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Amarcord di un giorno di festa

14 Gennaio 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini

Amarcord di un giorno di festa

Quirino Riccitelli ci invia ancora le sue originali riflessioni sul mondo e sulla vita.

Pomeriggio festivo. Assurda nostalgia, mista alla voglia di rivivere ricordi. Ho uno scopo: ritrovare la forza di una vita che pretende d’essere vissuta al massimo. Eppure resto spento…credo ancora nelle mie memorie, intatte nella pellicola integra che gira in VHS, dove un ricordo è senza tempo. Ricordi affiorano, poi torno alla realtà. Poi ancora… è un continuo ricordare e perdere il contatto col resto. Rivivo per ravvivarmi, oggi è tempo…
Ci sono episodi brevi nella vita di ognuno, memorie che, di tanto in tanto, affiorano. Momenti magici, al punto di puzzare d’impareggiabile. Il più nitido è quello di nonna, che non baciava, ma mordeva la guancia, come a dimostrare un amore provato, così tanto forte, da imprimertelo sul viso sotto forma di dolore. Salta in mente, come un bimbo sul lettone, un ricordo… e se ne sbatte del perché, nella mia logica imponente di ricondurgli un motivo. Quello del vecchio sulla bici ad esempio; la sequestrò al nipote, col quale spesso giocavo. Quel giorno se ne stava lì, a pedalare incerto, nel cercarsi, nostalgico, un frangente di giovinezza da ritrovare. In quella pedalata. Chissà quanto dura è, per un anziano privarsi di quel senso d’istinto, perso ed estinto, sulla strada della saggezza. Rammento poi me sulla bici, a rischiare la virilità sul tubolare della “mountain bike”. Spesso, a quel rischioso aggeggio, ci legavo le canne da pesca e raggiungevo il fiume, con gli amici oggi lontani da qui. Li rivedo in queste feste alcuni di loro, ma, un po’ la distanza, un po’ gli anni, hanno congelato i rapporti, oggi freddi e apparenti. Penso, e mi balza ancora quel bimbo in mente. Ero io su quel lettone, a sbirciare silenzioso, dietro una porta, i discorsi in cucina dei miei.. . ed è più rumorosa d’allora, la risata d’amore che Papà restituiva a Mamma, mentre in tv Corrado lo faceva di gusto sui dilettanti allo sbaraglio. Io, timido a capire cos’era quell’amore, per cui avrei anche sofferto. Quanti ricordi. Trattengo, anche ora che scrivo il fiato, schivo nel ripensare a quei sospiri in famiglia. Poi annuisco col capo alle belle notizie. Stappammo alla fine del mutuo una bottiglia, poi altre, in certe e rare occasioni. Guardo ancora con stupore i miei, un po’ delusi, dal rappresentare, forse e forzati, l’odierna classe media in via d’estinzione. Loro sono comuni, senza risonanti parentele… e se gli dici “nepotismo” o “mala fede”, in buona fede, pensano ai figli dei fratelli. Mio padre è puntuale a lavoro, e, da più di trent’anni, continua a riservare a Mamma le medesime attenzioni. D’amore, annaffia ogni giorno e m’imprime un valore. Ci crebbi allora, ci crebbi ancora sino ad oggi, ancor fermo io, ma a contemplare con quanta tenacia e forza, il padre di tutti i sentimenti e il mio, s’ostinino a rinnovarsi. Eclettico l’amore nel conservarsi, solito nel persistere. Così dannatamente puro! Scavalco un nuovo pensiero e mi ritrovo altresì, si… altre storie da rimembrare. Arrivano d’un tratto e maleducate… le mie lacrime di dolore sull’asfalto, a sbucciarci le ginocchia da bimbi, quando con quattro pietre facevamo le porte, e il marciapiede era la linea laterale. Nelle cooperative giocavamo così e, a Carnevale, bussavamo mascherati ai campanelli. Infastidivamo di proposito i residenti, senza metterci la faccia, solo per chiedere qualche spicciolo, con la minaccia dello “scherzetto”… che poi non avresti fatto comunque. Sono come il vecchio di prima, oggi e purtroppo trapassato: nostalgico degli anni ’90. Dei miei ’90, non quelli dell’angolo a cui ti prostra ‘sta vita, avvilita d’odierna fattezza. Erano proprio quegli anni in cui ci si accontentava di poco. Anni d’educazione, quando si anticipava il “Don”, al nome dell’anziano nel palazzo. Il