Quanto "sexting" fate???
Ho letto su un quotidiano una statistica che mi ha dato un po’ da pensare.
Secondo un popolare sito di incontri extraconiugali, gli italiani sarebbero tra i più accaniti praticanti del “sexting” a livello planetario; e comunque sarebbero tra i popoli che hanno decisamente sostituito il sexting al sex vero e proprio!
Forse non tutti sanno esattamente cosa sia ‘sto sexting pur, a quanto pare, praticandolo abitualmente!
Bene, si tratta in sostanza di mandarsi messaggi e selfie, (quelli che una volta si chiamavano autoscatti) hot, ma anche solo tiepidini, per stuzzicare le fantasie sessuali del ricevente e… fermarsi lì.
Secondo quest’indagine, in pratica, oggigiorno noi italiani semplicemente ci accontenteremmo di quel minutino di emozione/eccitazione che scaturisce dalla visione, sullo schermo del nostro smartphone, di una “fotina” a gambe aperte o a tette fuori o dalla lettura di frasette porche spedite dai nostri partner extraconiugali. E addirittura l’88% di noi italiani preferirebbe coltivare questa abitudine invece di impegnarsi in performance ad alto contenuto erotico.
In un primo momento mi sono detta – ma de che stamo a parlà???
Sexting… ma de che??? -
Per un attimo, nella mia mente si è riversato massivamente il flusso dei vari sociologismi moraleggianti “a un tanto al chilo” di cui sono pieni gli spazi dei media contemporanei e quindi: dalli all’involuzione della specie che è diventata incapace di stabilire contatti veri, di cercare l’altro sul serio, che copre il vuoto dell’anima, anche quella sociale, sotto montagne di immagini e parole senza senso, che ha permesso si scavasse una distanza abissale tra la parola (in senso lato) e la vita (in senso stretto), ecc. ecc.
Poi però mi sono ricordata di un’altra statistica secondo la quale oggi le donne sognano il sesso molto più degli uomini e ho fatto due più due.
- Che c’entra questo? – mi direte… e invece vi dico che c’entra.
La parola chiave di tutte queste indagini è sempre la stessa…SOGNARE
Oggi donne e, a quanto pare anche uomini, coinvolti in relazioni extraconiugali, amano avere a che fare solo col Desiderio, quello con la D maiuscola perché evanescente, perché vive nell’etere, perché impalpabile, perché intoccabile e inarrivabile, perché se ci si arriva perde di significato e non è più quello sognato…
È lo stesso desiderio delle nostre beniamine, ricordate? Ed è anche il nostro, quello che vogliamo provare ogni tanto ad occhi aperti immaginando performance megagalattiche con tizio o con caio…
E questa riflessione mi ha portato a un’altra conclusione, completamente “mia” della faccenda in cui non risiede alcuna accezione negativa…anzi
Si potrebbe essere portati a pensare, come ho letto in alcuni articoli di critica all’indagine, che si tratti di un’involuzione della specie che preferisce immagini e parole al contatto fisico vero e proprio ma dimentichiamo un particolare… ovvero che si tratta di relazioni extraconiugali…
E quell’extra secondo me fa una grossa differenza….è quel qualcosa in più che si è perso o che è scomparso dalla relazione abitudinaria…
…perché ci si è già concessi al gioco di sguardi, alla forza dell’incontro, al contatto fisico, allo scoprirsi… ci si è già messi a nudo corpo e anima e quando si prova a rifarlo è perché abbiamo solo voglia di ricordarci di cosa si prova e basta….
semplice no?
Le italiane lo fanno? ...meglio?
Qualche giorno fa ho letto su un quotidiano di una statistica che mi ha dato un po' da pensare. Secondo un popolare sito di incontri extraconiugali, gli italiani sarebbero tra i più accaniti ...
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Frequently Asked Questions. Ovvero cronache di straordinaria quotidianità.
1) Non vi mette a disagio avere sempre persone in casa?
2) Perché avete deciso di privarvi del vostro spazio?
3) Da quanto anni avete il b&b e come è nata l’idea?
L’ordine non è casuale. Chi viene al b&b, sia per lavoro, che per vacanza, per trovare amici o per una visita al parente in ospedale, mi rivolge sempre la stessa domanda: se mi infastidisce avere persone per casa. Mi sembra un controsenso. Non avrei mai dovuto aprire un b&b se non pensassi che il conoscersi è ricchezza, che la condivisione degli spazi non è privazione. Ma capita, è vero! Che non scatti l’alchimia con certe persone. In questi ultimi dieci anni, però, posso citare alcuni episodi su una mano soltanto. Insomma, una goccia nell’oceano.
Mi piacerebbe parlare della nostra avventura partendo dall’ultima domanda. Di quanto siamo stati temerari nell’aprire pur non avendo in mano il mestiere ma solo la voglia di accogliere persone e conoscere storie.
Una cronaca della quotidianità, fatta di luoghi visitati virtualmente, di alcuni sbagli, di persone che ritornano, che consigliano, che ci scrivono, di drastiche decisioni e di incontri entusiasmanti.
Ma quando è iniziato tutto questo?
Sono oramai dieci anni che il b&b è aperto. Ma non è tutto merito nostro. Se non ci fosse stato il suggerimento della signora Angela non so se il b&b… La signora Angela è la pioniera dei b&b di Cagliari. Siamo stati da lei tante volte il primo anno che ho conosciuto il mio compagno. Nel mio cuore è la donna che ci faceva compagnia mentre facevamo colazione, imburrando le mie fette biscottate come una mamma, raccontandoci la sua vita, motivando la scelta del b&b e soprattutto coinvolgendoci con la sua dirompente allegria. Non vi racconto tutta la sua storia, perché magari avrà il piacere lei se andate a trovarla qua.
Lei ci ha consigliato di intraprendere questa avventura. La decisione di trasferirmi a Palermo è stata meno drammatica del previsto con questa soluzione. C’era l’amore, ma senza il lavoro… Così abbiamo aperto il b&b, girando per uffici che non comunicavano tra loro, aspettando per mesi autorizzazioni che si perdevano nei corridoi del potere, fino a quando nel gennaio 2004 abbiamo avuto il primo ospite: un rappresentante di strumenti musicali che ancora oggi sceglie noi per soggiornare a Palermo!
Sfogliando il guestbook ripercorro mentalmente gli incontri fatti. Come una maestra con tutti i suoi vecchi alunni: li ricordo, viso per viso e storia per storia, tutti quanti. Come Nagesh e Judit, due medici che lavorano negli Stati Uniti.
Oppure Elena e Giuseppe, tornati per una seconda volta da noi, stracolmi di vitalità contagiosa.
Ma è divertente anche notare come viene percepita in modo differente la città. Il ragazzo giapponese, tradotto poco dopo da una sua concittadina in viaggio nel Belpaese per perfezionare la lingua, considera Palermo una città tranquilla… mah!
Palermo è una città meravigliosa vivendola con gli occhi del viaggiatore. E così la voglio percepire ogni giorno: sia perché l’ho scoperta come turista sia perché continuo a scoprirla come tale. Imbattersi nella quotidianità è dura. Si possono fare corposi elenchi di ciò che non va. Ma qui voglio parlare degli incontri con turisti di ogni parte del mondo che si entusiasmano per gli scorci che offre la città, per i tramonti sul mare, che talvolta si indignano per i palazzi fatiscenti e le vie stracolme di spazzatura, ma che vanno via con tanta Sicilia nel cuore e qualche chilozzo in più!
