Effimera
La palude ancora avvolta dall’umidità dell’alba, lei ha appena districato le sue ali e ora le spiega, tremanti, osservandole in controluce, sorpresa e grata.
Ne ha quattro, due dinanzi, più sviluppate e forti, e due dietro, deboli ma complete.
Non sa di essere una mediocre volatrice. Tende le ali e spicca il suo volo, colma di desiderio, d’aspettativa, di promesse. È giovane e forte, ha tutta la vita davanti.
Le antenne, corte e sensibili, la guidano. Si libra emozionata sopra l’acqua dolce e traslucida, che lascia intravedere il fondo melmoso dove vivono creature ed alghe. Cibo per altri, ma non per lei, che non può perdere tempo a nutrirsi, che ha lasciato bocca e stomaco nella lunga metamorfosi, in quell’altra vita di cui ricorda solo un lento maturare dello scopo.
Vola più alto, in cerchi sempre più ampi.
Il sole estivo brilla nel cielo ed asciuga tutta la brina.
Ora sbatte più forte le ali, quasi frenetica. Sa che la vita è un dono e non va sprecata, sa che ha una missione da compiere, un fine nobile che la trascende.
Il suo desiderio divampa. È un’emozione che spinge, che urge, che esorta. È matura adesso, piena di vita, si sente davvero pronta, e allora diventa incosciente, quasi folle nella sua ricerca.
Si azzarda ai confini della palude, poi torna al centro, si tuffa in picchiata, rasenta l’acqua con le ali, rischia quasi di affogare. Si scrolla, risale, pesante ed intrisa, ma più determinata che mai. Agita le ali, le asciuga nell’aria rovente del mezzodì, ritrova il ritmo del suo nobile, ininterrotto, volo nuziale.
Le ombre si allungano, l’aria rinfresca. Ci sono rondini predatrici, adesso, che la minacciano, deve stare attenta.
Il tempo è passato, inesorabile, le ali sono stanche. La vita ora pesa su spalle doloranti. Sa di non essere più quella che era al mattino.
Ha quasi un dubbio, mentre la luce scolora lentamente.
E se tutto fosse inutile? Se uno di quegli uccelli la inghiottisse ora? Che senso avrebbero, ebbene, quei voli in su e in giù?
Si ferma per la prima volta, incerta, librata sull’acqua. Riflette, tende le antenne che, ahimè, non sentono più bene come all’inizio, come quando era giovane. Osserva pensosa lo stagno appena increspato dalla brezza serale, una foglia di ninfea che galleggia come una zattera fiorita, un pesce argenteo sotto il pelo dell’acqua.
Ed è lì che succede, mentre, sospesa, ha smesso di cercare.
Capisce che è l’odore giusto, che è proprio quella particolare vibrazione.
Anche l’altro è stanco, anche lui, come lei, per tutto il giorno, per tutta sua la vita, ha volato ininterrottamente, senza sosta.
Si riconoscono, si avvicinano, si fondono, vibrano all’unisono, paghi e sfiniti. Ora sì, che tutto ha un senso, pensano riconoscenti.
È buio, ormai, ed è di nuovo sola. Si è posata su un filo d’erba che ondeggia dolcemente. Le sue vecchie ali fanno male, le antenne non sentono più.
Con l’ultima voce, tuttavia, lei canta ancora le lodi del Creatore, e lo ringrazia, commossa, per averle donato una vita tanto piena ed intensa.
Dona sol
Neri capelli come ala di corvo, tentacoli di medusa che spazzano le assi salate del ponte della Santa Esmeralda, elettrici, vivi come guizzo di torpedine. La tua mano, Pedro, me li sfiora, poi scende giù, fino al gomito esangue. Lascio cadere il colino, i piselli rotolano sul ponte, i gabbiani s’abbassano per beccarli.
Il cuore strutto di felicità, intreccio le mie dita alle tue. - E’ Dona Sol che voglio - tu dici - è Dona Sol che mi piace, non la figlia di Diego Fuentes.
Non sento più i gabbiani e m’insospettisco. Guardo giù, vedo il pavimento di casa mia. Niente assi, niente piselli che rotolano verdi e duri. Scendo dal letto.
Nello specchio c’è il solito ammasso traballante di carni marroni, il quotidiano strazio di rughe, non uno dei capelli del sogno, ma una lanugine che s’incrosta alle scaglie di sudore.
Affondo le unghie gialle nelle pieghe del viso, e piango con i miei occhi cisposi, perché ho sessantaquattro anni, Pedro, e tu ventitré.
Ti ha portato tua madre a calci su per la riva, dal pontile fino alla Casa, la pancia negra gonfia di fame, l’ombelico bitorzoluto, le cosce illividite. Ti ho lasciato nella stalla con tre focacce e la striglia, e lì sei rimasto, fino a due anni fa, quando ti ho visto lavarti all’abbeveratoio, nudo come tua madre ti ha partorito, col ventre lisciato dalle mie focacce e, fra le gambe, il bastone flaccido ma promettente, allegro.
Più allegro dei tuoi occhi cupi, dello sguardo di cane con cui segui la sorellastra Ursula, nata dal matrimonio di tua madre con Diego Fuentes, e cresciuta presto sotto questo sole, scalza e fasciata, che persino suo padre la guarda, quando si china a prender l’acqua senza mutande sotto la gonna.
Nella stalla vi ho visti, fra paglia ed ombra, le reni pallide di lei, i tuoi glutei neri, l’onda di marea che vi sommergeva, l’incestuoso ritmo di samba sgraziata, il marasma di odori muschiati su seni, ossa e carni giovani. C’ero anch’io, appollaiata sullo stipite.
Mi sono tornati in mente gli abbracci domestici, nella penombra della siesta, quando il Capitano, risalito il fiume con la Santa Esmeralda, si fermava la domenica. Fumavamo sul letto d’ottone - il ventilatore che ci ghiacciava le schiene madide, l’odore di DDT, le mosche morte nel bicchiere sul comodino - poi si scendeva a tirare il collo ad una gallina per cena.
Perfino la più vecchia delle mie galline ha ancora il suo gallo.
Stamani vorrei alzare le mie gambe anchilosate e mettermi a cavalcioni su di te, darti lo stesso piacere che ti dà tua sorella. I miei occhi scoloriti dal sole, sciacquati dal fiume, ti vedono come ti avrebbero visto vent’anni fa, ed il cuore desidera, il corpo si bagna.
Metto il vestito rosso di quando aspettavo il Capitano, e appanno lo specchio col mio fiato rancido, così non mi posso più vedere, ma, come nel sogno, immaginarmi coi fianchi svelti, i piedi d’uccello tenero, le mani dolci di lisciva.
Ecco, apro anche l’ombrellino da sole. Il pizzo sfarina come polvere di falena fra le dita, le stecche sono ammuffite, ma lo tengo su, alto, ritto sulla mia testa come allora, per te Pedro.
Chiudo gli occhi e, come stanotte, c’è la luna, le assi scricchiolano salate sotto le piante dei miei piedi nudi.
Ora non puoi dirmi di no, Pedro.
Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Franca Poli
La protagonista di “Uno sporco lavoro” di Franca Poli è una poliziotta come se ne vedono tante nei telefilm americani: è tosta, è scabra, è maschia nei modi di fare. Però è italiana e si ritrova alle prese con la triste, purtroppo ben nota, realtà degli sbarchi clandestini a Lampedusa. Si chiama Rachele e questo la dice lunga sull’ambiente in cui, probabilmente, è cresciuta, sulla sua ideologia di fondo. Compie il proprio dovere considerandolo dall’ottica del pre-giudizio, inteso come giudizio antecedente, a priori. Il lavoro che è costretta a fare non le va, subisce l’immigrazione, vive a disagio il contatto con il diverso, con l’altro da sé, sente insofferenza per la divisa che la infagotta, non sopporta i continui e improvvisi cambiamenti di programma, i colleghi maschi che ironizzano sulla parità pretesa dalle donne. E sfoga il proprio malumore con un “linguaggio da caserma”: “È un lavoro del cazzo…”, quasi si rammarica di aver vinto il concorso.
La spediscono a Lampedusa, ad accogliere la massa di disperati che lei non accetta. È imbevuta di pregiudizi, Rachele, di rabbia e intolleranza verso i “diversi” che arrivano a gonfiare le fila della malavita organizzata e che considera dei “rompicoglioni”. Ma quando si trova a dover soccorrere un gruppo di clandestini, “stremati, le guance incavate, gli occhi fuori dalle orbite", per la prima volta non brontola nel fare il proprio lavoro, e quando, poi, il caso la conduce ad affrontare l’emergenza di assistere una partoriente di colore, Rachele sente vacillare le proprie certezze, sente crollare difese e pregiudizi, e riscopre, attraverso le lacrime, la propria umanità negata. Sarà proprio a causa della prossimità con ciò che non conosce e non le piace, che capirà quanto il fenomeno immigrazione sia impossibile da contenere in un solo sguardo e in un solo parere. Il mondo con cui viene a contatto forzato è fatto, sì, di uomini dalla mentalità maschilista, arretrata - non molto diversa, tuttavia, da quella dei suoi stessi colleghi - ma comprende anche donne dall’aspetto elegante, dagli occhi tristi, dal coraggio animalesco, istintivo.
La donna nera partorisce una creatura indifesa, piccola, che ci sfida con l’audace caparbietà del suo stesso venire al mondo in mezzo a chi la rifiuta, addirittura dalle mani di chi la rifiuta. La mamma le imporrà il nome Rachele, legandola a chi l’hai aiutata a nascere, compiendo a ritroso un percorso inconsapevole che lega la nuova bimba a vecchi echi, fatti di guerre d’Africa, di regine nere, di veneri abissine. La madre stessa, da oggetto di derisione, assurgerà al ruolo di prima Madre, di Madonna col Bambino.
