Femminilità (in)corporea (2013) di Roger A. Fratter
Femminilità (in)corporea (2013)
di Roger A. Fratter
Sottotitolo: Preferisco suoni lontani. Regia: Roger A. Fratter. Soggetto e Sceneggiatura: Roger A. Fratter, Lauro Certaldo. Montaggio: Roger A. Fratter. Fotografia: Lorenzo Rogan. Operatori: Stefano Ravanelli, Omar Fratter. Musiche: Massimo Numa, Valerio Ragazzini. Edizioni Musicali: Beat Records (Roma). Brani Musicali: Dammi Tempo, Capitan Coraggio di Michael Vegini; pezzi al piano di Alessandro Fabiani; Touch Me di Malinowska, Puglisi, Toso, interpretrato da Monique. Dipinti: Oliviero Passera. Direttore di Produzione: Lauro Certaldo. Produzione e Distribuzione: Beat Records Company. Durata: 90’. Genere: Introspettivo. Interpreti: Roger A. Fratter (Raffaele), Anna Palko (Paola), Monika Malinowska (Greta), Giulia Marzulli (Gianna), Anthony Paul (Enzo), Valerio Ragazzini (Vanni), Matteo Maffeis (Michele), Rachel Rose Wood, Pietro Mosca (Saggezza).
Roger A. Fratter è un regista indipendente controtendenza. Abbiamo cominciato ad apprezzare la sua opera con Sete da vampira (1998), Anabolyzer (2000), Abraxas (2001), Flesh Evil (2002), Innamorata della morte (2004), quando erano tempi magri per il cinema horror nostrano. Adesso che molti indipendenti sono tornati a fare cinema di genere lui si dedica a pellicole introspettive, commedie erotiche e cinema d’autore. Due film interessanti come Rapporto di un regista su alcune giovani attrici (2008) - una sorta di personale Otto e mezzo - e Tutte le donne di un uomo da nulla (2010) - storia di un nullafacente mantenuto da una moglie ricca - anticipano il sofferto e introspettivo Femminilità incorporea, che presenta il suggestivo sottotitolo Preferisco suoni lontani.
Vediamo la trama. Raffaele, scrittore insoddisfatto della vita materiale e sentimentale che conduce, decide di scappare da moglie, figlia e amante per ricercare il suo mondo interiore, la donna ideale e il senso vero dell’esistenza. Raffaele acquista un quadro che raffigura una figura femminile, sparisce dalla realtà, vive in un mondo onirico dove tutto è possibile e le regole della realtà non esistono. “Quando il nostro microcosmo comincia a diventare incerto è in quel momento che udiamo una voce chiamarci da lontano”, dice il regista nella didascalia iniziale. Il protagonista precipita in un abisso di incomunicabilità, perdendo ogni riferimento con la realtà dopo la rottura di un duplice rapporto con moglie e amante. Scappa dalle sue donne, persino dalla figlia (complice della fuga), si libera da ogni vincolo, anche del suo editore, per intraprendere un viaggio mistico alla ricerca di se stesso e di un donna ideale che è destinato a non trovare.
Il film è girato in una Bergamo luminosa e spettrale, raffigurata da tersi cieli invernali e cupe giornate cosparse di nuvole intrise di pioggia. La pellicola gode di una fotografia solare, lucida, colorata, ed è girata con movimenti di macchina decisi, soggettive intense, piani sequenza introspettivi. Il messaggio subliminale fa capire che l’arte è sempre una via d’uscita, perché trasforma la realtà, contribuisce a far accettare il mondo interiore, riveste una funzione terapeutica, aiuta a capire se stessi. Il regista calca la mano sul cinema surreale per dimostrare la relatività dell’esistenza e il diverso modo di vedere le cose. Un filmino amatoriale (girato con tecnica da Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato) cambia il contenuto alla seconda visione: prima mostra una famiglia felice, subito dopo la cruda realtà dell’incomunicabilità tra uomo e donna. Il ritorno del marito, infine, non sappiamo quanto sia reale o quanto una costruzione fantastica della moglie, mentre il regista ci fa capire che l’uomo si è perduto dentro un quadro, cercando una donna che forse non troverà mai. Femminilità (in)corporea insiste molto sulle sequenze erotiche, mai così audaci, intense e credibili in un film di Fratter. Il discorso più importante del regista segue la tematica pirandelliana de Il fu Mattia Pascal, tra soggettive nervose e lunghi piani sequenza: la fuga di un uomo dalle donne della sua vita, ma soprattutto da se stesso, alla ricerca di qualcosa che non troverà. “Le due metà non si uniranno mai perfettamente”, dice la didascalia finale, subito dopo i titoli di coda. La donna perfetta non esiste, resterà un sogno impalpabile di un uomo in fuga. Roger Fratter gira con eleganza e sapienza tecnica un film difficile, ben recitato da lui stesso (nei panni del protagonista) e dalle tre donne Anna Palko (Paola), Monika Malinowska (Greta) e Giulia Marzulli (Gianna). Da recuperare nei circuiti Home Video, perché non è un prodotto destinato al cinema.
Nynphomaniac previsione
Allora, care amiche, cari amici, io e il mio uomo abbiamo deciso di andare a vedere Nynphomaniac vol. 1, la prima parte dell’ultima fatica cinematografica di Lars Von Trier.
Il piano è quello di sottrarci per un pomeriggio alle assedianti incombenze genitoriali e spararci questo filmone (nel senso della durata) che arriva in Italia col crisma dell’opera porno-filosofica (?!). Ovviamente l’attuazione del nostro progetto sta richiedendo una dose di pianificazione, coraggio e spregiudicatezza che manco Clint Eastwood in “Fuga da Alcatraz”… (sembra che non sia MAI il momento giusto per prendersi una pausa dai figli!)
Quindi, aspettando di uscire a riveder le stelle, mi sono sbirciata un po’ di critiche e recensioni varie pubblicate in rete sulla pollastrella (?) più controversa del momento. Qualcuno potrebbe obiettare che la Joe del filmazzo in questione abbia poco a che spartire con le pollastrelle dei nostri libri preferiti, e invece no, o almeno così credo io.
Fatta la tara del salto di linguaggio (tra letteratura e cinema), del modo di raccontare la storia, nel senso della sensibilità e della tecnica dell’autore, quelli che rimangono sono sempre gli stessi interrogativi sulla femminilità, sull’amore, sulla vita e bla bla bla… Per questo ho deciso di parlare del film ancor prima di averlo visto.
La narrazione procede all’indietro: la protagonista, Joe, dopo una vita impegnata a sperimentare ogni sorta di trasgressioni sessuali, si trova a raccontarle, seduta su un divano a mo’ di seduta psicoterapica, ad un uomo dai buoni sentimenti, un po’ in là con gli anni, e “verginello” di corpo e di spirito, che l’ha trovata sanguinante in un vicolo e l’ha portata a casa sua per meglio soccorrerla.
Dalle immagini viste in anteprima e dalla pubblicità un po’ denigratoria sentita in giro parrebbe quasi che il film debba attirare in sala torme di pervertiti con la fantozziana lingua di fuori e le mani impegnate a ravanare … altro che i pop corn!
La mia impressione “prefilm” invece è del tutto diversa.
