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Ida Verrei: Le primavere di Vesna

15 Giugno 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei

Ida Verrei: Le primavere di Vesna

Stralci dal II Capitolo:

    1939

 

…. Arrivarono alla stradina del Mulino, la percorsero, e si trovarono

ai piedi della scalinata che conduceva all’ingresso:

“Immensum ad antrum aditus”.

Eccolo, l’invito ad entrare. Ogni volta che leggeva quelle parole

Liana provava un brivido d’emozione, quasi una sorta di premonizione

di avventure fantastiche in quel meraviglioso regno sotterraneo.

Il trenino scoperto, trainato dalla locomotiva a benzina, era già

pronto, quasi pieno, stipato di giovani e meno giovani. Un coro di

saluti, di esclamazioni di piacere, di benvenuto.

Passarono radenti alle colate calcistiche, alle formazioni traslucide

di stalattiti e stalagmiti; nelle curve pareva, a volte, di sbatterci contro

e, nonostante la consuetudine a quel tragitto, tutto il gruppo si trovava

spesso ad abbassare istintivamente la testa, per la sensazione di urtare

quei gioielli calcarei sporgenti dalle pareti gocciolanti. Attraversarono

la Sala della Nave Rovesciata e poi la Sala Gotica e, infine, si fermarono

alla grande Sala da ballo, dalla cui volta pendeva un imponente lampadario

di cristallo; sotto la luce scintillavano le bianche concrezioni

che ricordavano un bosco cristallizzato nel gelo invernale.

Era l’ultima fermata del trenino.

La Sala da ballo era a vista. appariva già affollata. I tavolini di

ferro smaltato bianco erano disposti su tre lati; su ognuno, fiori colorati,

la cui fragranza delicata si mischiava all’odore acre di fumo e al

sentore dolciastro di profumi e ciprie. Grosse stufe elettriche intiepidivano

l’ambiente. Lampade tondeggianti illuminavano una piccola

pedana in fondo, dov’era sistemato un pianoforte bianco e l’orchestrina.

Alle quattro pareti, gli altoparlanti diffondevano la musica. Ad

angolo, tra la parete di fondo e quella laterale, si stendeva un bancone

da bar di legno, anche questo laccato bianco, alle cui spalle c’erano

gli scaffali colmi di bottiglie colorate. Camerieri in giacca bianca si

aggiravano indaffarati tra i tavoli.

Liana si guardò attorno. Le donne erano tutte in abito da mezza sera,

gli uomini in giacca e cravatta, tra la folla spiccavano molte divise……….

…………………………………………………………………………………….

………………………………………………………………………………………

«Basta, basta», lo interruppe, ridendo, Liana. «piuttosto, senti,

dopo mi suoni Jalousie

Gli altri orchestrali, intanto, avevano posato gli strumenti per

terra, sulla pedana, e si rinfrescavano bevendo bibite ghiacciate. Gli

altoparlanti diffondevano in sordina una musica proveniente da un

grammofono sistemato in un angolo.

Mirko rispose annuendo, distratto. Guardava con curiosità verso

un lato della sala. anche Liana volse lo sguardo, cercando di capire

cosa avesse attirato l’attenzione del giovane. Un uomo alto e grosso

era appena entrato trafelato e parlava in modo concitato

con un gruppo di ufficiali; sotto l’abito a doppio petto portava la

camicia nera.

«Che succede?» chiese Liana. Mirko non rispose. L’uomo con la

camicia nera si stava dirigendo verso la pedana dell’orchestra.

Con un gesto imperioso staccò il grammofono, facendo gracchiare

la puntina sul disco che continuò a girare a vuoto. La musica interrotta

restò per un attimo come sospesa nell’aria. Si sentiva solo il brusio

proveniente dalla folla nella sala.

«Ma…» cercò di protestare uno degli orchestrali indispettito.

L’uomo afferro il microfono:

«Attenzione, prego di prestare la massima attenzione», disse con

voce eccitata. Fece una lunga pausa. Tutti gli occhi erano volti verso

di lui:

«Pochi minuti fa l’EIAR, in edizione straordinaria, ha annunciato

che da qualche ora le truppe germaniche sono entrate in Polonia:

Francia e Inghilterra sono in guerra col grande Reich!»

