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"Il Respiro del Fiume" recensione di Paolo Mantioni

15 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

"Il Respiro del Fiume" recensione di Paolo Mantioni

Paolo Mantioni

Il Respiro del Fiume

Patrizia Poli

libro pubblicato dall'autrice, 2010


Urmilla Zarullah è una bambina di 11 anni rimasta sola al mondo: l’adorata madre è appena morta e lo sconosciuto padre è in qualche altrettanto sconosciuta prigione dell’immensa India, a scontare una pena per un delitto non commesso. È una bambina coraggiosa, intraprendente e intelligente, figlia di una indù e di un musulmano (un paria, un intoccabile), è stata allevata secondo i dettami della spiritualità indù e, crescendo, ne sarà sempre una convinta seguace. Prima di essere affidata alla missione cristiana di Rangapore, retta da Padre Franz, un giovane prete tedesco, e suor Chandra, indiana, riesce a far visita al nonno, bramino di un tempio indù dei paraggi, che però, nonostante il ritrovato affetto, non può tenerla con sé perché “impura”, intoccabile. Qualche anno più tardi la stessa Urmilla è una bella fanciulla indiana che durante le abluzioni rituali nel Gange viene inquadrata dall’obiettivo fotografico di un giornalista italiano, Marco Ferrari, che se ne innamora. Nel frattempo Urmilla è diventata un’attiva animatrice della missione cristiana e si occupa dell’istruzione dei bambini che ospita, e a sua volta studia con grande profitto da medico. Marco Ferrari le promette di ritrovare il padre e parte alla sua ricerca. Ma la missione è colpita da un’epidemia di colera che uccide tutti i bambini tranne il sordomuto Kabir, mettendo a dura prova la fede cristiana del prete e scuotendo dal profondo la serenità di Urmilla. Dal baratro del più profondo sconforto, Padre Franz e Urmilla confessano a se stessi di amarsi non solo d’amore fraterno e si abbandonano ad una notte d’amore. Le conseguenze sono drammatiche: Padre Franz è sconvolto e sembra far pesare alla ragazza le devastazioni psicologiche del suo rimorso; Urmilla scopre di essere incinta, abbandona il nonno, il prete, Kabir, la missione, gli studi, abortisce e si trasferisce nella lontana Agra, dove lavora, disfatta e sconsolata, come guida turistica.

Altre rinascite e altre tragedie si succederanno nella vita di Urmilla e in quella degli altri personaggi, secondo un ciclo che appare eterno come il “respiro del fiume”, che dà il titolo al romanzo. E altre rinascite e altre tragedie si possono ragionevolmente immaginare anche dopo il finale iscritto sotto il segno della conciliazione religiosa e della pacificazione personale. I dissidi religiosi, la millenaria mentalità delle caste (che, si ricorderà, sono state il cruccio degli ultimi anni di vita di Gandhi e il movente del suo assassinio) e la disperata povertà continueranno a rodere dall’interno le vite degli individui.

Con il suo romanzo Patrizia Poli offre al lettore una conoscenza di prima mano (i dettagli e il contesto in cui sono inseriti non credo possano ingannare) di un mondo e di una tradizione spirituale spesso altezzosamente avvicinati solo per sentito dire, per luoghi comuni e per approssimazioni o, viceversa, entusiasticamente accolti come la panacea di tutti i mali occidentali. Sul piano dell’espressione, dello stile, della composizione, delle figure, il romanzo non offre particolari originalità: si tratta di una narrazione corale, di stampo tradizionale, dove ogni personaggio ha diritto al suo punto di vista, determinando la varietà del racconto e delle prospettive, e dove la terza persona onnisciente non impone un suo peculiare modo di vedere le cose. Insomma dallo stile non traspare la figura storica, biografica e temperamentale dell’autrice (senza però nessuna rivendicazione di poetiche neorealiste o fenomenologiche). La quale, evidentemente, punta sulla forza della materia narrata, sulle implicazioni ideologiche, religiose e sociali che essa suscita. Vengono messe a confronto la religione (e i temperamenti) del Dio del fare (Padre Franz, Marco Ferreri), di coloro che agiscono qui e adesso per intervenire sulla realtà, per migliorarla e renderla più vicina al modello precostituito in cui si riconoscono e la spiritualità (e i temperamenti) del Dio del lasciar fare, di coloro che si sentono parte di una realtà, di un mondo e di un’energia vitale che non può e non dev’essere ostacolata nel suo fluire (il bramino, il mussulmano). Occorrerà avvertire che questa seconda opzione, che nella vulgata occidentale è rubricata sotto la miserevole insegna del fatalismo, nasce invece da una profonda esigenza filosofica che spinge l’individualità a ritrovare in sé le ragioni dell’essere. E occorrerà altresì avvertire che il pensiero e la pratica filosofica cui fa riferimento hanno poco o punto a che vedere con la corrente di pensiero occidentale che va sotto il nome di fenomenologia esistenzialista, che si sofferma invece a indagare la relazione tra l’individuo e il mondo come fenomeno.

