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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Margareta Nemo

22 Agosto 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto, #margareta nemo

La “Deriva” del racconto di Margareta Nemo appartiene a una vita che ha perso la rotta dopo un trauma. C’è stato un incidente, la protagonista ne è vittima e carnefice insieme, rovina la propria e l’altrui esistenza, diventa bersaglio d’un odio che non sa né accettare né combattere, non più padrona di sé ma fantoccio accompagnato, incoraggiato, aiutato da sempre meno persone. Ciò causa una depressione che “tira fuori gli scheletri dall’armadio e li fa ballare” ma è pure emblema di un’esistenza caratterizzata dal vuoto, dal senso d’inutilità, dall’incapacità di affrontare i conflitti, da inezie che esasperano e orrori che diventano quotidiani.

Nuotare all’infinito, senza pensare a nulla, lasciare che l’acqua scompigli i capelli, aggrapparsi ad una boa che scivola tra le braccia senza darti sostegno, e superarla, e sorpassare anche la seconda e poi la terza… Sempre più avanti, fino a diventare un minuscolo puntino per chi guarda indifferente dalla riva, sempre più lontano, fino a scomparire, alla deriva. La deriva del nuoto, il mare sempre più vuoto e cupo rappresentazione di una solitudine sconfinata, prima subita poi ricercata, in ultimo diventata parte di sé, irrinunciabile, dove i parenti danno “fastidio” e gli amici sono sempre più radi e “inutili”, dove si galleggia senza mai ovviare al senso di colpa per quando si è compiuto il male con fiacchezza, con distrazione, ma anche per l’incapacità di riprendere in mano la propria vita che sta passando senza coraggio, senza nerbo, senza la forza di rimettersi in gioco. È ciò che fa la protagonista di questo racconto, e il suo veleggiare senza meta è, appunto, metafora di una vita che non trova appigli. Rotola tra le onde, tra ricordi, incubi e fantasmi. Memorie di fastidi scambiati per sofferenze, noie confuse col dolore. E poi “quello”… L’orrore “accettato come quotidianità”. La vita è una folla di solitudini e di silenzi, le mani che si tendono scivolano via, bisogna arrendersi alla fragilità della propria esistenza.

Il racconto ha un ritmo incalzante, ti avvolge come l’acqua di quel mare che assume man mano il “colore metallico della sera”: una scrittura che riesce trasmettere tutta l’angoscia che sembra averla ispirata. Il periodare è robusto, “virile”. Certi particolari come le “impronte unte delle dita sulle stanghe degli occhiali” dilatano il senso di angoscia, di soffocamento, di peso che grava sul petto, di bracciata faticosa volta a prendereil largo dagli altri ma anche da se stessi.