I vantaggi del pomiciare
Qualche settimana fa, mentre arrancavo sul salitone che mi porta (?) a casa, zavorrata di buste della spesa, con la sola consolazione, o meglio la speranza, di riuscire a buttare giù qualche etto e soprattutto il pungolante senso di colpa per le calorie del gelato mangiato poco prima, ho visto due adolescenti appoggiati a un muretto che pomiciavano di santa ragione.
Con la scusa delle buste pesanti, mi sono fermata ad osservarli (beata gioventù…), ipnotizzata dalla percezione quasi visiva del flusso di ossitocina che inondava i loro cervelli e dalla sensazione quasi tattile (ho detto quasi, eh!) del calore pulsante e dilagante nelle adolescenziali parti basse.
Non ho potuto fare a meno di abbandonarmi al ricordo sensibile del piacevole solletico che provoca la lingua quando accarezza le labbra (pare siano cento volte più sensibili della punta delle dita) e alle insospettabili potenzialità dello scambio di saliva da cui sembra scaturisca lo stesso desiderio sessuale.
Pensandoci bene, il famoso bacio alla francese (che poi in realtà sarebbe “alla fiorentina”, ma questa è un’altra storia…) è per molti un’espressione così intima di reciproco sentimento da non sfigurare rispetto allo stesso atto d’amore. Si tratta, in fin dei conti, della profonda penetrazione di una parte intima altrui, pertanto di una meritoria attività niente affatto da sottovalutare (…) e soprattutto da non dismettere assolutamente, nemmeno dopo svariati anni di vita di coppia.
A questo punto il ragazzo ha aperto gli occhi e mi ha saettato un’occhiataccia che più o meno voleva dire: “‘fanculo tardona guardona! ”.
Ingobbita per la vergogna, ho repentinamente ripreso la marcia del mulo fino al portone di casa. E, certamente per scacciare la sensazione di cocente imbarazzo, mi sono ripassata mentalmente un po’ di statistiche che avevo letto qualche tempo prima.
Dunque, secondo uno studio (e dalli con questi studi!) il 18% delle coppie sposate o comunque delle coppie di lungo corso passa a volte anche una settimana senza baciarsi, mentre il 40%, nella stessa unità di tempo, si bacia soltanto per 5 secondi o ancora meno.
In pratica, è piuttosto comune che dopo un po’ la passione non sia più quella dei primi tempi per cui, se notate che ultimamente voi e il vostro lui non vi baciate quasi più, o lo fate superficialmente e più per abitudine che per reale desiderio, non entrate nel panico e soprattutto non meditate decisioni drastiche perché, secondo l’università di Oxford (quelli che hanno fatto questo studio), è tutto normale.
Comunque, ammesso pure che sia tutto normale, io per parte mia, sbarcando dall’ascensore, mi sono ripromessa di effettuare sessioni di pomiciamento continuato per almeno tre minuti, almeno un paio di volte a settimana. La sera stessa mio marito ha appreso di dover aggiornare la sua agenda…
Naturalmente la mia determinazione era supportata da solide basi teoriche avendo appreso per tempo da studi documentati (??!!) che baciandosi:
1)si abbassano i sintomi delle allergie stagionali (anche se qui ci vuole più impegno, almeno mezz’ora al giorno)
2)si fa bene ai denti, (lo scambio di saliva riduce anche la placca oltre a riscaldare le parti basse)
3)si combatte l’invecchiamento facciale (sembra che esercitando i muscoli facciali si possa sortire un effetto ringiovanimento di almeno 15 anni)
4)si facilita la guarigione delle ferite (?)
5)si rafforza il sistema immunitario
6)si bruciano dalle due alle sei calorie al minuto, in base alla durata dell’esercizio… senza nemmeno caricarsi di buste della spesa!
Dopo qualche settimana di sperimentazione posso dire di non poter documentare nessuno dei prodigi sopra descritti. I risultati empirici di cui posso dar conto sono invece i seguenti:
1)solletico alle labbra e scambio di saliva non godono di una fama usurpata e di ciò può rendere fedele testimonianza la mia lavatrice (vedi post “Ma sti uomini …cosa vogliono?”) costretta a un superlavoro di centrifuga con alimentazione “a energia cinetica”…
2)riscontro di un crollo verticale del fabbisogno di pippe mentali (per noi donne) e fisiche (per voi uomini), quindi addio stress ed effettivo innalzamento qualitativo della vita sessuale di coppia.
Bacini, bacini.
Le italiane lo fanno? ...meglio?
Qualche settimana fa, mentre arrancavo sul salitone che mi porta (?) a casa, zavorrata di buste della spesa, con la sola consolazione, o meglio la speranza, di riuscire a buttare giù qualche etto e
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Il periodico di Yoani
E' uscito il periodico di Yoani. Un folto gruppo di giornalisti e intellettuali si è affrettato a sottoscrivere un manifesto per appoggiare la nuova pubblicazione, ribattezzata 14ymedio, e per chiedere al governo cubano di "rispettare il diritto a esistere del quotidiano e di permetterne la diffusione". Gli intellettuali si sono premurati di aggiungere: "Chiediamo che la libertà di espressione non venga soffocata e che sia rispettato il diritto all'informazione dei cittadini". Nomi illustri firmano il manifesto: Lech Walesa, Mario Vargas Llosa, Carlos Alberto Montaner, Rosa Montero, Fidel Cano, Pedro Zambrano Lapenta, Arturo Ripstein e Martine Jacot, sono tra i più significativi della cultura ispanica diffusa nel mondo. Tutti sono convinti che "questa iniziativa contribuirà alla transizione pacifica del paese caraibico verso la democrazia". Sembra che nessuno di loro sappia che a Cuba il periodico verrà letto soltanto dalla Sicurezza di Stato (per controllarlo) e da pochi privilegiati, perché il cubano medio non possiede connessione Internet casalinga. Tanta ingenuità da parte di persone così geniali, spaventa e sconcerta.
