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Il dente da latte di Adriana Pedicini

9 Agosto 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto

Il dente da latte

Racconto breve di Adriana Pedicini

Quell’anno l’inverno era stato particolarmente rigido, ma breve; già ad aprile le grandi pianure ucraine si erano spogliate dell’abito bianco della neve come spose pronte all’incontro d’amore della prima notte di nozze. Dappertutto scie di aria tiepida s’incuneavano tra nuvole svogliate che andavano diradandosi all’orizzonte per effetto dell’evaporazione. La giornata era ideale per portare i bambini al parco; gli operai avevano smesso colbacchi e cappotti, ai piedi ancora stivali di gomma per aver ragione del fango che ancora era alto sulle strade di terra battuta. Ma almeno chi aveva la fortuna di raggiungere in auto il luogo di lavoro, perché distante da dove viveva, non doveva temere i rischi del congelamento del motore per temperature sotto lo zero.

Tra poco la città sarebbe apparsa in tutto il suo splendore primaverile, faticosamente conquistato, dacché piante e fiori dovevano superare il trauma del gelo invernale. Ma la vita prevale sempre in natura, tutti lo sapevano, né s’immaginavano che la nera signora stava con beffardo sogghigno affilando tra alte lingue di fuoco le armi per falciare i fiori tutti della cittadina operosa.

Gli echi della grande Kiev, moderna e gaudente, non scalfivano la vita del paesino che aveva alle spalle, nemmeno troppo lontano, una specie di vulcano, né bello, né brutto, con quattro crateri in grado di assicurare energia per quasi tutto il territorio.

Tolik aveva appunto assunto il ruolo di cicerone col suo migliore amico Sasha, prima di apprestarsi alla grande cena, con l’intenzione di descrivere un po’della centrale mentre sua moglie Liuda sistemava i fiori di cui era stata omaggiata sul grande tavolo tra i cioccolatini e i dolci che lei stessa aveva preparato. Dei piccoli pampushki al burro e delle fette di torta salata aspettavano solo l’inizio della degustazione. Il resto veniva da sé.

Mentre ancora pigramente lo spezzatino sbolliva nella pentola, Liuda sistemava le ultime cose sulla tavola. Aveva pensato a tutto.

Ad un tratto un tremolio, un acre odore di fumo, un boato. Non ci fu più luce e non ve ne fu per parecchi mesi e per moltissimi non tornò a brillare. Così in un momento, senza preavviso mentre l’odore di carne bruciata in cucina e quello dei corpi carbonizzati fu un tutt’uno.

Morirono tutti. Attraverso il denso fumo e la polvere caliginosa a stento, come in una vecchia foto in nero di seppia sbiadita dalla luce e dal tempo, s’intravedevano resti disintegrati di forme umane avvizzite dall’enorme calore che la fiamma continuava a sprigionare dalla ciminiera dopo l’esplosione. La maggior parte di essi era irriconoscibile, altri resti, trovati a cinquanta chilometri di distanza, avevano sui corpi prosciugati come grinzose mummie egiziane i segni delle bruciature che scintille radioattive avevano provocato a guisa di puntini luminosi e fluorescenti che vengono giù dalla deflagrazione dei giochi pirici.

Un alito fetido di morte aveva annullato tutto, in un attimo, senza preavviso, ma non il ricordo al mondo di un villaggio popolato ora di fantasmi.

Non resse lo sguardo il Dottor Moisey Tolchinsky, quando si recò all’ospedale del piccolo centro per eseguire le prime autopsie trascorsi i giorni di quarantena.

Molti soccorritori si erano recati sul luogo dell’incidente alcuni mesi dopo per bonificare l’area e mettere al sicuro l’impianto. Non avevano tute isolanti adeguate e ciò molto probabilmente diede luogo a una morìa di persone, a causa dell’intossicazione radioattiva, come mosche insonnolite dal DDT che pigramente vanno a morire dove capiti. Era nota la causa scatenante, anche se il colpo mortale si dislocò per essi nei vari organi e tessuti, soprattutto nel sangue.

Bill, figlio di madre americana, era ancora goloso di latte, nonostante i suoi cinque anni. Si riempì di iodio-131 fino a morirne.

“Bill, Bill, rispondimi bambino! Sì, sei tu, sei tu…! Ti fa ancora male quel maledetto dente da latte? Avevi ragione a non toglierlo”.

-Prima o poi cadrà sa solo- dicevi! -Ho paura dei ferri, ho paura dell’ago! Non voglio, non voglio!-.

“Dormi bambino, domani mangerai di sicuro un syrniki più soffice. Mi raccomando, che ci sia tanta panna, come piace a te”.

Nella piccola culla in ferro battuto un lenzuolino bianco senza orli fu teso a coprire i miseri resti. Forse più l’amore per quello che era stato il bambino che l’effettiva riconoscibilità del suo cadavere ridotto a un a larva avevano spinto Moisey a riconoscerne le fattezze.

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Pier Paolo Pasolini, "Il sogno di una cosa"

7 Agosto 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Pier Paolo Pasolini

Il sogno di una cosa

Garzanti, 1962

Pier Paolo Pasolini scrive Il sogno di una cosa dopo Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), dopo le poesie di La meglio gioventù (1954), Le ceneri di Gramsci (1957), L’usignolo della Chiesa Cattolica (1958) e La religione del mio tempo (1961). Narrativa civile allo stato puro, introdotta da una citazione di Karl Marx: “Il nostro motto dev’essere dunque: riforma della coscienza non per mezzo di dogmi, ma mediante l’analisi della coscienza non chiara a se stessa, o si presenti sotto forma religiosa o politica. Apparirà allora che il mondo ha da lungo tempo il sogno di una cosa...”. Il lettore capisce subito il pensiero dell’autore, i personaggi sono funzionali alle cose da dire, al fatto che l’uomo ha pressante e indilazionabile il sogno d’una cosa, il sogno del socialismo, della giustizia, della vera uguaglianza, del lavoro per tutti e di una ripartizione dei beni secondo meriti e bisogni, senza lo sfruttamento capitalistico del plusvalore. Pasolini è condizionato dal discorso economico e dalla valutazione marxista della realtà ma non rinuncia a fare poesia, ché quella è la sua vera cifra stilistica. Racconta due anni di vita in Friuli, a Casarsa, il luogo dove ha trascorso adolescenza e fanciullezza, dal 1948 al 1949, attraverso le vicissitudini di alcuni ragazzi del popolo - Nini, Milio, Eligio, Germano - che sognano un mondo dove ci sia giustizia e lavoro. Si sentono comunisti, ma - come diceva Gaber - solo perché essere comunisti è il solo modo per cercare di cambiare le cose e perché pare l’unica idea politica che contiene un sogno di giustizia sociale. I ragazzi emigrano di nascosto in Jugoslavia perché sono convinti che in un paese comunista potranno vivere liberi, lontani da una terra che ha riciclato al potere vecchi gerarchi fascisti. Sarà cocente la loro delusione quando si renderanno conto che in Jugoslavia tutto è razionato, si muore di fame più che in Italia e il lavoro scarseggia. “Quando lo faremo noi il comunismo, lo faremo meglio”, dice uno dei ragazzi mentre medita il ritorno in Italia. Pasolini è tra i primi scrittori italiani a citare le foibe e a criticare il socialismo reale, la concretizzazione di un’idea, il tradimento del sogno d’una cosa. Milio racconta la sua esperienza di emigrato in Svizzera, “un paese dove c’è lavoro e i contadini sono più ricchi dei nostri, ma sono avari, mangiano peggio e non si divertono mai”. La nostalgia della terra natia è forte, sia in Svizzera che in Jugoslavia, le proprie abitudini, le ragazze italiane, i balli all’aperto nei primi giorni d’estate, le feste dopo il lavoro, le passeggiate, sono tutte cose che mancano. La Svizzera è un paese triste per i giovani italiani emigrati, tutti hanno la radio e il telefono, ma dopo il lavoro nessuno esce, si rintanano nelle case e attendono il giorno successivo. La malinconia e il ricordo d’una vita dove si soffriva la fame ma c’era solidarietà, allegria, voglia di stare insieme - era questa l’Italia del dopoguerra, pare passato un secolo! - spinge gli emigranti a tornare. Al ritorno li attende la lotta per il posto di lavoro, il partito comunista che organizza le rivolte dei braccianti agricoli in Friuli per far applicare il lodo De Gasperi e ottenere nuove assunzioni. È un’Italia simile a quella che dipinge Guareschi in tono scanzonato, anche se Pasolini è più elegiaco, a tratti persino deamicisiano, ma non rinuncia a mostrare situazioni che fanno convivere Stalin e il Crocifisso. Un’Italia nella quale una ragazzina cattolica innamorata di un comunista va dal prete a confessarsi perché crede di commettere un peccato. “Avrà tempo per cambiare idea. Non importa se è comunista, basta che sia un bravo ragazzo”, risponde il prete. Pasolini descrive il mondo della sua meglio gioventù, il mondo lirico delle sue poesie in dialetto friulano, con pennellate descrittive fantastiche, con passaggi cinematografici esaltanti, tra canzoni popolari e le note spavalde di Bandiera rossa. E poi ci sono le donne - Rosa, Pia, Cecilia - i loro amori, i sogni, la lontananza dalla politica, la fede in Dio, la voglia di costruirsi una famiglia e di viverla quella vita che hanno avuto in dote, esigendo il rispetto dei diritti. L’amore tra Pia e il Nini sboccia selvaggio e improvviso proprio mentre Cecilia, tradita dal suo uomo, decide di farsi suora. E poi c’è un finale struggente, commovente, segnato come in Accattone, dalla morte di Eligio, consumato da un male terribile contratto in miniera. Rivede i vecchi amici un’ultima volta e ha appena il tempo di pronunciare due parole: “Una cosa! Una cosa!”. Gli uomini passano ma il sogno resta, sembra dire l’autore, ci sarà sempre qualcuno disposto a lottare per il sogno d’una cosa. Un romanzo da riscoprire che si legge tutto d’un fiato, un autore che ha dato il meglio di se stesso alò cinema e in poesia, ma che sapeva essere anche un abile narratore e sceneggiatore di storie. Il sogno d’una cosa è uno di quei libri che ti restano dentro e che ti vaccinano contro il nulla imperante della letteratura italiana contemporanea.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Piccoli editori crescono, Edizioni Anordest invade il mercato

