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Storia di una levatrice

15 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Di mia madre ricordo la treccia che toccava la strada, e gli occhi.
Suo padre fabbricava mattoni ad Amritsar, la città del Tempio d’Oro, era mussulmano ma non aveva il Corano nel cuore. Si chiamava Mohammed e sposò Ruttie. Nella prima notte dopo le nozze furono concepiti cinque gemelli. Mia nonna li partorì, uno dopo l’altro, ma tutti i maschi nacquero morti. Sopravvissero solo due bimbe, mia madre e mia zia.
Erano due bambine magre, che piangevano piano ma poppavano il latte con tenacia. Mohammed disse che erano state le femmine a succhiar via la vita dei maschi e pianse la morte dei suoi tre figli. - Se i miei figli sono morti - si lamentò, allora non ho nemmeno figlie.
Strappò le bambine alla madre e con loro vagò in mezzo alle baracche di fango e bambù dei quartieri poveri. All’alba, le consegnò ad una famiglia indù. - Eccovi del denaro - esclamò -allevate queste bambine come se fossero vostre, perché io non ho il coraggio di affogarle.
Una mattina di tredici anni dopo, Mohammed si trovò a passare nel quartiere dove vivevano le sue figlie. Seduta sulla soglia di una casa, c’era una fanciulla che impastava il chapati. Aveva una treccia nera che spazzolava il terreno, un naso dritto e delicato, guance di pesca. Era assorta nel suo lavoro e cantava sottovoce un inno alla dea Sita. Mohammed chiese ad un vicino chi fosse quella ragazzina. Scoprì che si trattava di una delle figlie che aveva ripudiato, e che gli indù l’avevano chiamata Suyeda. In quel momento comparve sulla soglia anche un’altra fanciulla. Dalla somiglianza, Mohammed capì che era l’altra gemella, cresciuta però più bassa, più tozza e più scura.
Erano passati molti anni, e Mohammed non sentiva più alcun legame di sangue con quelle due ragazzine. Figlia o non figlia, volle Suyeda per sé. Sua moglie Ruttie era invecchiata, sformata da troppe gravidanze dove tutti i bambini erano morti. Se Mohammed avesse avuto timore di Allah, avrebbe capito che quei lutti erano la punizione per avere abbandonato le sue figlie, ma lui non aveva il Corano nel cuore e quella sera non tornò da sua moglie.
Comprò da mangiare ed entrò nella casa di Suyeda.
- Eccovi del cibo- esclamò - ridatemi le mie figlie perché da questo momento sono di nuovo mia proprietà.
Si accoccolò sul charpoi, in mezzo alle due gemelle, ma per tutta la sera non ebbe occhi che per Suyeda. Giocò con la sua treccia, le raccontò storie divertenti e scelse per lei i bocconi migliori. Alla fine della cena, gettò una manciata di rupie fra le ciotole colme di frutta e di riso. Parlò nell’orecchio del padrone e subito tutta la famiglia decise di dormire per strada. - Fa troppo caldo, dissero.
Anche Suyeda ed Haria presero la loro stuoia. – No - ordinò quello che credevano il loro padre - voi due stanotte dormite dentro.
Ubbidirono, distendendosi sul charpoi che dividevano tutte le sere.
Quando Mohammed le raggiunse, stavano già dormendo, abbracciate. L’uomo si tolse in fretta la veste e sollevò il sari di Suyeda. La ragazza aprì gli occhi assonnati. Vide sopra di sé quell’uomo imponente, con la barba folta, gli occhi nebbiosi. Era nudo, con un enorme fallo rosso puntato contro di lei. - Non gridare, Suyeda, o sveglierai tua sorella - le disse - io sono il tuo vero padre e posso fare ciò che voglio di te.
Accanto, Haria stava rannicchiata e non si muoveva. Mohammed calò sopra Suyeda e con una mano le bloccò le spalle contro il terreno. Con l’altra le allargò le gambe, poi conficcò il suo membro dentro di lei. Suyeda soffiò con le narici, come un animale, ma non gridò. Haria rimase girata di schiena, immobile.
Il peso dell’uomo era immenso e schiacciava Suyeda contro il pavimento. Lei sentiva dentro la pancia una mazza dura che si agitava e sfregava, pelle contro pelle. Poi, d’un tratto, Mohammed si lamentò e Suyeda credette che la dea Sita lo avesse ucciso, per vendicarla.
Invece non era morto. Si levò in piedi e lasciò la casa.
Suyeda sentì Haria sospirare forte, come se per tutto quel tempo avesse trattenuto il respiro. Rimase distesa contro la schiena della gemella e non fiatò. Non mosse le gambe fino alla mattina e lasciò che il sangue, e quell’altra cosa viscosa, si rapprendessero sulle sue cosce. Era tutta pesta, come quando era stata picchiata per aver bruciato il chapati. Si sentiva ancora addosso quella barba ispida che le sbranava il seno, e riviveva lo strazio d’essere impalata fra le gambe da un uomo che aveva detto d’essere suo padre.
Né lei né Haria parlarono più di quell’uomo.
Suyeda non sapeva di essere incinta. Glielo dissero le donne della casa, picchiandola con un bastone sulla pancia che si era gonfiata. - Avrai un figlio - strillarono - e questa vergogna ricadrà su tutti noi.
Chiamarono un astrologo e lo pagarono perché leggesse nelle stelle il sesso del bambino. - Sarà un maschio - predisse l’astrologo. - Un maschio va bene - dissero le donne e lasciarono in pace Suyeda per il resto della gravidanza.
Non ebbe un maschio ma una femmina e quella femmina sono io.
Venni al mondo di notte, dopo che il monsone aveva soffiato per tutta la giornata. Le strade erano paludi e mia madre era inquieta come una tigre, mentre le raffiche di pioggia si abbattevano sulla sua casa e filtravano dal tetto.
Non aveva mai amato quel tugurio, né le persone che vi abitavano. Voleva bene solo a Haria, la sua gemella.
Mentre così rifletteva, inginocchiata a sorvegliare il masala che tostava nella tawa, con la pancia che le arrivava quasi sotto la gola, sentì un dolore così forte ed improvviso che credette d’essersi bruciata coi tizzoni. Guardò giù, col respiro affrettato d’una cavalla impaurita. Era troppo lontana dalle braci per essersi scottata e fra le sue gambe non c’era fuoco bensì acqua che bagnava il sari.
Si mosse, ma era come se una mano la tenesse inchiodata accanto al fuoco. Scivolò indietro, sulla schiena, soffocata da un altro dolore e, mentre annaspava per chiedere aiuto, sentì l’odore delle spezie che si carbonizzavano nella tawa. Mi picchieranno, pensò, come l’altra volta che ho bruciato il chapati. Ma anche se l’avessero picchiata con tutti i bastoni del mondo, non avrebbe potuto sentire più male di così.
Furono solo le prime doglie, le più leggere, d’un travaglio che doveva durare tutta la notte. Molte ore più tardi, Suyeda aveva smesso anche di urlare, mentre attorno a lei un cerchio di donne si affannava.
Fu chiamato di nuovo l’astrologo e il cerchio si aprì, reverente, al suo arrivo. In cambio di tre pugni di riso, l’astrologo lesse il futuro sul palmo della mano sudata di Suyeda. - Non va bene - brontolò - stanotte le stelle sono contrarie.
Erano ormai pallide, le stelle, quando Suyeda ebbe l’ultima contrazione. Si aggrappò alle braccia di Haria e gridò. Apparve la mia testa ed una vecchia l’afferrò e tirò. Fui strappata in questa vita dalle sue mani sporche.
- Ma non è un maschio! - esclamarono indignate le donne della casa. A turno guardarono il mio sesso. - E’ solo una femmina - disapprovarono - una femmina inutile e costosa. Liberiamocene!
Haria s’intromise, mi fece scudo col suo corpo. - Lasciatela a me, penserò io a lei!
Mi prese in braccio e, con il mio stesso sangue, segnò una tika sulla mia fronte.
- Ecco il tuo terzo occhio, nipote - disse - ti chiamerò Mandala, cerchio della vita.
E anche quando per tutti divenni Fatima, per Hariamasi sono sempre rimasta Mandala.
Suyeda si rimise a fatica del parto. Passò molti giorni distesa sul charpoi. La febbre le faceva vedere cose che non erano: un mostro con la barba, più alto del sole, che la inghiottiva; una lancia rossa che la trapassava da parte a parte; un bicchiere di latte che si mutava in sangue.
La zia Haria mi appoggiava vicino al corpo della sorella assopita, accostava la mia bocca al seno fino a che non trovavo da sola il capezzolo e mi ci attaccavo.
Lentamente, mia madre riacquistò le forze ma dalla febbre non guarì mai. Cominciò ad annusare l’odore del mio corpo e ad assaggiare le gocce di latte che mi sfuggivano dalle labbra. Teneva in bocca le mie mani ed i miei piedi e li scaldava col suo fiato.
Prese a sedere sulla soglia di casa. Non le importava di cosa poteva pensare la gente. Lei non era più una brava ragazza indù e non si sarebbe mai sposata. Si era congiunta col proprio padre, era diventata una paria fra i paria ed anche gli intoccabili la chiamavano impura ed evitavano di camminare nella sua ombra. Perciò abbandonò ogni ritegno. Scostava il sari e esponeva il suo seno di tredicenne per allattarmi in mezzo alla gente, senza pudore.
Quattro anni passarono, uno dopo l’altro. Crebbi sana e forte, mio malgrado, in quella casa dove ero invisibile per tutti, tranne che per le due gemelle. Somigliavo più a Haria che a Suyeda. Come lei avevo lineamenti forti, ossatura robusta.
La febbre e l’allattamento avevano assottigliato Suyeda, rendendola trasparente e bellissima. Aveva quell’aspetto di fiore sgualcito che accende la fantasia degli uomini.
La adocchiò Charim, il peggior sciupafemmine di tutta Amritsar. Aveva vent’anni, una moglie ricca e molto più vecchia di lui e due figli piccoli. Apparteneva alla casta dei mercanti ma era sua moglie a lavorare, mentre lui correva dietro a tutte le ragazze della città. Era il terrore dei padri e dei mariti. Si prendeva il suo piacere con mussulmane, buddiste ed indù, con vergini e con donne sposate, con cortigiane e persino con donne bandite dalla loro casta.
Vide mia madre e le piantò in faccia i suoi occhi baldanzosi. Passando e ripassando davanti alla sua casa, si lisciò i baffi, fece tintinnare i suoi ornamenti, si morse il labbro.
Suyeda aveva diciassette anni. La sua unica conoscenza degli uomini e dell’amore era il vecchio incubo di un demone che diceva di essere suo padre e la prendeva con la forza. Charim cominciò con lei una danza delicata. Scriveva il nome Suyeda sul terreno con un ramoscello. Era gentile con me, mi porgeva con la sua stessa lingua noci d’areca e foglie di betel. - Un giorno, piccola Mandala - mi diceva - sarai come la tua mamma che brilla più di una stella.
Ci raggiungeva quando sapeva di trovarci sole, e portava in dono a mia madre frutta e collane di fiori. Faceva mostra di rispettarla, come se, invece d’una fuori casta, fosse stata una vergine ch’egli intendeva sposare. Un giorno le mandò una vecchia mezzana che consegnò a mia madre noci, profumi, anelli, zafferano, e le parlò dell’amore ch’ella aveva suscitato nel cuore di Charim. Con voce lacrimosa, spiegò quanto lui avrebbe sofferto per un suo rifiuto. Le disse che la moglie di Charim era una donna brutta e cattiva, che maltrattava il marito e non gli voleva un briciolo di bene.
Suyeda ritrovò il pudore. Smise di sedere sulla soglia, se non quando sperava di veder passare Charim. Se lui era vicino, non lo guardava mai in faccia, ma abbassava la testa e rispondeva a mezza bocca alle sue domande. L’amore la rese timida come una cerbiatta.
Cominciò a sognare ad occhi aperti. Di sicuro, pensava, la moglie di Charim un giorno morirà. E’ vecchissima, c’è chi dice che ha addirittura trent’anni. Quel giorno, io diventerò la prima sposa e, dopo, riempirò la sua casa di fiori, farò brillare il pavimento e sarò sempre bella e profumata per lui. Mia sorella Haria e mia figlia Mandala vivranno con noi.
Erano sogni bellissimi, durante i quali Suyeda dimenticava di essere una fuori casta, una alla quale la sua stessa gente non rivolgeva la parola.
Una sera, Charim recò con sé una splendida collana. Era di pura filigrana d’argento, con un pendaglio che scendeva sul petto. - Per te, Suyeda - le disse - come pegno del mio amore. L’argento porta i segni delle mie unghie e dei miei denti.
- Shukria - rispose Suyeda - grazie, la terrò per sempre.
Quando si abbandonò fra le sue braccia, quella stessa sera, volle pensare di essere l’unica: Charim non aveva moglie e tutte le altre donne non esistevano più.
Avevo solo quattro anni, ma ricordo che stavo in un angolo, a spolpare i frutti di papaya che Charim mi aveva regalato, e guardavo mia madre e lui distesi sul charpoi. Lei aveva il sari sollevato. Lui le stava sopra.
La baciava sulla gola, sulle spalle, sulle braccia, sul viso. Si muovevano insieme ed il loro moto ricordava l’onda, la ruota, il cobra che esce dal suo cesto al suono del fakir. In mezzo a loro la collana brillava nell’ombra.
Avevo paura dei rumori che facevano, ma la papaya era dolce. Mi riempivo la bocca e mi coprivo le orecchie per non sentire.
Passarono alcuni mesi. Charim veniva da noi regolarmente. Ogni volta c’erano manghi per me, o foglie di betel, o noci. Ogni volta loro due si stendevano sul charpoi, oppure restavano in piedi, contro il muro, e facevano quei movimenti e quei rumori.
Poi Charim smise di venire. Ogni giorno Suyeda si sedeva sulla soglia e guardava in fondo alla strada.
Ad ogni giorno che passava senza che lui arrivasse, mia madre perdeva colore dal viso e scottava un po’ di più. Se mi avvicinavo a lei, mi scacciava irritata.
E poi venne il giorno della festa di Baisakhi. Per le strade c’erano maghi, indovini, e yogi che camminavano sui carboni ardenti o si trafiggevano le guance con fili di ferro. C’erano giocolieri, danzatori e incantatori di serpenti. C’era, ricordo, persino un elefante bardato.