Tra gli articoli contenuti nel primo numero troviamo la riunione dei vescovi cubani per analizzare il piano pastorale quinquennale, con la notizia che presto l'arcivescovo dell'Avana, Jaime Ortega Alamino, verrà sostituito. Certo non uno scoop, ma tant'è. Questo passa il convento. Nel giornale troviamo anche un reportage sulla violenza nella capitale cubana, inchiesta piuttosto parziale e faziosa, visto che L'Avana resta il paese più sicuro di tutta l'America Latina. Provare per credere! Consigliamo visite in Brasile, Venezuela, Nicaragua, Honduras, Uruguay, Cile... All'Avana mi sono permesso di vagare per le strade più buie a notte fonda senza che mi accadesse niente. Non avrei fatto altrettanto in molti paesi sudamericani. Il piatto forte del periodico sono i blog: Generación Y di Yoani Sánchez (fatevi avanti per tradurlo in italiano, ché il posto è vacante!), A pie y descalzos di Miriam Celaya e Víctor Ariel González e Orígenes (dal nome della rivista e storico gruppo letterario di Lezama Lima, curato da diversi autori). 14ymedio pubblica interviste (ai soliti noti), opinioni (a senso unico, proprio come il Granma), dibattiti (tra persone che la pensano tutte allo stesso modo, proprio come il Granma) e un inserto culturale (molto scarno per il momento). Abbiamo anche una sezione intitolata Fuegos Cruzados, dove si analizzano due punti di vista diversi. Nel primo articolo si parla di sanità. La domanda è: "La nostra sanità soffre per le missioni internazionali?". Le opinioni incrociate (e opposte) sono di Darsi Ferrer, medico cubano in esilio, e del Ministro della Salute Pubblica, Roberto Morales Ojeda. Interessante l'intervista allo scrittore blogger Ángel Santiesteban (Los hijos que nadie quiso), che riferisce: "Mi sento più libero di molti scrittori che sono per strada e che sono iscritti all'UNEAC (Unión de Escritores y Artistas de Cuba), pure se sono in carcere solo per aver scritto il mio pensiero su Cuba e sui suoi dirigenti". Ammesso che tutto questo sia vero, - la sola cosa comprovata è che Santiesteban è in galera dal 28 febbraio 2013 -, viene da chiedersi perché lui è stato imprigionato e Yoani Sanchez no. La blogger non è stata certo tenera con il governo cubano nei suoi viaggi all'estero e - se non vado errato - a Cuba esiste ancora un reato che si chiama propaganda controrivoluzionaria. Perché il codice penale non viene applicato nei confronti di Yoani? Si badi bene, nessuno se lo augura. Ci chiediamo solo il motivo di tale diversità di trattamento tra la blogger e altri dissidenti.
Fin qui il periodico con i suoi contenuti. Passiamo al lancio pubblicitario. Di prima mattina, Yoani Sánchez, non contenta del sostegno mondiale e dei nomi di spicco che appoggiano il giornale, ha denunciato un tentativo di blocco al periodico digitale. Secondo la sua - non comprovata - denuncia (su Twitter, chiaro! Va di moda anche in Italia, adesso...) la Sicurezza di Stato avrebbe bloccato l'accesso al periodico, deviando il traffico ad altro sito denominato Yoanislandia.com, che denuncia le attività controrivoluzionarie della blogger. Di sicuro il governo cubano renderà la vita difficile al periodico di Yoani, che se lo doveva attendere - e se l'aspettava, pure se finge un atteggiamento ingenuo - ma i mezzi ingenti che ci sono alle spalle del progetto 14ymedio comprendono anche le armi per la guerra telematica. Il periodico di Yoani non è assolutamente quel che vogliono contrabbandare i fondatori e certi giornalisti copiatori di veline (in Italia, su tutti, Repubblica!), non viene dalla base, dal popolo, ma da un gruppo elitario che gode di cospicui finanziamenti esteri. Mancava la voce di Jen Psaki - Dipartimento di Stato USA - per chiedere rispetto per la libertà di espressione a Cuba. Cosa che condividiamo. Il solo problema è che 14ymedio è una creatura del Dipartimento di Stato nordamericano e gode di ingenti capitali messi in campo dall'amministrazione statunitense. Mi faccio molte domande, in questo momento storico. Mi chiedo come mai tutti i grandi nomi che scendono in campo al fianco di Yoaninon sono presenti quando si pubblica un libro di uno scrittore cubano che denuncia identiche mancanze della Rivoluzione e quando escono sul mercato altri periodici. Non ci dimentichiamo che nel mondo cubano - scritti da esiliati e residenti sull'Isola - esistono: Café Fuerte, Diario De Cuba, Penultimos Dias, Cuba Debate... molte rivisteon line nate prima di 14ymedio. Non solo, molti scrittori cubani pubblicano nel mondo e in pochi ne parlano. In Italia, in questi giorni, dedicato a chi pensa che le mie idee sono cambiate, è uscita la mia traduzione di Caino contro Fidel - Guillermo Cabrera Infante, uno scrittore tra due isole, ultimo lavoro di Alejandro Torreguitart Ruiz. Perché non riscopriamo il più grande scrittore cubano del Novecento per capire i problemi della Rivoluzione Cubana, invece di rincorrere le gesta del più grande bluff del Duemila, costruito chissà dove e per chissà quali motivi insondabili? Le mie idee critiche sulla Rivoluzione Cubana sono le stesse di sempre, ma vado avanti da solo, perché il carro dove ero salito stava scricchiolando non poco.
Gordiano Lupi
Le avventure di Richard - episodio 2
Mi presento. Sono Richard e conoscendomi so che non posso negare niente a me stesso, perché se lo facessi (e l’ho già fatto, tante di quelle volte) potrei tormentare l’anima fino all’esasperazione. In fondo, oltre l’inquietudine, ho deciso di andare ad abitare sull’isola perché questo mondo dà tanto. Arriva una mattina in cui il mondo ti consegna un baule pieno di oggetti smarriti e tu devi sentirti in dovere di andare a ricollegare le coordinate, come un puzzle. All’inizio sembra tutto facile, ma in realtà, con il trascorrere dei giorni, la tua volontà, le tue passioni, le tue facoltà mentali, perdono linfa vitale. E ti metti a frugare tra quegli oggetti. Vorresti essere uno scopritore, potresti trovare il tesoro che hai dentro, ma in quei momenti è praticamente impossibile, quasi non riesci a respirare, e guardi la fessura di una finestra con tono rosso. Trovi che il tempo debba regalarti gli istanti persi. Diventi silenzioso davanti ad una porta. Ho deciso di abitare in un’utopia quando mi concepirono. Il mondo mi è stretto. Tutta la linfa che è, attorno a me e certamente dentro me, è piccola cosa riguardo la grandezza di questo universo. Ogni flusso di energia inganna la persona. Riprendi a frugare, incessantemente e senza sbadigliare. Poi c’è un premio. Ti dicono che sei bravo, ma la tua felicità non durerà molto e riprenderai a commiserare una statua d’oro. Di tanto in tanto cerchi di porti delle domande, come: Sono giusto? Sono giusto con me stesso? Frugando troverai una non-ricerca. Ogni ricerca parte dallo scoprire uno spazio. Ritornerai a te stesso e fisserai il tuo passato su carta semplice. Una frase non può descrivere un maremoto e ti vorresti illudere che possa incidere quantomeno le iniziali della tua vita. Uno inizia ad “utopizzarsi” quando perdendo il senso e la calma, ne acquista volentieri un’altra, di calma. Ma non trova collocazione di senso ad un ragionamento monotono. Ogni virtù è sbagliata se conclamata. Vincere il senso di colpa sarà una delle maggiori battaglie che potrai constatare su te stesso, il residuo è ovvietà. Accigliarsi per una luce monotona non è apprezzabile in una persona, ricordati che nemmeno la tristezza è bella se è spenta. Quando parlo di grandezza intendo la quantità di un oggetto o di un elemento, poiché questo mondo (e modo) di intendere le cose, ha trasformato il mio assetto cerebrale, rendendomi automa, vittima di concezioni scientifiche che aiutano ad indebolire la fantasia, creare frustrazioni, sviluppare sentimenti poco apprezzabili di onnipotenza e non fanno guardare più il cielo come una volta. Migliaia di anni fa il cielo lo si poteva guardare con più facilità e l’ossigeno era respirabile, annusabile anche con l’orecchio. Adesso l’azzurro che ci sovrasta non è mirabile e si lascia ammirare dalle formiche. Non voglio perdere questo dono. Se non vivo in un’utopia, non esiste il “me stesso”. La mia personalità, la mia esistenza, è vincolata alla conoscenza di una consapevolezza. Il cielo non può tradirmi, gli uomini, le persone, si. L’utopia che vivo è più reale della vostra realtà. Nella mia utopia c’è un punto interrogativo ogni fine verso. Tante volte ho provato (e continuo a farlo) ad ingannare me stesso, ma non ci sono riuscito. Accontentarsi di una morte lenta e dolorosa, con un’agonia da patibolo, questo è il destino di chi non vive un’utopia. È anche vero che la società non è gran cosa se il risultato del mondo come è oggi deriva essenzialmente e paradossalmente da lei, o quantomeno dalla sua condotta e dalle decisioni mancate, forzate o issate dall’alto. Chi invece dovrebbe spaventarsi è il Potere. Le sue innumerevoli forme acquistano consenso in un modo subdolo, non molto chiaro, ma comunque accettato, reso luce della divinità sociale. Matematicamente si dice che quando si arriva a compiere il mezzo secolo di età si son passati all’incirca tredici anni e mezzo stesi su un letto a dormire. Il tempo, quando i giorni passano, trova la sua perfetta deriva. Il tronco del discorso naufraga. Poi, tenti di ritrattare, come fossi in letto di morte, con la tua coscienza ma lei ti accarezza pugnalando la tua sordità infantile. C’è un ricovero. Non dentro te, dentro gli altri. Vorresti abbandonare gli attimi, ritrovare le sedie per tornare a parlare attorno ad un tavolino, ma ogni tentativo è una rincorsa verso la perdita di significato. I gesti traballano, gli occhi stridono, le braccia miagolano. Aspetti che arrivi un temporale.
