recensione Planando nell'aria di V. Principe by Adriana Pedicini
Il titolo – Planando nell’aria - della raccolta di poesie di Vittoria Principe potrebbe essere la chiave di lettura della personalità che è sottesa ai versi e che viene fuori a sprazzi, a momenti non univoci nella fase descrittiva, ma pur legati da un doppio filo che da una parte conduce al bisogno insopprimibile di libertà (questa è la mia storia, simile a quella di un uccello), dall’altro alla necessità di essere, cercare e mostrare amore, come novella eroina sofoclea (eppure sento di essere fatta per amare). Vale a dire che Vittoria rappresenta un universo (femminile) oscillante perennemente tra il desiderio di affermarsi per quello che sente di essere, e i vincoli, ora gioiosi ora dolenti (i momenti felici che si trasformano in dolori …), che la legano alle persone care e alla vita quotidiana.
Una ghirlanda di libertà
È da sempre che cerco la mia libertà.
Perduta in cieli infiniti,
in abissi spaventosi,
in deserti illimitati.
Nell’universo senza fine,vago,
alla ricerca della mia libertà.
La colgo nella luna, in una stella, nel sole.
Ma guardando un prato,
la colgo in un fiore.
La stringo, la bacio, la guardo….dov’eri?
Angosciata e felice la pongo nel mio cuore.
Ora è al sicuro in me.
Mi volto; guardo il mondo,
incatenato, sofferente, schiavo.
Io sono libera,
le mie catene sono sciolte,
per sempre…
è una ghirlanda di fiori
il mio unico vincolo.
Dio l’ha posta al mio collo,
come un giogo soave e lieve.
Di qui i dissidi, di qui le fughe in avanti (un sogno sospeso nell’aria, una disperata fuga) e i ritorni (tornerai a brillare…l’anima mia allora ti parlerà), di qui pianti e scoppi di gioia (come una tempesta...quest’ira furibonda… Ma d’improvviso un raggio di sole...placa il tutto in un silenzio di pace).
Talora prende il sopravvento la nostalgia, che è sempre desiderio di qualcosa, già compiuta, anche se il solo ricordo fa male (Tutto è stato avvolto in un velo di ricordi...aver vissuto momenti terribili)) o agognata, contro cui si profilano i fantasmi del dubbio, dell’incertezza, della paura (Ho paura. Diroccata in lontananza c’è la sede dei fantasmi..) e ancora della vacuità e dell’inutilità (Ecco ti assale il nulla).
Sicché l’oasi tanto desiderata talora sembra scomparire risucchiata dal vuoto, dalla sterilità dei sentimenti intorno a lei o semplicemente dal nonsense della vita. Ma la ricerca di serenità permane immutabile (troverò mai la mia oasi di pace?)
Diventa allora spasmodica anche la ricerca del divino, che pure rimane la suprema àncora, ma con mille domande, anzi con la suprema domanda vibrante come un urlo disperato: Dio, dove sei?
La ricerca della felicità infine è quasi un’ossessione (anima mia…urla con dolore la tua voglia di felicità), che la porta però a scandagliare, ad esaminare, a leggere la realtà che la circonda, per concludere che la felicità ha un unico ritrovo, un’unica sede: il proprio cuore (Il mio cuore resterà sempre al sicuro in me)(Un giorno…mi sono accorta che essa è dentro di noi).
E dal cuore sente tracimare l’affetto per i figli in particolare. Due realtà che danno senso alla sua vita, l’uno perché ha realizzato il sogno quasi adolescenziale della maternità (il mio bambino sarà un mondo incantato), l’altro perché costituisce un’applicazione costante del suo saper e voler essere mamma.
Alla fine sul senso di solitudine (quell’angosciosa presenza del niente) di cui sono testimonianza alcune liriche prevale il giudizio sentenzioso (Se questa è la vita viviamola pure), non senza l’amabile speranza (c’è un fiore appena sbocciato), non senza la curiosità (fruga nella vita, come in un sacco colmo), non senza la fratellanza (se tutti siamo insieme…viviamo), non senza in ultimo l’appello all’amore da donare e da ricevere (se un giorno interrogassi il mio cuore…non tormentarlo. Amalo...)(se un giorno mi verrai a cercare…entrerai nel mio cuore e vi troverai scritto un solo nome AMORE).
Per concludere aggiungerei che la silloge è di piacevole lettura, sobria e scorrevole, senza tranelli o incertezze interpretative, e ancora una volta la limpidezza dichiara la volontà tetragona di un donna che pur sentendo la sofferenza dell’esistenza, ama la sfida, il volo, per poi abbandonarsi dolcemente, planando nell’aria, all’unica vera forza, l’Amore.
Adriana Pedicini
Una vacanza tra le vette del Kilimanjaro e le spiagge bianche. Non solo mare e natura, ma anche…storia e archeologia in Kenya.
La prima cosa che ti colpisce dei bambini africani sono i loro i grandi occhi: velluto nero incorniciato nel bianco e nel colore ebano della pelle del viso. Occhi innocenti, vivaci, allegri o, qualche volta, tristi che appena si posano sui tuoi, hanno il potere di trasmetterti una voglia incredibile di fissare sulla tua macchina fotografica quei volti espressivi, che sanno raccontarti tutte le loro vite, le stesse che puoi leggere anche sui visi delle persone anziane, sempre pronte a regalarti un sorriso anche quando sono intente a lavorare.
In Kenya di bambini se ne incontrano moltissimi. Alcuni li puoi vedere mentre escono o si recano a scuola, eleganti nelle loro divise scolastiche, oppure mentre giocano con ciò che hanno a portata di mano: un’altalena costruita in maniera artigianale ed empirica o una gomma di un’automobile fatta rotolare sulla terra.
Giocattoli “rimediati” ma con i quali i bambini si divertono tantissimo, senza aver bisogno di costosi giochi elettronici o tutti quelli che vengono comprati in maniera eccessiva ai nostri bambini che, dopo un giorno, li hanno già messi da parte.
La strada che conduce dall’aeroporto di Mombasa a Malindi o quella che si percorre da Malindi al Parco Tsavo, ti permette di osservare il vero Kenya, quello delle estese piantagioni di agave, di piccoli villaggi con case moderne o piccole e grandi capanne costruite con fango e banano o con il tetto di lamiera.
Puoi incontrare donne che portano l’acqua o pesanti ceste sulla testa, così come facevano in Italia le donne del Sud fino a qualche decennio fa, oppure uomini seduti sotto un albero che giocano a dama.
Qualche specchio d’acqua, disseminato qua e là, è pieno di pescatori che tirano le reti a bordo delle loro piccole imbarcazioni.
E’ la vita di ogni giorno che scorre come sempre.
Ovunque donne che fanno la spesa, alcune con i figli tenuti dietro la schiena, infilati in un grosso foulard annodato davanti al seno della mamma.
Negozi e banchi di frutta si alternano in un gioco di colori come quello dei vestiti delle donne dalle cromie molto accese e caratteristiche.
Biancheria messa ad asciugare all’aria aperta, capre che pascolano nei cortili o nei verdi e pianeggianti pascoli e alcune mucche, più piccole delle nostre, che allattano i vitellini.
Campi coltivati e una terra rossa e fertile si alternano a una fitta vegetazione costituita da baobab, acacie, palme, bouganville i cui colori sono una delizia per gli occhi.
L’arancione si mischia al viola e al fucsia in un intreccio delicato di rami fioriti. Gli uomini si muovono da una parte all’altra in sella ad una bici oppure a piedi.
I ritmi sono molto rallentati. Fa caldo e c’è umidità ma ciò non impedisce alla gente di girare per negozi o per le numerose bancarelle, ai lati delle strade, che offrono ogni tipo di merce.
Mentre si è nell’automobile, scorrono davanti le immagini di centri abitati con le piccole moschee, semplici nella loro architettura e colorate di bianco e verde.
Ad un tratto, tra le case piene semplici ma ricche di umanità appare il segno di un’antica cultura, un’università .
Un campo di pallone, come ne esistono in ogni parte del mondo, si fa notare soprattutto per le divise dai colori sgargianti che indossano i bambini.