È un racconto ben strutturato e dal contenuto attuale che rende perfettamente le diffuse resistenze all’accettazione di realtà che ancora provocano rifiuto e diffidenza. Ci sono la rabbia, l’ansia, la paura, il sospetto che spesso dilagano di fronte al “diverso” sconosciuto, ma c’è anche la pietas, l’insopprimibile impulso al “dono di sé”, che va oltre il pregiudizio, oltre ogni irrazionale chiusura di mente e cuore. La storia è compiuta nel suo insieme, procede da un punto all’altro, da un inizio a una conclusione, lasciando intendere che esiste un prima e ci sarà un dopo, uno sviluppo, una trasformazione. Lo stile è funzionale alla narrazione, con qualche immagine forte che colpisce, come la vagina che sembra “inghiottire il bambino” invece di espellerlo.
Patrizia Poli e Ida Verrei
Uno sporco lavoro
“È uno sporco lavoro. Porcaccia Eva io non ci vado laggiù. Senza nemmeno interpellarmi poi… Non ci vado. No!”
Rachele si stava annodando la cravatta, era la cosa che più odiava della sua divisa. Si era già infilata i pantaloni e, come sempre, li aveva trovati larghi, deformi. La camicia era un po’stropicciata e con la giacca addosso, poi, si sentiva un sacco di patate.
“È un lavoro del cazzo!” imprecava mentre stava uscendo dallo spogliatoio femminile del reparto di Polizia dove era stata distaccata. Da quando si era arruolata, aveva acquisito anche il comportamento e il linguaggio tipico “da caserma”, glielo rimproverava sempre sua madre.
In mattinata aveva ricevuto l’ordine e sarebbe partita per Lampedusa. Sbarchi continui di immigrati imponevano rinforzi e, a turno, tutti i colleghi erano andati in missione per una quindicina di giorni. Ora toccava a lei.
Renato, il suo compagno di pattuglia, la vide uscire come una furia e subito capì quanto fosse arrabbiata: “Avete voluto la parità? Eccovi accontentate!”
Rachele non rispose, alzò semplicemente il dito medio e lo sentì allontanarsi mentre nel corridoio risuonava la sua risatina ironica.
“Stronzo! È colpa di quelli come te se ogni giorno di più mi pento di aver vinto il concorso” pensò.
Lei non si sentiva adatta a quell’incarico. Amava le indagini, era arguta e attenta a ogni particolare quando seguiva un caso, ma andare al centro di accoglienza per occuparsi di quelli che considerava dei “rompicoglioni” che dovevano restarsene a casa loro, lo riteneva insopportabile.
Arrivata suo malgrado a destinazione l’umore non migliorò. Al contrario vedersi attorniata da nordafricani che le lanciavano occhiate lascive, la infastidiva. La mandavano in bestia i sorrisini e le battute in arabo a cui non poteva replicare.
“State qui a gozzovigliare alle nostre spalle, col cellulare satellitare in mano, tute nuove, scarpe da tennis, magliette, cibo in abbondanza: ovviamente dieta rigorosamente musulmana, e pure la diaria giornaliera!” mentre si incaricava della distribuzione rimuginava e si rendeva conto senza vergognarsene che non era affatto umanitaria nello svolgimento del suo compito e non voleva assolutamente esserlo. Era sempre stata piuttosto convinta che non si potesse accogliere chiunque. La delinquenza in Italia era aumentata. I clandestini non erano prigionieri al centro, spesso alcuni se ne andavano e molti di loro finivano a rafforzare le fila della malavita organizzata. E, se era vero che non tutti i mussulmani erano terroristi, era pur vero che tutti i terroristi erano musulmani!
“È un cazzo di sporco lavoro! Ma datemene l’occasione e vi faccio pentire di essere venuti fin qua.” Pensava mentre uno di loro le faceva l’occhiolino.
Durante la notte segnalarono la presenza di un barcone in difficoltà al largo delle acque territoriali italiane e si doveva intervenire a portare soccorso.
“Perché, dico io? Lasciateli affogare o che rientrino in Africa a nuoto…” Arrabbiata più che mai a causa di questa emergenza durante il suo turno di lavoro, salì sulla nave per obbedire agli ordini e, quando fu il momento, instancabile come sempre, aiutò chi ne aveva bisogno. Avevano soccorso un barcone con 80 clandestini per lo più somali fra cui anche alcune donne. Li avevano aiutati a salire a bordo, passavano loro coperte e acqua. Alcuni erano stremati, le guance incavate, avevano gli occhi fuori dalle orbite e, per la prima volta, Rachele non brontolò nel fare il proprio lavoro.
Fu chiamata con urgenza dal medico di bordo. Una donna incinta stava partorendo e gli serviva l’aiuto di una donna.
“Lo sapevo io… Solo questa ci mancava. Proprio ora hai deciso di mollare il tuo bastardo?” E imprecò, come sempre, contro i superiori e contro la scarsa volontà politica di risolvere questo annoso problema.
Quando si trovò di fronte la donna con le doglie vide che era piuttosto bella. Alta, nera, ma con i lineamenti fini e delicati. Occhi grandi e scuri come la notte, sgranati per la paura e per il dolore , la fronte imperlata di sudore. Aveva gambe d’alabastro, lunghe e sinuose che si intravedevano da un caffetano di colore azzurro sgargiante aperto sul davanti, soffriva molto.
Il medico si doveva occupare di alcuni feriti e le chiese di stare vicino alla donna, di controllare la distanza fra una doglia e l’altra e di chiamarlo se l’avesse vista spingere.
“Calma Naomi!” le disse Rachele prendendola in giro per la sua leggera somiglianza con la bella indossatrice, “Non ti mettere a spingere proprio ora, capito?” le inumidiva le labbra con una pezzuola bagnata e quando la donna in preda a una doglia forte e persistente le strinse la mano, lei provò quasi un senso di ripulsa e voleva divincolarsi, ma la stretta era forte e allora strinse anche lei, mentre la donna emetteva un rantolo roco e continuo.
A un certo punto la partoriente inarcò la schiena e cominciò a spingere. Era quasi seduta con le gambe allargate e si teneva alle sue spalle con tutta la forza.
“Aiuto dottoreee! Presto venga, questa non aspetta più!!” chiamò Rachele cercando di attirare l’attenzione del medico.
La donna urlava e spingeva e Rachele, guardando fra le cosce allargate, vide spuntare la testa del bambino. Compariva e scompariva a ogni respiro. Un ciuffetto di capelli neri, che spingeva e allargava quel sesso deforme, arrossato, quasi a sembrare una bocca affamata che lo stava ingoiando e non espellendo.
“Dottore!! Presto...” la voce le morì in gola. Non c’era più tempo. Il bambino stava uscendo e allora Rachele prese la testina fra le mani e provò a tirare piano piano per agevolare lo sforzo della donna. Niente da fare, urlava la poveretta e parlava nella sua lingua chiedendo aiuto o chissà cosa altro. Allora si fece coraggio, infilò una mano dentro la donna, afferrò il bambino per le spalle e tirò con forza. Fu un attimo e tutto il corpo del piccolo, rosso e viscido di sangue scivolò fuori e la donna, stremata, si lasciò cadere all’indietro con un ultimo profondo sospiro.
Rachele si ritrovò con quell’esserino fra le mani e lo guardò: era una bambina. Nera come la pece e con gli occhi sgranati e grandi come quelli della madre. La prese e gliela poggiò delicatamente sul petto.
“Dottore!! Cazzo quando si decide a venire qua?” aveva ritrovato la voce e urlò con tutta la forza.
Il medico arrivò, si occupò della madre e della figlia, mentre Rachele, rapita, continuava a fissare gli occhi di quelle due creature. Così grandi e vuoti, così imploranti e tristi. Per la prima volta non era arrabbiata con loro, con i diversi, era solidale. Una donna come loro sola e arrabbiata e si sentì percorrere da un brivido di tenerezza e commozione.
“È un maledetto sporco lavoro” disse questa volta senza convinzione.
Stavano caricando la donna su una barella, erano al porto e un’ambulanza col lampeggiante la stava aspettando per condurla all’ospedale. Rachele si sentì prendere per una mano. Era la giovane mamma che la guardava e le faceva cenno, indicandola con l’indice puntato e con una muta domanda negli occhi.
“Non capisco… Cosa vuoi ancora?” le chiese infastidita e poi d’improvviso, un lampo d’intesa fra loro e capì.
“Rachele… Mi chiamo Rachele “ rispose.
Allora la donna che, fino ad allora, aveva solo urlato e pianto, sorrise illuminando la notte con i suoi denti bianchissimi. Sollevò la sua piccola bambina, puntandola verso di lei e stentando ripeté: “Rachele.”
Fu allora che le lacrime sgorgarono finalmente anche sul suo viso, Rachele piangeva a dirotto e cercando invano di asciugarsi il viso bofonchiò:
“È un cazzo di sporco lavoro.”
Franca Poli
Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Gianfranco Grenar
Un titolo intrigante, che ricorda l’attacco de “Il senso di Smilla per la neve” dà l’avvio a “Quattromila sfumature” di Gianfranco Grenar, racconto di buona, sana (finalmente!) fantascienza, ambientato in un pianeta che ricorda l’avatariano Pandora ed è una sinfonia di blu, blu proprio come la Terra se la guardi dal cielo, la Terra lontana per cui il protagonista prova tanta nostalgia, la Terra che noi uomini, nella nostra follia, abbiamo distrutto. Fantasiosa storia di un esilio estremo: Madre Terra sta morendo, gli “stupidi, avidi umani” ne hanno determinato il Crollo Finale e l’unica salvezza è la migrazione definitiva verso un mondo che sembra offrire il futuro. Tra lembi di struggente nostalgia, il racconto si snoda in descrizioni immaginose di un pianeta dove il sole è bianco e i prati blu, come blu sono le quattromila sfumature di un luogo che, alfine, realizza “il sogno della vecchia America”.
