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Francesco Gungui, "Inferno"

16 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Francesco Gungui, "Inferno"

Canti delle terre divise:

Inferno

Francesco Gungui

Fabbri editori, 2013

pp 430

“Non c’è via per la felicita, la felicità è la via.”

Possono gli “Hunger Games” di Susanne Collins confluire nella prima Cantica della Divina Commedia? Sì, nel caso di “Inferno” di Francesco Gungui.

Lo scenario ucronico e distopico di questo romanzo, edito da Fabbri, è un’Europa futura, unita al punto di non distinguere più le varie nazionalità fra loro, basata sulla netta separazione delle classi sociali e guidata da un’Oligarchia totalitaria. Ci sono i lavoranti, che vivono arrangiandosi nei bassifondi o nelle città grattacielo e coloro che, al contrario, stanno in Paradiso, in colonie mediterranee molto somiglianti ai villaggi turistici del nostro Mar Rosso, fra laghetti, piscine e feste di compleanno. Il Paradiso è un luogo in cui si può avere una vita alla Beverly Hills 90210, dove tutto è bello e falso come nel film “La donna perfetta” di Frank Oz, dove non manca nulla se non la libertà e la consapevolezza della verità. E poi, in fondo alla scala sociale, ci sono i con - dannati, coloro che marciscono all’Inferno a causa di un reato o di un’infrazione alle regole, anche solo l’aver familiarizzato con appartenenti ad una classe sociale diversa o essersi posti delle domande su cosa c’è al di fuori, oltre la muraglia e le guardie armate. Insomma, un po’ come se il protagonista di The Truman show fosse internato ad Alcatraz perché ha scoperto che di là dai confini del suo mondo c’è la realtà.

Gungui aveva già citato Dante nel romanzo “Mi piaci così” del 2008 e qui ne fa il cardine del suo macrocosmo. L'Inferno è un’isola vulcanica progettata come colonia penale e modellata a immagine e somiglianza della prima cantica dantesca. La montagna infernale contempla la Selva Oscura, il fiume Acheronte, la Palude Stigia, la città di Dite, i cerberi, le arpie, i minotauri e i centauri frutto di manipolazione genetica, le guardie vestite di rosso in guisa di diavoli. Tutto rispecchia l’opera di Alighieri, dai gironi al contrappasso, dalle scritte sui muri che richiamano le terzine, ai tormenti inflitti ai dannati. Interessante la rielaborazione del primo canto, con la selva oscura infestata dalle tre fiere che altro non sono se non allucinazioni venefiche prodotto del vulcanesimo (come accadeva anticamente nell’antro della Pizia). E il “mi ritrovai per una selva oscura” si materializza in “s’immaginò il buio che scivolava come un liquido scuro dentro la sua bocca, tingendo di nero la gola, lo stomaco, poi tutti gli organi vitali fino a raggiungere la superficie del suo corpo, che era come un vaso di coccio che improvvisamente si sbriciolava e scompariva.” (pag 175)

Anche qui, come negli Hunger Games – ma, possiamo dire pure nel probabile sviluppo del nostro futuro di sempre connessi e social ad ogni costo – tutto è ripreso dalle telecamere. I dannati sono continuamente visibili su maxischermi montati nelle cattedrali d’Europa, dove non si pratica più il culto ma si assiste raggelati alla punizione dei colpevoli come deterrente al crimine.

Alec e Maj sono i due giovani protagonisti. Figlio inconsapevole del costruttore dell’Inferno lui, figlia di un Oligarca lei, in questo’universo orrido e violento combatteranno per rimanere in vita, per non perdere la ragione e per mantenere la loro umanità. Pur vividi, avrebbero beneficiato, a nostro avviso, di una maggiore sottigliezza psicologica. Anche il cambiamento di Maj, da ragazza del Paradiso ad amazzone battagliera, è più un trapasso che un’evoluzione, e poteva essere maggiormente approfondito.

“In quei giorni trascorsi all’interno della rete Maj aveva costruito la sua nuova pelle, un intreccio di dolore e adrenalina. Quella pelle era diventata una spessa corteccia che aveva imprigionato dentro la ragazza del paradiso che era stata.” (pag 342)

Non è sufficientemente sviscerata, ad esempio, la sua paura al risveglio sulla nave che la porta verso la condanna definitiva. Sembra quasi una spettatrice asettica di se stessa.

In “Game of Thrones”, di George Martin - per rimanere nell’ambito di un paradigma contemporaneo e non andare a toccare Tolkien o altri mostri sacri - ogni personaggio, anche il peggiore, è talmente contraddistinto da suscitare comunque empatia e partecipazione, ogni personaggio è dato una volta per tutte e rimane nel cuore dei lettori.

Se da una parte il tessuto narrativo può far rientrare il testo di Gungui in un ben preciso filone di genere, l’italianizzazione magnifica il tutto tramite l’azzeccato riferimento a Dante e alla sua Commedia, considerata “il principio di ogni cosa”. Lasciandoci trasportare dalle libere associazioni (esercizio forse criticamente sterile ma emotivamente appagante), ci viene in mente un libercolo letto e riletto negli anni sessanta, di cui Gungui, nato nel 1980, non può avere contezza: “La Divina Commedia spiegata ai ragazzi”. Ecco, questa è, invece, la Divina Commedia spiegata agli young adults del terzo millennio, ai nativi digitali, alla generazione social. L’universo dell’immortale Alighieri si trasforma in un videogioco, dove giovani di bella presenza (con attitudini romantiche) sfidano la morte in un’atmosfera postatomica alla Mad Max.

Ma, oltre all’azione, c’è anche un sottile intento filosofico, il sospetto - tutto adolescenziale ma non solo - che, comunque, la vita abbia poco senso, persino con la libertà conquistata e con la verità rivelata. Il tema della morte è insistito e doloroso.

“Ma che senso ha allora? Sopravviviamo per cosa?”“Per uscire di qui, per tornare libere.” “E poi? Cosa ci aspetta dopo? L’Inferno è anche lì fuori, impieghi più tempo a morire, ma è tutto uguale! (pag 298)

“Avevo paura di morire, ma l’ho capito solo adesso. La morte mi faceva paura, non esserci più, prima ci sei e poi non ci sei, e con te scompare tutto, l’universo finisce.” (pag 319)

“Ho paura che tutto potrebbe finire da un momento all’altro e se fosse così la nostra vita sarebbe veramente niente. A me va bene morire, non mi importa di vivere, solo vorrei tenere gli occhi aperti sul mondo anche quando non ci sarò più, vorrei essere certa che qualcosa continui ad accadere, perché altrimenti che senso avrebbe tutto?” (pag 332)

Sono le domande che ci poniamo tutti, la sottile, pervasiva paura (termine ripetuto) che la nostra vita possa interrompersi da un momento all’altro, senza preavviso e senza che le abbiamo saputo dare un orientamento e uno scopo, senza concludere nulla, insomma.

La trama comprende un grande viaggio alla ricerca dell’amore, della salvezza, della via di uscita. Ma è anche, sottilmente, simbolo di vita, bisogno di sopravvivere che non si esaurisce in se stesso ma è investigazione, vertigine dell’effimero, necessità di riaffermare il proprio peso nel ciclo della natura. E c’è quel gesto di “togliersi l’anima”, sfilarsi il microchip dal petto, che indica perdita di identità, caduta dei punti di riferimento e, non a caso, è una lacerazione dolorosa, uno strappo che, però, innesca anche il rinnovamento, l’apertura delle possibilità, la fuga dalla menzogna verso una realtà più autentica, verso la libertà di pensiero. Il viaggio all’inferno è, come in Dante stesso, anche discesa nell’inconscio, recupero del proprio io più vero, ritorno a casa. E, se c’è un messaggio, è che “non possiamo stare al mondo solo per sopravvivere. Dobbiamo vivere”, forse perché, direbbe Dante, fatti non fummo a viver come bruti.

È presente anche, in modo delicato, il tema dell’omosessualità femminile, nella figura di Cloe e nel gruppo delle libere amazzoni che ci ricordano tanto le eroine di Marion Zimmer Bradley.

Lo stile di Inferno è funzionale al genere e al target giovanile, standard nel senso positivo del termine, cioè non particolarmente originale ma pulito, corretto, garbato, scorrevole.

E ora, aspettiamo il seguito, aspettiamo il Purgatorio, consapevoli che “bisogna morire per poter rinascere.”

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IL NANO E LA BAMBOLA di Heinrich Böll (1917 - 1985)

15 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL NANO E LA BAMBOLA di Heinrich Böll (1917 - 1985)

Il racconto dà il nome a una collana di racconti scritti tra il 1950 e il 1970, edita da Einaudi. L’autore fu Premio Nobel per la letteratura nel 1972.

