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Alberto Savinio e Giuseppe Verdi

29 Marzo 2013 , Scritto da Roberto Oddo Con tag #musica, #saggi, #roberto oddo

Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea De Chirico, Atene 1891 - Roma 1952) ha questa sua dote singolare: riesce a essere armonico e aggraziato anche quando la sua arte esprime una profonda dissonanza nei confronti di avventori più o meno fedeli. Nel campo musicale la sua ironia, la sagacia dello specialista si fa poi più tagliente e drammatica, meno disposta a scendere a compromessi. Gli scritti musicali di Savinio sono raccolti in un prezioso (e ormai raro) volume, Scatola sonora, curato da Fausto Torrefranca nel 1955 (ed. Ricordi), riedito nel 1977 con l'introduzione di Luigi Rognoni (Einaudi Letteratura). In vent'anni, dunque, il volume ha cambiato traiettoria e destinatari: come se fosse impallidito il tratto tagliente della sua penna e lo si volesse riversare in un calderone - in fondo - un po' anonimo, il vivace e irrefrenabile Savinio è entrato nel novero dei grandi intellettuali di primo '900. Ovvero, "sull'arte di depotenziare un'intelligenza elettrica e superba" (arte tutta italiana, del resto).

Il Verdi di Alberto Savinio non è, insomma, un capitolo a sé di uno scrittore e pittore appassionato di musica e forte di studi musicali serissimi, compositore egli stesso. I pezzi dedicati a Giuseppe Verdi - perlopiù recensioni - sono stati raggruppati in un piccolo corpus unitario che, nell'edizione Einaudi - quella che io ho tra le mani - va da p. 140 a p. 163. A questi scritti (ricordiamolo: indipendenti in origine), per avere un panorama più organico del Verdi di Savinio, è bene aggiungere il capitolo Verdi Uomo Quercia di quel libro straordinario che è Narrate, uomini, la vostra storia. Si tratta di un album di ritratti esemplari (dei quali, forse, il più suggestivo - e non è un caso - è quello dedicato alla danzatrice Isadora Duncan) e il paesanotto delle Roncole vi figura in una decina di auree pagine, terragne e sonore, in buona e varia compagnia tra l'intellettuale e poeta rivoluzionario greco Lorenzo Mavilis e il torero andaluso Cayetano Bienvenida. Questo per dire che Verdi rappresenta per Alberto Savinio una voce tra le altre in un mondo organico e polifonico e l'artista non gli accorda una preferenza tematica pregiudiziale.

Ciò non vuol dire, però, che il suo timbro vada perduto tra quelli altrui; e insomma, se noi ce lo ritagliamo qui in occasione del bicentenario della sua nascita, bisogna pur dire che l'immagine che emerge del musicista italiano è a suo modo univoca e compatta. Vero è che cifra della scrittura saviniana è un'ironia esplosiva, fatta di apparenti ritrattazioni (in realtà di tornitura semantica), ma lo scrittore ha gioco facile qui a proporci l'immagine di un uomo - e di una musica - scarnificato, prismatico, fatto di armonie e di idee. Attraverso i pezzi di Scatola sonora - che coprono le opere maggiori - il lettore va scoprendo un Verdi roccioso, forte, essenziale, a volte immediato, a volte invece pronto a raggiungere la specifica e più alta qualità della musica.

Anche a voler evitare il confronto con Wagner, topos delle tifoserie europee tra '800 e '900, è nel capitoletto dedicato a L'interpretazione di Verdi - attraverso il fatidico nemico - che abbiamo un quadro più esatto di quel che cerchiamo qui. Wagner vi appare qui come uno stratega, un pianificatore delle emozioni che sommergerebbero il pubblico senza pietà con la forza propulsiva di un bel fiume nordico, di una cascata. Per conto suo, invece, un'opera di Verdi è un fiume torrenziale, in balia delle piogge invernali, dell'arsura estiva e delle secche: è allo spettatore che tocca ritrovare la continuità in una partitura che sembra accendersi in mille occasioni musicali superbe, ciascuna delle quali è nuova e costringe a ripensare il brano e il suo contesto.