Su questo pianeta vive una stirpe frutto di mutazioni genetiche, che è riuscita ad amalgamarsi, a divenire “melting pot di mutanti”, a fare della mostruosità adattamento e sopravvivenza. Uomini Ragno, Anfibi, Tre Occhi si sono mescolati, hanno conquistato lo status di cittadini del nuovo mondo e ora, a sentirsi incolore, “nero”, è proprio l’unico vero umano che, mentre sogna la conquista di diritti ormai perduti, lontano anni luce da casa, si accorge, con sgomento, della sua “diversità”, in quel mondo dove gli abitanti sembrano non vederlo. Un racconto fantastico che è anche un piccolo studio sulla discriminazione e sulla relatività dell’essere differente.
Le descrizioni sono gustose, ricche di suggestioni. Il racconto è ben strutturato, con uno stile piacevole e scelte linguistiche appropriate.
Patrizia Poli e Ida Verrei
QUATTROMILA SFUMATURE
Prova uno, due. Ok, registra. Ciao, mamma. State tutti bene? Io… io mi sto abituando. Il lavoro è duro, ma se penso a voi la fatica non mi uccide. E poi l’operazione è andata benone, ora respiro l’atmosfera del pianeta senza mascherine.
Papà è guarito? Maura come sta? Lo so che non dovrei pensare a lei dopo quello che mi ha fatto… ma vorrei tanto sapere che fa, come vive.
Sai, è un mondo prodigioso, questo. Il popolo che l’ha creato ne è orgoglioso e ne ha tutti i motivi: ha spinto una roccia polverosa persa nello spazio vicino a un sole più grande e forte del nostro; l’ha riempita di vita, piante, foreste, ha generato l’oceano e i suoi pesci, e tutte le creature mai esistite…
Vorrei farti vedere, mamma, quanta luce hanno i prati blu, appena dopo un acquazzone, baciati dal sole bianco che riempie metà del cielo. A volte nelle pause del lavoro giochiamo a pallone nell’erba umida. Così la nostalgia brucia di meno.
Io penso. A tutto. Al contratto di dieci anni che ho dovuto firmare. Al viaggio, alla Terra che si allontanava nello spazio. All’inizio Maura aveva accettato di stare lontana da me per così tanto. Nessuno ci aveva avvisati della fregatura: l’atmosfera del pianeta accelera il processo di invecchiamento nei terrestri non-mutati. Al mio ritorno avrei trovato un fiore di donna di trent’anni appena, ma io ne avrei dimostrati sessanta e più. L’infermiera a un vecchio, avrebbe fatto; non la moglie.
Per questo l’ho perdonata.
Non abito più nel rifugio. Sto da un nanotecnologo che affitta camere. In verità la mia camera è scavata nella stalla dove tiene i calibani e i fosforofagi, ma c’è la porta blindata. Il mio padrone di casa è un discendente dei coloni della terza ondata. Ha un cognome italiano, ma non capisce una parola di ciò che dico e non sa niente di Madre Terra, del disastro provocato da noi, stupidi avidi umani. Crede che la storia cominci con lui. Io parlo bene la lingua standard. Leggo molto, voglio imparare tutto quello che sanno loro. Un giorno ci riconosceranno il diritto allo studio, e allora frequenterò un corso serale e diventerò un medico o un esploratore.
Sai, mamma, avevi ragione: il sole bianco ha smesso di emettere radiazioni mutagene. Però non so se è un bene. I primi coloni morivano come mosche; i loro figli mostruosi erano destinati a morire; ma qualcuno sopravvisse. Quei pochi nati con le mutazioni adatte, gli uomini-vulcano, gli anfibi, i ragni umani, le donne-alveare e i Terzo Occhio, si sono mescolati, uniti e moltiplicati. E mentre sulla Terra cominciava il Crollo Finale, e sparivano una dopo l’altra le cose piccole e grandi che facevano di noi una civiltà, loro ricostruivano, inventavano, si liberavano della nostra eredità maledetta. Ora sono una razza unica. E questo è il loro paradiso: nuova Madre Terra! Il sogno della vecchia America alla fine si è realizzato qui. Melting pot di mutanti.
Sì, lo vedo, qui, un futuro. Ancora non so se è il mio. I miei occhi… i miei occhi sono deboli, qui. I loro occhi, tre grandi specchi del colore che aveva una volta il mare, umani non sono più: si sono adattati a un pianeta dove il blu è il colore dominante. Ciò che vedono rosso, lo chiamano rosso; ma la loro lingua ha quattromila parole per il blu. Il loro cervello percepisce tutte quelle sfumature! Io vedo una sola cosa, là dove ce ne sono quattromila.
Il mio sangue è uguale al loro: è rosso. Ma non esiste una parola per me. Ai loro occhi, che non riescono a vedere il rosa pallido della mia pelle, io non ho colore. Io sono l’assenza di colore. E gli abitanti di questo mondo perfetto sono gentili e tolleranti, ma non mi vedono davvero, e sento che di me hanno paura. Anni luce lontano da casa, mamma, mi sono accorto di essere nero.
Di spalle
“È tardi, Mario, lasciami andare”.
Si era buttata fuori dell’auto, aveva armeggiato con la serratura, per un attimo la luce aveva illuminato l’androne. Portava una maglia che le stava un po’ grande. Gli era rimasta impressa l’immagine delle sue spalle magre che sparivano dentro il portone.
Le aveva appena chiesto di sposarlo.
“Sabri, aspetta… dove corri? Dimmi almeno sì o no.”
“No.”
Erano gli anni ottanta, gli anni delle prospettive, del futuro ancora aperto. Non l’aveva più rivista.
Fino a questa domenica pomeriggio.
Sta con un’amica, una che lui non conosce, parlano sottovoce nell’intervallo del film. Per ironia della sorte, anche adesso la guarda di spalle. Il top elasticizzato la fascia, c’è uno sbuffo di carne attorno alle bretelline, e dei brufoli rossi sulla pelle.
Sua moglie si agita sulla sedia accanto, accavalla le gambe, poi le scioglie. Mario s’arrabbia, le dà una gomitata. “Smettila, Carla. Infastidisci tutta la fila.”
Carla sospira, s’irrigidisce, ma poi riprende subito le odiose contorsioni sulla sedia del cinema. Sotto le suole dei suoi sandali, bucce di noccioline scricchiolano, e il rumore gli trapana il cranio, mentre fissa Sabrina, senza staccare gli occhi dalle sue spalle ora appesantite, dal laccio del reggiseno che le segna la carne.
Si erano conosciuti ad una di quelle feste in casa, con le ragazze da una parte e i ragazzi dall’altra, le tartine fatte a mano, i dischi di vinile.
Allora non aveva seno, gli occhi si mangiavano tutta la faccia, le gambe erano due stecchi che sbucavano dal vestito. Gli era piaciuta subito, anche con l’ombretto blu sbaffato, anche se per tutta la sera aveva parlato solo di come in Groenlandia si ammazzano i cuccioli di foca a bastonate, anche se lo aveva costretto a setacciare il buffet alla ricerca di qualcosa che non contenesse carne animale. Siccome non c’era nulla, lui era sceso di corsa dall’ortolano all’angolo e aveva acquistato un mazzo di carote. Se lo era fatto incartare per bene - l’ortolano l’aveva guardato come fosse uno scappato dal manicomio - poi aveva rifatto i gradini a due a due. “Per te, Sabrina”, le aveva detto inginocchiandosi.
Si erano messi insieme subito, avevano girato in macchina per la campagna, avevano guardato il tramonto sull’Arno, avevano fatto l’amore nella mansarda di lei, sotto la finestra dalla quale si vedeva un pezzo della Torre Pendente.
Il biglietto che lei gli aveva scritto, non l’aveva capito. Gli era arrivato dopo che si era fatta negare al telefono, che aveva cambiato la serratura della mansarda. Non si parlava d’amore nel biglietto, non c’era scritto se gli volesse bene o no, ma si accennava alla ricerca della felicità, all’impossibilità di fermarsi nello stesso posto e con lo stesso uomo.
Gli erano sembrate frasi da esaltata, da femminista, da matta qual era.
“Una ragazza vale l’altra”, si era detto il giorno in cui aveva sposato Carla, e “un mestiere vale l’altro”, quando gli avevano offerto la cattedra d’inglese alle medie superiori.
Due file più in là, Sabrina alza un braccio per guardare l’orologio, si lamenta dell’intervallo troppo lungo.
Non ha la fede, pensa Mario, non si è mai sposata. O forse è divorziata. Al giorno d’oggi, un matrimonio che regge è raro.
Più tardi, quando escono dal cinema, la vede attardarsi insieme all’amica a leggere il cartellone di un “prossimamente”.
Mario aiuta la moglie a infilare il golfino e il suo profumo acuto gli dà la nausea. Carla è una brava donna, ma qualcosa, pensa, gli sta stringendo lo stomaco, qualcosa che, forse, ha a che fare con la nostalgia, con la gioventù, con tutto ciò che avrebbe potuto essere e non sarà mai più.
Sbatte lo sportello dell’auto con violenza.
“Ho diritto alla felicità”, c’era scritto nel biglietto. Chissà se adesso Sabrina è felice?
Ma…?
Cazzate... Una vita vale l’altra.
Già.
Mario mette in moto l’auto, mentre, intorno, si accendono i lampioni.
“Sabri, lo prendiamo un caffè?”
E Sabrina dice stancamente di sì, che lo vuole anche lei un caffè.
Lo bevono nel bar tabacchi d’angolo, in piedi vicino alla ricevitoria del totocalcio.
“Che facciamo stasera, Sabri? I ragazzi vanno tutti da Luana.”
