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enzo concardi

Francesco Salvador, "Oblio e approdi"

23 Giugno 2026 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #enzo concardi, #gabriella veschi, #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Oblio e approdi

Francesco Salvador

 Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

 

Capitolo 1 – La presenza del dolore

L’universale tematica del dolore appartiene da sempre alle letterature di tutto il mondo, sviscerata nelle diverse sue caratteristiche e trattata secondo i punti di vista di ogni autore. Anche le esperienze personali vissute incidono ovviamente sull’intensità e sulla forza espressiva che i testi assumono nella loro estensione e profondità. Un’altra differenziazione nasce dal tipo di messaggio che la narrazione poetica intende veicolare al lettore, al di là della natura stessa della sofferenza e della sua ideologia. La presenza del doloreè un dato di fatto della condizione umana e quindi il tipo di approccio ad essa segna la cifra della sua comunicazione. Dunque non va esente da tale legge la poetica di Francesco Salvador, per il quale ritengo opportuno stabilire due versanti essenziali della sua cognizione del dolore: la sofferenza degli altri e quella propria. Trattasi comunque sempre, in entrambi i casi, di vicende caratterizzate da dinamiche di interdipendenza, senza chiusure in compartimenti stagni.

In primis prendiamo in considerazione la presenza dei patimenti legati alle perdite affettive familiari, e qui appaiono due liriche dedicate alla figura materna, che fanno sorgere spontanea la domanda: quale poeta non ha una venerazione per la propria madre? Pasolini e Ungaretti insegnano che non si tratta solamente di letteratura, ma di vero amore filiale. In Così ti ho perduta, Salvador ci comunica, con evidente orgoglio, che «…l’ultimo nome che hai pronunciato/ è stato il mio…». La lirica prosegue su vaghe reminiscenze ungarettiane, senza scomodare la dimensione del divino, sul tema dell’attesa dell’incontro nell’altra vita («…Io so che da lì dove sei/ mi aspetti/ e tenti di ritardare/ il nostro prossimo incontro/ soffocando l’impazienza/ di vedermi arrivare»). (……..).

Enzo Concardi

 

***

 

Capitolo 2 – I volti dell’amore

Una raccolta dal sapore squisitamente ossimorico si dispiega in questo capitolo dedicato ai testi di Francesco Salvador dove campeggia il tema amoroso, ma si assiste ad una sua trattazione innovativa e suggestiva, poiché emerge una particolare visione basata sugli atti mancati, sul non accaduto e sulle sue diramazioni, che si concretizzano nei topoi dell’assenza, del contrasto tra possibile e impossibile, tra realtà effettiva ed immaginazione, fino a far inabissare il lettore in un infinto e leibniziano universo di mondi possibili.

Quello di Salvador assume i contorni di un pensiero filosofico, che rimanda inevitabilmente ad una delle voci più significative del panorama culturale contemporaneo, la poetessa polacca Wislawa Szymborska (Kórnik, 1923 – Cracovia, 2012, Premio Nobel per la letteratura nel 1996), per la quale l’assenza si trasforma in una presenza reale e palpabile. Così, nella poesia d’apertura Mi manca, «Le lingue» che «rimangono/ riposte nel nascondiglio/ di una lettera/mai spedita» rievocano i versi della poetessa polacca, che nel componimento La stazione, allude a metaforici binari esistenziali che scorrono paralleli senza però mai convergere, descrivendo un appuntamento mancato, preannunciato da una comunicazione per avvisare del suo «non arrivo». L’incontro desiderato si realizza unicamente nello spazio dell’immaginazione, per suggellare un amore destinato a restare per sempre racchiuso nell’ambito del desiderio: «Il mio non arrivo nella città di N./ è avvenuto puntualmente.// Sei stato avvertito/ con una lettera non spedita.// Hai fatto in tempo a non venire/ all’ora prevista.// Il treno è arrivato sul terzo binario./ È scesa molta gente.// La mia persona, assente,/ si è avviata all’uscita tra la folla.//… È avvenuto… l’incontro fissato.// Fuori dalla portata/ della nostra presenza.// Nel paradiso perduto/ della probabilità…». (………….).

Gabriella Veschi

 

***

 

Capitolo 3 – I labirinti della memoria

La nozione del tempo risulta connaturata alla vigile coscienza di ognuno, giacché quest’ultima viene manifestandosi e puntualmente organizzandosi in base all’avvertimento della densità problematica del medesimo, del suo specifico articolarsi secondo le scansioni interiori di presente e quindi di passato e di futuro fissate in una giustamente famosa pagina di Sant’Agostino.

