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O sole mio

11 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

O sole mio



Che bella cosa na jurnata 'e sole
n'aria serena dopo la tempesta!
Pe ll'aria fresca pare già na festa...
Che bella cosa na j
urnata 'e sole.

Eccoli i primi versi della canzone napoletana più celebre al mondo, tradotta in mille lingue, cantata da tutti i cantanti di musica leggera, e da tutti i tenori; eseguita dalle orchestre piccole e grandi, da complessi e gruppi vocali, e perfino da cori polifonici del mondo intero.
Il padre del maestro Edoardo di Capua, il signor Giacobbe, in quell'anno del signore 1898 si trovava in Crimea (Ucraina) e precisamente a Odessa, per una tournée con altri colleghi musicisti; lui suonava il violino, e portava Napoli in giro per il mondo con una compagnia di posteggiatori molto rinomata. Lo accompagnava appunto il figlio Edoardo, anche lui posteggiatore e facente parte della compagnia: Eduardo che - aveva allora 39 anni - scrisse colà la musica, a rivestire quelle stupende parole di 'o sole mio, che l'amico Giovanni Capurro aveva scritto e gli aveva sottoposte. Era il mese di aprile, e chissà, forse a Odessa quel giorno c'era il sole, magari tiepido, o forse era una giornata buia e nuvolosa e per l'aria c'era ancora il freddo residuo di un inverno che da quelle parti è sempre rigido.
Fatto sta che Edoardo, pensando alla sua bella Napoli, con il sole che nel golfo è sempre di casa, prese a vergare con una matita sulle cinque righe di uno spartito bianco, una nota dietro l'altra, mentre tentava sui tasti bianchi e neri di un pianoforte ch'era in stanza (suo padre dormiva nella camera accanto) quella che diventerà la melodia per eccellenza di Napoli e della napoletanità.
Prima di partire, Giovanni tirò fuori dalla tasca un foglio un po' spiegazzato e lo porse all'amico Eduardo.

Edua' vide nu poco tu che ci puoi fare. Pe' me so' belle parole, e 'o ssaccio ca te piaceranno. Statte buono!

E dopo un abbraccio frettoloso, si allontanò; volgendosi una, due volte indietro a salutare l'amico, ancora, con il braccio alzato.

Che bella cosa na jurnata 'e sole / n'aria serena dopo la tempesta! / Pe ll'aria fresca pare già na festa.../ Che bella cosa na jurnata 'e sole…

Eduardo lesse in fretta solo i primi versi, che gli frullarono per la testa per tutto il viaggio.
Quella mattina, prima dimettersi al pianoforte, vogliamo immaginare - e forse fu proprio così - che si affacciasse alla finestra, gettasse uno sguardo al Mar Nero, calmo e tranquillo laggiù, e al sole che lo scaldava (o alle nuvole che oscuravano tutto). Poi tornò ai tasti; e pigiava e scriveva, pigiava e cancellava, pigiava e riscriveva.
Al termine della tournée, il complesso dei posteggiatori torna a Napoli, e qui comincia la vera storia della canzone: che guarda caso, era nata all'estero.

Lùcene é llastre d'a fenesta toia;
'na lavannara canta e se ne vanta
e pé tramente torce, spanna e canta
Lùcene 'e llastre d'a fenest
a toia.

Ci sono storie che contrastano con quanto ho appena scritto circa la nascita della canzone. Una di queste vuole che la casa editrice Bideri, cui il musicista collaborava da qualche tempo, affidasse i versi di Capurro solo in un secondo momento al musicista, quando questi già questi aveva composto la stessa. Anzi, l'editore sarebbe stato contrario ad accettare quei versi dal poeta (non parlavano d'amore, e non avrebbero avuto presa sulla gente, diceva; Napule esigeva sulamente parole d'ammore.)
Ma insomma, la soluzione del dilemma non ha importanza, il fatto che conta che nacque la canzone.