Per la mentalità occidentale è un delitto rassegnarsi indolentemente alla povertà, alla prostituzione minorile, all’ingiustizia sociale, ma non si può nemmeno negare che l’intervento, l’aggressione al Male ha spesso conseguenze peggiori del male che si è voluto combattere. D’altro lato, la placida accettazione del ciclo eterno di morte e rinascita non può nascondere che il mondo ogni volta rigenerato dal sole continua a essere corroso e insozzato dalla malattia e dalla morte. Le creature – innocenti – continuano ad abitare una creazione che, in quanto tale, è l’origine stessa del Male, secondo una concezione che è specularmente opposta a quella cristiana, dove la creazione innocente e perfetta è abitata da creature colpevoli. Forse è nella figura di Urmilla che l’autrice ha inteso additare una possibile conciliazione tra le due pratiche religiose e filosofiche e una possibilità di evoluzione per l’India futura (il romanzo è ambientato nel decennio che va dal 1980 al 1990), che, invece, a tutt’oggi sembra aver imboccato la strada della frenetica imitazione del modello economicista proveniente dall’occidente.

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Ida Verrei: Fiori di agave sulla Collina delle Fate, uno scivolamento dal reale all'onirico

14 Marzo 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

 

 

 

 “Fiori di agave sulla Collina delle Fate

di Sandro Capodiferro

 

Fabio Croce Editore

 

Recensione

di Ida Verrei

 

 

 

 

 

Sandro Capodiferro racconta due donne, due vite, due percorsi che convergono in unico universo.

Un singolare cammino, uno scivolamento dal reale all’onirico, da una finzione letteraria all’altra. Frammenti di vita che si rincorrono e si intrecciano, quasi un puzzle, dove “il libro” è tragitto, via per la riscoperta del sé sconosciuto, rimosso, tacitato per la sopravvivenza quotidiana.

 

Felicita, una donna qualunque, educata al culto della famiglia, degli affetti, dei valori più tradizionali, morbida, materna, ci appare, sin dall’inizio, di una tristezza inconsapevole, una figura- simbolo, come il suo nome, del resto,  che richiama la placidità apparente di un mondo malinconico, dove l’unico ideale di vita è l’equilibrio domestico. Il suo è un universo interiore nascosto, tutto da scoprire, che si percepisce attraverso lievi segnali, pensieri sparsi, memorie, immagini, ritratti del passato che irrompono nella mente, quasi a distoglierla da un presente, ancora negato.

Ma a Felicita la vita riserva un incontro, un piccolo libro bordeaux da cui balza fuori, prepotente, Adele, immagine in uno specchio deformato, proiezione inconscia di bisogni e pulsioni. Due donne, mogli e madri, con destini apparentemente diversi, due destini- trappola, entrambe destinate al dramma.

E l’incontro per Felicita si fa confronto, ricerca, scoperta, fino a quando l’irrompere di analogie inquietanti, confonde finzione e realtà, sconvolge la mente, rivela sconfitte senza appello.

 Quanto conosce dell’animo femminile l’Autore? Tutto, o quasi, tanto da far dimenticare che chi scrive è un uomo.

