regalo, eccola, pigliatavella, nun tengo niente cchiù!” E si sbatte le mani tra le cosce.
Schifo schifo. Io la odio, ho paura, io non sono come lei, io non sono lei…
Sissignore, dottore, poi ce la danno un’altra casa, ma è troppo tardi: mammà non c’è più, l’abbiamo persa, se la sono presa i comandanti. E anche io mi sono persa, e a papà scoppia il cuore.
Se ho conosciuto l’amore?
Sissignore, l’ho conosciuto. Ma non mi è piaciuto, nossignore, dottore.
Mi ha presa in mezzo a un prato, c’erano ortiche, prima di “essere ammazzato”, come canta Lucio Dalla. È muorto ‘e camorra, sissignore. Ma ha fatto in tempo a pisciarmi tra le cosce e a mettermi incinta. E io ho abortito, sissignore, e mica mi potevo tenere il bastardo. Me lo ha strappato ‘a mammara, sissignore, la levatrice del quartiere: ha scavato nella pancia con la cucchiarella di ferro, e io l’ho visto nel catino bianco, nu’ pupaziello pieno di sangue. E anch’io avevo tanto sangue, un fiume di sangue; me penzavo ca murevo, e invece sto ancora qua.
E ora li schifo gli uomini, tutti quanti. Mi piacciono le femmine, hanno il corpo uguale al mio e non mi fanno paura. Ma i miei fratelli mi chiamano masculone e dicono che è nu’ scuorno, una vergogna, sissignore, era meglio se mi tenevo il bastardo, dicono loro. “
Mi alzo dalla sedia, fisso l’uomo col camice bianco, cerco il suo sguardo, ma lui ha il capo chino, guarda i suoi fogli, continua a scrivere. Piano, mi giro verso la porta, esco, accosto l’uscio senza far rumore. Strizzo gli occhi, c’è una luce forte, vedo ombre.
Passo le mani sulla mia vestaglia azzurra chiusa fino al collo da bottoni blu, è maltrattata. La sistemo, liscio le pieghe, poi metto una mano in tasca, tiro fuori qualche moneta. Le conto, le rimetto in tasca.
Che faccio? Sono indecisa. Mi avvio verso il corridoio dalle pareti scorticate.
Mi fermo dinanzi alla finestra con le sbarre, mi specchio nei vetri polverosi.
Quanto sono grandi i miei occhi! Occhi smisurati, spaventosi, occhi che sembrano divorarmi il volto, occhi senza luce, due buchi neri. La bocca è piccola, esangue, stretta in una smorfia, due solchi mi segnano le guance.
I capelli mi fanno male, pesano. Li lego con un elastico. Mentre cammino mi danzano sulle spalle. Sono esili le mie spalle, come esile è tutto il mio corpo. Cammino sollevata dal pavimento, lentamente, sotto il muro, voglio nascondermi, guardo avanti.
Qualcuno mi urta:
«Dove vai Caterina?»
Non rispondo. Proseguo senza voltarmi.
Arrivo sul pianerottolo, premo il pulsante dell’ascensore. Aspetto, immobile, non un muscolo del mio corpo si muove, trattengo il respiro.
Entro nella cabina buia, odore di creolina, di urina. Ho un conato di vomito. Metto una mano sulla bocca, mi piego in avanti. Non appena le porte dell’ascensore si aprono, esco e respiro forte, ho un colpo di tosse.
«Uè Caterì, che fai cà? Te sì venuta a prendere nu’ cafè?»
«Zitto brutto verme schifoso, tanto non parlo con te, io non parlo, non parlo più, lui, l’uomo col camice bianco, mi ha asciugato le parole».
Volgo le spalle al custode dell’ospedale ed entro nel piccolo bar della struttura.
Vado alla cassa, metto una mano in tasca e tiro fuori le monete, le mostro alla cassiera.
«Vuoi un cornetto Caterì?»
Scuoto il capo. Poi sollevando appena il mento indico le sigarette sugli scaffali, alle spalle della donna.
«Ah, marlboro?»
Annuisco.
Ritorno nell’atrio, mi fermo, apro il pacchetto, prendo una sigaretta, la metto tra le labbra, in silenzio mi volgo verso il custode.
«Tu fumi troppo, piccerè», dice l’uomo, poi prende un accendino e me la accende.
Vado verso il cancelletto di ferro, lo spingo, esco nel piccolo giardino dell’ospedale. E’ spoglio, pochi alberi sguarniti, mal curati, qualche panca di pietra, tutt’intorno un alto muro coperto da edera, qualche aiuola con pochi fili d’erba secchi, ortiche, solo ortiche.
Mi siedo composta, rigida, le gambe strette, la gonna tirata sulle ginocchia. Fumo, e soffio verso l’alto nuvole grigie che guardo svanire nell’aria.
Anche in cielo ci sono ortiche.
I.V.