Per non spegnere il nostro futuro
Confortati dalle buone notizie e perché la guardia non si abbassi, proponiamo questo pezzo del piombinese Gordiano Lupi sulla situazione della Lucchini.
"Un altoforno che si spegne insieme alle speranze. Un altoforno che ha segnato la nostra storia. Una storia fatta di lacrime e sudore, di antenati scesi dalle montagne o sbarcati da una nave per seguire una speranza di lavoro. Una storia fatta di padri che pranzavano spalle rivolte all'altoforno per non vederlo, ma non potevano fare a meno di sentirne il rumore, mentre assaporavano l'odore acro della polvere di carbone. Una storia fatta di speranze e di parole, racconti di nonni che dispensavano sogni, narrando di famiglie allevate all'ombra del gigante d'acciaio. Un altoforno che si spegne e potrebbe non riaccendersi, segnando definitivamente la nostra storia. E i politici che parlano, vicini e lontani, chi usa il dolore degli operai per fare propaganda, chi lotta e s'infuria perché non ha risposte, chi afferma che non è un suo problema, chi propone passeggiate sulla spiaggia al posto di un altoforno. Altri invocano parole di persone che potrebbero alzare il livello d'attenzione su questa periferia toscana, confidano in un intervento del Papa, invocano il Dio televisione che tutto può, i personaggi di spicco a Mediaset, i registi, i cantanti. Avranno ragione anche loro, mi dico, ma pure questo è un segno dei tempi che cambiano e non entusiasmano. Ognuno ha la sua ricetta, molti a fin di bene, altri meno, perché parlano senza il minimo senso di responsabilità, senza capire, dando in pasto a social-network e giornali parole pesanti come macigni. Osservo l'eutanasia di un altoforno che ha segnato la nostra storia, con un senso d'impotenza, preoccupato per il futuro, immerso nell'odore acre del salmastro frammisto alla polvere di carbone. L'odore di Piombino. L'odore della nostra terra. Non è un romanzo scritto male, neppure un film da dimenticare, purtroppo è il nostro destino, che vorremmo cambiare. Per non spegnere, insieme a un altoforno, anche il nostro futuro."
Gordiano Lupi
Chiara Serafina Campolattano, "Dove cedono le stelle Poesie"
Chiara Serafina Campolattano
Dove cedono le stelle
Poesie
Rosa Anna Pironti Editore
La poesia della giovanissima Autrice Chiara Campolattano si rivela subito poesia di ricerca. Ricerca dell’essenza, del senso: senso ed essenza che non possono prescindere da una vita pienamente vissuta con totale consapevolezza, spesso ricerca travagliata a causa della imperfezione umana, intesa sia come limite imposto agli uomini dalla natura, sia come limite della volontà: poche incisive parole (“non si sa”, in L’Amicizia), che subito si sciolgono in leggiadre similitudini fino a giungere al concettoso, oserei dire sovrumano lemma (Assoluto), meta agognata e temuta da tutti.
Ancora una volta ritroviamo il tema dell’amicizia (Amico), così ambita su questa terra, così utile, ma il desiderio di essa s’invola più facilmente in esseri incorporei (Angeli), che, come gli antichi numi tutelari, nel silenzio e nella immaterialità sono pur sempre presenti accanto a ognuno di noi.
Sì, perché essi non tradiscono mai (custodi affidabili, amici sinceri), come invece può succedere a chi, coltivando valori effimeri, quale la bellezza, rischia di contaminare in suo nome anche l’amicizia. (Bellezza cosa buona e cattiva allo stesso tempo).
Questa ambiguità è presente, secondo l’Autrice, in molti altri comportamenti umani, quelli spinti dalla semplice curiosità, e quelli che delimitano giorni in chiaroscuro, dove luci e ombre si alternano, e sperimentano nei valori essenziali il conforto del calore umano (effetto dell’ amore, amicizia, pace) e dell’aiuto reciproco (Fraternità)(Pace)(Nella vita).
Talvolta invece è estrinsecazione di diversità, termine inclusivo e non esclusivo, così come una tavolozza di colori diversi contiene in sé tutte le sfumature dell’arcobaleno, senza nessuna esclusione (Diversità).
Ma quasi sempre questa anfibolia è sinonimo di lotta interiore tra due stati d’animo opposti che solo la lettura o la musica riescono a placare (Libri “Svago della mente”, Musica:” E’ una medicina per i mali dell’animo”).
A questo punto compaiono come una vera e propria cesura un gruppo di tre poesie che procedono con un ritmo più gradevole e sicuramente stilisticamente più efficace. Esse sono dedicate al Natale, e l’osservazione di un evento rituale nelle sue caratteristiche e tradizioni sembra trasmettere all’Autrice la gioia pura e semplice ma totale della narrazione poetica. Ma già nella terza poesia del gruppo (Presepi) l’aspetto gnomico finisce con l’appesantire e togliere vivacità ai versi.
La terza sezione, per così dire, riguarda pensieri e considerazioni che delineano la sensibilità di un’adolescente gravata da troppi pesi, e appesantita da troppe responsabilità, a cui volentieri si sottopone.