La sua non è soltanto denuncia di una condizione femminile che persiste anche nei tempi attuali, quanto, piuttosto, analisi compassionevole, fatta con raffinata sottigliezza psicologica, di una crisi di identità, di ruolo, di prospettive. Le due protagoniste, Felicita ed Adele, reale l’una, costruzione fantastica l’altra, così diverse eppure complementari, chiuse ciascuna in una prigione senza uscita, diventano simboli di se stesse e di tutte le altre cui alludono.

Elegante, la scrittura di Sandro Capodiferro, abile nella scelta di strategie narrative. Scrive in terza persona, ma ricorre continuamente al monologo interiore; sicché, mentre il lettore viene trascinato in un’onda di suoni ed immagini, si lascia lentamente trasportare dalle emozioni, da un desiderio di

conoscere, di comprendere, di arrivare alla fine.

 E nel finale, inaspettato e amaro, con un imprevedibile colpo di scena, la follia trasforma il virtuale in reale: “L’agave per anni nasconde un segreto nel cuore: il suo unico fiore, germoglio ignaro dell’intenso dolore che lo fa nascere… mentre lei ne muore”. Resta soltanto la Collina delle Fate.

Sandro Capodiferro ha scritto un bel libro, un romanzo particolarissimo e avvincente. Ma non solo.

Rivela anche una sensibilità di vero artista quando sceglie di aggiungere al libro un’appendice con una serie di foto di quadri d’autore con le relative biografie. “L’arte nel suo mistero le diverse bellezze in sé confonde...”  E Sandro sa cogliere quel mistero e tradurlo in immagini e parole: “… Credo che l’incontro tra la materia di una creazione artistica e i nostri occhi sia come l’impatto morbido di una dolce risacca su una spiaggia, e che i colori colpiscano la mente, rinnovando nei nostri pensieri dolci ricordi o dolorosi trascorsi…”

 

Ida Verrei.

Ida Verrei: Fiori di agave sulla Collina delle Fate, uno scivolamento dal reale all'onirico
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Amedeo Modigliani, l'arte nelle mani dell'uomo

14 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #pittura, #personaggi da conoscere

 

Amedeo Modigliani (1884 - 1920) was born in Livorno, from Sephardic Jews. His father is an impoverished money changer, there are cases of depression in the family, a brother is imprisoned. Mined by the tbc since he was a child, he is stubborn, independent, very good at drawing, he becomes a pupil of Guglielmo Micheli and knows Giovanni Fattori and Silvestro Lega.
 
He spends most of his life in Paris, a melting pot of culture, home to all experiments and avant-gardes. Here Amedeo embodies the icon of the cursed artist, living first in Montmatre and then in Montparnasse, coming into contact with Toulouse - Lautrec and Cézanne.
 
Without being a contemporary of Cubists, influenced by expressionist Fauvism, rather than by Impressionism, by the use of pure colour, by the abolition of chiaroscuro and perspective, by clear contours, Modì frequents Picasso and Utrillo, developing his own personal style, which draws on archaic and African suggestions.
 
He starts as a sculptor, creating stylized, Egyptian, primitive masks, but the dust aggravates his already ill lungs and he must choose painting, although he also writes poetry. His interest focuses on the human figure. In his work he is fast, he manages to finish a portrait in a couple of sessions and then he doesn't touch it up anymore, but being painted by him, they say, is like "having your soul stripped". His nudes are considered scandalous, his exhibitions are closed, his most beautiful paintings sold for a few pennies.
 
He returned to Livorno in the summer of 1909, sickly and worn out, but left immediately for Paris again. All the  money all ends up in alcohol and drugs, he is romantically linked to several women - Beatrice Hastings, Lunia Czechowska – he has a natural son who does not recognize then, suddenly, love breaks out with Jeanne Hebuterne, the crazy passion of his short life.
 
Jeanne is beautiful, has blue eyes, long brown hair, a docile character and paints with great sensitivity. Their souls are kindred, their love is one of those that go beyond death, they give birth to a daughter who is also called Jeanne.
 