In mezzo alla folla, vicino ad uno zingaro che aveva un cobra avvolto intorno al collo, scorgemmo Charim. Guardava i giocolieri e pareva divertirsi molto. Era accanto ad una fanciulla velata, che portava grandi orecchini smaltati e bracciali di ceralacca con pietruzze scintillanti. A tratti, Charim si chinava a sussurrarle qualcosa nell’orecchio. La fanciulla rideva, con grandi occhi di pece luminosa, e fingeva di coprirsi le orecchie per non sentire.
Per tutto il tempo, mia madre rimase inchiodata a fissarli, senza dire una sola parola. Quando la folla si disperse, li seguì, trascinandomi con sé.
Cercò in tutti i vicoli, dietro ogni muro, ogni bidone, ogni albero. L’istinto la guidò oltre la soglia di un cortile. Charim e la fanciulla erano avvinghiati nel buio d’una volta d’ingresso e si baciavano. La fanciulla non aveva più il velo e dimostrava a mala pena quattordici anni.
Suyeda rimase acquattata nell’ombra a spiarli. Io ero vicino a lei e non osavo neppure respirare.
Alla fine, Charim uscì dal cortile con aria soddisfatta. Mia madre gli si parò innanzi. - Charim! - lo chiamò - Charim...
Lui ci guardò appena. - Toglietevi dalla mia ombra, fuoricasta.
Mia madre gemette, si coprì la bocca con la mano. Fece un passo indietro, poi due, poi cominciò a correre.
Nei giorni successivi non disse più una sola parola. Le tornò la febbre e smise di mangiare. Rifiutava le foglie colme di riso che Haria le offriva e per molto tempo si nutrì solo di latte allungato con l’acqua.
Sedeva tutto il giorno sul charpoi, con la collana stretta fra le dita sempre più magre e febbricitanti. Si era fatta così trasparente che si accorsero che era di nuovo incinta solo quando il parto era ormai vicino.
Appena cominciarono le doglie, Suyeda disse alla sorella che sarebbe morta. Mi chiamò e mi mise in mano la collana di Charim. - E’ tua adesso, Mandala - disse, e mi strinse il pugno tanto forte che il pendaglio mi bucò il palmo. - Conservala sempre! Questa collana porta i segni delle unghie e dei denti di Charim.
Dopo due giorni di travaglio, mia madre ebbe un altro figlio, mio fratello Kartar. Subito dopo il parto, morì di febbre emorragica, come aveva predetto.
Avevo solo cinque anni, ma quel giorno giurai che non avrei più permesso che una donna perdesse la vita per dare alla luce un bambino.
Da allora ho cambiato città, nome e religione, ma, fino ad oggi, ho sempre mantenuto la mia promessa.
Dopo la morte di Suyeda, la mia vita cambiò. Fu nostra zia Haria ad allevare me e Kartar. Crescemmo nella casa dei nostri parenti adottivi, che ci trattavano da paria. Per loro eravamo impuri, figli dell’incesto e dell’adulterio. Nessuno ci rivolgeva la parola, nessuno tollerava la nostra vista. A noi erano riservati solo i lavori più umili.
Kartar, il mio fratellastro, era un adolescente timido, chiuso in se stesso, pigro e trascurato. Fedele alla mia promessa, io divenni levatrice, ancor più impura agli occhi dei miei familiari. Le donne che aiutavo, però, mi erano riconoscenti.
Un giorno fui chiamata fuori città. Feci tutta la strada a piedi ed arrivai sudata e stanca ad una capanna di fango, dove un uomo di circa cinquant’anni mi mostrò la sua mucca che muggiva disperata.
- Sono una levatrice, non un veterinario - protestai. Feci per andarmene, ma, quando vidi la testa del vitello che sporgeva fra le gambe della bestia, la mia indignazione sfumò e mi detti da fare. Il vitello nacque sano e la mucca lo leccò contenta.
- Non ho soldi per pagarvi - confessò l’uomo. - Ma vi sono riconoscente. Quella vacca è tutta la mia ricchezza e, anche se non sono indù, per me è sacra. Adesso, grazie a voi, potrò vendere il vitello. Venite nel mio campo e prendete quello che volete!
Disse di chiamarsi Kalim Hussein e spiegò che la sua famiglia veniva dall’Arabia.
Una settimana dopo, lo vidi apparire, con un mazzo di fiori di campo e un sorriso umile sulla faccia. - Sono mussulmano - affermò - e sono povero. Ho solo il campo e la mucca ma vi chiedo di essere mia moglie.
Accettai. Insieme a Haria e a Kartar, lasciai la casa dove non ero amata e andai a vivere con Kalim Hussein. Riparammo il tetto della capanna coi miei soldi e comprammo un asino. Per sposare Kalim Hussein, dovetti convertirmi alla sua religione. Lo feci per dovere ma anche per riconoscenza. Imparai a compiere le abluzioni, a mettermi in ginocchio sapendo sempre dov’era la Mecca. Imparai a poggiare la fronte sul tappeto ed a pregare Allah misericordioso.
Prima del matrimonio, arrivò un mullah che mi fece ripetere alcuni versetti del Corano davanti a due testimoni. - Non c’è altro Dio che Allah e Maometto è il suo profeta.
Con queste parole, entrai nella luce dell’Islam, col nome di Fatima.
Ci sposammo senza dote, senza festa e senza invitati. Dopo la cerimonia, Kalim Hussein tornò nel campo, Haria in cucina, io al mio lavoro e Kartar a sonnecchiare al sole nel fosso.
Scoprii che mio marito era un uomo compassionevole e gentile. Non mi obbligò mai a mangiare carne di manzo e la sera, quando tornava dal lavoro, mi portava sempre un fiore.
Pian piano, grazie a lui, conobbi la vera fede. La legge del Profeta divenne iman dentro di me, spirito e luce nel mio cuore. Di mia volontà, scelsi di portare il velo, come segno di rispetto per mio marito.
Per due anni vivemmo del nostro lavoro, tirando avanti meglio che potevamo. Per ogni bambino e per ogni vitello nato vivo, io venivo pagata. Se nasceva un figlio maschio, mi pagavano anche il doppio. Haria si occupava della casa. Kartar dava una mano a Kalim Hussein nei campi, quando ne aveva voglia. Mio marito non si lamentava mai della pigrizia di mio fratello. - E’ giovane - diceva - beata la gioventù!
Kartar era affezionato a Kalim Hussein, ai suoi occhi tutto ciò che egli faceva era ben fatto, tanto che volle convertirsi anche lui e mise nella nuova fede tutto il fervore della sua età.
Hariamasi non si convertì, perché per lei la religione non aveva significato. - Io credo in quello che vedo - diceva. Era una donna concreta e generosa che non si lamentava mai.
Ero giovane allora, e non amavo Kalim Hussein di quell’amore di cui parlano le canzoni o i racconti, ma lo consideravo un uomo pio e giusto. Quando ci univamo, nel fruscio notturno della nostra capanna, lui era premuroso ed attento anche al mio piacere.
Nel 1947, l’anno in cui l’India divenne indipendente, ero incinta anch’io. Il quindici agosto fu un giorno di gioia per molti, ma non per noi.
Un’orda di sikh si rovesciò nel nostro villaggio, ad ovest di Amritsar. Arrivarono in bicicletta, a piedi, ad ondate, come cavallette furiose, brandendo kirpan, bastoni e mazze. Piombarono sugli uomini, li accerchiarono, li massacrarono.
Kalim Hussein era nel suo campo. Tentò di fuggire, mi dissero, ma gli saltarono addosso e lo sgozzarono fra le zucche, con l’asino che correva impazzito e la mucca che muggiva di terrore.
Quel mattino, mi trovavo in casa di una partoriente, accompagnata da mio fratello e da Haria. Un gruppo di uomini urlanti circondò la casa. Kartar sbarrò la porta, mentre io gli gridavo di scappare, di nascondersi. - Viva la luce dell’Islam! - gridò invece. - Viva la vera ed unica fede!
Lo fecero a pezzi davanti ai miei occhi.
Aveva diciassette anni, mio fratello. La voce non mi bastò per urlare quando gli mozzarono la testa e le gambe.
In cinque irruppero nella casa. Ci picchiarono col piatto dei pugnali e ci strapparono le vesti di dosso. Stuprarono me, mia zia e tutte le donne della casa. Un uomo mi gettò in terra, di traverso alla porta, e mi montò sopra.
Il collo inondato della sua barba fetida, la testa rovesciata all’indietro, io vedevo il cielo ed il cortile ed i cani che si azzuffavano intorno al corpo di Kartar. Udivo le grida della donna che partoriva. Un uomo stava spingendo a forza il suo membro dentro di lei, ricacciando indietro la testa del bambino.
Non sentivo i morsi, i tagli, il bruciore e il peso dell’uomo su di me. Ero assordata dai rantoli della partoriente e di una ragazza alla quale stavano strappando dalle mani un neonato.
Persi conoscenza un minuto, forse due, tre. Quando riaprii gli occhi, l’uomo non era più sopra di me, ma addosso ad una bambina che urlava e si divincolava. Rimasi distesa sulla soglia, incapace di muovermi, pesta e bruciante. La bambina fu presa, non più di otto anni aveva, ed inchiodata. Sentivo piangere, in fondo alla casa, singhiozzi straziati. La giovane mamma strisciava carponi sul pavimento verso qualcosa di piccolo, di inerte.
Alla fine ci trascinarono fuori. Ad una ad una ci spinsero, barcollanti, seminude, coperte di sangue, di graffi e di lividi, tagliuzzate dai pugnali.
Per prima uscì Haria. Mi resi conto che, per tutto il tempo, non avevo udito un solo grido dalla sua bocca. Venni fuori anch’io, poi la bambina, che uscì piangendo, con la mano fra le gambe, ed il sangue che colava lungo i polpacci esili. Per ultima apparve la giovane madre. Aveva recuperato il cadavere del suo bambino e lo teneva stretto al petto. Vacillava, guardando lontano, con gli occhi vuoti, fissi, spaventosi.
Poi non uscì più nessuno e la casa rimase in silenzio.
Il sole bruciava, gli avvoltoi ed i corvi stridevano e si abbassavano su di noi fino quasi a toccarci, i cani grufolavano e ringhiavano. I singhiozzi delle donne si spegnevano, poi tornavano a divampare.
Ci costrinsero a sfilare attraverso tutta Amritsar, insieme alle altre donne, fino al Tempio d’Oro. Superammo inebetite la passerella di marmo, accecate dal riflesso dell’acqua e dalle cupole di rame arroventate dal sole.
E, dentro, fu davvero la fine.
Ricordo che urlavo, che il pavimento del tempio era rosso di sangue, che le donne scappavano e sbattevano contro le pareti come falene intrappolate. Venivano sgozzate e cadevano una sull’altra. Ricordo che il sangue schizzava sui muri e che l’eco raddoppiava la violenza delle grida.
Non può succedere, pensavo, non è vero. Haria era accanto a me, impietrita. Insieme corremmo, cercando scampo verso il fondo del tempio. Inciampavamo nei corpi, i nostri piedi nudi scivolavano sul sangue, mani agonizzanti ci afferravano le caviglie. Scalciammo per liberarci, senza pietà. L’unico istinto era fuggire, uscire di lì.
Un uomo afferrò mia zia per i capelli, la immobilizzò. Haria era nuda, il corpo scosso da un tremito violento, lo sguardo d’un animale braccato. Mi aggrappai a lei, cercai di trascinarla via, di strapparla dalle mani dell’uomo, ma scivolai e caddi a faccia in giù nel sangue.
L’uomo tagliò la gola di Haria. Le vene zampillarono, le allagarono il petto, mi inondarono. Rimasi a terra, accanto al corpo floscio di mia zia, paralizzata, in attesa della morte. Non avevo più volontà.
Fu il caso a salvarmi. Una donna passò correndo vicino, urtò l’uomo che aveva già alzato il kirpan contro di me. Con un urlo di rabbia, lui rivolse la sua furia contro di lei. Le squarciò il petto. La donna cadde addosso a Haria ed io rotolai via. Strisciai sul ventre, mi rannicchiai immobile, nascosta in mezzo ai cadaveri.
Attorno a me, il massacro continuò. Sentivo grida disumane, vedevo le donne correre in cerchio, folli di terrore. Avvertivo che anche la mia ragione vacillava, mi abbandonava. Avevo gli occhi annebbiati, la pelle viscida, ero soffocata dall’odore del sangue e della paura. Non so per quanto rimasi lì, ferma e raggomitolata, mentre intorno a me le urla si spegnevano e restavano solo i gemiti delle moribonde.
Poi gli uomini tornarono a casa, dalle loro mogli, dalle loro sorelle e figlie.
Non cercai più il corpo di mia zia. In quel momento non potevo pregare, né per lei né per nessun altro. In quel momento non esisteva più nulla per me. L’importante era riuscire a muovere le gambe, fare un passo dopo l’altro, mandare giù l’aria nei polmoni e farla uscire di nuovo. Ero una bestia, un cane braccato che voleva sopravvivere.
Il dolore arrivò più tardi, ed insieme al dolore, l’odio.
Trovai mio marito dentro un fosso. I cani gli avevano divorato il fegato ed i genitali. Il corpo era nero di mosche. Lo trascinai fuori. Mi parve leggero, o forse era il furore a darmi la forza. Lo seppellii dietro la nostra casa.
Recuperai l’asino ed andai a cercare mio fratello. Il tronco era ancora nel cortile, davanti alla casa. Rinvenni le gambe, quel che restava delle braccia, ma non riuscii a trovare la testa. Seppellii quello che avevo trovato.
Nella capanna c’erano altri due cadaveri. Uno apparteneva ad una vecchia. L’altro era della partoriente. Fra le sue gambe spalancate, martoriate, si vedeva ancora la testa del bambino. Quella era stata l’unica volta che non ero riuscita a fare il mio lavoro fino in fondo.
Il rimorso per avere abbandonato Haria mi colpì all’improvviso. Caddi in ginocchio in mezzo al cortile e piansi. Piansi per lei, piansi per Kalim Hussein e per Kartar. Pregai Allah che accogliesse le loro anime in paradiso.
Era buio quando caricai l’asino. Presi una coperta, un sacco di riso, il Corano, la collana di mia madre.
Ormai, non avevo più nessuno ad Amritsar. Lasciai il Punjab e scesi a Benares, dove misi al mondo Ahmed. L’unica cosa di cui ringraziai Allah, il giorno in cui Ahmed nacque, è che era figlio di Kalim Hussein e non degli uomini dal cuore nero che avevano distrutto la mia vita.