Si tratta di una consapevolezza acquisita sicuramente precocemente che considera la vita come un rischio da correre, come una vittoria da conquistare al gioco (la vita è come un gioco, in cui devi giocare ed usare tutte le tue carte ed accettare qualche piccola sconfitta).
Ciò a cui spesso l’autrice indulge è l’espressione “vita parallela” (la Libertà... è una vita parallela, in La libertà) (i libri..mondo alternativo, vita parallela, in Libri) (Sogno e realtà sono due mondi paralleli, in Sogno e realtà), segno forse questo di desiderio di fuga dalla realtà. Versi che lasciano un po’ di amarezza, a dire il vero. Non così il componimento “Perdersi”, in cui c’è tutta la determinazione di chi è artefice del proprio destino e aspira al Cielo pur rimanendo ancorato alla terra, che insegue cioè sogni ma non rifiuta la realtà e la concretezza dell’azione per la salvaguardia del mondo esterno e di quello interiore.( E ci svegliamo la mattina con l’anima in guerra pronti a cambiare il mondo degli ultimi e pronti a proteggere il nostro mondo).
Si tratta quindi di un’evoluzione graduale nella maturazione di fronte alla vita nei suoi aspetti più complessi, che alla fine viene accettata per quello che è, (… la dura eppure magnifica vita,in Va’ dove ti porta il cuore)( La mia rosa, La rosa più importante che splende in un giardino di pungenti spine e dolori).
Solo con tale consapevolezza è possibile costruire dentro di sé una forte struttura capace di affrontare le avversità quotidiane, (…la sicurezza che c’è in noi è un’arma per combattere contro le avversità della società..in Sicurezza), aiutati anche dagli affetti e dai ricordi (Memoria,Ricordi).
Meritano di essere analizzate singolarmente le composizioni più lunghe.
In “C’era una volta…” l’ansimante anafora che si sussegue per parecchi versi produce un climax ascendente che genera grandissima emozione anch’essa galoppante in concomitanza con l’accavallarsi delle immagini poetiche. Sorprende la luce, sinonimo di serenità e di gioia che sembrano possedute per sempre, quasi deposte in cornice; ma è qui che crolla la gioia: “C’era una volta la cornice all’immagine del nostro non so”. Sarà sempre “un ritratto non disegnato”(Foto)
Chiusura dolente…che lascia tuttavia una speranza. Non è il nulla, è il non sapere.
Davvero ermetico il componimento “Il serpente bianco”, anche se s’intravede la lotta (tra il bene e il male? Tra due amici? Tra i componenti di una coppia legata da vincoli coniugali? Tra il “gigante e la bambina”?). L’insidia è avvenuta, il tradimento anche, l’odio contamina quel che resta, i frutti del giardino sono andati perduti. Non c’è possibilità di perdono, non c’è spazio per la commiserazione.
Eppure c’è una dolcezza dolente che si coglie nel ciliegio non più in fiore, che allude alla bellezza passata e prelude all’amarezza presente.
Avrei voluto che il componimento si chiudesse con la speranza dell’oblio, consapevole o inconsapevole, sicuramente di maggior conforto che non la metaforica ombra regalata dalla foglia.
Oblio
Senso di sconfitta, di disfacimento, di impotenza si legge tra i versi di Oblio. Una vita dimenticata, non amata, sperperata. Un volo di farfalla a riportare il tempo all’indietro, uno sguardo stanco al sole per dichiarare l’abbandono alla vita.
Orgoglio
Quando le mani e il cuore si contaminano per azioni riprovevoli, quale il dolore inferto agli innocenti nelle guerre di tutti i tipi e di tutti i tempi, è difficile recedere dalla durezza del cuore. Ma non ci potrà essere alcuna ricompensa che valga a giustificare il male commesso.
Qualcosa che non va
C’è un latente interrogativo in questo componimento poetico. Alla domanda implicita v’è una triplice risposta che in modo graduale porta l’Autrice a staccarsi da una percezione egotistica (“Io sarei stato solo io se non ci fossi stato tu” ) di se stessa per giungere a includere nella sua stessa essenza quell’interlocutore segreto a cui si rivolge quale causa del suo straniamento (“Senza stare in mezzo al cielo come l’aquilone che ha perso il filo”) e alla fine ragione del suo esistere (“io sarei stato solo io un essere pieno senza te, ma probabilmente non mi sarei bastato”). Credo questa una delle più belle poesie insieme a C’era una volta…
L’impressione del lettore, che naturalmente può essere fuorviata anche da una non adeguata empatia con chi scrive, rivela una capacità di scrittura che, se da una parte abbisogna di conoscenze tecniche e di un esercizio stilistico preciso, dall’altra è capace di riflessioni e pensieri complessi che indagano nel mistero della vita con sguardo a volte dolente, a volte deluso. Certamente sono presenti sprazzi di speranza, soprattutto allorché più matura è la consapevolezza del vivere.
Tuttavia il consiglio è di intraprendere a scrivere versi ispirati dalla Bellezza, dal miracolo della Vita, dalle passioni positive, dalla gioia delle piccole cose proprio come recitano gli ultimi versi della poesia dedicata al Natale, e soprattutto di percorrere con leggerezza adolescenziale i passi della vita che, una volta divenuti adulti, diverranno più pesanti, come avviene per tutti.
Che bello il Natale, che mai annoia,
ma ci porta sempre una gran gioia!
Adriana Pedicini
Routine a letto
In questa settimana, care amiche, ho riflettuto molto sui rapporti di coppia…
Bella novità, direte, praticamente, a giudicare da ciò che scrivi in questo blog, sembra che tu non riesca a fare altro!
Be’, io intanto mi ci impegno, e senza nessuno che mi dia una mano o si scomodi a rispondermi…
(So comunque che più o meno di nascosto mi leggete in tante e per questo vi perdono )
Dunque, dicevo, i rapporti di coppia.
Quale che sia il tipo di legame: convivenza, matrimonio, coppia di fatto, coppia etero, coppia gay, coppia lesbo, coppia scambista, ecc. pare proprio che a un certo punto tutte queste declinazioni dell’amore di coppia si lascino contagiare dal più mortifero dei virus: la routine.
Perché nei romanzi che leggiamo questa piaga non si palesa mai? Perché le protagoniste di cui avidamente seguiamo le vite, non si stancano mai seriamente di quello che fanno tutti i giorni…come se (e non tanto “come se”) tutti i giorni accadesse loro qualcosa di nuovo, che puntualmente sta lì apposta a sorprenderle e a evitare loro di stare a riflettere, come invece capita sempre a noi, sul deprimente tedio di un’altra giornata che è passata senza lasciare traccia nella nostra anima e vitali sconvolgimenti dei nostri sensi…?
Certo anche le nostre eroine dicono talvolta di annoiarsi, però, cavolo, sulla noia loro ci si scrivono i romanzi, la mia, tanto per fare un esempio, non interessa a nessuno e soprattutto a casa mia!
Ok, basta polemiche, sulla noia mi sono un po’ infervorata, facciamo un passo indietro e torniamo alla routine. Il problema maggiore, secondo me, è che noi, la routine, non la sappiamo riconoscere. Non per tempo, almeno. Ci lasciamo “routinare” senza rendercene conto… Certo, la bastarda è un po’ subdola, gioca a fare cumulo, ma siamo anche noi che, per quieto vivere, la lasciamo entrare pervasivamente nelle nostre esistenze, salvo poi addossarle la colpa di tutti i nostri guai quando ormai il danno è fatto e il virus è ormai indistinguibile dall’organismo che ha infettato!!!