Cecilia Samartin, "Tutto l'amore di nonna Lola", recensione di Maria Vittoria Masserotti
Cecilia Samartin
Tutto l'amore di nonna Lola
Edizioni Anordest - pag. 480 - Euro 14,90
Severamente vietato alle persone a dieta, “Tutto l’amore di nonna Lola” di Cecilia Samartin, Edizioni Anordest, è un romanzo denso di profumi caraibici che stuzzicano l’appetito. Dalle pagine si espandono fragranze forti di spezie, condite da buoni sentimenti con un pizzico di visioni oltre la realtà.
La storia di un bambino, Sebastian, malato di cuore, che non può correre, pena lo scoppio del suo piccolo muscolo cardiaco, è il motivo che permea tutta la narrazione. I personaggi si muovono dentro questa realtà fatta di attenzioni e di riguardi nei suoi confronti, così potenti che finiscono per soffocarlo.
Il “piccolo mondo”, descritto con molta attenzione e con dovizia di particolari, ci sembra reale al punto che riusciamo a vedere la cucina di nonna Lola e scorgiamo i suoi movimenti e quelli del nipote mentre, intenti, si producono nella preparazione di piatti che appartengono alla tradizione dei Caribi.
Ma Sebastian vuole correre, è più forte di lui, il suo desiderio di rincorrere la palla è un po’ il desiderio delle persone gravemente malate di vivere nella semplicità delle cose di tutti i giorni, di fare quello che, per una persona sana, è normale.
La lettura, leggera nello suo scorrere lieve, ci spinge a riflettere su quanto siamo fortunati ad essere quello che siamo, sani o malati che sia. I profumi del cibo cotto da nonna Lola la fanno da padroni, tanto che il romanzo ha come appendice alcune gustose ricette.
Sullo sfondo, quasi sfumata, ma vera e reale, la cultura di un mondo diverso, pieno di alchimie e di magie, che sempre affascina il pragmatismo statunitense. Il mondo invisibile diviene anch’esso protagonista, ruota intorno a Sebastian che ha il pregio di aver “ballato con la morte”.
Alcune pennellate di autentico buonismo non riescono a distoglierci dal seguire la vicenda fino al suo epilogo, lasciandoci dentro la sensazione di avere visto con occhi diversi la realtà di tutti i giorni.
L'Identità in transito
Cos'è l'Identità?
È complesso capire in modo approfondito il concetto di Identità.
Le Scienze Sociali distinguono quattro componenti essenziali nella formazione dell'Identità
- Identificazione
- Individuazione
- Imitazione
- Interiorizzazione
Queste componenti sono descritte come fasi che concorrono alla formazione della nostra identità. Andiamo a descriverne i perché in modo semplice.
Con la prima fase il soggetto si rifà alle figure rispetto alle quali si sente uguale e con le quali condivide alcuni caratteri; produce il senso di appartenenza a un'entità collettiva definita come "noi".
Con la componente di individuazione il soggetto fa riferimento alle caratteristiche che lo distinguono dagli altri, sia dagli altri gruppi a cui non appartiene (e, in questo senso, ogni identificazione/inclusione implica un'individuazione/esclusione), sia dagli altri membri del gruppo rispetto ai quali il soggetto si distingue per le proprie caratteristiche fisiche e morali e per una propria storia individuale (biografia) che è sua e di nessun altro.
Attraverso l'imitazione, che è intesa come attività di riproduzione conscia e inconscia di modelli comportamentali, l'individuo si muove in maniera differente all'interno della società a seconda del contesto sociale in cui si trova.
L'interiorizzazione permette al soggetto di creare un'immagine ben precisa di sé grazie all'importanza che hanno i giudizi, gli atteggiamenti, i valori e i comportamenti degli altri sui noi stessi.
Dal mio punto di vista la Famiglia, come nucleo primario della società, da gran parte dell'impronta identitaria. Il secondo livello identitario è gestito da Scuola o Strada. I due Mondi sono in eterno conflitto su tanti temi.
Il terzo livello è composto da Società e Sé (elementi chiave).
Gli elementi chiave presentano una dinamica particolare, si trovano di fatto ad ogni livello.
L'identità in primis come prospettiva di sé, in seconda (ma non per questo meno importante) analisi come visioni che gli altri hanno della persona. Ne esce un labirinto di identità. In realtà l'identità è di per sé un labirinto, un elemento complesso da ricercare sempre.
Ovviamente sarò risultato incompleto, ma l'essere di una teoria talvolta va valutato dell'incompletezza intima del cosmo descritto.
Marco de Franchi, "Il giorno rubato"
Il giorno rubato
Marco de Franchi
2013, La Lepre edizioni
pp 334
16,00
La collana Fantastico italiano, diretta da Luigi De Pascalis per la Lepre edizioni, si occupa di fantastico “con radici nella nostra cultura”. “Il giorno rubato” di Marco De Franchi entra a pieno titolo in questa categoria. La trama racconta l’irruzione massiccia del sovrannaturale nella vita quotidiana e lo fa basandosi sul patrimonio di tradizioni della città dalla quale l’autore proviene, cioè Roma.
