Giuseppe Benassi, "Una favolosa eredità"
8 Aprile 2024 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni
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Una favolosa eredità
Giuseppe Benassi
Extempora Edizioni, 2024
pp 324
16,00
Una cavalcata nel disgusto, sempre più esplicito, sempre meno mitigato dal sublime dell’arte o dal lirismo del paesaggio, quest’ultima fatica di Giuseppe Benassi. In Una favolosa eredità ritroviamo l’immancabile avvocato labronico Borrani alle prese con un caso pieno di cavilli legali oltre che penali, un’ingente eredità contesa fra quattro persone, con altrettanti testamenti a favore ora dell’uno ora dell’altro. Ci scappa il morto, come viene preconizzato dalla prima vittima nell’incipit del romanzo, anzi, i morti ammazzati sono due, e non è facile districarsi fra i vari personaggi, che hanno tutti più o meno un motivo per delinquere. L’ambiente in cui ci si muove non è più Livorno bensì Fauglia, dolce e perversa campagna toscana, fatta di arte, di vecchie ville polverose, di odi e risentimenti inconfessabili. Le eredità sono contese, la gente muore in circostanze misteriose, gli avvocati si scannano, c’è di mezzo persino un autentico Michelangelo, l’arte alla fine vince su tutto e beato chi può goderne a pieno, riscattando persino il male commesso in una sorta di Parnaso.
La vicenda gialla è, come negli altri romanzi di Benassi, un pretesto per indagare nell’animo umano, con sempre maggiore schifo e insofferenza. Ma, si sa, dove c’è disprezzo c’è invidia. O forse c’è un malcelato mettersi a nudo, oggettivarsi, alienarsi per poter sguazzare nella melma tenendo a bada il senso di colpa.
Borrani insiste sulla vita sessuale e privata dei personaggi che incontra, addentrandosi in particolari scabrosi che evidentemente lo affascinano e insieme repellono, mostrandone sempre maggiore conoscenza e dimestichezza. Inalterato è anche il disdegno per gli altri avvocati, legulei untuosi e avidi come avvoltoi, che si avventano sui testamenti dei defunti. Come al solito non si fa sconto a nessuno.
Rispetto alle altre opere di Benassi c’è molto meno esoterismo, meno intellettualismo culturale e molto più resoconto dell’ambiente legale, fatto di tribunali, perizie, giudici e portaborse. Un ecosistema che l’autore conosce bene, essendo avvocato.
Qualcuno ha paragonato Benassi a Federigo Tozzi. Non so se il paragone sia calzante ma l’oggettivazione dello squallore c’è tutta, e insistita, spesso neppure finalizzata alla trama. Ed è presente anche l’alternanza fra realismo e lirismo.
La morte è vista dall’autore come un contrappasso alla depravazione, di tutti i protagonisti indistintamente, persino dei più insospettabili. Nessuno è esente da peccati, da vizi nascosti, da pervertimenti. Alla fine la colpa per eccellenza rimane sempre “l’omosessualità”, vagheggiata e insieme disprezzata, sublimata e insieme esperita nel peggiore dei modi.
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