Ecco, avete presente, quelle notti afose e umidicce in cui per giunta una zanzara fastidiosa e temeraria ti ronza praticamente dentro un orecchio? Tutte noi sappiamo che faremmo meglio ad alzarci, accendere la luce, fare fuori la stronza succhiasangue e poi tornare a dormire, finalmente sicure e pacificate, ma per qualche motivo preferiamo nascondere la testa sotto il lenzuolo, nonostante il caldo, sperando assurdamente che il problema si risolva da sé.
Legenda della metafora: la notte è il rapporto di coppia (che ha già i suoi casini, ma anche i suoi lati positivi), la zanzara è la routine, noi siamo noi.
Be’, care amiche, è arrivato il momento di tirare la testa fuori dalle lenzuola e ristabilire la sacra dignità del talamo nuziale!
Si perché è proprio lì che colpisce di più la zanzara…a letto!
Farlo sempre allo stesso modo… nella stessa posizione… ma anche la volgare banalità de “lo famo strano” …
E allora che fare?
Come sempre, non esiste un manuale di istruzioni su: “come fare ad abbattere la routine nella coppia”, i vademecum nella vita non funzionano mai ….
Ma tocca assolutamente munirsi di apposito schiacciamosche… e io forse uno l’ho pure trovato… si chiama: ATTENZIONE AI DETTAGLI.
Certo non è il massimo dell’originalità, io stessa, a furia di sentirla ‘sta frase, ormai non riesco nemmeno più a capire dove stanno ‘sti dettagli, però conosco quelli che fanno la differenza nella vita delle nostre beniamine
…come la nostra Bridget Jones, la single più pasticciona della chick lit, drogata di sigarette e chili in eccesso, all’eterna ricerca di una relazione stabile…
…come la nostra Lottie di “Fermate gli sposi” che, dopo tante storie sbagliate, è finalmente arrivata al fatidico sì invertendo le sue priorità: prima l’amore, poi il matrimonio e infine il sesso…
…o come la nostra amatissima Ana, che da fragile preda degli eventi diventa padrona di se stessa e dei sentimenti di Christian…
Dunque, per me il segreto per evitare la routine sta nell’individuare e valorizzare i dettagli della propria vita, amorosa in questo caso.
In fondo, non è proprio questo che ci affascina nelle vite delle nostre eroine di carta?
I piccoli gesti, gli impercettibili, inconsapevoli movimenti, le azioni più leggere, i pensieri più evanescenti… perché non farlo con noi stesse e “romanzare” la realtà che ci circonda?
Guardiamo alla nostra vita come se fosse quella di una delle nostre eroine preferite della chick lit (o del genere erotico se preferite)…e proviamo a scrivere la nostra storia d’amore…dove ognuna di noi può diventare la protagonista assoluta e perché no…romanzare la realtà a tal punto da non aver più il bisogno di sognarla… la viviamo già.
Allora, mi guardo da fuori e “mi” scrivo:
“Sotto le lenzuola le mancava il respiro e gocce di sudore le scendevano dalla fronte e dall’incavo dei seni…
Il calore le saliva dal basso e le inondava i capelli ormai bagnati, una mano si impegnò prima a raccoglierli e poi a tirarglieli bruscamente…
Un piacere forte la pervase, desiderava che si ripetessero, il gesto e il piacere, ma non osava chiedere, le sue labbra erano tenute strette, in silenzio, per non fare rumore, secche, per la mancanza di saliva, avide, di qualcosa che le inumidisse…
Un’altra bocca la esaudì, voracemente, mentre dal basso il desiderio prorompeva a ondate, ad un ritmo sempre più prepotente; il suo corpo sudato si muoveva, attaccato all’altro steso su di lei….
Sollevò appena il capo per ammirare la danza dei due corpi fatti uno, poi la abbandonò nuovamente indietro, sul cuscino. La musica incalzava, la danza si faceva più serrata, protesa. Infine inarcò la schiena e per un attimo avvertì l’effluvio di sensazioni di estranea provenienza riempirla fino al fondo della sua anima… ora sì… poteva ritornare a respirare.”
(da “De profundis per una zanzara” )
Le italiane lo fanno? ...meglio?
In questa settimana, care amiche, ho riflettuto molto sui rapporti di coppia... Bella novità, direte, praticamente, a giudicare da ciò che scrivi in questo blog, sembra che tu non riesca a fare ...
Edith Piaf, l'oiseaux de Paris
di Marcello de Santis
Edith Piaf, Parigi 1915 - Grasse 1963
L'oiseau de Paris, l'uccellino, il passerotto di Parigi quella sera si esibiva in uno dei tanti cabaret che avevano reso caratteristica e famosa la città della Senna, era al Club des Cinq, il Club dei Cinque, a Montmartre. Tra gli avventori, seduto a un tavolo d'angolo, c'era un bel ragazzo, conobbe il suo nome quando ebbero modo di si avvicinarsi: Marcel.
Glielo presentarono, o si presentò lui stesso con la simpatica faccia tosta, non sappiamo bene, e parlarono, là per là la cosa finì lì; almeno per quella sera; in cui lei piccolina ma elegante nel suo solito amatissimo abito nero e lui molto apparente nel suo vestito stretto a mettere in mostra la sua figura di atleta. Quando si rividero in America di lì a qualche tempo, s'innamorarono. Il passerotto di Parigi aveva poco più di trent'anni; era il 1948.
Ma come erano diversi, come lontane le loro personalità, il loro carattere, lei riservata e minuta, Edith Piaf, il cui nome cominciava a risplendere nei cieli della canzone francese; lui un giovane pugile già con una certa fama, Marcel Cerdan. Marcel era sposato, sua moglie Marinette gli aveva dato tre figli; ma al cuore non si comanda; fu un amore grande, ma tragico.
Marcel, campione algerino di pugilato, nato nel 1916, morì giovanissimo nel 1949 alla età di 33 anni in un incidente aereo; campione di Francia, campione d'Europa, Ebbe diversi record di vittorie consecutive sul ring, la più clamorosa fu di ben 47. Lo chiamavano il bombardiere marocchino per la sua esplosiva potenza.
Da campione d'Europa porta a termine 23 vittorie di fila, interrotte non per supremazia dell'avversario, ma per una ingiusta squalifica dell'arbitro. Poi riprese e ne fece altre 37 consecutive, un vero fenomeno del ring. C'è la guerra, parte come tanti giovani, e va a vincere anche il campionato inter-alleato dei pesi medi.
21 settembre 1948: conquista il titolo di campione del mondo, l'anno dopo a giugno viene sconfitto nella difesa del titolo da quel grande che fu Jack la Motta, il toro del Bronx.
E' il suo ultimo incontro, ché il 27 ottobre, muore.
Cerdan aveva preso un aereo della Air France, rotta Parigi-New York, per raggiungere il suo passerotto che si esibiva là. L'aereo si schianta nella notte dal 27 al 28, contro una montagna dell'isola di São Miguel nell'arcipelago delle Azzorre.