Un uomo deve intervistare dei cittadini per conto di un ente che si chiama pomposamente Istituto Intelligenza; arriva in treno nella cittadina di Opladen di buon mattino e sa già che tram prendere per svolgere le sue mansioni e arrivare nelle case dove vivono le persone da interrogare. Deve chiedere se credono in Dio e come se lo immaginano. Siamo nella Germania dell’immediato dopoguerra; la cittadina è laboriosa, ma cupa. Si sente la durezza di quegli anni. Dopo Opladen è previsto che raggiunga altre città. Ma nella casa della famiglia Meixner, non trova nessuno. Si tratta di un’abitazione dove su un davanzale c’è un nano di porcellana. Il campanello viene suonato inutilmente. Una vicina che cammina a stento, si ferma e riferisce che di quella famiglia non è rimasto quasi nessuno. In quel caso bisogna solo tirare una riga sul taccuino e ripartire. L’intervistatore esita, poi si avvia verso la stazione per raggiungere altre città, come già definito nel suo programma di lavoro.

L’attività prosegue. Le persone rispondono, lui diligentemente annota e riparte. Tutto è abbastanza rapido, anche se le risposte e gli sguardi degli interrogati non sono per niente banali e meriterebbero qualche attenzione in più. Non è peraltro previsto che ci sia un dialogo o un approfondimento. La casa dove non ha trovato risposte resta nei suoi pensieri. Quella discontinuità sembra lasciarlo insoddisfatto. Alla fine, a sera, un po’ casualmente torna a Opladen. Raggiunge di nuovo l’abitazione con il nano di porcellana. Manca il nome Meixner sul campanello che al mattino invece c’era ancora. Dietro il vetro sporco di una finestra, appare una bambina che guarda l’uomo e stringe una bambola. L’intervistatore la saluta, ma la ragazzina si spaventa e urta il nano che cade. Ne segue all’interno della casa una sgridata. L’uomo, dispiaciuto, lentamente se ne va.

Il racconto termina qui. Solo in un posto, come detto, non trova nessuno. Gli dicono che sono quasi tutti morti, o comunque fanno riferimento a qualche dramma. L’uomo dovrebbe girare i tacchi e andarsene. Eppure esita e poi sente in qualche modo la necessità di tornare. Il suo turno lavorativo è terminato e quindi non avrebbe senso fare un’altra intervista. Ma lui vuole andarci di nuovo, evidentemente non per motivi di servizio. Ha una sollecitudine verso questa casa e chi la abita che sorprende. Verrebbe da pensare che se qualcuno mostra un genuino interesse verso degli sconosciuti, allora davvero Dio esiste ed è giusto crederci.

Un altro aspetto interessante è quello strettamente lavorativo. L’intervistatore si muove in una dimensione organizzativa in cui tutto è già deciso da altri: la città dove andare, le persone da intervistare, le domande da fare. Gli viene indicato perfino il mezzo pubblico da prendere. C’è anche il progetto di munire il personale di registratori in modo da avere le risposte precise, senza trascrizioni che potrebbero essere poco fedeli. Il protagonista stesso si sforza di porre le domande con tono distaccato: “Ho l’abitudine di recitare a pappagallo il preambolo e di rivolgere meccanicamente anche le domande (…) Per di più non guardo in faccia le persone”.

La personalità e la cultura dell’intervistatore non devono palesarsi; non sono previsti dialoghi o richieste di ulteriori spiegazioni. Serve solo una risposta da riportare con cura sull’apposito foglio.

Quindi si tratta di un lavoro piuttosto alienante; la persona non viene valorizzata, è un mero strumento atto ad eseguire disposizioni date dall’alto. Si deve eseguire e basta, come capita spesso al giorno d’oggi. Perciò quando il protagonista torna in quella casa, compie un gesto di libertà. Esce da questi rigidi schemi; è qualcuno che vuole incontrare altre persone e accertarsi della loro situazione senza secondi fini. Homo sum, nihil umanum esse me alienum puto, diceva Terenzio. Quando saluta la bambina, compie un atto istintivo e semplice, squarciando una coltre di ordini spersonalizzanti. Al suo gesto, risponde con la stessa istintività la ragazzina. C’è forse il ritorno, per qualche momento, a una libertà perduta e a un tempo sentito come proprio possesso, ravvisabili solo nell’infanzia, prima che le gabbie della società e del lavoro cadano pesantemente sull’individuo. Certamente, finché vi sarà almeno la nostalgia della libertà, essa non sarà del tutto compromessa.

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Nasce inCONTROPIEDE, editore sportivo

14 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Nasce inCONTROPIEDE, editore sportivo

Sono usciti i primi due libri di una Casa Editrice giovane dedicata allo sport, attiva su Internet e sui social network, dotata di una pagina Facebook molto seguita. Si tratta di Campo per destinazione - 70 storie dell’altro calcio di Carlo Martinelli (prefazione di Stefano Bizzotto) e Il Romanzo di Julio Libonatti di Alberto Facchinetti (con una nota di Gian Paolo Ormezzano).

Il progetto Edizioni inContropiede nasce in Riviera del Brenta (Venezia) nei primi giorni del 2014. Tre amici appassionati di libri e di sport (Nicola Brillo, Alberto Facchinetti e Federico Lovato) decidono di creare una piccola realtà editoriale per pubblicare una decina di volumi l’anno di letteratura sportiva (romanzi, saggi, biografie, antologie di articoli, raccolte di racconti). Lo sport (soprattutto il calcio) deve essere protagonista, ma basta anche che sia lo sfondo dove è ambientata la storia. La giovane realtà editoriale non farà salti nel buio, la vendita dei libri avverrà esclusivamente online, attraverso Amazon.it, IBS e il sito www.incontropiede.it.

La scelta del nome è un omaggio a Gianni Brera, uno dei più grandi cantori dello sport, un giornalista colto e raffinato che citava i classici greci e latini mentre parlava di calcio. Al tempo stesso è anche un omaggio alla scelta controcorrente di scommettere in un momento di crisi economica generale in un settore (editoriale) in grande difficoltà. La casa editrice guarderà al passato, ripescando dal baule dei ricordi storie dimenticate, ma non mancherà uno sguardo attento nei confronti degli scrittori del presente. inContropiede editerà solo libri di formato tradizionale, non elettronico, non avrà alcun distributore e nessuna libreria di riferimento. Punta ad avere tanti lettori, grazie a Internet.

Il romanzo di Julio Libonatti è l’unica biografia al mondo dedicata al calciatore argentino, il primo sudamericano a decidere di andare a giocare in un club europeo. Libonatti è stato un indimenticato attaccante del Torino (il secondo marcatore di tutti i tempi della storia granata) e ha giocato pure in Nazionale, dopo essere stato naturalizzato. Come dice il titolo, il libro non è una semplice biografia, ma si tratta di una fiction condita da molti elementi di verità. Alberto Facchinetti è il giovane autore (classe 1982), laureato in giornalismo sportivo e già noto al pubblico per Doriani d’Argentina (2011) e La Battaglia di Santiago. Coordina il gruppo di scrittori Sport in punta di penna.

Campo per destinazione – 70 storie dell’altro calcio è un’interessante raccolta di piccole storie che riguardano personaggi molto noti del mondo sportivo e dello spettacolo. Si va da Italo Allodi a Gianni Brera, passando per Helenio Herrera a Sandro Ciotti, toccando Eusebio, Gigi Meroni, Pier Paolo Pasolini, Marylin Monroe. Piccole riflessioni, appunti, storie poco note, vergate dalla penna esperta del giornalista trentino Carlo Martinelli (1957), già autore di Storie di pallone e bicicletta.

Per informazioni potete contattare EDIZIONI inCONTROPIEDE alla mail incontropiede@gmail.com.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Nasce inCONTROPIEDE, editore sportivo
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I FOGLI DEL CAPITANO MICHEL

13 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

I FOGLI DEL CAPITANO MICHEL

Claudio Rigon si è brillantemente occupato della donazione Michel, ossia del materiale fotografico e documentario presente presso il Museo del Risorgimento di Vicenza e relativo all’esperienza di guerra del pluridecorato capitano Michel (1878 - 1955) sul Monte Ortigara. Si tratta di fotografie e di messaggi scritti (fonogrammi) che i vari comandanti si mandavano tra loro per scambiarsi informazioni sui loro segmenti di competenza di quel duro fronte. Viene così ricostruito circa un mese di guerra, dal 24 giugno al 29 luglio 1916, in cui il capitano che nella vita civile era un professore di storia e filosofia, assunse il comando di truppe rimaste quasi senza ufficiali.