Il sentimento del tempo si obiettiva innanzitutto nella constatazione del suo inesorabile trascorrere, nel rapido “fuggire”, allarmante e dolorosamente incalzante, in quanto di necessità connesso al progressivo indebolimento e infine all’annullamento delle energie vitali, secondo un animus pessimistico ritratto con insuperata efficacia tanti secoli fa in una lirica di Orazio: «Eheu, fugaces, Postume, Postume,/ labuntur anni, nec pietas moram/ rugis et instanti senectae/ adferet indomitae morti» (Odi, II, 14, 1-4, «Ahimè, o Postumo, Postumo, in fretta scorrono gli anni e la devozione religiosa non servirà a ritardare le rughe e l’incombente vecchiaia e poi la morte ineludibile», traduzione mia).

È nondimeno da osservare che l’esperienza temporale non è costituita da un continuum indifferenziato: a momenti insignificanti, mediocremente ripetitivi, qualitativamente opachi si alternano situazioni intellettuali ed etico-sentimentali di intensità anche notevole, destinate a suscitare ricordi incancellabili, preziosi segni della storia personale depositati nello scrigno della memoria, i quali possono rappresentare occasioni di rivisitazione nostalgica oppure sollecitazione all’impegno e all’azione alacri e innovativi.

Mi sembra che nella ricerca lirica di Francesco Salvador il primo caso sia nettamente predominante, poiché urge tristemente il rammarico per il venir meno, l’esaurirsi, lo “svanire” di episodî e fasi dell’esistenza sentiti come importanti e vitalizzanti, ma purtroppo lontani, irrecuperabili, perduti: «Cerco la mia giovinezza/ ormai svanita per sempre/ nei visi di chi passa/ nell’illusione di una risposta/ o di una retorica domanda:/ “Che ne è stato della tua vita/ Francesco?”» (corsivo mio, come sempre in seguito); «È così incerta/ questa sera mia/ da mortificare/ i passi deposti/ e più lenti sono/ più svaniscono via via:/ come impronte/ fra l’onda e la sabbia/ e ancora cerco/ ricordi d’altre sere/ in altri viali in altre primavere/ potesse tornare/ per una volta almeno/ quel glicine/ o solo il suo profumo». (…………).

Floriano Romboli

 

Francesco Salvador, Oblio e approdi, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 96, isbn 979-12-81351-92-9, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Francesco Salvador è nato nel 1957 a Vittorio Veneto (tv); ha vissuto per molti anni a Venezia prima di trasferirsi a Padova dove attualmente abita e dove ha lavorato come insegnante di scuola primaria. È autore di molte raccolte poetiche con le quali ha ottenuto diversi premi, riconoscimenti e lusinghieri riscontri di critica; ha pubblicato anche brevi racconti in riviste letterarie.

 

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Enzo Concardi, "Il volto e gli sguardi"

9 Giugno 2026 , Scritto da Gabriella Veschi Con tag #gabriella veschi, #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #arte, #pittura

 

 

 

 

Il volto e gli sguardi

Enzo Concardi

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

 

Il Vangelo di Giovanni è il fondamento su cui Enzo Concardi edifica una tra le sue opere poetiche più intense e significative, Il volto e gli sguardi, dove l’incontro tra diverse arti è l’occasione per sviluppare una profonda indagine gnoseologica e cogliere il vero senso della realtà. Concardi, educatore, docente, poeta, illustre critico e saggista, scrittore che vanta un’abbondante produzione con la Casa Editrice Guido Miano, in questa silloge trasforma l’anaforica ripetizione dell’Ecce Homo nel cuore pulsante della sua poetica. Il refrain, posto in corsivo come titolo della prima lirica, composta in un’ampia architettura e disseminato anche tra gli altri componimenti, è un grido doloroso che attraversa la raccolta come una cassa di risonanza, amplificando la dolente fragilità dell’uomo, infinitesimale corpuscolo nell’immensità dell’universo, come si evince dalla poesia incipitaria: «Semi fosforescenti in balia del vento/ impazzano nella metafisica dei cieli./ Luminosi granelli di sabbie desertiche/ dorate finissime selvagge/ svaniscono nelle immensità galattiche…». La citazione in apertura - E gli uomini preferirono le tenebre alla luce (Gv.3,19) - è la chiave di interpretazione dell’intera opera, le cui liriche insistono sulla tensione dicotomica tra la metafora del maligno e la salvezza della grazia divina (Città terrena e città celeste).