Modigliani dies of tuberculous meningitis in the arms of the tormented Jeanne, pregnant in the ninth month. They make him a great funeral, which parades through the streets of Paris. The cart is covered with flowers, followed by a long procession of painters, sculptors, models, all the artists of Montmatre and Montparnasse gathered. The remains are buried at Pere Lachaise. Jeanne cannot stand up to separation, she cannot live without Amedeo, not even for her daughter Jeanne or her unborn child. She throws herself out the window and perishes with the creature she has in her lap. The family does not want any more scandals, has her buried in another cemetery, far from her loved one. It will be only in the thirties that authorization will be given to transfer her corpse and bury it close to Amedeo.
 
Her daughter Jeanne grew up in Florence, in the home of a paternal aunt, and, as an adult, wrote an important biography, "Modigliani senza leggenda" which, together with the book by Corrado Augias, "Modigliani, the last romantic", is one of the main sources of information on the life of the missing painter. Also noteworthy is the 2004 film "Modigliani, the colours of the soul" by Mick Davis.
 
The daughter Jeanne dies falling from the stairs while discussing the authenticity of the heads found in the Ditches, suspicion of murder hovers over her end. The other son, the one not recognized by the painter, grew up in France and became a priest. The rest of the family is buried in Livorno, in the new Jewish cemetery where, in memory of Modì, there is only one plaque.
 
After Modigliani's death, his works are sold for astronomical figures.

 

 

 

Amedeo Modigliani (1884 - 1920) nasce a Livorno, da ebrei sefarditi. Suo padre è un cambiavalute impoverito, in famiglia ci sono casi di depressione, un fratello viene incarcerato. Minato dalla tbc fin da piccolo, è testardo, indipendente, bravissimo nel disegno, diventa allievo di Guglielmo Micheli e conosce Giovanni Fattori e Silvestro Lega. La maggior parte della sua vita vede come teatro Parigi, crogiolo di cultura, sede di tutte le sperimentazioni e le avanguardie. Qui Amedeo incarna l'icona dell'artista maledetto, vivendo prima a Montmatre e poi a Montparnasse, venendo a contatto con Toulouse - Lautrec e Cézanne. Contemporaneo dei cubisti senza esserlo, influenzato dal fauvismo espressionista, piuttosto che dall'impressionismo, dall'uso del colore puro in funzione anche emotiva oltre che costruttiva, dall'abolizione del chiaroscuro e della prospettiva, dai contorni netti, Modì frequenta Picasso e Utrillo, sviluppando uno stile suo, personale, che attinge a suggestioni arcaiche e africane. Parte come scultore, creando maschere stilizzate, egiziane, primitive, ma la polvere aggrava i suoi polmoni già malati e deve orientarsi sulla pittura, sebbene scriva anche poesie. Il suo interesse si concentra sulla figura umana. Nel suo lavoro è veloce, riesce a terminare un ritratto in un paio di sedute e poi non lo ritocca più, ma essere dipinto da lui, dicono, è come "farsi spogliare l'anima". I suoi nudi sono considerati scandalosi, le sue mostre vengono chiuse, i suoi quadri più belli venduti per pochi spiccioli. Torna a Livorno nell'estate del 1909, malaticcio e logorato, ma riparte subito per Parigi. I pochi soldi finiscono tutti in alcol e droghe, si lega sentimentalmente a diverse donne - Beatrice Hastings, scrittrice inglese, Lunia Czechowska - ha un figlio naturale che non riconosce poi, improvviso, scoppia l'amore con Jeanne Hebuterne, la passione folle di tutta la sua breve vita. Jeanne è bella, ha occhi azzurri, lunghi capelli castani, un carattere docile e dipinge con grande sensibilità. Le loro anime sono affini, il loro amore è di quelli che vanno oltre la morte, gli partorisce una figlia che si chiama Jeanne anche lei. Modigliani muore di meningite tubercolare delirando fra le braccia della straziata Jeanne, incinta al nono mese. Gli fanno un gran funerale, che sfila per le vie di Parigi. Il carro è coperto di fiori, seguito da un lungo corteo di pittori, di scultori, di modelli, tutti gli artisti di Montmatre e Montparnasse riuniti. Le spoglie vengono sepolte al Pere Lachaise. Jeanne non regge alla separazione, non può vivere senza Amedeo, neanche per la figlia Jeanne o per il nascituro. Si getta dalla finestra e perisce con la creatura che ha in grembo. La famiglia non vuole altri scandali, la fa seppellire in un altro cimitero, lontana dal suo amato. Sarà solo nel trenta che verrà data l'autorizzazione a traslarla e inumarla vicina ad Amedeo. La figlia Jeanne cresce a Firenze, in casa di una zia paterna, e, da adulta, scrive una importante biografia,"Modigliani senza leggenda" che, insieme al libro di Corrado Augias,"Modigliani, l'ultimo romantico", è una delle principali fonti d'informazione sulla vita del pittore scomparso. Da segnalare anche il film "Modigliani, i colori dell'anima", del 2004, di Mick Davis. La figlia Jeanne muore cadendo dalle scale mentre si discute sull'autenticità o meno delle teste ritrovate nei fossi, sulla sua fine aleggia il sospetto dell'omicidio. L'altro figlio, quello non riconosciuto dal pittore, cresce in Francia e diventa sacerdote. Il resto della famiglia è sepolto a Livorno, nel nuovo cimitero ebraico dove, a ricordo di Modì, c'è solo una lapide. Dopo la morte di Modigliani, le sue opere sono vendute per cifre astronomiche.