I luoghi di cui si parla nel libro edito da Einaudi sono familiari al vicentino Rigon, buon conoscitore anche delle memorie di Gadda, di Lussu (nel libro si citano vari passi tratti da Un anno sull’Altipiano), dei testi dello storico Pieropan e del maggiore Milanesio. La vicenda del capitano e dei suoi uomini inizia all’indomani di un arretramento austriaco che permette agli Italiani di avanzare. In questa fase alle compagnie giungono ripetuti ordini di attaccare, presupponendo che la ritirata avversaria sia un segno di debolezza e di disaggregazione. In realtà i vari fonogrammi offriranno uno spaccato diverso: gli Austriaci si sono solo riposizionati su una linea arretrata e meglio difendibile. I reparti del capitano vanno varie volte all’assalto contro trincee quasi imprendibili; l’artiglieria non è sufficientemente vicina per mettere in difficoltà un nemico che si sta gradualmente rafforzando. I battaglioni impegnati escono con le ossa rotte dai combattimenti e i vari messaggi devono segnalare grandi perdite oltre a dispersi e a qualche disertore. I fonogrammi lasciano trasparire un rapporto profondo tra ufficiali inferiori e truppa; ci si trova nel medesimo disagio, in trincee solo abbozzate e battute dalle intemperie, con difficoltà ad avere quotidianamente il rancio, mentre il nemico prosegue abbastanza indisturbato i lavori per consolidare le proprie posizioni. Gli alti comandi sono per l’offensiva, quindi reputano implicitamente inutile impegnare risorse e mezzi per migliorare la prima linea.

Qualche frase tratta dal rapporto di una pattuglia mandata in osservazione può aiutare a capire cosa dovevano affrontare i nostri fanti sull’Ortigara,: “ … esistono due ordini di reticolati dell’altezza di due metri e profondi dai quattro ai sei metri ( …) Le trincee, coperte, in parte sono scavate nella pietra e sono a doppio ordine di tiratori con feritoie a poca altezza da terra”.

Contro difese simili si scaglieranno più volte i battaglioni. Per quanto concerne i rinforzi, spesso si tratta di convalescenti o di anziani provenienti dalle retrovie, mandati all’assalto a poche ore dal loro arrivo al fronte. C’è un fonogramma con i nomi dei caduti della giornata in cui a proposito di uno di questi soldati appena arrivati, non si è in grado di indicarne il nome; lo si qualifica genericamente come “uno sconosciuto dell’ottavo”.

In un messaggio il sottotenente Pittavino comunica: “I complementi avuti, essendo completamente deficienti di istruzione e di allenamento fisico, non possono ispirare fiducia nei compagni. Per questo non si possono ottenere dai soldati lo zelo e lo slancio necessari nelle azioni”.

In questo contesto di difficoltà e di sofferenza, le note positive vengono dal senso di umanità che avvicina i soldati; ci si informa se i familiari di un caduto sono stati avvisati, si riferisce di un giovane volenteroso che in un momento di debolezza ha tentato di disertare e si cerca di alleggerire la sua delicata posizione, si mandano i propri saluti ai sottoposti al momento di essere trasferiti. Rigon con il suo lavoro di ricostruzione ci consegna una storia fatta di uomini, azioni, quotidianità. Le articolazioni di queste vicende sono tante e diverse; si spiega come far saltare il reticolato nemico, si chiedono rinforzi in un momento drammatico, si organizza il non facile arrivo delle vettovaglie, si parla dell’orologio che un ufficiale ha spedito nelle retrovie per una riparazione.

Una storia di uomini quindi, scritta dai soldati per comunicare tra loro in quel lontano 1916 sull’Ortigara; ma quei fonogrammi, esili biglietti scritti a matita e in qualche caso con la stilografica, hanno molto da dire anche a noi. Rigon si è recato spesso nelle zone di combattimento per cercare riscontri alla documentazione studiata e opportunamente ci ricorda le parole presenti sul monumento eretto sulla cima del monte che fu teatro di questi drammi: “Per non dimenticare”.

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Sono tutte stupende le mie amiche (2012) di Roger A. Fratter

12 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)  di Roger A. Fratter

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)

di Roger A. Fratter

Regia: Roger Fratter. Soggetto e Sceneggiatura: Roger Fratter. Fotografia: Lorenzo Rogan. Effetti Speciali: Elisabetta Mandelli. Operatori: Stefano Ravanelli, Omar Fratter. Musiche: Massimo Numa, con la collaborazione di Valerio Ragazzini. Edizioni Musicali e Distribuzione: Beat Records Company (Roma). Durata. 96’. Genere: Commedia erotica. Brani Musicali: Lasciando la scia (Numa - Mosconi, canta Liana Volpi), Pensami domani (Aldo Lundari), Silenzi (Ena Rota, canta Enamira), Together (Todesco - Bonzanni, canta One Use), Freckless, One night in Dalmen, Terry (Alessandro Fabiani), Aperto (Antonio Musciumarra). Esterni: Scanzorosciate (Bergamo). Interpreti: Liana Volpi (Cristiana), Roger A. Fratter (Dario), William Carrera (Cristiano), Flavia Zanini (Donatella), Ingrid Brauner (Ingrid), Fabrizia Fassi (Fabiana), Marco Locatelli (Carmelo Malanima), Juri Cerasa, Fabrizia Fassi, Beata Walewska, Anna Palco, Giulia Marzulli, Francesca Caruso, Matteo Maffeis, Sandra Parks, Natalia Glijn, Mapuja Fiscina, Silvia Capossela, Federica Spalletta, Steve Brooks, Linda Gilda Capossela, Jean Lenders, Giuseppe Cardella, Barbara Ghisletti, Tiziana Giusti, Mauro Breviario, Nunzio Giarratana, Oliviero Passera, Delia Salvi, Aldo Fasanelli, Giovanni Pesticcio, Vittorina Canova, Elena Salvi, Sofia Locatelli, Giuseppe Passera. Tarcisio Sorte, Fabio Longo, Hernan Brando, Claudia D’Ulisse, Stefano Brizzi, Roberto Aciuffi, Jean Pierre Rodriguez, Max Human, Mike Hudson, Marco Paciolla, Giorgio Dolci, Salvatore Guzzardo, Sonia Iannuso, David Cassidy, John Grimes.

Roger A. Fratter, firma uno dei suoi lavori più riusciti degli ultimi anni, da quando ha abbandonato il cinema di genere per dedicarsi a pellicole più introspettive e problematiche. Sono tutte stupende le mie amiche è una commedia erotica, a metà strada tra il grottesco e il realistico, metacinematografica, caratterizzata dalla coesistenza di più generi, ben oliata in un meccanismo da terrorista dei generi tanto caro a Joe D’Amato e Lucio Fulci.

Cristiana (Volpi) e Dario (Fratter) mandano avanti da quando sono adolescenti uno strano rapporto di amore - odio, basato su reciproche seduzioni, tradimenti, complicità, consigli su partner, rimproveri e incomprensioni. Cristiana ha un fidanzato che vorrebbe consolidare il loro rapporto, ma lei sfugge, frequenta molti uomini, vede Dario e finisce per raccomandare una serie di amiche che lui prova a frequentare. “Sono tutte stupende le mie amiche!”, afferma con sicurezza. In realtà la sola cosa certa è che sono piuttosto strane. Dario deve vedersela con una modella tedesca fredda e algida, una polacca nevrotica, una tipa volgare che mangia e sputa noccioli, un’africana che pensa solo al denaro. Lui cerca normalità, ma né Cristiana né le folli amiche possono dargliela, quindi si rifugia da Donatella (Zanini), ma tutto finisce quando Cristiana mostra alla ragazza un loro vecchio video erotico. Dario e Cristiana non possono fare a meno l’uno dell’altra, ma al tempo stesso non riescono a capire che cosa vogliono dal loro rapporto, a parte mandare avanti un perverso gioco di seduzione. La trama da commedia è corroborata dalle indagini per catturare uno stupratore seriale che sconvolge la pace di Vallechiara. Il criminale viene acciuffato dalla polizia al termine di una scena ricca di suspense che modifica improvvisamente la commedia in thriller grottesco. Ottima la figura dell’opinionista televisivo misogino, tratteggiato dal bravo Marco Locatelli grazie a una recitazione sopra le righe.