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Barolong Seboni Nell'aria inquieta del Kalahari

14 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia, #recensioni

Barolong Seboni Nell'aria inquieta del Kalahari

In the disquiet air of the Kalahari

Traduzione di Marisa Cecchetti

Si legge poca poesia nel nostro paese, purtroppo, anche se la lirica resta la prima forma letteraria conosciuta, insieme al teatro. Ma interessa ancora la letteratura in un panorama editoriale guidato dal profitto e gestito da manager? La domanda è retorica. Per fortuna che ci sono i piccoli editori e i traduttori intelligenti, tra i quali - immodestamente - mi ci metto pure io, visto che Il Foglio Letterario (grazie a Malini) traduce Polanski, ma anche (grazie a me) i cubani Viera, Navarrete, Padilla e Piñera, oltre a pubblicare italiani di valore (Garofalo e Polito su tutti). LietoColle compie un'opera meritoria, grazie all'attenta traduzione di Marisa Cecchetti che rende in un italiano raffinato e lirico alcune poesie scritte a Edimburgo, nel 1993, da Barolong Seboni (Botswana, 1957). Poesie scritte fuori dall'Africa, ma che parlano dei problemi e dei panorami della sua terra, profumano di nostalgia e di sconfinate praterie del Kalahari, pur scritte nel rigido clima scozzese. "La poesia di Seboni - come scrive la traduttrice in una dotta prefazione - passa attraverso il recupero della memoria dei padri, del loro orgoglio nazionale, è un processo di riscoperta delle radici che diventa riscoperta e costruzione di sé, con un ritorno nel grembo materno della sua tradizione, in un'esigenza di dignitoso riscatto della propria cultura dopo il tentativo dei bianchi di cancellare tale passato". Un popolo senza passato è un popolo perso, afferma Seboni. Come dargli torto? Ognuno di noi è alla ricerca del suo passato, delle sue radici, ma nel caso di Seboni sono radici antirazziste, ricordano la lotta contro un colonizzatore bianco per il riscatto d'una terra libera. Il mio amore per Cuba fa sì che riesca ad apprezzare meglio di altri questa straordinaria opera poetica, perché sono molte le suggestioni che sento vicine. Alberi possenti come il baobab - nel Caribe si chiama ceiba ma è la stessa cosa - dove si seppelliscono i propri cari, simbolo di energia, di longevità e di forza.

La leggenda cubana della ceiba che protegge perché contiene le anime dei genitori, della possente sequoia immortale che non va abbattuta ha radici africane. La jacaranda è un altro fiore che unisce Africa e Cuba, commistione razziale e paesaggi sconfinati tra terra e mare sono il ricordo che torna prepotente alla memoria. La poesia di Seboni ricorda liriche di Piñera e racconti di Cabrera Infante quando cita il fiore dal rosso colore, l'erba ingiallita, il vento capriccioso, i cespugli dannati e gli ossuti rovi. Le donne della Namibia sembrano contadine cubane di razza nera sedute all'ombra della loro bancarella, un vestito che è fluire di luce splendente, mentre cuciono pezze multicolori sulle bambole che vendono. E che dire delle stagioni? Come posso non amare una lirica che recita: "Non ci sono stagioni/ in Africa, dicono/ solo calde estati che fumano/ di nubi tonanti gonfie/ di pioggia del tipo convenzionale/ e notti invernali che fischiano/ sulle sabbie gialle del Kgalagadi". Questa è Cuba, signori, non soltanto l'Africa, è anche la terra dei miei amati poeti che un tiranno fuori dalla storia mi impedisce di rivedere. Ecco perché non posso scrivere una recensione su questo piccolo gioiello di libro, ma solo testimoniare tutto il mio amore per liriche intense che raccontano un luogo dell'anima che non è patrimonio esclusivo del poeta. Due parole sulla traduttrice, Marisa Cecchetti, che ha scoperto un talento lirico ignoto al pubblico italiano. Pisana di San Giuliano Terme, lucchese di adozione, di cui abbiamo letto con piacere un intenso romanzo di formazione come La bici al cancello (Baroni, 2007). Vi lascio con due liriche particolarmente suggestive di Seboni. Leggere la sua opera fa bene al cuore.

Sanguedisole

Nelle sere

le donne di Soweto

con occhi arrossati

piangono

perché attraverso

il velo di fumo

densodipus

il loro sole

sanguina.

Coltello notturno

Al colpo

di un coltello

la notte si immerge

improvvisa sul tenero

fianco di Soweto.

La mattina grida

come sirene

insanguinate di rugiada.

E il giorno

si sparge vuoto

spalancandosi

in una sorpresa mortale

come una gola

fessa.

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I primi abitatori del Mediterraneo di Adriana Pedicini

13 Novembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

“Viviamo intorno a un mare -aveva detto Socrate, (470 / 469 a.C.) ai suoi amici Ateniesi- come rane intorno a uno stagno”.

In effetti circa cinque milioni di anni fa, il Mar Mediterraneo non era ancora un mare, bensì era una vallata profonda e arida che divideva tre continenti: Europa, Africa e Asia, fino a quando un cataclisma aprì un varco nel muro di contenimento dell’oceano Atlantico ad ovest, verso l’odierna Gibilterra. In un processo durato moltissimi anni, una gigantesca mole di acqua ha incominciato ad inondare l’intero bacino mediterraneo, dando vita a un nuovo mare che, per la verità, appare piuttosto formato da un insieme di mari: il mar Alboran, il Golfo di Lione, il Tirreno, lo Ionio, il mar Egeo, l’Adriatico, ognuno con caratteristiche proprie.

Settecento anni dopo Socrate, nel 200 d. C., il mondo classico se ne stava ancora intorno al suo “stagno”: si teneva aggrappato alle sponde del Mediterraneo, l’unico mondo possibile e sicuramente il migliore, se un senatore greco dell’Asia Minore, nominato governatore di una località sul Danubio, mondo definito barbarico, ebbe a dire lamentandosi: “Gli abitanti conducono l’esistenza più misera di tutta l’umanità, perché non coltivano olivi e non bevono vino”.

Con l’estendersi dell’Impero romano al mondo che esisteva già da secoli sulle rive del Mediterraneo, nel II secolo d. C., è straordinaria l’ondata di vita mediterranea che rifluisce nell’entroterra arrivando più lontano di quanto non fosse mai accaduto in precedenza.

In seguito numerose civiltà, diversi assetti politici, svariati predomini si susseguirono sulle terre circondanti questo Mare fino a giungere all’evo moderno.

Sicché, attraverso secoli di storia e mutamenti politico-religiosi-culturali, è possibile ricostruire la storia di uno spazio, il “bacino mediterraneo” ovvero dei “paesi mediterranei”, spazio nel quale si sono incontrate diverse civiltà e culture nel corso del tempo, che hanno influito sulla civiltà dell’Europa intera.

Anzi, solo in esse è possibile rintracciare l’identità complessa e contraddittoria della civiltà europea fin dalle sue origini, partendo dal formarsi dei primi nuclei di civiltà, molte migliaia di anni or sono, per giungere alla sua configurazione attuale, nella convinzione che «questa vicenda millenaria possa essere compresa soltanto nel quadro più ampio del bacino mediterraneo, col suo intreccio senza eguali di culture e di fedi diverse».

La storia d’Europa è dunque una storia che si è estesa per cinque millenni.

Ma quali furono i popoli che abitarono le rive del Mar Mediterraneo?

Solitamente si distingue un Mediterraneo romano e un Mediterraneo arabico.

All’origine dello sviluppo culturale “storico” dei paesi gravitanti sul Mediterraneo romano stanno grandi movimenti etnici, cioè due grandi migrazioni di popoli, le quali hanno contribuito a conferire a questa zona geografica quella fisionomia etnica che le fu propria in tutto l’evo antico e che in parte rimane tuttora.

Queste due migrazioni sono quelle degli Arioeuropei (o Indeuropei) o semplicemente Ari, e dei Semito-Camiti: ambedue si svolgono dentro l’area fin d’allora occupata dalla razza bianca o europida e a questa razza appartengono perciò i popoli che vi partecipano.

Quando iniziò lo svolgimento di queste due grandi migrazioni, e cioè alla fine dell’età neolitica, tutto il bacino del Mediterraneo risulta occupato da una stirpe umana che una sufficiente omogeneità di caratteri fisici ci permette di designare col nome di razza mediterranea; essa si trova allora a popolare le grandi penisole e le isole dell’Europa meridionale, l’Asia Minore, la fascia costiera dell’Africa settentrionale. Quali e quanti fossero i gruppi etnici, cioè i popoli appartenenti a questa stirpe, quali lingue parlassero, come si denominassero, possiamo dire di saperlo in modo vago e generico, solo per quelle genti la cui cultura e la cui lingua non rimase troppo presto eclissata da quella di posteriori invasori del loro paese e durò tanto da lasciare sicura notizia di sé all’indagine dello storico.

Compaiono tra questi antichi popoli del Mediterraneo gli antichi Iberi, i Sardi, i Corsi e quelli che col nome di Liguri ed Elimi abitavano agli albori della storia rispettivamente gran parte dell’Italia settentrionale e la Sicilia occidentale; i quali tutti conservarono la loro cultura e la loro lingua fino alla loro latinizzazione per opera di Roma. E se di questi popoli nessuno fu creatore di una grande civiltà, un altro ve ne fu invece, il cui incivilimento progredì fino a stadi elevatissimi: il popolo dei Cretesi, cioè gli abitanti dell’isola di Creta.

A sconvolgere tale sistemazione etnica del bacino del Mediterraneo sopraggiunsero le due migrazioni sopra ricordate: prima quella dei Semiti e Camiti, poi quella degli Ari.

I nomi di Semiti e Camiti derivano dalla ben nota “tavola dei nomi” inserito nel racconto dato dalla Bibbia (Genesi, X) delle prime vicende dell’umanità dopo il diluvio: qui sono distinti i popoli discendenti da Sem da quelli discendenti da Cam e da Jafet; di qui i nome di Semiti, Camiti e Giapeti per determinati gruppi di popoli corrispondenti più o meno alla tripartizione biblica.