6 Agosto 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Ci sono piccole realtà editoriali che meriterebbero il successo, non fosse altro per l’impegno da talent-scout e per la cura con cui confezionano nuovi libri. Sappiamo che non è facile perché la concorrenza è agguerrita, ma soprattutto perché in Italia si legge poco e male, soprattutto si leggono libri inutili, spesso proposti a suon di classifiche e di strombazzamenti mediatici dalla grande editoria. Spezziamo una lancia, allora, in favore della piccola editoria e sfogliamo i libri che in questo torrido mese di agosto ci sono stati recapitati da Edizioni Anordest di Villorba. Ce n’è per tutti i gusti, dal fantastico al minimalista, passando per romanzo di formazione e genere sentimentale.

Danilo Arona è un nome che tutti gli amanti del fantastico conoscono, anche se - come lui stesso mi ha confidato una volta - scrivere fantastico in Italia è come vendere gelati al polo. Arona ci prova ancora, comunque, con Io sono le voci (pagine 358 - euro 12,90), inquietante thriller dalle atmosfere sadiche e morbose, ispirato dal suo amore per il cinema horror nordamericano. Se Arona fosse statunitense avrebbe fatto successo da un pezzo, oppure scriverebbe libri per Stephen King, ma in ogni caso i suoi libri vengono pubblicati da editori di tutto rispetto, anche Anordest è ben distribuita, inoltre dispone di uno zoccolo duro di lettori che lo segue. Io sono le voci non è il solito romanzo sul solito serial killer, né la solita indagine poliziesca condotta dal solito commissario di polizia. Se amate le cose originali, leggetelo. Altrimenti vi consiglio l’ultimo lavoro di Faletti oppure Dan Brown, anche se già li conoscete.

Marco Candida è una scoperta di Giulio Mozzi, diamo a Cesare quel che è di Cesare, che per primo l’ha pubblicato a puntate sulla rivista on line Vibrisse. Per una volta sono d’accordo con lui e sono felice di aver consigliato all’editore trevigiano di pubblicarlo, anche se di questo non compare traccia da nessuna parte. Invece che Candida sia una scoperta di Mozzi viene messo in bella evidenza sulla fascetta di copertina, citare il nome del noto insegnante di scrittura creativa pare che serva a vendere copie. Magia da Re Mida. Ricordo un verso di Vecchioni: “Scambiare al mattino tutto Moravia per un Paperino/ oppure far credere alla gente che chi mi compra è intelligente”. Il ricordo di Daniel non è un romanzo facile, parte dall’amnesia di un uomo di 32 anni che cerca di ricordare il suo passato mentre si lascia soggiogare da una realtà piena di dubbi angosciosi. Un romanzo sulla ricerca interiore, sulla crisi d’identità personale e delle nuove generazioni, molto pirandelliano, da meditare al posto del solito Camilleri o di un Baricco d’annata.

Annick Emdin, invece è una mia scoperta, direbbe Pippo Baudo, e anche qui - visto che non lo dice nessuno - me lo dico da solo. Anordest pubblica l’intenso Lividi, un romanzo d’amore e rabbia, insolito, pasoliniano, non convenzionale, scritto con stile cinematografico, teatrale, tagliente, efficace. Sangue e lacrime, sesso e orrore, angoscia e passione, personaggi che si muovono come allucinati derelitti del presente in una New York cupa e perversa. Annick è nata nel 1991, ha un futuro davanti, ma al suo attivo ha già un sacco di lavori come scrittrice e regista di teatro. Il Foglio Letterario ha pubblicato la sua opera prima: Tempesta elettrica, nella prestigiosa collana Demian diretta da Sacha Naspini e Federico Guerri (insegnante di scrittura di Annick). Il romanzo che amo meno tra le nuove proposte di Anordest è Smalltown Boy - un’altra storia d’amore di Marco Campogiani, ma è un mio limite, non mi appassionano le storie sentimentali, che invece vanno di gran moda. Il romanzo è stato finalista al Premio Calvino, è ben ambientato a Urbino ed è zeppo di citazioni musicali, inoltre lo stile di Campogiani non ha niente a che vedere con quello di Federico Moccia. Basterebbe questo per convincerci a comprarlo. Sceneggiatore e regista, ha vinto il premio Salinas, ha scritto e diretto La cosa giusta (2009). Se amate le storie d’amore giovanilistiche (non è in senso dispregiativo) è il libro che fa per voi.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Maria Vittoria Masserotti

5 Agosto 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto, #maria vittoria masserotti

“L’imbuto” di Maria Vittoria Masserotti è un racconto sorprendente, tutto incentrato su di un’unica metafora: l’imbuto.

Dapprima simbolo di una vita che appare agli sgoccioli, senza slanci né passioni, logoro strumento di un lavoro che non offre più nessun piacere, stretto da mani annoiate, privo di splendore come il matrimonio fallito del protagonista, esso viene poi, all’improvviso, ribaltato in un sol colpo, diventa l’opposto, concede inattese visioni di uscita dal tunnel.

Claudio è un “vinto”, un triste fantoccio ricoperto da una patina di rassegnazione, piccolo uomo che vive la routine del lavoro e della solitudine subita, con le spalle curve, soffocando e celando rimpianti, quasi vergognandosi di possedere ancora mille emozioni.