Il personaggio principale, Valerio Malerba, è uno scrittore che sforna best seller alla Roberto Giacobbo, dove indaga fenomeni paranormali con razionale lucidità e scetticismo scientifico. Ma l’irrazionale, l’imponderabile, l’imprevisto piomba nella sua vita, sconvolgendola, scardinando ogni consapevolezza, ogni conoscenza e credenza pregressa, ribaltando lo scibile e la realtà del mondo così come appare. Tutto ha inizio da un giorno che non c’è, il 13 marzo 2007, un giorno rubato, sottratto, sparito nel nulla, un giorno nel quale non sembra sia accaduto niente, di cui l’intera collettività ha perso la memoria. Questo sarà il punto di partenza che metterà Malerba in contatto con presenze più che inquietanti e che di normale hanno ben poco, fino alla scoperta finale, deflagrante, è proprio il caso di dire.
Nelle sue ricerche, Malerba attraverserà e scoprirà una città sotterranea, misteriosa e sconosciuta ai più, facendo rivivere antichi credi pagani come il culto di Mitra, e quello della Mater Matuta, che non è, come si può pensare, la benefica adorazione della Grande Madre, bensì un rito ancora più remoto, fatto di entità maschili e malvage, venerate da popolazioni stanziatesi sui colli laziali prima dell’avvento di Roma.
“Possiamo dire che la Grande Madre è stata la prima espressine umana di quelle terribili e incomprensibili divinità, un loro puerile annacquamento. Un tentativo per dare un nome all’incomprensibile. Il vero grembo da cui siamo nati è quello dei Grandi Antichi: un grembo cattivo, o nella migliore delle ipotesi indifferente. Una madre matrigna cui sacrificare e sacrificarsi, ma invano.” (pag 215)
La stessa madre matrigna di Leopardi, a ben guardare: energie telluriche indifferenti, appena leggermente curiose eppure, alla fine, capaci persino di stupirsi del male che noi uomini siamo in grado di compiere, laddove loro non hanno intenti né morali né immorali nei nostri confronti, così come noi non li avremmo verso un manipolo di formiche.
Se c’è un difetto nel romanzo (ma è anche una caratteristica peculiare) è quello di aver voluto “far tornare tutto”, mettendo forse troppa carne al fuoco, mescolando cose fra loro dissimili, dagli zombie ai Cancellatori - che ci ricordano un poco i Dissennatori della Rowling - al finale fantapolitico, ma il meccanismo è comunque molto ben congegnato e avvincente.
“In questo Piano Zero io credo che si muovano alcune “energie”. Non en conosco la natura o l’origine, e non saprei definirle diversamente. Ma esistono, è un fatto, e ormai ne avrai avuto ampia prova. Forse anticamente venivano adorate come divinità e man mano che il mondo s’è avvicinato all’era moderna hanno cambiato nome e forma, rimanendo però le stesse: demoni, fantasmi, antimateria, particelle di Dio, bosone di Biggs, chiamale come vuoi.” (pag 253)
L’autore, come tutti noi del resto - ma ancor più per il mestiere che fa – non capisce il mondo che lo circonda, sempre più teatro di violenze, di follia, di un disegno scellerato. Tragedie familiari, delitti, attentati, si susseguono, si accavallano, si moltiplicano sempre più, trascinando la società civile verso il baratro, verso il centro del maelstrom.
A contrastarli c’è il personaggio di Malerba, frutto di una mente creativa “serena”, incontaminata dal ruolo che svolge, disegnato con un linguaggio pacato, in una medietà che non è banalità ma, anzi, frutto di equilibrio, di eleganza, di pulizia e misura.
La parte più intrigante della storia, ribadiamo, non sono tanto le vicissitudini di Malerba, per altro un poco ripetitive, ma piuttosto la rappresentazione di una Roma notturna, minacciosa. Ci si sposta attraverso templi, piazze, strade semivuote ed echeggianti, dalla sede dell’antico Foro Boario, alla Bocca della Verità, al mitreo sotterraneo, ai vicoli e vicoletti dove si materializzano allucinazioni di piccole librerie polverose che appaiono e scompaiono. Lasciandoci cullare dalle libere associazioni, ci viene in mente la via Margutta del mitico sceneggiato “Il segno del Comando”, (1971) per la regia di Daniele D’Anza.
La storia si fa divorare e questo per noi è, e resterà sempre, un valore. In cosa consiste il piacere della lettura se non nel desiderio di girare pagina, di sapere che accade di là, nel segreto godimento al pensiero di riprendere in mano il libro nel punto in cui lo avevamo lasciato? È ciò che ci spingeva alla lettura da bambini ed è ciò che mai dovremmo perdere, in barba a tutti gli intellettualismi del mondo.
Per concludere, diciamo che tirare in Ballo Dan Brown di “Angeli e Demoni” o Stephen King può apparire scontato e per qualcuno può addirittura non essere un complimento, ma è confortante che non si sia più obbligati a pescare all’estero e, finalmente, si cominci anche da noi a produrre della buona narrativa di genere, scritta con passione evidente e senza sciatteria.
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La collana Fantastico italiano, diretta da Luigi De Pascalis per la Lepre edizioni, si occupa di narrativa di fantasia "con radici nella nostra cultura". " Il giorno rubato " di Marco De Franchi ...
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