In epoca storica i Semiti occupano un vasto territorio dell’Asia anteriore, etnicamente e linguisticamente compatto. Si distinguono quattro gruppi che vi svilupparono successivamente le loro civiltà:

1) le stirpi assiro-babilonesi stabilite nelle valli del Tigri e dell’Eufrate

2) gli Aramei dal golfo di Alessandretta al deserto siro-arabico

3) i Cananei estesi verso la costa ad occupare le zone del Libano e dell’Antilibano, la Siria e la terra di Canaan, e distinti in Fenici, Ebrei, Ammoniti, Moabiti, Edomiti

4) gli Arabi e gli Etiopi: i primi stanziati nella penisola arabica a sud dei territori sopradescritti, i secondi formati da una migrazione del ramo meridionale degli arabi, che li condusse nel territorio dell’odierna Etiopia.

I Camiti invece li troviamo nelle regioni costiere dell’Africa settentrionale, a cominciare dall’Egitto e poi via via verso Occidente.

Da dove e quando arrivarono questi popoli nelle loro sedi storiche?

È probabile che i Semiti abbiano occupato, in un tempo più remoto, una zona dell’Asia centrale insieme coi Camiti e in prossimità delle sedi degli Indo-Europei. Da queste zone verso la fine dell’età paleolitica, i Semiti e i Camiti migrarono nelle loro più tarde sedi: i Semiti nell’Arabia e i Camiti nell’Africa settentrionale, dove rimasero durante lo svolgersi della successiva età neolitica. Nel corso del IV millennio a. C. i Semiti iniziarono il movimento migratorio verso nord, occuparono prima la Mesopotamia meridionale (o Babilonide) dove si trovarono a contatto con il popolo dei Sumeri, creatore della civiltà mesopotamica.

Col nome di Accadi, i Semiti della Babilonide soggiogarono politicamente i Sumeri, ma assorbirono gli elementi della loro superiore civiltà, a cominciare dalla scrittura cuneiforme.

Nel corso del III millennio una seconda ondata migratoria portò nella parte settentrionale della Mesopotamia il popolo degli Assiri, il quale si estese a nord tanto quanto glielo permise la resistenza delle stirpi asianiche e indoeuropee dell‘Asia minore.

Una terza ondata semitica produsse la prevalenza della cosiddetta dinastia araba (a cui appartiene il famoso Hammurapi).

Frattanto avvenivano altre migrazioni semitiche verso i territori del Libano, della Siria e della Palestina: dopo vari spostamenti che si svolsero nel terzo e nella prima metà del secondo millennio, verso il 1500 a. C. Aramei, Fenici, Ebrei ed i popoli ad essi affini si trovavano stanziati nei territori in cui presero consistenza le loro caratteristiche nazionali e in cui essi assunsero assetto politico.

La denominazione di “Indoeuropei” o “Arioeuropei” invece (o semplicemente Ari) si dà a un gruppo di popoli che parlano lingue, la cui derivazione da un unico ceppo è ormai un fatto scientificamente dimostrato. In età storica e in parte ancora oggi troviamo questi popoli distesi su alcune zone dell’Asia occidentale (India, Iran, Asia minore) e su quasi tutta l’Europa da cui cominciarono a emigrare, al tempo delle grandi scoperte geografiche, in America e in Australia.

Gli Indeuropei o Ari, dunque, costituiscono una grande famiglia linguistica, non una “RAZZA” ma piuttosto un popolo la cui sede primitiva fu probabilmente in Asia, in quelle regioni note ora con i nomi di Turkestan e di Steppa dei Kirghisi.

Caratteristiche della cultura indeuropea erano, nella lingua, l’abbondanza delle radici e la complessità della flessione nominale e verbale; nella religione, il suo progresso fino a un livello molto avanzato del deismo e forse fino all’antropomorfismo, con la concezione di un dio supremo luminoso (il Dyaus Pitar degli Indiani, identico allo Zeus dei Greci e allo Iupiter dei Latini) e di numerose altre divinità minori, quasi tutte luminose e celesti, non intimamente legate alla tribù o alla nazione, ma intese come estrinseche ad essa e universali: nei rapporti sociali, il solidissimo fondamento rappresentato dalla famiglia, su base patriarcale e sulla convivenza, in seno ad essa, di liberi e servi.

Quando intorno al 3000 a. C. gli Indoeuropei cominciarono a spostarsi dalle loro sedi primitive in cerca di altre terre avevano già conosciuto il rame, erano pastori, allevavano oltre agli animali domestici noti a quasi tutti i neolitici (bue, pecora, capra) anche il cavallo; praticavano un’agricoltura assai primitiva, sapevano filare, tessere e fabbricare vasi di argilla. Avevano doti fisiche e spirituali tali da assicurare agli Ari il dominio su tutte le altre genti che avrebbero incontrato sulla loro strada; doti che peraltro erano destinate a svilupparsi in grado diverso e a dare frutti differenti a seconda che i singoli gruppi indeuropei, separatisi e differenziatisi l’un l’altro, risentirono più o meno profondamente degli influssi del nuovo ambiente geografico in cui vennero a vivere e dell’influenza che ebbero su di essi le popolazioni con cui vennero a contatto e con cui si amalgamarono.

Alcuni gruppi di essi si spinsero verso mezzogiorno penetrando nell’India, nell’Iran, nell’Asia Minore e sovrapponendosi alle popolazioni locali.

Nell’Asia Minore gli Ari penetrarono in tre ondate successive: la prima si fuse con i precedenti abitatori non ari; la seconda, verificatasi al tempo della grande espansione indeuropea (intorno al 2000 a. C.), fu quella degli Hatti o Hittiti, che si stanziarono in quella parte dell’Asia Minore chiamata Cappadocia; la terza migrazione avviene nel 1200 a. C. circa ed è quella che portò in questa regione i Frigi, i Lidi e gli Armeni, i quali penetrarono però nell’Asia Minore dalla Penisola Balcanica attraverso gli Stretti.

Mentre le grandi ondate europee ora descritte, allargandosi verso sud-ovest, portavano nelle loro sedi definitive le popolazioni indoiraniche e gli Hittiti, altre correnti migratorie procedevano più decisamente verso Occidente, popolando gradatamente quasi tutto il continente europeo.

A questo movimento migratorio si deve lo stanziarsi nelle loro sedi storiche dei Traci, degli Illiri, dei Celti, dei Letto-Slavi, dei Germani e, particolarmente dei Greci e degli Italici, destinati, insieme con gli Hittiti e gli Indo-Irani a dar vita alle quattro più antiche civiltà ario europee.

Tra esse, quella che maggiormente influì sulla creazione di un’identità europea, fu senz’altro la civiltà greco-latina, che tanto comunque deve alla composita primitiva civiltà mediterranea, soprattutto grazie all’apporto dei Cretesi prima e dei Micenei dopo.

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Adesso signoradeifiltri ha un volto

12 Novembre 2013 , Scritto da Redazione Con tag #redazione, #margareta nemo, #vignette e illustrazioni

Adesso signoradeifiltri ha un volto

Eccola, finalmente, signoradeifiltri: pensosa, malinconica, un po' dark, con due ali di libri a farla volare anche quando è prigioniera della sua mente.

Disegno by Margareta Nemo

E questo è il nostro nuovo logo, disegnato da Margareta Nemo

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Dino

11 Novembre 2013 , Scritto da Biagio Osvaldo Severini Con tag #biagio osvaldo severini, #racconto

La guerra aveva costretto Dino, che aveva appena sei anni, a vivere in casa della nonna, lontano dai genitori, soprattutto lontano dalla mamma.

La nonna era rimasta vedova in giovane età. Era cresciuta in un ambiente popolare e contadino. Aveva ereditato da quell'ambiente tutte le caratteristiche negative che lo distinguono: l'asprezza dei modi e l'attaccamento al denaro che, d'altra parte, era scarso.

Ella aveva avuto e cresciuto dei figli; ma, nonostante fosse la loro madre, s'era comportata anche con loro sempre con ruvidezza e autoritarismo: "I figli si baciano, quando dormono", soleva ripetere spesso, per giustificare quel suo modo di fare.

Dino era molto timido. Aveva bisogno di sentire intorno a sè affetto, amore, per poter estrinsecare le sue passioni e i suoi pensieri.. Nella vecchia casa della nonna, invece, con quei muri massicci, con quelle porte pesanti cigolanti e scure, aveva trovato l'ambiente adatto a farlo intristire.

Era maggio e tutto, fuori, aveva acquistato un aspetto ridente. Al paesello, dove Dino era costretto a vivere, era festa: la festa del Santo Patrono.

La mattina Dino si era alzato di buon'ora, svegliato dalle note di una banda musicale: era un grande avvenimento per lui.

Saltato giù dal letto, andò alla finestra, l'aprì e un'ondata di sole e di musica invase la stanza. Si stropicciò gli occhi ancora incerti e abbagliati dalla forte luce solare, poi guardò fuori. Avrebbe voluto vedere la banda. Ma i tetti delle case vicine, più alte, glielo impedirono.

Il suono si avvicinava, diventava sempre più forte; la banda passava per la strada sotto la sua finestra. Ma una fila di fabbricati si intrometteva tra questa e quella, togliendo la visuale.

Dino, allora, si alzò sulle punte dei piedi. Poi, salì su di una sedia. Invano! I tetti stavano là immobili, impenetrabili. Dino sentiva di odiarli, perchè non gli permettevano di spaziare con la vista.

"Ah, se fossi ricco! vorrei costruirmi una casa alta, alta; una casa più alta di tutte. Mi metterei sulla veranda e, lassù, potrei sentirmi libero, padrone di tutto e di tutti", pensava Dino estasiato, mentre la banda si allontanava e il suono arrivava alle sue orecchie ovattato.

" Dino!", la voce stridula della nonna lo fece ritornare alla realtà della sua stanza scura, opprimente, della sua casa piccola, soffocata dalle altre. "Non restare alla finestra svestito! potresti prendere il raffreddore e se ne andrebbero dei soldi per i medicinali".

Dino sapeva, però, che il raffreddore la nonna glielo aveva sempre curato con un decotto, fatto con fichi secchi, mele e zucchero, che gli piaceva tanto. E quasi quasi valeva la pena di prendersi il raffreddore. Ne vedeva così poco di zucchero e di frutta; eppure ne era tanto goloso.

E ricorda, anzi, che un giorno, vedendo un compagno addentare avidamente delle belle e polpose mele, gliene venne un tal desiderio che, di nascosto, ne raccolse una mezza rosicchiata, gettata dall'altro sazio, e la mangiò, trovandola gustosissima.

Frattanto s'era vestito. Aveva indossato l'abito nuovo che metteva, di sicuro, solo nelle grandi occasioni e, saltuariamente, la domenica. Si guardò allo specchio; si girò e rigirò e pensò che non era poi tanto brutto, come spesso gli diceva la nonna. Quel giorno anche lui avrebbe potuto figurare di fronte ai compagni. Ma il pensiero che l'indomani avrebbe dovuto indossare di nuovo il vestito rattoppato e logoro, gli fece passare ogni velleità di superiorità e finanche di uguaglianza.

Decise, infine, di uscire. Già! Ma quel giorno era festa! Aveva bisogno di soldi. Si presentò, allora, davanti alla nonna con gli occhi al pavimento e, con voce tremante, disse: "Nonna, è festa....sono arrivati..."

"Ho capito!", rispose fredda e con voce aspra e sdegnata la vecchia, " Vuoi i soldi. Te li dartò, ma sta' attento a come li spenderai. Cerca, anzi, di conservartene una parte; pensa che sono costati sacrifici immensi. Non fare lo spendaccione".

"Si!", rispose timidamente Dino, pensando che la somma doveva essere alquanto sostanziosa per una simile morale. Si rallegrava al pensiero di poter mostrare i soldi ai compagni, di farsi invidiare, di...

"Eccoti cinquanta lire!", disse la nonna, infilando la mano nella tasca del grembiule nero che portava sempre; poi, consegnò il denaro a Dino.

Dino restò di stucco. "Cinquanta lire?!.... Solo cinquanta lire?!", commentò mentalmente.

La testa gli si chinò, al punto che con il mento si toccava il petto. Gli occhi si arrossarono. Voleva piangere. Avvertiva un desiderio prepotente di manifestare il suo dolore per la condizione di inferiorità, in cui veniva sempre a trovarsi nei confronti dei suoi coetanei. Ma non una lagrima sgorgò da quegli occhi nerissimi e malinconici.

Voleva svestirsi, gettarsi sul letto, restare in casa per tutta la giorata. Ma gli riusciva penoso ancor più spiegare la ragione del suo comportamento. E poi, non era da lui lamentarsi.

Uscì.

Appena fuori la porta dovette socchiudere gli occhi, perchè di nuovo abbagliato dalla luce solare, vivida e splendente come non mai. Quel sole, quella luce, e il cinguettio allegro degli uccelli, lo fecero sorridere.

Imboccò di buona lena il vicoletto che portava in piazza. Si fermò in un punto dove la mancanza di fabbricati permetteva di vedere la vallata che si stendeva ai piedi del paesello, costruito sul cocuzzolo di una collina piuttosto alta.