Il nostro padre melodico, lo si legge quasi con un sobbalzo, è un musicista freddo, nel senso di una passione che cede il posto all'intelligenza necessaria a interpretarlo, a capirlo, a farsi un'idea autonoma delle sue opere. Come altrove, lo spettatore viene invitato a non lasciarsi trapassare dalla musica, ma essere sempre protagonista del momento della fruizione. L'essere della musica un'estranea cosa, una Non-Mai-Conoscibile può forse mettere fuori gioco un pubblico impreparato o ignaro, ma è tale da richiedere un vero e proprio atto cooperativo, e guai a esaurirsi nella mera ricezione. L'insistenza su questo punto proprio per Verdi, autore popolare quant'altri mai (e Savinio pone sempre quest'aggettivo tra virgolette), fa pensare e forse va messa in relazione con quanto dice l'autore sulla Traviata (la sua Tristana, ma anche opera più commovente nel ricordo che nel presente): la tragedia di Violetta Valéry ci guadagnerebbe di più da un organetto di strada (macinino dei ricordi), dal contatto diretto e immediato con la tristezza cittadina (sono melodie cittadine, incapaci di varcare la cinta daziaria), sì, ma anche dalla spersonalizzazione dei personaggi a favore di un teatro di marionette.

Va detto che questa delle marionette era idea fissa anche di Massimo Bontempelli, del cui rapporto col Cigno di Busseto parleremo in un prossimo post. Ma il discorso che si fa qui è di natura diversa: per Alberto Savinio, Verdi rinuncia all'intermediazione della marionetta, trattando i suoi personaggi come creature umane; d'altra parte, la passionalità un po' fosca e accesa delle marionette attira il popolo e l'essere supremamente intelligente, categorie dalle quali distingue l'uomo di buona intelligenza e di buona cultura, che invece sceglierebbe Wagner. A Verdi spetta questa posizione, diciamo così, divaricata tra l'eccellenza e l'appeal popolare che costerebbe al musicista un'interpretazione spesso frettolosa e inadatta a valutarne il vero genio.

Verdi, pur nella sua ignoranza del vero Dio, è patetico, ossia oscuramente tormentato da questo ignorare, e degno perciò del Nobile Castello. E questo suo patos, questo suo calore senza oggetto, questo suo grido senza eco, queste sue domande senza risposta hanno lo stupore lucido, la tragica atonicità, la spaventosa inespressione delle nature morte metafisiche [...]. Badiamo alle confusioni. È questo tessuto metafisico che, per quanto insospettato in lui, ha salvato Verdi dal povero, dal triste destino dei musici "soltanto" popolari; che lo fa degno di scoperte e riscoperte, che consente di passeggiare in quella parte della sua opera, dai classificatori definita "più verdiana", con la curiosità, con l'affetto, con lo stupore con cui si visita un acquario o un museo di storia naturale. (Scatola sonora, p. 155)

Savinio, che pure considera Il Trovatore come il capolavoro di Verdi (in nessun'altra delle tante sue opere l'ispirazione è così alta), e vi ritrova momenti di assoluta verticalità (intesa quale audacia dell'anima a librarsi nei cieli, liberandosi dalle pastoie della stessa drammaturgia), si avvicina via via ai due più tardi capolavori: Otello e Falstaff. Otello è qui considerato come un'opera autobiografica, l'opera che condensa il dramma essenziale del vivere o morire, attraverso il sentimento umano, umanissimo della gelosia, quale atto d'amore. Falstaff, come il Parsifal, è una preparazione alla morte: ma Savinio vi vede non un'uscita, bensì un ingresso nel grande ritmo dell'universo. Si ripropone allora il confronto tra Wagner e Verdi proprio in questa forma di "estrema unzione" della propria opera e ciò accade non in astratto, ma attraverso un discorso tecnico, di tonalità: il Lab maggiore del Parsifal (tonalità della crema, tonalità del lattemiele) contro l'asciutto Do maggiore, decoroso e elementare, da disegno.

Torna qui l'ideale di un Verdi che va spogliandosi della più dozzinale qualità melodrammatica italiana, che invece, nella sua essenza più pura, è molto cara ad Alberto Savinio, stando alle pagine meravigliose che lo scrittore dedica a Vincenzo Bellini (il nostro musico più greco) e a Gaetano Donizetti (il più genuinamente, il più costantemente, il più singolarmente ispirato tra i tre maggiori melodrammatisti). Né è da Rossini che Savinio vuol svincolare Verdi, anche quando dice che questi con maggiore coraggio e anche maggiore ingenuità ha cantato i drammi della vita, ha sentito il bisogno in ultimo di scrivere il Falstaff, per ritrovare mediante quest'opera di là dal bene e dal male la naturale innocenza della musica italiana. (Scatola sonora, p. 91) Tuttavia, è vero che dopo il Guglielmo Tell, Savinio denuncia un crollo improvviso del carattere alto e aristocratico dell'opera italiana. Toccherà allora all'Uomo Quercia, quest'uomo nodoso, uguale a tanti altri, quest'uomo contadino e un po' plebeo, ignaro del mistero della musica e delle fantasticherie romantiche, riportare il melodramma da dove era venuto, anzi, a un punto più alto e nobile. Giuseppe Verdi, con i suoi ricordi di banda, con i suoi maldestri tentativi di nobilitazione orchestrale (che aggiungiamo noi, un cinquantennio dopo, si segnaleranno in modo analogo in Gershwin), riacquista nelle pagine di Savinio un colore speciale, colmo d'affetto e di tenerezza:

Neppure lui si conosceva. E giudicando la sua musica secondo criterio musicale, le dava appena dieci anni di vita.