Basta un pallone, due reti ed ecco trovato il passatempo preferito dai bambini e ragazzi di ogni luogo.
Zone un po’ desertiche si alternano a luoghi dove il verde degli alberi è imperante. Grosse acacie dai fiori rossi si avvicendano a maestosi scheletrici baobab con poche foglie, oltre ad altri alberi dalla curiosa forma di ombrello, con i rami, lunghe braccia, che si piegano sino a toccare la terra.
In Kenya la maggioranza della popolazione è di religione cristiana (circa il 70%), poi ci sono gli induisti, gli animisti e i musulmani.
Di questi ultimi ti accorgi soltanto quando vedi le donne vestite nella maniera islamica, altrimenti il resto delle donne è vestito con abiti dai colori molto accesi, tipicamente africani, e qualcuna veste abiti occidentali.
Nel paese convivono 42 etnie che usano dialetti diversi. Lo swahili, invece, è la lingua comune per tutti.
Ma torniamo a questo meraviglioso paese…
Questo paese dell’Africa subsahariana, non ha solo una splendida natura, con immensi parchi ricchi di fauna esotica, con vastissimi laghi popolati di pesci e uccelli variopinti, montagne che costituiscono il tetto del continente come il Kilimanjaro, località balneari che si affacciano su un mare accogliente tutto l’anno.
Il Kenya, a tutto questo, aggiunge un’antica civiltà, una ricchezza storica, artistica e archeologica.
Il Kenya…forse qui la razza umana, addirittura, iniziò la sua straordinaria avventura, se si pensa al ritrovamento di resti dei primi ominidi, nella valle del Rift o nei sedimenti dell’isola Rusinga, nel lago Victoria, dove nel 1966 riemersero reperti fossili di un nostro progenitore, battezzato con il nome di“kenyanthropus”.
Ma non vogliamo retrocedere così tanto nel tempo, limitandoci a ricordare che i Fenici sicuramente sbarcarono sulle coste dell’attuale Kenya nella loro circumnavigazione dell’Africa, nel V secolo a.C. e le popolazioni swahili, tuttora preminenti, erano già note duemila anni fa.
Di loro riferì il greco Diogene, autore di racconti fantastici ma non troppo, attorno al 110 d.C.
Una città come Mombasa, oggi attivo scalo aereo sulla costa meridionale, punto di arrivo dei turisti venuti dall’Europa, che poi rapidamente si dirigono verso località marine alla moda come Malindi o Watamu, merita anche una visita, perché ricca di storia.
Era già conosciuta nel VII secolo d. C., e Arabi e Persiani mussulmani ne fecero un punto di riferimento nell’ambito della loro espansione marittima e commerciale da Zanzibar.
Da visitare è appunto l’antico quartiere arabo, naturalmente arricchito di elementi della cultura autoctona, nonché, soprattutto, il forte di Jesus, eretto dai Portoghesi, qui giunti con Vasco de Gama nel 1497.
Gli Arabi riconquistarono la roccaforte nel 1968. Mombasa fece parte del sultanato di Zanzibar, per poi passare sotto il dominio inglese ed infine divenire porto preminente del Kenya indipendente.
Ma anche la celebrata Malindi non vanta solo grandi spiagge dove ci si può abbronzare, tra un bagno e l’altro, di giorno, e ammirare il flusso ed il riflusso delle maree, specie nelle notti di plenilunio, quando il fenomeno è più vistoso.
Infatti, nell’immediato entroterra si può visitare la zona archeologica di Gede, città araba risalente a cinque secoli fa. E attorno, villaggi indigeni dove vi accolgono ragazzini vestiti con colorate divise della loro scuola: oppure adulti ripropongono cerimonie tribali, gli uomini vestiti da antichi guerrieri, le donne da danzatrici.
Se poi si vuole compiere un’escursione che unisca mare e cultura, si può raggiungere l’isola di Lamu, con la cittadina omonima tutta in stile arabo, dove, nel porto, si possono ammirare i “ dhow ” le tipiche imbarcazioni locali.
Insomma, il Kenya non è solo mare, o parchi con elefanti, ippopotami, rinoceronti, leoni, leopardi, giraffe, coccodrilli e tanti altri animali ancora, ma presenta aspetti meno noti eppure sorprendenti come il Lago Nakuru con i milioni di fenicotteri rosa che quasi lo ricoprono o gli elefanti rossi dello Tsavo e le quasi 1100 specie di uccelli che popolano il paese facendone un paradiso per chi pratica il birdwatching.
E poi, se qualcuno vi parla di neve all’Equatore, credetegli: significa che ha visitato il Kenya e la terra che lo ospita è ricca di sorprese.
Oltre ad ospitare la seconda montagna più alta dell’intero continente africano (Monte Kenya – 5199 mt.), è una terra che si affaccia sull’Oceano Indiano per trecento miglia (480 chilometri) con spiagge di sabbia bianca e finissima, e alterna il deserto a terre fertili, dove crescono piantagioni di tè e di caffé e addirittura vigneti.
Le coste del Kenya sono diventate famose per gli italiani soprattutto grazie a una località come Malindi, che ospita anche una colonia piuttosto numerosa di connazionali che l’hanno scelta come seconda patria
La temperatura dell’acqua va dai 27 ai 35 gradi, la vegetazione è lussureggiante, le barriere coralline abbondano, proprio come le lagune…
Per questo, non è poi così strana la popolarità di Malindi!
Oltre a Malindi, comunque, c’è da scoprire un intero territorio fatto di animali selvatici e autostrade, riserve naturali e aziende agricole, sentieri che si perdono nel deserto e grattacieli. E’ una dimensione sconosciuta a noi europei, una dimensione che genera la magia e il fascino della terra dell’Africa, così bene espressa da una scrittrice, Kuki Gallman, nel suo libro ”Il colore del vento” che raccoglie un diario scritto proprio in Kenya tra il 1974 e il 1984.
Sparsi lungo tutto il territorio, i parchi nazionali rappresentano, senza dubbio, l’attrattiva più preziosa di questa nazione. I tanti animali, compresi i famosi “Big Five” sono di casa in quei luoghi, e con loro, tutta la natura la più rigogliosa che il continente africano può offrire a chi lo visita.
Dall’estremo nord, con il Parco Nazionale di Sibiloi, all’estremo sud, con il Parco Nazionale di Tsavo Est e Ovest, più il Parco Amboseli e il Masai Marai, tanto per citare i più importanti e noti, il Kenya riesce ancora a regalare ai turisti un’immagine incontaminata dell’ambiente naturale, così violentemente deturpato in tanti parti del nostro pianeta.
La vacanza, a volte, può essere anche l’occasione di accostarsi allo splendore della natura.
Malindi
La lambisce una spiaggia bianca lunga sette chilometri. Le sue acque hanno dato vita a un parco marino ed è il paradiso degli appassionati di windsurf e della pesca d’altura.
E’ Malindi, una località che da diversi anni, ormai, rappresenta unostraordinario punto di attrazione per i turisti italiani.
Chi adora lo shopping non dovrebbe lamentarsi soggiornando a Malindi: le botteghe di prodotti locali e le boutique eleganti, infatti, si alternano nella cittadina che merita di certo una visita. La località balneare offre anche una scelta abbondante di ristoranti, discoteche e caffè, e non manca neppure un assortimento di strutture sportive, compresi alcuni campi da golf.
La vita notturna è animata oltre che dalle discoteche, dalla presenza di un casinò, mentre chi vuole addentrarsi nell’atmosfera più genuina dell’Africa, può visitare il caratteristico mercato, dove le bancarelle dei venditori sono un autentico spettacolo da gustare e fotografare.
Watamu
Watamu si è andata sviluppando in questi ultimi anni grazie alla costruzione di strutture di livello e piene di comfort, e al fatto che il mare, quando non è il periodo delle alghe, è trasparente e bello.
E’ un villaggio di pescatori e costruttori di dhow, le tipiche imbarcazioni keniote, ed è molto vicino alla zona che viene chiamata “Sardegna due” per via del colore dell’acqua e dell’abbondanza di varietà di pesci. C’è anche una bella barriera corallina dove è possibile praticare lo snorkeling per ammirare la moltitudine di pesci variopinti che, indifferenti alle barche dei turisti, continuano a muoversi elegantemente nel loro ambiente.