La sua è la generazione delle speranze deluse, delle rivoluzioni solo sognate, degli ideali di rinascita e mutamento. Ma il mondo in cui vive non è, appunto, quello sognato, le nuove generazioni di studenti sono diverse, lontane da come le ricordava, e lui si sente vecchio, con addosso l’odore “stantio e umido” della pensione, come se fosse “di fronte ad un imbuto dalla parte del cono”.

Ma l’uomo-ombra, lo sconfitto, l’uomo senza futuro né prospettive, riserverà una sorpresa: un riscatto dal fallimento, una rivalsa verso le apparenze e la inconsapevole dissimulazione: colpo di scena condotto con abilità narrativa. Ed ecco il finale, dove il grigiore si svela solo apparente, quasi maschera, o inganno perpetrato ai danni propri e altrui.

Molto bella la prima parte, che racconta di lezioni svogliate, di pensieri inconfessabili, di ricordi di un tempo - prima che, ancora una volta, l’imbuto si capovolga e le prospettive mutino – durante il quale lui era “dall’altra parte”, quella della classe.

“Così come l’idea che i professori vivessero solo in quella classe, in quell’ora, tutto il resto aveva solo contorni sfumati.”

È una racconto piacevole, che avvince, con improvvise interruzioni e inserimenti di stralci di pensieri, frammenti di visioni interiori che si confondono e si accavallano alle immagini percepite, il tutto realizzato con maestria e scritto con stile preciso, svelto, mai noioso.

Patrizia Poli e Ida Verrei

L’Imbuto

Claudio alza gli occhi al cielo per un attimo, dimenticandosi dell’imbuto.

I suoi alunni sono tutti chini nel tentativo di riprodurlo, sanno che hanno un’ora di tempo poi lui lo girerà, così dovranno copiarlo di nuovo per un’ora.

Un’ora non passa mai, a volte. Anche se a volte corre come un treno, dipende appunto dalla prospettiva dell’osservatore, come per l’imbuto.

Per lui un’ora trascorsa nel Liceo Artistico di Lucca è un tempo infinito, non prova più nessun piacere nell’insegnare e si sente maledettamente in colpa per questo. Quand’era agli inizi, pieno di furore docente, si sentiva quasi un dio di fronte a quella platea di discenti, secondo lui, pieni di desiderio di imparare. La realtà gli aveva mostrato un altro mondo giovanile, dove c’era una profonda coscienza dei propri diritti e nessuna dei propri doveri, come se tutto fosse dovuto e non il risultato di un impegno, di una volontà di percorrere il sentiero della conoscenza.

Anche di questo si fa una colpa, lui e la sua generazione di rivoluzionari che volevano cambiare il mondo. Il mondo è cambiato ma non è sicuro che il risultato gli piaccia.

Si alza dalla cattedra e va a girare l’imbuto, è passata un’ora.

Ora in primo piano c’è la parte più stretta, una speranza di uscita dal tunnel, al di là dello stretto cilindro si intravede l’apertura di un cono, un senso meraviglioso d’ampiezza.

Si risiede e guarda il cielo.

Un suono violento gli deflagra nella testa: la campanella.

Se i ragazzi sapessero che lui desidera quel suono quanto loro! Se non di più.

Questo desiderio gli è rimasto impresso da quando lui era un alunno. Così come l’idea che i professori vivessero solo in quella classe, in quell’ora, tutto il resto aveva solo contorni sfumati. Non avevano una casa, una famiglia, né emozioni se non quelle di interrogare, dare voti e, a volte, spiegare.

Lui invece ora sa. Sa di avere una casa, una famiglia e milioni di emozioni e di alcune si vergogna profondamente.

I ragazzi sciamano festosamente e lui raccoglie l’imbuto, protagonista di centinaia di lezioni, per conservarlo in sala professori, nel suo cassetto, suo ormai da più di trent’anni.

Perfino l’imbuto mostra segni di logoramento! Il metallo nella giuntura ha qualche accenno di ruggine e quello splendore, quella lucentezza, che ha fatto ammattire tanti studenti nel tentativo di riprodurlo con il chiaroscuro, non è più così brillante, come la sua vita. In fondo gli oggetti che ci appartengono finiscono per somigliarci, come si dice dei cani, che prendono le sembianze del padrone, o viceversa.

Ci vorrà presto un imbuto nuovo.

Ci vorrà una vita nuova.

Sospira.

Arrivato in sala professori, apprezza come sempre il silenzio dopo il ronzio di cinque ore di lezione.

Il martedì è il giorno peggiore. Cinque ore di lezione e tre classi di volti annoiati, di creste tinte di viola o di verde, di pantaloni al limite del sedere, di ombelichi in bella mostra, di orecchini e “piercing” sparsi per ogni dove. Ci sono volte che tutto questo lo fa sentire vecchio.

Oggi è proprio di umore tetro.

Chiude il cassetto e saluta i colleghi, vede sui loro volti perplessità, perfino noia, non sono meglio di lui. Ben magra consolazione.

Forse se loro fossero diversi lo sarebbero anche gli alunni?

Esce, salutato dai bidelli e sono ormai le due.

Ha fame ma nessuno con cui mangiare.

Si incammina per via Finlungo, deciso a prendersi un pezzo di pizza e di mangiarselo sulle mura.

È la fine di febbraio, è vero, ma c’è un solicchio invitante e, soprattutto, non ha nessuna voglia di tornare a casa.

La casa è vuota. Milena l’ha lasciato, anche se, a dire il vero, è lui l’artefice di quella rottura, improvvisa quanto prevedibile.

L’aria frizzante e cristallina è un dono per Lucca, spesso soggetta a brume acquose che ti entrano nelle ossa e nell’anima, in quelle ossa che lanciano segnali che sembrano il ticchettio dell’orologio e tengono conto del tempo che passa. I sessanta si avvicinano, sente odore di pensione e non è un odore pulito, sa un po’ di stantio, di quel particolare umido che si sente solo al cimitero.

Presa la pizza, si siede su una panchina dei bastioni. Da lì si scorgono i tetti rossi, i campanili.

C’è pace. È strano, ma qui, pur essendo in città, si sente libero come quando va in campagna, lontano dal brulichio degli studenti, dalla prosopopea dei colleghi, dalle mura di qualsivoglia edificio che lo fanno sentire come se fosse di fronte ad un imbuto dalla parte del cono, con la prospettiva di un lungo cilindro buio del quale non vede la fine.

Mangia lentamente, anche se la pizza si sta freddando, beve la birra dalla lattina e comincia a sentirsi meglio. Riesce a fare un lungo respiro a pieni polmoni, non si è reso conto di aver fatto tutto il giorno piccoli respiri, rasentando l’apnea.

Tornerà a casa, alla fine, deve valutare gli elaborati dei suoi studenti della terza B, che domani si aspettano i risultati. Con passo lento va a recuperare la macchina, parcheggiata come sempre fuori le mura. Si rende conto che gli fa piacere tornare a casa, il pasto all’aria aperta l’ha rinfrancato. Sa di amare la sua casa, è riuscito a farla a sua immagine e somiglianza, anche se lui, romano, non ha ancora, dopo tutti questi anni, accettato di essere cittadino di una città così chiusa come Lucca.

Sotto casa c’è sempre il problema del parcheggio, ma oggi ha fortuna e trova un posto proprio davanti al portone. Mentre cerca le chiavi di casa vede Luigi, fermo di spalle davanti al suo portone che si guarda nervosamente in giro.

- Ah, Claudio… Ti stavo cercando! Ma che fine hai fatto? Non hai lezione fino alle tredici e trenta? Sono le quattro!

Quando Luigi è agitato parla a raffica, sbocconcellando le parole e infilando nel discorso punti interrogativi ed esclamativi in quantità industriali. Claudio fa fatica a capire ed una volta messi a posto i punti, si sente irritato dal modo di fare dell’amico, sente un che di inquisitorio.

