Egitto: nuovi e vecchi itinerari per scoprire il passato
Paese la cui magnificenza e gloriosa storia sono ancora visibili ovunque e affascinano chiunque abbia la fortuna di visitarlo.
Bastano poche ore di volo per lasciarsi alle spalle lo stress metropolitano ed il consumismo di massa e ritrovarsi in Egitto, nel magico mondo dell’infuocato deserto, affascinante per i suoi misteri e i miti, ingentilito dal nastro argenteo del Nilo, con le rive affollate da verdi palmizi, tra il colore della gente e quello delle feluche dalle grandi vele. E’ così, soprattutto davanti all’isola Elefantina, uno dei luoghi più emozionanti della nostra Terra.
L’Egitto, paese dove il mito si confonde con la realtà, è certamente l’unico luogo al mondo dove il gran libro della storia è ancora aperto sul passato.
Questo paese può essere riproposto, in chiave ancora più affascinante e suggestiva e un viaggio nel paese dei Faraoni, può diventare l’occasione per un’indimenticabile vacanza non solo all’insegna della comodità ma anche della scoperta di tutto ciò che di più misterioso e invitante può ancora offrire questo paese dove il tempo si è fermato.
Questo non è solo un paese ormai sicuro, ma anche un paese ospitale. La gente accoglie i forestieri con il sorriso e la gentilezza.
Sorseggiare il tradizionale tè alla menta è un piacere del quale non bisogna privarsi perché offre al turista la possibilità di capire il vero spirito di una terra, culla della civiltà mediterranea. Era cara già ai nostri antenati Romani.
Dopo averla conquistata, infatti, non ne fecero una delle tante province dello sterminato impero. Lo stesso imperatore, invece, se ne prendeva cura personalmente, come il più prezioso dei suoi gioielli.
Ed il passare dei secoli non ha mai cancellato le caratteristiche di questo Paese e del suo popolo, anzi, gli operatori intendono valorizzarle per offrire ai clienti quanto di meglio c’è sul mercato turistico: natura, storia, cultura, ma anche il contatto con gente erede di una civiltà raffinata, la stessa di Cleopatra, dolce e femminile al punto di far breccia nei duri cuori, prima di Cesare, poi di Antonio.
Ma lasciamo stare la storia, anche se, come maestra di vita, rappresenta un faro per un viaggio all’insegna del divertimento e della cultura, qual è quello in Egitto.
IL FASCINO DEL MISTERO
Le proposte? I tour, alla scoperta dell’ Egitto classico, tra Luxor e Aswan, lungo strade comode, sicure ed asfaltate che costeggiano il Nilo e attraversano paesi e città permettendo di osservare la popolazione.
Quella di offrire un itinerario “via terra”, a differenza della tradizionale crociera, è una scelta qualificante, che permette di assaporare fino in fondo la realtà locale.
Le navi, comunque, sono comode, lussuose ed affascinanti. Scivolano sulle tranquille acque del Nilo, offrendo i lunghi silenzi della natura, interrotti solo dalla maliarda melodia delle chiome dei palmizi che si lasciano accarezzare dal tiepido vento africano.
E’ un viaggio, questo, che aiuta ad evadere dalla realtà e dallo stress della vita in città per entrare in una dimensione di vita diversa, quella della storia che si confonde con il mito, dei culti egizi e della magia che li caratterizza.
Negli occhi del turista non si è ancora spento il fascino delle grandi piramidi, quando incontrano Karnak, con il grande tempio in onore di Ammone, il più importante dio degli antichi egizi.
Il fascino del mistero coglie il visitatore quando si trova davanti al grande viale costeggiato da sfingi. All’interno, poi, c’è la solennità delle grandi colonne, l’imponenza delle statue, l’eleganza dei bassorilievi. Tutto ricorda la grandezza della città, la potente Tebe, capitale del paese, del quale questo tempio era l’espressione religiosa più altisonante.
Era qui, appunto, che i Faraoni, celebravano con le loro consorti i grandi riti della fertilità, accompagnati dai sacerdoti, mentre le note dei musici si levavano al cielo insieme agli incensi bruciati in onore del grande dio.
Dall’altra parte del fiume, c’è la Valle dei Re, con le sue tombe ricche di decorazioni, scavate sulle arroventate balze del deserto. Ognuna di loro è una pagina di ricordi, quelli di un popolo capace di dettare legge al mondo e di uomini che concepivano la vita ultraterrena come la più bella occasione per conoscere la spiritualità.
E Filae? E’ un angolo dolcissimo sulle rive del tranquillo Nilo. La sua scoperta, tra le rocce che danno al fiume le sembianze di una selvaggia costa marina, provoca una forte emozione.
Ciò che appare subito è un’ elegante costruzione, in stile egizio, affacciata sull’acqua trasparente. Gli imperatori romani, soprattutto il raffinato Adriano, la scelsero come rifugio quando, volendo sfuggire agli affanni della vita romana, intendevano ritrovare se stessi per dialogare con l’anima e con gli dei.
Ma qui c’è anche il grande tempio in onore di Iside, dea che, per gli antichi egiziani, era la madre di tutti gli esseri umani. La struttura è spettacolare. Bassorilievi e geroglifici, poi, sono gli eterni testimoni di quella che fu la grande civiltà dell’antico Egitto.
Il viaggio continua toccando altre mete. C’è Edfu, per esempio, con i lunghi silenzi del grandioso tempio. Ma anche Komombo, regno del “dio coccodrillo”, santo e vorace. Anche qui c’è la ricchezza delle antiche strutture, il fascino delle antiche memorie. E si respira ancora l’atmosfera magica tra il colore e la simpatia della gente nei mercatini locali, profumati di spezie.
LE SORGENTI DI MOSE’
C’è un altro tour che, dal Cairo, porta al monastero di Santa Caterina, nel Sinai. Il turismo proverà non solo il fascino di ammirare il canale di Suez, ma anche le sorgenti di Mosè.
Per chi, poi, è in cerca di forti emozioni, c’è la possibilità dell’ascensione del Monte Sinai per assistere allo spettacolare sorgere del sole. E’ questo un tour che permette di abbinare il fascino della storia e dell’ambiente con quello di unasplendida vacanza marina sulle bianche spiagge di Sharm El Sheikh, nel Mar Rosso.
Oltre all’ Egitto classico c’è anche la possibilità di un inconsueto tour tra il Cairo, la costa mediterranea e l’interno del deserto, con le oasi di Siwa e Baharya, ricche di storia e tradizione, verdeggianti per le migliaia di palme che le popolano, fresche per le numerose sorgenti ma anche cariche di fascino per i misteri del passato.
Egitto, magico paese dal fascino unico e inconfondibile, dove si avverte la storia di un popolo glorioso e avanzato, che ha lasciato testimonianze di estrema bellezza avvolte ancora dal mistero della loro costruzione.
Liliana Comandè
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Reportage. Egitto, nuovi e vecchi itinerari per scoprire il passato | Travelling Interline
Di Liliana Comandè. Paese la cui magnificenza e gloriosa storia sono ancora visibili ovunque e affascinano chiunque abbia la fortuna di visitarlo. Bastano poche ore di volo per lasciarsi alle spalle
I POVERI E LE CLASSI SOCIALI IN USA di Biagio Osvaldo Severini
Franco Ferrarotti
Gli USA dopo 500 anni. New York e la povertà. Dai 600 mila ai 3 milioni di poveri per la statistica sono invisibili. Le cause. L’etica protestante e le massime evangeliche. Il cattolicesimo francescano. Le classi sociali. I ghetti al centro delle città. La questione sociale psicologizzata dai governanti reazionari. La responsabilità delle amministrazioni pubbliche nazionali e internazionali. Bill De Blasio sindaco democratico di New York.
A più di cinquecento anni dalla conquista dell’America da parte di Colombo, diventa interessante apprendere notizie su alcuni aspetti della vita negli USA direttamente da chi l’ha visitata diverse volte come ricercatore di sociologia. Questo ci permette di sottoporre ad esame critico l’immagine che di quel paese si è formata nella nostra immaginazione, attraverso i film, i documentari, i rotocalchi, i giornali, la musica, la letteratura, la filosofia, la psicologia, l’astronautica.
A tale scopo intervisto il professore Franco Ferrarotti che dal 1971, con cadenza quasi annuale, si è recato negli USA per motivi di studio.
Professore Ferrarotti, si sente dire che quella è la terra della ricchezza, dell’abbondanza, del dollaro che apre tutte le strade e risolve tutti i problemi. In questo paradiso terrestre esistono i poveri?
Guardi che io condussi una ricerca proprio sui poveri di New York, e precisamente di Manhattan nel gennaio del 1971. Ebbi modo, quindi, di vivere a lungo in quei luoghi e di osservare sul campo la situazione. Allora si incontravano gli “homeless”( i senza tetto), i barboni classici, gli intellettuali, e poi le “beg-ladies”, ossia signore cariche di sacchetti di plastica, che dormivano accucciate nelle cabine telefoniche o nella sala d’aspetto della Gran Central Station. I poveri c’erano, ma erano, come dire, poco visibili. Bisognava cercarli, attenderli al passaggio, sorprenderli nei loro rifugi. All’epoca a New York, la città più ricca del mondo, la città con la più forte accumulazione di capitale, si riscontravano almeno 2 milioni di persone miserabili, letteralmente alla deriva.
Oggi (1992) la situazione è cambiata?
Oggi la situazione è peggiorata. I barboni e i senza tetto si trovano dappertutto: sui mezzi pubblici, nei sotterranei della metropolitana. E non solo uomini, ma anche donne ancora relativamente giovani, con famiglia, bambini addirittura in tenera età.
Ma quanti sono questi poveri, attualmente?
