poli patrizia
Incipit e immagini: "L'uomo del sorriso"
Maria di Migdal aveva sentito un'altra voce, proveniente da un altro luogo, da un altro tempo. Aveva visto un bosco di ulivi illuminati dalla luna, un uomo che piangeva, infinitamente solo.
Da "L'uomo del sorriso" di Patrizia Poli
Incipit e immagini: "Il respiro del fiume"
Alle quattro del mattino la luce è già sufficiente a Benares per attraversare la città e raggiungere uno dei cento ghat sul Gange.
Avvolta in un sari scolorito, una figurina sottile, con i capelli annodati, una lunga treccia saltellante e i piedi nudi, sguscia fuori di casa e corre per i vicoli della città vecchia. Non presta attenzione agli escrementi di vacca e al sudiciume che insozza le strade, com’è sua abitudine in giorni più sereni. Passa come il vento in mezzo ai bimbi seminudi, ai lebbrosi, ai mendicati storpi, ai vecchi seduti sul marciapiede che giocano a centrare la sputacchiera.
Da "Il respiro del fiume" di Patrizia Poli
Federica Cabras, "Finché morte ci separi"
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Finché morte ci separi
Federica Cabras
Literary Romance, 2024
La quadratura del cerchio. O meglio: come far coincidere le due anime di Federica Cabras, quella che scrive frizzanti chick-lit pieni di scambi effervescenti, di battute, di scene piccanti, di batticuori e romanticismo, con l’altra anima, quella cupa, mortuaria, horror. Semplicemente creando il personaggio riuscito di Lucrezia Muscas, in Finché morte ci separi, ragazza dolce, introversa, sognatrice, inconsapevolmente alla ricerca del suo posto nel mondo e dell’anima gemella. Lucrezia di mestiere fa l’estetista. Sì, ma per morti. Lucrezia è una tanatoestetista, trucca le persone decedute per renderle presentabili durante le esequie, per dare quell’impressione di “addormentato” anziché putrefatto, per addomesticare la morte come impongono i parenti affranti. Lei ama il suo lavoro, dal trapasso è sempre stata affascinata. I defunti non giudicano, non deridono, non interrompono nemmeno. Lei coi morti ci parla, racconta loro le sue disavventure, la sua vita semplice, i suoi desideri nascosti.
Fra questi c’è Sebastiano, il fratello del suo capo, che è il contrario di lei: estroverso, sexy, brillante, donnaiolo e un po’ perdigiorno. Gli opposti si attraggono, si sa. Lui la punzecchia, la incalza, la prende in giro in modo pesante, acuendo in lei quel senso di essere sempre e dovunque il pesce fuor d’acqua, la “strana”. Lui la chiama Morty, come Mortisia, o Decessa, perché è dark, le piacciono scheletri e vampiri, si veste sempre di nero, osa accessori e soprammobili funebri. Lo fa per gioco, per esorcizzare la paura che tutti noi inconsciamente proviamo, ma anche perché la morte non l’ha ancora sfiorata davvero. Quando accade, quando a morire è una persona cara, si rende conto che chiudere gli occhi per sempre non è poi così entusiasmante.
Questa che, a tutti gli effetti, è una commedia romantica, offre però diversi spunti di lettura e approfondimento. In primis la difficoltà di diventare se stessi, nonostante la riprovazione altrui, nonostante sia più comodo uniformarsi, stereotiparsi, conformarsi. Lucrezia cresce, si accetta per quello che è, si batte per ottenere il lavoro che ama e l’uomo che sogna. Prende anche coscienza di non essere sola al mondo, di avere intorno persone che le vogliono bene, che la apprezzano per quello che è, che la supportano nei momenti difficili.
In secondo luogo balza agli occhi il rapporto controverso con la morte, spesso tabù spaventoso e macabro nella nostra società occidentale. Lucrezia ci gioca, ci parla, se ne adorna e circonda, ma, di fronte al dolore, quello vero, deve comunque arrendersi. Perché il dolore non va rimosso, bensì attraversato. Soprattutto perché chi se ne va poi non ricompare. Mai più. E bisogna ricostruire il senso della vita attorno a una assenza.
La sapiente penna dell’autrice sforna, come sempre, riflessioni argute, momenti piccanti o irriverenti, battute fulminee, epigrafi. Sulla scia di serie di successo come Wednesday, non lasciatevi sfuggire questo personaggio nuovo, questa Mercoledì bionda dall’animo tormentato, solitario e, diciamolo, un pochino decadente. Imperdibile.