Sono tutte stupende le mie amiche presenta molteplici motivi d’interesse, a partire dalla tecnica del racconto, per flashback, narrato con le parole dei due protagonisti, con il regista che riavvolge rapidamente la bobina per narrare i fatti dal principio. Scomodiamo Ingmar Bergman - con i debiti riguardi - per l’idea dell’attrice che guarda dritto nella macchina da presa e si rivolge allo spettatore: “Non so chi sono io e neppure chi siete voi. So solo che sono vera”. Inizia la commedia sentimentale che vede alla base il rapporto uomo - donna, con incursioni grottesche dell’opinionista gay che dagli schermi televisivi teorizza il diritto naturale allo stupro. “L’uomo comune è un mostro!”, dirà il critico arrogante, citando Pasolini. Ottima la colonna sonora di Massimo Numa, a metà strada tra swing e musica moderna, con Liana Volpi molto brava - oltre che come attrice - anche come interprete del brano guida Lasciando la scia. Audio in presa diretta con i rumori di fondo lasciati ad arricchire il realismo dei dialoghi e la caratterizzazione dei personaggi. Il tono dei dialoghi è scanzonato e ironico, cambia registro dal realistico al grottesco, passando per assurdo e paradossale. Sempre efficace, comunque, come è priva di pecche la recitazione dei protagonisti, con una sensuale Liana Volpi e un attento Roger Fratter, ben calati nei rispettivi ruoli. La protagonista femminile è una cantante (scusa idonea per far cantare la Volpi) ma è anche un’appassionata di cinema che gestisce il club delle locandine (altra scusa per mostrare una collezione di Nocturno, i flani di Zombi 2, Macabro e Buio Omega). Il protagonista è un compassato professore che prova ad andare a letto con un sacco di donne ma alla fine si ritrova irretito in un gioco di seduzione irrinunciabile. I personaggi sono volutamente caricaturali, estremi, eccessivi, così come sono trasgressive e conturbanti certe situazioni erotiche (il guardone che spia, il rapporto mancato sotto la doccia, il balletto sexy, la seduzione in babydoll…). Fratter cita la commedia sexy, l’erotismo tout-court, il thriller (la caccia allo stupratore), il cinema surreale, il grottesco, ma di fatto realizza un’opera originale e complessa, tra le più riuscite del suo cinema. Pedro Almodovar è il riferimento obbligato per molti caratteri femminili, folli e complessi, ma proprio per questo veri. L’erotismo è quasi sempre sottinteso, ma quando il regista pigia sull’acceleratore delle sequenze hot sembra di assistere a un porno tagliato. L’occhio dell’uomo che osserva le scene erotiche è parte integrante della commedia sexy ed è lo sguardo compiaciuto e complice dello spettatore. Un film psicologico, una commedia provocante e maliziosa, che indaga il rapporto uomo - donna, la complessità dell’animo femminile, da un po’ di tempo a questa parte nel mirino del regista bergamasco. Geniale il triplice finale. Ancora una volta la protagonista in primo piano, sguardo rivolto alla macchina da presa, per criticare la conclusione da thriller grottesco scelta dal regista (i due rivali che si uccidono a vicenda). Metacinema puro. Altri possibili finali: restare con il fidanzato, dare vita a un rapporto a tre, ma in realtà il vero finale è che tutto resta come prima, un eterno gioco di seduzione che vede protagonisti un uomo e un donna. Citazioni d’arte contemporanea per i quadri di Oliviero Passera, che fa una piccola apparizione. Da non perdere. Cercatelo da Beat Records Company, perché non è reperibile nei normali circuiti cinematografici.

Sono tutte stupende le mie amiche (2012)  di Roger A. Fratter
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IL SORRISO DELL’OBICE di WALTER GIORELLI

11 Giugno 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

IL SORRISO DELL’OBICE di WALTER GIORELLI

Va a Dario Malini il merito di aver recuperato questo diario e di averne curato l’edizione per Mursia. L’opera era già apparsa nel 1917, edita in forma privata e a cura della famiglia del soldato Walter Giorelli. Prima dell’arruolamento, fu allievo del pittore Aristide Sartorio, anch’egli poi impegnato nella Grande Guerra. Nel marzo 1917 ci fu una mostra postuma dedicata ai dipinti del giovane, apprezzata dalla critica.

Questo è uno dei diari più emozionanti e lirici tra quelli che abbiamo letto. Il pittore Walter Giorelli ha appena terminato gli studi e si è già segnalato a livello artistico, pur in età molto verde, quando deve arruolarsi.

Il diario si compone di note e umori diversi: ci sono l’esuberanza giovanile insofferente delle gerarchie, l’ironia del dotto umanista e la viva sensazione di un destino cupo cui non si può sfuggire. Siamo nella seconda parte del 1915; ormai è chiaro che il conflitto sarà lungo e sanguinoso. Giorelli è impegnato nell’addestramento a Bologna e mostra già di avere gli anticorpi verso ogni tipo di retorica. Viene da sorridere quando un tenente, rivolto ai futuri fanti che dovranno attaccare le mitragliatrici nemiche, dà questo consiglio: “Facite ‘a faccia feroce”.

Al fronte il giovane deve portare rifornimenti verso le prime linee, compiendo ogni notte lo stesso tragitto sugli stretti sentieri intorno al Sabotino. In questa fase, nonostante i pericoli, si mostra abbastanza sereno; il paesaggio lo stimola, può parlare di filosofia con alcuni compagni, è contento di saper governare bene il mulo carico che deve condurre verso le trincee. Gli piace ritrarre i commilitoni; un suo superiore ne nota il talento e gli affida l’incarico di disegnare le difese avversarie.

A Cividale ha la possibilità di affrontare un corso per entrare nel Genio; dopo una severa selezione, viene promosso e diventa quindi ufficiale. Da questo momento lavora in una compagnia di Zappatori in servizio a Plava. Ora ha il compito di sistemare ricoveri e camminamenti che le intemperie e i colpi dell’artiglieria austriaca danneggiano. Vede gli attacchi dei fanti, gli uomini impazziti dai bombardamenti che corrono a casaccio contro il nemico, assiste alla fucilazione di due anziani soldati. Intanto Gorizia è stata presa, ma la guerra di logoramento prosegue come prima. Il suo lavoro ricorda le fatiche di Sisifo; aggiustare e sistemare ciò che verrà comunque nuovamente distrutto. L’umore di Giorelli settimana dopo settimana cambia; è come se nel suo spirito si spezzasse per sempre qualcosa, a fronte di una guerra sempre più dura e ingorda di sangue. Interrompe la corrispondenza con una coetanea che insisteva nel parlargli della vivace e frivola mondanità romana. Prosegue a ritrarre i compagni che glielo chiedono, ma la sua arte è mutata, è diventata realistica. Infatti rappresenta i commilitoni come sono, senza nascondere sui volti i segni della fatica, della sofferenza, delle ore di sonno che mancano. L’Isonzo si ingrossa e l’artiglieria nemica è sempre più precisa. Giorelli nota che la sua capacità di guardare, di cogliere con un colpo d’occhio l’essenza del paesaggio è venuta meno: “Dovrei forse descrivere meglio ciò che mi circonda, ma non posso. Guardo tutto di sfuggita e non riesco a fermarmi su niente”. Il pittore si sente disarmato, quasi cieco.

Qualcosa in lui non è più come prima. La guerra sembra avergli tolto tutto. Eppure, anche nella trincea allagata o in mezzo ai camminamenti da risistemare, il giovane trova fino all’ultimo giorno una pausa per scrivere e per lasciare le sue memorie. Il suo diario, così fresco e vivace, è una bellissima vittoria sul tempo, sulla morte, sulla guerra.