I Parchi Nazionali, veri tesori naturali
Il Kenya, in lingua swahili, significa “montagna lucente”; il riferimento alla magnificenza della natura, quindi, emerge con evidenza già dal nome del Paese africano.
Il Kenya, del resto, ha alcuni dei Parchi nazionali più affascinanti dell’intero continente Gli esemplari più celebri sono i Parchi Nazionali di Amboseli, Tsavo, Masai Mara.
Il parco Nazionale di Amboseli si estende per quasi quattromila chilometri quadrati, ed è sovrastato dalle cime del Kilimanjaro.
Uno dei più amati scrittori del nostro secolo, Hernest Hemingway, ambientò proprio in questo magico luogo alcuni dei suoi racconti più belli.
E’ una meta obbligata per gli appassionati di safari fotografici, grazie all’abbondanza di specie animali che tuttora vi dimorano. L’Amboseli è abitato dall’orgoglioso popolo dei Masai, che si occupa e vive di pastorizia.
Il Parco Nazionale Tsavoimpressiona per la sua vastità. Con i suoi ventunomila chilometri quadrati di superficie, è il più vasto del Kenya ed è diviso in due parti – Tsavo est e Tsavo Ovest – da una strada che porta da Mombasa agli altopiani di Nairobi.
All’interno del territorio del parco, le savane si alternano alle foreste di giganteschi baobab millenari e di acacie, enormi termitai abitati anche da piccole iguane, mentre le famose sorgenti di Mzima (da cui sgorgano venti milioni di litri di acqua cristallina al giorno) e il fiume Galana formano un eccezionale microsistema, permettendo a centinaia di specie di piante e animali di vivere e prosperare.
Lo Tsavo, a poche ore di auto dai centri balneari, rappresenta il Parco ideale per chi vuole abbinare al soggiorno balneare un safari.
Il Masai Mara, invece, stupisce per l’alta concentrazione di animali del paese.
Le vaste savane sono l’habitat ideale per le acacie e piccoli boschi che costeggiano i fiumi Mara e Talek, punto d’incontro dei numerosi animali che si vanno a dissetare e osservatorio eccezionale nel periodo della grande migrazione.
Milioni di animali, ogni anno da luglio ad ottobre, muovendosi in mandrie, cercano erba fresca e acqua e qui trovano tutto ciò che serve loro per la sopravvivenza.
E’ più probabile assistere in questo parco al ciclo vitale degli animali, con i predatori che cacciano gli erbivori, li atterrano e li mangiano.
Monte Kenya, alto 5199 mt, è la seconda montagna più alta del Kenya ed è un vulcano ormai spento. Per la bellezza dei suoi panorami e paesaggi l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità e Riserva Biosfera.
Flora e fauna abbondanti, sono un vero paradiso per chi pratica il trekking e il birdwatching.
Meru National Park, ricco di foreste pluviali e colline rocciose, divenne famoso negli anni ’60, quando i coniugi naturalisti Adamson, adottarono una leonessa “Elsa”, che fu protagonista di una seguitissima serie di documentari televisivi dal titolo “ Nata libera”.
Oggi, oltre ai Big Five, si possono vedere specie di animali molto particolari, definiti “Special Five” e che sono la zebra di Grevy, lo struzzo somalo, il gerenuk, la giraffa reticolata e l’orice di Beisa.
Samburu Shaba e Buffalo Springs, sono riserve molto note ai turisti per la loro bellezza e per essere quasi ancora inesplorate.
Anche qui si trovano gli “Special Five”, oltre ad altri tipi di animali, boschi costituite da acacie e palme doum. Nel parco vive una tribù simile a quella dei Masai, i Samburu che vivono anche loro di pastorizia.
Aberdare National Parkè costituito da montagne che hanno un’altezza di circa 3550 mt e ci sono, all’interno, le cascate Thompson con un salto di ben 72 mt.
Anche qui ci sono fitte foreste e animali oltre a piantagioni di caffé, tè, grano e piretro.
Le Chyulu Hills, invece, sono state le ispiratrici del romanzo “Le verdi colline d’Africa” di Ernest Hemingway.
Hanno una magnifica vista sul Kilimanjaro e sono l’habitat ideale per leoni e leopardi. Qui è possibile effettuare safari a piedi, rigorosamente accompagnati dalle guide Masai, perché si possono avvistare e avvicinare molti elefanti, giraffe e zebre.
Laikipia, infine, è un altopiano nel quale le riserve private si sono convertite alla protezione del patrimonio naturalistico, al suo ecosistema e agli stili di vita tradizionali.
Ma ci sono anche altri Parchi e Riserve molto importanti perché ancora si possono trovare specie di animali rare, grandi parchi, ampie praterie.
Uno dei più interessanti è il Kakamega Forest National Reserve, nel quale sono ospitate specie faunistiche uniche: 350 specie di alberi, 27 di serpenti, 400 specie di farfalle e 300 di uccelli, oltre a 7 specie di scimmie.
La leggenda dei Baobab
Alberi molto caratteristici e dalla forma molto particolare, sono facili da vedere in Kenya. Mi piace raccontare la leggenda che circonda la loro forma così strana.
Si dice che una volta un baobab, divenne tanto presuntuoso perché era l’albero più grande del mondo.
Camminava e si vantava di questa sua particolarità. La cosa fece arrabbiare il Creatore che lo afferrò e lo piantò a testa in giù nella terra.
In questo modo le sue radici tanto nodose andarono verso l’alto, mentre i suoi rami, che erano molto belli, vennero imprigionati per sempre sotto la terra.
Il baobab, imbarazzato nel muoversi, decise di rimanere per sempre in quella posizione, ed è quella, comunque bella, che noi vediamo oggi.
Il Kenya protegge il suo patrimonio…
Kenya, paese che ha a cuore la salvaguardia del suo patrimonio ecologico e per il quale investe grosse risorse per lo sviluppo di un turismo sostenibile atto a preservare le specie di animali e di vegetali che ne fanno un paradiso sia per i suoi abitanti, sia per i numerosi visitatori che cercano qui quell’ambiente naturale, colorato di natura e di umanità che non trovano più nelle proprie città.
Liliana Comandè
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Reportage. Kenya, una terra ricca di sorprese e di umanità | Travelling Interline
Di Liliana Comandé. Una vacanza tra le vette del Kilimanjaro e le spiagge bianche. Non solo mare e natura, ma anche...storia e archeologia in Kenya. La prima cosa che ti colpisce dei bambini ...
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Bram Stoker, "Dracula"

Forse se Abraham (Bram) Stoker (1847 – 1912) non avesse sofferto di un’infermità che lo costrinse a letto fino agli otto anni, i temi del sonno senza fine e della resurrezione dal mondo dei morti non avrebbero tanto infiammato la sua fantasia. La guarigione miracolosa, la ripresa fisica di cui fu protagonista, capace di trasformare un infermo in un atleta, ha molto in comune col mito del vampiro che, attraverso il sangue, ringiovanisce, rigenera i propri tessuti, inverte il corso della natura.
Nato a Clontarf, in Irlanda - già terra di folletti e di banshee –Bram Stoker si laureò in matematica al Trinity College e fu critico teatrale per The Evening Mail. Sposò Florence Balcombe, per qualche tempo corteggiata anche da Oscar Wilde, dalla quale ebbe un unico figlio. Coltivò amicizie importanti con Arthur Conan Doyle, con il pittore preraffaellita Whistler, ed una, strettissima, con l’attore Henry Irving di cui fu segretario. Fin troppo facili le allusioni, certo è che il mito del vampiro si è sempre collocato in quell’aura di sessualità deviata, che va dalla pedofilia - si pensi ai bambini di cui si nutre Lucy Westenra e alla vampirizzazione di Claudia in Intervista col Vampiro - alla necrofilia, ma sempre in una prospettiva di decolpevolizzazione, depenalizzazione dell’atto erotico. Da Bram Stoker ad Anne Rice, giù giù fino a buona parte della saga di Stephenie Meyer, il sesso diventa orale, si fa dalla cintola in su, in una voluttà che, oltre al piacere estremo, sovrumano, fornisce conoscenza, vita eterna, sapienza, bellezza. Almeno fino a quando Bella Swan e Edward Cullen non decidono che si può provare anche a consumare il matrimonio, generando una piccola ibrida umana - vampira.