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Patana

13 Marzo 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Patana. Niente più si muove.
Il sole invoglia al tuffo
immergersi è un invito a rilasciare
il sale, da questa pelle e dal sudore.

Freschezza di emozioni
non più giovani né mai mature,
sopite, rilassano le membra,
riemergono anche il cuore
per farlo galleggiare, accoccolato,
dal maestoso mare.

Sospinto verso l’alto, sospeso con fiducia,
dipingo ad occhi chiusi i colori della vita,
il senso ai miei ricordi, le gioie e i delusi.

Ora, libertà. Pace è intorno,
la terra è a distanza
voglio incontaminarmi al cielo,
sotto di me resta il profondo
ma non dà più pensiero.

Mi muovo appena-appena e nel silenzio
lo sguardo vola in alto,
riassapora ogni momento
nel rincorrere il rimorso.

Le labbra si serrano tra i denti
poi un sospiro grida al mondo:
“non c’è traccia di rimpianti”.

Patana
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Compromessi

13 Marzo 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #vignette e illustrazioni

Compromessi

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"Signora dei Filtri" Recensione di Paolo Mantioni

13 Marzo 2013 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #poli patrizia, #recensioni, #paolo mantioni

 

 

 

 

 

 

Signora dei Filtri

Patrizia Poli 

 

Marchetti Editore, 2017

 

La vicenda di Medea, di Giasone, di Orfeo, degli Argonauti, dell’oro di Eeta, della Grecia arcaica: questo il materiale narrativo con cui si confronta il romanzo di Patrizia Poli. Ho scritto vicenda e non mito perché la storia narrata, i personaggi e gli ambienti sono ricostruiti a partire dal basso, dalla quotidianità, e risultano così plausibili, così vicini al comune sentire, vivere, gioire e soffrire da perdere ogni solennità mitica. E anche il soprannaturale che il mito tramanda è ridotto al senso comune, alle possibilità insite nella razionalizzazione del mito stesso, in un percorso inverso a quello dell’immaginazione mitologica. Patrizia Poli riesce nell’impresa di ri-umanizzazione del mito senza però la spocchia del razionalista, senza l’ironia o la supponenza del materialista, rispettandolo e riportandolo ad un naturalismo di stampo lucreziano, tutt’altro che arido. Solo per fare un esempio: il soprannaturale del passaggio nel regno dei morti di Orfeo e della definitiva perdita di Euridice è derubricato a sogno dello stesso Orfeo, il che però non vuol dire che il suo dolore, il senso di un vuoto incolmabile non siano reali e non abbiano conseguenze concrete nell’animo del personaggio.