I POSTEGGIATORI

Bisogna fare una digressione, e parlare dei posteggiatori e di quello che rappresentavano in particolare in quell'ultimo scorcio dell'ottocento, in cui la musica e la canzone napoletana erano sentite come una cosa "necessaria" alla vita quotidiana da tutta la città e da tutti i cittadini, specialmente tra i popolani.
I posteggiatori, personaggi nati contemporaneamente alla canzone dialettale della città, si può dire che siano inscindibili dalla vita di questa terra benedetta da Dio con il suo mare e il suo cielo sempre azzurri, e rischiarati e riscaldati da un sole sempre presente. Essi sono da secoli sulle strade, nei vicoli, sulle piazze, con ogni mezzo che faccia musica, dal calascione del milleseicento (derivante da uno strumento più grosso e più ingombrate che si chiamava "colascione") alla chitarra di oggi, dal liuto del 400 al mandolino odierno, tutt'e due gli strumenti suonati col plettro; dalle mandole medievali a quelle rinascimentali e quindi a quelle moderne, dai tamburi ai tamburelli, dalla caccavella o putipù al triccheballacche.
E con la voce la più artigianale possibile, facevano conoscere i versi delle canzoni che nascevano nottetempo, lassù, nei salotti dove si tenevano le famosissime periodiche (di cui parlerò in un apposito saggio): riunioni ove ogni artista si esibiva nella propria specialità, spesso con nuove composizioni che già da questa prima esecuzione, rimbalzavano per la via sottostante, dove gruppi di persone erano in attesa di partecipare - se pure da lontano e come semplici "uditori"- a quelle novità.
Le canzoni, eseguite dal tenore di turno nella sala dei signori, scendevano una tira l'altra, attraverso la finestra aperta; e dalla notte stessa e quindi dal giorno dopo ci pensavano appunto gli improvvisati posteggiatori a farle conoscere da tutti. Del resto, è risaputo che la canzone napoletana è nata e si è sviluppata per le strade di Napoli, volando tra un mare sempre azzurro e il Vesuvio silenzioso a vegliare sulla città, grazie proprio all'opera indefessa di questi cantanti improvvisati.
Ai tempi nostri "'a pusteggia" (da posto) è un mestiere che si fa per vocazione, perché è una qualità "insita" nel napoletano vero; ancora oggi più che mai è richiestissima: non c'è matrimonio, comunione, compleanno, o qualsiasi banchettata fuori (trattoria, ristorante) o dentro casa, che non veda presenti due o tre posteggiatori, un mandolino, una chitarra, un tamburello, un violino, riuniti insieme ad allietare la serata. Si fanno chiamare "professuri" e non posteggiatori. Ci tengono a questa usurpatissima qualifica, ne va del loro prestigio di suonatori e cantanti. E non c'è serenata che non esiga la loro presenza.
Come ho già detto, la posteggia risale a tempi remotissimi. Senza andare molto indietro, va detto che già nel seicento si eseguivano villanelle e strambotti, col passare degli anni cambiavano le canzoni, ma rimanevano sempre gli esecutori che, alla stregua degli antichi menestrelli, si esercitavano nel loro mestiere di musicanti. Vecchissime, risalgono a quegli anni, le conosciutissime ed ancora eseguite Michelamma' e Lo Guarracino.
Quasi nessuno di essi raggiunse la celebrità, pure se qualcuno ebbe momenti di gloria, grazie anche ai soprannomi che adottarono, o che vennero loro attribuiti dalla gente comune, per loro caratteristiche.
Ne ricordiamo alcuni: nel cinquecento ci fu un certo "Compare Junno", che era cieco, ma molto bravo davvero. Nel seicento, Sbruffapappa, perché grazie alla sua voce rimediava giornalmente da mangiare. Nell'ottocento "'O busciardo", il secolo seguente "O zingariello, e poi "Eugenio cu 'e llente (con gli occhiali)

GLI AUTORI

EDUARDO DI CAPUA (1865- 1917)

Ebbe l'educazione alla musica in casa, impartitagli dal padre valente violinista e posteggiatore; con lui si esibì in tournée che lo portarono in giro, oltre che in Italia, anche all'estero, in Russia e in Inghilterra. E, come raccontato più sopra, fu proprio durante una di questi giri di spettacoli che il musicista compose le note della melodia più bella della storia della canzone napoletana.
Canzone che partecipò alla festa della Madonna di Piedrigrotta nel settembre del 1898; non vinse, arrivò solo seconda; il successo arrise ad una altra composizione che restò sconosciuta, mentre 'o sole mio spiccò il volo per tutta Napoli, e da lì per tutta l'Italia e poi per tutto il mondo. Ebbe negli anni traduzioni infinite e fu nel repertorio di tutti i più grandi cantanti nazionali e internazionali. Senza contare i tenori che si sono cimentati con essa.

Quanno fa notte e ó sole se ne scenne,
me vene quase 'na malincunia;
sott' a fenesta toia restarria
quanno fa notte e 'o sole se ne
scenne.