Il manoscritto di “Dracula” circolava già fra la cerchia degli amici di Stoker nel 1890 ma fu pubblicato solo nel 1897, dopo sette anni di studi approfonditi sulla cultura e sulle credenze dei Balcani. Il romanzo si situa in una tradizione sia antecedente che posteriore, fa da spartiacque, da pietra miliare. Si collega a Goethe, a The Vampyre di Polidori, alle opere di Ann Radcliffe, di Monk Lewis, di Maturin, di Mary Shelley, di Edgar Allan Poe e del di poco posteriore Rider Haggard. Racconta la ben nota storia del conte Dracula, un nosferatu, cioè un non morto della tradizione mitteleuropea. L’ispirazione era stata fornita a Stoker dall’ungherese Arminius Vambéry, (e, pare, anche da un incubo scaturito da una scorpacciata di gamberi), professore che lo aveva introdotto alla leggenda di Vlad Tepes Dracul, l’Impalatore. L’irlandese non visitò mai i luoghi che descrive nel suo romanzo, cioè Bistritza e la Transilvania, ma scrisse un romanzo molto realistico, quasi documentaristico nonostante l’argomento.
Le atmosfere sono cupe e oscure ma il tono è impiegatizio. Non bisogna dimenticare che il più famoso romanzo gotico è stato scritto dall’autore di “I doveri degli impiegati nelle udienze per i reati minori in Irlanda”. La lingua è appesantita da un’assillante cura del dettaglio e da un’eccessiva ripetitività dei termini. L’autore si dilunga per farci riflettere, l’imperfezione linguistica crea un senso di verità, di ansia crescente e anche di modernità inconsueta per l’epoca.
Ma quello che conta è la creazione di un personaggio mitico e archetipico. I personaggi minori non sono ben caratterizzati, solo Dracula spicca. Il vampiro è il male, è l’ignoto che si cela nella vita di ogni giorno e dentro di noi ma è anche l’eroe romantico byronico e satanico. Così come Lord Ruthven di Polidori s’ispirava proprio alla femminea, inquietante e diabolica figura di Byron, così come i moderni vampiri di Anne Rice – Louis, Lestat, Armand e la bambina Claudia, bambola immortale fissata in un’eterna immagine puerile - saranno circondati da un alone romantico, di malinconia, di disperazione senza confini, di eterno bisogno di redenzione mai soddisfatto, anche il conte Dracula è avvolto da un alone di solitudine e dolore. La stessa emarginazione e cupio dissolvi del mostro creato da Victor Frankestein.
“Io non cerco né gaiezza né allegria, né la voluttuosa luminosità della luce dl sole e delle acque scintillanti che tanto piacciono a chi è giovane e gaio. Io non sono più giovane. E al mio cuore, logorato dagli anni di lutto per i miei morti, poco si confà la gaiezza. E poi, i muri del mio castello si stanno disfacendo; molte sono le ombre, e il vento soffia freddo attraverso le merlature e le finestre infrante. Io amo l’oscurità e le ombre, e per quanto possibile vorrei restar solo con i miei pensieri.”
Il vampiro di Stoker, però, si discosta da quello di Polidori pur conservandone la malinconia aristocratica. Viene accentuato il legame con gli animali e le forze della natura, in particolare col lupo, legame che verrà poi ripreso dalla Meyer nella dicotomia vampiro Edward/ licantropo Jacob.
Il conte Dracula morirà per mano di Van Helsing e Jonathan Harker e la sua morte significherà espiazione. Il medesimo riscatto che, nel bellissimo film di Coppola, Dracula riceverà da Mina, reincarnazione della sua donna perduta. Il film, infatti, più che mai pone l’accento sul connubio amore e morte, eros e thanatos, così caro alle atmosfere romantiche e decadenti.
“Quel che mi consolerà finché vivrò è stato scorgere sul suo volto, proprio nel momento della dissoluzione finale, un’espressione di pace che mai avrei immaginato di poter vedere.”
Più che di opera letteraria vera e propria, possiamo parlare di mito, di archetipo che attraversa la tradizione, sia arricchisce, muta e, insieme, si fissa, a ogni riscrittura, a ogni adattamento cinematografico o teatrale. Le atmosfere sono le stesse, haunted and ghosted, rintracciabili in Emily Brönte, con le brughiere dello Yorkshire che si trasformano nei dirupi innevati dei Carpazi.
Ben presto ci siamo trovati racchiusi tra gli alberi, che in alcuni punti s’incrociavano ad arco sulla strada, tanto che pareva di passare in una galleria. Ancora una volta, grosse rocce si piegavano accigliate su di noi, scortandoci burbere a destra e a sinistra. Benché fossimo al riparo, sentivo il vento levarsi, gemeva e fischiava tra le rocce, e i rami degli alberi si scontravano tra loro al nostro passaggio. Si faceva sempre più freddo, e una neve impalpabile ha cominciato a cadere, ben presto noi stessi, e tutto intorno a noi, siamo stati ricoperti d’un bianco manto. Il vento penetrante ancora trasportava l’ululato dei cani, che tuttavia si faceva sempre più debole, man mano che procedevamo nel nostro cammino. Il verso dei lupi risuonava sempre più vicino, come se ci stessero accerchiando.
A ogni luogo (il castello del conte, la casa di Lucy Westenra, Carfax) corrisponde un’uccisione. La morte di Lucy, vittima innocente e inconsapevole, fa da discriminante fra chi è ignaro, e quindi in balia del male, e chi lo conosce per poterlo combattere. Lucy è il prototipo decadente dell’innocenza violata, della purezza corrotta, del fiore sgualcito dal profumo sottilmente erotico e proibito. Mina non è molto diversa nel libro ma acquista più spessore e valenza romantica nel film di Coppola, incarnando l’amore che va oltre la morte, diventando strumento attraverso cui opera la Provvidenza.
La struttura della narrazione sfrutta la forma epistolare ma non solo, utilizzando, oltre alle lettere, anche telegrammi e articoli di giornale, in un gioco di sfaccettature già molto moderno. L’io narrante è multiplo.
“Il racconto, dunque, non è fatto per voce di un unico narratore, ma di molti, e questi non hanno come solo referente un ipotetico lettore, bensì di volta in volta se stessi (attraverso il diario, sorta di ripensamento e fissazione degli eventi), un altro personaggio (attraverso la lettura dei diari altrui e tramite lo scambio di lettere e telegrammi) e solo in ultima istanza il lettore che, come un accidentale spettatore o testimone, indirettamente viene a conoscenza degli eventi.” (Paola Faini)
***
Riferimenti
Riccardo Reim Introduzione a Stoker Dracula, Newton Compton, 1993, 2006
Paola Faini, Prefazione a Stoker Dracula, Newton Compton, 1993, 2006
Perhaps if Abraham (Bram) Stoker (1847 - 1912) had not suffered from an illness that forced him to bed until the age of eight, the themes of endless sleep and resurrection from the world of the dead would not have inflamed his imagination so much. The miraculous healing, the physical recovery of which he was the protagonist, capable of transforming an infirm into an athlete, has much in common with the myth of the vampire who, through blood, rejuvenates, regenerates his tissues, inverts the course of nature.
Born in Clontarf, Ireland - formerly land of goblins and banshees - Bram Stoker graduated from Trinity College in mathematics and was a theater critic for The Evening Mail. He married Florence Balcombe, for some time also courted by Oscar Wilde, with whom he had only one son. He cultivated important friendships with Arthur Conan Doyle, with the Pre-Raphaelite painter Whistler, and one, very close, with the actor Henry Irving of which he was secretary. Allusions are all too easy, it is certain that the myth of the vampire has always been placed in that aura of deviated sexuality, which goes from pedophilia - think of the children Lucy Westenra feeds on and Claudia's vampirization in Interview with the Vampire - to necrophilia, but always in a perspective of justification, decriminalization of the erotic act. From Bram Stoker to Anne Rice, down to most of the Stephenie Meyer saga, sex becomes oral, it is done from the waist up, in a voluptuousness that, in addition to extreme, superhuman pleasure, provides knowledge, eternal life, wisdom , beauty. At least until Bella Swan and Edward Cullen decide that you can also try to consume the marriage, generating a small human - vampire hybrid.