Il fenomeno sfugge a calcoli statistici accurati, nonostante la nota mania degli americani per le statistiche. Il fenomeno non è esaminato con la solita accuratezza quantitativa. Forse è psicologicamente “cancellato”. Sta di fatto che le dimensioni appaiono, anche solo in base alle impressioni, notevoli. Gli “homeless”, i senza tetto, in termini globali per tutti gli USA, potrebbero andare dai 6oo mila ai 3 milioni ed oltre.
Ma come mai non si riesce a “controllarli”?
Gli “homeless” sono privi di automobili e di telefono, non hanno fissa dimora, per cui è difficile inquadrarli, nonostante la pur notevole meticolosità degli statistici.
Allora, essi esistono o no?
Secondo i criteri della classificazione della società “normale” i poveri non esistono. Sono uomini e donne invisibili. Ci sono certamente, poiché si vedono in giro tutti i giorni, ma ufficialmente non contano. Essi finiscono per essere annullati anche dalla consapevolezza comune. Sono ridotti a oggetti, a inerti componenti del paesaggio quotidiano.
Gli abitanti “normali” di New York come si spiegano il fenomeno degli “homeless”, se lo pongono come problema?
La cosa strana è proprio questa. Nessuno sa quanti siano i barboni e i senzatetto a New York, ma tutti hanno la loro spiegazione pronta. E’ una spiegazione tipicamente darwiniana che dovrebbe far gioire i sociologi. Secondo i cittadini “perbene”, gli “homeless” e i barboni è gente alla deriva, perché non vuole lavorare; sono individui dediti al bere e alla droga, schiavi irrecuperabili della bottiglia e della siringa. Può anche essere e, almeno in parte, è vero.
Ma non è estremamente difficile stabilire un così preciso rapporto di causa-effetto, dal momento che questi soggetti non vengono studiati scientificamente ?
Bisognerebbe prendere in considerazione, in ogni caso, anche le generali condizioni sociali ed istituzionali, in cui il fenomeno emerge, prende corpo, occupa uno spazio considerevole nel paesaggio sociale.
Come mai i newyorkesi sono, invece, così sicuri che la causa è da ricercare nella non volontà di lavorare? Si può pensare all’etica protestante molto diffusa tra la popolazione degli USA?
Certamente. E’ la vecchia, profondamente radicata nel sottofondo psicologico di massa, etica protestante, con la sua idea centrale che la “certitudo salutis” è già fin da ora data a chi sia prospero, guadagni bene, abbia un “good standing in the community”. Chi è povero non può sperare nella grazia. Il povero pecca per il solo fatto di essere povero. Il povero è un “percosso da Dio”. La povertà è percepita come giusto castigo per l’individuo che non ha voglia di lavorare, che non sa approfittare dei doni di questa terra, delle opportunità.
E le massime evangeliche?
In America le massime evangeliche sono rovesciate. Alla religione di fratellanza si sostituisce una religione dell’individuo, solo, senza mediazioni, senza la Madonna o Sant’Antonio, di fronte a un Dio severo, crudele, imperscrutabile. Nessuna meraviglia che i senzatetto non siano visti, tanto meno contati. Essi sono una stonatura. Meglio turarsi le orecchie, chiudere gli occhi e non farci caso.
Meglio, quindi, il nostro cattolicesimo francescano?
Senza dubbio. Il cattolicesimo mediterraneo ed in modo particolare lo spirito francescano considerano il povero un fratello privilegiato, perché più vicino al Regno dei cieli. Nei paesi anglosassoni non è così. La povertà come condizione cronica di individui e gruppi trascende il piano economico, diviene condanna morale che non investe solo i falliti, ma tocca anche giovani ai primi passi della carriera.
Negli USA, quindi, non esiste una “questione sociale”, nel senso che la struttura della società è rimasta statica nel tempo, e le classi sociali non si sono mai modificate?
Negli USA le classi sociali, almeno nel senso tradizionale, sono scomparse. L’evoluzione del meccanismo industriale, la robotificazione del lavoro e l’informatizzazione degli uffici hanno creato un processo di omogeneizzazione dei lavoratori in senso genericamente impiegatizio. I ceti medi vanno scomparendo, trasformandosi in una zona sempre più ampia senza un’immagine precisa. Il vertice della società diventa sempre più ristretto.
Alla base della società, adesso, c’è una umanità che non può essere chiamata “classe”, perché non produce, ma costituisce una “sottoclasse”.
Essa vive ai margini, anzi nello scantinato della società, in una zona dove le norme della società regolare non hanno corso, dove la stessa linea di demarcazione fra lecito e illecito, fra legge e crimine si fa incerta, labile, inesistente.
Questa “zona senza legge”può essere chiamata "ghetto”, anche se con un significato diverso dal ghetto del lavoro industriale?
Certo. Il ghetto odierno non è più quello operaio, analizzato da Marx ed Engels e da Charles Dickens. Quelli erano ancora ghetti operai in senso proprio, collegati con la razionalità del lavoro in fabbrica. Gli abitanti dei ghetti dell’Ottocento venivano sfruttati, perché inseriti in un processo produttivo regolare.
Il ghetto di oggi non produce niente. Esso è formato da neri, messicani, chicanos, portoricani e da tutti i tipi ispanici. Da questi ghetti di oggi escono i ragazzotti del lavoro minorile, le donne che lavorano ad ore e la notte spazzano gli uffici, tutta la manodopera precaria che alimenta l’economia detta invisibile, la quale è tale solo per quelli che non hanno occhi per vedere.
Lo sfruttamento di questi abitanti, formicolanti nel buio e nel tanfo dei vicoli privi di luce, ha assunto forme nuove, che aspettano di essere ancora esplorate e scientificamente analizzate.
In quale zona delle metropoli abita questa umanità cosiddetta “invisibile”?
Nei vecchi centri urbani decrepiti, abbandonati dai benestanti che vivono nel suburbio, a sicura distanza dalle aree degradate e dalle baraccopoli, che qui sorgono nel centro e non, come in Europa, nelle periferie.
La ricerca sociologica non fa nulla per studiare questa nuova situazione sociale?
Qui la ricerca sociologica si è, purtroppo, stranamente bloccata. Forse non ha trovato committenti sufficientemente generosi o distratti per commissionare certi studi.
Eppure, la violenta rivolta dei neri di Los Angeles (maggio 1992) ci ha fatto “vedere” persone che vivono ai margini della società, in condizioni miserevoli.
La mentalità media americana, ossia la “élite dominante bianca, anglosassone e protestante”, pensa che i moti e la sollevazione di Los Angeles sono dovute a cattive abitudini che i neri avrebbero contratto negli anni passati, specialmente durante le amministrazioni democratiche, a causa degli enormi benefici di ogni genere e soprattutto a causa delle elargizioni eccessive di denaro che ne hanno fatto dei fannulloni, incapaci di badare a se stessi, pigri, tanto esigenti quanto ignavi e perdigiorno.
La “questione sociale” è stata, dunque, “psicologizzata”, se si può usare questa definizione?
Questo, infatti, è il modo classico usato dai governanti reazionari per reprimere e sopprimere un problema, piuttosto che capirlo e risolverlo. Le differenze materiali, corpose, perfettamente quantificabili in termini di reddito, longevità media, salute, istruzione, tipo di abitazione e di lavoro, sono ridotte a stati d’animo. Le ineguaglianze economiche e culturali non derivano dalle caratteristiche strutturali della società, insomma, ma sono una conseguenza del comportamento degli stessi poveri. I poveri sono, cioè, colpevoli prima perché sono poveri e poi perché è colpa loro se lo sono. Le vittime diventano, in sostanza, carnefici di se stesse.
E’ per questo motivo che i programmi sociali delle amministrazioni democratiche vengono bloccati dalle amministrazioni repubblicane, come sta succedendo oggi, 2013, con la riforma sanitaria ( “Affordable Care Act”, Atto di cura a prezzi accessibili) sostenuta dal presidente democratico Barack Obama ?
E’ così, e di conseguenza la povertà diventa più insopportabile a seconda delle amministrazioni.
Mi permetto di trarre da questa conversazione con il professore Franco Ferrarotti alcune considerazioni.
Prima, che la povertà di massa non è una questione religiosa o di etica personale, tranne casi individuali.
Seconda, quindi, che la povertà dipende strettamente dalla politica economica messa in atto dalle amministrazioni pubbliche locali, nazionali e internazionali.
Terza, che i senza tetto e tutti coloro che vivono sotto la “soglia di povertà” ( 30.000 dollari di reddito per una famiglia di quattro persone), o di “quasi-povertà” ( sotto i 46.000 dollari a nucleo familiare), che all’incirca costituiscono il 48,5 % della popolazione, dovrebbero partecipare attivamente alle votazioni politiche o amministrative, esprimendo le loro preferenze per i candidati progressisti, che negli USA sono chiamati democratici.
Sono questi, infatti, che lottano contro la povertà, contro i privilegi, contro le disuguaglianze e soprattutto che vogliono tassare le grandi ricchezze economiche per realizzare, ad esempio, una riforma sanitaria pubblica, che assicuri le cure necessarie a tutti con costi accessibili; la costruzione di alloggi popolari; una scuola pubblica contro gli istituti privati accessibili solo alle famiglie dei miliardari.
Una dimostrazione della possibilità di rivoluzionare la politica sociale ed economica è stata data dalla popolazione di New York che ha eletto, nel novembre 2013, sindaco il democratico Bill De Blasio che, tra l’altro, appartiene ad una famiglia originaria di Sant’Agata dei Goti di Benevento.
( Franco Ferrarotti, I grattacieli non hanno foglie, Laterza, 1991; Bush e il ghetto invisibile, L’Unità, maggio 1992; Federico Rampini, Il sindaco rosso espugna la New York dei ricchi, la Repubblica, 6-11- 2013)
Cuba, uno dei paradisi, è ancora qui
Un viaggio attraverso la storia, la natura, i colori e il calore della gente.