Sabrina se li figura, i “ragazzi”, riempire il salotto di Luana con la loro allegria stucchevole. Ragionierotti sudati, tardone con l’ombelico scoperto e i gomiti grinzosi. Serate fra single attempati, che ridono sempre delle stesse battute e sembrano contenti, anche se si annoiano a morte.
Se andrà anche lei, fingerà di divertirsi alle solite battute di Giovanni sul sederone della Roberta - che è come riascoltare ogni volta lo stesso nastro - berrà fino a farsi venire il mal di testa, fumerà tutto il pacchetto di sigarette.
Se andrà, poi Giovanni l’accompagnerà a casa ed insisterà per salire. Lei, brilla, non gli dirà di no. Si lascerà toccare dalle sue mani umide, chiuderà gli occhi per non vedere la pancetta, i pantaloni sformati attorno alle ginocchia.
Le consuete voci, sul nastro dell’abitudine.
“No, Bea, non vengo da Luana, stasera, devo avere un po’ di febbre. Ti telefono per domani.”
Si avvia a piedi verso il suo appartamento. Abita al primo piano di un palazzo non lontano dal cinema.
A casa si toglie le scarpe e si distende sul divano. Accende solo la piccola lampada a lato.
Con la sigaretta in bocca, tenta di spiegarsi quel malessere che prova.
A volte, pensa, vorrebbe essere un’altra persona, una qualunque. Magari una bambina, con tutta la vita davanti. Oppure una vecchietta, con l’artrite e gli acciacchi dell’età, ma serena, sicura che i tutti i giochi ormai sono fatti, che non ci saranno più passi falsi, o difficili decisioni da prendere. Sì, una nonnetta di cui altri si facciano carico.
Ed invece è troppo vecchia per essere giovane e troppo giovane per essere vecchia.
La sua vita è un limbo di giornate tutte uguali, dove ci si alza e poi si va a dormire; dove si traducono fax che parlano di fatture e di rimborsi, che nulla hanno a che fare con Shelley o Keats.
Era a questo che si preparava nelle nottate passate a studiare con i compagni di università, lassù nella vecchia mansarda, con accanto il bricco nero del caffè, mentre Mario, seduto in terra, beveva vino e leggeva il manoscritto del suo romanzo a voce alta? Mario era convinto che tutti loro sarebbero diventati famosi, che avrebbero sfondato.
Perché non l’aveva sposato? Se lo era domandata molte volte.
Non che non lo amasse. Lo amava più di quanto poi avesse amato Fabrizio, e Lele e Franco. Certo più di Giovanni.
Era stata la paura a bloccarla. Temeva che, dopo il matrimonio, non ci sarebbe stato altro da aspettare, che l’amore si sarebbe trasformato in abitudine, che avrebbe finito per invidiare i propri figli, giovani, ancora con tutte le strade aperte.
Non aveva voluto più incontrare Mario, si era negata, era partita per Londra. Aveva scarabocchiato un biglietto in cui affermava che cercava la felicità, la libertà, che il matrimonio è borghese.
Balle. In realtà, lei, non voleva vivere.
Si era condannata ad un’eterna giovinezza che si vedeva invecchiare. Finché non avesse raggiunto nulla, finché lei stessa non fosse diventata nulla, s’illudeva di avere ancora una potenzialità di vita. Per non perdere la propria vita, l’aveva rimandata di giorno in giorno, anzi, vi aveva rinunciato per sempre.
Sabrina si accende un’altra sigaretta, poi chiude gli occhi assonnata. Ha un vivo ricordo degli anni dell’università, di come allora fosse avida di emozioni.
Ignora che fine abbia fatto Mario ed ormai non le importa più saperlo.
Non sa se ha agito bene o male, non sa se è mai stata davvero felice, non sa nemmeno cosa intende fare domani.
Probabilmente si alzerà presto, andrà in ufficio e la sera vedrà “i ragazzi”.
A dire la verità, il suo più grande desiderio, in questo preciso momento, ed anche per gli anni a venire, è di smettere di porsi domande come queste.
Dead man walking
Un penny per i tuoi pensieri.
Pensi alla tua ragazza? Pensi a cosa chiederci per cena? Pensi all’alba che ti ghermisce?
Vedo il tuo braccio, tatuato e forte, i tendini che s’induriscono quel tanto da permetterti di afferrare la bottiglia attraverso le sbarre. I tuoi occhi sono normali, non feroci, non ingenui, non buoni, né cattivi, solo di un comune azzurro infantile.
“Non prendere contatto”, mi hanno insegnato al corso preparatorio, “non personalizzare”, hanno detto gli psicologi.
Ti piscerai addosso, domani? Dovrò sentire l’odore delle tue e delle mie ascelle mescolarsi nel corridoio?
Ci sarà gente, ad assistere, di là dal vetro, gente motivata dall’odio, gente straziata dal dolore. Io non ti odio, tu sei il mio lavoro.
Allora, domani, nel corridoio, penserò alla bambina che hai bruciato viva, penserò a quando ti ha teso le braccia – come hanno detto i testimoni – e ha invocato “aiutami”, mentre tu le gettavi addosso la benzina. Mi chiederò, più e più volte, quanto avrà gridato, quanto avrà pianto e sofferto, me lo chiederò davanti alla tua faccia cianotica, mentre stringerò le cinghie sul lettino.
Ma quando lo stantuffo partirà, e le siringhe caleranno a una a una, io sarò uguale a te, sarò l’uomo che brucia la bambina.
Vorrei non avere pensieri stanotte, vorrei non sognare, vorrei che tu non mi rimanessi inciso per sempre nel cuore. Soprattutto, vorrei non chiedermi se, domani all’alba, quando tu sarai morto, io sarò ancora vivo.
Vetri
Percorre gli ultimi metri fino a casa incespicando sul ciottolato e guardandosi attorno con insofferenza. Conta i passi. Poi gira la chiave con le dita che tremano e appena è entrato tira un sospiro rumoroso e si lascia cadere con le spalle contro la porta. Sente il sollievo di essere finalmente al sicuro dagli sguardi e dai sorrisi della gente. Ha soffocato le lacrime per tutto il giorno e il groppo in gola si è trasformato in un dolore insopportabile; la vergogna di avere gli occhi umidi e doversi voltare dall'altra parte per nasconderli gli brucia ancora, ma non ha più voglia di piangere. O forse non ci riesce. La tensione c’è ancora e si è fossilizzata, fredda, come una pietra a metà trachea. Si strofina il viso fra le mani, fino a farsi male, ma non succede nulla.
Apre il frigorifero e prende una birra. La stappa con i gesti consueti, precisi, controllati. Prende un sorso, poi si ferma un attimo in attesa. Guarda la bottiglia, i riflessi di luce sul vetro umido, la gira lentamente fra le dita, la solleva e la scaglia contro il muro. Lo scroscio dei vetri lo fa trasalire e incassare istintivamente la testa. Ma non succede nulla. Il battito cardiaco lentamente riprende un ritmo normale, e la tensione scende.
Va in salotto, si avvicina al televisore. Un vecchio apparecchio col tubo catodico, grande e ingombrante. Ne accarezza docilmente la superficie e il dorso di plastica. Poi ferma la mano, piatta, all'altezza dei fori per l'aerazione, esercita una lieve pressione, una piccola spinta dal gomito e dalla spalla. Il televisore si rovescia lentamente in avanti, cade di faccia, sul pavimento, ed emette un lieve rumore di vetri spezzati, poi quello sottile dell'implosione. Il batticuore torna, ma più leggero e meno fastidioso di prima. Silenzio.
Per un po' rimane immobile al centro della stanza. Il groppo in gola c'è ancora e dalla finestra entra la luce di un crepuscolo grigio e silenzioso, quasi spettrale. Dietro la casa il sole sta lentamente tramontando. Si appoggia con entrambe le mani al tavolino davanti al divano, fa scivolare le dita sotto il ripiano e ne afferra il bordo da due lati. Lo solleva a fatica e lo scaraventa contro la finestra. Il vetro va in frantumi e le petunie sul davanzale cadono. Va a raccoglierle e le getta contro la parete dall'altro lato. Poi prende i cuscini dal divano e li lancia fuori dalla finestra, rovescia il divano contro il muro, strappa l'imbottitura da una poltrona e la getta fuori dalla porta, capovolge la poltrona. Si guarda intorno per qualche istante, prendendo fiato.
Prende tutti i soprammobili dalla libreria e, uno per uno, li scaraventa a terra, rovescia la libreria, e prende a colpirla insistentemente con una delle sedie, fino a spezzarne le gambe. Quindi esita un attimo, solleva la sedia e la sbatte con tutta la sua forza contro il lampadario che pende dal soffitto. Una pioggia di vetri e plastica tempesta il pavimento. Lascia cadere la sedia e rimane per qualche istante a contemplare la stanza. Una distesa uniforme e meravigliosa di oggetti fracassati, ammaccati, spezzati, mobili divelti, vetri, stoffa. Si sdraia in mezzo a quel piccolo paradiso nato dalle sue mani, sente lo scricchiolio dei frammenti di vetro sotto di sé e le fitte rapide quando gli entrano nella carne, poi, mentre da fuori si avvicina il suono di una sirena, sente le lacrime uscirgli dagli occhi e scorrere rapide lungo il viso, calde e inarrestabili. Sorride.
Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Otello Chelli
Non è difficile immaginare “Il Rosso e Selica”, di Otello Chelli - di cui qui riportiamo solo l’inizio per motivi di spazio - accompagnato dalle note di Cavalleria Rusticana di Mascagni. La città in cui si svolge la storia è la stessa dove è nato il compositore, la trama ricorda l’intreccio della novella verghiana. È un racconto che scava nell’anima di una città, che s’insinua nei suoi quartieri antichi, tra le pietre il mare, il porto, le leggende. Narra una storia dalle tinte forti e delicate insieme, una novella con modulazioni da feuilleton nell’intreccio, ma costruita in prevalenza sulle atmosfere.