The manuscript of Dracula already circulated among Stoker's friends in 1890 but was published only in 1897, after seven years of in-depth studies on Balkan culture and beliefs. The novel is located in a tradition both antecedent and later, it acts as a watershed, a milestone. It connects to Goethe, to Polidori's The Vampyre, to the works of Ann Radcliffe, Monk Lewis, Maturin, Mary Shelley, Edgar Allan Poe and the slightly later Rider Haggard. It tells the well-known story of Count Dracula, a nosferatu, that is, an undead of the Central European tradition. The inspiration had been provided to Stoker by the Hungarian Arminius Vambéry, (and, apparently, even from a nightmare arising from a feast of prawns), a professor who had introduced him to the legend of Vlad Tepes Dracul, the Impaler. The Irishman never visited the places he describes in his novel, namely Bistritza and Transylvania, but wrote a very realistic novel, almost documentary despite the topic.
The atmospheres are dark and obscure but the tone is clerical. It should not be forgotten that the most famous Gothic novel was written by the author of "The duties of employees in hearings for minor crimes in Ireland". The language is weighed down by a nagging attention to detail and by an excessive repetitiveness of the terms. The author goes on to make us reflect, the linguistic imperfection creates a sense of truth, of growing anxiety and also of unusual modernity for the time.
But what matters is the creation of a mythical and archetypal character. The minor characters are not well characterized, only Dracula stands out. The vampire is evil, it is the unknown that is hidden in everyday life and within us but he is also the romantic byronic and satanic hero. Just as Polidori's Lord Ruthven was inspired by the feminine, disturbing and diabolical figure of Byron, as well as the modern vampires of Anne Rice - Louis, Lestat, Armand and the little girl Claudia, immortal doll fixed in an eternal childish image - will be surrounded by a romantic aura, of melancholy, of boundless despair, of an eternal need for redemption never satisfied, even Count Dracula is wrapped in an aura of solitude and pain. The same marginalization and cupio dissolvi of the monster created by Victor Frankestein.
“I am not looking for gaiety or cheerfulness, nor the voluptuous brightness of the light of the sun and the sparkling waters that are so pleasing to those who are young and gay. I am no longer young. And my heart, worn out by the years of mourning for my dead, is not well suited to gaiety. And then, the walls of my castle are falling apart; there are many shadows, and the wind blows cold through the battlements and the broken windows. I love darkness and shadows, and as far as possible I would like to be alone with my thoughts. "
Stoker's vampire, however, differs from that of Polidori while retaining its aristocratic melancholy. The bond with animals and the forces of nature is accentuated, in particular with the wolf, a bond that will then be taken up by Meyer in the vampire dichotomy Edward / werewolf Jacob.
Count Dracula will die at the hands of Van Helsing and Jonathan Harker and his death will mean atonement. The same redemption that, in Coppola's beautiful film, Dracula will receive from Mina, reincarnation of his lost woman. The film, in fact, more than ever puts the accent on the union of love and death, eros and thanatos, so dear to romantic and decadent atmospheres.
"What will console me as long as I live was to see on his face, just at the moment of the final dissolution, an expression of peace that I never imagined I could see."
More than a literary work itself, we can speak of a myth, an archetype that crosses tradition, both enriches, changes and, at the same time, is fixed at every rewrite, at every cinematographic or theatrical adaptation. The atmospheres are the same, haunted and ghosted, traceable in Emily Brönte, with the Yorkshire moors that turn into the snowy cliffs of the Carpathians.
“We soon found ourselves enclosed in the trees, which in some places crossed each other and arched on the road, so much so that it seemed as if we were going through a tunnel. Once again, large rocks were frowning over us, escorting us grumbling to the right and left. Although we were sheltered, I felt the wind rise, moan and whistle among the rocks, and the branches of the trees collided with each other as we passed. It was getting colder, and an impalpable snow began to fall, very soon we ourselves, and all around us, were covered in a white blanket. The penetrating wind still carried the howling of the dogs, which however became weaker and weaker as we progressed on our way. The sound of wolves rang ever closer, as if they were encircling us.”
Every place (the Count's castle, Lucy Westenra's house, Carfax) corresponds to a killing. The death of Lucy, an innocent and unaware victim, discriminates between those who are ignorant, and therefore at the mercy of evil, and those who know it to be able to fight it. Lucy is the decadent prototype of violated innocence, corrupt purity, the crumpled flower with a subtly erotic and forbidden scent. Mina is not very different in the book but acquires more depth and romantic value in Coppola's film, embodying the love that goes beyond death, becoming an instrument through which Providence operates.
The structure of the narrative exploits the epistolary form but not only, using, in addition to the letters, also telegrams and newspaper articles, in an already very modern game of facets. The narrating self is multiple.
"The story, therefore, is not made for the voice of a single narrator, but for many, and these do not have a hypothetical reader as their referent, but from time to time themselves (through the diary, a sort of rethinking and fixation of events ), another character (by reading the diaries of others and by exchanging letters and telegrams) and only in the last resort the reader who, as an accidental spectator or witness, indirectly learns of the events. " (Paola Faini)
Killer Joe (2011) di William Friedkin
Regia: William Friedkin. Soggetto e Sceneggiatura: Tracy Letts. Fotografia: Caleb Deschanel. Montaggio: Darrin Navarro. Musiche: Tyler Bates. Scvenogtrafia: Franco - Giacomo Carbone. Costumi: Peggy Schnitzer. Trucco: Krystal Kershaw. Produttori: Nicholas Chartier, Scott Einbinder, Patrick Newall, Eli Selden, Doreen Wilcox Little, Christopher Woodrow, Molly Conners, Vicki Cherkas, Zev Foreman, Roman Viaris. Casa di Produzione: Voltage Pictures, Pictures Perfect Corporation, Ana Media, Worldview Entertainment. Distribuzione Italiana: Bolero Film. Durata: 103’. Genere: Thriller - Noir. Interpreti: Matthew McConaughey (Killer Joe), Emile Hirsch (Chris Smith), Juno Temple (Dottie Smith), Thomas Aden Church (Anselm Smith), Gina Gershon (Sharla Smith). Mouse d’Oro al Festival di Venezia 2011 - Academy of Science Fiction, Fantasy & Horror Films, Saturn Award come Miglior Film Indipendente e Miglior Attore.
Tutti ricordano il geniale William Friedkin (1935) per Il braccio violento della legge (1971) e L’esorcista (1973), regista innovativo nel cinema horror e poliziesco, autore di lavori crudi e sperimentali come Cruising (1980).
L’esorcista è stata la fortuna e la maledizione di Friedkin, perché il grande successo della pellicola horror più paurosa degli anni Settanta - che generò sequel, imitazioni, persino un vero e proprio sottogenere italiano - ha segnato la fine delle sue produzioni ad alto budget. Fiedkin ha continuato a girare ottime pellicole indipendenti ma il grande pubblico non è quasi mai riuscito a vederle. Friedkin ha lavorato per la televisione, si è inventato direttore di opere, ricordiamo l’Aida (2005 - 2006) al Teatro Regio di Torino, e ha continuato a fare film interessanti.