Premetto che solitamente alla visione di immagini hot, la mia parte maschile esce prepotentemente per “darsi da fare” con quella femminile, per cui si può dire che io risulti parecchio “impressionabile” da questo punto di vista, ma quello che desidero fare oggi è suggerirvi che la Joe di Lars Von Trier non sia poi troppo diversa dalle nostre beniamine…
Non so se riuscirò a convincervi, perché quella “impressionabile” sono io, ma almeno ci provo.
In effetti l’idea che mi sono fatta (ovviamente a ragione e film non veduti) è che le immagini di questo film, per quanto sopra le righe, finiscano per raccontarci un’altra delle storie a cui siamo tanto affezionate…
Be’, forse sto azzardando una connessione un po’ acrobatica, ma credo che la distanza tra questi, che appaiono come due universi narrativi davvero inconciliabili, sia esagerata dal linguaggio cinematografico, potente e spaventoso.
Mentre, quando leggiamo, si crea più facilmente una naturale familiarità con le immagini che creiamo noi nella nostra testa… no?
In realtà, a me la cara Joe sembra proprio una pollastra da manuale, anzichenò.
Intanto la tipa non si è fatta mancare una madre gelida e anaffettiva che durante la sua infanzia non l’ha mai degnata di attenzione alcuna per cui, seguendo lo sbarellato istinto di sopravvivenza tipico dell’età adolescenziale, si ritrova a compensare col sesso compulsivo il senso di inadeguatezza che accusa nei confronti del suo stesso essere al mondo. (Melissa P.?)
Parafrasando gli Elio e le storie tese, potremmo dire che la tipa si cura col pene che le toglie le pene, o, più seriosamente, potremmo fare riferimento a una sorta di affidamento carnale che compensa la mancanza di quello affettivo.
Insomma, si inocula (ha ha!!!) massicce dosi di piacere sessuale per lenire il dolore celato, inconfessato dell’anima… (quanto bene le avrebbe fatto “una botta” a Bridget Jones, fin dall’inizio!)
Esiste uno studio (esiste seeempre uno studio) sul fatto che nelle donne, durante l’orgasmo, si attiva la parte del cervello che controlla la predisposizione alla lotta o alla fuga.
Non può essere che in Joe la ricerca dell’orgasmo corrisponda direttamente alla sua lotta contro le insicurezze e alla sua perenne fuga da dolorose, indicibili verità su se stessa?
Ok, basta. Penso sia il caso di andarlo a vedere quanto prima ‘sto film perché sto cominciando a sproloquiare.
Io, durante l’orgasmo, lotto solo con mio marito, nel senso che lo prendo a pugni e lui incassa, poi fuggo in bagno: un’incipriata al naso e poi a nanna…
…Finché i figli dormono ancora.
Le italiane lo fanno? ...meglio?
Allora, care amiche, cari amici, io e il mio uomo abbiamo deciso di andare a vedere Nynphomaniac vol. 1, la prima parte dell'ultima fatica cinematografica di Lars Von Trier. Il piano è quello di ...
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Gipi, "unastoria"
Gipi
unastoria
Coconino Press- Fandango
Euro 18 – Pag. 30
Ho comprato unastoria Spinto dalla curiosità di una graphic novel finalista al Premio Strega e vincitrice del Premio Speciale Mondello, deciso a rimuovere i miei pregiudizi sulla diversità di linguaggio tra cinema, fumetto e narrativa, sicuro che avrei scoperto un capolavoro. Niente di tutto questo. Ho incontrato un grande pittore come Gianni Pacinotti, in arte Gipi, che realizza tavole ad acquarello degne d’una mostra d’arte contemporanea, ma è molto più scarso quando disegna elementari tavole in bianco e nero. Ho conosciuto un mediocre scrittore, purtroppo, incapace di sceneggiare un fumetto d’autore e di fondere insieme due storie, quella di Silvano Landi, un cinquantenne che vede la sua vita andare a pezzi, e quella di un antenato soldato nella Prima Guerra Mondiale. Una sola trovata poetica in 130 pagine non basta per giustificare nomination al Premio Strega e assegnazione del Mondello, ma tant’è, dobbiamo accontentarci, questo passa il convento. Terminiamo l’albo (tempo di lettura: dieci minuti scarsi) con impressa nella memoria l’immagine di un adolescente che si sveglia in una notte e si vede con la faccia dei suoi cinquant’anni. Il fumetto ci spiega che un uomo cerca sempre di sopravvivere, di andare avanti, nonostante fragilità, lacrime e cadute negli abissi della disperazione. Davvero troppo poco. Non c’è scrittura in questa storia composta da due storie, imbrigliata nella pochezza narrativa di situazioni stereotipate e spesso confuse. Il fumetto è infarcito di dialoghi scarni e didascalie che non hanno niente di letterario, al punto che apprezziamo diverse sgrammaticature: cinquantanni scritto proprio così, senz’apostrofo, uso del pronome ello, desueto dai tempi del Manzoni, ed e ad dispensati a sproposito per vignette e racconto, sceneggiatura zeppa di buchi, storie slegate, narrazione sfilacciata, inconcludente. Se unastoria fosse un film sarebbe una pellicola irrisolta, se fosse un romanzo sarebbe un feuilleton ridondante, se fosse un fumetto, come dovrebbe essere, non potremmo mai paragonarlo alle storie di Art Spiegelman e Marianne Satrapi, ma neppure a Hugo Pratt e Milo Manara, al massimo un fumetto da edicola, stile Bonelli, con tutto il rispetto per le storie pubblicate da Bonelli. Il nostro è il paese delle cose incomprensibili, dei successi improvvisi, delle sopravvalutazioni create ad arte, dei fenomeni editoriali costruiti a tavolino. Piace creare scalpore e clamore, non cercare veri talenti, tanto in giro c’è pieno di gonzi che abboccano, uno tra questi il vostro povero recensore che - terminata la lettura - si è chiesto sconcertato: “E la letteratura? Dov’è la letteratura in questa graphic novel esaltata dalla critica e dalle giurie dei premi?”. In realtà la domanda non era proprio questa, ma una colorita espressione toscana che non posso riferire. Resta la pietosa bugia che ottiene il visto censura.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Jason d'Argot, "La bugia dell'alchimista"
La bugia dell’alchimista
(La Lepre Edizioni, novembre 2013)
Autore: Jason d’Argot
Curatrice: Fiammetta Iovine
Può una bugia illuminare la verità? Domanda non da poco, se si parla della seicentesca Porta Magica di piazza Vittorio e del suo artefice Massimiliano Palombara, il marchese alchimista che fu amico di Cristina di Svezia e in sinergia con alcuni fra i maggiori intellettuali del XVII secolo. Emblema della Roma segreta, la porta è ciò che resta della villa suburbana dei Palombara, demolita come gran parte delle antiquitates del rione Esquilino intorno al 1870, per far posto alle case e agli uffici della burocrazia sabauda.
Il romanzo La bugia dell’alchimista ruota intorno a questo oggetto misterioso, da quattro secoli magnifica ossessione degli ermetisti, perché nella sequenza di simboli e iscrizioni che vi è incisa sarebbe criptato il segreto della pietra filosofale, o se si vuole la rivelazione dell’Arcanum Arcanissimum avuta da Palombara “per grazia divina” – come lui stesso lasciò scritto - in una domenica di ottobre del 1652.