Eppure le altre musiche morranno ma la sua continuerà a vivere. Perché non è staccata dal mondo come le altre e sterile, ma plasmata e riplasmata con forti e grosse mani di rurale, impastata con gli elementi stessi della terra: il bene e il male della terra, il suo amore e il suo odio, la sua dolcezza e la sua crudeltà, la sua stupidità, la sua indifferenza, la sua pazzia. (Narrate, uomini, la vostra storia, p. 157)

(fonte http://das-kabarett.blogspot.it/)

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Ida Verrei: giovani che leggono

28 Marzo 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

Ida Verrei: giovani che leggono

Desideravo esprimerle il mio sincero apprezzamento e ringraziarla per aver saputo creare una storia così delicata, che contrasta in maniera suggestiva con lo sfondo degli orrori della guerra e della minaccia fascista, tragico periodo che coinvolge anche me, seppur in maniera indiretta.

La terribile novità della dittatura s’insinua come una nebbia nella trama della vita tranquilla e abitudinaria della protagonista, contaminando e sconvolgendo a poco a poco il suo piccolo mondo, l’incanto dei racconti popolari e delle tradizioni slovene.

Un’esistenza innocente, costellata di sogni d’amore, affetti familiari e amicizie sincere, di luoghi ameni popolati di piccole creature di fiaba.

Nel mio immaginario, i volti dei fascisti assumono quindi l’aspetto di mostri crudeli, che crudelmente spezzano le ali delle fate di vetro del mondo di Liana e soffocano la magia dei luoghi carsici o, piuttosto, strappano la giovane donna a quella magia che le resterà però sempre nel cuore.

Le sue parole hanno infuso in me quella stessa magia.

Con stima

Una ragazza che ha avuto il piacere di leggere “Le Primavere di Vesna”

Camilla Paola Maglione (18 anni)

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Segnalazione nuova uscita

28 Marzo 2013 , Scritto da Redazione Con tag #redazione

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Giovanni Fattori

28 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #pittura, #personaggi da conoscere

Giovanni Fattori

"Il disegno del Fattori”, dice l’Argan, “non è il disegno accademico, generico ed evasivo; è, com’era nella cultura figurativa toscana del Quattrocento, un disegno che penetra, definisce, incide.”

Giovanni Fattori (1825 – 1908) è nato a Livorno ma si è poi trasferito a Firenze, entrando in contatto con il gruppo dei pittori che si riuniva al caffè Michelangelo, in via Larga (ora via Cavour).
Parte come romantico ma la sua maturità artistica e il suo momento più prolifico si concentrano dopo i quarant’anni quando, insieme a Telemaco Signorini e a Silvestro Lega, diventa uno dei principali artisti macchiaioli. Il fenomeno è precursore dell’impressionismo e si lega al quadro ideologico risorgimentale, del quale il pittore fa parte come fattorino del Partito d’Azione e del cui assedio di Livorno conserverà memoria indelebile.
Secondo la teoria macchiaiola, il pittore deve rendere il vero come lo percepisce il suo occhio, con chiazze colorate di luce e di ombra, senza pregiudizi culturali. Fattori, infatti, si considera “uomo senza lettere”, capace di cogliere il presente, il momento in atto. E, tuttavia, l’identificazione dell’artista col soggetto non si raggiunge mai, si ha sempre una testimonianza, un commento, una valutazione etica. Uno dei suoi temi preferiti è la vita militare, colta nella quotidianità, l’altro grande soggetto è il paesaggio rurale della Maremma, con butteri, erbaiole, acquaiole, buoi e cavalli.
Nella sua vita, Fattori è spesso in difficoltà economiche, torna a Livorno per assistere la moglie malata la quale, poi, muore di tubercolosi. Il pittore, allora, si dà a viaggiare, visitando l’Europa, gli Stati Uniti e il Sudamerica. Dalle nostre parti, soggiorna anche a Fauglia e a Castiglioncello, ospite di amici.
Verso la fine della sua carriera artistica si dedica all’acquaforte, tecnica consistente nell’incisione di una lastra di metallo tramite acido.
Muore a Firenze nel 1908.