Cuba è senza confini. La spiaggia fa da cornice ad uno dei mari più belli del mondo. Ed oltre, ancora c’è l’infinito. Una natura estremamente generosa le ha permesso di apparire come una bella fotografia incorniciata tra i tropici.
Qui il calore ispanico rincorre il fascino della natura selvaggia. Le sabbie, alcune ancora vergini, sono popolate unicamente dalle palme, mentre dai fondali marini si ergono barriere coralline, i cui coralli e pesci trasformano le sue profondità in giardini ricchi di colori. L’ambiente, sia marino che floreale è ancora incontaminato e si alterna alla bellezza dei suoi palazzi coloniali.
La preistoria, sopravvissuta alla furia distruttrice dei coloni, offre ancora oggi ai turisti i segni degli antichi abitanti dell’isola. I reperti delle popolazioni precolombiane e gli edifici ultramoderni fanno di Cuba un’isola fuori dal tempo, ideale per una vacanza di sogno all’insegna della storia, della natura e del divertimento.
A Cuba c’è solo l’imbarazzo della scelta. Trascorrere una vacanza tutto mare, tra candidi arenili baciati dal sole e accarezzati dalla calda brezza dei Caraibi, oppure effettuare un tour affascinante fra lussureggianti foreste, fiumi dalle acque limpide, villaggi e città, pagine ancora aperte su antiche storie, anche quelle mitiche dei pirati o degli antichi abitanti – i Tainos?
Cuba offre tutto questo: storia e natura, musica, ballo, colore e profumi, gioia di vivere il presente fra i ricordi del passato.
Iniziamo con l’Avana, la capitale. Non è una città anonima. C’è, innanzitutto, il calore e il folclore dell’animazione della gente. Ma anche la cultura qui è di casa: Hemingway, stella della letteratura del XX° secolo, abitò in quest’isola e qui trovò spunto per la sua creatività. Molti dei suoi romanzi sono nati a Cuba, scritti in una splendida casa (oggi diventata Museo) dove è ancora possibile vedere le sue stanze, i suoi vestiti e la sua barca “Anita” con la quale amava pescare il pesce marlin.
E qui scrisse Il vecchio e il mare , il romanzo che venne pubblicato per la prima volta nel 1952. E, proprio grazie a questo romanzo, lo scrittore americano ricevette nel 1953 il premio Pulitzer e il premio Nobel nel 1954. A ricordare ancora Hemingway ci sono i bar, fra i quali il famoso Floridita, e il bar-ristorante Bodeguita del Medio, dove lo scrittore si rifugiava anche per pensare alle sue pagine. Una delle mete da non perdere è anche il Giardino Botanico, con le rarissime essenze, i colori e i profumi delle piantagioni tropicali.
Ma l’Avana è una città che sa sorprendere anche per la sua architettura composta quasi esclusivamente da belle case coloniali, le cui facciate sono state quasi tutte restaurate e che costituiscono un vero gioiello di architettura dell’epoca.
Altro motivo di fascino? Le automobili, ancora quelle degli anni ’50-’60, che sono un insolito ed ritorno al passato, come l’auto del mitico eroe Ernesto Guevara, soprannominato “El Che”, ancora intatta ed esposta all’ammirazione dei turisti.
Negli ultimi anni anche l’Avana ha avuto una certa evoluzione e un’apertura al libero mercato.
Negozi, ristoranti e bar, sono sorti nel centro della città, mentre un grande mercato artigianale si trova nei pressi del “Malecon”.
El Malecon, il lungomare dell’Avana, con un sapore tutto speciale, ammaliante. Non si può stare all’Avana senza sedersi su uno dei muretti che separano la strada dalla spiaggia e dal mare. C’è un mondo che vive lungo tutto il Malecon. Dai bambini che giocano ai pescatori che tornano dalla pesca e tirano le reti a riva.
E’ un posto che possiede una magia particolare, soprattutto quando incomincia a tramontare il sole e il cielo incomincia a cambiare colore. Ho sempre visto il mare calmo a quell’ora della sera. Il mare incomincia a cambiare colore, entra in simbiosi con quello del sole e da azzurro diventa rossastro. Quando quest’ultimo, fulcro vitale per la vita, pian piano si immerge lentamente nell’acqua è come se volesse trovare quiete, la stessa che ci assale assistendo a questo straordinario e mai monotono spettacolo della natura.
I rumori sembrano essere tanto lontani, si è quasi fuori dal mondo. Alcune barche si stagliano all’orizzonte e i gabbiani volteggiano loro intorno per cercare qualcosa da mangiare. C’è calma, intorno, e si inspira profondamente per assaporare quel momento suggestivo, romantico, unico e indimenticabile.
Varadero, invece, chiamata dai cubani anche “Playa Azul”, è una scheggia di paradiso rimasta chissà come sulla Terra. E’ la spiaggia entrata nella hit parade degli angoli più belli del mondo. È stata scoperta dal miliardario americano Dupont De Nemours che, nel lontano 1925, qui volle far costruire la sua villa. Poi, su questa stretta penisola, che si allunga per oltre venti chilometri in un mare che ha pochi eguali al mondo, sono arrivati anche gli altri.
Oggi, con i suoi splendidi alberghi e luoghi di divertimento, è diventata una delle capitali del turismo mondiale. E non solo quello allegro e spensierato delle notti folli in discoteca, ma anche dell’altro, sensibile al richiamo di un mare trasparente i cui fondali sono come uno scrigno pronto ad aprirsi per rivelare agli ospiti i suoi preziosi segreti di storia e natura.
Cuba è tutta una sorpresa, qui le scoperte, spesso stupefacenti, non finiscono mai. Dalle spiagge affascinanti, dove il mare cristallino si confonde con l’azzurro del cielo ed i fondali sono il paradiso di chi scende negli abissi per cercare immagini e sensazioni forti, passando ai grandi silenzi delle lussureggianti foreste, mosse dal furtivo passaggio della fauna.
Chi vuole dimenticare il mondo caotico ed industrializzato deve invece andare a Cayo Largo, lunga e stretta isola la cui superficie è di appena 38 chilometri quadrati, adatta per una vacanza emozionante. Ci si troverà su un fazzoletto di terra, coperto da bianchissime spiagge, circondato da un fantasmagorico giardino. È quello della barriera corallina, le cui calde acque sono popolate da una miriade di pesci variopinti.
La natura, invece, trionfa a Playa Lindamar, sulla chilometrica Playa Blanca, sulla romantica Playa Los Cocos e sulla magica Playa Tortugas, per citare alcune incantevoli spiagge di questa isola a misura di sognatori capaci di sentire l’incanto della sinfonia delle palme accarezzate dal vento.
Si può gustarla passeggiando sulla battigia, mentre la risacca ci accarezza i piedi, oppure provando l’ebbrezza di farci trasportare dal vento che gonfia la vela di una barca o di un windsurf.
Cayo Largo è anche base di partenza ideale per chi cerca non solo una vacanza balneare ma anche quella dell’avventura. Da qui, infatti, si possono facilmente raggiungere isolotti popolati solo da tartarughe, iguane, fenicotteri, aironi e cormorani. Dar da mangiare alle iguane, animali dall’aspetto preistorico, è quanto mai emozionante! Queste strane creature amano molto il pane e le banane e saltano come cagnolini per prenderli dalle mani del guardiano o dei turisti che vogliono provare l’eccitazione di una cosa inusuale. Lo stesso vale per le tartarughe marine, che qui sono protette, ma che è possibile tenere fra le mani e provare una grande tenerezza.
Cuba è la meta ideale per chi cerca nella vacanza l’esaltazione dei sentimenti. E non solo quelli dell’amore per la natura. Questa terra, quasi sempre baciata dal sole, è fatta anche per chi ama l’atmosfera romantica, un po’ misteriosa, magicamente deliziosa. Dove trovarla? Anche in questo caso c’è solo l’imbarazzo della scelta. Santiago de Cuba, dalle suggestive stradine, offre non solo le immagini della sua antica cattedrale e degli edifici cinquecenteschi, risalenti alla colonizzazione di Diego Velasquez, ma anche l’emozione di un tuffo nel lontanissimo passato che solo una visita alla Valle della Prehistoria può offrire al turista.
Anche Camaguey, con la selva dei suoi campanili e le sue strade dai tetti rossi, o Trinidad, con il loro dedalo di viuzze romantiche e le piazze affollate, piene di piccoli bar angoli dove l’aria caraibica, carica di essenze ed emozioni, si respira a pieni polmoni, sono mete da non dimenticare.
Santa Clara, infine, è il capoluogo dell’omonima provincia di Villa Clara, città importante per la sede universitaria. Qui si può tornare indietro nel passato visitando il Parque Leoncio Vidal, perché fu qui che il mitico Ernesto Che Guevara, nel 1958, assalì un convoglio su rotaia pieno di armi destinate all’esercito dell’allora dittatore Fulgencio Batista. Il Che vinse e ci fu una svolta importante per la storia dell’isola.
Cuba…isola meravigliosa che entra nel cuore di chi la visita. Non è un’isola qualsiasi, di quelle che “vista una, viste tutte”. Cuba è diversa da tutte le altre isole caraibiche. E’ quella della fantastica musica dei Buena Vista Social Club e di Pablo Milanés, del grande scrittore, poeta e giornalista José Marti, dell’ottimo Rum, dei famosi sigari rinomati e apprezzati in tutto il mondo…e molto, molto altro.
Liliana Comandè
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Thailandia: la terra del sorriso e dell'armonia
Thailandia, un paese da amare e da scoprire come un ricco tesoro.