Sul piano dell’espressione, la cifra stilistica del romanzo è l’equilibrio: equilibrio linguistico – si tratta di una lingua piana, precisa, non ricercata, senza fronzoli; equilibrio compositivo – la linearità cronologica e la puntuale determinazione spaziale non sono mai abbandonate, se non nel brevissimo (e bellissimo) prologo; equilibrio retorico – le figure non sono ingombranti, non assorbono nell’immagine o nel gioco di parole il significato, non rubano l’attenzione del lettore; equilibrio sintattico – la frase di Patrizia Poli non è deliberatamente paratattica (secondo il riprovevole costume attuale che fa della semplicità manierata il dito dietro cui nascondere il vuoto di contenuti) né raffinatamente ipotattica, non affida, cioè, ai meandri del pensiero o dell’analisi il contenuto da comunicare, è, bensì, una frase semplice che descrive dall’esterno, come occhio-che-guarda; equilibrio diegetico – la narrazione si sviluppa alternando la voce del narratore onnisciente, i dialoghi, l’indiretto libero dei personaggi e il diario di Orfeo, assicurando in questo modo anche la varietà di toni e di punti di vista, ovvero quella coralità che è una delle proprietà letterarie più peculiari dell’autrice. Ed è proprio nel contrasto tra l’equilibrio espressivo e la materia narrata, quant’altre mai frutto del disequilibrio, dell’eccesso, della follia, a segnare la riuscita letteraria del romanzo. Da un lato, la materia narrata non deborda, non si fa grido inarticolato, non stravolge nell’enfasi o nella svenevolezza l’espressione, dall’altro, la stessa espressione, ammettendo increspature, effrazioni alla pura comunicazione, non cancella quanto d’incomunicabile, d’irrazionale e irriducibile la materia narrata comporta. Sotto l’equilibrio si avverte la profondità, l’abisso, la resa alle forze irrazionali, comunque in qualche modo operanti nell’agire dei personaggi (e di ognuno di noi). Si tratta d’increspature, di emersioni appena percettibili, sulle quali l’autrice non indugia, quasi di fenditure inappianabili che testimoniano lo sforzo, la tensione per trattenere contenuti psichici che metterebbero a repentaglio l’assunto comunicativo e narrativo. Nel prologo Medea, ormai bandita dal consorzio umano, sola in un’isola deserta, dice

So quando la fame è in agguato dietro un cespuglio, e quando la preda smette di dibattersi, quasi un sollievo, e si arrende”.

Quasi un sollievo… (al riguardo vorrei notare che anche qui, come ne Il respiro del fiume – l’altro romanzo di Patrizia Poli -, è rappresentata una scena di suicidio dalle caratteristiche molto simili: il placido e imbelle scivolamento dal dolore, vivo e crudele e immeritato, alla morte) E ancora di Medea:

Era la sua disgrazia, accorgersi di tutto, avvertire ogni vibrazione, intuire i pensieri della gente e l’ostilità che la circondava. Era sempre stato così, da quando ricordava, e ne aveva molto sofferto, senza mai farne parola con nessuno, per orgoglio, per non mostrare debolezza”.

Come dire: l’eccesso di odio e d’amore, la follia dell’incantatrice, della Signora dei filtri (farmaci o veleni, non pozioni magiche) ha un’origine non dissimile da quella del diverso, dell’artista, di chi potrebbe diventare la Signora della scrittura. Insomma quell’equilibrio, quella scelta comunicativa e narrativa sono anche la trasfigurazione artistica – letteraria, nello specifico – delle forze che potrebbero squassarlo. È, alla fine, il consentimento alla scoperta della costante compresenza e di una comune origine dei contrari: chiaro e scuro, solarità e lunaticità, vita e morte.

 

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Cinque poesie di Adriana Pedicini

12 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

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L'arte di sopravvivere al trauma

12 Marzo 2013 , Scritto da Michelle Wilmot Con tag #michelle wilmot, #psicologia

The Art of Surviving Trauma

By Michelle Wilmot

L’arte é uno strumento molto potente per contrastare traumi fisici e psicologici e permettere che continui la comunicazione per chi li ha subiti.

Il mio trauma è stato l’esperienza in guerra.

Sono una veterana, ed è stato per me molto difficile il ritorno a casa negli Stati Uniti, dopo aver trascorso un anno nella città di Ramadi, capitale della regione Al Anbar, il luogo più pericoloso di tutto l’Iraq. Al mio rientro in Patria, dopo aver vissuto l’inferno di questa cruenta guerra, mi sono sentita giudicata e sono stata insultata da molti per quello di cui, nella loro immaginazione, un soldato e per di più di sesso femminile, si macchia. Nessuno mi ha mai chiesto quale fosse stata la mia reale esperienza di donna combattente, appartenente, inoltre, ad una minoranza etnica.