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Eliécer Ávila lancia Somos+, nuovo movimento politico

27 Marzo 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera



Il giovane Eliécer, da poco entrato nelle fila della dissidenza, ha
lanciato un nuovo progetto politico.

27 marzo 2013

Eliécer Ávila Cicilia, il giovane noto a chi si occupa di cose cubane
per aver messo in difficoltà Ricardo Alarcón nel 2007, oggi si è
presentato come "un umile servitore" per lanciare il
progetto "Somos +", volto a "costruire uno Stato
moderno, con un governo che imposti una politica diversa nei confronti
dei cittadini (...) per unire le famiglie che stanno soffrendo
lontananza e separazione".

Ávila ha affermato: "La maggioranza dei cubani non condivide
l'operato del governo. Visto che siamo la maggioranza, vogliamo
poter esprimere le nostre opinioni. E in ogni caso sarebbe lecito
farlo, anche se fossimo soltanto una minoranza".

Eliécer Ávila Cicilia ha descritto la nuova organizzazione in un
documento video lanciato in rete dalla Polonia (dove si trova adesso):
"Somos mas non sarà un partito politico, ma un movimento. Alla
base ci saranno democrazia e rispetto dei diritti umani. Vogliamo
riunire tutti i cubani che vivono all'interno e all'esterno
dell'Isola. Vogliamo creare uno Stato moderno, prospero,
tollerante e democratico. Vogliamo conoscere a fondo la realtà vissuta
da ogni cubano per cercare di trasformarla. Il mio obiettivo personale
è quello di rientrare a Cuba come uomo politico e di poterne uscire
quando lo riterrò opportuno, indossando la solita veste".

Eliécer Ávila Cicilia si presenta come il vero uomo politico per la
nuova Cuba, così come Yoani Sanchez è l'intellettuale, la
giornalista, la scrittrice del cambiamento, lui è il teorico di una
politica nuova.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Il marchese del grillo (1981) di Mario Monicelli

27 Marzo 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Il marchese del grillo (1981) di Mario Monicelli

Regia: Mario Monicelli. Presentato da Renzo Rossellini per Gaumont D.A.C.. Fotografia: Sergio D'Offizi (Colore Telecolor). Sceneggiatura: Lorenzo Baraldi. Costumi: Gianna Gissi. Produttore Esecutivo: Marco Tamburella. Direttori di Produzione: Francesco Casati, Marc Maurette, Giuseppe Auriemma. Collaboratrice ai costumi: Bruna Parmesan. Arredamento: Massimo Tavazzi. Aiuto Regista: Amanzio Todini. Musiche: Nicola Piovani (dirette dall'autore). Montaggio. Ruggero Mastroianni. Soggetto: Bernardino Zapponi. Rielaborato da: Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Mario Monicelli, Tullio Pinelli. Sceneggiatura: Benvenuti, De Bernardi, Monicelli, Pinelli, Sordi. Produzione: Italia/Francia. Produttori: Luciano De Feo per Opera Film Produzione srl (Roma) e Gaumont S.A. (Parigi). Interpreti: Alberto Sordi, Carolyne Berg, Riccardo Billi, Flavio Bucci, Camillo Milli, Cochi Ponzoni, Marc Porel, Pietro Tordi, Leopoldo Trieste, Paolo Stoppa, Giorgio Gobbi, Isabelle Linnartz, Tommaso Bianco, Marina Confalone, Alfredo Cohen, Elena Daskowa, Salvatore Iacono, Elena Fiore, Isabella Bernardi, Andrea Bevilacqua, Angela Campanella, Giuseppe Furelli, Ettore Geri, Jacques Herlin, Elisa Mainardi, Bruno Rosa, Sandro Signorini, Compagnia del Teatro di Alibert diretta da Angelo Savelli, REnzo Rinaldi (Bacco), Ivan De Paola (Hermes).