Patrizia Poli e Ida Verrei

DERIVA

Mi sono alzata a sedere e ho le vertigini, devo aver dormito almeno un’ora. Adesso il sole è a picco sopra la mia testa e a parte il suono della risacca e delle cicale nella pineta qua dietro, il silenzio è perfetto. Mi guardo intorno, ma non sono rimaste molte persone in spiaggia. Come se non bastasse il torpore insistente del sonno, sento una fastidiosa sensazione allo stomaco, non una nausea vera e propria, ma una specie di formicolio, a segnalarmi che ho già preso troppo sole. Oggi è uno di quei giorni di calura opprimente che ti intontiscono fino a farti fischiare le orecchie e impastarti la lingua e se cercassi di parlare con qualcuno probabilmente non riuscirei a pronunciare bene le parole. La vista del mare è più che accattivante.
Di solito mi danno fastidio i cambi di temperatura repentini, ma ho la pelle abbastanza scottata da non sentire il freddo dell’acqua e le onde che si infrangono contro il mio corpo mi provocano appena una vaga sensazione di sollievo. Forse perché fra un attimo potrò immergermi completamente e sottrarre anche la testa alla morsa del sole. Non c’è quasi nessuno a fare il bagno e ho voglia di nuotare più al largo di tutti, per vedere solo il mare davanti a me.
Ho imparato a nuotare in questa località, a cinque o sei anni ed è stata una delle scoperte migliori della mia infanzia. Facevo a gara con me stessa per nuotare sempre più lontano e sognavo di superare una tappa alla volta tutte le boe, fino a raggiungere il limite della zona bagnanti. Di solito raggiungevo al massimo la prima e da lì osservavo soddisfatta la spiaggia e le persone, divenute improvvisamente minuscoli esseri sotto minuscoli ombrelloni, come modellini di se stesse. La boa da vicino però non era quell’insignificante pallino rosso che si vede dalla spiaggia, ma un globo piriforme di plastica dura, largo circa una volta e mezzo il mio torace, con un gancio in cima. Di conseguenza riposarsi aggrappandosi alla boa non era affatto semplice, ci si poteva solo afferrare al gancio o abbracciarla, ma in entrambi i casi il mio peso la faceva rovesciare e finivo sott’acqua. Quindi anche una volta raggiunta la boa non potevo smettere di nuotare. Ma potevo giocare ad annegare e anche quello era divertente. Poi verso i quindici anni ho cominciato ad avere paura dell’acqua fonda e ho smesso.
In ogni caso non sarà difficile superare gli altri, la maggior parte della gente qui sguazza nell’acqua bassa, come se immergendosi fino alla vita avessero paura d’essere trascinati nell’oceano. Forse mi stanno guardando con apprensione. Se annego e le onde riportano a riva il mio cadavere potrei rovinargli la giornata.
Nuotare è diventato più faticoso di quel che pensavo e questa mezza insolazione non aiuta. Ma non dovrei avere problemi a raggiungere almeno la prima boa e così concludere degnamente la settimana. È stata un’ottima idea prendermi questa vacanza, vorrei non dover tornare mai più. Al solo pensiero di tutta la valanga di preoccupazioni che mi aspettano al ritorno, mi si mozza il fiato, è come se innalzassero una montagna subito dietro a questa spiaggia e alle colline che la delimitano, lì pronte a rovesciarmisi addosso sogghignanti con la loro marea di occhi beffardi che mi fissano soddisfatti. Pensavi di poter scappare, eh? E dove vorresti andare? Attraversare a nuoto l’oceano? Per fuggire dove?
D’un tratto mi riassale il pensiero di tutto quello che è successo negli ultimi due anni. I corridoi freddi dell’ospedale, le lettere all’assicuratore, il proprietario della casa, l’appuntamento dal medico, l’avvocato e il suo studio tappezzato di foto di macchine da corsa e diplomi, i suoi occhiali con la montatura sottile e le lenti spesse, quasi a specchio, che non permettono mai di vederne chiaramente lo sguardo e le impronte unte delle sue dita vicino all’attaccatura delle stanghe. La posta nella cassetta, gli sguardi dei vicini, le telefonate fastidiose dei parenti e le telefonate inutili agli amici. Sento il cuore che accelera e la nausea salirmi ad ondate dallo stomaco alla testa.

Sono sott’acqua. Non voglio pensare a nulla, se non alla sensazione dell’acqua che mi scompiglia i capelli. Riemergo e improvvisamente non sento più la stanchezza. Il paesaggio è diventato tutto rosso, tanto sono abbagliati i miei occhi per la luce, ma ho voglia di nuotare ancora.
Non so se è colpa dei cambi climatici, dei condizionatori o del fatto che da adulti si diventa indifferenti a queste cose, ma se cerco di ricordare una giornata calda come questa devo tornare indietro di più di dieci anni. Credo che fosse durante la prima o la seconda superiore, frequentavo un corso di teatro. Le lezioni si svolgevano verso le due del pomeriggio, in un vecchio edificio con un giardino incolto, poco lontano dalla mia scuola. Io e gli altri ragazzi del corso, dopo scuola, invece di tornare a casa, andavamo a sederci sul marciapiedi davanti al pesante cancello di ferro del teatro e passavamo quei trenta o quaranta minuti chiacchierando e fumando. Le ultime lezioni caddero ad estate inoltrata, il caldo a quell’ora era quasi insopportabile e ci stringevamo tutti nella stretta striscia di marciapiede in cui all’ombra sottile del muro si sovrapponevano quelle degli alberi del giardino. La luce sui muri degli edifici circostanti era accecante, l’aria era secca, odorava di polvere, e c’era un silenzio accaldato, accompagnato sempre da un sottile e quasi impercettibile ronzio, che dovendolo descrivere per me rappresentava il suono dell’estate.
Era un bel periodo, ma non ero contenta. Avevo la sensazione che mi mancasse qualcosa e che quei giorni fossero incompleti e scorressero inutilmente. In realtà, anche se in forme diverse, quella sensazione mi ha accompagnato sempre. In barba a tutto il mio sfrenato desiderio d’originalità ho sempre fatto l’errore banalissimo di confondere il fastidio con la sofferenza e la noia con l’infelicità. È un ottimo modo per passare anni facendosi portare all’esasperazione da inezie per poi magari imbattersi nell’orrore e accettarlo come quotidianità.