La pressione psicologica in quegli anni è stata durissima. Mi pagavo gli studi universitari lavorando part-time, ma sentivo crescere dentro di me un malessere che mi avrebbe portato ad un punto di rottura. Nonostante ciò, sono stata fortunata; in quel periodo ho trovato una valvola di sfogo: l’arte.

Fin da bambina, disegnare, dipingere e creare sculture è sempre stata la mia passione. Crescendo, sentendomi sempre ripetere che gli artisti non guadagnano abbastanza per vivere, ho pensato fosse più utile iscrivermi alla facoltà di Psicologia. Successivamente, non potendo permettermi di pagare gli studi, ho deciso di arruolarmi nell’Esercito Americano che mi prometteva una borsa di studio. Logicamente dimenticarono di dirmi che avrei dovuto lavorare 60 ore alla settimana, e che per lo studio avrei avuto solo i ritagli di tempo!

Quando ricevetti la notizia del mio imminente servizio in Iraq, ero a metà dei miei studi e, al mio ritorno, ho cambiato indirizzo: da Psicologia sono passata a Scienze delle Politiche Internazionali.

Dopo tutto quel che avevo vissuto, pensavo: “come si può pretendere di aiutare a cambiare il Medio Oriente quando la maggioranza di noi Americani non è mai stata al di fuori dei propri confini?” Avevo solo 22 anni, e trascorrevo quasi tutto il mo tempo ad ascoltare dibattiti politici; molte parole riempivano la mia testa, ma dentro il mio animo era vuoto.

Cercavo una via di scampo, ed è stato così che ho deciso di ritornare al mio primo amore, la pittura.

Dopo aver vissuto un' esperienza tanto traumatica, avevo perduto ogni interesse per l’arte e per tutte le mie altre passioni e desideri. Mi sentivo morta dentro, ma nel cuore sapevo che l’arte mi avrebbe aiutato a riscoprire emozioni ed idee al momento sopite. All’inizio è stato molto doloroso perché la pittura era per me catartica, ma riportava anche in vita molti dei traumi vissuti in guerra.

Una certa serenità sono riuscita a raggiungerla anche grazie ad un nuovo hobby, la danza del ventre.

Lentamente ho iniziato a rivivere, ho sentito la creatività scorrere nelle mie vene. Mi sentivo come se avessi ricevuto una “trasfusione” di arte.

Sono riuscita infine a completare il mio percorso di rinascita e ho realizzato uno dei miei sogni: mi sono trasferita nel Sud Est Americano, prima in Arizona ed ora in Nevada, dove la mia vena artistica ha finalmente potuto avere libero sfogo.

In maniera quasi inconsapevole e d’istinto, ho iniziato a raffigurare i miei più intimi e dolorosi ricordi di guerra. Il mio fervore artistico aumentava di giorno in giorno e, al contempo la mia anima si andava placando. Lentamente, i soggetti dei miei quadri si sono tramutati da ricordi di guerra a personaggi e situazioni dello stato politico attuale, ma rappresentati con senso dell’umorismo, attraverso una satira pungente e una critica sprezzante.

Molti miei amici veterani in quegli anni si rifugiavano nelle medicine prescritte dal Ministero della Difesa per curare patologie psicotiche con narcotici ed antidolorifici. Con gioia io invece posso ora affermare di essere riuscita, sebbene attraverso un lungo e duro cammino, a “curare” e ad alleviare le mie ferite solo seguendo la mia passione, facendo parlare per me le matite, i pennelli, i colori e la creta che plasmavo.

Oggi, che ho raggiunto uno stato di totale serenità posso dire senza tema di sbagliare: l’arte ha salvato la mia vita.

Ho incominciato ad insegnare materie artistiche in un centro di recupero per persone affette da malattie mentali. Un nuovo approccio scientifico, usando l’arte come terapia, invece dei soliti barbiturici prescritti troppo facilmente in molti casi. I miei studenti sono affetti da seri disturbi mentali, dovuti sia ad esperienze di guerra che a patologie genetiche. Ho iniziato ad incoraggiarli ad esprimere se stessi attraverso la pittura, la letteratura, la cucina, la musica ed altre forme artistiche; sono stata testimone di molte trasformazioni drammatiche ma positive dei loro comportamenti; Ciò non sarebbe accaduto solo col supporto delle medicine, che in molti casi assopiscono le passioni invece di legittimarle.