Questa è anche la tesi dell’autore Jason d’Argot, che finora non ha svelato la sua vera identità, e di Fiammetta Iovine, che del romanzo è curatrice: la Porta Magica sarebbe la sintesi della rivelazione, la “bugia di pietra” protesa a illuminare le tenebre, secondo un tema caro a Palombara, che intitolò La bugia due differenti raccolte di rime, scritte a quattro anni di distanza l’una dall’altra.
Il gioco di specchi già insito nel titolo, nell’ambiguità di un termine che può voler dire tanto “lume” quanto “non-verità”, si moltiplica via via nel romanzo, composto da due diversi manoscritti - l’uno seicentesco, l’altro contemporaneo – e da due trame che si riveleranno simmetrici riflessi dello stesso caleidoscopio. Tutto inizia quando la ricercatrice napoletana Cristina Spirito, studiando le Carte Palombara nella biblioteca di Palazzo Massimo, trova celato nella cucitura di un faldone il diario seicentesco di Lisbetta Vincioli, fuggita dalla brutalità familiare e costretta a una vita raminga di teatrante sotto spoglie maschili, finché l’incontro con il marchese alchimista non cambierà la sua vita. Man mano che Cristina Spirito legge il memoriale di Lisbetta, accumulando al contempo elementi utili alla decifrazione dei simboli della Porta Magica, vede dissolversi o concretizzarsi dubbi, segreti, scelte esistenziali possibili. La sua quotidianità si costella di incontri importanti e inspiegabili, di episodi che Jung definirebbe “coincidenze orientate”, mentre l’aura del soprannaturale intorno a lei si fa sempre più immanente.
Sull’altro versante, quello seicentesco del diario di Lisbetta, reso con una prosa rétro ad hoc, prendono forma le vicende storicamente documentate di Palombara, di Cristina di Svezia, o di grandi eruditi come Kircher, Borri e Santinelli, in contrappunto con uno stuolo di personaggi d’invenzione che ricordano nelle tinte decise quelli di Dumas. Il tutto raccontato con una sorprendente mutevolezza di punti di vista e di scenari, dal cenacolo della regina Cristina ai lazzaretti della peste, dai laboratori alchemici ai teatri della Commedia dell’Arte, senza far mancare al lettore suspence, colpi di scena, inseguimenti, agguati e un buon campionario di nuance di amore e d’odio.
Jason d’Argot è evidentemente uno che la sa lunga e ha di certo ruspato negli archivi storici di mezza Europa per mettere insieme i tasselli del suo ampio mosaico; l’erudizione non gli impedisce però di imbastire una narrazione mossa, briosa, che a tratti cita sornionamente il feuilleton, con lo stesso spirito con cui Massimiliano Palombara lascia aleggiare ironia e “sorriso alchemico” nelle sue rime o nelle sue sciarade di pietra. Il libro è consigliato in particolare a chi già sa che l’alchimia è ricerca spirituale più che miscuglio di metalli, ma anche a chi è affezionato a un’idea di romanzo “classico” e con ampio respiro storico. I più edotti di alchimia ed esoterismo avranno anche il piacere di trovare, incastonate nella trama, recenti scoperte sui simboli della Porta Magica e un corredo di affascinanti illustrazioni, tra le quali le incisioni di Cancellieri e Piranesi.
Jason d'Argot
nasce a Smirne nel 440 d.C. e realizza la Pietra Filosofale verso l’anno 507. Dedica la prima parte della sua lunghissima vita agli studi sulla palingenesi. Per oltre seicento anni fa perdere le sue tracce e non si sa nulla di lui. Nel 1210 conosce Francesco d’Assisi ed entra a far parte della comunità francescana della Verna. Nel 1423 si trasferisce a Firenze, dove dipinge alcuni notevoli capolavori, assumendo l’identità di un noto pittore rinascimentale. Si perdono le sue tracce per alcuni anni, poi riappare a Londra nel XVI secolo e pubblica alcuni trattati scientifici che ispirarono sia Robert Boyle che Isaac Newton. Nel 1652, durante un viaggio a Roma, conosce Massimiliano Palombara. Tra il XVII e il XIX secolo è tra gli autori del manifesto rosicruciano “Fama Fraternitatis” e fonda numerose obbedienze di ispirazione framassonica. Alla fine del XX secolo scompare misteriosamente dopo aver fatto parte, sotto falso nome, di vari governi europei. Innumerevoli e universalmente apprezzate sono le sue opere letterarie, poi attribuite ad altri, che l’autore ci ha vietato di rivelare.
PRESENTAZIONE UFFICIALE di CALCIO E ACCIAIO - Dimenticare Piombino
In data 11 maggio - ore 18 - SALONE DEL LIBRO DI TORINO
PRESENTAZIONE UFFICIALE di CALCIO E ACCIAIO - Dimenticare Piombino
PRESENTATO AL PREMIO STREGA 2014
DAL 27 FEBBRAIO IN LIBRERIA - Distribuzione ALI LIBRI - http://www.alilibri.it/
Mente Locale: http://www.mentelocale.it/57320-magazine-calcio-acciaio-dimenticare-piombino-intervista-gordiano-lupi/
Gordiano Lupi - CALCIO E ACCIAIO - Dimenticare Piombino
Acar Edizioni – Euro 15 – Pagine 200 – Distribuzione Nazionale ALI
Introduzione di Gianni Anselmi, Sindaco di Piombino ed ex calciatore nerazzurro
Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino racconta con amore e nostalgia una storia ambientata in un suggestivo spaccato maremmano.
“Aldo Agroppi era amico di sua madre, viveva in via Pisa, un quartiere di famiglie operaie, case bombardate durante la Seconda Guerra Mondiale, tragiche ferite di dolore, macerie ancora da assorbire. Giovanni ricorda una foto di Agroppi che indossa la maglia della Nazionale, autografata con un pennarello nero. Era stato proprio Agroppi in persona a dargliela, all’angolo tra corso Italia e via Gaeta, in un giorno di primavera di tanti anni fa, dove la madre del calciatore gestiva una trattoria, un posto d’altri tempi, dove si mangiava con poca spesa. Giovanni era un bambino innamorato dei campioni, giocava su un campo di calcio delimitato dalla sua fantasia, imitava le serpentine di rombo di tuono Gigi Riva, i virtuosismi di Sandro Mazzola, le bordate di Roberto Boninsegna, le finte dell’abatino Gianni Rivera e la vita da mediano di Aldo Agroppi, cominciata a Piombino e conclusa a Torino”.
Dopo tanti anni Piombino era ancora una volta il centro del suo mondo. Lo Stadio Magona aveva preso il posto di San Siro, le duecento persone domenicali che seguivano la squadra locale erano il suo nuovo pubblico, anche se i dribbling si facevano sempre più rari e le azioni più lente. Giovanni si preparava con scrupolo alle gare, spingeva i giovani a dare il meglio, insegnava, come un allenatore in campo che dispensava anni di esperienza”.