In tutta la raccolta, sapienti figure di enumerazione danno vita a climax ascendenti e discendenti che dettano il ritmo di un andare e venire, tra tensione verso l’assoluto e consapevolezza della propria finitudine, come si avverte nell’alternarsi di percezioni sinestetiche («Bruciori di laceranti ferite», Ecce Homo) e nella particolare e innovativa veste grafica. Ma l’io lirico resiste e si accende di nuova luce nell’affascinante interconnessione tra codice visivo e codice linguistico che Concardi istituisce con i rimandi ai più grandi capolavori delle arti figurative, in un periodo che si estende dal Barocco al Rinascimento; il poeta usa la parola con intensi tocchi, tra le sue mani si anima una tavolozza colma di preziosi sostantivi e aggettivi con cui trasporre nei versi la potenza dei dipinti, ritraendo i diversi gradi della sofferenza.

Si inizia con l’Ecce Homo di Antonello da Messina, di cui lo scrittore milanese mette in rilievo la drammaticità attraverso la minuziosa descrizione del volto, soffermandosi sull’«amara piega delle labbra» e sull’atmosfera minacciosa: le nubi appaiono foriere di tempeste e il ricorso al nero allude all’oscurità del male insito nell’incombente pericolo. Un rincorrersi di versi antitetici mettono a confronto il finito e l’infinito, la putredine della terra e la superiore bellezza del cielo, in un percorso che conduce lentamente verso la speranza, come sottolineato dalla struttura stessa del verso: l’apparato lessicale scivola verso «candidi gigli» e il «lieve volo degli ibis», simboli di purezza e libertà, mentre lentamente le vocali cupe lasciano spazio a suoni più aperti, che accompagnano il lettore verso quello che diverrà il glorioso tripudio del Salvatore.

L’Ecce Homo non è solo un riferimento religioso, ma è anche lo strumento con cui sondare la precarietà dell’esistenza: l’uomo, spogliato di ogni sovrastruttura, prima si innalza nei vortici iperbolici di atmosfere oniriche («Come elemosinanti d’eternità silenti») per poi precipitare inesorabilmente sulla terra, approdando verso miti e archetipi evocati da un pensiero che torna continuamente su sé stesso, in una circolarità esemplificata dall’occorrenza del verso «Tu sei polvere e in polvere tornerai», che apre e chiude questa prima sezione, ma senza mai perdere la speranza: «Ma in quella polvere vive l’anima immortale/ (...) l’eterno spirito che morte non ha mai vinto».

La lirica si snoda come una iconografica Via Crucis, in cui la storia di Cristo flagellato, deriso e consegnato ai suoi aguzzini da Ponzio Pilato assume le dimensioni di un viaggio al confine tra immanente e trascendente, in uno scorrere del tempo che attraversa i secoli; il linguaggio aulico e ricercato conferisce un tono solenne, mentre le potenti immagini oscillano tra la propria interiorità e l’immensità del cosmo: «erra la Terra su binari d’infinito/ mentre le nostre vite/ s’avvitano su sé stesse».

Nella seconda stazione, Concardi descrive l’umanità «armata urlante eccitata» del pittore fiammingo Hieronymus Bosch, posta di fronte a un Cristo che «Curvo e umiliato… soggiace». Qui l’irrazionalismo dilaga «sullo sfondo d’una città turrita», dove l’assenza di nessi logici e di punteggiatura rende il ritmo frenetico, riflesso di una violenza che trasforma i volti in maschere grottesche; è evidente il contrasto tra la dolcezza della virtuosa «pulsatilla/solitaria», fiore in cui si riflette il sacrificio di Gesù e la «brutalità» della «moltitudine», evocata dal «gufo» e del «rospo», incarnazione del male e del peccato nell’iconografia medioevale ripresa da Bosch.

La natura straziata è nuovamente personificata nella terza tappa dedicata a Tiziano: le calendule «lacrimano… sotto piogge/ sottili pungenti nel campi del dolore», dove le allitterazioni delle sibilanti e delle dentali intensificano la sensazione tattile della sofferenza. In questo maestoso scenario, Cristo è circondato da una variegata folla acclamante, l’innocenza tradita è rappresentata dall’immagine di «un esile fanciullo» con la paura scolpita sul volto, mentre la torsione degli ulivi sembra accompagnare con pietosa vicinanza il corpo flagellato del Nazareno.