Killer Joe è uno di questi, basato su un soggetto teatrale scritto dal premio Pulitzer Tracy Letts (che lo sceneggia). Racconta la storia torbida di una famiglia di disperati texani che per cambiare vita decide di far uccidere la madre per spartirsi i soldi della polizza vita. Joe Cooper, detto Killer Joe, un poliziotto che nel tempo libero si trasforma in uno spietato assassino a pagamento, viene incaricato di compiere il delitto. Non ci sono personaggi positivi, da buon noir che si rispetti. Chris è un giovane spacciatore che deve soldi a un boss della malavita, il padre Anselm è un ubriacone perdigiorno, la matrigna Sharla una prostituta, il killer è un poliziotto depravato. Unica luce che rischiara un ambiente marginale, ma fin troppo ingenua, la giovane Dottie, ancora vergine, che ricorda come un sogno un fidanzato dei tempi del liceo. Killer Joe chiede la ragazzina come caparra per compiere il crimine, perché la famiglia non può pagare il lavoro in anticipo. Tra i due nasce un torbido rapporto d’amore che condurrà lo spettatore verso un finale violento, anticipato da rivelazioni inaspettate, tra schizzi di sangue ed esplosioni di follia.
Killer Joe è un film intenso e cupo, recitato benissimo da attori ben calati in un’interpretazione teatrale, fotografato in una scenografia texana decadente, tra notti piovose e giornate torride, in un clima da noir metropolitano e thriller claustrofobico, pieno di flashback onirici e paesaggi degradati. Orrore, sesso malato, depravazione, eccessi gore e splatter, pestaggi realistici sono la cifra stilistica di un’opera che non sembra girata da un regista alle soglie delle ottanta primavere. Friedkin racconta una storia ironica e dura, amara, desolante, senza speranza infarcita di dialoghi surreali e di sequenze erotiche perverse che anticipano una carneficina.
Bene ha fatto il Festival di Venezia a premiare un lavoro che ricorda il nostro miglior cinema noir, opere come La belva col mitra (1977) di Sergio Grieco, ma anche l’opera omnia di Fernando di Leo (I ragazzi del massacro, 1969 - La mala ordina, 1972). Premiato anche al Toronto International Film Festival. In Italia si è visto poco e male, uscito a ottobre 2012, si è aggirato per qualche multisala delle maggiori città, per poi finire del dimenticatoio, come ogni produzione non sponsorizzata dalle major.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Quand'ero scemo
1° premio Guerrazzi 1991
Pubblicato su Il foglio Letterario
Accidenti al professor Zimmergaut. Chi glielo aveva chiesto di farmi quel buco nel cervello? A dire le cose come stanno, la colpa è di mia madre. Sì, d’accordo, ma io? Si sono informati se mi stava bene? “Ma tu non eri in grado d’intendere e di volere”, direbbero loro. Loro sono la mia famiglia. “E stavo meglio!” risponderei io, anzi, rispondo io, perché da quattro mesi a questa parte, non faccio che ripeterlo a tutti. Per la precisione, quattro mesi meno venti giorni. I primi cinque li ho passati a riprendere conoscenza, gli altri quindici ad assestarmi un po’. La vera tragedia è cominciata dopo.
Quando a mia madre consegnarono un fagotto sanguinolento nelle braccia, una ventina d’anni fa, mica se n’accorse subito che ero mongoloide. Down, come dicono ora, anzi, Zimmergaut, dopo l’operazione. Le venne in mente il giorno dopo, quando sentì le altre dire ch’ero un disgraziato. La più gentile mi chiamò mostro.
Voleva buttarmi via, sul momento, poi ci ripensò e mi portò a casa. I primi tempi fu come con gli altri tre che aveva avuto: poppata, pipì, bava. Tutto come da copione, che quasi le sembrava impossibile che non fossi normale. Voglio dire, lei un bambino ce l’aveva, lo annusava, gli ciucciava le manine, gli ficcava in bocca la tetta e quelle cose lì.
Fu quando cominciai a ballonzolare di qua e di là sui miei piedi, che si accorse della differenza. Capire capivo anch’io, beninteso, ma come capisce un cane. Vieni qui, bada lì, hai fame? Però ero brutto, e peggioravo ogni mese. Bavetta alla bocca, nuca spiaccicata, mani grosse sempre ficcate fra i denti, occhi da cinese ma da cinese scemo. Di dire mamma non se ne parlò per anni, ed anche quando Zimmergaut mi ha trapanato il cranio, ancora non mi veniva. I fratelli avevano paura di me. La mamma mi voleva bene. Però piangeva tutti i giorni.
Ma questi erano problemi della mamma, non miei. Io ero a posto. Passavo i pomeriggi a smontare le bambole di mia sorella Irene. Lei urlava ed io ridevo, in quel modo bavoso in cui ridevo io, e poi accendevo la tivù. Tutto, dai cartoni animati al detersivo contro l’unto, era pieno di colori, suoni, luci, persone carine che sorridevano. Niente a che vedere con quello che fanno adesso in televisione.
E pensare che mi sono fatto vent’anni così! Mica passava il tempo allora, ero io che c’ero in mezzo. Per vent’anni ci sono stato dentro e non mi ha dato noia. No, noia era una parola che non conoscevo. Ero come un neonato nella culla. Mi guardavo le mani e le mani bastavano. Succhiavo il pollice e nel pollice c’era tutto. Una bellezza.
Anche quando mia sorella Irene affogò nella vasca dei pesci rossi al giardino pubblico (perché io ce l’avevo spinta mentre ma’ parlava con la giornalaia) rimasi lì tutto beato a guardare i pesci che le addentavano le ciocche color carota.
Non sapevo ancora che da qualche parte c’era un maledetto professor Zimmergaut che già faceva esperimenti con le scimmie nell’attesa di aver sotto mano me.
Fu il fratellone a dire a ma’ che in Austria questo cervello pieno di birra operava quelli come il sottoscritto. Sostenne che ero senza speranza, che non mi si poteva più tenere in casa, che prima o poi avrei fatto fuori tutta la famiglia.
Povera mamma, mi sbatté subito sul primo treno per Vienna. Non mi voleva abbandonare, ci teneva a me, e, sotto sotto, covava pure la speranza che l’imbecille di famiglia le diventasse il primo della classe. Magari le prendeva anche la laurea.
Mi visitano, mi punzecchiano, mi passano ai raggi x in tutte le posizioni, come una braciola sulla gratella e poi via, in sala operatoria.
Mi sono svegliato quattro mesi fa e la prima cosa che ho visto è stata una vecchiaccia che russava sulla sedia accanto. Tale vecchiaccia poi risultò essere mia madre. Posto che era impossibile che nei cinque giorni della mia operazione fosse invecchiata di trent’anni, dovetti ammettere che forse era sempre stata così, solo che prima non me n’ero accorto. Io l’avevo sempre vista bella, con i capelli rossi come quelli dell’Irene, e giovane. Ma si sa, prima ero scemo.
Quando mi riportarono a casa, barcollai in qua ed in là senza riconoscere niente. I muri erano più piccoli di come li ricordavo, il soffitto più basso, mia sorella più sgraziata, la cucina più sporca, il cane spelacchiato e vecchio.
Scoprii, inoltre, di non possedere un padre. Quando chiesi notizia di una bambinella coi riccioli rossi e le ginocchia sempre sbucciate, mi comunicarono che l’avevo affogata tredici anni prima.
Lo specchio, di cui non m’ero mai curato, se non quel tanto per sorridere ad un altro bambino come me, mi rimandava ora l’immagine di un essere d’irrimediabile bruttezza, dai lineamenti alieni e grottescamente orientali. Una specie d’incrocio fra un tartaro ed E.T. Sinceramente, non trovavo di gran conforto che adesso, come fece notare padre Lattanzio, “il mio volto risplendesse dell’eccelsa luce dell’intelletto”.
Nei giorni che seguirono, scoprii che Dio non esiste e nemmeno Babbo Natale, scoprii che mio fratello mi odiava e mia sorella aveva paura di me. Scoprii che i vicini avevano smesso d’avere pietà, e volentieri mi avrebbero dato in pasto al cane. Mi accorsi che quelli che avevo sempre creduto giganteschi fiori di cartapesta erano cartelloni pubblicitari; appresi che si possono comprare tre fustini al prezzo di due e che i clacson non sono canne d’organo.
Anche oggi, che lavoro come aiuto di un barista, non capisco perché la città m’appaia così laida quando la sera me ne torno a casa lungo Corso Garibaldi illuminato dai lampioni. Stacco alle sei, raccolgo gli avanzi per il cane, poi mi fermo a chiacchierare coi barboni di Ponte S. Giovanni. Persino ma’ ha smesso d’aspettarmi alla finestra ormai.