“La nostra cultura era quella del flipper con i record segnati con la penna biro, del calcio balilla con i vecchi calciatori decapitati e anneriti, dei primi videogames artigianali che si facevano strada. Non solo. Era la cultura del cinema con il doppio spettacolo domenicale e la signora che vendeva manciate di semi per poche lire. Era la cultura del campino sterrato della parrocchia, dove sognavamo di emulare Mazzola e Rivera. Era la cultura dei nonni che raccontavano le fiabe tenendoci per mano nelle giornate di vento”.
“Canali di Marina dove gettare una lattina di birra o le finte teste di Modigliani, emulando i cugini livornesi dopo una scorribanda tra amici. Scogliere di Fosso alle Canne, la luna a picco su una casa diroccata che sembrava uscita dai versi di Montale, io che recitavo La casa dei doganieri, la casa della mia sera, con la tua mano stretta nella mia e aspettavo un bacio, un segno che tutto sarebbe andato bene, che non mi avresti lasciato. Nottate di libeccio con il mare che superava la balaustra in ferro battuto del Porticciolo e bagnava le mura del vecchio ospedale. Maestrale che pareva uscito da un quadro di Fattori, mentre in Cittadella mi fermavo a guardare il mare in attesa di un bacio dalle tue labbra inesperte e tremanti, quasi come le mie”.
“Soltanto a Piombino ho visto case per gli operai costruite sul mare, acciaio e salmastro cercare una strada comune, lottare per fumo e pane, ma anche amore per il mare, per scogliere incontaminate, per golfi e calette misteriose che danno riparo al sole. Sarà per questo che ho scelto di tornarci. Forse mi sento figlio di tante contraddizioni”.
articolo su La Stampa
Mauro Cesaretti, "Se è vita lo sarà per sempre"
Se è vita lo sarà per sempre
Mauro Cesaretti
Montag
Nella silloge “Se è vita lo sarà per sempre”, di Mauro Cesaretti, primo libro di una futura trilogia, l’oggetto del contendere è La Vita, come può apparire ad un ragazzo molto emotivo: difficile, piena di delusioni e di paure. La gestione delle emozioni è il compito più arduo.
Mauro Cesaretti è un adolescente dalla ricca vita interiore, un performer che accompagna i suoi versi con la danza e il gesto. L’onda dell’emotività rischia di sommergerlo, perciò prende la penna e scrive per arginare suggestioni, turbamenti, angosce, fobie, sogni. Se troppo sensibili, si vive senza pelle, con i nervi allo scoperto: tutto ferisce, tutto ingigantisce, tutto fa male. È per questo che, a diciotto anni, Cesaretti già sente la fatica di vivere, si sente già “lasso”. E, tuttavia, non smetterebbe mai di guardare il mondo “con gli occhi del cuore”, emozionarsi ed emozionare, svelando gli oggetti nella loro essenza, togliendo loro il velo della mediocrità.
Ci parla di cose quotidiane: il gatto nel giardino, il padre, la ragazza, la poesia, la solitudine, la metafora del viaggio, il bagaglio perso che simboleggia ciò che siamo stati, i nostri ricordi, ma già considera la vita “lercia”, “lurida”, e può esserlo davvero, a tutte le età, in tutte le condizioni, perché la sofferenza non ci lascia mai. C’è comunque resistenza al dolore, non abbandono, tentativo di rinnovarsi: “l’estate seguente mi ricreo/in un getto d’acque calde.”
Quando si è molto giovani – e diciotto anni oggigiorno sono pochi – si tende a non rinunciare a niente di ciò che abbiamo scritto. Non è nemmeno ostentazione o vanità, piuttosto l’entusiasmo di condividere tutte le emozioni, e la paura di lasciare fuori qualcosa. Abbiamo perciò, qui, una ricerca stilistica ancora immatura, e con ampio margine di miglioramento. Si sperimentano varie strade senza tralasciare nulla, dal recupero di stilemi ottocenteschi a un tentativo di ermetismo blando – senza, almeno in apparenza, dilavare, distinguere, scegliere, ripulire. È una indagine che non ha ancora trovato la sua via, fra assonanze sibilanti - “La compagnia interessante /di sassi pesanti./L’allegria passante per i pressanti suoni.” – e cacofoniche – “Sarà uno scatto fermo, preso alla sprovvista/d’una svista mista tra i ripensamenti/di incombenti scelte incerte e delusioni.”
Lo studio metrico c’è, fino a trovare anche un certo ritmo gradevole che, però, non è mantenuto fino in fondo. L’autore pare sviarsi, cambiare stile ad ogni strofa, non raggiungere l’intensità voluta e persino incappare in qualche licenza di troppo. Come spesso accade, le immagini più belle sono quelle senza pretese, quasi sfuggite all’autore distratto, come “il faro sulla collina stanca.”
Concludiamo proponendo una delle poesie più piacevoli:
Io e te
Siamo solo io e te.
Tutto il resto è fermo
e silenzioso.
Solo quella lacrima si muove
sul tuo volto rosato
e tutto il mondo diventa
salato e arido.
Questi sassolini bianchi
ricoperti di cenere,
vengono spolverati da
questo tuo sorriso.
Ti abbraccio forte e il tuo sguardo
mi penetra il cuore,
il tuo sguardo amaro,
ma pur sempre amichevole.
I tuoi occhi blu
brillano nel tramonto
di questa faccia seria e serena,
e mentre sei assorta in qualche pensiero,
nel vuoto dell’infinito,
il cielo si dipinge di grigio.
Sixtynine (69) in Amsterdam part II
Avete presente quando ci viene voglia di tornare indietro nel tempo… diciamo di almeno una decina d’anni,
così tanto per …
…per pensarsi ancora libere…
libere da palle al piede varie che ci impediscono di prendere il volo quando vogliamo
libere di pensare solo a cosa mettersi addosso per uscire e se abbiamo abbinato bene lo smalto al vestito
libere di esibire tette e culo a destra e a manca, in abiti ammiccanti, promettendo di darla in un solo sguardo, con un bicchiere di pampero in mano e le gambe accavallate solo per fare il giochetto alla Basic Instinct…
Avete presente, no?
Ecco, io finalmente ce l’ho fatta: sto per tornare indietro nel tempo! E ancora non ci credo.
Sono riuscita ad organizzarmi, ho un piano a prova d’imprevisti; stavolta è sicuro: non gli do una sòla, gliela do e basta.
Da quanto aspettavo questo momento, non l‘avrei mai detto di me stessa…mi sento come Cenerentola che si prepara per il ballo…. In fondo è stata lei la prima pollastra della chick lit che tanto amiamo ad essere raccontata …
Ma torniamo a noi, ecco la mia chick list già tutta spuntata:
- prole assicurata per la serata a mia cognata ad orario indefinito (oh e che esistono a fare sennò le zie), e ho risparmiato pure i soldi della babysitter
- lui fuori per impegni improrogabili, evvai!!!
- motel (motel?!?) prenotato
- appuntamento con Lui confermato (no, non è che sto per andare in estasi mistica, spero “estasi” e basta)
Però un anticipo di paradiso, quello stasera me lo prendo!!!
