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Matilde Serao: parte seconda

21 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #personaggi da conoscere

Matilde Serao: parte seconda

Anno 1894. Avviene un dramma, tanto inaspettato quanto eclatante, che sconvolge ancora di più la scrittrice: la Bressard, con in braccio la figlioletta avuta da Edoardo, si reca a casa Scarfoglio. E' la fine di un agosto torrido; quando il portone di casa viene aperto dalla donna di servizio, la cantante allunga la figlia tra le mani della cameriera, e, tratta una pistola dalla borsetta, si spara. Altra cronaca dice che la donna lasciasse la bimba a terra su uno scalino insieme ad un biglietto d'addio, biglietto che è conservato nella storia della famiglia dei giornalisti napoletani: « Perdonami se vengo a uccidermi sulla tua porta come un cane fedele. Ti amo sempre ».

Viene soccorsa e ricoverata all'Ospedale degli Incurabili di Napoli, dove muore una settimana dopo. Lecito pensare che Matilde rifiutasse il frutto del peccato del marito, ma non fu così, accettò la figlioletta di Edoardo e Gabrielle, l'accolse con sé e la coccolò come fosse sua figlia; pensate, le dette anche il nome di sua madre, la chiamò, infatti, Paolina. Però è chiaro che il rapporto col marito va via via deteriorandosi, anche perché lo sciupafemmene continua nelle sue scorribande amorose, tra inganni e tradimenti.

Alla fine la Serao abbandona la causa, e lascia il marito; si separano. E lei si risposa, per la cronaca con l’avvocato Giuseppe Natale, che le fu vicino fino alla fine della sua vita; ma questo matrimonio per lei non significa niente, tutto si era concluso con l'amore per Edoardo Scarfoglio. Si dedica ancora di più al suo lavoro di giornalista all'avanguardia, portandolo avanti fino alla sua morte, per oltre mezzo secolo di dure battaglie, non solo letterarie ma anche politiche; tanto che oggi è considerata l'antesignana dei giornalisti moderni.
Ha detto Miriam Mafai:


"... il giornalismo italiano è figlio di Matilde Serao... che a fine ‘800 in una Napoli popolata da circa mezzo milione di abitanti (di cui il 75% analfabeta) riuscì a vendere ben trentamila copie del Mattino, una impresa quasi epica....
... la “Signora del Mattino”, (era) capace “di improvvisare pezzi di colore e di costume, di riempire ‘buchi’ inserendo nelle pagine di quotidiani e periodici aforismi e curiosità, di inventare temi di cronaca e polemica per attirare lettori e abbonamenti, era la migliore testimonianza di un atteggiamento di ‘tipo nuovo’, un esempio illustre per le giornaliste italiane. Ed ella preferì sempre la qualifica di ‘giornalista’ a quella di scrittrice, letterata o poetessa, riconoscendosi pienamente partecipe della ‘febbre, talvolta sottile, talvolta bruciante’, della ‘infermità … dolce e terribile’, del ‘soave e imperioso male dello spirito’ che quel ‘mestiere’ comportava..."

Tuttavia a questa sua attività principale, ella affiancò quella di scrittrice; aveva cominciato a scrivere quando aveva solo venti anni e non aveva mai abbandonato.