Terradimandorla, "Divento di vento"
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Divento di vento
Terradimandorla
Gli scrittori della porta accanto
Pubme, 2024
pp 93
14,00
Una raccolta di racconti molto ben scritti, molto letterari. Spaziano dalla fantascienza all’onirico, passando per il surreale. Illustrati con disegni scomposti, quasi liquidi, dai colori pastello. A scriverli e dipingerli è Terradimandorla, pseudonimo di Cristina Basile, autrice expat in bilico fra Francia e Sicilia.
Donne (ma non solo) protagoniste di storie difficili da raccontare, trasfiguranti e trasfigurate, dove è in atto un’alterazione. Il cambiamento non spaventa neanche più poiché è ineluttabile, ci si lascia andare alla sua azione scompaginante, si diventa “vento”, a nostra volta portatori di mutazione.
Storie anche crude, dilanianti, dure da digerire, raccontate come se niente fosse, senza apparente pathos ma con molta tensione sottesa. Ragazzine orfane, padri scomparsi, uomini violenti, fatti di cronaca. Personaggi e trame che partono in un modo e si rivelano tutt’altro, tempo che scorre a balzi in modo straniante, luoghi che assumono significati archetipici, come il cimitero delle Fontanelle di Napoli o la tonnara di Favignana. Gli eventi più semplici, più quotidiani, come fare la baby sitter o indossare un vestito col fiocco, assumono significati fantastici, si addentrano nell’inconscio, trascolorano in concetti comprensibili più con l’intuito che con la ragione, intrisi di sessualità rimossa o violenza. Portano con sé la necessità di “sciogliersi nell’acqua”, liberarsi, “scomparire a se stessi”, come afferma l’autrice spiegando l’istinto che l’ha portata a lasciare la propria terra.
Uno stile studiato, parole soppesate, scelte fra mille a creare un accostamento non immediato che è già metafora di per sé. Una prosa talmente connotata da divenire poesia ermetica, forse più da accettare che da comprendere.
In mezzo a tanta narrativa d’evasione, ogni tanto si sente il bisogno anche di letture ricercate come questa.
Il mio nuovo romanzo: GALEOTTO FU L'INFERNO
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#galeottofulinferno
Ecco a voi il mio nuovo romanzo!
Un angelo caduto.
Una giovane donna in lutto.
Una natura diabolica con cui fare i conti.
L’eterna lotta tra il bene e il male. Tra amare ed essere amati.
Patrizia Poli
Literary Romance , 2024
Il mondo sta andando a rotoli, fra pandemia e terza guerra mondiale. Confuso e incolpevole, Samael, ovvero Lucifero, stella del mattino, sale sulla terra per capire le motivazioni degli umani e l’imperscrutabile volontà di suo padre, Dio.
Incontra una giovane madre che ha appena perso il suo bambino per il Covid. Lei è BUONA, perbene e angelica, non ha potuto studiare per la morte dei genitori e ha vissuto fino a quel momento una vita semplice e onesta. È divorziata da un marito infantile e stupido. Samael ne rimane folgorato, decide di osservarla, per carpirne l’innocente mistero. Decide anche di aprire un’agenzia di pompe funebri all’ultimo grido, la Oltretomba Starlight.
Samael è il Lucifero degli gnostici, il portatore di conoscenza e verità, in lotta con un Dio indifferente ai drammi dell’umanità. Giorno dopo giorno, viene catturato dalla bontà e gentilezza di Angela, vorrebbe lenire la sua sofferenza, e la propria natura diabolica lo spinge a punire sulla terra tutti coloro che le hanno fatto del male, mettendoli di fronte alle loro responsabilità. Per rendersi degno di lei, inoltre, tende a redimere chi ha peccato in modo non grave, e prova gusto a sentirsi buono nel farlo. Questo, però, non piace a Dio, per il quale gli umani vanno giudicati e puniti solo dopo la loro morte, senza interferire prima.
Ma qualcuno di inaspettato metterà le cose a posto.
Aldo Dalla Vecchia, "La tele a Torino"
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La tele a Torino
Aldo Dalla Vecchia
Buendia Books, 2023
pp 105
5,50
Un agile ed economico manualetto tascabile, a guisa di un piccolo scrigno prezioso. Raccoglie 70 anni di televisione legata a una città che non è la Roma della Rai né la Milano di Mediaset, bensì l’austera, elegante e proficua Torino.