Da una coralità di figure scrutate quasi attraverso il velo di una malinconica nostalgia, si stagliano con forza i protagonisti: il Rosso, duro, sanguigno, insolito miscuglio di raffinatezza da intellettuale e primitività da “risi’atore”, uomo delle ciurme del porto di Livorno; e Selica, disperatamente travolta dalla passione, vissuta con l’innocenza del giovane animale fuggito dalla cattività. E attorno a loro, un’atmosfera rarefatta di cupa inquietudine, già il presagio triste dell’epilogo drammatico: sensazioni sottili, narrate a volte con un sincretismo di cronaca, altre col lirismo dei sentimenti.
Lei, lui, l’altro, l’eterno triangolo foriero di gelosie mortifere fin dai tempi di Paolo e Francesca. Eros e thanatos – fin troppo eros diciamo noi – e thanatos come indissolubile conseguenza della trasgressione, ma anche come riconquistata libertà, come fusione delle anime in una passione destinata a rimanere immortale, come unione nella morte e oltre di essa. Singolare finale consolatorio: passione e peccato, la “caduta”, trovano riscatto nella pietas di una religiosità primitiva che accoglie e non rifiuta, che è capace di sposarsi e non collidere col dna marxista del territorio.
Qui l’amore non è inteso come trepido sospiro del cuore ma come fuoco violento, inestinguibile, “una passione irrefrenabile, peccaminosa, quasi sacrilega, eppure tanto bella e candida.". Perché, un amore come quello fra i protagonisti non ha niente di consueto, va oltre il bene e il male, la vita e la morte, è un amore ossessione, come quello fra Cathy e Heathcliff. E se l’ambientazione non è nelle brughiere dello Yorkshire ma nel quartiere portuale della Venezia labronica, se l’atto d’amore non è solo vagheggiato ma concretamente e palesemente attuato, la potenza dei personaggi, il loro spirito titanico, sono gli stessi, come la stessa è l’atmosfera “infestata”, l’immagine degli amanti fantasmi che continuano a rimanere legati ai luoghi che hanno visto fiorire la loro passione e compiersi il loro tragico destino.
Quello che colpisce, e che affascina, è, infatti, la stupenda rievocazione di una Livorno che non c’è più, fra fossi, navicellai e risi’atori, con figure storiche come padre Saglietto. Un canto d’amore infinito per il quartiere della Venezia, tante volte ricreato nella narrativa di Chelli, un mondo popolare, fatto di gente rude e generosa, di forti passioni, di onore lavato col sangue, di solidarietà fra simili. La parte migliore è quella in cui si descrive la vita del rione, ricostruendo perfettamente il quadro del passato.
Il pezzo meno riuscito è quello centrale, nel quale viene messa in scena esplicitamente la passione brutale dei protagonisti. Il testo perde efficacia nell’eccessivo dilungarsi in amplessi fin troppo particolareggiati, descritti con immagini appesantite da troppi cliché, come “gli occhi di ghiaccio”. Nell’insieme, comunque, una lettura molto piacevole, una linearità classica del linguaggio, sostenuta da qualche arcaismo toscano che aggiunge gradevolezza al racconto.
Patrizia Poli e Ida Verrei
Il Rosso e Selica
Era bastato uno sguardo tra il "Rosso" e Selica, durante una delle tradizionali e numerose cene collettive che nelle sere d'estate si consumavano sui larghi marciapiedi del viale Caprera, mettendo assieme tutto il pescato di una giornata, altri alimenti e gli indispensabili fiaschi di vino rosso del Chianti, contenuti nelle madie delle famiglie, più numerosi dei fili di pane. Si trascorreva una serata in allegria, mangiando, bevendo, cantando sfottenti stornelli, romanze d’amore e famose canzoni sovversive, il rione lo era da sempre, la gente aveva nell’anima sentimenti carbonari prima dell’Unità e nikilsocialisti subito dopo, soprattutto quando Vittorio Emanuele II aveva cancellato lo status di “porto franco” alla città più garibaldina d’Italia insieme a Brescia e Bergamo, gettando a spasso centinaia di facchini del porto, navicellai e barrocciai. In quegli anni era ancora attiva la “Mano Nera”, nata fra i veneziani per vendicare con il coltello i torti subiti dalla loro gente. Se la sera era umida si accendeva un bel fuoco e ci si sedeva tutti attorno consumando la cena, “buttando a pagliolo” i fiaschi , mentre il Topo, già alticcio, un bicchiere pieno a metà posato ai suoi piedi, dava il via alla festa in qualità di mago della chitarra, nonostante non conoscesse una nota musicale. Con le sue arie faceva cantare la notte e rendeva più brillanti le stelle, aiutato dalla voce di Renata, popolana tipica, tonalità d'angelo che, se educata e lanciata sui palcoscenici, sarebbe diventata più celebre delle più acclamate e corteggiate stelle del melodramma.
Il "Rosso” era una figura bizzarra, fuori fase in un quartiere tipico e popolare come quello della Venezia Nuova, anche se era nato in una delle antiche case della Tura, la zona che dalla chiesa di Crocetta si proiettava fino al Ponte di Santa Trinita, accucciato sotto la mole corrusca della Fortezza Vecchia. Tornato a casa dopo anni e anni di avventurose peregrinazioni, durante le quali aveva fatto fortuna, nel suo rione ritrovava ogni giorno i ricordi di una fanciullezza dura, ma allegra, indimenticabile. Giornalista e scrittore di larga fama, ad ogni uscita di un suo libro veniva osannato dalla critica. Eppure era uno di loro, nato fra questa gente povera e ostinata, generosa e impulsiva, discendente di una delle famiglie "storiche" di questo rione autentico angiporto, abitato da gente che all’orgoglio delle proprie idee, univa grande fierezza ed era facile alla zuffa, al coltello e al revolver, usati spesso per difendere il proprio onore o gli irriducibili ideali scaturiti dalla rivoluzione francese e dalle idee di Mazzini, Garibaldi e Carlo Marx. In gioventù il “Rosso” era stato un "risi'atore" tra i migliori, uno dei componenti la famosa carovana di Silenzio e faceva parte di quella ciurma leggendaria che a bordo di un gozzo mastodontico, prendeva il mare con qualsiasi tempo e a forza di remi si recava incontro ai legni diretti verso l'ansa sicura del porto di Livorno. Spesso questa barca possente oltrepassava anche la Meloria per contendere e strappare alle altre ciurme il diritto allo scarico e al carico delle merci, arrembando quasi le navi in arrivo, come facevano i saraceni. In questo modo conquistavano il diritto di pilotarle nel sicuro accosto della Darsena Vecchia e compiervi le indispensabili operazioni di manipolazione delle merci, fornitura d’acqua e viveri, soprattutto verdure, indispensabili ai marinai per combattere lo scorbuto.
Un modo periglioso e incredibile di guadagnare il pane quotidiano per la famiglia, ma in quei tempi il mestiere del “risi'atore" , seppure molto pericoloso, non dava solo il pane, ma anche un certo benessere, dignità, ammirazione e autorevolezza tra la gente, ben oltre i confini del quartiere.
Il "Rosso" non aveva parenti. Morti i genitori, dopo qualche anno i suoi due fratelli erano scomparsi in mare, una sorella, la sua prediletta, si era innamorata di un uomo sposato e gli aveva ceduto senza sapere della condizione di lui. Abbandonata e incinta, si era buttata giù dal ponte del Porticciolo e le fredde acque invernali dei fossi l'avevano deposta, dura come il marmo, ma sempre bella, là, ai piedi della Fortezza Vecchia, sulla sabbia del cantierino disteso sulla parte finale della Tura, laddove i calafati costruivano e riparavano i navicelli, quei barconi enormi, neri e silenti al passaggio tra le case, sui quali si caricavano le mercanzie per portarle dalle navi ai fondaci e viceversa, attraverso la fitta rete dei fossi fatti costruire appositamente dai Medici, una autentica ragnatela che s'intreccia nel famoso "Pentagono" del Buontalenti.
Il giovane, chiuso in se stesso, il volto scolpito come uno scoglio dalle onde, aveva seppellito la sorella nel sepolcreto della chiesa, Padre Saglietto, leggendaria figura di monaco trinitario, sempre schierato accanto ai suoi parrocchiani, anche ai “senzadio”, si era opposto alla volontà dei pii frequentatori della sua parrocchia di seppellire la bellissima Benedetta nello spoglio “campo dei suicidi” e aveva concesso questo privilegio alla sventurata fanciulla buona credente e caritatevole in modo evangelico. Rimasto solo al mondo, il giovane si era imbarcato su un legno di Marsiglia ed era scomparso. Sei mesi dopo il corpo di Amedeo, il facoltoso commerciante che, ingannandola, si era preso sua sorella per poi abbandonarla vilmente, venne trovato sotto la Voltina con un lungo coltello piantato in mezzo al cuore. Era un coltellaccio della Provenza, con una punta capace di forare la pelle d'un orso e un filo da autentico rasoio. "Un’arma micidiale" - aveva dichiarato il Delegato di polizia.
Si seppe qualche tempo dopo, ma la nave non si era registrata e nessuno poté provare niente, anche se furono in molti a sussurrarlo, che il brigantino di Marsiglia avesse fatto sosta per un'intera nottata a Bocca d'Arno, l'equipaggio aveva cenato dal Ghingheri, nella trattoria di legno costruita su palafitte piantate in riva al grande fiume, proprio sulla foce, rifugio di pescatori e contrabbandieri, ma l'oste smentì recisamente il fatto e del resto, nessuno in Venezia e in città, aveva visto il "Rosso". Quindi "si trattava di un evidente abbaglio" - concluse lo stesso Delegato che dalle autorità francesi aveva saputo come la nave, nella stessa notte dell’omicidio, si trovasse all’ancora nel porto di Bastia, da dove era salpata per Barcellona.