vecchio stampo, quello che oggi, forgia, ma difettato, la corrente generazione. Il resto dell’anno lo passavamo a ficcarci uno stuzzicadenti nei campanelli, oppure a demolire i gerani della zitella al secondo piano, con l’arancione del “Super Santos”. Anni irripetibili, quelli di “Come mai” e “Lemon tree”, de “Il mago di OZ" e “Fantaghirò”, mentre “La storia infinita” e “Karate kid”, beh… si contendevano la mia preferenza. Oggi siamo tutti riuniti in famiglia, per questo giorno di festa. Mi mancano i nonni, e manca la spensieratezza. Ansia e preoccupazione oggi. E’ adesso, che mi sale la più vera delle nostalgie. Una febbre da placare, immergendomi in vecchi reperti. Cerco assetato sul mobile, e ne trovo una serie assestati. Soffio sulla polvere di quei rettangoli neri, che proteggono memorie sbiadite come fanno le scatole dello stesso colore. Che poi, in verità, sono arancioni, come il pallone di prima. Forse perché l’autentico ha un solo colore, ed è quello della verità. Oggi voglio riscoprire qualche sorriso mai scaduto, eppure distillerà in lacrima. Ne nutro ennesima consapevolezza; perso io, che ho preso adesso una vecchia VHS e, il videoregistratore, un po’ datato, l’ha pure sputata tre volte, prima di riprodurne il contenuto. Le cassette stanno lì, su uno scaffale così inutilizzato che una ragnatela è scontata. Col tempo poi, s’è staccato nel contempo il pezzetto di carta, dove, a penna, riportavamo ciò che, malamente e tremolante, riprendeva Papà. Il contenuto insomma, lo stesso che sarà: a sorpresa; sorpreso io, nel rivedermi così vivo e pimpante. In quel filmato, girato a casa vecchia, saltellavo verso l’obbiettivo, ancora e ripetutamente. Nel frattempo mi teneva a bada mio padre, almeno ci provava e, con paternali, promesse punizioni e calci volutamente a vuoto, talvolta adempieva allo scopo. Riprendeva Papà, e come… impartiva educazione proprio così, quello stesso uomo che, stamattina, stava sul letto con tanto d’occhialino, a spulciare sul libretto dello smartphone regalatogli per Natale. “Informazioni utili al corretto utilizzo dell’apparecchio” appariva sul cartaceo, ancora con la plastica attorno. Guai a rovinare cose mio padre; orgoglioso, s’impegna a stare al passo con le innovazioni, eppure ci mette del suo per personalizzarne le attuali comprensioni. Un po’ come quando ha un sito da controllare, che appunta a penna su un pezzetto di carta, e comunque sia… va prima su “google” per cercarlo, senza scorciatoie troppo moderne, come quella di scriverlo direttamente nella barra per accedervi. Il “Philips”, dopo un attimo d’esitazione, ha schiarito le quattro linee orizzontali d’incertezza, e poi, l’immagine s’è stabilizzata. Ero proprio io l’attore frenetico e, fluidamente, spostavo le sedie in soggiorno. Pretendevo il “primo piano”, guarda caso… la casa era proprio a quell’altezza; io, invece, avevo qualche centimetro in meno, ma non stavo affatto al “piano terra” come oggi… casa vecchia, infanzia e poi adolescenza. Non resta che disillusione, come retrogusto del tempo passato, forse passato troppo bene. In fretta, oggi che è troppo tardi, tanto che un po’ “tardi” ci si è proprio. Costretti e ristretti, e già di prima mattina negli stimoli. E, un po’, ci sa eccome d’amaro, quel primo caffè di ciascuna mattina. Come quando, in certi giorni, t’ingozzi e t’avanza solo la nausea del buono ingerito. Malamente digerito. Mi serviva ricaricarmi di ricordi concreti, rintanando incertezze, per rimediare un barlume della stessa forza che, spesso, dimentico d’avere. Sono sempre io quel bimbo di ieri, un po’ pasciuto e disilluso forse… ma ci somiglio ancora. Mi chiedo se mai torneranno dei giorni come quelli, semmai le lacrime spontanee di quel rivivere, che da adesso mi condiranno il resto della giornata, bagneranno la terra che s’arricchisce di fertile, o se, quel rivedermi gioioso, sia solo un frangente stonante d’irripetibile. Dubbioso, per ora ci bagno il foglio… poi si vedrà…

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