Nella sala non volò una mosca. Tutti i presenti sembravano far

parte di quel bosco cristallizzato nel gelo.

«Viva la Germania!» Urlò con voce acuta un ufficiale.

«Viva il Duce!»

La sala in breve si era riempita di squadristi.

«Che succede?» bisbigliò piano Liana a Mirko.

«La guerra, Liana, la guerra», mormorò con voce tremante il giovane.

Ora tutti erano in piedi, i volti pallidi sembravano maschere di

cera. Applaudivano, rigidi e inconsapevoli fantocci animati da una

carica meccanica.

«Suona pianista, suona “Giovinezza!”» ordinò l’uomo con la camicia

nera: «Cantate, cantate tutti!»

Dal pianoforte si sprigionarono le note dell’inno e dilagarono per

la volta della Sala Bianca.

Un coro si levò tra la folla. Anche Liana iniziò a cantare a gola

spiegata, in piedi sulla sedia, col volto arrossato dall’eccitazione e lo

sguardo scintillante offuscato dalle luci. Provava un godimento infinito

a lasciare che l’allegria, la gioia di vivere, le zampillassero dal

cuore in piena libertà.

Ad un tratto sentì una stretta al polso. Bruno l’aveva raggiunta e

la tirava.

«Scendi, andiamo via!»

Fu costretta a seguirlo. Il fratello, scuro in volto, la trascinò attraverso

la sala fino al loro tavolo.

Anna era in piedi, con la giacca già infilata, pallida, tremava.

«Svelta, copriti e andiamo», ripeté Bruno.

La ragazza cercò di protestare: «Ma perché? proprio ora! E poi la

seconda parte della serata è sempre più bella, dai, restiamo ancora.»

Bruno non rispose e la sospinse con fermezza verso l’uscita.

Si scontrarono con l’uomo con la camicia nera:

«Andate già? Camerata, perché conducete via queste belle signore?»

«Mia madre non sta bene» rispose il giovane con voce dura e,

istintivamente, strinse il braccio delle due donne.

L’uomo guardò Anna. Il pallore e i due segni scuri che le erano

comparsi sotto gli occhi dovettero convincerlo.

«Peccato», mormorò. parlava a Bruno ma guardava Liana. Si scostò.

«Buonanotte, allora.»

I tre salirono sul trenino.

All’uscita dalle grotte, la città parve più spettrale del paesaggio

appena lasciato. Un nevischio sottile aveva preso a scendere lentamente;

un odore d’inverno, un tremolio di pulviscolo, cielo senza

stelle. Per le strade, nessuno, ma le luci delle case erano tutte accese.

S’indovinavano dietro i vetri mondi, pensieri, paure, voci, singhiozzi.

Senza sapere perché, Liana si sentì schiacciare dalla malinconia di

un tempo che finiva.

Anche nella loro casa tutte le luci erano accese. Dietro le tendine,

due sagome immobili.

Entrarono, accolti dal tepore della grande stufa a carbone.

Paolo era seduto al tavolo di cucina, dove le carte del ramino

erano rimaste abbandonate e rivelavano una partita interrotta bruscamente.

L’uomo, con gli occhi chiusi, si stringeva la testa tra le mani.

Danilo guardava smarrito il padre. La radio accesa trasmetteva notizie:

… Cracovia in fiamme… trentamila prigionieri…” Bruno alzò il

volume.

«Porci!» urlò Paolo.

«Sté ziti!» supplicò Anna, facendo un segno di croce, «Anco i

muri el gan orecie. Dio vedi, Dio provvedi.»

Liana corse a chiudersi in camera. non voleva ascoltare, non

voleva capire. Voleva solo dormire e risvegliarsi nel suo mondo di

sempre. Si spogliò, si infilò tra le coperte, mise la testa sotto il

cuscino. Dal giardino, il sibilare del vento, da lontano un abbaiare

di cani…

 

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