Matilde e Napoli

Una curiosità. Più sopra abbiamo detto che, grazie al signor Schilizzi, i due coniugi fondarono un nuovo giornale, Il Corriere di Napoli. Fin dal primo numero venne riproposta la rubrica che tanto successo ebbe a Roma: "Api Mosconi e Vespe" (quella che era nata col nome "Per voi, Signore", firmata da Chiquita, poi dall'altro nomignolo Gibus), qui a firma, stavolta, di Snob (ma sempre della Serao si tratta). A Napoli, al contrario che a Roma, la rubrica fu accolta con entusiasmo, e i salotti della città del golfo facevano a gara per contendersi la scrittrice. La storia l'abbiamo narrata, dopo vari contrasti con l'editore, i coniugi Scarfoglio lasciano il giornale, e fondano il Mattino. Ci furono controversie anche per il nome della rubrica che, nonostante l'abbandono dei due, il giornale di Schilizzi continuò a pubblicare, con lo stesso titolo e la stessa firma; seguirono cause, denunce, etc.
Sapete che s'inventò Scarfoglio in attesa che la giustizia facesse il suo corso? Su Il Mattino dette spazio alla "loro" antica rubrica, ma al posto del titolo: solo puntini "......" con un disegno che raffigurava degli insetti. Geniale!
Nel 1896 si coniò la nuova intestazione: "Mosconi", con il quale il Mattino di oggi ancora presenta la pagina delle cronache mondane della Napoli attuale. Trattava le tradizioni della città, gli usi e i costumi di una volta, molti dei quali difficili a morire e quindi ancora presenti, mettendo in evidenza i (rari) pregi e sottolineando i (molti) difetti.
Ma la scrittrice non disdegna di proporre a quel pubblico, per ora composto di vecchi nobili (pure decaduti) e rappresentanti della borghesia danarosa, anche dei pezzi di letteratura.
Confessò a un amico di famiglia:

"... il mio lavoro al giornale, caro professore (era il professore di filosofia George Herelle) serve per poter vivere, per procurare alla mia famiglia (Matilde dal matrimonio con Scarfoglio ebbe quattro figli) il necessario per vivere; ma io amo la letteratura, che pure non mi dà alcuna entrata. Eppure io amo scrivere, voglio scrivere, perché sento che questa è la mia vita..."

Si può dire che fosse la Serao a mandare avanti il giornale, in considerazione che suo marito era sempre in viaggio, per lavoro, sì, ma anche e (forse) soprattutto per le sue avventure sentimentali con soubrettes e attrici e attricette. Ma - come confessato da lei stessa - amava più di tutto la letteratura; si appassionò a quella francese, che studiò a fondo, lesse libri d'oltralpe, nella lingua d'origine, ciò che le fu utile quando si recò a Parigi (e ci fu più volte), e la sua presenza là la consacrò scrittrice di fama internazionale (coi suoi libri tradotti in francese - Il paese di Cuccagna fu tradotto da Minnie Bourget, moglie del celebre critico letterario Paul ; a Parigi conobbe scrittori e poeti).
Abbiamo detto poco più sopra che la scrittrice proponeva prose (racconti, brevi saggi), e, tra gli altri, pubblicò a puntate - si era nell'anno 1890 - questo suo lungo scritto che poi venne dato alle stampe, l'anno successivo, per le edizioni Treves di Milano, con il titolo appunto de Il paese di Cuccagna. Vi si parla anche del gioco del lotto, croce e delizia dei napoletani, argomento del resto - il lotto - che la scrittrice aveva affrontato anche nel precedente libro Il ventre di Napoli.
Scriveva ne Il Ventre di Napoli:

"... non credete che il male rimanga nelle classi popolari. No, no, esso ascende, assale le classi medie, s'intromette in tutte le borghesie, in tutti i commerci, arriva fino all'aristocrazia....
... dove vi è una rovina finanziaria celata ma imminente... ivi il giuoco del lotto prende possesso, dom
ina...
... Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto..."

E continua imperterrita nella denuncia di questo male incurabile, descrivendo quell'attesa frenetica del sabato, in cui si svolgeva la vita di quella povera gente

... il popolo napoletano rifà ogni settimana il suo grande sogno di felicità, vive per sei giorni in una speranza crescente, invadente, che si allarga, si allarga, esce dai confini della vita reale: per sei giorni, il popolo napoletano sogna il suo grande sogno, dove sono tutte le cose di cui è privato, una casa pulita, dell’aria salubre e fresca, un bel raggio di sole caldo per terra, un letto bianco e alto, un comò lucido, i maccheroni e la carne ogni giorno, e il litro di vino, e la culla pel bimbo e la biancheria per la moglie e il cappello nuovo per il marito...

I sogni ad occhi aperti che la gente non realizzerà mai, ma spera in quei due tre numeri che ha sognato, o interpretato, o fatto interpretare, su quella cedolina che si tiene stretta al petto, che nasconde in tasca, che legge e rilegge, mira e rimira, e aspetta... aspetta...
Descrive la sua gente con i suoi molti difetti (involontari) e i pochi pregi, prima di illustrare quel gioco che la porta alla rovina,
Nelle sue parole c'è tutto l'amore per il suo popolo.