Lo «sguardo… dolente ma composto» della strofa successiva riprende l’estremo realismo di Mantegna, reso anche per mezzo di una raffinata ed efficace successione di chiasmi: «Legate le mani, emaciato il torace./ Corda al collo, corona di spine/ lividi delle feroci frustate». Qui la composta rassegnazione del Messia si distanzia dagli abissi di un’umanità degradata e indegna di questo nome, anche se poi le «Sottili canne di bambù» mosse dal «lieve vento/ crepuscolare», si trasfigurano in strumenti musicali e con i loro melodiosi canti alludono già alla Resurrezione.

Il cerchio si chiude con Correggio e Caravaggio: nel primo, l’antinomia tra umiliazione e accettazione, tra corpo dolente e anima vivida rimane al centro, l’io poetico si focalizza sullo «sguardo fisso» che «colpisce nel profondo» nell’assenza della folla; il corpo parla, trasmettendo sensazioni di «innocenza» e «candore», mentre la parola poetica sottolinea il dolore di Maria, che «sviene e graffia, aggrappandosi/ con le unghie» ad una «marmorea balaustra», fredda, inerte, sul limitare di un precipizio che equivale ad una morte dell’anima.

Con Caravaggio si giunge alla totale esaltazione: il pittore Merisi gioca sul contrasto cromatico tra la purezza del Redentore e i toni cupi di Ponzio Pilato e dei persecutori, Concardi traduce la maestria caravaggesca con un linguaggio simbolico che attraversa il «buio delle coscienze», per confluire in un rovesciamento di prospettive. Il Dio apparentemente sconfitto vince contro le tenebre, «attira invece sul suo volto/ la grande Luce della vittoria» e la carrellata artistica si conclude con una sfolgorante metafora: «Si fece buio fino alle tre del pomeriggio/ poi, per l’eternità, fu apoteosi di Luce».

Ma la raccolta va oltre la descrizione dell’iconografia sacra, la passione di Cristo è anche quella che si legge nelle sofferenze di ogni epoca, giungendo fino all’attuale: il passaggio dalla contemplazione estatica all’immersione nel contingente si avverte già nella lirica Il volto dei volti, dove gli uomini perdono del tutto la loro umanità, trasformandosi in «licantropi ululanti a lune indifferenti», capaci di compiere inaudite violenze.

Così Concardi sposta il suo sguardo facendo scendere l’io lirico dalla tela, rappresentando il quotidiano calvario di individui alienati, in un mondo in preda alle turpitudini folli dei potenti. L’analogia tra il martirio e l’orrore davanti a guerre insensate è raggelante e l’io lirico si perde tra «deserti», «ortiche» e «filo spinato», in un groviglio di dentali e fricative indicanti una prigionia da cui l’uomo deve liberarsi per recuperare la propria autenticità: «La nostra libertà d’azione sia libera/ ed appartenga agli uomini per essere infinito».

Dopo il puntuale e minuzioso excursus sui capolavori della pittura, Concardi, nelle liriche centrali, riconosce il messaggio evangelico nei volti della moltitudine che riempie le strade: «Siamo anonimi cuori di latta/ o intensi sguardi rivolti all’umano./ Siamo nevrosi e crisi isteriche senza fine/ o forti anime pacificate dopo la lotta./ Siamo ali tarpate da fragilità e rinunce/o intensi desideri di profonda sete./ Siamo terreni aridi e siccitosi/ o esuberanti fioriture di glicini e sambuchi (…)» (Terre selvagge). Il sacrificio di Cristo diviene così paradigmatico del destino di tutti coloro che soffrono e la poesia testimonia vigorosamente quanto accade nella valle di lacrime abitata dall’umanità (Anima mundi); il suo volto riflette quello di migliaia di altri sguardi che nei componimenti si esplicano nelle figure dei vinti, dei naviganti, ma anche della natura stessa.