Mi ricordo l’incidente con una lucidità agghiacciante, la macchina che sbanda, la mia mano che cerca qualcosa a cui aggrapparsi, l’urlo che in quei momenti lenti come l’eternità decido consapevolmente di emettere, per restare in qualche modo padrona di me stessa e mantenere un contatto col mondo, il silenzio sospeso e poi lo scontro. Tutto quello che c’è stato dopo lo ricordo a sprazzi. Due anni in cui la mia vita è sprofondata progressivamente nel caos e ad ogni colpo ne sono seguiti altri, precisi e infallibili. Come se le lamiere della Golf mi si fossero ficcate nel cervello e da lì avessero preso a trasformare tutta la mia esistenza in un unico grande groviglio di rottami. I problemi non vengono mai da soli e tutto ciò che credi ti dia sicurezza serve solo per essere, nei momenti decisivi, un colpo in più inferto al tuo equilibrio. E poi, quando ogni cosa è sottosopra, gli scheletri che hai cautamente rinchiuso nell’armadio per anni ed anni saltano fuori allegramente per ballare e cantare tutti insieme sulle macerie.

Non posso biasimare nessuno per aver deciso di girarmi alla larga, vorrei girarmi alla larga anch’io. Ma non posso mollare tutta la mia vita per andare alla deriva nell’oceano.

Nel frattempo ho continuato a nuotare e ho superato di gran lunga la prima boa. Stranamente non mi sento stanca e non ho voglia di uscire dall’acqua. Cercherò di raggiungere anche la seconda, sono sempre in tempo per tornare indietro. Il sole che poco fa era ancora a picco adesso è già sceso ed è possibile vederlo anche senza alzare la testa. Sott’acqua, all’altezza dei miei piedi, più o meno, ci sono alcune piccole meduse arancioni. Non fosse per il colore sarebbe difficile distinguerle perché in questo tratto di mare l’acqua man mano che diventa profonda si fa sempre più torbida. So per esperienza che sono innocue. Vorrei catturarne una, ma sono incredibilmente rapide a scappare ogni volta che cerco di afferrarle. In un attimo si girano e schizzano verso il fondo.

C’è anche chi riesce a prenderle. Da piccola quando vedevo dei ragazzi che le catturavano per poi buttarle ad essiccare sulla spiaggia, mi facevano una gran pena. Una volta feci amicizia con una bambina un po’ più grande di me, con i capelli corti e l’aria da maschiaccio, e mentre giocavamo per i fatti nostri ci accorgemmo che poco più in là un gruppo di adolescenti aveva preso delle meduse e le esibiva sulla spiaggia. Intorno si era creato un crocchio di curiosi, perlopiù ragazzi anche loro e io e la mia amica decidemmo di andare a intimargli di ributtarle in mare. Una volta lì in mezzo, però, non osammo dirgli nulla. Non ho mai avuto il coraggio di affrontare i conflitti. E nella mia immensa perspicacia ho persino pensato che fosse possibile evitarli.