Mario Monicelli si dice lusingato e stupito che questo film interessi così tanto il pubblico americano, perché in fondo racconta le vicissitudini di un personaggio della Roma papalina ai tempi di Pio VII, non è dato sapere quanto reale. Certo, la casata Del Grillo è storica, visto che a Roma esiste ancora il Palazzo del Grillo e c'è la Salita del Grillo (dove viveva il regista). Monicelli cura prima di morire una versione de luxe in dvd, sottotitolata in inglese, riservata al pubblico nordamericano, ricca di extra e di contenuti inediti. Il film vede protagonista uno straordinario Alberto Sordi che rappresenta tutti i vizi e i difetti della nobiltà romana: pigrizia, arroganza, infingardia, codardia, superstizione, bigottismo, corruzione e ricerca del quieto vivere. Onofrio, il marchese Del Grillo, inganna la noia di giornate monotone nella Roma del Papa Re (1800), durante l'avanzata napoleonica, facendo scherzi feroci ai poveri, ai borghesi e ai suoi pari. Lancia frutta ai questuanti insieme a durissime pigne, ripaga con soldi roventi chi pretende i danni, fa allontanare la sorella da Roma perché ha un alito pestilenziale, ironizza sulla madre bigotta, incita la cugina a gettarsi sugli uomini, mura la bottega di un negoziante, non paga un falegname, corrompe i giudici del processo per debiti, prima lo fa condannare e poi lo rimborsa. Il film è un contenitore di scherzi sulla falsariga di un Amici miei (1975) in costume, debitore delle atmosfere ideate da Luigi Magni (Nell'anno del Signore, 1969 e In nome del papa Re, (1977), anticipando di un anno la nuova stagione di Amici miei (Atto II, 1982). Una commedia all'italiana in costume che a tratti vira sul sexy quando il marchese se la spassa con la giovanissima amante romana o quando esibisce in un plastico nudo la sua conquista francese. Ottimo Flavio Bucci nei panni del folle brigante Don Bastiano, prete che si è dato alla macchia e fa il predone, ma muore da eroe incitando il popolo a inginocchiarsi. Frase indimenticabile: "Mi dispiace. Ma io so' io e voi non siete un cazzo!", che rappresenta bene il personaggio del Sordi - Marchese, strafottente e arrogante, ma in fondo buono e generoso. Bravo Paolo Stoppa come Papa Pio VII che fa le corna invece di benedire quando il Marchese esclama: "Morto un Papa se ne fa un altro!". Sordi è straordinario anche nei panni di Gasperino il carbonaio, sosia del Marchese, che utilizza per uno scherzo feroce ai familiari. L'attore romano passa dal ruolo di nobile colto e annoiato a quello di popolano rozzo e ubriacone con grande disinvoltura. Lo scherzo giunge ai massimi termini quando Gasperino sta per essere ghigliottinato al posto del marchese, ma per fortuna il Papa concede la grazia. Bravo Gobbi come servitore, diligente Riccardo Billi come falegname. Il marchese Del Grillo è uno spaccato di vita della Roma del 1800, credibile e realistico, dipinto con i colori della commedia all'italiana da un Monicelli in gran forma, per descrivere con graffiante ironia ascesa e disfatta di Napoleone, ma anche gli ultimi anni del Papa Re. Ottime le musiche di Nicola Piovani. Suggestiva la fotografia di Sergio D'Offizi.

Gordiano Lupi

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Shelley a Livorno

27 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #poesia, #personaggi da conoscere

Il poeta inglese Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822), complice l’eredità del nonno e per ovviare alla salute malferma dovuta alla tisi che lo minava, scelse di trascorrere molta parte della sua vita in Italia, luoghi di elezione furono Napoli, Pisa (dove lo raggiunse Byron) e Livorno. A Livorno soggiornò tre volte, nel 1918, nel 19 e nel 22, anno della sua tragica morte in mare. Fu ospite di amici inglesi ma alloggiò anche a Villa Valsovano, dove compose la tragedia “The Cenci”, pubblicata nel 1819 - cui attinse anche il Guerrazzi – e le famose odi “To a Skylark” e “To Freedom”. Da giugno a settembre del 1819 Shelley e Mary Wollstonecraft si stabilirono a villa Valsovano. Mary era molto abbattuta, avendo visto morire due dei suoi tre figli in un anno. Solo nel maggio precedente erano venuti a Livorno con tutti e tre i bambini e due domestiche ma ora la casa era molto più triste. Shelley cercò rifugio nel lavoro e quell’estate, sul tetto della villa, compose “The Cenci”, tragedia dal gusto gotico, basata sulla storia di una famiglia realmente vissuta nel cinquecento. Ne furono stampate nella nostra città 250 copie, poi spedite a Londra. L’estate dopo erano nuovamente a Livorno e Shelley compose la famosa ode “All’allodola” della quale riportiamo alcuni versi centrali particolarmente belli e già, in pieno romanticismo prima maniera, precursori di quello che sarà il nostro decadente Gelsomino Notturno e di alcune liriche wildiane cariche di sensualità estetizzante.

“Like a rose embowered In its own green leaves, By warm winds deflowered, Till the scent it gives Makes faint with too much sweet these heavy-wingéd thieves: Sound of vernal showers On the twinkling grass, Rain-awakened flowers - All that ever was Joyous and clear and fresh - thy music doth surpass.”

