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Vetri

29 Luglio 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #racconto

Percorre gli ultimi metri fino a casa incespicando sul ciottolato e guardandosi attorno con insofferenza. Conta i passi. Poi gira la chiave con le dita che tremano e appena è entrato tira un sospiro rumoroso e si lascia cadere con le spalle contro la porta. Sente il sollievo di essere finalmente al sicuro dagli sguardi e dai sorrisi della gente. Ha soffocato le lacrime per tutto il giorno e il groppo in gola si è trasformato in un dolore insopportabile; la vergogna di avere gli occhi umidi e doversi voltare dall'altra parte per nasconderli gli brucia ancora, ma non ha più voglia di piangere. O forse non ci riesce. La tensione c’è ancora e si è fossilizzata, fredda, come una pietra a metà trachea. Si strofina il viso fra le mani, fino a farsi male, ma non succede nulla.

Apre il frigorifero e prende una birra. La stappa con i gesti consueti, precisi, controllati. Prende un sorso, poi si ferma un attimo in attesa. Guarda la bottiglia, i riflessi di luce sul vetro umido, la gira lentamente fra le dita, la solleva e la scaglia contro il muro. Lo scroscio dei vetri lo fa trasalire e incassare istintivamente la testa. Ma non succede nulla. Il battito cardiaco lentamente riprende un ritmo normale, e la tensione scende.

Va in salotto, si avvicina al televisore. Un vecchio apparecchio col tubo catodico, grande e ingombrante. Ne accarezza docilmente la superficie e il dorso di plastica. Poi ferma la mano, piatta, all'altezza dei fori per l'aerazione, esercita una lieve pressione, una piccola spinta dal gomito e dalla spalla. Il televisore si rovescia lentamente in avanti, cade di faccia, sul pavimento, ed emette un lieve rumore di vetri spezzati, poi quello sottile dell'implosione. Il batticuore torna, ma più leggero e meno fastidioso di prima. Silenzio.

Per un po' rimane immobile al centro della stanza. Il groppo in gola c'è ancora e dalla finestra entra la luce di un crepuscolo grigio e silenzioso, quasi spettrale. Dietro la casa il sole sta lentamente tramontando. Si appoggia con entrambe le mani al tavolino davanti al divano, fa scivolare le dita sotto il ripiano e ne afferra il bordo da due lati. Lo solleva a fatica e lo scaraventa contro la finestra. Il vetro va in frantumi e le petunie sul davanzale cadono. Va a raccoglierle e le getta contro la parete dall'altro lato. Poi prende i cuscini dal divano e li lancia fuori dalla finestra, rovescia il divano contro il muro, strappa l'imbottitura da una poltrona e la getta fuori dalla porta, capovolge la poltrona. Si guarda intorno per qualche istante, prendendo fiato.

Prende tutti i soprammobili dalla libreria e, uno per uno, li scaraventa a terra, rovescia la libreria, e prende a colpirla insistentemente con una delle sedie, fino a spezzarne le gambe. Quindi esita un attimo, solleva la sedia e la sbatte con tutta la sua forza contro il lampadario che pende dal soffitto. Una pioggia di vetri e plastica tempesta il pavimento. Lascia cadere la sedia e rimane per qualche istante a contemplare la stanza. Una distesa uniforme e meravigliosa di oggetti fracassati, ammaccati, spezzati, mobili divelti, vetri, stoffa. Si sdraia in mezzo a quel piccolo paradiso nato dalle sue mani, sente lo scricchiolio dei frammenti di vetro sotto di sé e le fitte rapide quando gli entrano nella carne, poi, mentre da fuori si avvicina il suono di una sirena, sente le lacrime uscirgli dagli occhi e scorrere rapide lungo il viso, calde e inarrestabili. Sorride.

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