“È un destino, o forse fa parte del carattere dei torinesi: il cinema è nato a Torino ed è stato scippato, la televisione è nata a Torino ed è stata scippata, la fiera del libro è nata a Torino e hanno tentato di scipparla…” (pag 82)
Aldo Dalla Vecchia, autore televisivo che del mezzo è innamorato da sempre, ci racconta le radici piemontesi della tivù italiana, elencando, in una sorta di dizionario minimo, tutti i personaggi che hanno gettato le basi di questa grande operazione culturale e d’intrattenimento. Nomi noti e meno noti, conduttori come Mike Bongiorno, ma anche grandi intellettuali del passato come Umberto Eco.
Uomini volitivi e appassionati, donne emancipate che sono state d’esempio per il loro genere; anni ruggenti e romantici che purtroppo non torneranno più. Per quanto i programmi continuino ad esistere sotto varie forme, il momento d’oro della televisione sembra ormai passato – ammettiamolo – così come ahimè defunti sono i giganti che hanno reso grande questo mezzo allora pionieristico.
Completano l’opera belle interviste a grandi signore della tivù come Enza Sampò, Raffaella Carrà e la regista Alda Grimaldi, un approfondimento sul museo sabaudo della Radio e della Televisione, e un gustoso racconto inedito di ambientazione piemontese, di argomento catodico e di genere thriller.
Nell’insieme, un altro cameo imperdibile di Aldo Dalla Vecchia.
Federica Cabras, "Dannata"
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Dannata
Federica Cabras
O.D.E. Edizioni, 2023
pp 250
Come ormai sappiamo, i generi preferiti della scrittrice ogliastrina Federica Cabras sono il chicklit brioso e conversazionale e l’horror cupo e tormentato. Dannata, la sua più recente fatica per la O.D.E. Edizioni, appartiene a quest’ultimo canone.
Maddalena Sirigu è bella, dinamica e con un buon lavoro. Si è da poco separata da un marito infantile, sposato solo perché incinta, il quale, però, l’ha tradita. Ha una figlia di due anni che è la luce dei suoi occhi, amata follemente fin dal concepimento. Durante la festa del compleanno della piccola, la bambina, momentaneamente affidata alla nonna paterna, ingurgita una tartina al würstel e si strozza. Muore in un istante, senza che nessuno possa far nulla per salvarla. Prima c’era ora e non c’è più, prima sorrideva, faceva il broncio, correva sulle gambette paffute e ora giace in una bara a decomporsi.
Devastata da un dolore sovrumano e innaturale, Maddalena non ha più motivo di continuare a respirare e a farsi battere il cuore, a meno che… a meno che non riesca a riavere ciò che ha perso, a riportare in vita la bambina deceduta. Per farlo, per non sentire più la lancinante sofferenza e il mostruoso vuoto, è disposta a tutto, anche a seguire la via più oscura e orrida, a scendere a patti col Male assoluto.
Quanta cattiveria c’è in ognuno di noi, anche nella persona più semplice e perbene? Quanto è facile per Satana far breccia nelle nostre difese, nei nostri rimorsi, nei nostri sensi di colpa, nei nostri desideri, e indurci a compiere atti impensabili?
C’è un riscatto da tutto questo? Forse sì, ancora una volta nell’amore. Quello della protagonista per Satana nel romanzo è un po’ “di maniera” e, infatti, non regge il confronto con l’amore materno, con quel sentimento atavico e primigenio che è l’essere madre, quello che ti fa rinunciare anche alla tua stessa vita in favore del sangue del tuo sangue.
Senza svelare il finale, posso dire che Maddalena e il suo rapporto col diavolo incarnano anche il contrasto fra amore materno e amore sessuale, quanto spesso la donna preferisca la maternità al rapporto di coppia, quanto possa sentirsi sottilmente in colpa e lacerata in entrambi i casi.
La Cabras riesce, come suo solito, a farti provare tutta la desolante disperazione del lutto, cosa nella quale è bravissima, ma anche lo spaventoso procedere verso l’orrore e il male. Talmente inquietante, realistica e coinvolgente a sua penna che, nel rileggere il testo per recensirlo, ho dovuto fermarmi, fare delle pause per non soccombere all’angoscia.
In questo horror ci sono tutti i topoi del genere: la bambina in stile bambola assassina, il patto di sangue, l’accoppiamento con l’essere sovrannaturale. Ma ci sono anche, ben rappresentati, i risvolti psicologici di una situazione terribile come la perdita di un figlio. Si passa attraverso ogni stadio del lutto, dall’incredulità, alla rimozione del senso di colpa tramite attribuzione della stessa ad altri, alla ricerca di una via d’uscita, d’un rimedio che non ci può e non ci deve essere.