Viaggi in tutti i porti del mondo, esperienze incredibili e fantastiche, il giovane, intelligenza pronta, agile e forte, aveva trovato il tempo di imparare a leggere e a scrivere, apprendere una miriade di lingue e di dialetti e si era fermato per tre anni nelle terre algerine, viaggiando sulle roventi sabbie del Sahara fra predoni berberi e mercanti beduini, raggiungendo con le loro carovane e nelle loro scorrerie, i monti dell'Atlante e tutte le oasi fino al verde Niger. Si era arricchito e quando ritornò in Italia sbarcando a Genova, invece di recarsi a Livorno proseguì per Milano. Ad Algeri aveva conosciuto il proprietario del più importante giornale italiano e durante il viaggio verso il porto ligure era nata tra i due una duratura amicizia. Il "Rosso", aveva parlato delle sue peregrinazioni al potente uomo d'affari e questi, ascoltando le incredibili avventure narrate con sciolta parlantina e una vasta conoscenza, era rimasto affascinato e aveva proposto a quell’uomo ancora giovane, il volto bello, di cuoio per il sole assorbito sul mare e nel deserto, di scrivere alcuni lunghi reportage, iniziando a fare l'inviato all'estero per il suo giornale. Così il "risi'atore" veneziano si trovò a viaggiare per paesi lontani, frequentare uomini di stato, politici, industriali, inventori, capi di tribù mongole, indiane, cinesi e africane, ma sopratutto, entrò in contatto con molteplici culture e tradizioni, arricchendo ulteriormente un bagaglio di conoscenze già vasto.
A Milano si era invaghito, corrisposto, di una nobildonna di famiglia risorgimentale, si erano sposati, lei gli aveva dato due figli, ma le peregrinazioni del marito, le lunghe assenze, l'avevano infine decisa a chiedere la separazione. La sua ricchezza era tale, da non farle richiedere al "Rosso" nemmeno una lira per il mantenimento dei suoi figli che tenne lontani dal padre, per loro sempre più uno sconosciuto.
Alla fine di un lungo viaggio in Cina e in Mongolia, il famoso scrittore era ormai giunto al suo trentanovesimo anno di vita, stanco di viaggiare per tutti i continenti, aveva persino seguito la folle e stupenda corsa automobilistica “Parigi – Pechino”, si mise a scrivere, quasi per scherzo un libro di avventure e il successo fu strepitoso, di conseguenza egli ne scrisse altri e, in breve, divenne immensamente ricco, di quattrini e di fama. La ex moglie, il suo tentativo di riconciliarsi con lei era fallito, dopo alcuni mesi si era trasferita negli Stati Uniti, dopo aver sposato un ricco industriale dell’automobile ed i suoi figli erano ormai perduti nella società dorata degli “States”
A quel punto, evitando le allettanti offerte della ricca Milano, irrequieto e stanco di vivere la vita degli opulenti salotti intellettuali di grandi città europee, decise di ritornare a Livorno, nella sua Venezia, il che avvenne quando di anni ne aveva quarantatré. Eppure al "Rosso" non se ne davano più di una trentina e quel suo volto bruciato dal sole di cento paesi diversi, sembrava il volto di un fanciullo, soprattutto per la luce che illuminava i suoi occhi di ghiaccio.
Acquistò una bella casa al primo piano di un palazzo signorile sugli Scali delle Ancore e dalle sue grandi finestre dominava l'intero "fosso reale" dell'antico quartiere e poteva ammirare lo spaccato bellissimo delle vetuste case e dei palazzi seicenteschi. Alla finestra del suo studio, come un dipinto di grande artista, si mostrava ai suoi occhi il fosso dominato dalla Chiesa di Santa Caterina dei Domenicani, il palazzo granducale, detto de il Refugio, la cui facciata dava sul viale Caprera e la bellezza di Palazzo Rosciano. Se cambiava direzione al suo sguardo, il dipinto si trasformava e ad apparire era la mole familiare della Fortezza Vecchia, sovrastante l'intero rione con l’Erta degli Arrisi’atori, autentica terrazza lanciata sul porto e sul quartiere, mentre davanti a lui si ergeva l’edificio detto de il Paradisino e poteva vedere anche uno scorcio della chiesa di "Crocetta", quella cara al suo cuore dove spesso si recava per i suoi muti colloqui con l’amata “sorellina”. Dalle finestre della casa sentiva con piacere il brusio della vita operosa dei veneziani, il chiacchiericcio e le battute dei facchini del porto e dei navicellai che, seduti sulla spalletta del ponte sottostante che, dolorosamente, gli ricordava il suicidio della sorella, aspettavano una chiamata da qualche banco per recarsi a "fare la giornata". Ascoltava con sottile piacere l'argentino suono delle campane, soprattutto quelle di San Ferdinando, la sua “Crocetta”, la chiesa della sua fede fanciulla, cresciuta all'ombra della torre campanaria sotto la quale era venuto alla luce e spesso ascoltava il suono argentino di una canzone cantata da una delle donne affacciate alle finestre a chiacchierare o stendere lunghe file di panni ad asciugare. Nelle ore di quiete, mentre sedeva alla sua scrivania scrivendo qualche storia, sentiva il fruscio dolce del passaggio di qualche navicello e non sapeva resistere, affacciandosi ad ammirare il lento avanzare del grande barcone nero sulle calme acque del fosso reale, sospinto dalla pertica usata da un solo uomo che camminava in su e giù sul passatoio, spingendo quella flessibile, lunga pertica rotonda, capace di dimostrare la giustezza della frase di Archimede: “Datemi una leva e vi solleverò il mondo.”
Nel rione nessuno aveva dimenticato il figlio di Alceste e Filomena, il fratello della sventurata Benedetta e di quei due ragazzoni, uno morto alle Bocche di Bonifacio, l’altro a Capo Horn. Il "Rosso" venne quindi accolto con affetto, rispettato per ciò che era diventato, ma soprattutto, perché sul corpo della sorella aveva pianto silenziosamente, senza mostrare lacrime, mentre il dolore aveva invaso l'anima sua insieme alla glaciale calma con la quale aveva preparato la sua vendetta. Impassibile, nessuno lo aveva sentito profferire minaccia alcuna, chiara od oscura. Era un veneziano verace lui e aveva agito con l'intelligenza e la freddezza di un uomo vero e questo nessuno, nell'antico quartiere lo aveva dimenticato.
Quella sera, come dicevamo all'inizio di questa storia, bastò uno sguardo tra il "Rosso" e Selica, una splendida donna snella e flessuosa come un giunco e dal volto che con quegli occhi profondi come la notte, i capelli d’ebano e la pelle leggermente mora, la faceva discendere dal miscuglio di razze arrivate in questo quartiere nei secoli seguiti alla promulgazione delle leggi granducali, dette Livornine. Un amalgama dal quale era uscito il tipico livornese verace, nelle cui vene scorreva un misto di sangue arabo e nordico, orientale e anglosassone.
Fu come una scintilla che incendia una foresta e i due seppero immediatamente come le loro vite si fossero intrecciate senza scampo. Era sicuramente amore. Non il trepido e puro sentimento tante volte cantato nei libri e in moltissime leggende, no, il loro non era uno di quei sentimenti fatto di candore e nascosti tremori, quasi sempre platonici, vissuti su timidi sguardi e trepidi sospiri. I due, lo seppero subito, nei loro occhi non c’era niente di poetico, ma l'incontrarsi di due fuochi violenti e inestinguibili, lo scontro di due destini, quasi sempre distruttivo.
Si avvinghiarono in un abbraccio frenetico, non appena la serata ebbe termine, due ore dopo la mezzanotte, nel portone della casa di lei, in un casamento situato nella strettissima via delle Acciughe, di fianco al nobile Palazzo Rosciano. Selica si era avviata, sola, verso casa; lo Svelto, Remigio Saettini, suo marito, era uno dei più conosciuti capovoga della città ed era sceso in mare di buon'ora per raggiungere una "norvegina", che Pistola (la Venezia è sempre stata un quartiere dove abbondano i soprannomi), il suo avvistatore più bravo, gli aveva segnalato.
Quando Selica dette la buonanotte all'ormai assonnata compagnia, era l'ultima del suo casamento ad andarsene. Quegli occhi da zingara, neri come un cielo notturno senza stelle, si erano fermati per un attimo solo in quelli del "Rosso" e nessuno vide il messaggio ch'ella gli inviava. Anche lui salutò e si diresse al ponte, ma, dopo un rapido sguardo in giro, scantonò furtivamente verso palazzo Rosciano inoltrandosi nel buio della stradina dov’era la casa di lei.
….. continua
Otello Chelli
Bugie e fantasie
Cominciava con un prurito sulla guglia del naso. Era come una puntura di spillo che si allargava in onde crescenti di formicolio. La carne si arrossava, la pelle si tendeva e poi si arricciava in crespe e nodi legnosi.
Trentadue anni e mezzo erano passati da quando Pinocchio non era più un burattino di legno, però, ogni volta che mentiva, il suo naso - l’antenna impertinente che la natura protendeva fuori della sua testa - ancora si trasformava. Era sempre un evento spiacevole ed imbarazzante. L’ultima volta il fattaccio era accaduto sul locale Firenze-Prato e Pinocchio aveva fatto il viaggio chiuso nella toelette nell’attesa che gli passasse. Quel giorno, ricordava, aveva sparato una balla all’uomo seduto di fianco, esagerando l’abilità del proprio cane da caccia.