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Silver, "Lupo Alberto - LE STORIE"

10 Giugno 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #vignette e illustrazioni

Silver,  "Lupo Alberto - LE STORIE"

Silver

Lupo Alberto - LE STORIE

Magazzini Salani

Pag. 390 – Euro 12,90

Lupo Alberto nasce nel 1974, sul Corriere dei Ragazzi, storica rivista per adolescenti da tempo chiusa, lasciando solo Il Giornalino della San Paolo a difendere un mondo che non esiste più, conquistato da televisione e media telematici. Viene da chiedersi - proprio per questo motivo - se ci sono ancora lettori di fumetti per ragazzi, oppure se certe (benemerite!) operazioni di riscoperta sono riservate a un pubblico di nostalgici. Per me che sono nato nel 1960 e ho scoperto Lupo Alberto nel 1974, incuriosito da un nome che conteneva una voluta citazione di un grande attore teatrale e televisivo (Alberto Lupo), non è difficile esprimere gradimento e complimentarmi con un editore lungimirante. Sono tempi di crisi, il fumetto comico non incontra più il favore del lettore, capolavori come Mafalda, Sturmtruppen (del compianto Bonvi) e Cattivik - tutti in catalogo Salani - sono dimenticati dal grande pubblico che li acclamava negli anni Settanta. In compenso assistiamo alla tristezza di Gipi al Premio Strega, celebrato in TV da Fabio Fazio, come sempre compiacente con tutto quel che viene - di buono o di cattivo - da certi ambienti della sinistra. Ma basta con le polemiche. Cerchiamo di convincere, invece, i giovani di oggi ad appassionarsi alle storie di un lupo dal pelo azzurro (purtroppo il libro per motivi economici è stampato in bianco e nero), innamorato di una gallina di buona famiglia di nome Marta e in perenne lotta con un cane da guardia chiamato Mosè. I personaggi non finiscono qui, c’è anche Enrico la talpa che non ci vede un tubo, ha ribattezzato con il nome Beppe il nostro Alberto ed è sposato con Cesira, una moglie petulante che cucina divinamente. La struttura delle storie è ripetitiva, ma non per questo meno geniale e divertente, ricalcata sullo schema del coyote della Warner Brothers che cerca di catturare lo struzzo. Il lupo tenta di intrufolarsi nel pollaio per amoreggiare con Marta, di solito non ci riesce, becca un sacco di legante da Mosé, mentre Enrico lo incoraggia.

Per festeggiare i quarant’anni di Lupo Alberto, la casa editrice Salani ha organizzato una mostra itinerante che è partita da Fano il 27 febbraio e finirà a Correggio il 12 dicembre. Molte le tappe intermedie: Napoli, Milano, Albissola, Marostica, Rovigo, Catania, Fano, Cagliari, Udine, Lucca, Torino… Il 2014 sarà l’anno di Lupo Alberto, con nuovi gadget e tanti libri dedicati al lupo più simpatico del fumetto italiano.

Guido Silvestri (1952), in arte Silver, comincia l’avventura con un striscia comica intitolata La Fattoria dei McKenzie, ma il nome che s’impone è quello del protagonista. Le strisce - pensate sul modello di quelle statunitensi - cominciano a diventare brevi racconti e il fumetto si guadagna persino una testata autonoma che durerà in edicola per molti anni. Altri tempi. Erano gli anni Settanta - Ottanta. I ragazzini leggevano i fumetti e i genitori disapprovavano. Adesso capita di avere una figlia di sette anni e di obbligarla a leggere Lupo Alberto e altri fumetti intelligenti, invece di assopire l’intelligenza davanti alla televisione che diffonde manga e telefilm idioti. Tempi che cambiano, certo, ma non in meglio…

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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I te vurria vasà

9 Giugno 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #musica, #marcello de santis

Estimatore di musica e canzoni napoletane, Marcello de Santis ci racconta, partendo dai suoi ricordi giovanili, la storia di interpreti e autori napoletani che hanno portato al successo melodie divenute poi famose in tutto il mondo. Leggendo sentiremo parlare con leggerezza e sentimento di Peppino di Capri, di Vincenzo Russo , Eduardo di Capua e Giovanni Capurro autori e interpreti di splendide canzoni come "I' te vurria vasa'" , "O sole mio" "Oje Mari." e di altro ancora. Una storia tutta da leggere e canticchiare. (Franca Poli)

Ai tempi della mia giovinezza, diciamo verso la fine degli anni 50, il sabato dopopranzo (ché uscire di sera per le ragazze era tabu), oppure anche la domenica pomeriggio, ci si riuniva a casa di uno di noi ragazzi, (eravamo un gruppetto di compagni di liceo) e si ballava mettendo sul pick up i dischi a quarantacinque giri, prima quelli con una sola canzone per parte e più tardi quelli con quattro canzoni, due per ogni facciata. Nascevano così le prime simpatie, talvolta i primi amori, come è successo a me che ho incontrato in una di quelle pomeridiane la ragazza che di lì a qualche anno sarebbe diventata mia moglie. Il pick up era il giradischi (a manovella, i primi apparecchi, poi elettrici) che spesso eravamo costretti a portarci dietro insieme al pacco dei dischi di vinile di musica leggera,
perché non tutti ne avevamo uno. Lo chiamavamo, ricordo, pick up, ma non sapevamo
e forse non lo sapemmo mai che invece il pick up di quell'aggeggio era solo la puntina, la cosiddetta testina. E ricordo che ne avevamo alcune di riserva, di testine, per ogni evenienza se tante volte quella che usavamo avesse fatto le bizze. E avevamo sempre a portata di mano un cuscinetto con la pancia di velluto blu (o rosso) per pulire ogni disco prima di metterlo su.

Erano i tempi di Paul Anka con il suoi grandi successi. Diana, You are my destiny, Put Your Head On My Shoulder; ma c'era anche Elvis Presley, e c'erano anche i nostri: Bobby Solo, Fred Bongusto, Gino Paoli in testa. Mettevamo sul piatto un po' tutti, alternativamente, ché il pomeriggio era lungo; ma avevamo una predilezione per Paul Anka e per Fred Bongusto, che ci permettevano di ballate cheeck to cheeck, guancia a guancia, con la nostra bella del cuore, stretti stretti, gustando quelle musiche indimenticabili: ... put your heaaaad on my shooooooooldeeeeeeer... e: ... una rotonda... sul maaaareeeeee..., il nostro disco... che suoooonaaaaa....
Era molto gettonato, ricordo, anche Peppino di Capri con le sue canzoni napoletane, su tutte I' te vurria vasà. Galeotta fu la canzone che ci strinse per la vita, me e la mia futura moglie; era proprio quella: I' te vurria vasà.

Allora io ero un giovane studente di liceo, piacente e simpatico, devo dire; e già amavo la canzone napoletana che seguivo appassionatamente alla tivu assistendo ai veri Festival della canzone di Napoli. Le parole incantate di I' te vurria vasà fecero il miracolo di farci innamorare. E andò a finire come sappiamo. Ricordo che mentre la stringevo a me, viso contro viso, le sussurravo sulla voce di Peppino:

I' te vurría vasá...
I' te vurría vasá...
ma 'o core nun mmo ddice
'e te scetá...
'e te scetá!...

I' mme vurría addurmí..
.
I' mme vurría addurmí
vicino ô sciato tujo,
n'ora pur'i'...
n'ora p
ur'i'!...

Quella voce, poi, ci mise del suo. Quel ragazzo - con un sacco di capelli neri, secco come un fuscello, gli occhiali più grossi del suo viso - era appena venuto fuori col suo modo tutto particolare di porre la canzone napoletana, e stordì tutti noi ragazzi, che ne imitavamo le mosse nervose e talvolta sincopate che accompagnavano ogni sua esibizione. Ed era una gara continua a cercare e comprare i suo dischi. Un giorno su Sorrisi e Canzoni mi informai, per sapere di più su 'sto Peppino di Capri. Lessi: era uscito alla ribalta proprio in quegli anni, il 1958 per l'esattezza. Fino allora si era esibito sulla sua isola, qua e là, coi suoi quattro amici; ma una sera colpì l'attenzione di un funzionario di una casa discografica che gli propose un contratto. Chiamò a Milano tutti e quattro i ragazzi; essi corsero lassù da Napoli a bordo di una scassata 1100 fiat, per firmare e incidere il primo disco. Qui trovarono anche il nome d'arte; prima a Giuseppe Faiella; che siccome era di Capri, venne naturale aggiungere al più popolare Peppino, (rispetto a Giuseppe) quel "di Capri", appunto. E siccome c'erano anche i suoi amici aggiunsero anche un nome al gruppo: ... e i suoi Rockers.

Ballammo dunque un pomeriggio - per la prima volta e ripetutamente - sulle ali di quella musica melodiosa, e da allora, in ogni occasione, cercavo di arrivare primo al pick-up per mettere su, battendo tutti gli altri, quella che era diventata la nostra canzone, I' te vurria vasà.
Comprai il disco, e lo regalai al mio angelo; più tardi mi confessò che ogni sera prima di addormentarsi lo metteva sul piatto e lo consumava con i suoi pensieri, magari sognando che quelle dolci parole d'amore fossi io a cantarle per lei...

Ah! Che bell'aria fresca...
Ch'addore 'e malvarosa...
E tu durmenno staje,
'ncopp'a sti ffro
nne 'e rosa!
j' te vurria vasà...