Il terreno che scendeva lungo la valle era ricoperto da un verde diseguale, ma che offriva all'occhio un insieme riposante. Nel mezzo scorreva un fiume dalle acque chiare, limpide e talmente placide che da lontano sembravano ferme; lungo le rive, ricoperte da una folta e varia vegetazione, si trovava un gruppo di case, che la lontananza e l'altezza del punto di osservazione facevano apparire piccole, piccole, come quelle di un presepe.

Dino guardò con nostalgia quelle case. In u na di esse si trovava la mamma.

Alcuni colpi di tamburo lo destarono dal sogno ad occhi aperti. La banda musicale “attaccava un pezzo”.

Dino affrettò il passo e arrivò in piazza. C'erano degli archi di legno ricoperti di lampadine multicolori; in un angolo era situata la cassarmonica; intorno intorno alla piazza bancarelle cariche di noccioline, torrone, caramelle, biscotti ricoperti di zucchero, castagne infilate e tante altre golosità, che fecero venire l'acquolina in bocca a Dino.

C'era pure il venditore di gelati e, in una piazzetta vicina, la giostra: altre tentazioni.

E tanta, tanta gente, allegra, vestita a festa, che andava su e giù, si urtava, si fermava, si icrociava, formava dei capannelli rumorosi.

Dino camminava in mezzo a quella confusione sballottato da una parte all'altra, ricevendo gomitate e spintoni da quelle persone troppo euforiche, per poter badare ad un ragazzino.

Dino, dopo aver cercato di seguire una sua direzione, si lasciò trasportare dalla corrente della folla.

Dopo un certo tempo, acciaccato pestato e assetato, si trovò a passare davanti alla bancarella del gelataio. Si fece largo tra la selva di gambe e si fermò ad un lato della bancarella. Ordinò un cono da venti lire.

"A cioccolato e crema", disse all'uomo che gli aveva chiesto come lo desiderava.

Avutolo, Dini lo girò e rigirò tra le dita, guardandolo con occhi luccicanti. Lo avvicinò, poi, alle labbra con gesto lento e cominciò a leccarlo, e in quel gesto assomogliava tanto ai cagnolini. La lingua che schioccava e il viso sorridente denotavano il piacere che gliene derivava.

Era arrivato a metà, quando, alzando gli occhi dal gelato, si accorse che un ragazzino, più piccolo di lui e con i vestiti a brandelli, aveva puntato i suoi occhietti, mesti e quasi allucinati, sul suo gelato.

A quella vista, Dino perdette tutta la sua gaiezza. Il suo viso ridivenne triste e un lampo di luce cattiva attraversò i suoi occhi. Il gusto della crema del gelato era svanito.

Perchè quel bimbo, indubbiamente più infelice di lui, si era avvicinato proprio a lui? Perchè guardava fissamente proprio il suo gelato? Che cosa sperava da lui, che a stento poteva permettersi il lusso di comprare un gelato per sè?

Turbato e sconvolto, di scatto voltò le spalle per non vedere. Leccò ancora una volta la crema; ma non potè continuare. Sentiva lo sguardo del fanciullo sempre puntato su di sè. Si rivoltò. Si avvicinò al fanciullo deciso ad allontanarlo, anche a schiaffi.

Ma lo sguardo del fanciullo, diventato dolce e implorante insieme, lo rabbonì. Porse, allora, la parte del gelato rimasta al bimbo con gesto cordiale e con il sorriso sulle labbra.

Il bimbo, appena lo ebbe tra le mani, lo portò alle labbra e si mise subito a correre tra la folla.

Dino lo seguì con lo sguardo per un pò; poi, si infilò, pure lui, di nuovo tra la folla.

Si fermò, dopo un non lungo vagabondare, davanti ad una bancarella carica di dolci e noccioline. Comprò, con venti lire, un filo di noccioline e un pezzetto di torrone. Questa volta si nascose in un portone, e sgranellò tutto con evidente piacere.

Ritornò a camminare in mezzo alla folla. Ad un certo punto fu attratto da un signore che faceva il “gioco delle tre carte”: chi puntava sulla carta giusta, vinceva la somma posta sulla carta. Pensò di poter raddoppiare le ultime dieci lire che aveva in tasca. Si avvicinò al tavolino e mise le dieci lire sulla carta che lui pensava vincente. Ma non era quella vincente. Aveva perso gli ultimi spiccioli. Che delusione!

Mentre vagava deluso e sconfortato, venne attratto da un fatto singolare.

Di fronte a lui c'era un fruttivendolo che, in occasione della festa, aveva esposto molte ceste colme di frutta.

La folla, che comprava o si informava sul prezzo e sulla qualità, era molta. Il fruttivendolo, intento a pesare e a rispondere, non si accorgeva che alcuni ragazzi, approfittando della confusione, rubavano quello che era più a portata di mano e si dileguavano prontamente tra la folla. E lo avevano già fatto per diverse volte, senza che l'uomo se ne accorgesse.

Dino, riflettendo sulla facilità dell'impresa, poichè aveva finito i soldi, fu tentato di agire alla stessa maniera.

"Se lo fanno loro che non hanno soldi come me, posso farlo anche io", ragionava tra sè, quasi a giustificare l'azione che stava per compiere.

Attraversò la strada, facendosi largo tra la folla. Si avvicinò piano piano alle ceste della frutta. Aspettò che gli altri ragazzi tornassero alla carica , affondò, quindi, una mano nella cesta delle ciliegie e scappò via di corsa.

Quella volta il fruttivendolo, sfortunatamente, si accorse del furto e incominciò a gridare: "Ragazzacci!....Vagabondi!...Ladri!", disse infine con voce tuonante ed irata.

Ladro! Questa parola colpì Dino come una sferzata. "No, lui non era un ladro!"

Si fermò e, anche se a malincuore, ritornò sui suoi passi. Si avvicinò all'uomo, che era ancora infuriato, e gli porse le ciliegie.

"Ah, ecco uno di quei ladruncoli! adesso ti aggiusto io", sbraitò il fruttivendolo e colpì più volte il viso di Dino con forti manrovesci.

Dino, punto sul vivo per quella punizione inaspettata e piuttosto immeritata, si trasformò in una piccola belva. Sferrò calci e pugni negli stinchi e nello stomaco del bruto, che fu costretto a mollarlo. Subito fuggì, piangendo per l'ira, il disappunto, il dolore.

" Bella ricompensa, per avergli riportato le ciliegie! ...avrei fatto meglio a squagliarmela, come gli altri", disse tra i singhiozzi; e concluse :" Sono un buono a nulla; per rubare ci vuole fortuna e coraggio".

A forza di spintoni e dopo aver ricevuto varie pestate , arrivò alla giostra.

Ad un lato c'era il "tiro a segno" con fucili ad aria compressa: vi gareggiavano i giovanotti, desiderosi di mettersi in mostra davanti alle ragazze - "cittadine" le chiamavano - dello stesso tiro al bersaglio; ma proprio la presenza di quelle faceva tremare loro la mano.

I ragazzini si divertivano a sparare contro un disco girevole, su cui erano dipinti dei numeri: il premio era costituito da caramelle corrispondenti, per quantità, al numero centrato.

Per andare sulla giostra "giracavallo" occorrevano trenta lire. Dino non aveva più una lira. Come fare?

Vide che la giostra veniva spinta dal di dentro da alcuni ragazzi; dopo un determinato tempo, a turno, ognuno di loro faceva un giro gratuitamente.

La soluzione!

Si avvicinò al padrone della giostra e chiese di poter entrare anche lui a far parte del gruppo di ragazzi che azionava la giostra. Ricevuto il consenso, si mise a spingere, cercando di nascondersi il più possibile, perchè si vergognava di farsi vedere dai compagni di scuola.

Per un pò tutto andò bene. Poi, la fatica incominciò a farsi sentire e Dino, anziché spingere, quasi si appoggiava, si aggrappava alla giostra, lasciandosi trasportare.

Le grida festose e gioiose che i bambini dalla giostra rivolgevano alle loro mamme lo incantavano.

"Mammina, vedi come vado sul cavallo a dondolo!"

"Mammina, com'è bello andare sull'aereo!"

"Mammina, guarda come guido l'automobile!"

Queste ed altre mille frasi i bambini rivolgevano allegri alle madri, e queste ridevano, e mandavano baci e chiamavano i loro pargoletti coi nomi più dolci: "tesoruccio !"; "passerotto !"; "amore mio!"

Dino ascoltava e, con lo sguardo perso nel vuoto, come fissando un'immagine evanescente e lontana, sorrideva.

Un ceffone lo fece battere con la faccia a terra e lo riportò brutalmente alla realtà. Era stato il padrone della giostra a darglielo, visto che lui non spingeva e che, anzi, s'era addirittura seduto sulla piattaforma girevole.

Dino si alzò da terra con il viso sporco di polvere e di un pò di sangue che usciva da una escoriazione. Guardò l'uomo con occhi che, furenti dapprima, si riempirono subito di lacrime; poi, si allontanò con passo lento e pesante.

Era notte. Dino era accoccolato in un angolo della piazza, il più deserto e buio. Guardava in alto: c'era la luna che risplendeva argentina in un cielo terso e trapuntato di stelle. Guardava quella luna e quelle stelle e voleva pensare a tante cose. Ma nella sua testa c'era solo una confusione che, piano piano, si attenuò e svanì, fino a trasformarsi come in un vuoto. Sentiva solo un suono di violini dolce, sottile, penetrante che lo inebriava. Tutte le cose che lo circondavano si misero, all'improvviso, a girare, confondendosi: stelle, persone, cielo, case, luci.

Si trovò, meravigliato, in un mondo sconosciuto.

Una grande sala, con pavimenti sfavillanti e dipinti magnificamente; con pareti ricoperte di quadri stupendi e di cornici d'oro. In mezzo alla sala era imbandita una tavola lunga smisuratamente. Su di essa si trovavano dolci di ogni specie e grandezza, e frutta bellissima dai colori vivaci e invitanti.

Intorno a lui camerieri in livrea attendevano i suoi ordini.

Egli era vestito come i principini di un tempo, quelli che si vedono spesso nelle pellicole di cappa e spada.

"Maestà, aspettiamo i vostri ordini!", disse uno dei camerieri, che sembrava il capo. "Il pranzo è pronto e i bambini poveri, che voi avete fatto chiamare, sono dinanzi al portone".

"Fateli entrare, allora!", rispose Dino.

Una marea di bambini, mal vestiti sporchi e affamati, si riversò all'improvviso nella grande sala e prese d'assalto la tavola così riccamente imbandita.

Dino guardava, e il viso sorridente rivelava la sua immensa gioia.

Si avvicinò al cameriere, che prima aveva parlato, e disse: "Questi fanciulli resteranno sempre con noi; anzi, ordino che venga punito chi oserà far loro del male".

"Sarà fatto, maestà!", disse il cameriere, e si inchinò.

Dino si avvicinò alla tavola; guardò i bambini che mangiavano avidamente; poi, si sedette e stese la mano per afferrare una grossa mela....Ma la mano brancolava nel buio dell'angolo della piazza e stringeva solo aria...

Dino si svegliò al rumore degli spari dei fuochi artificiali.

Stordito e deluso, si avviò tristemente verso casa, attraverso quel vicoletto che la mattina era parso tanto festoso, e che allora era buio e tetro.

Intanto, in mezzo alla piazza, la gente sgranocchiava noccioline e commentava, per lo più con suoni gutturali, la bellezza dei fuochi che illuminavano di colori vari e vivaci la notte.

BIAGIO OSVALDO SEVERINI

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Omaggio a Giorgio Caproni

10 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi, #poesia, #personaggi da conoscere

Omaggio a Giorgio Caproni

Tra Livorno e Genova, il poeta delle due città

Omaggio a Giorgio Caproni

a cura di Patrizia Garofalo e Cinzia Demi

Edizioni Il Foglio, 2013

pp. 110

Ci sono saggi letterari che illuminano, arricchiscono, fanno dire: “Ecco, questo è proprio ciò che pensavo e sentivo”. Ce ne sono altri che grondano accademia, ad esempio quelli letti nei giorni dell’università, quando dovevi perdere un’ora, non per studiare il poeta o il romanziere in questione, ma solo per capire cosa intendesse il critico con la sua nebulosa accozzaglia di parole. Si finiva per telefonarci l’un l’altro fra studenti, chiedendo: “Ma tu cosa hai recepito?” Si cercava di ricostruire il filo del discorso, di “tradurre” il testo in un italiano comprensibile, mettendo faticosamente in relazione soggetto e predicato. Spesso, alla fine, una volta parafrasato e volgarizzato, il saggio era riassumibile in tre o quattro concetti cardine. Provavamo, allora, il bisogno di allontanarci da un mondo fatto solo di gente che si parlava addosso, e immergerci nella vita reale, nelle cose concrete.

Questa premessa per segnalarvi una raccolta di saggi su Giorgio Caproni - poeta più che mai alla ricerca del contatto totale fra parola e cosa – che contiene testi sia dell’uno e che dell’altro stampo. Per fortuna sono prevalenti di gran lunga quelli del primo tipo.