Un lieve e caldo vento accarezza il corpo di chi si avventura sui dirupi montuosi di Chiang Mai mentre lo sguardo spazia sul vasto e verde paesaggio ricco di suggestioni. Sembra quasi il respiro della giungla piena di misteri. Porta con sé il fruscio del suo mondo magico fatto di passi furtivi, di ramoscelli che si muovono, come se sentissero una musica che impedisce loro di stare fermi, e, infine, dell’inebriante profumo dei fiori colorati e selvaggi.
Questa terra, situata a nord della Thailandia, è definita anche il “Triangolo d’oro”, e appare come un frammento dei Giardini mitologici, uscita dal mondo degli antichi miti e lanciata quaggiù, dove scorrono le limpide acque dei ruscelli, ma non le lancette dell’orologio. Qui il tempo sembra essersi fermato. E’ tutto naturale, semplice, e niente è stato alterato dall’uomo, rispettoso delle tradizioni e della natura.
La città di Chiang Mai sembra un quadro uscito per caso da uno di quei libri che raccontano storie di grandi avventurieri, di mercanti girovaghi e di giovani donne dal grande fascino. Vi sono ancora lunghi tratti delle antiche mura in mattoni rossi che dovevano proteggerla dagli attacchi delle tribù del nord, il fossato colmo d’acqua limpida dove vivono enormi pesci colorati. E poi a dare un tocco di poesia a questo angolo incontaminato dal caos della cosiddetta “civiltà industrializzata”, ecco i templi: sono numerosi, con la facciata a mattoni rossi e ornata da sontuosi fregi color oro. L’interno rispecchia la semplicità della fede per Buddha: c’è gente che prega con i bastoncini d’incenso che bruciano tra le mani giunte e tante foglioline dorate sulla statua della divinità.
E’ una città dove la vita scorre placida tra gente che ha sempre il sorriso stampato sulla bocca ma che, nelle ore notturne, si anima. E tutto ad un tratto il paesaggio muta completamente. Si accendono mille luci lungo la strada, sono quelle del mercato, animatissimo, coloratissimo, dai tanti prodotti in mostra, tutti invitanti. La scenografia è resa ancora più suggestiva dalle musiche e dalle danze in piazza. Colori, suoni, aromi, come quelli delle “ banane fritte”, servite con il miele. Il tutto è condito da tanta allegria e semplicità.
Fuori dalla città cambia il paesaggio ma non lo spirito. Tra le balze rosse, maculate dal verde della macchia, il fuoristrada arranca verso i villaggi delle fiere tribù dei Meo o dei Karen.
L’urbanistica è quella della rete di semplici capanne davanti alle quali si respira un’atmosfera di povertà dignitosa. C’è gente che lavora, intreccia foglie e lavora canne di bambù. Le donne, nel variopinto e ricco abito tradizionale, stanno davanti agli antichi telai e creano tessuti colorati. Qui tutti sono artisti, ispirati da una luce che illumina soprattutto le anime.
La strada che unisce Chiang Mai a Chiang Rai è una lunga striscia che diventa color argento sotto i caldi riflessi del sole, è il fiume Koc, grande affluente del Mekong. Qui siamo a pochi chilometri dai confini con la Birmania e il Laos e si respira l’aria delle zone di frontiera. Mentre la piroga scivola dolce sulle acque, sulle rive c’è tutto il fervore di mercanti e viaggiatori.
L’impressione è quella di essere tornati indietro, all’epoca del grande viaggiatore Marco Polo.
Poi la superficie si increspa, tra le rocce si formano ghirigori spumeggianti: ci sono le rapide, ma non fanno paura perché la sicura mano del “traghettatore” sul timone è sicura e riesce a superare i punti difficili con incredibile bravura lasciando al viaggiatore la meravigliosa esperienza di avere vissuto un’avventura fuori dal comune. Da Chiang Rai al confine con la Birmania ci sono solo pochi chilometri di strada punteggiata da palmizi e spettacolari templi buddisti.
Phuket, mare cristallino e spiagge bianchissime.
La calda brezza dei tropici accarezza gli alti palmizi e il fruscio fa da sottofondo al melodioso cinguettare degli uccelli mentre una lieve risacca del mare colore smeraldo accarezza chi si avventura in questo angolo di terra. Siamo a Phuket, frammento di natura, spesso ancora allo stato puro, incastonato in un mare stupendamente trasparente, magico luogo perché può dare corpo ai sogni e far galoppare la fantasia.
Quest’ isola della Thailandia va bene per tutti i gusti: offre divertimenti, musica, gastronomia, shopping a chi si immerge tra le fantastiche luci delle strade di Patong, ma riserva angoli di sogno a quanti cercano momenti di rifugio nelle sue baie piene di fascino, nelle isolette che, come una collana di perle preziose, la circondano.
E’ difficile resistere al fascino di questi luoghi: poesia e magia di odori e colori, sensazioni romantiche e voglia di avventura si intrecciano fino a formare una fantastica miscela di fantasia e realtà. Un esempio? La spiaggia della baia di Katha, dove uno splendido e funzionale albergo convive con casette di pescatori e lindi ristoranti dove trionfano gustosi e, soprattutto, economicissimi piatti a base di pesce fresco.
Tutto il resto è natura allo stato puro. La scenografia può essere indifferentemente quella uscita dalla fervida fantasia della penna di Salgari con le sue storie di pirati e di tigri malesiane, oppure l’altra, altrettanto avvincente, di grandi passioni, sbocciate dalle pagine di un romantico narratore di amorose storie.
Phuket riesce ad offrire molto a chi cerca rifugio nella fantasia. La baia di Katha Beach è chiusa da un’isoletta deserta, una piccola collina verde circondata dal mare color smeraldo.
Dalla punta meridionale della baia è possibile raggiungerla nuotando in un’acqua sempre trasparente, calma e calda. Non ha dunque misteri per chi vuole avventurarsi nei suoi meandri.
Eppure la sua presenza evoca strane sensazioni: quelle di trovarsi nel rifugio di antichi pirati o nei nascondigli di romantici amanti. Sulla costa la candidissima sabbia crea un contrasto di colori con il verde delle palme tropicali, delle siepi di mangrovie e della bellezza delle piante rampicanti i cui fiori sono un tripudio di colori. Il paesaggio vario alimenta il piacere della scoperta, E’ come se gli occhi trasmettessero a tutto il resto del corpo un senso di felicità e di ritorno alle origini.
Andando verso sud si può scoprire cosa nasconde la verde collina che scende a strapiombo sul mare. La gradevolezza della passeggiata sulla battigia, addolcita dalla calda carezza della risacca marina, diventa un’eccitante sorpresa quando si scopre che in fondo alla baia di Katha c’è un angolo mozzafiato formato da un fiume che si confonde con il mare, formando una verde laguna.
Sull’acqua dondolano placidamente piroghe di altri tempi, le cui esili prue sono cinte da coloratissimi veli e profumate ghirlande di fiori, espressione della devozione dei pescatori. E per dare il tocco finale al quadro che rappresenta un paesaggio paradisiaco c’è anche un rosso ponticello sormontato da una slanciata cupola che assomma tutti gli aspetti più affascinanti della raffinata cultura tailandese.
Avventurandosi invece sulla parte opposta della baia, tra le rocce modellate dal mare, c’è il piacere di scoprire la natura dei fondali, il movimento dei variopinti abitanti degli anfratti, la fuga verso il largo dei pesci quando la marea sta per calare. E poi arriva l’ora del tramonto.
Quando l’orizzonte diventa infuocato, il cielo assume mille tonalità che vanno dall’arancione, che ricorda quello degli abiti dei monaci buddisti, per arrivare al rosa, fino a raggiungere il colore indaco, quello che avvisa che termina un giorno ed inizia una notte… Muore il giorno sulla baia ma la notte porta una nuova ventata di fascino su questa terra senza tempo.
Cambia la scenografia, ma non per questo è meno affascinante. C’è la bianca luna che si riflette con i suoi argentei raggi nel mare cristallino, ma non più trasparente perché è buio, mentre dalla vicina giungla giungono le “voci” degli animali notturni.
E’ facile lasciarsi prendere dall’emozione dei galoppanti sentimenti, cullarsi sulle ali della fantasia: qui tutto è magia e poesia. Per chi vuole, qui ci si può disintossicare e dimenticare la civiltà del consumismo occidentale e rigenerare il corpo e lo spirito.
Ma c’è anche un altro aspetto da non trascurare: quello gastronomico. Qui pesci pregiati e aragoste sono piatti comuni, alla portata di tutte le tasche.
E poi la cucina thailandese è la sublimazione delle ghiottonerie. A cominciare delle squisitissime “banane fritte” servite con miele e gelato di cioccolato, vaniglia o cocco. E poi la realtà allegra e spensierata di ogni luogo di vacanza che si rispetti è sempre a portata di mano, tra le musiche e gli odori del giardino dell’albergo, oppure fuori negli animatissimi mercati notturni dove di trova di tutto, soprattutto la felicità di una vacanza non solo simpatica e allegra, ma anche sicuramente diversa.
Perché qui si riscopre il piacere di sognare ad occhi aperti, anche se sei già dentro un sogno!
Liliana Comandè
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Reportage: Thailandia, la terra del sorriso e dell'armonia | Travelling Interline
Di Liliana Comandè. Thailandia, un paese da amare e da scoprire come un ricco tesoro. Un lieve e caldo vento accarezza il corpo di chi si avventura sui dirupi montuosi di Chiang Mai mentre lo ...
Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Vania Wiola
Spiazzante, è l’aggettivo che meglio si adatta a “La madre” di Wania Viola. Che sia il risultato di un’architettura voluta o che derivi da un cambiamento di rotta dell’autrice e da un finale “appiccicaticcio”, poco importa, perché il prodotto è intrigante, dà da pensare e crea una serie di ambigue associazioni psicanalitiche.