... È gente umile, bonaria, che sarebbe felice per poco e invece non ha nulla per essere felice; che sopporta con dolcezza, con pazienza, la miseria, la fame quotidiana, l'indifferenza di coloro che dovrebbero amarla, l'abbandono di coloro che dovrebbero sollevarla...
... innamorata del sole, non ha sole; appassionata di colori gai, vive nella tetraggine...
... le tane dove abita questa gente, non sembrano fatte per gli umani, e dei frutti della terra, essa ha i peggiori, quelli che in campagna si danno ai maiali...
... e vi sono vivande che no
n assaggia mai...

Ma questo popolo è dotato di una immensa fantasia che si coniuga con la pazienza che lo porta a sopravvivere sempre di buonumore. E il sogno della vincita è sempre presente nella vita del povero, vive con lui, con sua moglie, coi suoi figli. Un sogno lungo una vita che lo consola ad ogni istante, che si squaglia per conservarsi dentro l'anima.

E' una malattia che si propaga di vascio in vascio, di vico in vico, di quartiere in quartiere; di cuore in cuore, di anima in anima, di persona in persona. E' un virus immenso, contagioso, irrefrenabile...

... dal portinaio ciabattino che sta seduto al suo banchetto innanzi al portoncino, il contagio del lotto si comunica alla povera cucitrice che viene a portargli le scarpe vecchie da risuolare; da costei passa al suo innamorato, un garzone di cantina; costui lo porta all'oste che lo dà a tutti gli avventori, i quali lo seminano nelle case, nelle officine, nelle altre osterie, fino nelle chiese...
La serva del quinto piano, a destra, giuoca, sperando di non far più la serva; ma tutte le serve, di tutti i piani... giuocano, tanto la cameriera del primo che ha le trenta lire al mese, quanto la vajassa del sesto, che ne prende otto, con la dolce speranza di uscir dal servizio, così duro; e si comunicano i loro numeri, fanno combriccola sui pianerottoli, se li dicono dalle finestre, se li telegrafano a segni...
... la moglie dello stagnino affogata dal fetore del piombo, la lavandaia che sta tutto il giorno con le mani nella saponata, la venditrice di castagne che si brucia la faccia e le mani al vapore e al calore del fornello, la venditrice di noci che ha le mani nere sino ai polsi per l'ac
ido gallico...

E in poche righe degne di essere riportate qui, in questo saggio - ma voglio dire: andrebbe riportato qui tutto il libro, per la sua intrinseca bellezza, per la sua importanza nella storia delle città partenopea, per la sua audace atroce denuncia contro tutte le miserie che Napoli si cova nel suo ventre, (come scriveva nel primo libro) la Serao addita indirettamente un altro male che ella ritiene incurabile, se non con una vincita al lotto, del suo disgraziatissimo paese

... dove sono riunite, a vivere di peccato, le disgraziate donne di cui Napoli ha così grande copia, il lotto è una delle più grandi speranze: speranza di redenzione

La scrittrice non si ferma al popolino abituato a una vita di stenti e a volte disumana, perché la malattia del gioco del lotto colpisce anche chi male non sta; parla della piccola e media borghesia ma anche - si direbbe oggi - della gente benestante, senza tralasciare i nobili.
I quali, per accrescere le proprie sostanze - i decaduti per far fronte a collassi finanziari inaspettati o meno - giocano insomma tutti; dalle figlie di famiglia in attesa di sposarsi al piccolo e grande commerciante, dagli impiegati del Comune a quelli delle banche a quelli del Dazio e ai pensionati, giocano specialmente quelli che con la misera somma mensile non riescono a sbarcare il lunario.
E si sparge la voce dei numeri che alcuni sanno che usciranno di sicuro, lo ha detto la cabala, l'ha confermato l'assistito, l'ha comunicato il parente defunto venuto in sogno a dare i numeri. Eh sì, perché i sogni sono il principale stimolo a giocare.


fine seconda parte

marcello de santis

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