Villa Valsovano si trova in via Venuti 23 e una lapide del 1962 ricorda il soggiorno di Shelley: “In questa casa già villa Valsovano dimorò da metà giugno a fine settembre 1819 nel suo più lungo dei soggiorni livornesi Percy Bysshe Shelley tornato a ritemprare le forze e lo spirito nella pace della nostra amena campagna a lui ispiratrice di stupendi carmi. Scrisse allora tra l’altro la tragedia “I Cenci”e nell’estate seguente alloggiando poco lungi la poetica epistola a Mary Gisborne e la celebre ode “a un’allodola.” Fu nel golfo di La Spezia, davanti a Lerici, che, tornando in barca proprio da una gita a Livorno, l’8 luglio 1822, Shelley naufragò in una tempesta. Il suo cadavere fu ritrovato dieci giorni dopo su una spiaggia nei pressi di Viareggio.

The English poet Percy Bysshe Shelley (1792 - 1822), thanks to his grandfather's legacy and as a result of the consumption that undermined him, chose to spend a large part of his life in Italy, the places of election were Naples, Pisa ( where Byron joined him) and Livorno.

He stayed in Livorno three times, in 1918, 19 and 22, the year of his tragic death at sea.

He was a guest of English friends but also stayed in Villa Valsovano, where he composed the tragedy The Cenci, published in 1819 – on which also Guerrazzi drew - and the famous odes "To a Skylark" and "To Freedom".

From June to September 1819 Shelley and Mary Wollstonecraft settled in villa Valsovano. Mary was very downcast, having seen two of her three children die in a year. Only in the previous May they had come to Livorno with all three children and two servants, but now the house was much sadder. Shelley sought refuge in work and that summer, on the roof of the villa, he composed "The Cenci", a tragedy with a Gothic taste, based on the story of a family that really lived in the sixteenth century. 250 copies were printed in that city, then sent to London.

The following summer they were back in Livorno and Shelley composed the famous ode "Allodola" of which we report some particularly beautiful central lines and already, in full romanticism first way, precursors of what will be our decadent Gelsomino notturno and some lyrics in the spirit of Wilde,  full of aestheticising sensuality.

 

"Like a rose embowered

In its own green leaves,

By warm winds deflowered,

Till the scent it gives

Makes faint with too much sweet these heavy-wingéd thieves:

Sound of vernal showers

On the twinkling grass,

Rain-awakened flowers -

All that ever was

Joyous and clear and fresh - thy music doth surpass. "

 

Villa Valsovano is located in via Venuti 23 and a plaque from 1962 recalls Shelley's stay:

In this Villa Valsovano lived from mid-June to the end of September 1819 in his longest stay in Livorno Percy Bysshe Shelley returned to restore his strength and spirit in the peace of our pleasant countryside inspiring him with wonderful poems. Among other things, he wrote the tragedy "I Cenci" and in the following summer, staying a short distance,  the poetic epistle to Mary Gisborne and the famous ode "to a lark."

It was in the Gulf of La Spezia, in front of Lerici, that, returning by boat from a trip to Livorno, on July 8, 1822, Shelley was wrecked in a storm. His body was found ten days later on a beach near Viareggio.

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Yoani Sánchez: "Non mi faranno più uscire da Cuba..."

26 Marzo 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera

Yoani Sánchez: "Non mi faranno più uscire da Cuba..."

Yoani Sánchez: "Non mi faranno più uscire da Cuba..."

Yoani Sánchez si trova a L'Aia per un Festival del Cinema dedicato ai diritti umani. La blogger ha assistito alla proiezione del film FORBIDDEN VOICES (Voci proibite) girato dalla svizzera Barbara Miller, dedicato a tre donne che lottano per i diritti umani: Farnaz Seif (Iran), Zeng Yingjan (Cina) e la stessa Yoani. Durante un colloquio con la stampa, la blogger cubana ha detto: "Temo che non potrò più uscire da Cuba, al rientro dal mio tour internazionale. Le autorità mi hanno concesso il permesso di recarmi all'estero per non dover pagare il prezzo politico del divieto, ma al rientro sarò io a subire la repressione. Il Governo credeva che lasciandomi uscire sarei rimasta all'estero. Non hanno fatto i conti con questo prodotto del sistema cubano, che voleva costruire l'uomo nuovo e invece ha creato le Yoani. La morte di Hugo Chávez porterà molti problemi a Cuba e a tutto il Latinoamerica, visto che sancisce la fine del sussidio economico e apre una stagione meno populista". Ha partecipato alla conferenza anche la regista Barbara Miller: "Ho scelto queste tre donne per le storie personali che raccontano nei blog, dove senza slogan e senza propaganda denunciano situazioni di mancanza di libertà". Le altre due protagoniste del documentario vivono persecuzioni ancora più violente di Yoani. L'iraniana Farnaz Seifi, esiliata in Germania, ha detto che non tornerà in Iran, perchè significherebbe finire direttamente in galera. la blogger cinese, Zeng Yingjan, vive a Hong Kong con una figlia di 4 anni ed è separata dal marito, che si trova agli arresti domiciliari a Pechino.
Yoani Sánchez, che ha da poco lasciato Washington e New York per partecipare al festival del cinema olandese, si recherà subito dopo in Florida, Argentina, Spagna e Italia.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

VIGNETTE

1. (autore Omar Santana)

Maduro: - Il problema è che io non posso dare neppure la colpa all'embargo.