La trama s’incentra su una donna, sul suo compito di fattrice e sulla sua collocazione in una scala di matriarche che figliano come animali, senza dare troppo peso alla cosa, senza emotività connessa, in modo sbrigativo e freddo. “Un paesino con quattro case… Un podere con casa padronale… un pergolato…” È una donna che sta per iniziare la sua avventura, tra le sentenze di una madre all’antica e i tremori del cuore. È il riassunto di una vita, il racconto della conquista della maternità come condizione; la gioia della scoperta del ruolo; ma anche la sottile amarezza per anni che “rotolano uno dietro l’altro… senza niente per me stessa”. La protagonista del racconto descrive il particolare sentimento che, al taglio del cordone ombelicale, matura lentamente e cresce. È la sincera e sofferta confessione di una donna degli anni ’60, troppo giovane, forse, impreparata e spaventata dalla sovrabbondanza di emozioni, tutte nuove, da comprendere e contenere.
Quattro figli, quattro diverse esperienze, tutte fatte di un amore particolare, silenzioso, sostitutivo, una sorta d’indennità per il fallimento di altri progetti giovanili. La protagonista non ha nome, come non l’ha sua madre, che è, però, sempre presente, addirittura tiene la mano alla figlia che partorisce, in una catena di solidarietà, dolore e sottomissione femminile. Nell’atto al quale non attribuiscono valore se non come dovere, dedizione e sacrificio, finisce annullata la soggettività, muoiono le aspirazioni, si stemperano i desideri rimandati fino a quando non c’è più tempo.
E il tempo finisce davvero perché, dopo quattro figli, arriva l’ultimo, altrettanto carnoso, altrettanto viscerale, oscuro, pronto anche lui a rubarti la vita: il tumore. Ti cresce dentro, e tu capisci che non c’è poi tanta differenza con la tua prole, che anche i figli, alla fine, sono parassiti che si nutrono di te - specialmente se non sei in grado di amarli con l’anima oltre che con il corpo e l’istinto. – E non è un caso che le parole usate per descrivere l’allattamento ben si adattino alla devastazione operata dal tumore nel corpo: “era come se mi succhiasse la vita, come se mi portasse via la linfa”.- Cos’è l’amore materno? È così scontato il colpo di fulmine verso il piccolo essere che mettiamo al mondo?
Racconto molto intenso, analisi (o autoanalisi) di sentimenti forti e complessi. Ma è ciò che si legge tra le righe che colpisce: l’autrice disegna con sottile e penosa ironia la crisi di ruolo e di identità propria della donna borghese degli anni ’60, un mondo che ancora si alimenta del sacrificio femminile, perpetuando, sotto il velo dell’ipocrisia, l’eterna ingiustizia storica.
Patrizia Poli e Ida Verrei
La madre
Quando nacque Michele era martedì. Un giorno afoso di mezza estate pieno di mosche. Ce n’erano tante di mosche a San Venanzo, un paesino di quattro case e una chiesa in provincia di Macerata. In quegli anni trascorrevo ancora l’estate lì, con mia madre e i nonni materni in un podere con casa padronale, che da bambina mi sembrava grandissima e piena di segreti; adesso mi appare fatiscente e piena di ragni.
Quel giorno stavo sotto la pergola a sgranare i fagioli, lavoro noiosissimo, quando sentii una fitta nei lombi, come se qualcuno mi avesse colpito con un punteruolo. Gridai e subito corse mia madre. - È ora - mi disse. Il tono era laconico, senza emozioni. Voleva rassicurarmi, ma io la odiai per quella sua freddezza.
Mi raccontava sempre che lei per poco non mi aveva partorito sulla corriera, durante i bombardamenti e che l’evento del parto era assolutamente naturale. - Non fanno mica tante storie gli animali quando partoriscono! - commentava poi - Non vedo perché oggi si debba necessariamente ricorrere ai medici e agli ospedali!
Lei l’aveva aiutata solo l’ostetrica, una vecchia che a suo tempo l’aveva fatta nascere e aveva fatto venire al mondo perfino sua madre! Tre generazioni, un bel record! - Peccato che sia morta - concludeva sospirando. Io invece pensavo che fosse una fortuna, altrimenti mia madre le avrebbe fatto assistere anche me. Durante i nove mesi di gravidanza non riuscii a convincerla che ormai, alla fine degli anni sessanta, l’ospedale era considerato più sicuro della casa e alla fine dovetti impormi: - Quando sarà il momento mi porterai all’ospedale, giuramelo!
Così salimmo in macchina e ci avviammo verso l’Umberto I (si chiamano tutti così gli ospedali italiani?). Non sapevo di preciso che cosa mi aspettasse. Sì, mi avevano parlato delle doglie, ma un conto è sentirne parlare, un altro è sentirsele addosso. Sul sedile ero tesa, aspettavo che succedesse qualcosa. Sulle prime avvertii una dolenza al basso ventre. “Tutto qui?” mi dissi. Ma poi il dolore si fece più profondo, più forte, intollerabile. Sudavo freddo. Avevo l’impressione che tutto il mio essere si concentrasse sul dolore, diventasse dolore. Finché passò. Ero stordita, respiravo a fatica, ma trovavo meraviglioso che tutto fosse finito. Naturalmente non fu così: le doglie ricominciarono, si fecero più fitte ed io mi trovai a navigare nel dolore perdendo la cognizione di ciò che mi circondava. Non mi accorsi neppure della barella, né di essere in sala parto, né se fosse di un uomo o di una donna quella voce che mi intimava di spingere e alla quale ubbidivo con tutte le mie forze. Sapevo solo di avere mia madre accanto a me, perché la tenevo per mano. Allentai la presa solo quando lei mi disse: - È un maschio!
Michele era piccolo, neanche due chili e mezzo. Teneva la testina un po’ reclinata da un lato, come se non ce la facesse a sorreggerla. Mi faceva tanta tenerezza e mi domandavo se fosse quello il sentimento che le madri provano per i figli.
Mia madre aveva un’impostazione retorica dell’amore materno. Mi aveva inculcato il senso del dovere, il sacrificio, la dedizione assoluta, ma io pensavo che ci fosse anche qualcos’altro. Ora era il momento di scoprirlo. Continuavano a passarmi per la mente aneddoti di madri eroiche, che si comportavano in modo ammirevole, fornendo fulgidi esempi di amore materno. China su di lui, l’osservavo mentre si frugava con le manine piccolissime dentro la bocca sdentata, ma devo dire che, nonostante mi sforzassi, non provavo niente di particolare, solo un gran timore di toccarlo e di fargli male. Lo sentivo come un estraneo adesso che era fuori di me; non sapevo da che parte prenderlo o come girarlo. Quasi subito imparai che è molto più facile di quanto sembri.
La prima volta che l’attaccai al seno fu sconvolgente. Lui aveva gli occhietti chiusi, ansimava nella foga di cercare dove attaccarsi e quando ci riuscì, lo fece con energia e mi fece male, non solo al capezzolo, ma dentro. Era come se mi succhiasse la vita, come se mi portasse via la linfa lungo una strada che correva dolorosamente e direttamente dall’utero al seno. Fu in quella circostanza che imparai cosa vuol dire donare.
Non avevo però capito molto della mia prima maternità. Era accaduto tutto così in fretta che non ero riuscita ad allineare le immaginazioni con le esperienze reali: coinvolta in una ridda di pannolini, pappette, pesate prima e dopo, ruttini e tutto il resto, non avevo tanto tempo per riflettere, ma forse, mi dico ora, non volevo neppure farlo o non sapevo.
Aspettare Roberta fu come ripassare la lezione. Al contrario di Michele, Roberta nacque cicciottella, con tanti capelli castani, riccioluti e sottili come una nuvoletta. Fin dai primi giorni dimostrò quel carattere pacioso e allegro che la rende tuttora amabile e fin dai primi giorni il suo unico pensiero fu mangiare. Di tutto, tanto che da piccola era un vero e proprio pericolo, perché cercare di tenere a bada la sua frenesia di ingoiare qualsiasi cosa le venisse a tiro non era facile. Con il fratello ebbe subito un rapporto conflittuale: ogni volta che lui si avvicinava, lei piangeva. Forse avrei dovuto preoccuparmi di osservare meglio quei comportamenti, ma non l’ho fatto. Forse ero distratta o forse non amavo abbastanza.
L’amore, figuriamoci! Mi era stato insegnato che la via della perdizione passa proprio per l’amore. Nelle mie fantasie vedevo il futuro partner come un nemico, di cui non fidarmi e da tenere alla larga.
D’altro canto in casa vigeva un matriarcato quasi assoluto: gli uomini, mio nonno e mio padre, quando erano in casa, li avevo sempre visti in salotto a leggere e a fumare. Mai una volta che avessi sentito una conversazione o una discussione. Mai nemmeno un cenno di interesse per le cose di casa. Mai ho pensato di rivolgermi a mio padre per un qualsiasi mio problema. Il loro ruolo si esauriva nel garantire un sicuro salario mensile ed era quanto bastava. Mio marito sembrava stampato con la stessa matrice.
Non ebbi mai dubbi, se non tardivi, che non fosse bene così. C’erano tanti “amori sostitutivi” che mi occupavano il tempo e mi distoglievano dal soffermarmi sul fatto che non vivevo e non avevo mai vissuto un soddisfacente rapporto di coppia. Quelle rare volte in cui, soprattutto di notte, mi assaliva a tradimento una solitudine dolorosa, cercavo di scacciarla convincendomi stoltamente di avere ancora tempo. Lo farò quando i figli andranno a scuola. Quando si saranno diplomati. Non appena saranno autonomi. Quando … Non appena … cioè mai più.
La decisione di andare a vivere da soli coincise con la notizia che aspettavo Giulia. Mia madre sosteneva che stavo facendo una sciocchezza ad andarmene, che da sola non ce l’avrei mai fatta. La casa era molto grande e sarebbe bastata per tutti. Io invece vivevo la cosa come una svolta importante, un’emancipazione, quasi un affrancamento dalla schiavitù. Fu dura tuttavia, non lo nego, ma neanche lo ammisi mai.