Vincenzo Russo Napoli 1876-1904

Vide la luce nel quartiere popolare di Piazza Mercato che a quell'epoca era uno dei più degradati della città, insieme a tanti altri, come per esempio Pendino, e Vicaria. Nacque nel 1876, in una modesta abitazione umida e "scarrupata" come si diceva con un termine tutto particolare, che significava grosso modo "scalcinata", "malridotta"; qui viveva insieme al padre Giuseppe che faceva il calzolaio, e alla mamma Lucia, operaia per qualche tempo, ma poi - con l'arrivo di altri cinque fratelli, Salvatore Concettina Nunziatina Luisa e Carmela - dovette trasformarsi in semplice donna di casa; perché doveva pensare ad allevare la numerosa prole e tirare avanti una vita ai limiti della sopravvivenza con le misere insufficienti entrate del padre. La casa e il quartiere tutto erano malsani; la salute di Vincenzo non ci mise molto a risentirne; si ammalò, e si ammalarono appresso a lui anche i fratelli. Le medicine costavano e non sempre c'erano i soldi per comprarle.

Fatto sta che il futuro poeta, bambino ancora, a causa si queste condizioni di salute fu costretto a lasciare la scuola prestissimo. E nei momenti in cui stava un po' meglio, si dava da fare per rendersi utile alla famiglia; prima aiutando i padre nella bottega di ciabattino che stava in via Correra, e poi come garzone in un negozio di guantaio (il padre era morto e adesso era solo lui a portare a casa i soldi.) I primi anni, bene o male, passarono, Vincenzo cresceva, e visto che aveva molta voglia di imparare, si iscrisse alle elementari di una scuola serale per operai; e sempre per arrotondare e aiutare a casa, faceva - la sera - la maschera in qualche teatro; ebbe modo così di assistere a molti spettacoli di varietà, ascoltando canzoni, ammirando sciantose, plaudendo i comici.
Intanto - aveva solo otto anni - Napoli fu colpita da una epidemia di colera senza precedenti; tutta la città ebbe malati e morti, ma chiaramente i quartieri più miseri ebbero la peggio, tra questi appunto il Mercato. La sua malattia si aggravava giorno dopo giorno; i suoi polmoni erano sempre più malandati e aveva enormi difficoltà anche a solo respirare; specialmente di notte; non dormiva più, ormai, tra asma e tosse continua, la tubercolosi galoppava e si preparava a ghermirlo definitivamente; fu così che cominciò, di notte, dato che non riusciva ad addormentarsi, a scrivere poesie, che poi cercava di musicare o di far musicare. Le prime canzoni che scrisse non ebbero fortuna, (aveva adesso 18 anni), le faceva ascoltare, le presentava alle varie feste di Piedigrotta che si tenevano annualmente, anche per tentare di guadagnare qualche soldo da portare a casa.
Come potete vedere dalle sue date di nascita e morte, la sua vita durò pochissimo. Quando se ne andò aveva appena 28 anni. Vita brevissima, vissuta poveramente; ma ebbe il tempo di lasciarci belle canzoni alcune delle quali sono entrate di diritto nel novero delle classiche napoletane.
Era sempre pallido, emaciato, malato ai polmoni che lo stavano tradendo ogni giorno di più; ciò nonostante tra una medicina e l'altra, tra un colpo di tosse e l'altro, curava la sua grande passione per la poesia.
Già da alcuni anni, come ho detto, scriveva poesie che qualche amico mise anche in musica; canzoni non ebbero successo; però il poeta non demordeva; fino al momento che conobbe un grande musicista, Eduardo di Capua, che aveva una decina d'anni più di lui, e che già aveva raggiunto una certa fama grazie alla stupenda canzone che aveva scritto insieme al poeta Giovanni Capurro, e che volava per i cieli della gloria: 'O sole mio.
La sua vita è costellata da una serie infinita di SI DICE...": si dice che... raccontano che... molti riportano che...; noi ve li riportiamo così come ci sono arrivati, ma vi diciamo anche che hanno relativa importanza; perché importante è la realtà della povera vita e della tubercolosi che lo condusse giovanissimo alla morte, togliendoci un autore che non sappiamo cosa ci avrebbe ancora potuto donare.

L'incontro tra i due è una cosa impensabile. Voglio raccontarvela.
Vincenzino, malaticcio e pallido com'era, cercava "di fare soldi per tirare avanti la vita famigliare" in ogni modo possibile. Abbiamo detto che faceva la maschera nei teatri del quartiere; e poi come garzone di guantaio, in un angusto locale malsano del rione Sanità, tra il puzzo e i miasmi delle pelli conciate non proprio ideali per la sua salute, che contribuì ad aggravare la sua malattia ai polmoni. Ad un certo punto prese a spargersi la voce che avesse delle facoltà divinatorie; lo si ritenne un "assistito".
Bisogna dire due parole sull' "assistito", personaggio importante del gioco del lotto molto in voga in quegli anni. Si tratta di una persona dotata di un grande carisma tra i giocatori del lotto, in genere povera gente che si fa in quattro per rimediare settimanalmente quei quattro soldi da puntare sui numeri, magari sottraendoli alla miseranda esistenza di tutti i giorni, nella speranza che una vincita possa cambiare radicalmente la vita. Ed ecco dunque "l'assistito": una persona che dietro un piccolo compenso (e per Vincenzino questo "piccolo compenso" costituiva non poca cosa) "dava i numeri"; che a volte ricavava dai sogni che la gente gli raccontava; e lui lì ad interpretarli assicurandone la veridicità. La povera gente crede alle facoltà dell'assistito, al suo potere occulto, che tra le altre cose prevede anche quello di parlare, colloquiare con i defunti; per avere da loro fortuna sotto forma di numeri da giocare al lotto.
Sentiamo Matilde Serao cosa pensa del lotto e dell'assistito, nel suo libro "Il ventre di Napoli":

... un cancro; che rode le famiglie borghesi, un convulsionario "pallido" (e Vincenzino pareva proprio il prototipo di questo personaggio), ... che finge di avere o ha delle allucinazioni, che non lavora, che parla per enigmi …l’assistito arriva nel popolo e vi estende la sua azione mistica, vi raccoglie dei guadagni piccoli, ma insperati, vi fa degli adepti e finisce per camminare nelle vie, circondato sempre da quattro o cinque persone, che lo corteggiano e studiano tutte le sue parole...

E veniamo all'incontro tra i nostri due personaggi.
Si dice che Eduardo sia un accanito giocatore, ha il vizio del gioco; da sempre; non può farne a meno; ed è un assiduo frequentatore anche dei botteghini del lotto. Chiede lumi e numeri a questo ragazzo pallido e malaticcio che era già conosciuto in giro. Ricorse a lui spesso. Il ricorso continuo a Vincenzino fece sì che il giovinetto venisse a sapere che quel signore era un autore di canzoni napoletane; gli confessò timidamente che lui "era un poeta" e che ambiva scrivere canzoni; Eduardo gli chiese di fargli leggere qualcuna delle sue cose; ciò che fece.
Quelle "cose" piacquero al musicista, una in particolare; e la mise in musica; era Maria Marì... si era nell'anno 1899, Vincenzino aveva 23 anni; forse si era innamorato - da lontano - di una ragazza che si chiamava appunto Maria, e che si affacciava ad un balcone di fronte al suo posto di lavoro di aiuto guantaio; la visione lo faceva sospirare e scrivere versi che dedicava alla giovane lassù...

La canzone ebbe un successo straordinario.
Erano altri soldi (pochi invero, ché allora i diritti d'autore non andavano se non in minima parte agli autori, ma se li prendevano tutti le case editrici; e la Edizioni Bideri, che allora andava per la maggiore, ne fece di soldi; hai voglia se ne fece!) Solo le briciole agli autori; e va detto che con quei pochi soldi che fruttarono quella prima canzone di successo servirono al giovane poeta per comprarsi le medicine.
Ecco i primi versi della poesia

Oje Marí, oje Marí,
quanta suonno ca perdo pe' te!
Famme addurmí,
abbracciato nu poco cu te!

Oje Marí, oje Marí!
Quanta suonno ca perdo pe' te!
Famme addurmí...
oje Marí, oje M
arí!

La canzone volò presto sui cieli di Napoli. Divenne un successo che dura ancora oggi. Grazie anche alla giovane amicizia coll'amico Eduardo, quando può e quando sta bene (o quanto meno benino) Vincenzo Russo comincia a frequentare, anche se di rado, qualche riunione di musicisti e poeti che allora andavano per la maggiore.