Però forse non tutto è perduto. Ieri, al bar, mi è capitato sott’occhio un annuncio. Sembra che ci sia un professore, a Milano, uno in gamba che aiuta gli zimmergaut.
Mi ci vorranno almeno dieci anni di risparmi per mettere da parte la cifra che mi hanno spiattellato stamani per telefono. Ma ce la farò. Risparmierò sul cinema e sui giornali, farò gli straordinari ed alla fine riuscirò a tornare come prima.
A single summer
He had something lingering in his chest, he had begun to look at the whitened tips of the cypress trees, at the terracotta tiles on the sides of the gate, at the lemons numbed by the cold, slowly filling with snow, at the trees twisted and depressed as his own mood was. He had walked up and down leaning on crutches, pondering her absence, seeking solace in her objects scattered around the house, in the orderly row of books in her library . He had passed his finger on the cover of the leather agenda in which she, sitting under an olive tree, wrote her poems, until last October. He wondered why she had not taken her medication with her, all the pills that she took every day, at set hours, with meticulous patience.
At midday, there came the phone call.
How many times she had told him, taking his hand in her, gnarled and covered with blue veins , "when it will be, Roberto, we will not live it together ." But he always interrupted her, with one arm he encircled her hunched shoulders, feeling the warmth of the body under the wool sweater. "Shuss, do not talk about these things . We are together now. "
Everything had happened quickly, in early summer. They sat in the avenue of cypress trees, on the stone bench, it was a cool June and she protected herself from the wind with a light scarf. “ Why not, Roberto?" she had asked him , putting back on his nose, with maternal gesture , the lenses that had slipped down. He had shaken his head: "My daughter will not accept it, she threatens not to let me see Matteo anymore. "
She had squeezed her eyelids to defend herself from the light of the long afternoon, then smiled. A network of crow's feet had formed near her eyes. "Patrizia will understand. Give her time, Roberto. And your nephew loves you so much . "
He had hardly listened, watching the soft oval face, the pianist's hands stained with freckles and age spots, the gray hair still soft. He had thought her so beautiful and had blushed . "At our age ," he had protested weakly, "and in my condition. I am an invalid. " He had grabbed the hanger and had agitated it in the direction of Martha, as to defend himself from the feeling that overwhelmed him .
But she had turned away his crutch and had squeezed his shoulders with both hands. "And my terms then? You know how much I have left to live, but I want to do this with you. " Suddenly it was her mischievous eyes , like those of girl who is planning a prank , "Let's do it , Roberto ! " she had exclaimed , "come to live here with me, before it's too late . "
He had caressed his nephew Matteo : "Grandpa will come to see you every day ," he had promised.
"Forget it! " Patrizia had intruded, sour , dragging away the sullen child . "What a shame! My mother is turning in her grave . You're a pathetic old man, if you leave this house , you won’t come back. "
He had moved to Martha two days later, leaving Patrizia and her husband to fight alone.
It had been a good summer, a summer of walks in the park, hanging on the arm of Marta, talking about poetry, planning visits to the Uffizi and reading concert programs that enlivened the evenings in Florence.
They talked of the past because the future was not there.
He did not speak willingly of his wife, but he remembered the shrill voice that, in recent times, even railed against his hindered legs. "My wife did not like concerts," he used to say, then changed the subject . Martha just made sure that her body was resting on his shoulder. She began to tell him about her mother, dropped from those same hills to come to service in the city, about her brother emigrated to America, about a childhood sweetheart who gave her a yellow rose every day . "Old age has caught me by surprise ," she said , "I do not know how I spent all these years. Inside I feel the same, still the girl with the yellow rose, but I am not. " And her laugh was young , her hair a bit ruffled by the evening breeze.
She never spoke of the disease, even when the pain wore out her bones. Some nights, though, Roberto realized she was awake, staring at the ceiling. Then, gently, he took her hand and clasped it without speaking.
Autumn arrived, a windswept November that had taken away all the leaves and filled the house of chilly drafts . The pains of Martha had intensified , she had had to double the dose of the drugs and spend more time in front of the fireplace with a book in her lap.
Then there was the sudden departure , without an explanation , without a word. They had embraced, the taxi was waiting outside the gate of the villa. "Take care of yourself, Roberto ," she said , " I gotta go , but my heart remains with you in this house . "
Now Roberto realized that she did not want to share that moment with anyone, not even with him.
He looked for the number and called her brother in the United States. The man told him that he would come to the funeral and would stop only the time required to sell the villa . They made their condolences, Robert thanked him and hung up. He called the florist and ordered a bouquet of yellow roses .
Then he dialed the number of the Retirement Home . "I'm Roberto Farnesi , do you have a room for me?"
Single party 3
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I'll be the cactus you never had
I'll be the cactus you never had. 148 likes · 27 talking about this. If you like cactuses, you can read my comic strips and stuff in English on deviantArt: http://margaretayoki.deviantart.com/ ...
Eran tre frati apostoli
PREFAZIONE
Poeta e gentiluomo
I poeti son filosofi rimatori. E quando c’è di mezzo il vernacolo o il dialetto, rimano in sonetti. Come Luciano Tarabella, della prolifica scuola dei poeti popolari toscani. Livornesi, nel suo caso. Che alla tipica acutezza dissacratoria della toscanità uniscono il tipicissimo linguaggio dei Quattro Mori, così spesso intriso di quei termini gastro-ano-genitali che racchiudono un po’ tutta la visione che del mondo hanno i figli di Labrone: mangiare-cacare-trombare, a racchiudere tutto l’arco della parabola esistenziale. Col sesso a far da scena totale sul teatro della vita. E con tante parolacce, come le definiscono gli altri. Quelli che "sannounasega" loro com’è che l’imprecazione antidivina o il vaffanculo antiumano non sono a Livorno mera volgarità ma forma linguistica d’una mentalità ch’è filosofia di vita. Insofferente di perbenismo e d’autorità. Ché a mandà ‘nculo ‘r re il livornese ci mette quanto a mandà ‘n culo anche ‘r papa. Una lingua ch’è filosofia, insomma. O una filosofia parlata.
Senti per esempio il Tarabella, in questo “Testa e lische”:
Si sognava la topa da ragazzi a occhi aperti ma cor pipi ritto e c'era un solo modo d'esse’ sazzi sebbene che l'amore sia un diritto.
Ortre la mano, nun ce n'era spazzi perché la donna, lei, voleva ir citto; a occhi chiusi e a parità di cazzi sceglieva sempre quello cor profitto.
Ora che sono pieno di vaìni cor conto in banca che mi son sudato batto ancora musate. Come sai
la topa viene data ai ragazzini perché l'anziano nun è più caàto: budello cane, un c'indovino mai!
Oddìo, non è più quel Tarabella giovanilmente pimpante che cominciai a pubblicare sul Vernacoliere nei focosi anni ’80, quando l’uccello tirava a lui e lui tirava moccoli agli dei. Sì, qualche ricordo c’è di quei tempi, in questa raccolta di sonetti. Ma ci si respira più che altro la malinconia del tempo andato, degli amori sperati e non vissuti, dei sogni mai realizzati.
Piglia “Ir destino”, per capire: (in corsivo)
La sorte umana è drento un canterale con chissà quanti mai cassetti in fila però è nascosta da una grande pila di passioni diverse e messe male.
Ognuno, per istinto naturale, vorrebbe la migliore e la trafila, la mia, la tua o d'artri centomila, è la stessa per tutti, tale e quale.
Buttate all'aria tutte l'occasioni la ricerca ci lascia inappagati e ci si scopre vecchi con stupore.
Allora si fa ir conto: d’illusioni, magari vattro sogni irrealizzati, eppoi? Mi vien da ride’: eppoi si mòre!
Ma l’animo acceso, la caratterialità ironica e sfottente del livornese non cedono. E neppure nel ricordo malinconico manca la rabbia vitale.
Come in “Ficona”: (in corsivo)
Com'eri bella cinquant'anni fa, solo a guardatti mi mancava ir fiato e quanti... sogni mi ci son tirato perché un me la volevi propio da’!