“Tra Livorno e Genova, il poeta delle due città”, a cura di Patrizia Garofalo e Cinzia Demi, è un omaggio a Giorgio Caproni, che si sviluppa in dodici saggi, alcuni frutto di due convegni organizzati da una delle curatrici, a Palermo e a Bologna, altri opera di studiosi e cultori e persino dello stesso figlio di Caproni. Molti emozionano, uno in particolare annoia perché scritto in un linguaggio intellettualmente auto compiaciuto.

La raccolta si apre con un’intervista che il figlio di Caproni, Attilio Mauro, ha rilasciato a Matteo Bianchi. Caproni figlio sostiene che scrivere versi è una pratica difficilissima, non è sufficiente mettere parole in colonna per essere poeti, non si deve rispecchiare un’epoca specifica, bensì avere intuizioni che scavalcano il tempo e restano valide a distanza di secoli. Il poeta raggiunge la maturità artistica attorno ai quaranta anni, dopo di che la creatività scema e si ripercorrono i propri passi con meri esercizi di stile.

Il secondo saggio, di Angelo Andreotti, si occupa della raccolta “Res amissa”, uscita postuma nel 1991 a cura del filosofo Giorgio Agamben. La res amissa è la cosa che si può perdere, la cosa che c’era ma di cui si è smarrito anche il ricordo, la cosa nascosta così bene da essere scomparsa e che permane solo come assenza, come nostalgia di un Dono ormai inconoscibile: forse la Grazia, forse la Vita, forse la Poesia stessa, in ogni caso il Bene.

“Gli ultimi versi della sua produzione poetica, e in particolare quelli di Res amissa, risultano franti, in parte anche sincopati, interrotti da trattini e parentesi, separati da spazi bianchi e puntini (di “canto spezzato parla Agamben”); e con questa disarmonia – con questo respiro affannato, ansioso – sembra voler negare al lettore la piacevolezza della lettura, o per lo meno imporgli un ritmo rigido, per nulla naturale”. (Angelo Andreotti)

Il terzo saggio, ancora a firma Matteo Bianchi, è indicativo di una tendenza che, ultimamente, si sta diffondendo nella critica, quella, cioè, di essere multimediale, di mescolare “alto e basso”. (La recente candidatura di Vecchioni al Nobel per la letteratura ne è un esempio.) In questo saggio, Bianchi accosta il testo di “Canzone”, di Lucio Dalla e Samuele Bersani, con la poesia di Caproni “Preghiera”. E, nonostante la disparità di valore, come dimenticare che la poesia è nata proprio con accompagnamento di musica? Come dimenticare il video nel quale Caproni stesso confessa di essersi avvicinato alla poesia da paroliere dei propri componimenti musicali?

Bianchi rimarca il rifiuto del classicismo in Caproni, il suo aggancio con la tradizione popolare di Genova e di Livorno, la facilità e, insieme, la sapienza estrema della rima, l’eco nei suoi versi di Cavalcanti e dei primitivi.

Il quarto saggio, di Fabio Canessa, si sofferma sui temi del congedo e del viaggio, cari al poeta livornese: il congedo è da una vita cara, amata e superiore alla poesia, una vita che nessuna parola riesce a rendere.

“Io son giunto alla disperazione calma,

senza sgomenti.”

“Nella musicalità affabulatoria orchestrata dagli enjambement, nel lessico discorsivo del tono colloquiale c’è tutta la “calma disperazione” dell’accettazione della vita e della morte.”

Anche il viaggio si fonde con il suo contrario, con “la negazione della partenza e il corto circuito fra passato, presente e futuro sfiora il nonsense.”

Nel quinto pezzo, Maurizio Caruso parla degli elementi che hanno ispirato il quadro di Caproni riprodotto sulla copertina.

Nel sesto, Cinzia Demi si occupa della raccolta “Il seme del piangere” (1959) e, in particolare, degli splendidi Versi livornesi. Se Genova è la città della maturità, dell’essere a pieno se stesso, Livorno è il luogo dell’anima, dell’infanzia, del re-incontro con la madre giovane. Il dolore è modulato con disincanto come in “Ad portam inferi” che qui riproponiamo per la sua semplice bellezza.

Chi avrebbe mai pensato, allora,

di doverla incontrare

un'alba (così sola

e debole, e senza

l'appoggio di una parola)

seduta in quella stazione,

la mano sul tavolino

freddo, ad aspettare

l'ultima coincidenza

per l'ultima stazione?

Posato il fagottino

in terra, con una cocca

del fazzoletto (di nebbia

e di vapori è piena

la sala, e vi si sfanno

i treni che vengono e vanno

senza fermarsi) asciuga

di soppiatto - in fretta

come fa la servetta

scacciata, che del servizio

nuovo ignora il padrone

e il vizio - la sola

lacrima che le sgorga

calda, e le brucia la gola.

Davanti al cappuccino

che si raffredda, Annina

di nuovo senza anello, pensa

di scrivere al suo bambino

almeno una cartolina:

"Caro, son qui: ti scrivo

per dirti ..." Ma invano tenta

di ricordare: non sa

nemmeno lei, non rammenta

se è morto o se ancora è vivo,

e si confonde (la testa

le gira vuota) e intanto,

mentre le cresce il pianto

in petto, cerca

confusa nella borsetta

la matita, scordata

(s'accorge con una stretta

al cuore) con le chiavi di casa.

Vorrebbe anche al suo marito

scrivere due righe, in fretta.

Dirgli, come faceva

quando in giorni più netti

andava a Colle Salvetti,

"Attilio caro, ho lasciato

il caffè sul gas e il burro

nella credenza: compra

solo un pò di spaghetti,

e vedi di non lavorare

troppo (non ti stancare

come al solito) e fuma

un poco meno, senza,

ti prego, approfittare

ancora della mia partenza,

chiudendo il contatore,

se esci, anche per poche ore."

Ma poi s'accorge che al dito

non ha più anello, e il cervello

di nuovo le si confonde

smarrito; e mentre

cerca invano di bere

freddo ormai il cappuccino

(la mano le trema: non riesce,

con tanta gente che esce

ed entra, ad alzare il bicchiere)

ritorna col suo pensiero

(guardando il cameriere

che intanto sparecchia, serio,

lasciando sul tavolino

il resto) al suo bambino.

Almeno le venisse in mente

che quel bambino è sparito!

E' cresciuto, ha tradito,

fugge ora rincorso

pel mondo dall'errore

e dal peccato, e morso

dal cane del suo rimorso

inutile, solo

è rimasto a nutrire,

smilzo come un usignolo,

la sua magra famiglia

(il maschio, Rina, la figlia)

con colpe da non finire.

Ma lei, anche se le si strappa

il cuore, come può ricordare,

con tutti quei cacciatori

intorno, tutta quella grappa,

i cani che a muso chino

fiutano il suo fagottino

misero, e poi da un angolo

scodinzolano e la stanno a guardare

con occhi che subito piangono?

Nemmeno sa distinguere bene,

ormai tra marito e figliolo.

Vorrebbe piangere, cerca

sul marmo il tovagliolo

già tolto, e in terra

(vagamente la guerra

le torna in mente, e fischiare

a lungo nell'alba sente

un treno militare)

guarda fra tanto fumo

e tante bucce d'arancio

(fra tanto odore di rancio

e di pioggia) il solo

ed unico tesoro

che ha potuto salvare

e che (lei non può capire)

fra i piedi di tanta gente

i cani stanno a annusare.

"Signore cosa devo fare,"

quasi vorrebbe urlare,

come il giorno che il letto

pieno di lei, stretto

sentì il cuore svanire

in un così lungo morire.

Guarda l'orologio: è fermo.

Vorrebbe domandare

al capotreno. Vorrebbe

sapere se deve aspettare

ancora molto. Ma come,

come può, lei, sentire,

mentre le resta in gola

(c'è un fumo) la parola,

ch'è proprio negli occhi dei cani

la nebbia del suo domani?

La Demi avvicina Caproni a Saba, anch’egli controcorrente per lo stile umile.

Annina è un archetipo femminile, una cavalcantiana e stilnovistica figura guida, che accompagna l’anima del poeta ormai vecchio attraverso una Livorno popolare, gioiosa, mattutina e non ancora bombardata. La madre diventa fidanzata del figlio ma non in un rapporto incestuoso, bensì atemporale, che ricongiunge e fonde le anime; così come la poesia “A mio figlio Attilio Mauro che ha il nome di mio padre”, contenuta in “Il muro della terra” (del 75), crea un legame astorico fra padre e figlio, dove il padre diventa figlio di suo figlio (quasi un’eco, ancora una volta, del paradiso dantesco e della Vergine Maria) e viene trasportato in quel futuro che non gli apparterrà.

Portami con te lontano

...lontano...

nel tuo futuro.

Diventa mio padre, portami

per la mano

dov'è diretto sicuro

il tuo passo d'Irlanda

l'arpa del tuo profilo

biondo, alto

già più di me che inclino

già verso l'erba.

Serba

di me questo ricordo vano

che scrivo mentre la mano

mi trema.

Rema

con me negli occhi allargo

del tuo futuro, mentre odo

(non odio) abbrunato il sordo

battito del tamburo

che rulla - come il mio cuore: in nome

di nulla - la Dedizione.

Il settimo saggio, scritto da Flora di Legami, è il più ostico, indigesto e compiaciuto. Si occupa delle raccolte “Il Franco Cacciatore “ (1982)“ e Il conte di Kevenhüller” (1986), già di per sé difficili per il linguaggio franto e l’ardua ricerca stilistica.

“Il franco cacciatore” è ispirato a un’opera di Weber, su libretto di Kind, ma s’inserisce in una tradizione che, come dice la di Legami, “da Dante a Boccaccio, da Petrarca a Poliziano, da Marino a Bruno, giunge alla modernità con Valery e Melville”. Le metafore venatorie e mitologiche e il motivo del viaggio sono la traccia per una discesa all’interno del sé alla ricerca di valori universali. “Bellezza e orrore, attesa e vuoto, vitalità e morte, parola e silenzio, sono i nuclei di un racconto, disposto sul metro della mitica caccia.” (Flora di Legami)

La caccia è nei confronti di Dio, la morte del cacciatore è il sacrificio della parola al silenzio. I continui punti di sospensione, le parentesi, le frasi spezzate indicano un’ indagine che si avvita su se stessa aspirando a un’inattingibile essenzialità.

“Atteone è segno del lavorio ininterrotto per dire l’indicibile.” “Per via di continui slittamenti inversioni e giochi di antifrasi, il poeta compone inediti arabeschi di sovversione logica, con cui rendere gli scarti disarmonici dell’esistere e del pensiero.”

“Il conte di Kevenhüller” (1986) è una sorta di “operetta morale” basata sulla caccia a una feroce Bestia che altri non è che la parola stessa.

“Se la parola è l’involucro in cui prendono forma e consistenza angosce, tremori, interrogazioni e dubbi di una ricerca esistenziale, nessuna meraviglia che proprio questa divenga la preda mitica del poeta cacciatore.”

Alla fine si ha un’infinita e ossimorica coincidenza di opposti, una myse en abyme fra vita e morte, cacciatore e preda.

L’ottavo saggio, di Rosa Elisa Giangoia, si riferisce al poemetto “Ballo a Fontanigorda” (1938), evidenziando il legame di Caproni con la val Trebbia, i suoi boschi, i suoi villaggi e la statale 45. Qui Caproni fu maestro elementare e partigiano. Qui la sua poesia, basata più “sul togliere parole che sull’aggiungerne”, arriva al definitivo superamento della concezione romantica e decadente di paesaggio come specchio dello stato d’animo e ritratto di luogo ameno e pittoresco. Il paesaggio non comunica emozioni, è uno spazio rarefatto, semplificato, è un luogo da cui tutti se ne vanno, lasciandoci soli con il bosco e il fiume, mentre, man mano, le certezze svaniscono e le risposte ridiventano domande.

Il nono saggio, di Gianfranco Lauretano, parte dalla raccolta “Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee” (1965) per mostrarci come dal ‘65 al ‘90 Caproni non abbia fatto che congedarsi da tutto, dalla vita, dalla famiglia, dagli amici, da quello che chiamava mézigue, cioè “me stesso”. Già da cinquantenne inizia a salutare, mentre la sua poesia sempre più si rastrema, mentre la storia lo delude, mentre il concetto di Dio, per lui ateo, diventa sempre più sfuggente e, insieme, paradossalmente desiderabile.

Il decimo saggio, del linguista Fabio Marri, ci mostra nei particolari come lavora il poeta Caproni, come la sua lingua facile, quasi elementare - se sottoposta ad analisi tecnica - sveli tutta la sua sapienza e l’artificio.

Il linguaggio è semplice ma composto anche di termini rari e aulici, di aggettivi inusuali, il senso letterale delle parole è trasformato e arricchito dalla loro forma fonica, dall’armonia all’interno della frase, dalla posizione nel discorso poetico, dalla disposizione sintattica. Il verso è agile, si allunga nell’enjambement, si dispiega in rime baciate, prima chiare, poi, con l’acuirsi del tormento interiore e della ricerca, sempre più scure. La rima serve ad accostare fra loro parole che possono fondersi o cozzare, come in Cavalcanti, Carducci, Pascoli, prima, e Ungaretti, Montale, Saba, Luzi, poi. Le parentesi, invece di isolare, evidenziano concetti fondamentali, epifanici, le frasi diventano esclamative e interrogative, a sottolineare riflessioni dolorose.