La nascita di Giulia fu molto difficile: il parto si presentava podalico e dopo una notte di inutile travaglio decisero di interrompere le sofferenze della madre e del feto e praticarono il cesareo. Giulia fece fatica a respirare e tememmo per la sua vita. Anche in seguito rimase una bambina cagionevole, delicata di salute. Aveva sempre un’espressione triste e me ne facevo una colpa. Credo di averle comperato più giocattoli che ai fratelli e di averla coccolata di più, ma non credo di essere riuscita a renderla felice. Le strappavo un sorriso particolare quando le raccontavo la storia di Poldino, un bambino goloso e allegro che si faceva venire un terribile mal di pancia per aver mangiato troppa Nutella. Mi sono sempre domandata perché mai proprio questo evento la facesse ridere. Forse lo concepiva come una giusta punizione per essere stato troppo goloso o troppo allegro. Lei non lo sarebbe stata mai.
Si rotolarono uno dietro l’altro cinque anni comuni, arrabattati dietro le pappe e i pannolini, i compiti di scuola, i colloqui con le insegnanti, gli accompagnamenti in palestra, le malattie infettive, le vaccinazioni, le arti consolatorie e poco altro. Quasi niente per me stessa. Nel frattempo nacque anche Laura, scura di capelli, ma con gli occhi chiari. Bellissima. Da chi avrà preso? Mi chiedevano. Io non mi sforzavo neanche tanto a risalire l’albero genealogico, ma ricorrevo subito ad una zia di parte materna che era tale e quale, purtroppo morta di tisi a soli ventidue anni.
Se ripercorro la mia vita, credo che la cosa più importante che ho fatto sia stata quella di mettere al mondo figli. Non sono stata capace di fare altro. Non ho realizzato nessuno dei tanti progetti che pure esaltavano la mia mente di ragazza.
Ed ora sono in attesa per l'ultima volta. Ora tocca a lui, a quest’ultimo figlio perverso che mi è cresciuto dentro di soppiatto, oscuro e maligno. Mio più degli altri. Carne della mia carne. Come madre dovrei amare anche lui. Forse mi costerà la vita, hanno detto. Ma si sa che le madri darebbero la vita per i figli, no? Perché dunque non darla per questo? Potrebbe essere un originale gesto d’amore per l’ultimo figlio.
Suvvia, dunque. Ho già pronta la valigia.
Wania Viola
Spunti di viaggio: Canarie, sette isole bellissime nell’Oceano Atlantico
Sette isole, ognuna con la sua specificità e bellezza che le rendono molto interessanti e, sicuramente, da visitare.
Le Canarie, le sette favolose isole emergenti dall’Oceano Atlantico, oltre a qualche isolotto disabitato, colpiscono spesso la fantasia del potenziale turista con l’immagine di terre gremite di cinguettanti canarini.
Ma non è così, e, a questo scopo, è bene illustrarle oltre che dal punto di vista turistico, anche da quello storico.
Note ai Romani col nome di Isole Fortunate, furono conosciute forse già dai Fenici nel IV secolo A.C. Gli Europei le considerano isole leggendarie fino a quando alla fine del XII secolo non le riscoprì il nobile genovese LanzarotteMaloncello, il cui nome è rimasto ad una delle isole stesse: Lanzarote. Vennero raggiunti nel ‘400 da navigatori francesi, furono esplorate dai veneziani e contese a lungo tra Portogallo e Spagna che, massacrata gran parte della popolazione autoctona, divenne nel ‘500 padrona di tutto l’arcipelago.
Punto di raccordo tra l’Europa e il Nuovo Mondo, la Canarie facilitarono il viaggio di Colombo verso le Bahamas e resero possibile la diffusione in America di varie specie di animali e piante dopo un periodo di acclimatamento nell’arcipelago. Tornando al nome, la leggenda vuole che le isole fossero, invece che di canarini popolate di cani.
Raggruppate in due province e considerate alla stessa stregua delle province metropolitane spagnole, si dividono in isole occidentali ( provincia di Santa Cruz di Tenerife) e isole orientali ( provincia di Las Palmas).
Il clima, molto regolare, non ha mai escursioni termiche marcate ed è piacevole tutto l’anno. Da Oriente ad Occidente appaiono al primo posto le due meno elevate: Lanzarote, fantastica, unica, dall’aspetto primordiale per via dei suoi paesaggi strani, lunari e irripetibili, con alcune spiagge frastagliate e i vitigni inseriti in piccole buche per proteggerle dal vento. Nel 1993 è stata decretata dall’UNESCO “Riserva della Biosfera” perché è stata preservata da ogni contaminazione. E’ un’isola che suscita forti emozioni. I suoi paesaggi sono unici. Quelli lunari si contrappongono alla vegetazione subtropicale. E’ primitiva, e da l’impressione di ciò che avrebbe potuto essere la terra prima di esser abitata. Il vulcano Timanfaya domina sull’intera isola e le sue caldere sono lì a ricordarti che il vulcano è ancora vivo. Il marrone che contraddistingue il suo territorio contrasta con le bianche case situate lungo la costa. Belle spiagge fanno da contorno ad un mare cristallino dai ricchi.
Fuerteventura, con le immense pianure, le spiagge interminabili, un bel mare è di gran moda negli ultimi due anni, anche fra gli italiani. E’ il paradiso per chi vuole godersi il più completo relax o fare bagni nelle acque trasparenti del mare. Inoltre, è l’isola ideale per chi pratica il surf, la vela, i divers e i pescatori d’altura. In alto mare è facile osservare balene, delfini, pesci spada e tartarughe. Sviluppata turisticamente da qualche anno, è dotata di ottime strutture alberghiere e villaggi molto apprezzati dalla clientela italiana.
Segue Gran Canaria, rotonda, con profilo di piramide che si eleva fino a 2000 metri sopra il livello del mar e con un’incredibile varietà di spiagge, paesaggi e microclimi. Possiede quasi 60 chilometri di spiagge ed un clima piacevole tutto l’anno. Ci sono ottime strutture alberghiere, dotati di ogni comfort. Chi vuole il massimo relax può, invece, trovare il proprio e piccolo “continente” nei piccoli paesi marinari nel nord dell’isola.
Poi viene Tenerife, la più grande e la più alta, considerata, a torto, un’isola poco interessante mentre è molto bella, soprattutto nella parte coloniale. Possiede ben 42 spazi protetti ed è la più grande e popolata isola delle Canarie. L’Unesco ha dichiarato la splendida città di San Cristobal de la Laguna e il Parco Nazionale del Teide – che è il terzo vulcano più grande del mondo e il più alto della Spagna – patrimonio dell’umanità.
Tenerife è famosa anche per il suo Carnevale Internazionale, il secondo più importante al mondo, dopo quello di Rio de Janeiro. Il Teide (711 m) sovrasta tutta l’isola e, spesso, quando si arriva sulla sua cima, si possono osservare le nuvole che fanno da “anello” al cono del vulcano. Gli antichi romani la chiamavano Nivaria, dalla parola latina “nivis” per via della neve che spesso copriva la cima del Teide.
Poi c’è ancora la Gomera, più piccola delle precedenti e con una superficie accidentata piena di sorprese. E’ un’isola sconosciuta al turismo di massa e il suo territorio è ricoperto da boschi, spiagge di nera sabbia, montagne e parchi naturali il più importnate dei quali è il Parco Nazionale del Garajonay, località dove si trova la cima piú alta dell’isola.
C’è una leggenda legata al nome del Parco. Si narra che due amanti, il cui nome era Gara e Jonay, si tolsero la vita proprio in questo luogo perché le rispettive famiglie si opponevano al loro amore. Una storia che ricorda molto quella italiana di “Giulietta e Romeo”. Il Parco Nazionale del Garajonay , tra l’altro, nel 1986 è stato dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanitá. E’ un’isola un po’ selvaggia e adatta a chi pratica sport come il trekking. Oltre alle spiagge dalla sabbia nera – è un’isola vulcanica – vi sono molte piscine naturali.
Segue La Palma, piccola ma deliziosa isola la cui capitale è costituita da bellissime costruzioni coloniali dotati di patii.
E’ definita anche Isla Bonita per la bellezza del suo territorio. Per la sua piovosità, è dotata di tanta vegetazione verde e rigogliosa mentre il paesaggio è stato modellato dalla lava delle eruzioni dei vulcani che la compongono. In questo piccolo gioiello si trovano montagne, vulcani, boschi e spiagge dalle acque cristalline.
Poco conosciuta turisticamente, possiede il Parco Nazionale de la Caldera e alcuni resti archeologici. Inoltre, è importante per il suo cielo – definito fra i più belli del mondo per l’osservazione astronomica.
Poi c’è finalmente El Hierro, la strana e giovane isola per la quale passò il Primo Meridiano che indicava l’estremo più occidentale del mondo conosciuto prima della scoperta dell’America. E’ l’ultima isola, per grandezza, delle Canarie ed è prettamente montuosa. Il mare che la circonda ha uno dei fondali più belli del mondo e, questo, ne fa il posto ideale per chi pratica lo scuba diving. Ha molte specie di flora e fauna uniche al mondo, come la lucertola gigante “gallotia sinonyi”.
Dirupi, coste, zone vulcaniche, flora millenaria oltre al folklore, la musica, l’artigianato, la gastronomia, i prodotti del mare: tutto ciò offrono queste splendide isole dotate di una perfetta ricettività alberghiera e definite “continente in miniatura”.
L’architettura tradizionale canaria si ispira a fonti andaluse e portoghesi, l’artigianato della terracotta deriva da antiche guanches, l’arte di far cesti ha proprie caratteristiche, il ricamo è basato su tecniche di sfilatura della stoffa e non è da dimenticare la storica abilità dei falegnami di Tenerife.