Ebbene si, signore mie, sto tramando l’incontro passionale del decennio, sono complice di una fuga che mi sconvolgerà i sensi e risolleverà le sorti del mio matrimonio. Sì avete capito bene, faccio tutto questo esclusivamente per il mio matrimonio…
I rapporti di coppia sono come i mobili di casa, ogni tanto vanno ammodernati e poi grandi studi di psicologia lo confermano, i tradimenti possono dare una forte scossa ai rapporti d’amore datati, insomma il celeberrimo (e vagamente paraculo) “tradimento terapeutico” …
Ecco, io ho deciso, voglio farmi dare una forte scossa.. e basta! Senza dire niente a nessuno, voglio unire l’utile (mio) al dilettevole (sempre mio) con un figo (a suo tempo) che ho ritrovato per caso su Facebook.
Quanto ricordi con Lui… sono improvvisamente tornata in uno stato che la mia mente e il mio corpo avevano quasi rimosso, tremori alle gambe, scivoloni nello stomaco, vampate improvvise (e non è la menopausa, sono ancora giovane per quella !?!) e la famosa “voglia di qualcosa di buono, ma veramente buono” della contessa.
Il nostro è stato inizialmente un fuoco nascosto sotto la cenere, ai tempi dell’università, poi, non so come, durante un viaggio organizzato con amici, ci ritrovammo una notte a fare “Sixtynine (69) in Amsterdam” io, Lui e mariagiovanna …
E oggi in un battibaleno mi sembra che la cenere si sia dissolta e il fuoco di un tempo abbia ripreso a scaldare i nostri corpi…
Certo, oggi ha qualche chiletto in più, la barba che lo invecchia un po’e moglie e due figli a carico…
Certo, un motel appena fuori la città non è il massimo della chiccheria, però già mi vedo a seno nudo sotto le lenzuola di seta (be’, magari è un motel a sette stelle…) a fumare la mia maria con Lui, ancora avvinghiato alle mie gambe, incapace di staccarsi dal mio corpo…dopo il “Sixtynine” – part II.
(solo per precisare, se era per me, un ordine alla Fata Madrina per fornitura jet privato e camera al Ritz di Parigi, l’avrei fatto, ma, insomma, capisco che oggi c’è la crisi e, come si dice, chi si accontenta GODE e, in fin dei conti, lo scopo quello è…)
Certo, avrebbe potuto prenotare lui, ma mi ha detto che aveva paura di lasciare tracce in giro e io – Ah sì certo, capisco – (capisco?!)
Certo, avrebbe potuto darmi conferma dell’appuntamento con un sms un po’ più passionale al posto di un misero “OK”.
Tutti ‘sti “certo” hanno un non so che di conosciuto…anzi familiare direi… non trovate?
Ma la fuga ha poteri incredibili, penso, mentre entro nel parcheggio del motel (basta “motel” non lo dico più, mi sta cambiando il genere letterario…)
Tutto ha un sapore diverso… (deve averlo) ecco la sua macchina è lì e io parcheggio a fianco (vicini vicini…)
Mi arriva un altro sms – lo stallone scalpita – penso
- Chiedi del sig. Topolino alla reception… -
Topolino?????? all’anima dello stallone, mo’ mi fa fare pure una figura di merda… Il receptionist che, se avessi chiesto di un tale sig. Rossi, poteva tranquillamente ignorarmi mi fa una faccia da imbecille che dice: “dilettanti”. Si, bello mio, puoi giurarci che ci diletteremo parecchio…
Quando arrivo alla porta e al posto del Do Not Disturb trovo “Accettasi solo Topolona affascinante”.
Un po’ vacillo, ma non si torna indietro da “indietro nel tempo”!
Busso, mi apre subito, ma col piglio di uno che viene da lontano, con calma.
Lo sguardo, il sorriso sono quelli di dieci anni fa.
“Cielo, che figo… mio marito!
Le italiane lo fanno? ...meglio?
Avete presente quando ci viene voglia di tornare indietro nel tempo... diciamo di almeno una decina d'anni, così tanto per ... ...per pensarsi ancora libere... libere da palle al piede varie che ci
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Otello Chelli, "Gente della Venezia"
Gente della Venezia
Otello Chelli
Finegil Editoriale spa 2014
Divisione Il Tirreno
Gruppo Editoriale l’Espresso
Narra la leggenda che Otello Chelli, classe 1933, abbia imparato a leggere sedendo accanto alle locandine dei giornali. Autodidatta genuino, scrive in una lingua dove ogni parola è letteraria ed intrisa di pathos, ma gli sfuggono errori e refusi che il Tirreno - da cui si può scaricare l’ebook “Gente della Venezia” - non ha provveduto a correggere proprio perché la materia di questo cantore della labronicità più intensa deve rimanere quella che è, grezza e lucente come un diamante appena estratto, aulica e popolare insieme.
Anarchico e libertario, comunista in senso quasi evangelico, Otello Chelli ha alle spalle una lunga produzione di opere sia in prosa che in poesia. Il suo romanzo “La stirpe dei Morgiano”, ormai introvabile, passa di mano solo fra gli amatori. Quello che ci lascia oggi, all’età di ottantuno anni, è un vero e proprio testamento. Prima di congedarsi vuol testimoniare un mondo che vive e palpita solo nei cuori degli ultimi superstiti. Con la generosità e lo spirito solidale, a momenti francescano, che lo anima, Chelli fa in modo che il suo lascito sia fruibile da tutti e scaricabile gratuitamente dal quotidiano della sua città.
Già, la città, quella stessa Livorno cantata da Caproni, patria di Mascagni, Fattori, Modigliani. Ma non tutta, solo un quartiere, piccolo per la verità, che si dilata e giganteggia, erge invisibili mura di fossati, di ponti, di barriere che lo separano dal resto del centro toscano: la Venezia.
Il quartiere si chiama così perché ricorda la città lagunare, fra ponti e canali, scalandroni e navicelli; è architettonicamente molto bello, ha conosciuto il suo massimo splendore nel settecento, Luchino Visconti vi ha girato “Le notti bianche”. Per Chelli costituisce un macrocosmo, un intero universo, il teatro all’aperto dei suoi sogni di bambino, il luogo dell’anima dove tutto è possibile.
Il testo è totalmente autobiografico ma di quell’autobiografismo capace di scardinare i propri limiti e ridisegnare un mondo, un territorio e un tempo, popolati da una folla di uomini e donne che sembrano usciti da un atto di Cavalleria Rusticana o da un quadro di Eugenio Cecconi, anche se i fatti narrati sono posteriori e coprono l’arco che va dagli anni trenta al dopoguerra. Gente che fu, gente del popolo, svelta di mano e di coltello, pronta a lavare un’onta col sangue e a rubare per sfamare i figli, ma capace anche di dividere tutto con gli amici. Gente di cuore che sa aiutare e compatire nel senso letterale del termine.
Il testo – non lo chiamiamo romanzo perché è piuttosto una sere di quadri, di “spezzoni”, come li definisce l’autore – rievoca figure storiche, con tanto di nome, cognome e soprannome. Si parte da Artemisia, madre del protagonista.
“Artemisia aveva chiamato i figli per dare loro il solito cantuccio di pane con qualcosa dentro per insaporirlo. Lei e Pepe Nero avrebbero cenato nella fiaschetteria di Edipo con una fogliata di acciughe sotto il pesto e un litro di vino rosso.”