Come risultato, continuando sulla strada dell’arte, ho ricominciato a vivere anch’ io: un piccolo passo artistico alla volta, trovando la mia strada per uscire dall’incubo di essere stata io stessa vittima del trauma.

Ora sono un’Artista che una volta è stata vittima.

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Il rispetto della legge.

11 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

 

Nell'ultimo capitolo difensivo dell'Apologia di Socrate, il filosofo non si comporta neppure ora da imputato. Horror, direste voi! Aspettate! Anzi, quasi fosse un superiore dei suoi giudici, li invita a compiere il loro dovere, applicando la giustizia, indipendentemente da ogni altra considerazione.

Aveca detto che l'agire diversamente avrebbe guastato la reputazione di Atene; ma non si tratta solo dela reputazione, perchè, oltre ad essa, ne sarebbe andata di mezzo la giustizia. Non è giusto che l'imputato supplichi i giudici, e con le suppliche ne ottenga l'assoluzione; egli deve spiegar loro come stanno le cose.

 

 

Platone, Apologia di Socrate, Cap. XXIII e seg.

……..stimo che ilmio onore, il vostro e quello dell’intera città sarebbero compromessi se mi comportassi così alla mia età e con la reputazione che mi sono fatta, vera o falsa che sia, mache comunque presenta Socrate alla pubblica opinione come uno che si distingue in qualche cosa dalla maggior parte degli uomini. Ora se quelli tra di voi che si distinguono per sapienza, per coraggio o per qualche altra virtù si comportassero così, sarebbe certo una vergogna. E tuttavia ne ho visti molti, che pur sembravano uomini eccellenti,comportarsi davanti ai giudici in modo così sconveniente da destare meraviglia, credendo essi d’avere a soffrire chissà che cosa se morivano, come se, non condannandoli voi a morte, avessero a rimanere immortali. Costoro hanno certo disonorato la città perché hanno lasciato credere ai forestieri che in niente differiscono dalle donne

quegli uomini che in virtù dei loro meriti il popolo ateniese prepone alla magistratura e ad altri onorifici incarichi.

Non conviene dunque, o Ateniesi, fare tali cose a quanti di noi mostriamo di valere un poco, nè a voi converrebbe tollerarle se le facessimo; dovreste anzi fare chiaramente intendere che condannereste molto più gravemente colui che apparecchia tali scene pietose, rendendo ridicola la città, che non colui che mantiene un contegno dignitoso.

D’altronde, lasciando da parte la questione dell’onore, non mi sembra giusto, o Ateniesi, pregare il giudice, nè

tentare di sfuggire alla condanna con le preghiere, bensì informarlo dei fatti e persuaderlo. Giacché il giudice non

siede per amministrare secondo favore la giustizia, ma per giudicare secondo giustizia. Egli ha giurato infatti di

non favorire a suo capriccio il tale o il tal altro,ma di giudicare secondo le leggi. Non dobbiamo dunque nè abituarvi

noi a non tenere fede al giuramento, nè voi abituarvi da voi stessi; giacché non saremmo nè noi nè voi rispettosi

degli Dei.

Non vogliate dunque, o Ateniesi, che io faccia davanti a voi tali cose, che non giudico nè belle, nè giuste, nè

sante; tanto più, per Giove, che sono accusato di empietà da questo Melèto qui. Infatti, se io persuadessi voi a forza

di preghiere e facessi violenza al vostro giuramento, vi insegnerei a non credere agli Dei; e proprio nel cercare di

difendermi così mi accuserei chiaramente da me stesso, dimostrando che non credo negli Dei. Ma non è così; io

credo, o Ateniesi, negliDei, come nessuno dei miei accusatori; e lascio a voi e a Dio la cura di giudicarmi nel modo

che sarà meglio per me e per voi.

 

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11 Marzo 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #vignette e illustrazioni

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