Strutture alberghiere, complessi residenziali, ville e appartamenti non difettano, oltre ad un sistema informatico, il Canaridata, attraverso il quale viene potenziata la capacità di promozionare il turismo nelle isole.
Festival, mostre, cinema, campionati di golf, ippica, completano il quadro di un soggiorno che molti forse credono irrealizzabile, mentre le ottime varie condizioni offerte dalle agenzie turistiche riscontrano sintomaticamente il favore dei turismi. E a ragione!
C’è sempre un ottimo rapporto qualità prezzo per permettersi di trascorrere una vacanza, anche in tempi di crisi.
Liliana Comandè
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Spunti di viaggio: Canarie, sette isole bellissime nell'Oceano Atlantico | Travelling Interline
Di Liliana Comandè. Sette isole, ognuna con la sua specificità e bellezza che le rendono molto interessanti e, sicuramente, da visitare. Le Canarie, le sette favolose isole emergenti dall'Oceano ...
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AVANGUARDISTI A MENTONE DI ITALO CALVINO (1923 – 1985)
Nel 1940 l’Italia dichiara guerra alla Francia ormai sconfitta dai Tedeschi. Il Duce vuole prendere parte al banchetto dei vincitori; la guerra dura pochi giorni, costa centinaia di morti e le truppe italiane avanzano solo di pochi chilometri, arrivando a Mentone.
In questa cittadina è ambientato il racconto di Calvino. Il protagonista è un diciasettenne che vive nelle retrovie italiane del fronte, dove già i nostri soldati hanno compiuto odiosi saccheggi e piccole distruzioni, nelle case e nei campi, tanto che la madre del ragazzo dice con amarezza: “ … al soldato di conquista ogni terra è nemica, anche la sua”.
Il giovane manifesta già un certo distacco verso le iniziative del regime. Ma anche lui parte, insieme ai coetanei (inquadrati come avanguardisti); si va a Mentone per presenziare ad alcune iniziative organizzate dalla Casa del Fascio per accogliere dei falangisti spagnoli. L’adolescente partecipa per curiosità e perché parte anche l’amico Biancone. La finzione costruita dal regime è già nota: “Avevamo visto di recente al cinema un documentario che rappresentava la battaglia delle nostre truppe per le vie di Mentone; ma poi sapevano che facevano per finta, che Mentone non era stata conquistata da nessuno, era stata solo sgombrata dall’esercito francese al momento del crollo …”.
Biancone è più estroverso e socievole del compagno col quale condivide un certo spirito di indipendenza; si distingue dai coetanei per furbizia, ma partecipa comunque alle varie iniziative. Si parte come per una gita scolastica. Gli avanguardisti giungono nella cittadina semideserta e qui emerge tutta l’approssimazione organizzativa dell’evento; c’è confusione, si attendono a lungo gli spagnoli, arrivano voci continuamente smentite e si decide all’ultimo momento di restare a dormire a Mentone. Molte case sono vuote e allora inizia il saccheggio da parte dei ragazzi.
I capi esortano a farlo: “ … questa è una città conquistata e noi siamo i vincitori … un giovane che si trova qui oggi, e non porta via niente, è un fesso … e io mi vergognerei di stringergli la mano!”.
Il protagonista, disgustato dall’andazzo generale, alla fine commette un piccolo atto di sabotaggio; afferra di nascosto le chiavi delle stanze della sede del partito e le getta via, contento di aver creato un qualche disagio. Invece l’amico non ha remore a depredare nelle abitazioni come gli altri, vantandosi del bottino. Il giovane rientra perplesso dalla cittadina, intuendo in modo oscuro che la guerra avrebbe segnato anche la sua vita.
Il conflitto con la Francia è stato breve; gli eccessi dei vincitori, come detto, hanno causato danni agli stessi italiani che hanno subito saccheggi dai propri militari. La conquista è stata peraltro simbolica. Nel racconto, il regime, nei suoi ranghi più bassi, incoraggia lo spirito razziatore e si vanta, anche davanti ai falangisti spagnoli, di una vittoria molto facile.
Nel testo si sente lo spirito di avventura adolescenziale, ma c’è un fondo cupo. La preda bellica è un centro di provincia, deserto, triste, monotono. C’è l’impressione di camminare in una sorta di nuova Pompei, una città senza vita paragonata a un “sarcofago liberty”. Emerge un senso di vacuità mentre i ragazzi violano case abbandonate, frugano nei cassetti alla ricerca di qualcosa di prezioso, leggono lettere altrui. I capi si complimentano con gli avanguardisti; Mentone è vuota e piccola come i suoi occupanti che si travestono da conquistatori. La finzione del documentario visto al cinema si prolunga.
A parte il protagonista, nessuno torna con una consapevolezza nuova; la guerra vinta si accompagna alla sfrontatezza e alla spavalderia. Eppure, in filigrana, si sentono già gli scricchiolii di un regime la cui magniloquenza nascondeva incapacità e approssimazione.
Spunti di viaggio: Saragozza, una parte della Spagna da scoprire
Non esistono solo le grandi città da conoscere. Ci sono realtà che non hanno niente da invidiare anche alle capitali.
Barcellona, Madrid e Siviglia attraggono ogni anno la stragrande maggioranza dei visitatori del Paese, ma le attrattive della penisola iberica non si esauriscono in queste pur interessantissime città, perché ci sono altre regioni e città meno note al turismo di massa.
Saragozza, l’antica Cesaraugusta fondata dai romani nel 14 a.c. nello stesso luogo dell’originaria Salduie (un insediamento iberico fortificato vicino al fiume Ebro), è una città dalla grande tradizione storica, artistica e culturale.
Essa fu il fulcro diffusore della cultura romana, dalla quale si latinizzò gran parte del territorio iberico.
A partire dall’anno 714 fu sotto il dominio mussulmano e nel 1018 divenne la capitale del primo regno di Taifas indipendente da tutto al-Andalus, rappresentando per un intero secolo l’approdo ideale per quanti cercassero asilo e il rifugio desiderato da intellettuali e scienziati, dove l’arte e la cultura brillarono come non mai.
L’era cristiana ebbe invece inizio nell’anno 1118, quando la città venne riconquistata da re Alfonso I d’Aragona; i vari monarchi che la governarono in quel periodo di tempo la ingrandirono, le concessero privilegi ed un livello di libertà inusuale nell’Europa feudale di allora. Nel Medioevo Saragozza fu lacapitale del regno d’Aragona, che comprendeva gran parte della Spagna ed anche territori francesi ed italiani.
Durante il Rinascimento la città, chiamata “l’abbondante”, conobbe un grande apogeo, ma è nel XVIII secolo (a cui appartiene il pittore aragonese Goya) che Saragozza raggiunse uno straordinario sviluppo nella scienza, nell’arte e nella cultura e che diventò uno dei punti chiave dell’illuminismo spagnolo. La città rafforzò anche il proprio dominio commerciale e divenne pioniera nel processo di modernizzazione della Spagna, la quale le ha permesso di consolidare nei secoli la promettente posizione centrale che la storia, l’economia e la geografia le assegnarono come capitale della valle dell’Ebro.
Le varie culture e dominazioni succedutesi nel tempo le hanno conferito un carattere eterogeneo, cosmopolita ed accogliente, ricco di molteplici influenze rintracciabili in tutti gli aspetti della vita e della tradizione cittadina, dalla storia all’arte della gastronomia.
Saragozza è collegata con voli direttamente a Madrid e a tutte le altre destinazioni spagnole e anche linee regolari di autobus la congiungono al resto della nazione. Inoltre, Ryanair collega direttamente Bergamo e Roma alla città.
Saragozza, situata a meno di 200km di distanza dalla montagna, tra Madrid e Toledo, è anche il punto di partenza ideale sia per una vacanza itinerante (Fly & Drive) sia per le vacanze sui Pirenei all’insegna degli sport invernali e per il relax nelle riserve naturali.
Le bellezze storico-artistiche di cui è ricca la città sono molteplici, a cominciare dal centro storico, che conserva ancora la struttura ottagonale dell’urbanesimo romano, con il cardo e il decumano ed altre vestigia di Cesaraugusta (come i resti delle mura, il teatro romano, parte del porto fluviale e le terme).
L’Aljaferìa, attuale sede delle Corti Aragonesi, il parlamento regionale della comunità autonoma d’Aragona,è, invece, un meraviglioso palazzo arabo, il meglio conservato in Occidente ed è stato dichiarato dall’Unesco “patrimonio dell’Umanità”. Nel periodo dell’inquisizione spagnola fu anche adibito a tribunale. Vi si possono ammirare la mosche con il minareto, la sala del trono, i giardini interni e la Torre del Trovador.
La cattedrale di San Salvador, nella quale si fondono con armonia diversi stili artistici dal romantico al neoclassico, è il capolavoro del gotico locale e insieme a numerose altre chiese vanta delle bellissime decorazioni in tipico stile mudejar, in mattoni e piastrelle.
Fu costruita nel XIV secolo proprio sopra un vecchio tempio romanico. Qualcuno definisce questa cattedrale più bella di quella Del Pilar. Vi si fondono anche elementi in stile Mudéjar. Anche qui vi sono degli affreschi di Goya e Bayeu nella cupola barocca. La chiesa è nota anche per il Museo dei Tappeti dove si trovano esposti preziosi tappetti fiamminghi e francesi che risalgono al XV°, XVI° e XVII° secolo.