- Ho mangiato fuori, perché? - Si mette sulla difensiva, come sempre, quando per qualche motivo si sente preso in castagna e diventa duro e pungente.

Luigi fa un gesto, come per asciugarsi un ipotetico sudore.

- Come perché? Oggi è martedì, te lo sei dimenticato? Non so che cosa tu abbia in questi ultimi tempi, se fossi ancora giovane ti direi che ti sei innamorato!

- Perché, che succede il martedì?

- Non “il” martedì, ma “questo” martedì!!

Nella testa di Claudio si accende una lucina, troppo sfocata perché lui possa riconoscerla.

- E va bene, mi sono dimenticato! – dice, mentre un’inspiegabile rabbia lo travolge – Che mi vuoi picchiare?

Luigi a quel punto avrebbe veramente voglia di picchiarlo. Inghiotte e respira.

- Alle cinque abbiamo appuntamento con Consoli e sai che lui è sempre puntuale!

- Giusto, Consoli!

Claudio si rende conto che ha rimosso totalmente la faccenda e questo, direbbe Freud, è un fatto significativo. L’inconscio rimuove quello che ci disturba, una rimozione grave e gravida di significato, soprattutto se Consoli è l’avvocato di sua moglie e l’argomento è la loro separazione!

- Dai Luigi, andiamo su un attimo, faccio presto!

A questo punto Claudio si rende conto di avere, non sa come, ancora in mano l’imbuto.

“Oh mamma mia” pensa “non posso credere che ho girato tutto questo tempo con l’imbuto in mano! Ho mangiato, sono andato in macchina con l’imbuto! Ma perché non l’ho posato nel mio cassetto in sala professori?”

Gli viene il sospetto che il suo umore, l’imbuto, la pizza sulle mura non siano altro che una forma di difesa da quello che doveva accadere nel pomeriggio.

Un po’ stralunato sale le scale ed apre la porta, facendo strada a Luigi. La sala in cui entrano, un soggiorno con angolo cottura, è un caos pieno abbozzi di quadri su cavalletti, tavolozze imbrattate di colori, tubetti di colore ad olio aperti e ormai rinsecchiti, pennelli appiccicosi e barattoli aperti pieni di trementina. Qua e là spuntano cartoni vuoti di pizza, contenitori vuoti di alluminio e fogli di carta stagnola che riflettono tutto quel colore. L’odore stagnante è fortissimo.

Luigi si guarda intorno desolato ma ha la delicatezza di tacere.

Claudio, per niente turbato dallo stato in cui versa il suo appartamento, va in camera da letto, si toglie il cappotto ed il maglione, prende a caso una cravatta, la infila e tira fuori dall’armadio una giacca che non vede la lavanderia da tempo.

- Sono pronto! – dice. Riafferra il cappotto, cerca le chiavi e spinge Luigi, sempre basito davanti a quel caos, fuori dalla porta.

- Claudio, potresti almeno aprire le finestre, ogni tanto! - Non ce l’ha fatta a tacere fino in fondo il suo amico Luigi, avvocato, doppio petto fumo di Londra, camicia azzurra e cravatta bordeaux.

Arrivano allo studio di Consoli puntuali come una cambiale, diceva suo padre, le cinque e zero minuti. Milena è seduta davanti alla scrivania di Consoli, dove ci sono altre due sedie per lui e Luigi. Dopo i saluti di rito, cominciano le danze. Milena ha gli occhi bassi, è imbarazzata e triste. Porta un cappotto viola che non le dona, ha il viso senza trucco, sembra che non presti nessuna attenzione a se stessa ma neanche al mondo che la circonda. Claudio si rende conto di guardarla come un personaggio di un serial televisivo, il volto è familiare ma non si ricorda la trama, non sa quale sia la parte che sta interpretando. La loro vita insieme era cominciata con i fuochi d’artificio dell’avventura, della scoperta di quel mondo sconosciuto che è l’amore ed era affogata in un lago di silenzio.

Lui odia le questioni burocratiche, di questo ormai si tratta, si guarda intorno annoiato in quello studio mastodontico, forse per rappresentare il peso della legge, una sorta di “dura lex sed lex”, oppure per impressionare il cliente. Non sente quello che si dicono gli avvocati, è come se avesse le orecchie ovattate, come se si trovasse sotto una campana di vetro.

Lui e Milena tacciono, evitando di guardarsi. Gli ritorna in mente la pazienza, l’amore di lei che si era sgretolato a poco a poco per colpa sua, della sua incapacità di dipingere, di creare quel quadro perfetto che è da sempre nella sua testa ma che non è mai stato nelle sue mani. Ne aveva dipinti decine, rincorrendolo senza riuscire mai ad afferrarlo, senza cogliere quella luce, quella vibrazione di vita che sentiva in ogni sua cellula.

Si scuote, gli mettono delle carte davanti. E lui firma, firma, firma…

E’ finita, almeno in attesa del secondo round.

Per fortuna per strada il freddo è uno schiaffo violento, deve essere tragico separarsi d’estate. Luigi gli propone di andare a cena da lui per non lasciarlo solo proprio quella sera.

- Tranqui, come dicono i miei alunni, sono sempre solo e questa sera non è diversa dalle altre.

Rimonta in macchina, infila la chiave nel cruscotto e fissa il lampione lì davanti per un lungo infinito attimo. Sa di aver mentito all’amico, sa di non essere nulla di quello che sembra, sa che neanche lui sapeva di essere quello che è.

Non è solo, non più.

E mentre accende il motore pensa al suo amore che tra poco vedrà, bello, biondo e giovane.

Maria Vittoria Masserotti

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Effimera

4 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

La palude ancora avvolta dall’umidità dell’alba, lei ha appena districato le sue ali e ora le spiega, tremanti, osservandole in controluce, sorpresa e grata.
Ne ha quattro, due dinanzi, più sviluppate e forti, e due dietro, deboli ma complete.
Non sa di essere una mediocre volatrice. Tende le ali e spicca il suo volo, colma di desiderio, d’aspettativa, di promesse. È giovane e forte, ha tutta la vita davanti.
Le antenne, corte e sensibili, la guidano. Si libra emozionata sopra l’acqua dolce e traslucida, che lascia intravedere il fondo melmoso dove vivono creature ed alghe. Cibo per altri, ma non per lei, che non può perdere tempo a nutrirsi, che ha lasciato bocca e stomaco nella lunga metamorfosi, in quell’altra vita di cui ricorda solo un lento maturare dello scopo.
Vola più alto, in cerchi sempre più ampi.

Il sole estivo brilla nel cielo ed asciuga tutta la brina.
Ora sbatte più forte le ali, quasi frenetica. Sa che la vita è un dono e non va sprecata, sa che ha una missione da compiere, un fine nobile che la trascende.
Il suo desiderio divampa. È un’emozione che spinge, che urge, che esorta. È matura adesso, piena di vita, si sente davvero pronta, e allora diventa incosciente, quasi folle nella sua ricerca.
Si azzarda ai confini della palude, poi torna al centro, si tuffa in picchiata, rasenta l’acqua con le ali, rischia quasi di affogare. Si scrolla, risale, pesante ed intrisa, ma più determinata che mai. Agita le ali, le asciuga nell’aria rovente del mezzodì, ritrova il ritmo del suo nobile, ininterrotto, volo nuziale.