L'uccellino di Parigi che pareva tremare nelle ali ad ogni apparizione sulla scena, con quello sguardo smarrito, eternamente sofferente, non aveva ancora finito di soffrire, non era nemmeno alla metà dei dolori che avrebbero costellato la sua vita donna e di artista.
Marcel non sapeva i dolori della sua amata, sapeva solo il suo improvviso amore per quell'esserino fragile e indifeso con una voce meravigliosa ma già piena di destino. Marcel, che era nato ad Algeri e che si portava appresso tutta la sua miseria, ma anche - come si disse di un grande di spagna - Garçia Lorca, "si portava la morte addosso"; con una faccia che già mostrava i pugni che aveva preso, e la rabbia di chi ne avrebbe ancora dati tanti per la conquista della gloria che non arrivò.
In una Parigi dove gli esistenzialisti dovevano ancora arrivare, Edith Piaf fu acclamata come l'antesignana di questi nuovi artisti, come Juliette Greco e Jean Paul Sartre, e in qualche maniera Jacques Prévert. Venne a scompigliare le carte di una Parigi intellettuale o che a tale si atteggiava, dove i parigini impazzivano o quanto meno si lasciavano irretire dal gonnellino di banane della dea nera che scuoteva ancheggiando sul palcoscenico mentre cantava, quella Josephine Baker che, scuotendo voluttuosamente il corpo d'avorio e il seno nudo, cantava J'ai deux amour:
J'ai deux amours
mon pays e Paris
(io ho due amori, il mio paese e Parigi).
Edith fu naturalizzata francese e si esibì alle Folies Bergères alla fine degli anni venti del novecento.
Raggiunge un successo incredibile con la canzoneJ'ai deux amours che compose per lei Vincent Scott.
Questa minutissima giovane cantante dal viso triste, nasce a Parigi in una fredda giornata di dicembre del 1915, nel quartiere popolare di Menilmontand, con il nome di Edith Giovanna Gassion. Era destino che da grande dovesse fare la cantante, era scritto, come si direbbe oggi, nel suo DNA. Infatti già all'età di sette anni cominciò a cantare con la sua voce già forte e decisa, per la strada; dove i suoi genitori si esibivano per tirare avanti la carretta. Il padre Louis Alphonse faceva il contorsionista, l'acrobata anche, pensate, e la mamma Annette - che era italiana di origine, era toscana di Livorno, girava con il marito e tratteneva la gente cantando. Il suo nome d'arte era Line Marsal, era dedita all'alcol, e - racconta la storia - talvolta per arrotondare il misero ricavato della loro povera arte, si prostituisse.
Erano artisti, si fa per dire, artisti di strada, anche perché erano tanto poveri che non avevano neppure una casa fissa; forse un ricovero ce l'avevano, alla via Bellavilla, rue de Belleville; qui nacque Edith, questa la storia, ma c'è anche una leggenda da tenere presente: leggenda che ci racconta che la bimba nacque "davanti al numero 27 di quella via", sul marciapiede, e nell'occasione la mamma fu aiutata da un flic, un poliziotto di quartiere che svolgeva là il suo servizio, anche se il certificato di nascita indica il vicino ospedale. I signori Gassion erano poverissimi; non potevano permettersi di allevare un figlio; il signor Louis Alphonse dovette partire per la guerra, e allora dovettero, per forza di cose, affidare la neonata alla nonna di lei, alla signora Acha, che faceva l'ammaestratrice di pulci; che non si curò minimamente della ragazzetta. Fortunatamente restò da lei solo per poco più di un anno, ché - sempre secondo la leggenda, la nutriva con biberon pieno non di latte ma di vino; "il vino uccide i microbi" si giustificò quando gliela tolsero definitivamente. Ma il padre la tolse dalla padella per calarla sulla brace, come dice un vecchio detto; di ritorno dalla guerra la tolse alla signora Acha e la portò da sua madre Louise, che - udite udite - faceva la tenutaria di un bordello, in una paesino del nord della Normandia; la signora Louise, grazie al cielo, in qualche maniera si prese cura della bambinae la portò con sé e con sua madre ad esibirsi in strada. E - narra la storia - la gente si fermava e donava l'obolo che lei passava a pietire allungando la mano che stringeva un cappello - perché apprezzava più la voce di quella ragazzina, più che le piroette e lo spettacolo dei due artisti; uno scricciolo da niente, e tale sarebbe rimasta anche col passare degli anni.
Adesso Edith è una cantante famosa, la più famosa di Francia; e anche la più amata. Adesso può nutrirsi come si deve, eppure quando sgrana lo sguardo cantando davanti al suo pubblico invisibile seduto in platea all'oscuro, mentre la luce della ribalta è tutta per lei, pare tornare a guardare il film della sua vita, di quand'era bambina... a quando doveva ingoiare - e non le piaceva - il vino di nonna Acha, ma anche il buon latte delle mucche della Normandia di nonna Louise (e allora un breve sorriso le illuminava il viso emaciato).
Allora si chiamava Edith Gassion, oggi il suo nome era Edith Piaf. Piaf... che nel dialetto (argot) parigino voleva dire passerotto. Era piccola piccola, stava in una mano, pensate non raggiungeva il metro e mezzo (per l'esattezza appena 1.47).
Con tanta mestizia si diceva, guardando le foto che le scattavano tutti mentre si esibiva, mentre passeggiava, in ogni momento di questa sua nuova realtà: "io son l'oiseau de Paris", sono il passerotto di Parigi; e il nomignolo se lo portava appresso come la sua ombra, come il suo eterno dolore, come il suo destino. Anche in America dove la chiamavano little sparrow, piccolo passero, ché quello appariva anche agli occhi degli americani, un uccellino dalla voce dolce e amara, piena di ricordo e nostalgia, piena di tutto.
Ma non riusciva ad essere felice, nonostante tutto.
Non lo sappiamo, è vero; ma come non pensare che quando lo spettacolo della sua vita terminava, quando si ritirava per riposare nelle sue camere d'albergo, stremata dalla fatica che la scena comportava, la mente le tornasse eternamente alla sua infanzia!
Quante disavventure, mamma mia! Proviamo ad elencarle, sperando di non dimenticarne nessuna: quando a cinque anni di età stava da nonna Louise fu colpita da una fastidiosa cheratide che la rese cieca per qualche tempo, se ne presero cura le prostitute della casa di appuntamenti. Poi incidenti di macchina vari, l'ultimo insieme a Georges Moustaki le devastò il volto; una malattia al fegato molto grave che la porterà a stare a lungo in coma a rischio della vita; e alcuni interventi chirurgici, ricordiamo quello dell'anno 1960, durante un concerto al Walford Astoria di New York, Edith perde i sensi, cade sul palco perdendo sangue dalla bocca; ha un male allo stomaco, viene nuovamente operata; e nuova operazione, stavolta in Francia, a causa di un altro collasso durante un concerto a Stoccolma. Ultimo ma non ultimo un tentativo di suicidio.
Fu sulla strada insieme alla sorellastra Simone, fino a 15 anni, tra esibizioni nei caffè, nelle strade di Parigi, nei campi di militari; e negli infimi alberghetti dove dormivano. Intanto la voce si era affinata, e cominciava e vedersi quello che poi diverrà nel tempo il suo inimitabile stile canoro.