È un’Annina meno fine e meno caproniana, sanguigna, scarmigliata, dalla risata squillante, pronta a battersi come una tigre in favore degli otto figli ma anche dei figli delle vicine; capace addirittura di incontrare il duce in persona per difendere il marito dagli squadristi. Ma, soprattutto, generosa:
“Mamma poteva contare abbondantemente sui soldi guadagnati con i miei traffici, la fame ci era sconosciuta, ma nel mio nascondiglio, ne avevo uno anche nel labirinto della Fortezza Nuova, più ne mettevo, più il mucchio scemava. Era più forte di lei. Non poteva dare da mangiare ai propri figli mentre intorno altri bambini e ragazzi stavano a guardare con gli occhioni spalancati e una luce mista di desiderio, brama e supplica. Così divideva pranzo e cena con tutte le famiglie abitanti nel nostro pezzo di colonia e anche oltre, per me era padrona di farlo, mai avrei potuto richiamarla alla moderazione nella spesa quotidiana, perché condividevo pienamente quella solidarietà, del resto generalizzata, forse il dato più bello da registrare in quei lontani giorni di tragedia.”
Dopo Artemisia, ecco la Ciucia, cui è dedicato anche il libro della pronipote Tiziana Savi,“La Ciucia per tutti, Bruna per noi”, sempre con la partecipazione di Chelli. La Ciucia era un carattere borderline, una donna buona e compassionevole, che ogni giorno chiedeva – anzi, diciamo pure pretendeva – l’elemosina per consegnarla ai soldati e a coloro che soffrivano. Sparì senza che se ne sapesse più niente.
Fra i personaggi riportati in vita da Chelli, spicca la giovanissima e bellissima Doretta, innamorata di un amore infantile ma carnale, morta sotto i bombardamenti.
“Ho vissuto una lunga, tumultuosa esistenza eppure, mentre mi avvio verso l’ultima tappa di questo mio viaggio sulla terra, la presenza dello spirito inquieto di Doretta è sempre più costante e qualche volta m’illudo che ella stia aspettando il momento in cui il mio corpo cederà alla morte, per allungare la sua mano, tirarmi su e correre insieme a me per le strade strette, battute dal libeccio, con i fossi pieni di navicelli e di vita, in una Venezia immortale che non sarà mai travolta dalla guerra che il 28 maggio 1943 distrusse le sue mura, ridusse alla rovina le sue case cancellando una splendida fiaba e disperse la sua gente in una diaspora senza ritorno”.
E poi Otello Bacci, il musicista assurto agli onori della rivista con Dapporto e Totò; e Silvano Ceccherini, ex capo di una banda di ladri, ex detenuto e poi scrittore; e l’amico fraterno Sansone, compagno di tante avventure pericolose e illegali, rinnegate da Chelli in favore dell’impegno politico. Come Doretta, anche Sansone è morto e mai dimenticato.
“Mi inginocchiai sulla terra sotto la quale era stato sepolto e immersi un dito nella superficie marrone, fresca d’umidità, piena dell’odore buono dei campi e pensai ala sua anima: sapevo come in quel momento Sansone fosse finalmente libero.”
A far da sfondo tridimensionale ai personaggi sono i luoghi ma, specialmente, i momenti storici. In particolare tre: il fascismo, i tragici bombardamenti che rasero al suolo Livorno durante il secondo conflitto, e l’occupazione americana che trasformò Livorno in una novella Babilonia di traffici illeciti, malavita, borsa nera, “segnorine” e soldati di colore, con la pineta di Tombolo convertita in terra di nessuno, in covo di banditi e prostitute.
Al di là della ricostruzione storica vivissima e partecipata, ciò che anima il racconto è la nostalgia straziante di un mondo sparito, fatto, sì, di stenti, privazioni e atti illeciti, ma anche di uguaglianza, amicizia, solidarietà, in pieno spirito labronico. Quel periodo, quello spazio, quel quartiere, incarnavano gli ideali che l’autore ha perseguito per tutta la vita. Otello Chelli è, infatti, un comunista della prima ora, di quelli che intendono l’impegno politico come lotta, ma anche amore, dedizione, onestà e purezza. Ideali destinati ad infrangersi e a rimanere sempre irraggiungibili. Ideali che, al sapore acre della sconfitta, mescolano quello del rimpianto per la giovinezza che non c’è più, per la vita che sta per concludersi. Così, quest’uomo che ha superato gli ottanta anni, quest’uomo che, dice, non ha mai avuto paura di morire, quest’uomo duro ma col ciglio bagnato del poeta, si congeda da noi tramite la riaffermazione lucida e disperata di ciò in cui ha sempre creduto.
“Voltai le spalle al tumulo e mi avviai verso la città laddove avrei affrontato altri settanta anni di vita tumultuosa, inquieta, mai facile, ma ricca di impegno e sacrifici, di dolore e felicità, di ideali poi infranti dagli uomini, in me, però, rimasti vivi come allora e sempre.”
E ora, anche se nel testo esaminato non è compresa, ci piace accostare - timidamente e con pudore - una poesia di Chelli che commemora la figura di Artemisia ad una caproniana in memoria di Anna Picchi. Lo facciamo così, senza nessuna pretesa, solo col piacere di evocare sentimenti simili.
IL CARRO DI VETRO
Giorgio Caproni
Il sole della mattina,
in me, che acuta spina.
Al carro tutto di vetro
perché anch’io andavo dietro?
Portavano via Annina
(nel sole) quella mattina.
Erano quattro i cavalli
(neri) senza sonagli.
Annina con me a Palermo
di notte era morta, e d’inverno.
Fuori c’era il temporale.
Poi cominciò ad albeggiare.
Dalla caserma vicina
allora, anche quella mattina,
perché si mise a suonare
la sveglia militare?
Era la prima mattina
del suo non potersi destare.
IN MORTE DI MAMMA ARTEMISIA
Otello Chelli
Corsi, con il cuore che martellava dentro,
nella notte interrotta
e nei silenti, deserti corridoi dell’ospedale,
la speranza lentamente svaniva nell’affanno
di una certezza che mi strozzava in gola
l’urlo del distacco imminente da te viva.
- “Muore colei che mi stringeva al petto
con amore,
quietava i sonni miei,
e mi donava il sangue dal suo seno.” -
La porta aperta sul volto tuo disteso,
gli occhi velati, la fronte senza rughe,
una carezza e il tenue calore rimasto sulla pelle,
come il tenero petto di un passerotto implume,
mi resero il bambino disperato
che piangeva svegliandosi nel buio.
Ora non c’eri più con il tuo sguardo,
a placare le molte mie inquietudini
e gli affanni della ricerca antica
che mai mi ha dato requie.
La morte si era presa il tuo respiro,
senza l’ultimo abbraccio dei tuoi figli
ed io gemevo piano, con il viso
posato sul tuo capo reclinato.
L’alba mi vide accanto al freddo marmo,
chinato sul tuo corpo a ricordare
i momenti più belli della vita
e i giorni sfortunati.
Poi vennero i fratelli e le sorelle,
i mille pianti, i fiori
e il noce lucidato della bara,
il lento camminare sull’Aurelia,
con gli amici in attesa avanti casa
e i mattoni a serrare il nostro cuore
nella gelida morsa del dolore.
