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Ida Verrei: Sono nata tra le ortiche

19 Luglio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei

Ida Verrei: Sono nata tra le ortiche

 

 

 

 

Sono nata tra le ortiche.

di Ida Verrei

 

 

 

 “ Nossignore, dottore, nossignore, io non ho presente.

 Solo voci, voci che scavano, urlano, rubano pensieri e asciugano parole. Sono loro, quei cazzo di comandanti! Loro possono afferrare qualsiasi movimento del corpo e della mente. Conoscono le mie fobie, le paure, le angosce, ‘o pizze massimo ‘e suppurtazione.

 Te lo dico io cos’è la mia malattia, sissignore, dottore: suggestioni, bugie, invenzioni dei comandanti. Sissignore!

 La mia infanzia? E che vuoi sapere della mia infanzia?  Che t’aggia raccuntà? Io ho pochi ricordi, e confondo realtà,  sogni, incubi.

Volevo nascere tra i fiori e sono nata tra le ortiche.

Nasco in un basso, nel quartiere S.Lorenzo, ‘o Vìco Strìtto Purgatorio ad Arco.

Mammà  non fa in tempo a raggiungere gli Incurabili, l’ospedale dove ha partorito gi altri figli, e si contorce sul suo letto d’ottone, spingendo, soffiando, gonfiando le vene del collo nello sforzo di sputare dalle cosce un nuovo verme viscido. E, intanto,  fuori corrono e giocano i  miei fratelli, tra la vita caotica del vicolo, tra l’indifferenza urlata, tra gli odori acri, pungenti che esalano dalla strada, dalle porte spalancate, dai corpi che rotolano in quell’alveare, in quel buco scuro di piccoli insetti umani.

« Maronna ‘e Pumpei, fammìlle nascere forte e bello…» prega mammà.

E invece arrivo io.

 E quegli odori, quei rumori, quelle voci sbraitanti, insieme agli umori nauseabondi di mia madre, devo averli respirati con forza, con la prima aria fetida della vita. Ancora, sempre, me li sento nel naso, nei polmoni, sulla pelle, nella testa.

    Siamo in tanti, la casa è piccola, una sola stanza; stiamo stretti gli uni agli altri.

 D’inverno fa freddo, la notte cerchiamo di scaldarci stando tutti abbracciati, respirando i nostri fiati, intossicandoci con l’aria puzzolente del braciere sempre acceso.

 D’estate si muore dal caldo, stiamo seduti fuori al basso, nel vicolo, fino alle tre di notte, cercando ‘na vrenzola  d’aria. Mammà con la pompa innaffia l’asfalto rovente nell’illusione di un po’ di refrigerio, ma l’aria infuocata asciuga i pietroni e fa evaporare l’acqua che si solleva creando una nuvola umida e cocente che ci stringe la gola, ci entra nelle ossa e nei polmoni. E poi, in casa, dormiamo per terra, alla ricerca di un po’ di fresco  sul pavimento, tappandoci il naso per non sentire il fetore  dei nostri corpi fradici di sudore, proprio come racconta Filumena Marturano nella commedia di Eduardo.

 Ma non per questo  diventiamo puttane. Nossignore, la nostra è una famiglia perbene, una famiglia di operai, di lavoratori: femmine oneste e mascule faticatore.

Mio padre faceva l’operaio, i miei fratelli fanno gli operai;  uno dei miei cognati fa l’operaio. L’altro no, l’altro fa  il ladro, ‘o mariuolo, ma è un’eccezione, è guaio passato dalla famiglia, un’altra trovata dei comandanti. E non credere che faccia parte della malavita, nossignore, lui è solo nù marioncello da quattro soldi, piccoli furti, qualche autoradio, qualche fondo di magazzino, qualche tentativo in appartamenti, ma non gli è mai riuscito, l’hanno preso sempre. Entra ed esce dal carcere, fa ‘o guappo in famiglia, mette incinta mia sorella,  e si fa beccare un’altra volta. E i comandanti se spassano!

Mia madre presta i soldi cu l’interesse, ma non pensare che faccia l’usuraia, nossignore, lei è una benefattrice, se dà uno, chiede uno e mezzo, giusto per arrotondare la mesata di papà.

Nel basso siamo felici. Giochiamo nel cortile del palazzo. Abbiamo tanti amici, siamo allegri, anche se c’è miseria.

Mio padre lavora tanto, una fatica che lo piega in due, però, la sera, quando torna a casa, dopo cena, ci riunisce attorno al tavolo, non c’è la televisione e allora lui  racconta storie. Sissignore, tiene ‘na bella voce e io mi addormento in braccio a mammà .

E poi arriva lo sfratto.

Tu lo sai cos’è ‘o sfratto, dottò?

È ‘na maledizione, nu castigo ‘e ddio.

Mammà non si rassegna, mette in croce  papà: “Trova una soluzione, trova una soluzione, tenimmo otto creature…e mò addò ‘e mettimmo?”