Ma perché succedeva qui, in questa fredda sera di Dicembre, mentre si pavoneggiava nel cappotto nuovo, specchiandosi in una vetrina gravida d’addobbi natalizi? Non aveva raccontato bugie a nessuno, era solo con propri pensieri. Cosa aveva pensato esattamente? Si sforzò di ricordare. Dunque, aveva osservato un nuovo modello di computer, infiocchettato come un pacco regalo, poi il palmare a fianco, e infine il piccolo robot parlante. Ah, ora rammentava. Lo aveva paragonato a un burattino. Ecco i burattini del terzo millennio, aveva pensato. Per fortuna io ormai sono un uomo in carne ed ossa. Sono a posto, sono arrivato.
Tornò a guardarsi nella vetrina. Vide un bell’uomo elegante sui quaranta. Era cambiato parecchio da quando le sue scorribande con Lucignolo mettevano a soqquadro il paese e facevano disperare il povero babbo. L’antica struttura di frassino, a ben guardare, si era conservata nelle giunture, un po’ rigide per la sua età, e nelle onde rade e scolpite dei capelli. Ma a tradirlo davvero era sempre e solo il naso. Indisciplinato e puntuto, pronto a trasformarsi in legno nei momenti meno opportuni. Come ora, con questo nevischio ghiacciato che ti tagliava la faccia.
Si guardò intorno. Nessuno si era accorto di niente, grazie al cielo. Era tardi, i negozi stavano chiudendo. Gli ultimi passanti rincasavano frettolosi col bavero alzato contro la tramontana. Calcò il cappello sugli occhi, poi si ficcò in un cinema di seconda visione. Al buio avrebbe atteso che tutto finisse.
Coprendosi il naso con la mano, chiese un biglietto. La cassiera alzò due occhi fissi e distratti insieme. Aveva un’aria triste, la bocca piena di briciole. Faceva tutt’uno col banco di formica dietro il quale nascondeva la sua cena. Pinocchio distolse lo sguardo, sempre più a disagio, e si rincalzò ancora di più nel cappotto. Il freddo gli gelava le ossa.
Entrò nella sala buia e si cacciò nell’ultima fila. Davano un film di guerra degli anni cinquanta. Vicino a lui c’erano un paio di pensionati intirizziti e una coppia di mezza età, che si baciava con bramosia clandestina.
Allungò le gambe, cercò di rilassarsi. Il naso non accennava a tornare normale, anzi, nel gelo della sala, era l’unica parte del suo corpo ancora calda.
Era la maledizione della fata, rifletté, la vecchia baldracca turchina che gli aveva fatto da madre. Se davvero gli avesse voluto bene come diceva, non l’avrebbe tormentato col ricatto della bontà. Ogni buon’azione, un pezzo di legno in meno. Aiutava una vecchietta ad attraversare nel traffico? Via un dito. Faceva l’elemosina sul sagrato della chiesa? Ecco che al posto di un orecchio di legno, si ritrovava della cartilagine molliccia. Per conquistarsi tutto un corpo aveva faticato l’intera infanzia, su su fino al terribile, meraviglioso, giorno in cui perfino il suo pene di frassino aveva distillato una bianca perla del tutto umana. Ma bastava un niente. Nell’attimo in cui alterava il reale anche solo di un piccolissimo scarto, doveva correre pentito a nascondere l’ingombrante frutto della sua colpa.
Eppure, davanti alla vetrina dei computer, l’ingegner Pinocchio non aveva detto nessuna delle sue solite bugie. Non aveva gonfiato la potenza dell’auto, le acrobazie del pene, le tette della segretaria. Non aveva soffiato il progetto ad un collega. Non aveva lusingato nessuno, non aveva fatto complimenti ad arte per ingraziarsi i superiori. Non riusciva proprio a capire dove poteva aver sbagliato.
Però cominciava a sentirsi stranamente bene. La sala di proiezione era come un utero accogliente. Lui era immerso nel lago di bagliori che piovevano dallo schermo ed il calore gli si stava propagando dal naso al resto del corpo. Strinse il pezzo di legno fra le dita. Era come avere fra le mani una tazza di caffè caldo, una stufa accesa. Chiuse gli occhi.
Rivide una bottega di falegname, lontana nel tempo, profumata di trucioli e con un tappeto di morbida segatura. Un uomo anziano intagliava un ciocco. Canticchiava, allegro.
“Ti farò gli occhi e tu vedrai. Ti farò la bocca e tu parlerai. Ti farò il cuore e tu amerai.”
Era stato un desiderio, un dono d’amore, una formula magica.
Quattro lunghe ciglia di legno avevano sbattuto stupite, una gamba era balzata giù e si era avvicinata ciottolando, impaziente di riunirsi al resto del corpo.
“Ti chiamerò Pinocchio.”
Il burattino di legno aveva sorriso, i tondi occhi illuminati di malizia. Era un burattino allegro, terribile, vivacissimo. Geppetto, suo padre, lo amava proprio per le sue marachelle.
I primi anni della sua vita erano stati spensierati, poi era venuta la consapevolezza della diversità, il bisogno di apparire un altro. L’innumerevole sfilza di bugie.
Raccontava ai burattini di Mangiafoco che lui era figlio di un sultano. Vendeva l’abecedario per andare a vedere il teatro. Magico teatro, pieno di maschere, trasformista e bugiardo, fantastico, innocente. Raccontava a Lucignolo che loro due non erano asini, bensì nobili cavalli da corsa, mentre, preoccupati, si tastavano le orecchie pelose nel tetro luna-park del Paese dei Balocchi.
In quella vita aveva portato vestiti di carta fiorita e cappelli di mollica di pane, s’era bruciato i piedi e se n’era fatti intagliare un paio nuovi di zecca da Geppetto, aveva imparato a mangiare bucce e pan di feccia, aveva conversato col grillo parlante. Ed aveva sempre Lucignolo con sé.
Lucignolo. Naso all’insù, occhi di pece, una ne fa e cento ne pensa. Lucignolo attore, bugiardo, unico amico.
Quando Lucignolo era uscito dalla galera, tutti in paese gli avevano voltato le spalle. Pinocchio per primo, perché ormai dai suoi pantaloni spuntavano rosee ginocchia di ciccia e tutti gli consigliavano di star lontano dalle cattive compagnie. Pensa a studiare, gli dicevano, pensa a tuo padre, pensa a farti una posizione ora che sei un bambino vero, che non hai più la testa di segatura. Così si era trasferito a Firenze e Lucignolo era morto d’overdose nel cesso di un bar.
Ecco dov’era il punto.
La più grossa delle bugie l’aveva detta a se stesso. La bugia era il suo desiderio di apparire per forza come gli altri. Perché uguale è bello, uguale è normale, uguale è vero. Ma lui non era come gli altri. No, lui non era un essere umano, era un burattino di legno. E non era un ingegnere, era un attore. Doveva stare sul palco, insieme agli altri burattini come lui.
Amava il teatro, amava Lucignolo e persino il Gatto e la Volpe. Amava anche la fata, ma solo quando gli si mostrava sottoforma di lucida lumaca o di capretta azzurra.
Dallo schermo piombò su di lui una luce blu, che circondò di un alone le sue mani. La presa divenne una morsa, le dita si contrassero e formicolarono. Pinocchio le guardò a lungo, stupito. Poi sorrise.
Erano tornate di legno.
Uscì dal cinema con l’andatura guizzosa e scricchiolante della sua gioventù. Cantava. “Ti farò il cuore e tu amerai”
Passò davanti alla cassiera. Si guardarono: un grosso burattino di legno dall’aria contenta, infagottato in un cappotto di Versace, e una donna di mezza età, con un ammiccante baluginio turchino fra i capelli.
Trentadue anni e mezzo erano passati da quando Pinocchio non era più un burattino di legno, però, ogni volta che mentiva, il suo naso - l’antenna impertinente che la natura protendeva fuori della sua testa - ancora si trasformava. Era sempre un evento spiacevole ed imbarazzante. L’ultima volta il fattaccio era accaduto sul locale Firenze-Prato e Pinocchio aveva fatto il viaggio chiuso nella toelette nell’attesa che gli passasse. Quel giorno, ricordava, aveva sparato una balla all’uomo seduto di fianco, esagerando l’abilità del proprio cane da caccia.
Ma perché succedeva qui, in questa fredda sera di Dicembre, mentre si pavoneggiava nel cappotto nuovo, specchiandosi in una vetrina gravida d’addobbi natalizi? Non aveva raccontato bugie a nessuno, era solo con propri pensieri. Cosa aveva pensato esattamente? Si sforzò di ricordare. Dunque, aveva osservato un nuovo modello di computer, infiocchettato come un pacco regalo, poi il palmare a fianco, e infine il piccolo robot parlante. Ah, ora rammentava. Lo aveva paragonato a un burattino. Ecco i burattini del terzo millennio, aveva pensato. Per fortuna io ormai sono un uomo in carne ed ossa. Sono a posto, sono arrivato.
Tornò a guardarsi nella vetrina. Vide un bell’uomo elegante sui quaranta. Era cambiato parecchio da quando le sue scorribande con Lucignolo mettevano a soqquadro il paese e facevano disperare il povero babbo. L’antica struttura di frassino, a ben guardare, si era conservata nelle giunture, un po’ rigide per la sua età, e nelle onde rade e scolpite dei capelli. Ma a tradirlo davvero era sempre e solo il naso. Indisciplinato e puntuto, pronto a trasformarsi in legno nei momenti meno opportuni. Come ora, con questo nevischio ghiacciato che ti tagliava la faccia.
Si guardò intorno. Nessuno si era accorto di niente, grazie al cielo. Era tardi, i negozi stavano chiudendo. Gli ultimi passanti rincasavano frettolosi col bavero alzato contro la tramontana. Calcò il cappello sugli occhi, poi si ficcò in un cinema di seconda visione. Al buio avrebbe atteso che tutto finisse.