Insomma, ci insegna l’autrice, i morti è meglio lasciali lì dove stanno.
Giuseppe Benassi, "Una favolosa eredità"
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Una favolosa eredità
Giuseppe Benassi
Extempora Edizioni, 2024
pp 324
16,00
Una cavalcata nel disgusto, sempre più esplicito, sempre meno mitigato dal sublime dell’arte o dal lirismo del paesaggio, quest’ultima fatica di Giuseppe Benassi. In Una favolosa eredità ritroviamo l’immancabile avvocato labronico Borrani alle prese con un caso pieno di cavilli legali oltre che penali, un’ingente eredità contesa fra quattro persone, con altrettanti testamenti a favore ora dell’uno ora dell’altro. Ci scappa il morto, come viene preconizzato dalla prima vittima nell’incipit del romanzo, anzi, i morti ammazzati sono due, e non è facile districarsi fra i vari personaggi, che hanno tutti più o meno un motivo per delinquere. L’ambiente in cui ci si muove non è più Livorno bensì Fauglia, dolce e perversa campagna toscana, fatta di arte, di vecchie ville polverose, di odi e risentimenti inconfessabili. Le eredità sono contese, la gente muore in circostanze misteriose, gli avvocati si scannano, c’è di mezzo persino un autentico Michelangelo, l’arte alla fine vince su tutto e beato chi può goderne a pieno, riscattando persino il male commesso in una sorta di Parnaso.
La vicenda gialla è, come negli altri romanzi di Benassi, un pretesto per indagare nell’animo umano, con sempre maggiore schifo e insofferenza. Ma, si sa, dove c’è disprezzo c’è invidia. O forse c’è un malcelato mettersi a nudo, oggettivarsi, alienarsi per poter sguazzare nella melma tenendo a bada il senso di colpa.
Borrani insiste sulla vita sessuale e privata dei personaggi che incontra, addentrandosi in particolari scabrosi che evidentemente lo affascinano e insieme repellono, mostrandone sempre maggiore conoscenza e dimestichezza. Inalterato è anche il disdegno per gli altri avvocati, legulei untuosi e avidi come avvoltoi, che si avventano sui testamenti dei defunti. Come al solito non si fa sconto a nessuno.
Rispetto alle altre opere di Benassi c’è molto meno esoterismo, meno intellettualismo culturale e molto più resoconto dell’ambiente legale, fatto di tribunali, perizie, giudici e portaborse. Un ecosistema che l’autore conosce bene, essendo avvocato.
Qualcuno ha paragonato Benassi a Federigo Tozzi. Non so se il paragone sia calzante ma l’oggettivazione dello squallore c’è tutta, e insistita, spesso neppure finalizzata alla trama. Ed è presente anche l’alternanza fra realismo e lirismo.
La morte è vista dall’autore come un contrappasso alla depravazione, di tutti i protagonisti indistintamente, persino dei più insospettabili. Nessuno è esente da peccati, da vizi nascosti, da pervertimenti. Alla fine la colpa per eccellenza rimane sempre “l’omosessualità”, vagheggiata e insieme disprezzata, sublimata e insieme esperita nel peggiore dei modi.
Doc nelle tue mani
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Sono arrivata alla fine della terza stagione di Doc nelle tue mani, medical drama strepitoso – probabilmente ce ne sarà una quarta, visto il successo – ma l’ultimo episodio mi ha molto scontentata. Dopo una “puntatona” grandiosa come la sesta, quella del terremoto per capirci, degna delle migliori serie americane e del capostipite E. R., sono rimasta delusa dal finale.
Nelle altre puntate si era creata una suspence incredibile, tutti lì ad aspettare di conoscere i motivi per cui Doc aveva lasciato la moglie, e gli intrighi di potere che lo coinvolgevano insieme alla sua ex e a un politicante senza scrupoli, per avere alla fine una spiegazione debole e acquosa.
E poi, diciamolo, tutti parteggiavamo per Giulia Giordano (alias Matilde Gioli), da sempre innamorata di Doc (al secolo Luca Argentero). Per tre stagioni aveva atteso che lui si rammentasse della loro storia d’amore cancellata dall’amnesia, e che si liberasse del fantasma della ex moglie (non considerata per niente ex da lui) ed ecco che, quando finalmente i due si ritrovano, Doc si riavvicina ancora una volta alla moglie, minacciata da una mortale recidiva di un vecchio tumore. Ma povera Giulia! Il suo sguardo nell’ultima inquadratura è tutto un programma.