Arápete fenesta!
Famme affacciá a Maria,
ca stóngo ‘mmiez’â via…
sperut
o d’’a vedé…


Ad una di queste riunioni tra artisti, come tante ne avvenivano all’epoca, per scambiarsi pareri versi e musiche, il giovane e timido “scarpariello” (ciabattino) avvicina il coetaneo Ernesto Murolo, già conosciuto come autore di canzoni (agli inizi del secolo scrisse celebri canzoni di successo come Pusilleco addiruso, Mandulinata a Napule, Nun me scetà, Piscatore 'e Pusilleco, Napule); Ernesto è il padre di colui che sarebbe diventato più tardi un grande interprete della canzone napoletana, il cantante chitarrista Roberto Murolo.
Accennando un leggero inchino e apostrofandolo, Vincenzino, con un devoto: - maestro!, Ernesto Murolo lo prese in disparte e gli disse:"Russo, chi ha scritto “arapete fenesta famm’affaccia’ maria” non deve chiamà maestro a nisciuno!"
Eduardo Di Capua gli stette vicino, prodigo di amicizia vera e di consigli (e di elogi).

Eduardo Di Capua, Napoli 1865-191

Era destinato a diventare musicista per l'ambiente famigliare;il padre infatti era un valente violinista che faceva tournèe per tutta Europa. E fu seguendo il padre artista rinomato che iniziò a comporre musica. Aveva una passione sfrenata per il gioco che lo fece trovare sempre in una situazione a dir poco drammatica. Proprio grazie al gioco però conobbe il poeta Vincenzo Russo, appassionato come lui del gioco, insieme composero tra le altre le due più celebri loro canzoni: j' te vurria vasà e torna maggio.
Scrissero insieme altre canzoni. L'anno dopo, era il 1900, Di Capua che frequentava ormai il giovane poeta, lesse i versi di un'altra stupenda poesia di Vincenzino: il titolo era "Torna maggio", gli piacque molto e la rivestì di una musica immortale; il testo diceva tra l'altro così:

...aprite 'sta fenesta, oi' bella fata
ché ll'aria mo s'è fatta 'mbarzamata
ma vuje durmite ancora, 'i' che curaggio...
rose! che b
elli rrose!... Torna maggio!

Inutile dire che ebbe immediatamente il successo che meritava e che merita. La si cantava ovunque, e il poeta non poteva non esserne soddisfatto; soprattutto perché significava portare a casa un po' di soldi. La cosa andò così. Era l'ultimo giorno del 1899, il 31 dicembre, Capodanno stava per scoccare. Vincenzo Russo sta male, e si ficca a letto sotto le coperte; la festa impazza, ma il poeta ripete a se stesso che "può andare avanti anche senza di lui". Il giorno dopo Eduardo va a trovarlo, gli porta una buona notizia, e un po' di soldi: la casa editrice Bideri lo ha pagato; gli ha dato un anticipo sui diritti per la canzone Maria Marì. Vincenzo è contento, anche se è una ben misera somma da dividere in due.
E' già sera ed è festa,
... su, coraggio Vincenzì, usciamo, facciamo baldoria anche noi, festeggiamo!!!
Il giovane si lascia convincere ed esce insieme all'amico. Che lo porta con sé al Salone Margherita dove c'è uno spettacolo con Armando Gill, un attore e cantante che ha press'a poco la stessa età di Russo; ma è già noto al pubblico di Napoli per le sue canzoni ironiche e per i suoi duetti improvvisati con gli spettatori. Tombeur de femme suo malgrado, richiamava sempre un folto pubblico ai suoi spettacoli; e anche quella sera c'era gente a vederlo ed applaudirlo.
Quando lo spettacolo finisce Vincenzo Russo, mentre escono per tornare a casa, trae di tasca un foglietto con nuovi versi di una meravigliosa poesia. E li porge all'amico; che tale la reputa; meravigliosa. E se la mette in tasca. Il giorno dopo torna dal poeta che sta a letto, e gli fa sentire la musica. Gli piace molto.
Era nata I' te vurria vasà...
Eduardo la presentò a un concorso di canzoni napoletane convinto che avrebbe stravinto, ma la delusione fu grande: arrivò seconda a pari merito con altre tre canzoni; con le quali dovette dividere i soldi del premio. Con la sua modesta parte, Vincenzino comprò ancora una volta le necessarie medicine.
La malattia intanto si aggrava, e il giovane poeta deve stare sempre più spesso a letto. Di lì a quattro anni ci lascerà per sempre con una manciata di canzoni che ancora oggi sono celebri in tutto il mondo.
Si disse che I' te vurria vasà, la scrisse perché innamorato di una sua dirimpettaia, tale Enrichetta, per lui irraggiungibile (anche se pure la ragazza, si sa per certo, corrispondesse quell'amore) date le diverse estrazioni sociali dei due (lei era figlia di un gioielliere, pare). Ma questo è un dettaglio di poco conto, rispetto alla grandezza della poesia del giovane poeta.
Quattro anni passarono presto, la tubercolosi si era mangiati ormai i polmoni di Vincenzo Russo, 28 anni, poeta, autore di canzoni napoletane. Era il mese di maggio, quando chiamò a sé il cognato che gironzolava per casa, lo fece avvicinare al letto; gli dettò - ché non aveva più nemmeno le forze di farlo - i versi dell'ultima sua poesia "L'urdema canzone mia".
Si dice che Enrichetta si sposasse, e che lui vide la chiesa addobbata dalla sua camera; ma forse quelle che si stavano per celebrare là sotto alla sua finestra non erano le nozze di Enrichetta... chissà...
Pianse, per quello che la vita non gli aveva dato. Poi fece chiamare l'amico Eduardo e gliel'affidò. Gli raccomandò quei suoi ultimi versi, immaginiamo, con queste parole
... edua' ... vide tu che ppuò fa'...

Nun me parlate cchiù de' sciure e rose,
Pe' me 'sti rrose songo senz'addore;
Nun me dicite: 'a giuventù è nu sciore.
Ca chistu sciore mio è muorto già.

Pe' me tutt'è fernuto !
Addio, staggione
belle !
Addi, rose e viole !...

Sotto i versi della poesia fece scrivere:
"E' l'urdema canzone ca ve scrivo, 'mparatavella e tenitavella 'ncòre. Addio canzone meje, io me ne vaco e vuie restate pe' ricordo 'e me"...
(E' l'ultima canzone che Vi scrivo. Imparatela e portatela nel cuore. Addio mie canzoni, io muoio e voi restate per farmi ricordare)."

Se ne andò l'11 giugno, nemmeno un mese dopo avere scritto i versi de "L'urdema canzone...".

marcello de santis

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Lars Von Trier puzza!!!

8 Giugno 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo, #cinema

Lars Von Trier puzza!!!

Allora, care amiche, cari amici,

sono riuscita finalmente a vedere Nynphomaniac vol. 1.

Ah finalmente questa si è organizzata un’uscita come si deve,

penserete voi. Ma cosa dici maaai, rispondo con la faccia da Topo Gigio… quando

la sfiga ci si mette non c’è organizzazione che tenga.

Io, per la verità la mia uscita come si deve me l’ero in

effetti ben preparata, con tanto di babysitter pagata (con supplemento festivo)

e marito implorato a suon di lamentele per farmi accompagnare… poi, arrivati lì, scopriamo che il cinema aveva

cambiato l’orario della programmazione all’ultimo momento, collocandolo

irrimediabilmente al di fuori della finestra temporale che mi ero faticosamente

ritagliata per l’evento.

A dirla tutta, non l’ho presa molto bene, per di più pioveva a

dirotto e non ho potuto sfruttare l’uscita manco per una passeggiata romantica

magari arricchita da gelato ipercalorico e compensativo. La crisi isterica ha

preso a incombere in modo terribile e quasi irreversibile, dico “quasi” perché

il caso ha voluto che stavolta, più per istinto di sopravvivenza che per reale

affezione, fosse proprio lui, mio marito, l’homo insolitamente sapiens, a

suggerire la soluzione che ha procurato a lui una serata tranquilla e a me l’argomento

di questo post.

- E se lo vedessimo in streaming su internet? – mi ha

proposto con un sorriso spumeggiante, un po’ falso/attendista e un po’

compiaciuto/speranzoso che mi ha tanto ricordato Jim Carrey con la Mask verde attaccata

alla faccia…

Lo so, lo so non è la stessa cosa, per di più è illegale e, a

tal proposito, davanti alla polizia postale, sono disposta a testimoniare che è

tutta colpa sua (è vero che è il padre dei miei figli, ma io sono la madre dei

miei figli… e la mamma è sempre la mamma!).

Insomma, per farla breve, ho accettato ed eccoci qua. (Non rompete, lo dovevo

scrivere questo post volenti o nolenti!!!)

Dunque, veniamo al sodo.

Vi ricordate le mie opinioni sul film pre-visione e del fatto

che volessi impietosirvi sulla cattiva sorte capitata alla piccola Joe?