Coprendosi il naso con la mano, chiese un biglietto. La cassiera alzò due occhi fissi e distratti insieme. Aveva un’aria triste, la bocca piena di briciole. Faceva tutt’uno col banco di formica dietro il quale nascondeva la sua cena. Pinocchio distolse lo sguardo, sempre più a disagio, e si rincalzò ancora di più nel cappotto. Il freddo gli gelava le ossa.
Entrò nella sala buia e si cacciò nell’ultima fila. Davano un film di guerra degli anni cinquanta. Vicino a lui c’erano un paio di pensionati intirizziti e una coppia di mezza età, che si baciava con bramosia clandestina.
Allungò le gambe, cercò di rilassarsi. Il naso non accennava a tornare normale, anzi, nel gelo della sala, era l’unica parte del suo corpo ancora calda.
Era la maledizione della fata, rifletté, la vecchia baldracca turchina che gli aveva fatto da madre. Se davvero gli avesse voluto bene come diceva, non l’avrebbe tormentato col ricatto della bontà. Ogni buon’azione, un pezzo di legno in meno. Aiutava una vecchietta ad attraversare nel traffico? Via un dito. Faceva l’elemosina sul sagrato della chiesa? Ecco che al posto di un orecchio di legno, si ritrovava della cartilagine molliccia. Per conquistarsi tutto un corpo aveva faticato l’intera infanzia, su su fino al terribile, meraviglioso, giorno in cui perfino il suo pene di frassino aveva distillato una bianca perla del tutto umana. Ma bastava un niente. Nell’attimo in cui alterava il reale anche solo di un piccolissimo scarto, doveva correre pentito a nascondere l’ingombrante frutto della sua colpa.
Eppure, davanti alla vetrina dei computer, l’ingegner Pinocchio non aveva detto nessuna delle sue solite bugie. Non aveva gonfiato la potenza dell’auto, le acrobazie del pene, le tette della segretaria. Non aveva soffiato il progetto ad un collega. Non aveva lusingato nessuno, non aveva fatto complimenti ad arte per ingraziarsi i superiori. Non riusciva proprio a capire dove poteva aver sbagliato.
Però cominciava a sentirsi stranamente bene. La sala di proiezione era come un utero accogliente. Lui era immerso nel lago di bagliori che piovevano dallo schermo ed il calore gli si stava propagando dal naso al resto del corpo. Strinse il pezzo di legno fra le dita. Era come avere fra le mani una tazza di caffè caldo, una stufa accesa. Chiuse gli occhi.
Rivide una bottega di falegname, lontana nel tempo, profumata di trucioli e con un tappeto di morbida segatura. Un uomo anziano intagliava un ciocco. Canticchiava, allegro.
“Ti farò gli occhi e tu vedrai. Ti farò la bocca e tu parlerai. Ti farò il cuore e tu amerai.”
Era stato un desiderio, un dono d’amore, una formula magica.
Quattro lunghe ciglia di legno avevano sbattuto stupite, una gamba era balzata giù e si era avvicinata ciottolando, impaziente di riunirsi al resto del corpo.
“Ti chiamerò Pinocchio.”
Il burattino di legno aveva sorriso, i tondi occhi illuminati di malizia. Era un burattino allegro, terribile, vivacissimo. Geppetto, suo padre, lo amava proprio per le sue marachelle.
I primi anni della sua vita erano stati spensierati, poi era venuta la consapevolezza della diversità, il bisogno di apparire un altro. L’innumerevole sfilza di bugie.
Raccontava ai burattini di Mangiafoco che lui era figlio di un sultano. Vendeva l’abecedario per andare a vedere il teatro. Magico teatro, pieno di maschere, trasformista e bugiardo, fantastico, innocente. Raccontava a Lucignolo che loro due non erano asini, bensì nobili cavalli da corsa, mentre, preoccupati, si tastavano le orecchie pelose nel tetro luna-park del Paese dei Balocchi.
In quella vita aveva portato vestiti di carta fiorita e cappelli di mollica di pane, s’era bruciato i piedi e se n’era fatti intagliare un paio nuovi di zecca da Geppetto, aveva imparato a mangiare bucce e pan di feccia, aveva conversato col grillo parlante. Ed aveva sempre Lucignolo con sé.
Lucignolo. Naso all’insù, occhi di pece, una ne fa e cento ne pensa. Lucignolo attore, bugiardo, unico amico.
Quando Lucignolo era uscito dalla galera, tutti in paese gli avevano voltato le spalle. Pinocchio per primo, perché ormai dai suoi pantaloni spuntavano rosee ginocchia di ciccia e tutti gli consigliavano di star lontano dalle cattive compagnie. Pensa a studiare, gli dicevano, pensa a tuo padre, pensa a farti una posizione ora che sei un bambino vero, che non hai più la testa di segatura. Così si era trasferito a Firenze e Lucignolo era morto d’overdose nel cesso di un bar.
Ecco dov’era il punto.
La più grossa delle bugie l’aveva detta a se stesso. La bugia era il suo desiderio di apparire per forza come gli altri. Perché uguale è bello, uguale è normale, uguale è vero. Ma lui non era come gli altri. No, lui non era un essere umano, era un burattino di legno. E non era un ingegnere, era un attore. Doveva stare sul palco, insieme agli altri burattini come lui.
Amava il teatro, amava Lucignolo e persino il Gatto e la Volpe. Amava anche la fata, ma solo quando gli si mostrava sottoforma di lucida lumaca o di capretta azzurra.
Dallo schermo piombò su di lui una luce blu, che circondò di un alone le sue mani. La presa divenne una morsa, le dita si contrassero e formicolarono. Pinocchio le guardò a lungo, stupito. Poi sorrise.
Erano tornate di legno.
Uscì dal cinema con l’andatura guizzosa e scricchiolante della sua gioventù. Cantava. “Ti farò il cuore e tu amerai”
Passò davanti alla cassiera. Si guardarono: un grosso burattino di legno dall’aria contenta, infagottato in un cappotto di Versace, e una donna di mezza età, con un ammiccante baluginio turchino fra i capelli.
Asili
Ora sai che faccio, mi metto il cappottino e il berretto, siedo sulla panca nello spogliatoio, e aspetto mamma. Ti prego, ti prego Signore, fa’ che mamma venga a prendermi. Almeno per mangiare. La pasta è molle, l’uovo fa schifo. Ieri ho vomitato, mi hanno fatto alzare, mi hanno portato al centro della stanza, mi hanno lasciato lì in piedi, da sola, mentre andavano a prendere qualcosa per pulirmi perché avevo tutto il grembiule sporco di vomito. Chiamavo mamma, ero bagnata, mi vergognavo perché tutti mi fissavano, mi puntavano contro il dito, ridendo con quelle boccacce sdentate.
Perché mamma non viene a prendermi? Così vado a casa e mangio almeno il purè, che mamma lo fa buono, e poi guardo la tv dei ragazzi.
Stamani mi hanno dato un foglio e una matita. “Disegna, Gina”, mi hanno detto. Ho puntato la matita sul foglio, ho tracciato un arco con una mano sola. Quella che mi aveva dato il foglio ha chiesto: “Cos’è, Gina?”. “È un ponte, va bene?” ho detto io. Così, se non altro, la piantava di obbligarmi a disegnare. A me non riesce disegnare, a me non piace disegnare. Vorrei che mi lasciassero leggere tutti i libri che hanno in quella stanza di là. Ma forse non so leggere.
Ieri ci hanno fatto sedere in cerchio. “Gina, raccontaci qualcosa di te”, hanno detto. Non mi è venuto niente da dire, mi sembrava di avere una scatola da scarpe al posto della testa. Ero tutta sudata.
“Non temere, Gina, qui hai tante nuove amiche.”
Mamma mi ha spiegato che due persone diventano amiche quando si conoscono da tanto tempo e si vogliono bene. Non so quanto è che sono qui, ma queste non sono mie amiche e non voglio bene a nessuno. No, davvero, queste non sono mie amiche, queste puzzano e si pisciano addosso. Se mi avvicino, mi danno le spinte. Una mi ha detto: “Vai via, puttana.” Mamma non vuole che dica certe parole, non vuole nemmeno che le ascolti.
Mamma, ti prego, vieni.
***
“Ci fumiamo una sigaretta, Giovanna?”
“Sì, Angela, ma facciamo presto che fra poco rientra la direttrice.”
Giovanna e Angela si appoggiano al vetro esterno e fumano in fretta, aspirando a grandi boccate. L’aria sta rinfrescando, il sole cala e si va a nascondere dietro le colline. Una terza infermiera passa loro vicino spingendo una sedia a rotelle vuota. “Sbrigatevi, la vipera è in arrivo.”
“Come le hai viste, oggi?” chiede Giovanna.
“Insomma… al solito, qualcuna tranquilla, altre meno.”
“È assurdo quanto riescono a essere cattive alla loro età. Ce l’hanno con Gina, poverina, la isolano.”
“Gina non lega con nessuno, parla poco, non si apre, non è collaborativa... ”
“Già, oggi ho provato a farla disegnare, ma niente.”
Suona un campanello, le due infermiere spengono in fretta le sigarette sotto la suola delle scarpe. “Dai, al lavoro.”
Tornano nella grande stanza comune. “Svuoti tu le padelle?” dice Angela, a voce alta, per farsi sentire dalla direttrice che, proprio in quel momento, sta scendendo le scale dai piani superiori.
“Sì, e tu vai a prendere i pannoloni, taglia media e grande, mi raccomando.”
La direttrice si è fermata ai piedi della scala. “Giovanna, Angela”, dice con un sorriso da serpe, “le nostre ospiti hanno bisogno di voi. Non siete qui per divertirvi. Questo non è un asilo, ragazze, ricordatevelo, è una casa di riposo.”
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