Peccato, dicevo, che il finale sia così insoddisfacente, perché questa fiction ci ha tenuti incollati allo schermo – tv, tablet o telefonino che sia– per tre stagioni, a seguire difficili e intriganti casi sanitari ma, soprattutto, le vicende di straordinari personaggi impersonati da straordinari attori. Medici preparati, professionali, innamorati del proprio mestiere, che si prendono a cuore le vicende di ogni malato come fosse un loro parente. Una squadra giovane, affiatata, fatta di bella gente dall'enorme carica emotiva, con sulle labbra sempre la parola adatta a tirarti su il morale e farti ritrovare la strada, non solo della salute ma anche della vita.
Fra tutti spicca il grande successo di pubblico e di carriera di Pierpaolo Spollon, che interpreta il dottor Riccardo Bonvegna, con una protesi di metallo al posto della gamba e un pezzo d’oro fuso al posto del cuore. Ma, soprattutto, in primo piano c’è lui, il protagonista principale, Andrea Fanti, ispirato a una vicenda realmente esistita.
Bello, sexy e dal sorriso dolce, sogno erotico di sane e malate, Fanti è un prefrontale, costretto a dire sempre la verità a causa di un incidente, capace di entrare in empatia anche col tubo dell’ossigeno. Da un microscopico dettaglio – da come gratti la punta del naso o sbatti le ciglia – ti fa all’istante una diagnosi salvifica. Insomma, il medico che chiunque vorrebbe trovare sul suo cammino.
Impossibilitati a pensare di non rivederlo ancora all’opera, attendiamo fiduciosi il riscatto, nella prossima stagione, di un finale decisamente appiccicaticcio.
Lost in Space
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Che dire di Lost in Space – serie remake dell'omonimo telefilm americano degli anni '60 ispiratore di un film del 1998 (che all’epoca ho visto e mi è piaciuto) e risalente ai romanzi di Johann David Wyss prima e Jules Verne poi – dopo aver visto tutte e tre le stagioni, se non che si tratta (finalmente!) di buona fantascienza in stile anni 80, alla vecchia maniera, molto ben confezionata, con tanto di navi intergalattiche, robot, pianeti alieni, avventure mozzafiato, rischi inverosimili da cui i protagonisti si salvano per un pelo all’ultimo secondo, effetti speciali superlativi, ottimi attori e personaggi molto ben caratterizzati ed amabili, se non che il rapporto fra Will Robinson, il più piccolo e il più coraggioso dei protagonisti, con il suo Robot, è veramente un elemento eccezionale e vale l'intera storia?
Will Robinson, novello Crusoè naufragato con la famiglia su pianeti alieni, è un antieroe, per la giovanissima età che lo rende naturalmente timoroso e perché non ha nemmeno passato la selezione per intraprendere il viaggio verso la colonia Alpha Centauri. Veniamo a sapere che è stata sua madre, Maureen, formidabile scienziato, a imbrogliare per farlo ammettere. Il piccolo crescerà durante le tre stagioni, di statura e di dimensione etica, fino a divenire il salvatore dei mondi, l’anello di congiunzione fra le specie, colui che, liberando i robot alieni dalla schiavitù dei programmi, farà loro capire che possono scegliere di non combattere gli umani ma di collaborare in un rapporto che non è più di schiavitù bensì paritario.
“Robot” è un meccanismo alieno creato da una razza che si è poi estinta proprio a causa dell’intelligenza artificiale. Viene salvato da Will, bambino indifeso, e ne diviene il paladino. Dapprima lo serve per riconoscenza, poi ne diventa amico e lo ama, e questa emozione lo affranca. Scopre che amare vuol dire sacrificarsi per l’altro, volere il bene dell’altro, non per interesse o condizionamento, non per un algoritmo, ma per scelta.
Interrogativi etici, avventura e molti buoni sentimenti, tra i quali non spicca l'innamoramento se non in modo fugace e poco coinvolgente, lieto fine assicurato per tutti, persino per la “cattiva” di turno, dottor Smith. I legami familiari sono strettissimi e fondamentali, ma anche la nuova amicizia con Robot ha accenti elegiaci e commoventi. Insomma, un bel prodotto che mi sono goduta dal primo all’ultimo episodio.
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