Raul: - Ho un'idea! Posada Carriles...

2. (autore Garrincha)

Internet - La stampa scritta...

Yoani Sánchez: "Non mi faranno più uscire da Cuba..."
Yoani Sánchez: "Non mi faranno più uscire da Cuba..."
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Adriana Pedicini: Intervista ad Adriana Pedicini da RAE

26 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #interviste

Adriana Pedicini:   Intervista ad Adriana Pedicini da RAE

Intervista ad Adriana Pedicini

http://it.1000mikes.com/show/radio_autori_emergenti

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Riccardo Marchi

26 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Riccardo Marchi (1897 – 1992) è davvero un personaggio dimenticato nel panorama letterario italiano, cercando in rete si trova pochissimo su di lui, addirittura, digitando il suo nome sui principali motori di ricerca, ci siamo imbattuti, fra i primi risultati, nella nostra stessa citazione sulla pagina Facebook di Livorno Magazine. Eppure, Riccardo Marchi è stato paragonato dalla critica a Tozzi, a Verga e a Capuana, per il realismo della descrizione e per il suo essere studioso del folclore e delle tradizioni livornesi. Telegrafista nella prima guerra mondiale, gestì con successo la fabbrica di sapone del padre, portando avanti, contemporaneamente, l’attività di giornalista, di scrittore e di attivista politico. Nel 1921 partecipò al convegno socialista che vide la nascita del partito comunista. Oltre ai versi e a numerosi romanzi, molti dei quali di stampo rievocativo e genericamente autobiografico, ottenne anche un discreto successo via etere come autore di radiodrammi e radio fiabe. Divenne membro, insieme a Corrado Alvaro, di una autorevole commissione dell’E.I.A.R. Nel secondo dopoguerra si dedicò alla cronaca e critica cinematografica per “IL Telegrafo” e “Il Tirreno”. Sul finire degli anni sessanta si ritirò a vita privata a Livorno, dedicandosi esclusivamente alla scrittura. Morì nel 1992. I suoi romanzi più conosciuti sono: “Circo Equestre”, “Lo sperduto di Lugh” ma, soprattutto, “Via Eugenia, 1900”, dove rievoca la vita della sua famiglia, la fabbrica del sapone, la figura di Zio Tide, galantuomo d’altri tempi.

Un galantuomo! Vallo a cercare al giorno d’oggi. Zio Tide lo fu? Sicuramente lo fu. Il discorso mi riporta necessariamente alla memoria di lui, di zio Tide, abbreviativo di Aristide, fratello di mia madre, esempio di galantomismo non gratuito o di poco costo, pagato anzi a caro prezzo. Com’era nel fisico? Aitante con un volto bruno come scavato sulla scorza di un vecchio albero. Di apparenza burbero; in realtà bonario, rivelato nell’intimo da un non frequente sorriso che, schiarendolo, gli animava assieme allo sguardo, i cespugli arruffati degli scopettoni e i baffi da quarantottino. “ (pag.7)

Marchi aveva “il tratto dell’incisore”, come si afferma nella prefazione a cura dell’editrice Nuova Fortezza, e sapeva rendere le strade di Livorno con animata vivacità:

E la strada della fanciullezza com’era? Pressappoco come oggi, più decorosa, più Eugenia, da un Eugenio magistrato civico. Allora, nonostante la saponeria e la fonderia limitrofa al termine di quel tratto di strada, nonostante qualche stallatico e due o tre botteghe di artigiani ed una modesta canova, nei sedici edifici che la compongono, fra i quali due palazzine padronali, via Eugenia ospitava con signorile dignità impiegati, artigiani e Liberi Imprenditori come noi. Ora è trasandata, decaduta, coi muri scrostati e fioriti di erbacce, butterati dalle guerre; ma ai tempi di zio Tide, come garriva! Di panni al sole, di voci attestanti una vitalità calda; perfino di ricchezza. La ravvivava dall’alba al tramonto, il cantare degli ambulanti: le erbaiole, l’arsellaio, il pesciaiolo, il pollaiolo, l’ombrellaio, l’arrotino, il ramaio di Prato, un cenciaio e così via dicendo. Polifonia alla quale, per solleticare il buon cuore, si univano le tiritere degli organetti. A questi Tide faceva l’elemosina di un soldo purché se ne andassero altrove a infastidire con “La vergine degli angeli” o “La donna è mobile”. Tornassero, magari, col repertorio nuovo e lo strumento accordato.” (pag. 19)