Ora, trascorso il tempo, sono sceso quaggiù,
nell’oscuro snodarsi delle tombe,
davanti al tuo ritratto.
Brillano fiochi lumi e il tuo sorriso,
tra il biancheggiar dei fiori,
è una povera immagine
della squillante risata di mia madre,
quando, giovane, bella e forte,
un bimbo rincorreva lungo il viale
accanto alla Crocetta di Saglietto.
Eppure, Mamma, il tuo ricordo,
nonostante lo scorrere di giorni mai tranquilli,
è presente, ben vivo e mi accompagna
in questa vita vissuta intensamente.
Il tuo corpo è tornato nella terra
che si frantuma attorno e che rinasce
dalle ceneri sparse
di un fuoco che ha vissuto sessant’anni.
Tu rivivi con me, con i miei giorni,
soffri e gioisci nei miei sentimenti,
ti rifletti negli occhi dei miei figli,
scorri con me le pagine diverse
degli anni che trascorrono, cadendo,
uno sull’altro, come foglie d’autunno.
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Le favole cubane di Josè Martì
Josè Martì
Fiabe cubane
Ediz. Il Foglio
Narrativa cubana
Traduzione a cura di Gordiano Lupi.
“Sono tutte fiabe popolari che a Cuba vengono lette ai bambini. Non esiste persona che non conosca queste storie, raccolte da Herminio Almendros (1898-1974), un editore-scrittore-pedagogo ispano-cubano, noto per aver pubblicato Habia una vez (C’era una volta), il più noto libro di fiabe cubano. Almendros fondò l’Editorial Juvenil, prestigioso antecedente della Editorial Gente Nueva”.G.L.
Le origini della favola si perdono in un lontanissimo passato. Essa trae ragion di essere in quella cultura popolare e politicamente subalterna che nel rapporto conflittuale con i potenti esprime in modo semplice ed immediato le ingiustizie che quotidianamente deve subire.
Tra gli espedienti più comuni utilizzati dai compositori di favole vi è il ricorso a protagonisti tratti dal mondo animale, il che permette di osservare in un modo immediato comportamenti trasferibili al mondo umano. La chiarezza ed immediatezza del linguaggio fiabesco permette di recepire immediatamente la morale di ogni favola, sviluppando un dibattito sui temi evidenziati e su particolari vizi e difetti dell'animo umano sempre in dissidio tra bene e male, tra onestà e disonestà, tra arroganza ed umiltà ecc.
La favola, in quanto racconto fittizio che raffigura la verità in modo metaforico, coinvolge l'attenzione dei bambini e dei ragazzi su molti aspetti della vita, su lati del comportamento umano che, oltre che essere guidati da superiori ideali e valori etici, hanno bisogno di essere chiariti ed interpretati anche da schegge di buon senso, di terrena saggezza, di piccoli ammonimenti che, proprio perché più leggeri, più facilmente si insinuano nell'animo e spingono alla riflessione. E’ solo partendo dall’ osservazione dei comportamenti dei personaggi favolistici e dalla riflessione sui propri che fin dall’età infantile è possibile stimolare l’affettività, il rispetto, l’accettazione dell’altro da sé.
I temi della favola sono diversi e variegati: fatti della vita degli dei o di esseri superiori, degli animali, degli uomini colti nella loro quotidianità; i protagonisti sono spesso animali dotati di intelligenza e di parola umane, ma non mancano anche soggetti della natura inanimata.
Accanto agli animali è presente in questo mondo favolistico una umanità miserevole, colta nei suoi aspetti più dimessi, nella dura realtà del lavoro quotidiano: contadini, pescatori, pastori, rassegnati di fronte alle asperità del vivere, incapaci di trovare scampo ai soprusi della ingiustizia sociale. Ad essi dunque dà voce la favola, che dissimula nella sua contenuta polemica e nel travestimento metaforico dei suoi personaggi "la protesta degli umili" e la disincantata rassegnazione delle classi subalterne.
La gallina d’oro
Il mondo si divide in due parti: i lavoratori onesti e gli approfittatori. La vita però non è destinata a diventare un peso per alcuni e un trastullo per altri. Sicché prima o poi chi non si adopera per lavorare non avrà la giusta ricompensa.
La piccola rana verde e l’oca.
La favola riprende un motivo caro a Esopo ed è rivolto a tutti coloro che sono agitati da ambizioni sfrenate causate dall’invidia. La natura ha segnato per ciascuno dei limiti e andare oltre porta alla rovina.
La margherita bianca
Narra della gioia di vivere, del tripudio all’arrivo della primavera in tutto il suo splendore e della felicità dei bambini all’unisono con la bellezza di fiori e di piccoli animali.
La cucarachita Martina.
L’incontentabilità porta fuori strada. La sorte che sembrava la migliore si rivelerà essere la peggiore, per la disobbedienza del topolino alle esortazioni di Martina.
Come accadde che il topolino Péres resuscitò.
Talvolta i miracoli accadono davvero, ma non bisogna aspettarseli dall’alto. Bisogna imparare la legge della condivisione sia nel dolore che nella gioia. Tutti i personaggi animati e inanimati hanno condiviso con un segno concreto il dolore di Martina, e, trovata la soluzione, tutti sono stati ampiamente ripagati dalla gioia dell’avvenuta guarigione, gioia che non è stata divisa, bensì moltiplicata e concessa a ognuno, come ricompensa della partecipazione fattiva all’evento.
Riccioli d’oro e i tre orsi.
Insegna che la gioia si trova nelle piccole cose
Pulcino Pino
Stare in guardia dagli astuti. Non sempre le compagnie sono buone e i consigli disinteressati
La gallina Rabona.
Chi non si accontenta del suo perde anche quello che ha. Mai agire in modo disonesto per appropriarsi di quello che non è nostro. Chi la fa l’aspetti!
Il gallo al matrimonio.
La cortesia va sempre coltivata, anche quando ci sembra fuori luogo. Non possiamo noi essere giudici degli altri. Pertanto bisogna essere disponibili alla solidarietà
Mezzopulcino.
L’egoismo non porta bene. Aiutare gli altri diventa un’occasione per migliorarsi. Rimanere sordi alle richieste di aiuto non consente di averne quando se ne ha bisogno e spesso con l’egoismo siamo proprio noi a metterci in situazioni incredibili e assurde.
Non mancano nella prima sezione della raccolta Filastrocche che ammaliano con la rima baciata e con immagini delicate dai protagonisti topici delle fiabe con protagonisti umani (il cavaliere, la gitana) o con animali come in Cucù e nel piccolo raffinato componimento cantilenante La lumaca
Più complessa la struttura e più ricco lo stile nelle Fiabe per Ragazzi.
In “Una monella di nome Nenè” il leitmotiv dell’amore paterno e filiale s’intrecciano con la descrizione della bellezza, del metafisico, della speranza in una vita migliore, e per colorare la tristezza di sottofondo causata da una grave assenza il narratore ricorre all’utilizzo di descrizioni intimistiche delicate, di metafore cariche di significato, di analogie di profondo sentimentalismo.