Ma non è possibile evitarli, quando sono loro a pioverti addosso come una cascata di escrementi, non puoi scansarli all’infinito. Non puoi convincere un’assicurazione a pagare il risarcimento se hai fatto un errore nel richiederlo. Non puoi impedire di odiarti a persone che hanno deciso di odiarti. Non puoi pensare che con un sorriso e una spiegazione si risolva tutto. Le spiegazioni non servono a niente. Così come non servono a niente i risparmi, i medici, i parenti, gli amici, e tutta quell’immensa quantità di cose che credi siano lì pronte per salvarti quando ne avrai bisogno e invece non aspettano che un’occasione per affondarti.

Non per tutto c’è una soluzione. Avere fatto spiaccicare qualcuno nella sua macchina non è una cosa che si può risolvere. I casini non vengono mai da soli, ma non è questo il problema. Il problema è che ad ogni nuovo attacco il numero di persone disposte ad affrontarlo assieme a te sarà sempre più esiguo. Venire a trovarti in ospedale: ok. Ascoltare le tue lamentele e i tuoi pianti: ok. Prestarti dei soldi: ok. Ospitarti in casa: ok. Aiutarti a trovare un nuovo lavoro, rispondere alle telefonate nel cuore della notte, ripeterti che va bene, che sei una persona meravigliosa, che tutto si risolve, accompagnarti a fare le analisi, parlare con la tua famiglia al posto tuo, parlare con il tuo ex al posto tuo, accompagnarti al supermercato, tenerti compagnia la sera, accompagnarti all’ospedale, trovarti un nuovo lavoro, accompagnarti in tribunale, accompagnarti dallo psicologo, accompagnarti a comprare i farmaci, accompagnarti ad ubriacarti, accompagnarti a cercare nuovi amici, farsi tirare una bottiglia in testa. La nave si sta svuotando. Chi è rimasto guarda con apprensione le ultime scialuppe.

Sono quasi arrivata alla terza boa. È incredibile quanta forza ho nelle braccia, potrei nuotare all’infinito. Il sole è vicino alle colline e l’acqua comincia a farsi più scura. Mi giro verso la spiaggia e gli ombrelloni sono piccolissimi, posso nasconderli dietro un’unghia. Sembra che in acqua non ci sia più nessuno tranne me. Mi stupisce che laggiù non siano preoccupati. Forse non mi hanno neanche visto. O forse non gliene importa nulla.

Una delle ultime volte che sono stata qua in spiaggia ero con degli amici, dovevo avere venti o ventun’anni, e un nostro vicino d’ombrellone entrò in acqua e prese a nuotare sempre più al largo. Non c’era il bagnino (non c’è mai stato nelle spiagge libere di questa zona) e la mia ragazza era preoccupata per lui. Poi smise di guardarlo e cominciò a leggere un libro. Il tipo nuotò fino alla seconda e terza boa, e poi proseguì. Diventava sempre più piccolo, finché non ne rimase altro che un piccolo puntino nero che si avvicinava all’orizzonte; la sua testa. A un certo punto lei alzò gli occhi dal libro e scrutò il mare per trovarlo. Nessuno era rimasto a fissarlo per tutto il tempo, ma il puntino era scomparso. Non mi sono mai sentita in colpa per questa cosa.

Adesso il puntino sono io. Ho superato la terza boa senza toccarla. L’acqua deve essere profonda almeno un centinaio di metri qua e davanti a me c’è solo un’infinita distesa di mare. Non sono stanca e mi sento come se potessi continuare a nuotare all’infinito, fino a non vedere più nessuna spiaggia. Il sole è sceso ancora e sta tramontando dietro le colline. Dev’essere passato un sacco di tempo. La superficie del mare è percorsa da onde basse e lunghe che mi vengono incontro lentamente e l’acqua sta assumendo il colore metallico tipico della sera e dei giorni nuvolosi, non è più trasparente. A oriente si vedono già delle stelle. Il silenzio è perfetto.

La spiaggia, o forse dovrei dire le spiagge a questo punto, non sono ancora scomparse alla mia vista, ma non si distinguono più le persone e gli ombrelloni. In compenso si vedono le montagne in lontananza e le luci delle città lungo la costa. Non sono stanca, ma mi lascio scivolare sulla schiena per vedere il cielo. Osservo l’azzurro della sera lasciare lentamente il posto alla notte e alle sue prime stelle. Vado alla deriva.

Margareta Nemo

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