Un tale Louis Dupont la mette incinta, nasce un figlio che lei abbandona e che morirà di meningite a pochi mesi. Siamo alla fine della sua vita di strada, grazie al cielo.
E grazie a un altro Louis, il signor Leplée, che diventa Edith Piaf. Siamo nell'anno 1935, Edith ha 20 anni.
Leplée gestisce un locale alla moda, e la nota esibirsi in un angolo di strada a Pigalle, quartiere poco raccomandato frequentato dalla malavita parigina, e le fa firmare un contratto per il suo cabaret. Le cambia nome, diventa La Mome Piaf (stesso significato: piccolo uccellino), le dà nuovi rudimenti di canto, di movimenti sulla scena, di abbigliamento (abito nero, che porterà per sempre), Piaf comincia la sua nuova vita.
Con lo sguardo al passato, quando sotto la luce della scena scrutava il vuoto davanti a sé, a cercare i sogni non realizzati, gli incubi ricorrenti, gli amori tempestosi e sfortunati; a mettere insieme ricordi svaniti che si mescolavano a invenzioni della sua fantasia.
La morte di Marcel Cerdan - scandaloso per l'epoca, essendo lui sposato con figli - fu il colpo finale alla sua fragilità; il senso di colpa per averlo chiamato lei a raggiungerla in America dove era per lavoro, e lei a consigliargli quell'aereo che si schiantò addosso a un monte delle isole Azorre, la portò a bere dissolutamente, cade in depressione, si droga ogni volta che ne sente il bisogno, quasi sempre, fa un uso scellerato di morfina.
Ricordiamolo, era il 1949.
Il 28 ottobre, a New York, il giorno dopo l'incidente l'oiseau de Paris, il little sparrow Americano, dedica al suo uomo che non c'è più la più bella e la più triste canzone del suo repertorio; l'Hymne a l'amour; col suo abito nero, curva più che mai sul suo eterno dolore, lo sguardo sempre là nel vuoto dei sogni e dei ricordi.
Non vogliamo qui parlare dello sviluppo della sua carriera, che molto ci sarebbe da dire; degli incontri con artisti famosi accenneremo appena; il primo fu Charles Trenet, poi ancora Maurice Chevalier, e Gilbert Becaud. E che dire dei suoi amori, tutti senza fortuna? Uno breve brevissimo, con l'attore Paul Meurisse, che le aprì la porta del cinema; il giornalista Henry Contet, finito quasi prima di nascere; nel 1944 si lega a Ives Montand, è lei che lo lancia e lo fa diventare famoso, ma poi finisce come doveva finire.
I successi seguono ai successi, è la volta de La vie en rose, che per lei non è mai stata di colore rosa, tutt'altro.
Quand il me prend dans ses bras
Il me parle tout bas
Je vois la vie en rose
Il me dit des mots d’amour
Des mots de tous les jours
Et ça me fait quelque chose
Quando mi prende fra le sue braccia, / egli mi parla sottovoce, / desidero una vita in rosa.... / Mi dice parole d'amore, / parole di tutti i giorni, / e, ciò, mi fa un certo non so che....
Marcel è morto da due anni, l'artista intreccia una relazione con Charles Aznavour, ma sarà una amicizia affettuosa da parte di tutt'e due. Altro incidente d'auto, tutt'e due rischiano la vita. Sposa Jacques Pills, cantante, che la lascerà per i suoi eccessi di alcol e droghe che le procureranno una forma molto accentuata di delirium tremens per la quale malattia viene ricoverata a lungo in Ospedale. Continuano i successi, nascono tra le altre canzoni Les amants d'un jour, Gli amanti di un giorno, Mon Manège À Moi che noi conosciamo meglio con il titolo Tu me fais tourner la tête, Tu mi fai girare la testa; e poi "Milord", scritta dal suo nuovo amore George Moustaki.
Charles Dumont cantautore francese, scrive per lei l'ultima canzone importante della sua vita; "Non, Je Ne Regrette Rien", la canzone che sarà e resterà per sempre il simbolo della sua vita.
Le resterà poco da vivere, Edith Piaf è stanca, malata, fisicamente malmessa, una grave forma di artrite deformante l'ha rattrappita tutta, e che le procura sofferenze indicibili.
Cade in coma, una anomala forma di "pace" cui la cantante ha sempre anelato e che adesso ha - seppure malamente - raggiunto.
Voglio qui postare una breve recente poesia di un mio amico poeta, Franco Conti, che ha voluto ricordare la grande piccola cantante così:
EDITH PIAF
(L'existentialisme dans la musique:
Vivre la vie avec passion)
E via
dispiega ancora al vento
il tuo canto infinito
piccolo uccello
dalla grande anima,
hai vissuto una breve stagione
ai confini dell'esistenza
la somma di mille vite
nell'intenso abbandono alla passione.
Penso a te
come a un bianco gabbiano
che solca i mari d'inverno
riscaldato dal sole dell'anima.
Te ne sei andata
dopo un breve volo
con le ali bruciate
dalle intense emozioni
ma la tua voce
canta ancora nel tempo,
canta ancora di una vita in rosa
sotto il cielo di Parigi
e sotto i cieli
dove vivono uomini
che sanno vivere, amare, soffrire.
Oh oui, la tua voce
chante encore et pour tojours
l'ymne à l'amour...
...NOUVEAU EXISTENTIALISME
Nouveau existentialisme
signifie vivre la vie avec passion:
dans l'amour que c'est l'expression de l'ame,
dans l'espace du temps et du monds possibles,
dans le souffle doux des reves qui font susurrer une chanson d'amour...
Franco Conti
(da 'Metamorfosi del divenire: Poetiche di vita' - Cap. IV - Musica: Il canto del-l'anima - pag.92 - Editrice Montedit, 2011)
***
Due suoi amici Simon Berteaut, e il suo recente marito Théo Satrapo, che aveva la metà dei suoi anni, la portano nella villa di Simone sulla Costa Azzurra; qui soffre per mesi, atrocemente; qui muore l'11 ottobre dell'anno 1963; non aveva ancora cinquant'anni. Muore dopo che per una vita intera erano falliti i suoi tentativi di mentire a se stessa per cambiare - nella fantasia - in belle le cose brutte che avevano costellato la sua ingrata esistenza.
Non! Rien de rien
Non! Je ne regrette rien
Ni le bien qu'on m'a fait ni le mal
Tout ça m'est bien égal!
No! Niente di niente / No! Non rimpiango niente
Né il bene che mi hanno fatto né il male / Mi va tutto bene ugualmente!
marcello de santis
L'ambiguità della sorte in Silenzio
Poesia inedita
Silenzio
di Adriana Pedicini
A brace spenta
bruciano
le mani del sogno
caldo in cuore.
Neri rami s’alzano
sterile fumo
al plumbeo cielo.
Di pioggia le nuvole
s’ammassano nere
segni fatali di sorte.
Dorme nel bianco ventre
il chicco disfatto
a nuova messe.
Ritornano
il sole l’erbe e i fiori
se sai ricordare.
Pace o segno di
nero silenzio
questa assenza di voce.
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