Tutto questo, a detta di Caproni stesso, senza formalismi forzati, senza ritorni anacronistici ad avanguardie superate, senza anticonformismo obbligato, ma anche senza nessuna musicalità consolatoria.

L’undicesimo saggio, di Paolo Ruffilli, mette in collegamento la poesia di Caproni con l’opera lirica settecentesca e con la cultura illuminista.

Infine l’ultimo, di Massimo Scrignoli, evidenzia l’immagine ricorrente in Caproni della “stella nera”, luce spenta ma pur sempre luce, collegata al ricordo della perduta sorella minore, Marcella.

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Emilio Guardavilla marinaio, scrittore arenato a Piombino

9 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto

Emilio Guardavilla marinaio, scrittore arenato a Piombino

Emilio Guardavilla vive e lavora a Piombino anche se è nato nel cuore della Maremma. Attualmente, dopo vent'anni di mare, oltre la metà come Commissario di Bordo, conduce una vita regolare sostentata da un lavoro sedentario nell'ambito della siderurgia e allietata dai suoi due passatempi preferiti: scrittura e cucina. Collabora con la rivista Costa Etrusca dove scrive articoli di cronaca, attualità e recensioni. Ha pubblicato due libri: Il lessico della Talassa - Mille voci da un popolo di navigatori, santi e poeti (Graus 2009) e Uomo a mare (Del Bucchia, 2012). In questo racconto - poetico ed evocativo - Emilio Guardavilla tratteggia un dialogo tra due persone, a tratti surreale, a tratti concreto, un colloquio tra un ascoltatore e un affabulatore. Non è difficile intravedere nel secondo ruolo l'autore del racconto, per molti anni lontano dalla sua terra, che ricorda il tempo passato navigando sul mare, incontrando uomini, donne, ricette e nuovi paesaggi. Nelle parole del personaggio c'è la narrazione incantata di un'esistenza, vissuta con il desiderio del ritorno, adesso realizzato, con la tazzina di caffè tra mani, al tavolo di un bar, davanti a un vecchio amico, mentre osserva il mare, antico amore della sua vita. (Gordiano Lupi)

Dov'eri quando non c'eri?

- Dov'eri quando non c'eri?

- Ero via da qui. Ero via da te. Ero via da tutto. Ero dove tutto è via. Lontano da dove sono nato, lontano da dove sono stato. Molto lontano da come sono sempre stato. Sono stato giovane, adulto e vecchio quando ero là. Poi sono diventato io, quello di ora, un vecchio ragazzo, anziano con il cuore giovane; e non sono più cresciuto. Assomiglio poco tanto a mio padre quanto a mio figlio; loro due si assomigliano di più. Io sono in più. Io sono più vecchio del primo e più giovane del secondo; meno adulto di entrambi, più triste e più felice di entrambi. Dove ero io ero sempre solo; insieme a me c'ero solo io. Non c'era né mio padre né mio figlio, nemmeno quando pensavo che fossero lì con me. Né quelli che non ho più, quelli che sono stati sempre insieme a me da quando se ne sono andati. Con me non c'erano né vivi né morti. Dove ero io c'erano persone che respiravano e che gli batteva il cuore però non erano vivi. Dove ero io i padri e figli non si distinguono perché fanno tutti le stesse cose e dicono tutti le stesse parole. I padri lavorano con i figli degli altri e i figli parlano con i padri degli altri come se fossero davvero padri e figli. Io sono stato padre di figli che non parlavano neanche la mia lingua e allo stesso tempo sono stato figlio di padri che non parlavano per niente. Ho imparato a rispondere ai loro silenzi con frasi sempre più corte, con sempre meno parole e parole con sempre meno sillabe. Dove ero io i padri e i figli facevano finta di non essere tristi e la domenica mattina si sorridevano anche. Invece erano tutti in un mare di guai, brutto e grosso come quello che avevano sotto il letto dove non dormivano mai. Dove ero io il mare era attaccato al cielo e non si capiva dove finiva uno e cominciava l'altro perché erano sempre dello stesso colore. Erano di un colore che non era mai blu. Tutti avevano paura delle paure che li avevano fatti andare via da casa. Tutti avevano paura del mare e del cielo e anche io ma loro sembrava che ne avessero meno di me. Lo soffrivano anche loro ma ne soffrivano meno di me e non ne parlavano mai. Neanche io ne parlavo mai ma avevo tanta voglia di parlarne con qualcuno però nessuno voleva. Io ho paura del mare anche ora che lo vedo da lontano. E quando penso che il mare è lontano ho paura lo stesso.

Certe notti me lo sogno e quando lo sogno non è mai brutto ma nel sogno ho paura lo stesso perché penso che possa diventare brutto. Dove ero io non ho mai sognato un sogno. Dove ero io, quando dormivo, non ho mai sognato niente, nemmeno di non essere lì. Dove ero io dormivo vestito per non perdere il tempo della veglia e con il salvagente come cuscino per non perdere il tempo del sonno. Dove ero io il sonno non avvertiva, arrivava all'improvviso senza farsene accorgere e poi mi scaraventava così lontano che quando mi svegliavo non mi sembrava nemmeno di aver dormito. E la mattina che seguiva era piena di buongiorno incerti e senza speranza fino al pomeriggio e anche di sera perché dove ero io a qualsiasi ora c'era qualcuno che si era appena svegliato. Prima di prendere sonno pensavo sempre a qualcosa da mangiare anche se non avevo fame. Dove ero io si mangiava bene, si mangiava e si beveva tutto con lo stesso sapore. Quel sapore non lo so che sapore era però era un sapore che mi piaceva e allora ne mangiavo tanto e ne bevevo tanto. Però non sono ingrassato, forse ho perso qualche chilo e ho sviluppato i muscoli di sopra; forse anche quelli delle gambe, non lo so. Ero in forma. Quando ero lì sono fatto i crescere i baffi per sembrare più grande. Mi sono fatto i crescere i baffi per sembrarmi più grande. Mi guardavo allo specchio e con i baffi credevo di più a quello che mi dicevo e a quello che facevo perché me lo diceva uno con l'aspetto da grande. Dove ero io la barba me la facevo col sole alto perché prima non volevano che me la facessi. Forse perché portava male o perché non stava bene agli occhi di loro. Io facevo come dicevano loro, come dicevano quelli più anziani di me. Poi piangevo. Dove ero io, quando non lavoravo e ero da solo, molte volte piangevo. Ora piango molto meno ma appena posso lo faccio anche qui. Dove ero io piangere era più facile, avevo più tempo e un posto tutto per me dove poterlo fare. Lo decidevo io quando piangere o quando ridere; ero padrone di piangere e ridere quando volevo io ma di ridere mi succedeva sempre di meno. Ridevo di cose che non facevano ridere nessuno. Piangevo per cose che non facevano piangere nessuno. Piangevo perché piangendo ero veramente io e non quello che vedevano gli altri. Mi sentivo meglio perché mi riconoscevo e tornavo a essere io anche se per poco; anche con questi baffi che non mi fanno sembrare me per niente. Non lo so se gli altri piangevano, secondo me piangevano anche loro ma non so se piangevano per dolore o per gioia. Io piango per gioia e per dolore anche se non so ancora riconoscere quando piango per una cosa o per l'altra. Dove ero io c'erano anche donne, tutte senza età e senza sorriso. Le donne che c'erano dove ero io sorridevano solo con la bocca, non le ho mai viste sorridere con gli occhi. Erano donne senza malinconia, belle e brutte ma senza malinconia. Donne belle e brutte col sorriso e con gli occhi muti. Erano donne con lo sguardo in bianco e nero come il pavimento di quella terrazza sul mare laggiù.

- Per me un caffè.

- Per me un caffè basso.

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Sordocieco

8 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Dovette spingermi, mio padre, per farmi superare il cancello di ferro battuto, sormontato da telecamere a circuito chiuso. Appena di là ebbi la sorpresa di vedere che tutto l’interno della muraglia era rivestito da una spessa imbottitura di gomma piuma.
- Papà, perché il figlio dei Simonti non va a scuola?
“Non t’impicciare, pensa ad andarci tu a scuola, e a studiare che hai preso quattro. Guarda, se ci penso, io non so cosa ti farei!” Mio padre era davvero molto arrabbiato con me. Non mi parlava da quando avevo portato a casa la pagella e mi aveva obbligato a seguirlo nel suo lavoro di giardiniere per tutta l’estate. Quel giorno era la volta della villa dei Simonti.
Avrei voluto chiedergli conferma delle voci che circolavano in classe. Si diceva che i Simonti tenevano un mostro in casa e non lo facevano mai uscire.
Mentre mio padre versava la benzina nel tosaerba, e si dava da fare per accenderlo, ansimando e tirando con forza la corda del motore, io stavo ancora cercando la risposta alla mia domanda.
Poi il tosaerba si mise in moto ed il suo frastuono coprì ogni altro rumore. Mio padre, torvo, indicò col capo prima il rastrello e poi un grande albero vicino alla casa, ed io capii che dovevo raccogliere tutte le foglie che erano cadute.
Presi il rastrello e m’incamminai di malavoglia verso l’albero al centro del giardino. Cominciai a rastrellare qualche foglia in qua ed in là, masticando una caramella.
Poi dei fruscii attirarono la mia attenzione.
Sul prato davanti a casa, c’erano una donna ed un bambino.
La donna aveva i capelli biondi legati con un elastico. Il bambino era alto come me. Ma non camminava come me. Ciondolava con le mani protese in avanti.
La donna si teneva un poco discosto, pronta a sorreggerlo, ma silenziosa.
Il bambino avanzava a piedi nudi nell’erba.

Avanti, avanti, avanti…
Piedi freddi, perché non ho cose sopra a coprire. Sotto umido ghiaccio dei fili sottili mollicci. Avanti sui fili sottili mollicci, bagnati.
Solletico, brivido… Profumo, aria.
Respiro. Respiro.
Calore che pizzica, piace. Alzo testa verso calore che pizzica piace.

Rastrellavo meccanicamente, ma continuavo a guardare i due. Erano strani, ma proprio strani strani.
Il bambino ballonzolò avanti, poi si fermò, rovesciò il capo in una posizione forzata. Spalancò la bocca e respirò risucchiando, come se stesse bevendo l’aria e farlo gli piacesse un sacco.
Con tutte e due le mani, il bambino cominciò a strusciare il muro di casa, passando le dita lungo una specie di sbarra di plastica che conduceva alla porta.
Mi nascondevo dietro il tronco del grande albero, ma ero abbastanza vicino da vedere ogni particolare. Le dita del bambino erano corrose dal troppo tastare e strofinare ogni cosa che incontrava. Sui suoi polpastrelli c’era sangue.
La donna si manteneva accosto, muta come se le parole non servissero, senza toccarlo mai, senza sorridere, ed il suo sguardo era dolce come quello di mia madre quando guardava me. No, di più.
Poi il bambino raggiunse la porta.

Tendo braccia. Tocco tondo, gelido, scabro. Avanti dritto, dritto fino a foro con punte che conosco, giro, entro.

La donna ed il bambino entrarono in casa, ma dalle finestre grandi, aperte, io potevo ancora vederli. Si erano fermati nella prima stanza. C’erano un armadio, un letto con le sbarre, dei peluche. C’era un tavolo con gli angoli foderati e, sopra, delle costruzioni giganti. Non c’erano quadri alle pareti, però, non c’era il poster de “Il signore degli anelli”, né la foto della squadra del cuore, come in camera mia. Ogni oggetto era ricoperto di gommapiuma al pari del muro di cinta fuori.
La donna sbriciolò dei biscotti ed imboccò il bambino con le sue mani, poi gli versò un bicchiere d’acqua.

Qui è mio odore, mie cose.
Anche suo odore pungente, dolce. Lei è qui con me.
Saliva, fame. Apro bocca, tiro fuori lingua e lei mette dentro sapore, dolce su punta, salato più giù, cedevole, morbido.
Mastico, inghiottisco. Ora acqua, fresca, frizza, scorre.
Di traverso.
Tosse, tosse…
Dita dentro mie dita, dita che fanno su e giù, su e giù, che battono, picchiettano, pizzicottano, carezzano, stringono. Dita, lisce, morbide, uguali, profumate.
Sono contento che c’è. Alzo mani su, su verso lei, verso testa, bocca, globi.
Trema, trema, credo che è stanca. Acqua, acqua su mie dita, acqua che lecco salata, acqua…

Anche mia madre, a volte, batte sulla mia schiena quando l’acqua mi va di traverso. Anche mia madre mi carezza, ma non mi stringe le mani così. Mia madre non si mette le mie dita in bocca, non lava via il sangue dai miei polpastrelli con i suoi baci. E non piange a quel modo.
Adesso al mio fianco c’era mio padre. Non mi ero accorto neppure che il tagliaerba si era fermato, che il giardino era di nuovo silenzioso, e che mio padre mi aveva messo una mano sulla spalla. - Eh, figliolo, certe disgrazie càpitano…
Quando mio padre finì il suo lavoro, il sole stava ormai tramontando. C’incamminammo verso casa insieme, mano nella mano. Chissà perché, ora non mi sembrava più tanto arrabbiato.