Le ombre si allungano, l’aria rinfresca. Ci sono rondini predatrici, adesso, che la minacciano, deve stare attenta.
Il tempo è passato, inesorabile, le ali sono stanche. La vita ora pesa su spalle doloranti. Sa di non essere più quella che era al mattino.
Ha quasi un dubbio, mentre la luce scolora lentamente.
E se tutto fosse inutile? Se uno di quegli uccelli la inghiottisse ora? Che senso avrebbero, ebbene, quei voli in su e in giù?
Si ferma per la prima volta, incerta, librata sull’acqua. Riflette, tende le antenne che, ahimè, non sentono più bene come all’inizio, come quando era giovane. Osserva pensosa lo stagno appena increspato dalla brezza serale, una foglia di ninfea che galleggia come una zattera fiorita, un pesce argenteo sotto il pelo dell’acqua.
Ed è lì che succede, mentre, sospesa, ha smesso di cercare.
Capisce che è l’odore giusto, che è proprio quella particolare vibrazione.
Anche l’altro è stanco, anche lui, come lei, per tutto il giorno, per tutta sua la vita, ha volato ininterrottamente, senza sosta.
Si riconoscono, si avvicinano, si fondono, vibrano all’unisono, paghi e sfiniti. Ora sì, che tutto ha un senso, pensano riconoscenti.

È buio, ormai, ed è di nuovo sola. Si è posata su un filo d’erba che ondeggia dolcemente. Le sue vecchie ali fanno male, le antenne non sentono più.
Con l’ultima voce, tuttavia, lei canta ancora le lodi del Creatore, e lo ringrazia, commossa, per averle donato una vita tanto piena ed intensa.

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Dona sol

3 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Neri capelli come ala di corvo, tentacoli di medusa che spazzano le assi salate del ponte della Santa Esmeralda, elettrici, vivi come guizzo di torpedine. La tua mano, Pedro, me li sfiora, poi scende giù, fino al gomito esangue. Lascio cadere il colino, i piselli rotolano sul ponte, i gabbiani s’abbassano per beccarli.
Il cuore strutto di felicità, intreccio le mie dita alle tue. - E’ Dona Sol che voglio - tu dici - è Dona Sol che mi piace, non la figlia di Diego Fuentes.
Non sento più i gabbiani e m’insospettisco. Guardo giù, vedo il pavimento di casa mia. Niente assi, niente piselli che rotolano verdi e duri. Scendo dal letto.
Nello specchio c’è il solito ammasso traballante di carni marroni, il quotidiano strazio di rughe, non uno dei capelli del sogno, ma una lanugine che s’incrosta alle scaglie di sudore.
Affondo le unghie gialle nelle pieghe del viso, e piango con i miei occhi cisposi, perché ho sessantaquattro anni, Pedro, e tu ventitré.
Ti ha portato tua madre a calci su per la riva, dal pontile fino alla Casa, la pancia negra gonfia di fame, l’ombelico bitorzoluto, le cosce illividite. Ti ho lasciato nella stalla con tre focacce e la striglia, e lì sei rimasto, fino a due anni fa, quando ti ho visto lavarti all’abbeveratoio, nudo come tua madre ti ha partorito, col ventre lisciato dalle mie focacce e, fra le gambe, il bastone flaccido ma promettente, allegro.
Più allegro dei tuoi occhi cupi, dello sguardo di cane con cui segui la sorellastra Ursula, nata dal matrimonio di tua madre con Diego Fuentes, e cresciuta presto sotto questo sole, scalza e fasciata, che persino suo padre la guarda, quando si china a prender l’acqua senza mutande sotto la gonna.
Nella stalla vi ho visti, fra paglia ed ombra, le reni pallide di lei, i tuoi glutei neri, l’onda di marea che vi sommergeva, l’incestuoso ritmo di samba sgraziata, il marasma di odori muschiati su seni, ossa e carni giovani. C’ero anch’io, appollaiata sullo stipite.
Mi sono tornati in mente gli abbracci domestici, nella penombra della siesta, quando il Capitano, risalito il fiume con la Santa Esmeralda, si fermava la domenica. Fumavamo sul letto d’ottone - il ventilatore che ci ghiacciava le schiene madide, l’odore di DDT, le mosche morte nel bicchiere sul comodino - poi si scendeva a tirare il collo ad una gallina per cena.
Perfino la più vecchia delle mie galline ha ancora il suo gallo.
Stamani vorrei alzare le mie gambe anchilosate e mettermi a cavalcioni su di te, darti lo stesso piacere che ti dà tua sorella. I miei occhi scoloriti dal sole, sciacquati dal fiume, ti vedono come ti avrebbero visto vent’anni fa, ed il cuore desidera, il corpo si bagna.
Metto il vestito rosso di quando aspettavo il Capitano, e appanno lo specchio col mio fiato rancido, così non mi posso più vedere, ma, come nel sogno, immaginarmi coi fianchi svelti, i piedi d’uccello tenero, le mani dolci di lisciva.
Ecco, apro anche l’ombrellino da sole. Il pizzo sfarina come polvere di falena fra le dita, le stecche sono ammuffite, ma lo tengo su, alto, ritto sulla mia testa come allora, per te Pedro.
Chiudo gli occhi e, come stanotte, c’è la luna, le assi scricchiolano salate sotto le piante dei miei piedi nudi.
Ora non puoi dirmi di no, Pedro.

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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Franca Poli

2 Agosto 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto

La protagonista di “Uno sporco lavoro” di Franca Poli è una poliziotta come se ne vedono tante nei telefilm americani: è tosta, è scabra, è maschia nei modi di fare. Però è italiana e si ritrova alle prese con la triste, purtroppo ben nota, realtà degli sbarchi clandestini a Lampedusa. Si chiama Rachele e questo la dice lunga sull’ambiente in cui, probabilmente, è cresciuta, sulla sua ideologia di fondo. Compie il proprio dovere considerandolo dall’ottica del pre-giudizio, inteso come giudizio antecedente, a priori. Il lavoro che è costretta a fare non le va, subisce l’immigrazione, vive a disagio il contatto con il diverso, con l’altro da sé, sente insofferenza per la divisa che la infagotta, non sopporta i continui e improvvisi cambiamenti di programma, i colleghi maschi che ironizzano sulla parità pretesa dalle donne. E sfoga il proprio malumore con un “linguaggio da caserma”: “È un lavoro del cazzo…”, quasi si rammarica di aver vinto il concorso.

La spediscono a Lampedusa, ad accogliere la massa di disperati che lei non accetta. È imbevuta di pregiudizi, Rachele, di rabbia e intolleranza verso i “diversi” che arrivano a gonfiare le fila della malavita organizzata e che considera dei “rompicoglioni”. Ma quando si trova a dover soccorrere un gruppo di clandestini, “stremati, le guance incavate, gli occhi fuori dalle orbite", per la prima volta non brontola nel fare il proprio lavoro, e quando, poi, il caso la conduce ad affrontare l’emergenza di assistere una partoriente di colore, Rachele sente vacillare le proprie certezze, sente crollare difese e pregiudizi, e riscopre, attraverso le lacrime, la propria umanità negata. Sarà proprio a causa della prossimità con ciò che non conosce e non le piace, che capirà quanto il fenomeno immigrazione sia impossibile da contenere in un solo sguardo e in un solo parere. Il mondo con cui viene a contatto forzato è fatto, sì, di uomini dalla mentalità maschilista, arretrata - non molto diversa, tuttavia, da quella dei suoi stessi colleghi - ma comprende anche donne dall’aspetto elegante, dagli occhi tristi, dal coraggio animalesco, istintivo.

La donna nera partorisce una creatura indifesa, piccola, che ci sfida con l’audace caparbietà del suo stesso venire al mondo in mezzo a chi la rifiuta, addirittura dalle mani di chi la rifiuta. La mamma le imporrà il nome Rachele, legandola a chi l’hai aiutata a nascere, compiendo a ritroso un percorso inconsapevole che lega la nuova bimba a vecchi echi, fatti di guerre d’Africa, di regine nere, di veneri abissine. La madre stessa, da oggetto di derisione, assurgerà al ruolo di prima Madre, di Madonna col Bambino.