Ecco, mi sbagliavo, cancellate tutto… e riavvolgiamo il nastro.

Ovvero, la psicologia spicciola della ragazzina priva di

regole e abbandonata a sé dalla madre è esattamente quella che vi avevo

prospettato. Quello che non mi aspettavo è il modo in cui viene raccontato il

disagio di sex addiction della ragazzina… nel senso che non viene raccontato

affatto!

Dapprima vediamo che la pulzella si appassiona alle virtù

dell’autoerotismo sin dalla tenera età, poi si capisce che l’inaridimento dei

sentimenti vero e proprio scaturisce dall’assenza di amore e attenzione da

parte della madre che, per misteriosi motivi, si comporta come una vera stronza

del tutto disinteressata a svolgere nei confronti della figlia alcuna funzione

educativa oltre che affettiva. L’unica figura che si incarica di infondere un

barlume di affetto e di serenità nell’anima della bambina è il padre, tenero,

fragile alcolista col pallino degli alberi (?), per il quale Joe nutre, e

dimostra in punto di morte (del padre), un affetto quasi materno.

Per il resto, numeri di Fibonacci, arte del pescare,

ornitologia e botanica, polifonie di Bach (la famosa parte filosofica del film)

si intersecano a scene di sesso che coinvolgono, oltre alla protagonista,

innumerevoli tizi più o meno anonimi di cui a stento si riesce a conoscere

l’iniziale del nome.

Ora, devo proprio dirlo, se c’è una cosa che assolutamente

manca in tutte queste scene di sesso… è proprio il sesso! Almeno come lo

intendo io… Il tutto è desolatamente privo di eros (oh, ci fosse stata una scena…dico

una… a suscitarmi quel certo languorino… niente, nada, nisba). Al punto che il

nulla angoscioso (angoscioso perché nulla) che mi veniva inflitto dal film ha

avuto su di me effetti inspiegabilmente e bizzarramente allucinogeni: mi è

sembrato di stare vedendo, come dire, avete presente quei vecchi film in bianco

e nero (Charlie Chaplin, Buster Keaton….) in cui i protagonisti si muovono a

una velocità accelerata? Ecco, una cosa del genere, e ad un certo punto c’ero

anch’io dentro la pellicola che scuotevo la testa velocissimamente come Paperino

che si sta svegliando da un sogno e realizza cosa gli sta accadendo. In questo

modo (non vi preoccupate non mi succede spesso) mi sono accorta della trappola architettata dal regista che solo una pollastra incallita come me poteva sgamare.

Il fatto che Joe racconti in modo così distaccato e privo di

emozioni le immagini di sesso vissute e che soprattutto queste immagini siano

rappresentate in maniera così nuda e cruda, e prive di una “storia” propria, mi

puzzava davvero tanto. Era come se le fossero state messe in bocca parole non

sue… o meglio parole che non possono appartenere a una donna che pare consapevole

della sua dipendenza patologica e che ne descrive con compiaciuta accuratezza

gli effetti senza tuttavia mostrare o trasmettere la benché minima sofferenza o

emozione in relazione a ciò che racconta.

E se, oltre che ninfomane, avessi voluto crederla affetta

da depressione, dico, per esperienza più

o meno diretta, che una donna depressa trasuda COSTANTEMENTE angoscia e

sofferenza, anzi tutto il suo essere non fa altro che vomitare, stile Linda

Blair, tutto il dolore che ha in corpo…

Poi ho finalmente realizzato da dove veniva tutta quella puzza:

sei tu Lars che puzzi e pure tanto!!!

Ma soprattutto chi vuoi imbrogliare?

Credi che non abbia capito che quelle immagini fossero tutte

frutto della tua testa?

Bella scoperta, mi direte voi, lui è il regista…

Sì certo, ma il punto è che, da un po’ di film a questa

parte, il buon Lars si è messo in testa di raccontarci la SUA depressione,

quella che l’ha colpito (e quasi affondato) pochi anni fa.

Ma in questo film caro Lars, a parer mio, dimostri di avere due

grossi gap:

a) tu racconti al mondo la depressione come la vede un

depresso, cercando cioè di rappresentare quel patologico senso di distacco e di

fatalismo, quella sensazione di abitare un piano esistenziale mollemente

adagiato su un livello di piatta mediocrità che chi è stato depresso ben conosce

(ma solitamente quando il mondo si prende la briga di osservare un depresso

vede soltanto un poveraccio che soffre come un cane e appesta il circostante di

mortifera negatività).

b) non sei una donna! (Sei a conoscenza che la fantomatica

parte femminile di un uomo, anche quella dell’artista più sensibile, non è

altro che “un pezzo” di maschio?)

In più passi per essere un genio per cui godi tra i tuoi fan

di un credito quasi illimitato, ma a me sembra proprio che mettere su pellicola

il repertorio di immagini di sesso (chissà di quanti anni!!!) come le pensi tu

in quanto maschio (per di più depresso) e cercare di ammantarle con un’aura di intellettualismo,

oltretutto millantando un punto di vista femminile, sia in definitiva una bella

presa per il culo…

è come se un giorno di questi, approfittando dell’attenzione

e della fiducia che voi, miei devoti lettori/trici, generosamente mi accordate,

vi propinassi, come mio, un post scritto da mio marito!

La notereste subito la differenza, no?

Vero che la notereste?

… anche non subito…ma sì, vero? VERO?

(mmh… mi sa che uno di questi giorni faccio un esperimento…)

P.S. cara Joe mi dispiace, avevi un grosso potenziale per

entrare a far parte del pollaio ma il tuo gallo cedrone ha ben pensato di prendere

il tuo posto…

E questo mi fa pensare… a Lars ma non è che sotto sotto…???

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Qanat

7 Giugno 2014 , Scritto da Raffaella Saba Con tag #raffaella saba, #luoghi da conoscere

Qanat

Sono scesa ai Qanat almeno due volte. Dicono: “non c’è due senza tre” e spero sia a breve e magari per un altro percorso sconosciuto. Perché scendere sotto terra ho capito che mi piace davvero tanto.

Ma cosa sono i Qanat?

È un sistema di rete idrica costruito dagli arabi; sono cunicoli scavati a 10/15 metri sottoterra che vengono introdotti nell’isola tra il IX e l’XI. I tratti esplorati sono pochi rispetto a quella che doveva essere una vasta e complessa rete di gallerie, estesa tra la città e la campagna attuale della città. Infatti si possono visitare i qanat del Gesuitico Alto e del Gesuitico Basso (perché i terreni dove sono stati scoperti i qanat erano anticamente possedimenti gesuitici).

L’esistenza di queste condotte spiega il fiorire nella Palermo araba e normanna di fontane, peschiere, bagni pubblici, canali di acqua e giardini lussureggianti (cosa che ora sono solo nella mente dei sognatori).

Mi affascina sapere che la tradizione popolare palermitana rimanda questi canali ai camminamenti utilizzati nel Settecento dagli affiliati alla misteriosa setta dei Beati Paoli. Questo è un altro mistero della città, magari prima o poi mi verrà fuori un post sul tema.

Per poter scendere ai qanat occorre organizzare un gruppo di minimo dieci persone (oppure chiedere di essere inseriti in un altro gruppo che ne fa richiesta). Accompagnati da una guida esperta del CAI centro alpinistico italiano), si scende sotto terra e si inizia l’avventura. Questa volta il luogo dell’appuntamento è in periferia, nel quartiere Altarello, presso la casamatta dell’Amap (azienda dell’acqua). Sono emozionata: non è roba da tutti i giorni scendere sottoterra per attraversare canali ricchi di acqua e costruiti dai predecessori secoli fa. Dopo aver indossato impermeabile, casco e imbragatura scendo per circa 10 metri delle scale ripidissime.

Una volta sotto mi si riempiono subito gli stivali di acqua. La forza dell’acqua è aggressiva e gli stivali in dotazione sono bassi. L’avevano detto: “portatevi un cambio completo. A volte è necessario perché non sappiamo quanta portata d’acqua può esserci”. Il giorno acqua ce n’era. E pure tanta!!

Il cunicolo ha un’altezza media di 1,60 e la larghezza che varia da dà la guida, seria e competente.

Il percorso dura 45 minuti, con una discesa ulteriore in un cunicolo scavato ancora più sotto il livello del precedente. La risalita, con gli stivali pieni di acqua, è faticosa. Ma ne è valsa la pena.

È un viaggio affascinante tra cunicoli ricchi di acqua, abitati da radici che silenziose si dissetano e da qualche reperto stratificato nel tempo.

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