Io chi ero? Un ragazzo innamorato che un ciaveva più voglia di ampà e che avevi ridotto in uno stato che neanco si pòle immaginà.
Eppure stamattina dar norcino, pagando un etto e mezzo di preciutto, m'hai sorriso iudendo ir borsellino.
Sicché ho pensato: ora ti decidi? Ora che sei cicciona, ma di brutto, mi mostri la dentiera e mi sorridi?
Con quer culo che 'un passa dall'androni con quer naso moccioso fatto a becco con quelle puppe mosce ciondoloni...
speravi di trovammi cèo secco?
E certo manca un vaffanculo, a chiusura del tutto: perché Tarabella è sì poeta, ma è anche un gentiluomo. Malgrado la livornesità.
Mario Cardinali
(Direttore de " IL VERNACOLIERE" di Livorno)
POST FAZIONE
Livorno ha alcuni cantori accaniti e fra questi c’è Luciano Tarabella, che da cinquanta anni scrive le sue poesie in italiano e in vernacolo. Quelle raccolte qui costituiscono una dichiarazione d’amore, innanzi tutto per la sua città, salsa e libera, di cui sa cogliere gli aspetti lirici ma anche il degrado e l’abbandono con un amore totale e senza riserve. “Noiartri ci s'ha il Porto, ir mercatino via Grande, la Sambuca, le Fortezze... “ Lo sguardo è attento, curioso, personale, irriverente come irriverenti sono tutti i livornesi. Persino i famosi 4 Mori, simbolo della città, diventano “quattro vucumprà senz’accendino.” Ma l’amore è anche per la vita in generale, per la famiglia, per il cane, per la moglie, ricordata nei momenti della passione giovanile, quando “s’andava al bubbocine”, ma amata tanto più adesso, nella dolce complicità degli anni che si fanno sentire. Gli argomenti spaziano dalla rievocazione di figure tipiche nostrane come il reietto Cutolo, alla citazione dantesca ironica, alla vita quotidiana, alla politica e al costume, ai fatti di cronaca cittadina, fino addirittura ad un tentativo di cosmogonia filosofica. Tarabella ha una parola per tutto, s’interessa di tutto, senza intellettualismi né orpelli ma anche senza superficialità e con uno sguardo morale. Racconta anche se stesso, la sua vita quotidiana che diventa la vita di ognuno di noi, uomo o donna. Lo stile è sboccato, semplice, arrabbiato con bonarietà, ironico e divertente anche fra le lacrime.
Patrizia Poli
Il Divo di Paolo Sorrentino
Regia: Paolo Sorrentino. Soggetto e Sceneggiatura: Paolo Sorrentino.Fotografia. Luca Bigazzi. Montaggio: Cristiano Travaglioli. Musiche: Theo Teardo. Scenografia: Lino Fiorito. Costumi: Daniela Ciancio. Trucco: Vittorio Sodano. Durata: 110'. Colore. Produzione: Italia/ Francia. Produttori:Francesco Cima, Fabio Conversi, Maurizio Coppolecchia, Nicola Giuliano, Andrea Occhipinti. Case di Produzione: Indigo Film, Lucky Red, parco Film, Babe Film. Distribuzione: Lucky Red. Interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Alberto Cracco, Piera Degli Esposti, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Cristina Serafini, Giovanni Vettorazzo. Premi: Premio della Giuria, Cannes 2008. Miglior Attore a Toni Servillo, European Film Awards 2008, 7 David di Donatello 2009: attore protagonista (Servillo), attrice non protagonista (Degli Esposti), direttore della fotografia, musicista, truccatore, acconciatore e effetti speciali visivi. 5 Ciack d'Oro, 4 Nastri d'Argento 2009, 7 Premi Bif&st 2009, 2 Loma 2009.
Non amo il cinema di Paolo Sorrentino (Napoli, 1970), neppure i temi che affronta con la sua scrittura mi appassionano più di tanto. Ritengo che sia uno dei registi italiani più sopravvalutati degli ultimi anni, anche se possiede tecnica e gusto per le immagini, oltre a essere un buon direttore di attori. Ero un po' prevenuto affrontando la visione de Il divo, pellicola che ho visto per intero solo nell'onda emotiva della scomparsa di Giulio Andreotti, dopo aver letto molti articoli sulla vita di un uomo politico che ha attraversato cinquant'anni di storia italiana. In definitiva sono rimasto abbastanza soddisfatto dai contenuti di un film eccessivamente esaltato dalla critica e premiato sino all'inverosimile, non tanto per le qualità cinematografiche (inesistenti), quanto per i contenuti documentaristici. Sorrentino ricostruisce la vita di Andreotti trattandolo come se fosse un robot privo di sentimenti, ricorrendo a un'interpretazione grottesca di Toni Servillo, truccato in maniera perfetta. Andreotti si esprime per frasi storiche, prelevate dagli aneddoti che il politico ha pronunciato nel corso degli anni, si presenta come un uomo senza scrupoli, interessato al potere, incapace di amare e di provare sentimenti, tormentato dal ricordo della morte di Aldo Moro. Non ci stupiamo che a suo tempo Andreotti rifiutò di vedere il film a Cannes insieme al regista e che si stizzì non poco dopo averne appreso i contenuti. Nonostante tutto - come suo stile - non querelò nessuno, anche se avrebbe avuto motivi in abbondanza, lasciando piena libertà di espressione al regista. La costruzione del film sposa senza riserve le ipotesi di connivenza mafiosa di Andreotti, oltre a colpevolizzare il politico per una lunga serie di malefatte legate alla prima repubblica, delitto Moro compreso. Punto di forza della pellicola è la somiglianza degli attori ai protagonisti della vicenda storica, a partire da uno straordinario Toni Servillo, giustamente premiato. Bravi anche Flavio Bucci nei panni del gaglioffo Evangelisti, Carlo Buccirosso come Cirino Pomicino e Anna Bonaiuto, moglie di Andreotti. Esagerati i premi, una vera pioggia di riconoscimenti, per un pellicola che ha poco a che vedere con il cinema, ma resta un'interessante docufiction. Il difetto più evidente del lavoro di Sorrentino è la poca obiettività, perché il regista sposa una tesi e la porta alle estreme conseguenze, senza concedere nessuna attenuante al protagonista. Ne viene fuori un Andreotti - Belzebù, protagonista negativo di tutte le nefandezze della prima repubblica, ma soprattutto un personaggio grottesco, irreale, quasi un fumetto satirico di se stesso. Il personaggio di Giulio Andreotti visto da Sorrentino sembra una raffigurazione estrema delle vignette di Forattini, orecchie a punta, posa rigida, curialesca, grandi occhiali, mani che si muovono e corpo fermo sul tronco. Manca la poesia e un po' di partecipazione empatica agli eventi, il risultato è sin troppo freddo per coinvolgere le spettatore. Questo Andreotti è troppo brutto per essere vero, si finisce per provare simpatia per il vero protagonista che viene fatto oggetto di critica feroce da parte del regista. Per quel che riguarda il cinema, non l'abbiamo visto. Forse i critici dal palato fine sono molto più bravi di noi a individuare lo specifico filmico. Viene da dire a viva voce: Ridateci Elio Petri.
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Livorno Magazine - Periodico di Informazione
Regia: Paolo Sorrentino. Soggetto e Sceneggiatura: Paolo Sorrentino. Fotografia. Luca Bigazzi. Montaggio: Cristiano Travaglioli. Musiche: Theo Teardo. Scenografia: Lino Fiorito. Costumi: Daniela ...
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Sonetto d'amore
Sonetto d'amore
Corri sonetto, va', non inciampare!
Vola e raggiungi presto l'amor mio
tu sai perché la penso e non scordare
di dirle tutto come fossi io.
Racconta che non faccio che sognare
il suo ritorno da quel triste addio,
che in ogni volto che confronto e spio
un altro come il suo non so trovare.
Dille, magari, tutto il mio tormento
che mi trascino ancora nella vita
più quello che tu sai nel cuore preme.
Descrivile con calma cosa sento
ma se t'accorgi che per lei è finita,
ritorna qui da me: si piange insieme.
Autore: Luciano Tarabella
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