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David Marsili, biologo e musicista, a tempo perso scrittore

7 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto

David Marsili, biologo e musicista, a tempo perso scrittore

Vi faccio conoscere un giovane scrittore livornese che posso vantarmi di aver scoperto, anche se - come diceva Franco Franchi - chi scopre per davvero è soltanto la levatrice. Ma a parte le contaminazioni cinematografiche di cui non riesco a fare a meno, voglio presentarvi David Marsili, classe 1973, un biologo che si occupa di sicurezza sul lavoro e di ambiente nel settore chimico. Musicista fallito (ha fondato alcune band locali dalla fine degli anni Ottanta senza molto successo), da alcuni anni si dedica alla narrativa. Nel titolo dico - scherzosamente - a tempo perso, ma in realtà lo fa in maniera professionale e con buon successo di critica. Autore che nasce con impostazione noir, riesce a descrivere i problemi del quotidiano usando e contaminando i generi letterari. Ha pubblicato i romanzi Viscere - L'indifferenza della notte (Il Foglio Letterario, 2008) e Uomo di Tungsteno (Il Foglio Letterario, 2011), ma anche diversi racconti in antologie livornesi (Siuski, 2009; Presenze di spiriti, 2010; Sassoscritto, 2012) per Edizioni Erasmo e un racconto con Perdisa Pop. Ricordiamo una sua breve novella vincitrice del concorso letterario bandito da Il Tirreno. Sta scrivendo un racconto di ambientazione piombinese per l'antologia Raccontare Piombino, in uscita per Il Foglio Letterario. I am the resurrection, in uscita per la nuova collana Demian de Il Foglio Letterario (in brossura ed e-book), è anche l'assaggio del terzo romanzo in lavorazione. Pubblichiamo due brevi racconti inediti.

La situazione in pugno

- Dottore, sono tutti in sala. La stanno aspettando.

L'Amministratore Delegato si allentò leggermente il cappio Burberry, e si diresse verso la finestra. La segretaria ne approfittò per sbirciare sul brogliaccio degli appunti del capo. Ghirigori e disegni senza senso.

- Vada pure, Sheila. Arrivo subito.

Sheila si morse leggermente il labbro superiore e si diresse verso la sala riunioni.

Nel discorso dell'AD, i problemi diventavano problematiche, i tempi tempistiche, i documenti documentazioni. Come se l'aumento sillabico rendesse più importanti e solenni gli argomenti, anzi le argomentazioni, per giustificare la scelta.

La scelta, disse ancora, era improcrastinabile. Ne andava del destino di tutti. E una volta presa, sarebbe stata irreversibile.

- Bene, è ora di decidere. Questa sarà la scelta che cambierà le vite di tutti noi, e non solo.

Dopo aver ricevuto occhiate d'approvazione da tutti i membri del consiglio, guardò la segretaria alla sua destra e prese a tamburellare sulla ventiquattrore di pelle, che la donna teneva in grembo.

- Sheila, tiri fuori i dadi.

- Vuole dire…i dati?!

- No, Sheila. Ha capito bene. Presto, non c'è altro tempo da perdere. Dio non gioca a dadi. Io sì.

Il piccolo cubo di legno fece eleganti moti di rivoluzione sul tavolo di vetro. Barcollò incerto, rimase sospeso su un vertice, poi riprese a piccoli giri e andò a fermarsi in un angolo buio, nero liquirizia, ai margini del piano. La mano dell'Amministratore era ancora sollevata a mezz'aria, fiera e responsabile della sua azione.

E tutti si sporsero in avanti, le cravatte afflosciate sul tavolo, a cercare di leggere il loro futuro sulla facciata superiore del dado, in piccoli dischetti d'avorio sbiadito.

Percorso archetipo del suicidio (presso Charleroi)

Siamo nel 2012, ma potremmo essere anche nel '56, almeno per come me l'hanno raccontato.

Poche cose sono cambiate, i mattoni delle case sono ancora anneriti dalla fuliggine, anche se le miniere di Marcinelle sono chiuse da tempo. Come sempre, il cielo si ferma ogni ora a pisciare.

Mi riparo sotto un portico, in una via deserta. La pioggia è aumentata e le mie scarpe estive imbarcano acqua. Mi viene da alzare lo sguardo verso le facciate. Attraverso una vetrata scorgo dettagli di una vita squallida. Solitudine e masturbazioni contro lo sfondo di carte da parati deprimenti. Corridoi angusti su terrazzini incompatibili con la vita, che trasmettono solo la voglia di gettarsi di sotto una volta per tutte.

Il Belgio è un paese che c'è sempre un momento in cui sei solo.

Uno squarcio di cielo. Riprendo a camminare e, visto il sole che di nuovo ha ripreso la scena, decido di fermarmi per una trappista al tavolino di un bar. Ne ordino una brune, mi siedo e aspetto. I piccioni occupano tavoli vuoti, mentre accanto a me una donna allegrotta e non troppo giovane ride, cinguetta e si contorce tra due individui unti e non meno ubriachi.

Poi una vecchia esce dal bar tutta trafelata e attraversa la strada; probabilmente non ha pagato il conto. Il cameriere che mi ha appena servito le corre dietro. Iniziano a urlare, a offendersi. Poi il cameriere le sputa addosso e torna indietro, con gesti e parole indirizzate al nulla.

Guardo con sospetto la mia birra.

La donna allegrotta e non troppo giovane ride. Assaggio la birra e mi dà una sensazione di annacquato. Due ragazze si siedono a un tavolo davanti a me, una di loro si lamenta dei piccioni. Fa un gesto di fastidio con la mano.

"Ho paura degli uccelli" dice alla sua amica.

"Anche di quelli di notte?" commenta ad alta voce la donna allegrotta e non troppo giovane. I due uomini unti se la ridono grassa.

Pago e mi allontano. Sento qualche risata alle mie spalle, ma non mi volto. Non voglio grane.

Salgo verso una strada che sembra promettere qualcosa di meglio. Sul cornicione di un supermercato, ragazzi suonano musica elettronica. La cosa mi piace, mi fa sentire meno solo. Il cielo della Vallonia, però, ha ancora voglia di pisciare. Lo scroscio arriva forte, i ragazzi staccano i cavi e spariscono in una finestra. La strada è di nuovo vuota. Ogni tanto passa qualcuno; gente brutta, grottesca. Denti erosi dall'acqua povera di calcio.

La piazza centrale è un acciottolato senza soluzione di continuità tra il marciapiede e la strada. Gli automobilisti sfrecciano in traiettorie improbabili; tra i cartelli non ce n'è uno a piombo.

Camminando per le vie periferiche, la costrizione al petto aumenta. Nelle vetrine, sporche e senza illuminazione, sono esposti oggetti casuali. Cose rotte, scherzi di carnevale fuori stagione e oggetti con riferimenti sessuali fuori da qualsiasi stagione. Oltre i vetri di quelle botteghe sinistre, non ti stupiresti di trovare bambine legate e nude e denutrite. Forse è per questo che non ci sono negozi di giocattoli, in giro. Una forma di pudore verso le Marcinelle note e quelle mai conosciute dalla stampa.

Immagino le vie d'uscita da una nascita in questa città. Diventare pedofilo, serial killer o, ancora peggio, farsi rasare a zero facendosi lasciare solo un disco di capelli in cima al cranio da uno di questi parrucchieri marocchini di periferia. Oppure studiare economia o chimica e fuggire.

Invece, in questo strano percorso di vita, io ci sono arrivato ora, e il fatto è che ci devo stare almeno due anni. Senza una donna, senza un amico, e con il fardello che mi porto addosso. Inizio a meditare seriamente per una quarta via d'uscita.

Scendo di nuovo verso la stazione. Sulle vetrate della cupola vedo la scritta: CHARLEROI SUD. Poi cambia ancora la luce. Arriva un nuovo scroscio, questa volta più forte. Charleroi abSUrDe, penso io. Tentenno un attimo: attraversare la Sambre o cercare un riparo?

Corro verso la tenda di un bar. Mi fermo al riparo dell'acqua. Una nuova tristezza mi assale. I calzini inzuppati m'imprigionano i piedi. Entro nel bar per riscaldarmi un po'.

L'atmosfera è strana: le luci sono deboli, i tavoli distanti, divisi da separé di legno scuro. Mi chiedo quale sia la costante. Ecco, sono tutti uomini. Ora realizzo i due sulla porta. Uno abbraccia l'altro, un tipo sinistro con il capo coperto dal cappuccio di una felpa e vistosi herpes intorno alla bocca.

Ci mancava anche un bar di finocchi.

Niente di personale, ma preferisco uscire nella pioggia. Me la prendo tutta in faccia, nei vestiti, nelle scarpe. Attraverso il ponte sul fiume che sembra un canale industriale. Mi aggrappo alla ringhiera, mi sporgo fuori con tutto il busto. La pioggia mi passa sul collo, sulla schiena, entra nei vestiti, ovunque. Penetra in me e mi diluisce. Sono tutt'uno con il fiume. Basta solo un gesto.

Un pianto leggero. Un pigolio. E' un segnale debole, ma è quello che mi riporta allo stato solido. Ruoto la testa verso destra. C'è una figura scura: una donna avvolta in un mantello impermeabile, seduta su un grosso trolley nero opaco. Non riesco a vederle la faccia. E' piegata in avanti, la donna. Sembra che pianga.

Mi avvicino. Mi abbasso per farmi vedere. Ha capelli corvini, quasi blu, e il trucco sfatto; sembra una bella donna. Appena mi vede la sua espressione cambia. Allarga le braccia e mi stringe a sé.

"Gerard, oh Gerard."

"Signora… Io non."

"Zitto Gerard. Non dire niente. È stata tutta colpa mia."

Mi prende il viso con le mani e poi mi infila la lingua in gola. Sa di liquirizia. Provo ancora a staccarmi ma il suo corpo ora aderisce perfettamente al mio. Mi prende una mano e la porta sulla sua coscia. Sento la scanalatura di un autoreggente.

Non dico niente, è vero, è solo colpa sua e sto al gioco, non è poi così male essere questo Gerard. Gettarsi nel nero di quella donna invece che in quello della Sambre, per farsi mangiare gli occhi da pesci incommestibili e farsi ritrovare in qualche fosso di provincia ancora più triste.

Senza contare, infine, che ha anche smesso di piovere.

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Solo il rumore del vento

6 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #fantascienza

Un mese fa ho allungato le zampe e sono scivolato dal supporto che mi sosteneva. Quando le ruote hanno cominciato a girare, giù si sono messi a battere le mani.
La mattina della partenza, ricordo, mi stavano tutti intorno e facevano un gran baccano. Sentivo che si aspettavano grandi cose da me. E poi c’era Frank.
“Fai buon viaggio, Spirit”, ha detto, poi mi ha toccato: “Sei tutti noi”, ha aggiunto, ed io sono partito contento.
Durante il viaggio ho dormito. Mi svegliavo solo per lanciare i segnali convenuti.
Sono atterrato rimbalzando, protetto dagli air bags. Ho inviato il mio bip e subito li ho sentiti urlare. Cantavano quella canzone dei Beatles che hanno insegnato anche a me.
Let it be, let it be. Let it be!
Erano proprio soddisfatti di me.
Ho riconosciuto subito la voce di Frank fra tutte le altre.
Durante questo mese ho esplorato un cratere dentro il quale Frank pensa che possa trovarsi dell’acqua. Ho prelevato campioni di terreno come mi ha insegnato a fare lui. C’è acqua nei ghiacciai dei poli ed in qualche roccia. Ho analizzato attentamente l’aria: 95% di anidride carbonica, 2% di azoto e tracce di ossigeno.
Ho lavorato con entusiasmo aspettando di rivedere Frank e gli altri.
Invece resterò qui, me lo ha detto ieri Frank. “Il segnale diventerà sempre più debole”, ha spiegato, “ed un giorno perderemo il contatto. E’ già successo a Laika.”
Laika era un cane. Io, dicono, non sono nemmeno un cane.
Mi guardo intorno. All’improvviso non mi piace più stare qui. Non ci sono che sassi su questo pianeta, la superficie è tutta canyon e montagne. Non mi garba questo cielo giallo, e la notte fa freddo (–120°)
Vorrei essere giù, con loro. Mi piaceva il rumore che faceva il cucchiaino di Frank mentre girava nella tazza. Click, click…
Mi piaceva la voce di Frank.
Qui c’è solo il rumore del vento. 400 km all’ora e furiose tempeste di sabbia.
Sto pensando a Frank.
Click, click… Frank era mio amico.
Wisper words of wisdom, lei it be…
Let it be…
Ora c’è solo il rumore del vento.

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