È un racconto ben strutturato e dal contenuto attuale che rende perfettamente le diffuse resistenze all’accettazione di realtà che ancora provocano rifiuto e diffidenza. Ci sono la rabbia, l’ansia, la paura, il sospetto che spesso dilagano di fronte al “diverso” sconosciuto, ma c’è anche la pietas, l’insopprimibile impulso al “dono di sé”, che va oltre il pregiudizio, oltre ogni irrazionale chiusura di mente e cuore. La storia è compiuta nel suo insieme, procede da un punto all’altro, da un inizio a una conclusione, lasciando intendere che esiste un prima e ci sarà un dopo, uno sviluppo, una trasformazione. Lo stile è funzionale alla narrazione, con qualche immagine forte che colpisce, come la vagina che sembra “inghiottire il bambino” invece di espellerlo.

Patrizia Poli e Ida Verrei

Uno sporco lavoro

“È uno sporco lavoro. Porcaccia Eva io non ci vado laggiù. Senza nemmeno interpellarmi poi… Non ci vado. No!”

Rachele si stava annodando la cravatta, era la cosa che più odiava della sua divisa. Si era già infilata i pantaloni e, come sempre, li aveva trovati larghi, deformi. La camicia era un po’stropicciata e con la giacca addosso, poi, si sentiva un sacco di patate.

“È un lavoro del cazzo!” imprecava mentre stava uscendo dallo spogliatoio femminile del reparto di Polizia dove era stata distaccata. Da quando si era arruolata, aveva acquisito anche il comportamento e il linguaggio tipico “da caserma”, glielo rimproverava sempre sua madre.

In mattinata aveva ricevuto l’ordine e sarebbe partita per Lampedusa. Sbarchi continui di immigrati imponevano rinforzi e, a turno, tutti i colleghi erano andati in missione per una quindicina di giorni. Ora toccava a lei.

Renato, il suo compagno di pattuglia, la vide uscire come una furia e subito capì quanto fosse arrabbiata: “Avete voluto la parità? Eccovi accontentate!”

Rachele non rispose, alzò semplicemente il dito medio e lo sentì allontanarsi mentre nel corridoio risuonava la sua risatina ironica.

“Stronzo! È colpa di quelli come te se ogni giorno di più mi pento di aver vinto il concorso” pensò.

Lei non si sentiva adatta a quell’incarico. Amava le indagini, era arguta e attenta a ogni particolare quando seguiva un caso, ma andare al centro di accoglienza per occuparsi di quelli che considerava dei “rompicoglioni” che dovevano restarsene a casa loro, lo riteneva insopportabile.

Arrivata suo malgrado a destinazione l’umore non migliorò. Al contrario vedersi attorniata da nordafricani che le lanciavano occhiate lascive, la infastidiva. La mandavano in bestia i sorrisini e le battute in arabo a cui non poteva replicare.

“State qui a gozzovigliare alle nostre spalle, col cellulare satellitare in mano, tute nuove, scarpe da tennis, magliette, cibo in abbondanza: ovviamente dieta rigorosamente musulmana, e pure la diaria giornaliera!” mentre si incaricava della distribuzione rimuginava e si rendeva conto senza vergognarsene che non era affatto umanitaria nello svolgimento del suo compito e non voleva assolutamente esserlo. Era sempre stata piuttosto convinta che non si potesse accogliere chiunque. La delinquenza in Italia era aumentata. I clandestini non erano prigionieri al centro, spesso alcuni se ne andavano e molti di loro finivano a rafforzare le fila della malavita organizzata. E, se era vero che non tutti i mussulmani erano terroristi, era pur vero che tutti i terroristi erano musulmani!

“È un cazzo di sporco lavoro! Ma datemene l’occasione e vi faccio pentire di essere venuti fin qua.” Pensava mentre uno di loro le faceva l’occhiolino.

Durante la notte segnalarono la presenza di un barcone in difficoltà al largo delle acque territoriali italiane e si doveva intervenire a portare soccorso.

“Perché, dico io? Lasciateli affogare o che rientrino in Africa a nuoto…” Arrabbiata più che mai a causa di questa emergenza durante il suo turno di lavoro, salì sulla nave per obbedire agli ordini e, quando fu il momento, instancabile come sempre, aiutò chi ne aveva bisogno. Avevano soccorso un barcone con 80 clandestini per lo più somali fra cui anche alcune donne. Li avevano aiutati a salire a bordo, passavano loro coperte e acqua. Alcuni erano stremati, le guance incavate, avevano gli occhi fuori dalle orbite e, per la prima volta, Rachele non brontolò nel fare il proprio lavoro.

Fu chiamata con urgenza dal medico di bordo. Una donna incinta stava partorendo e gli serviva l’aiuto di una donna.

“Lo sapevo io… Solo questa ci mancava. Proprio ora hai deciso di mollare il tuo bastardo?” E imprecò, come sempre, contro i superiori e contro la scarsa volontà politica di risolvere questo annoso problema.

Quando si trovò di fronte la donna con le doglie vide che era piuttosto bella. Alta, nera, ma con i lineamenti fini e delicati. Occhi grandi e scuri come la notte, sgranati per la paura e per il dolore , la fronte imperlata di sudore. Aveva gambe d’alabastro, lunghe e sinuose che si intravedevano da un caffetano di colore azzurro sgargiante aperto sul davanti, soffriva molto.

Il medico si doveva occupare di alcuni feriti e le chiese di stare vicino alla donna, di controllare la distanza fra una doglia e l’altra e di chiamarlo se l’avesse vista spingere.

“Calma Naomi!” le disse Rachele prendendola in giro per la sua leggera somiglianza con la bella indossatrice, “Non ti mettere a spingere proprio ora, capito?” le inumidiva le labbra con una pezzuola bagnata e quando la donna in preda a una doglia forte e persistente le strinse la mano, lei provò quasi un senso di ripulsa e voleva divincolarsi, ma la stretta era forte e allora strinse anche lei, mentre la donna emetteva un rantolo roco e continuo.

A un certo punto la partoriente inarcò la schiena e cominciò a spingere. Era quasi seduta con le gambe allargate e si teneva alle sue spalle con tutta la forza.

“Aiuto dottoreee! Presto venga, questa non aspetta più!!” chiamò Rachele cercando di attirare l’attenzione del medico.

La donna urlava e spingeva e Rachele, guardando fra le cosce allargate, vide spuntare la testa del bambino. Compariva e scompariva a ogni respiro. Un ciuffetto di capelli neri, che spingeva e allargava quel sesso deforme, arrossato, quasi a sembrare una bocca affamata che lo stava ingoiando e non espellendo.

“Dottore!! Presto...” la voce le morì in gola. Non c’era più tempo. Il bambino stava uscendo e allora Rachele prese la testina fra le mani e provò a tirare piano piano per agevolare lo sforzo della donna. Niente da fare, urlava la poveretta e parlava nella sua lingua chiedendo aiuto o chissà cosa altro. Allora si fece coraggio, infilò una mano dentro la donna, afferrò il bambino per le spalle e tirò con forza. Fu un attimo e tutto il corpo del piccolo, rosso e viscido di sangue scivolò fuori e la donna, stremata, si lasciò cadere all’indietro con un ultimo profondo sospiro.

Rachele si ritrovò con quell’esserino fra le mani e lo guardò: era una bambina. Nera come la pece e con gli occhi sgranati e grandi come quelli della madre. La prese e gliela poggiò delicatamente sul petto.

“Dottore!! Cazzo quando si decide a venire qua?” aveva ritrovato la voce e urlò con tutta la forza.

Il medico arrivò, si occupò della madre e della figlia, mentre Rachele, rapita, continuava a fissare gli occhi di quelle due creature. Così grandi e vuoti, così imploranti e tristi. Per la prima volta non era arrabbiata con loro, con i diversi, era solidale. Una donna come loro sola e arrabbiata e si sentì percorrere da un brivido di tenerezza e commozione.

“È un maledetto sporco lavoro” disse questa volta senza convinzione.