La Basilica di Nostra Signora del Pilar, una delle più geniali realizzazioni dell’arte barocca e neoclassica, meta di pellegrinaggi e fulcro della cristianità nazionale e internazionale, costituisce una delle tappe dell’itinerario mariano tra i santuari del Lordes, Torreciudad e, appunto, Il Pilar. La Basilica è stata costruita nel 1681, ed è circondata da 4 torri e 11 cupole ed ospita al suo interno degli importanti dipinti di Goya e di Bayeau. C’è una leggenda che lega la Cattedrale alla Madonna. Si narra, infatti, che nel primo secolo apparve sulla cima del pilastro (el pilar, appunto) in favore dell’apostolo San Giacomo. Questo pilastro, chiaramente, è motivo di grande pellegrinaggio.
Vicino alla chiesa si trova il Museo del Pilar, nel quale sono conservati i gioielli utilizzati per adornare la statua Pilar.
La Lonja, invece, era l’antica Borsa del mercato cittadino, il posto più importante dove si contrattavano i prodotti che venivano scambiati. E’ un grande palazzo rinascimentale ed è il primo monumento del Rinascimento in tutta la regione che venne edificato nel 1540: Oggi viene utilizzato soprattutto per organizzare eventi e manifestazioni culturali.
L’attività congressuale a Saragozza è assicurata dall’auditorium – Palazzo dei Congressi. L’evoluzione in questo genere di attività è culminata nel 1998, quando si sono celebrati 224 avvenimenti che hanno fatto registrare l’affluenza nel capoluogo aragonese di circa 70.000 persone, generando un’ importante ripercussione sull’economia della città.
L’intenzione è di proseguire con impegno anche in questo settore perché Saragozza continui a crescere come città dei congressi, sia a livello nazionale che internazionale.
La capacità ricettiva della città e molto alta con strutture di diverse categorie. La gastronomia aragonese è molto antica e prestigiosa, le sue radici affondano nella tradizione borbonica napoletana e italiana e Saragozza, meta ambita per l’ozio e le specialità culinarie, si è anche meritata l’appellativo di “città di tapas”, grazie allo svolgimento del concorso annuale di tapas (i tipici stuzzichini spagnoli) realizzato dall’Associazione di Caffè e Bar cittadina.
L’artigianato tipico di Saragozza è basato sulla lavorazione della ceramica: molti, infatti, sono i laboratori artistici presenti nel capoluogo e soprattutto a Muel, la famosa cittadina dei dintorni, nella quale vecchi e giovani ceramisti perpetuano quest’antica tradizione artigianale.
Liliana Comandé
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Spunti di viaggio: Saragozza, una parte della Spagna da scoprire... | Travelling Interline
Di Liliana Comandè. Non esistono solo le grandi città da conoscere. Ci sono realtà che non hanno niente da invidiare anche alle capitali. Barcellona, Madrid e Siviglia attraggono ogni anno la ...
Emanuele Marcuccio. Il mio Punto di vista
La Poetica ed il modo di raccontare le emozioni dell'autore Emanuele Marcuccio.
Prima di provare a commentare il testo Un infaticabile poeta palermitano d'oggi: Emanuele Marcuccio di Lorenzo Spurio, prima di iniziare a cercare di tratteggiare una figura letteraria, parlerò della biografia di questo autore.
Emanuele Marcuccio è nato a Palermo nel 1974. Nel 1994 ha ottenuto la Maturità Classica.
Dall'Agosto del 2000 inizia quel percorso poetico che lo porterà a pubblicare due libri.
Scrive poesie dal 1990. Nell’agosto del 2000 sono state pubblicate sue poesie, presso Editrice Nuovi Autori di Milano, nel volume antologico di poesie e brevi racconti Spiragli 47. Partecipa a concorsi letterari di poesia ottenendo buone attestazioni e la segnalazione delle sue opere in varie antologie.
Nel marzo 2009 esce la sua raccolta di poesie e opera prima Per una strada, SBC Edizioni, recensita da vari studiosi e critici tra cui Luciano Domenighini, Alessandro D’Angelo, Lorenzo Spurio, Nazario Pardini e Marzia Carocci.
Una sua poesia edita è stata pubblicata nell’agenda 2010. Le pagine del poeta. Mario Luzi, da Editrice Pagine di Roma.
Dal giugno 2010 è curatore editoriale, dedito alla scoperta di nuovi talenti poetici, tra giugno 2010 e novembre 2012 ha presentato quattro autori, riuscendo così a far pubblicare cinque libri di poesie e, dal 201,1 è consigliere onorario del sito “poesiaevita.com”, che promuove anche una sezione editoriale ospitante le collane di opere da lui curate.
Ha inoltre scritto vari aforismi, ottantotto dei quali sono stati raccolti nella silloge
Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, edita nel giugno 2012. L’opera è stata recensita da Patrizia Poli, Marzia Carocci, Michele Nigro e Natalia Di Bartolo.
Ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori esordienti ed emergenti su blog letterari. È collaboratore della rivista on-line di letteratura Euterpe. È stato ed è membro di giuria in concorsi letterari nazionali e internazionali, dal 2012 a oggi.
È presente su blog, siti e forum letterari, tra cui “Literary.it”, con una scheda bio-bibliografica nell’Atlante letterario italiano. È presente su L’evoluzione delle forme poetiche, Archivio storico e consuntivo critico (realizzato per le scuole) dell’ultimo ventennio poetico (1990-2012), Edizioni Kairòs, 2013.
Finalista nel 2013, con dieci aforismi, alla settima edizione del Premio Nazionale di Filosofia “Le figure del pensiero”, ha ideato e sta curando la sua prima antologia poetica, Dipthycha, che lo vede presente con ventuno titoli, accompagnato in dittico di uguale tema, da altre poesie di autori vari.
Di prossima pubblicazione un ampio saggio monografico sulla sua produzione, curato da Lorenzo Spurio.
Dal 1990 sta scrivendo un dramma in versi liberi, ambientato al tempo della colonizzazione dell’Islanda, di argomento storico-fantastico.
Ha in programma la pubblicazione di una seconda silloge di poesie dal titolo Anima di poesia.
Uno degli elementi presenti nella Poesia di Marcuccio è la Declamazione. Ad esempio nel componimento poetico "A Leonardo Sciascia" è possibile individuare un tipo di Declamazione ricollegata ai colori ed agli odori della terra Siciliana, in relazione a Sciascia.
Nella poesia "Palermo" è presente il medesimo stile Declamatorio, assorbito da una trama di colori di Sicilia, e della città. In questo scritto è anche presente un chiaro rimando alla realtà delle organizzazioni criminali.
Senza fare un enorme giro di parole, che sprecherebbe del tempo prezioso, l’Opera di Marcuccio è riassumibile in queste considerazioni personali.
1- Essendo Giacomo Leopardi uno dei suoi autori preferiti, lo stile poetico ha un tono alto che trova un sentimento nell’epoca e nel contesto in cui vive.
2- Dalla prima considerazione, deriva necessariamente la seconda. Si può rintracciare nell’Opera dell’autore un qualcosa di Pirandelliano, che non si esprime propriamente nei contenuti, ma nell’atto di scrivere. A sostegno di quanto detto c’è una sua risposta durante un’intervista: “[…] In ogni mia poesia si può rintracciare un preciso riferimento autobiografico, anche minimo, anche nella più insospettabile, la scrittura in fondo è trasfigurazione di quel caos del proprio vissuto.”
3- Continuo a fare riferimento all’intervista di Lorenzo Spurio ad Emanuele Marcuccio, poiché penso che il dialogo sia qualcosa di più aggiornato, o comunque rappresenta, il più delle volte, un elemento di chiarimento. L’essenza dell’ispirazione dell’autore si ritrova nella poesia “Per una strada”. Bene. Fin qui nulla di strano. La stranezza, che poi tanto strano non è, visti i tempi, è scrivere su uno scontrino “spiegazzato” un qualcosa che forse è un po’ banale, ma che rappresenta comunque uno stadio di riflessione di una persona.
4- Una poesia dovrebbe essere Umana. Siamo Esseri Umani o no? Mi spiego meglio. Non penso e non credo che Marcuccio pubblichi per avere premi. Non pubblica per questo.
Chi scrive (se scrive Bene) è Essere Umano nell’espressione dei significati, delle parole. E le parole sono pietre.
5- Ciò che deve arrivare al lettore in maniera diretta sono gli Aforismi n° 25, 53, 59. In quanto autore, poeta, blogger e fondatore di Progetti Aperti, penso che quanto scritto in questi 3 aforismi, può, nel messaggio essenziale, riassumere la “condizione di Poeta”.
Si dovrebbe parlare di poeta quando non ci sono condizionamenti interpersonali che derivano da interessi di Sistema.
Quando Marcuccio dice: “Il poeta è ribelle come il fuoco, niente è più ribelle del fuoco […]” cerca, a parer mio, di esplicitare quella forza che rende viva la Persona-Poeta, la persona che diventa poesia, produce mondi, da relazioni speciali a significato e significante, edificando l’animo. Essere ribelli non è situazione, ma condizione.
6- Secondo me qualsiasi curriculum letterario non contiene opere centrali. Assegnare centralità a certi elementi significherebbe svalutare gli altri. Dante non ha scritto solo la “Comedìa”, Giovanni Boccaccio è autore non solo del “Decamerone”, Schopenhauer è conosciuto per aver scritto “Il Mondo come Volontà e Rappresentazione”, ma non è stata la sua unica opera. Ogni elemento deve essere rispettato e non messo al di sopra o al di sotto di altri. Non deve esistere classificazione tra opere. Se si fa questo, si opera un giudizio arbitrario, in base a quale Autorità?
Da ciò deriva quanto dice Sandra Carresi nella recensione a Pensieri Minimi e Massime e far valere queste parole, in modo generale, comprendendo dunque un senso complessivo: “E’ di grande conforto conoscere l’esistenza di personaggi facenti parte del genere umano, chiamati – poeti – ancora capaci di possedere quella scintilla creativa che fa emozionare noi stessi e la Vita.”
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