“Via Eugenia 1900” è una finestra sul nostro passato, sulla Livorno appena uscita dal Risorgimento. Ci viene in mente l’angolo nascosto del cimitero dei Lupi con le tombe garibaldine crepate, inselvatichite, ed è spontaneo associarle – e confrontarle – con certe descrizioni del Marchi:

Ah, tempi gagliardi, bellissimi e feroci! Li ricordo ancora per i cortei, riti del popolo che se ne nutriva, come il pane. I funerali dei garibaldini cui partecipavo tenuto per mano dallo zio. Grande sfoggio di bandiere e camicie rosse; folla di severi uomini in nero, come lo zio: tutti quanti con una rappa di acacia all’occhiello.” (pag 41)

Riccardo Marchi (1897 - 1992) is truly a forgotten character in the Italian literary scene, in internet you find very little about him. Yet Riccardo Marchi has been compared by critics to Tozzi, Verga and Capuana, for the realism of the description and for his being a student of the folklore and traditions of Livorno.

Telegraphist in the First World War, he successfully managed his father's soap factory, simultaneously pursuing the activity of journalist, writer and political activist. In 1921 he participated in the socialist conference which saw the birth of the communist party.

In addition to the verses and numerous novels, many of which are reminiscent and generally autobiographical, he also achieved a good success over the air as an author of radio plays and radio fairy tales. Together with Corrado Alvaro, he became a member of an authoritative commission of E.I.A.R. After the Second World War he devoted himself to news and film criticism for "IL Telegrafo" and "Il Tirreno".

At the end of the sixties he retired to private life in Livorno, dedicating himself exclusively to writing. He died in 1992.

His best known novels are: "Equestrian Circus", "Lo sperduto di Lugh" but, above all, "Via Eugenia, 1900", where he recalls the life of his family, the soap factory, the figure of Uncle Tide, gentleman of other times.

 

A gentleman! Go look for him  nowadays. Was it Uncle Tide? He0 certainly was.

The speech necessarily brings me back to the memory of him, of Uncle Tide, short for Aristide, my mother's brother, an gentleman that is not free or cheap, even paid dearly.

What was he like in the physical? Handsome, with a brown face as if carved on the bark of an old tree. Seemingly grumpy; in reality good-natured, revealed by an infrequent smile that, lightening him, animated him along with his eyes, also the ruffled bushes of the whiskers and the mustache in the style of the 48. "

 

Marchi had "the stroke of the engraver", as stated in the preface by the publisher Nuova Fortezza, and he knew how to render the streets of Livorno with animated liveliness:

 

"And what was the path of childhood like?

Just like today, more dignified, more Eugenia, by a civic magistrate Eugene. Then, despite the soap factory and the foundry at the end of that stretch of road, despite some manure and two or three artisan shops and a modest canova, in the sixteen buildings that compose it, including two main buildings, via Eugenia housed with noble dignity employees, craftsmen and free entrepreneurs like us.

Now it is unkempt, decayed, with the walls peeling and full of weeds, pockmarked by wars; but in the time of Uncle Tide, how it fluttered! Of clothes in the sun, of voices attesting to a warm vitality; even of wealth.

The singing of the street vendors livened it up from dawn to dusk: the herbaria, the clams seller, the fishmonger, the chicken seller, the umbrella maker, the knife grinder, the coppersmith of Prato, a cenciaio and so on. Polyphony to which, to tickle the good heart, the rigmaroles of the accordions joined. To these Tide gave alms ofr a penny as long as they went elsewhere to annoy people with "The virgin of the angels" or "La donna è mobilee". Maybe they would come back with the new repertoire and the tuned instrument. "

Via Eugenia 1900 is a window on our past, on Livorno just out of the Risorgimento. We are reminded of the hidden corner of the Lupi cemetery  with the cracked, wild-faced Garibaldi tombs, and it is spontaneous to associate them - and compare them - with certain Marchi’s descriptions.

"Ah, vigorous times, beautiful and fierce! I still remember them for the parades, rites of the people who fed on them, like bread. The funeral of the Garibaldi soldiers in which I attended held by the hand of my uncle. Great display of flags and red shirts; crowd of severe men in black, like uncle: all of them with a patch of acacia in their buttonhole. "

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