Stavano caricando la donna su una barella, erano al porto e un’ambulanza col lampeggiante la stava aspettando per condurla all’ospedale. Rachele si sentì prendere per una mano. Era la giovane mamma che la guardava e le faceva cenno, indicandola con l’indice puntato e con una muta domanda negli occhi.

“Non capisco… Cosa vuoi ancora?” le chiese infastidita e poi d’improvviso, un lampo d’intesa fra loro e capì.

“Rachele… Mi chiamo Rachele “ rispose.

Allora la donna che, fino ad allora, aveva solo urlato e pianto, sorrise illuminando la notte con i suoi denti bianchissimi. Sollevò la sua piccola bambina, puntandola verso di lei e stentando ripeté: “Rachele.”

Fu allora che le lacrime sgorgarono finalmente anche sul suo viso, Rachele piangeva a dirotto e cercando invano di asciugarsi il viso bofonchiò:

“È un cazzo di sporco lavoro.”

Franca Poli

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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Gianfranco Grenar

1 Agosto 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto, #fantascienza

Un titolo intrigante, che ricorda l’attacco de “Il senso di Smilla per la neve” dà l’avvio a “Quattromila sfumature” di Gianfranco Grenar, racconto di buona, sana (finalmente!) fantascienza, ambientato in un pianeta che ricorda l’avatariano Pandora ed è una sinfonia di blu, blu proprio come la Terra se la guardi dal cielo, la Terra lontana per cui il protagonista prova tanta nostalgia, la Terra che noi uomini, nella nostra follia, abbiamo distrutto. Fantasiosa storia di un esilio estremo: Madre Terra sta morendo, gli “stupidi, avidi umani” ne hanno determinato il Crollo Finale e l’unica salvezza è la migrazione definitiva verso un mondo che sembra offrire il futuro. Tra lembi di struggente nostalgia, il racconto si snoda in descrizioni immaginose di un pianeta dove il sole è bianco e i prati blu, come blu sono le quattromila sfumature di un luogo che, alfine, realizza “il sogno della vecchia America”.

Su questo pianeta vive una stirpe frutto di mutazioni genetiche, che è riuscita ad amalgamarsi, a divenire “melting pot di mutanti”, a fare della mostruosità adattamento e sopravvivenza. Uomini Ragno, Anfibi, Tre Occhi si sono mescolati, hanno conquistato lo status di cittadini del nuovo mondo e ora, a sentirsi incolore, “nero”, è proprio l’unico vero umano che, mentre sogna la conquista di diritti ormai perduti, lontano anni luce da casa, si accorge, con sgomento, della sua “diversità”, in quel mondo dove gli abitanti sembrano non vederlo. Un racconto fantastico che è anche un piccolo studio sulla discriminazione e sulla relatività dell’essere differente.

Le descrizioni sono gustose, ricche di suggestioni. Il racconto è ben strutturato, con uno stile piacevole e scelte linguistiche appropriate.

Patrizia Poli e Ida Verrei

QUATTROMILA SFUMATURE

Prova uno, due. Ok, registra. Ciao, mamma. State tutti bene? Io… io mi sto abituando. Il lavoro è duro, ma se penso a voi la fatica non mi uccide. E poi l’operazione è andata benone, ora respiro l’atmosfera del pianeta senza mascherine.

Papà è guarito? Maura come sta? Lo so che non dovrei pensare a lei dopo quello che mi ha fatto… ma vorrei tanto sapere che fa, come vive.

Sai, è un mondo prodigioso, questo. Il popolo che l’ha creato ne è orgoglioso e ne ha tutti i motivi: ha spinto una roccia polverosa persa nello spazio vicino a un sole più grande e forte del nostro; l’ha riempita di vita, piante, foreste, ha generato l’oceano e i suoi pesci, e tutte le creature mai esistite…

Vorrei farti vedere, mamma, quanta luce hanno i prati blu, appena dopo un acquazzone, baciati dal sole bianco che riempie metà del cielo. A volte nelle pause del lavoro giochiamo a pallone nell’erba umida. Così la nostalgia brucia di meno.

Io penso. A tutto. Al contratto di dieci anni che ho dovuto firmare. Al viaggio, alla Terra che si allontanava nello spazio. All’inizio Maura aveva accettato di stare lontana da me per così tanto. Nessuno ci aveva avvisati della fregatura: l’atmosfera del pianeta accelera il processo di invecchiamento nei terrestri non-mutati. Al mio ritorno avrei trovato un fiore di donna di trent’anni appena, ma io ne avrei dimostrati sessanta e più. L’infermiera a un vecchio, avrebbe fatto; non la moglie.

Per questo l’ho perdonata.

Non abito più nel rifugio. Sto da un nanotecnologo che affitta camere. In verità la mia camera è scavata nella stalla dove tiene i calibani e i fosforofagi, ma c’è la porta blindata. Il mio padrone di casa è un discendente dei coloni della terza ondata. Ha un cognome italiano, ma non capisce una parola di ciò che dico e non sa niente di Madre Terra, del disastro provocato da noi, stupidi avidi umani. Crede che la storia cominci con lui. Io parlo bene la lingua standard. Leggo molto, voglio imparare tutto quello che sanno loro. Un giorno ci riconosceranno il diritto allo studio, e allora frequenterò un corso serale e diventerò un medico o un esploratore.

Sai, mamma, avevi ragione: il sole bianco ha smesso di emettere radiazioni mutagene. Però non so se è un bene. I primi coloni morivano come mosche; i loro figli mostruosi erano destinati a morire; ma qualcuno sopravvisse. Quei pochi nati con le mutazioni adatte, gli uomini-vulcano, gli anfibi, i ragni umani, le donne-alveare e i Terzo Occhio, si sono mescolati, uniti e moltiplicati. E mentre sulla Terra cominciava il Crollo Finale, e sparivano una dopo l’altra le cose piccole e grandi che facevano di noi una civiltà, loro ricostruivano, inventavano, si liberavano della nostra eredità maledetta. Ora sono una razza unica. E questo è il loro paradiso: nuova Madre Terra! Il sogno della vecchia America alla fine si è realizzato qui. Melting pot di mutanti.

Sì, lo vedo, qui, un futuro. Ancora non so se è il mio. I miei occhi… i miei occhi sono deboli, qui. I loro occhi, tre grandi specchi del colore che aveva una volta il mare, umani non sono più: si sono adattati a un pianeta dove il blu è il colore dominante. Ciò che vedono rosso, lo chiamano rosso; ma la loro lingua ha quattromila parole per il blu. Il loro cervello percepisce tutte quelle sfumature! Io vedo una sola cosa, là dove ce ne sono quattromila.

Il mio sangue è uguale al loro: è rosso. Ma non esiste una parola per me. Ai loro occhi, che non riescono a vedere il rosa pallido della mia pelle, io non ho colore. Io sono l’assenza di colore. E gli abitanti di questo mondo perfetto sono gentili e tolleranti, ma non mi vedono davvero, e sento che di me hanno paura. Anni luce lontano da casa, mamma, mi sono accorto di essere nero.

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Di spalle

31 Luglio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

“È tardi, Mario, lasciami andare”.
Si era buttata fuori dell’auto, aveva armeggiato con la serratura, per un attimo la luce aveva illuminato l’androne. Portava una maglia che le stava un po’ grande. Gli era rimasta impressa l’immagine delle sue spalle magre che sparivano dentro il portone.
Le aveva appena chiesto di sposarlo.
“Sabri, aspetta… dove corri? Dimmi almeno sì o no.”
“No.”
Erano gli anni ottanta, gli anni delle prospettive, del futuro ancora aperto. Non l’aveva più rivista.