Ma Eduardo, nonostante il successo di 'O sole mio, non riuscì a vivere di essa, perché i tantissimi proventi di questa celebre canzone, come diremo appresso parlando di Capurro, andarono all'editore Bideri.
Eduardo Di Capua era costretto a vivere del suo pianoforte; accompagnava i primi film muti, nei cinema di periferia; o esibendosi a pagamento con altri musicisti che lo cercavano per la sua bravura, in matrimoni o cerimonie varie. Pensate: alla sua morte, avvenuta nell'anno 1917, la vedova fu costretta a venderlo, lo strumento tanto caro al maestro; fu lei a farlo trasportare da un rigattiere, per ricavare qualche soldo per tirare avanti.
Un aneddoto: alle Olimpiadi di Anversa, dell'anno 1920, al momento della esecuzione degli inni nazionali, il maestro della banda schierata in campo non trova l'inno di Mameli; improvvisa "o sole mio"; e uno stadio intero - alzandosi in piedi - canta in napoletano la canzone.
Va detto che Eduardo Di Capua divenne il musicista per eccellenza della canzone napoletana, musicò i versi dei più grandi poeti e parolieri coetanei. E dette vita ad alcune tra le più belle canzoni napoletane. Vogliamo ricordarne solo due: con parole di un altro grande sfortunatissimo poeta Vincenzo Russo: j' te vurria vasa', e Maria Mari'.

(notizie acquisite grazie a una storia di D. Rota, che ringraziamo)

GIOVANNI CAPURRO (1859-1920)


Al contrario di Eduardo di Capua, Giovanni Capurro studiò musica in Conservatorio e si diplomò in flauto. Ma arrivò alla canzone solo più tardi, ché nella vita fece diverse attività per tirare avanti, prima di quello che fu il suo mestiere definitivo: il giornalista, e da lì anche il critico teatrale. Ma era molto ricercato dai salotti, nei quali partecipava volentieri suonando il pianoforte.
La storia dice che aveva un carattere allegro, era - come si direbbe oggi - un buontempone, ed abilissimo a fare imitazioni. Ma era anche un buon poeta, tanto che pubblicò alcune raccolte di poesie. Da qui a scrivere versi per alcune canzoni il passo fu breve. Sua anche (ma siamo già nel 1905) la celebre Lili Kangy le cui parole dettero modo al musicista Salvatore Gambardella di rivestirle di una musica fantastica. Chi non ricorda le famosissime parole:


chi me piglia pe' frangesa/ chi me piglia pe' spagnola/ ma so' nata a Conte 'e Mola/ metto 'a coppa a chi vogl'j'… Caro Bebé,/ che guarde a fá?/ io quanno veco a te/ mme sento disturbá! …

Scrisse parole per moltissime canzoni, ma la sola che gli dette una notorietà internazionale fu solo una: 'o sole mio.

Quei fantastici versi:

Ma n'atu sole
cchiù bello, oi né.
'O sole mio
sta 'nfronte a te!
'O sole, 'o sole mio
sta 'nf
ronte a te
sta 'nfronte a te!

fecero e fanno ancora oggi il giro del mondo.

Voglio raccontare brevemente la vita di stenti che portò avanti il poeta.
Capurro rimase vedovo ancora giovane, aveva appena 31 anni, e la moglie gli lasciò tre figli da accudire, ma anche molti debiti. Per fortuna, nel 1904 scrisse una canzone per la nascita del figlio del Re che, rimasto soddisfatto, per l'occasione gli regalò una spilla di valore, che lui, invece di vendere, o di impegnarla come si era soliti di fare in quelle circostanze, volle donare alla Madonna di Piedigrotta, sperando che la Madonna gli facesse avere una vita migliore. Ma abbiamo già detto che i due autori, che fecero la fortuna della canzone 'o sole mio, e con essa la fortuna dell'editore Bideri, non ebbero a fruire dei diritti d'autore, perché della canzone si appropriò lo stesso editore, che li compensò con una somma modestissima: appena 25 lire.
Anche Capurro, come il suo amico, morirà poverissimo, seguendo dopo appena tre anni l'amara sorte del compagno.
Un aneddoto anche per Giovanni Capurro. L'autore di "'o sole mio" stava sul letto di morte, circondato dai suoi cari, gli avevano messo su un tavolinetto, lì accanto, per devozione, un'immagine di San Giuseppe, che a Napoli è considerato il patrono della buona morte. Ma il poeta, guardandolo, ebbe in mente il dolce che si prepara il 19 marzo, in occasione della festa del santo, le zeppole. In quel momento sorrise ed esclamò: che bona morte, sì… me sento meglio…

marcello de santis

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