E corre avanti e indietro nel vicolo, urla, piange, inveisce, bestemmia, si strappa i capelli, chiama in aiuto santi e madonne.  Tiene i comandanti che le escono dagli occhi, che sono pieni di sangue, e la bava scorre dalla bocca. Fa schifo. Si alza le vesti e strilla: “Vi siete presi il sangue, che vulite ancora? Pigliateve pure chesta, ve la regalo,  eccola, pigliatavella, nun tengo niente cchiù!” E si sbatte le mani tra le cosce.

 Schifo schifo. Io la odio, ho paura, io non sono come lei, io non sono lei…

Sissignore, dottore, poi ce la danno un’altra casa, ma è troppo tardi: mammà non c’è più, l’abbiamo persa, se la sono presa i comandanti.  E anche io mi sono persa, e a papà scoppia il cuore.

Se ho conosciuto l’amore?

Sissignore, l’ho conosciuto. Ma non mi è piaciuto, nossignore, dottore.

Mi ha presa in mezzo a un prato, c’erano  ortiche, prima di “essere ammazzato”, come canta Lucio Dalla. È muorto ‘e camorra, sissignore. Ma ha fatto in tempo a pisciarmi tra le cosce e a mettermi incinta. E io ho abortito, sissignore, e mica mi potevo tenere il bastardo. Me lo ha strappato ‘a mammara, sissignore, la levatrice del quartiere: ha scavato nella pancia con la cucchiarella di ferro, e io l’ho visto nel catino bianco, nu’ pupaziello pieno di sangue. E anch’io avevo tanto sangue, un fiume di sangue; me penzavo ca murevo, e invece sto ancora qua.

E ora li schifo gli uomini, tutti quanti. Mi piacciono le femmine, hanno il corpo uguale al mio e non mi fanno paura. Ma i miei fratelli mi chiamano masculone e dicono che è nuscuorno, una vergogna, sissignore, era meglio se mi tenevo il bastardo, dicono loro. “

 

 

Mi alzo dalla sedia, fisso l’uomo col camice bianco, cerco il suo sguardo, ma lui ha il capo chino, guarda i suoi fogli, continua a scrivere. Piano, mi giro verso la porta, esco, accosto l’uscio senza far rumore. Strizzo gli occhi, c’è una luce forte, vedo ombre.

Passo le mani sulla mia vestaglia azzurra chiusa fino al collo da bottoni blu, è maltrattata. La sistemo, liscio le pieghe, poi metto una mano in tasca, tiro fuori qualche moneta. Le conto,  le rimetto in tasca.

Che faccio? Sono indecisa. Mi avvio verso il corridoio dalle pareti scorticate.

 Mi fermo dinanzi alla  finestra con le sbarre, mi specchio nei vetri polverosi.

Quanto sono grandi i miei occhi!  Occhi smisurati, spaventosi, occhi che sembrano divorarmi il volto, occhi senza luce, due buchi neri. La bocca è piccola, esangue, stretta in una smorfia, due solchi mi segnano le guance.

 I capelli mi fanno male, pesano. Li lego con un elastico. Mentre cammino mi danzano sulle  spalle. Sono esili le mie spalle, come esile è tutto il mio corpo. Cammino sollevata dal pavimento, lentamente, sotto il muro, voglio nascondermi, guardo avanti.

 Qualcuno mi urta:

«Dove vai Caterina?»

Non rispondo. Proseguo senza voltarmi.

Arrivo sul pianerottolo, premo il pulsante dell’ascensore. Aspetto, immobile, non un muscolo del mio corpo si muove,  trattengo il respiro.

Entro nella cabina buia, odore di creolina, di urina. Ho un conato di vomito. Metto una mano sulla bocca, mi piego in avanti. Non appena le porte dell’ascensore si aprono, esco e respiro forte, ho un colpo di tosse.

«Uè Caterì, che fai cà? Te sì venuta a prendere nu’ cafè?»

«Zitto brutto verme schifoso, tanto non parlo con te, io non parlo, non parlo più, lui, l’uomo col camice bianco, mi ha asciugato le parole».

Volgo le spalle al custode dell’ospedale ed entro nel piccolo bar della struttura.

Vado alla cassa, metto una mano in tasca e tiro fuori le monete, le mostro alla cassiera.

«Vuoi un cornetto Caterì

Scuoto il capo. Poi sollevando appena il mento indico le sigarette sugli scaffali, alle spalle della donna.

«Ah, marlboro?»

 Annuisco.

Ritorno nell’atrio, mi fermo, apro il pacchetto, prendo una sigaretta, la metto tra le labbra, in silenzio mi volgo verso il custode.

«Tu fumi troppo, piccerè», dice l’uomo, poi prende un accendino e me la accende.

Vado verso il cancelletto di ferro, lo spingo, esco nel piccolo giardino dell’ospedale. E’ spoglio, pochi alberi sguarniti, mal curati, qualche panca di pietra, tutt’intorno un alto muro coperto da edera, qualche aiuola con pochi fili d’erba secchi, ortiche, solo ortiche.

 Mi siedo composta, rigida, le gambe strette, la gonna tirata sulle ginocchia. Fumo, e soffio verso l’alto nuvole grigie che guardo svanire nell’aria.

 Anche in cielo ci sono ortiche.

I.V.

 

 

 

 

 

 

 

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