Fino a questa domenica pomeriggio.
Sta con un’amica, una che lui non conosce, parlano sottovoce nell’intervallo del film. Per ironia della sorte, anche adesso la guarda di spalle. Il top elasticizzato la fascia, c’è uno sbuffo di carne attorno alle bretelline, e dei brufoli rossi sulla pelle.
Sua moglie si agita sulla sedia accanto, accavalla le gambe, poi le scioglie. Mario s’arrabbia, le dà una gomitata. “Smettila, Carla. Infastidisci tutta la fila.”
Carla sospira, s’irrigidisce, ma poi riprende subito le odiose contorsioni sulla sedia del cinema. Sotto le suole dei suoi sandali, bucce di noccioline scricchiolano, e il rumore gli trapana il cranio, mentre fissa Sabrina, senza staccare gli occhi dalle sue spalle ora appesantite, dal laccio del reggiseno che le segna la carne.

Si erano conosciuti ad una di quelle feste in casa, con le ragazze da una parte e i ragazzi dall’altra, le tartine fatte a mano, i dischi di vinile.
Allora non aveva seno, gli occhi si mangiavano tutta la faccia, le gambe erano due stecchi che sbucavano dal vestito. Gli era piaciuta subito, anche con l’ombretto blu sbaffato, anche se per tutta la sera aveva parlato solo di come in Groenlandia si ammazzano i cuccioli di foca a bastonate, anche se lo aveva costretto a setacciare il buffet alla ricerca di qualcosa che non contenesse carne animale. Siccome non c’era nulla, lui era sceso di corsa dall’ortolano all’angolo e aveva acquistato un mazzo di carote. Se lo era fatto incartare per bene - l’ortolano l’aveva guardato come fosse uno scappato dal manicomio - poi aveva rifatto i gradini a due a due. “Per te, Sabrina”, le aveva detto inginocchiandosi.
Si erano messi insieme subito, avevano girato in macchina per la campagna, avevano guardato il tramonto sull’Arno, avevano fatto l’amore nella mansarda di lei, sotto la finestra dalla quale si vedeva un pezzo della Torre Pendente.
Il biglietto che lei gli aveva scritto, non l’aveva capito. Gli era arrivato dopo che si era fatta negare al telefono, che aveva cambiato la serratura della mansarda. Non si parlava d’amore nel biglietto, non c’era scritto se gli volesse bene o no, ma si accennava alla ricerca della felicità, all’impossibilità di fermarsi nello stesso posto e con lo stesso uomo.
Gli erano sembrate frasi da esaltata, da femminista, da matta qual era.
“Una ragazza vale l’altra”, si era detto il giorno in cui aveva sposato Carla, e “un mestiere vale l’altro”, quando gli avevano offerto la cattedra d’inglese alle medie superiori.

Due file più in là, Sabrina alza un braccio per guardare l’orologio, si lamenta dell’intervallo troppo lungo.
Non ha la fede, pensa Mario, non si è mai sposata. O forse è divorziata. Al giorno d’oggi, un matrimonio che regge è raro.
Più tardi, quando escono dal cinema, la vede attardarsi insieme all’amica a leggere il cartellone di un “prossimamente”.
Mario aiuta la moglie a infilare il golfino e il suo profumo acuto gli dà la nausea. Carla è una brava donna, ma qualcosa, pensa, gli sta stringendo lo stomaco, qualcosa che, forse, ha a che fare con la nostalgia, con la gioventù, con tutto ciò che avrebbe potuto essere e non sarà mai più.
Sbatte lo sportello dell’auto con violenza.
“Ho diritto alla felicità”, c’era scritto nel biglietto. Chissà se adesso Sabrina è felice?
Ma…?
Cazzate... Una vita vale l’altra.
Già.
Mario mette in moto l’auto, mentre, intorno, si accendono i lampioni.

“Sabri, lo prendiamo un caffè?”
E Sabrina dice stancamente di sì, che lo vuole anche lei un caffè.
Lo bevono nel bar tabacchi d’angolo, in piedi vicino alla ricevitoria del totocalcio.
“Che facciamo stasera, Sabri? I ragazzi vanno tutti da Luana.”
Sabrina se li figura, i “ragazzi”, riempire il salotto di Luana con la loro allegria stucchevole. Ragionierotti sudati, tardone con l’ombelico scoperto e i gomiti grinzosi. Serate fra single attempati, che ridono sempre delle stesse battute e sembrano contenti, anche se si annoiano a morte.
Se andrà anche lei, fingerà di divertirsi alle solite battute di Giovanni sul sederone della Roberta - che è come riascoltare ogni volta lo stesso nastro - berrà fino a farsi venire il mal di testa, fumerà tutto il pacchetto di sigarette.
Se andrà, poi Giovanni l’accompagnerà a casa ed insisterà per salire. Lei, brilla, non gli dirà di no. Si lascerà toccare dalle sue mani umide, chiuderà gli occhi per non vedere la pancetta, i pantaloni sformati attorno alle ginocchia.
Le consuete voci, sul nastro dell’abitudine.
“No, Bea, non vengo da Luana, stasera, devo avere un po’ di febbre. Ti telefono per domani.”
Si avvia a piedi verso il suo appartamento. Abita al primo piano di un palazzo non lontano dal cinema.
A casa si toglie le scarpe e si distende sul divano. Accende solo la piccola lampada a lato.
Con la sigaretta in bocca, tenta di spiegarsi quel malessere che prova.
A volte, pensa, vorrebbe essere un’altra persona, una qualunque. Magari una bambina, con tutta la vita davanti. Oppure una vecchietta, con l’artrite e gli acciacchi dell’età, ma serena, sicura che i tutti i giochi ormai sono fatti, che non ci saranno più passi falsi, o difficili decisioni da prendere. Sì, una nonnetta di cui altri si facciano carico.
Ed invece è troppo vecchia per essere giovane e troppo giovane per essere vecchia.
La sua vita è un limbo di giornate tutte uguali, dove ci si alza e poi si va a dormire; dove si traducono fax che parlano di fatture e di rimborsi, che nulla hanno a che fare con Shelley o Keats.

Era a questo che si preparava nelle nottate passate a studiare con i compagni di università, lassù nella vecchia mansarda, con accanto il bricco nero del caffè, mentre Mario, seduto in terra, beveva vino e leggeva il manoscritto del suo romanzo a voce alta? Mario era convinto che tutti loro sarebbero diventati famosi, che avrebbero sfondato.
Perché non l’aveva sposato? Se lo era domandata molte volte.
Non che non lo amasse. Lo amava più di quanto poi avesse amato Fabrizio, e Lele e Franco. Certo più di Giovanni.
Era stata la paura a bloccarla. Temeva che, dopo il matrimonio, non ci sarebbe stato altro da aspettare, che l’amore si sarebbe trasformato in abitudine, che avrebbe finito per invidiare i propri figli, giovani, ancora con tutte le strade aperte.
Non aveva voluto più incontrare Mario, si era negata, era partita per Londra. Aveva scarabocchiato un biglietto in cui affermava che cercava la felicità, la libertà, che il matrimonio è borghese.
Balle. In realtà, lei, non voleva vivere.
Si era condannata ad un’eterna giovinezza che si vedeva invecchiare. Finché non avesse raggiunto nulla, finché lei stessa non fosse diventata nulla, s’illudeva di avere ancora una potenzialità di vita. Per non perdere la propria vita, l’aveva rimandata di giorno in giorno, anzi, vi aveva rinunciato per sempre.

Sabrina si accende un’altra sigaretta, poi chiude gli occhi assonnata. Ha un vivo ricordo degli anni dell’università, di come allora fosse avida di emozioni.
Ignora che fine abbia fatto Mario ed ormai non le importa più saperlo.
Non sa se ha agito bene o male, non sa se è mai stata davvero felice, non sa nemmeno cosa intende fare domani.
Probabilmente si alzerà presto, andrà in ufficio e la sera vedrà “i ragazzi”.
A dire la verità, il suo più grande desiderio, in questo preciso momento, ed anche per gli anni a venire, è di smettere di porsi domande come queste.

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