E poi c’è la vita, quella da scoprire attraverso l’esperienza. E l’esperienza ha i suoi tempi, le sue tappe. La protagonista, come ogni giovane e fertile mente, è assalita dall’ansia di scoprire subito tutto quello che c’è nel libro proibito, un gran librone carico di anni e pesante di vita vissuta che il papà le impedisce di leggere. Lo afferra una notte di nascosto e vi trova la vita nei suoi aspetti fulgidi e strani, proprio come il gigante monocolo dipinto nel libro, fin troppo vicino al ciclope di omerica memoria. Diversi uomini, di varie razze, tentano di risalire faticosamente la lunga barba dell’omone. Fin troppo chiara la durezza della vita per tutti, a qualunque razza si appartenga! Infine l’imponderabile, l’inaspettato, l’uomo nero ignudo, che rappresenta il superamento del limite, l’ubbidienza tradita e forse l’incognita che ci attende quando si devia dalla retta via, una sorta di peccato originale che già inficiò l’umanità di Adamo.
Travolta dal fascino dei colori con cui sono raffigurati nelle pagine seguenti numerosi animali, la protagonista si lascia andare al trafugamento dei fogli e, quasi estraniata, non si accorge del monito del papà sopraggiunto all’improvviso che l’osserva con sguardo accigliato.
La conclusione infine restituisce una bambina provata dal rimorso.
“Bebè e il signor Don Pomposo” dichiara che la genuinità di sentimenti positivi appartiene all’infanzia. In un mondo in cui ad alcuni per sorte tocca una vita grama, al contrario di altri più fortunati che ottengono facilmente tutto, spesso gli adulti sono inadeguati a stabilire l’equilibrio e in una falsa torre di bontà dispensano doni a chi non ne avrebbe bisogno, trascurando di guardare oltre. Allora ci pensano i piccoli che in una sorta di slancio naturale mettono in pratica azioni di generosità a favore dei più deboli, soprattutto se bambini come loro.
Anche nella fiaba poetica “Le scarpette rosa”, ricca di descrizioni paesaggistiche e di dettagli personali, sorprende che l’iniziativa dell’atto generoso sia intrapresa da una bambina che rinuncia volentieri alle sue scarpine rosa, a cui tanto la sua mamma teneva, perché un'amichetta molto povera possa indossarle per giocare. Torna a casa a capo chino la bimba, timorosa per le conseguenze della disobbedienza, per giusta causa diremmo! Infatti non solo non verrà sgridata, ma addirittura la mamma l’esorta a far dono alla bimba povera di tante altre cose ancora.
Un quadro vero e proprio, una filigrana preziosa, un lavoro di cesello e ricamo è la fiaba “La bambola nera”. Minuscole pennellate di colore, lampi di luce che danno il senso pieno della descrizione attenta e meticolosa. Tutto è bello, raffinato, curato, le cose come i sentimenti, ma la crepa buia c’è perfino in questo mondo dorato. È ancora una volta la sensibilità della protagonista, una bimba di 8 anni, che in tanta festa per il suo compleanno, non riesce a godere pienamente della gioia dell’evento e dei regali ricevuti. Solo a sera, nel suo letto, ritrova la felicità abbracciando la bambola nera, il suo gioco preferito, da tutti trascurato perché considerato brutto e malconcio. Ancora una volta vien fuori l’amore per gli emarginati, così spontaneo in chi non è stato ancora “diseducato” dalle convenzioni sociali.
“Il gambero incantato”. Molto frequente è il tema della incontentabilità umana, e molto fortunato nella tradizione favolistica. Attraverso una serie di episodi narrati con garbo e con dovizia di particolari, l’Autore sottolinea come il parossistico desiderio di possesso, di ricchezza e infine di mutare la propria condizione, alla fine porti alla rovina. Il non rispettare la misura è un grave danno. Ma la favola contiene anche un altro messaggio: il non darla vinta agli sregolati, fronteggiare la loro insaziabilità a qualunque costo, pena la rovina personale. Proprio come ci suggerisce il finale.
Un monito valido da sempre soprattutto nell’educazione dei figli. E’ facile constatare come i giovani di oggi abbiano desiderio, anche in fatto di morale, di punti di riferimento sicuri che con sofferenza talvolta cercano in comportamenti poco coerenti del tessuto familiare e sociale; e che spesso il loro recalcitrare di fronte a consigli e ammonimenti severi è solo un modo per mettere alla prova non tanto se stessi, quanto gli adulti (genitori ed educatori). Un obiettivo, questo, che pare felicemente raggiunto nelle fiabe dell’Autore cubano.
C’è da chiedersi perché le fiabe incontrino in genere tanto favore e perché questo genere letterario sia pratico laddove si cerchi il profumo della libertà.
Sicuramente la narrativa, specie quella di veloce sforzo creativo, di più immediato impatto, come il racconto o la favola, è stato sempre il genere trainante, prodromico alle forme più ampie come il romanzo. Inoltre quando le convenzioni sociali, le limitate libertà impediscono l’autentica estrinsecazione del pensiero, questo si fa scudo della metafora con cui critica la realtà e gli aspetti aberranti di essa, nascondendosi in un generale moralismo che non sempre coglie le peculiarità di una situazione, di un paese, di un popolo. Oppure si corre il rischio che il senso inebriante delle conquiste poco mature “accentui il divario tra l'ideale dei padri e la meschinità del presente, la religiosità e il misticismo un tempo tabù, la solitudine senza prospettive”.
Allora interviene la satira, o con atteggiamento molto più dolce e bonario, ancora una volta la favola.
E sicuramente un ruolo importante nel loro contesto hanno rivestito anche le fiabe di Josè Martì.
Un’ultima nota per evidenziare gli ottimi disegni di Roberta Guardascione e la traduzione straordinariamente ricca di pathos di Gordiano Lupi.
Adriana Pedicini
Josè Martì (1853 – 1895), considerato l’eroe dell’indipendenza
cubana, morì combattendo contro i colonizzatori
spagnoli. Fu poeta di radice whitmaniana, anticipatore
della poetica modernista (di lui si ricordano
soprattutto i Versos Sencillos del 1891, dai quali venne
estrapolato il testo canzone Guantanamera). Non fu
solo poeta, ma anche narratore per l’infanzia (fondò la
celebre rivista La Edad de Oro), saggista, uomo politico
e romanziere. Tutta l’educazione della gioventù cubana
passa attraverso l’insegnamento capillare della
sua opera. Nené traviesa è una fiaba pubblicata per la
prima volta sulla rivista La Edad de Oro.
Il richiamo dell'usignolo
Il richiamo dell’usignolo
Memorie, il richiamo dell’usignolo
Memorie, immagini, luoghi vissuti
storia e storie di gente consumata
fra terra arsa e case di pietra.
Vita spalmata tra vicoli ciechi
dove forte era l’odore del muschio
e il sol di rado dispensava sorrisi.
Al reiterato canto del gallo,
che all’alba suonava la sveglia,
seguiva un vociare affannoso
che rimbalzava di casa in casa.
Davanti a Edicole improvvisate,
effigie poste nelle crepe delle case,
ognuno chiedeva ragione ai santi
di mancati raccolti e stupori affranti.
Memorie, immagini, pietre vissute
pagine e pagine di libro mai chiuso
che in religiosa attesa rimane
pronto a colmare lacune
dell’usignolo che ne avverte il richiamo.
Lucia Clemente
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