Così, la visione si dilata in una dimensione più ampia, suggerita dalla bellissima lirica Nessun uomo è un’isola, crogiolo in cui si intersecano la meditazione di John Donne, la spiritualità di Thomas Merton e la poetica del naufragio. L’esistenza è infatti un pericoloso viaggio tra «fragili navigli di giunchiglia» e l’uomo-navigante passa attraverso «mari burrascosi», sfidando «giganteschi iceberg alla deriva», ma, in questo sprofondare, non è solo: si coglie infatti il messaggio leopardiano di un incontro che affratella, poiché sempre «s’incrociano le nostre rotte per le vie del mondo», contro i «ciechi del narcisismo» e le «effimere illusioni di potenza», in un moto di condivisione che diviene unico antidoto alle forze disgregatrici dell’anima e dell’universo (Radici remote). Il medesimo invito, sigillato in chiusura dalla citazione evangelica del perdono («Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno») ritorna con forza nella lirica Sapere e amare, in un accorato appello alla responsabilità individuale: «Uomini che amate e uomini che sapete/ non siate mai separati in questa nostra storia/ non dividete mai i cuori dalle menti/ unite sentimento e ragione/ se non volete generare altri mostri/ se non volete il dominio di chi non ama/ di chi non sa» (Eterni ritorni), perché «Il sonno della ragione genera mostri» (Cogito ergo sum).

La raccolta presenta un’originale fragranza, in virtù di uno sperimentalismo che diviene la peculiare cifra stilistica di Concardi. Il verso appare spesso aspro, scarnificato, l’accumulo, le anafore e le allitterazioni sono figure prevalenti (Ironico sogghigno, I volti dell’amore), con frasi spesso accostate in un crescendo emotivo e tramate di fulminanti analogie (Foreste di simboli). Una prorompente intertestualità, testimonianza della vastissima cultura di una personalità poliedrica come è quella del Nostro, apre al confronto con figure importanti della cultura universale, spaziando da Dante a Doré, da Mozart a Hemingway e Lee Masters, Munch, De Chirico, per citare solo alcune delle presenze evocate dallo stesso autore e che suggellano la necessità di un dialogo ininterrotto tra la parola poetica e le altre arti, fondamento della civiltà. Ne è un esempio calzante la lirica Arcane folate di vento, dove l’io lirico si abbandona all’ «infinito intrigante romanzo del vento» e, di fronte all’ignoto, si lascia incantare dalla magia della parola, spaziando dalle «candide banchise polari» ai «petrosi mistici deserti dei tropici». La voce del vento, fortemente desiderata dall’io lirico pronto a cogliere impercettibili presenze, è dunque quella di una «celeste arpa» che risveglia l’uomo dal suo torpore, rievocando miti letterari, come il «veliero di Achab a caccia della balena bianca», simbolo della costante ricerca del senso della vita oltre le apparenze, oltre il nulla. Concardi sublima gli elementi della natura che si trasfigurano in organismi senzienti con un linguaggio aulico e ricercato, si alternano paesaggi lussureggianti o atmosfere apocalittiche, insieme all’eterno mutare delle stagioni, proiezioni degli stati d’animo dell’autore (Foreste di simboli, Scenari surreali).

La struttura ad anello della raccolta giunge a compimento con la lirica conclusiva Il volto e gli sguardi da cui lo scrittore lancia segnali per salvarsi dal naufragio: «(…) se nei nostri sguardi morirà ogni speranza/ ci spegneremo in crepuscoli indistinti e vaghi/ e avremo perso il nucleo vero della vita…». Resta scolpita come un timbro a fuoco la necessità di salvaguardare l’Ecce Homo per non perdersi nella nebbia dell’indifferenza e riconoscere la propria sofferenza come riflesso del dolore altrui, per non perdere la dignità e continuare il cammino terreno guidati dalla luce, vero leitmotiv della silloge (Stagioni di luce). Così se il volto del titolo rimanda a Cristo come unica possibilità di salvezza, i volti dispiegati in tutta l’opera sono quelli dell’umanità che rivolge a lui i propri sguardi, in cerca di uno spiraglio che illumini con la sua luce: «Solo con il grido “Ecce Homo! ”  potremo/ salvare noi stessi, la purezza del volto/ e la profondità degli sguardi».

Gabriella Veschi

 

Enzo Concardi, Il volto e gli sguardi, prefazione di Gabriella Veschi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 108, isbn 979-12-81351-84-4, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

 

Enzo Concardi (Zibido San Giacomo, Milano, 1949) ha pubblicato le raccolte di poesie Carovane di sabbia (1981), Sentinelle del nulla (1984), Foglie e clessidre (1989), Strade (1999), Cristalli (2011), Chiara fontana (2017), Naif (2019) e il libro di narrativa La mente e i luoghi - Montagne, viaggi e avventure (2022). Collabora fin dai primi anni ‘80 con la Casa Editrice Guido Miano (Milano) in veste di critico letterario stilando prefazioni e saggi a varie pubblicazioni, soprattutto di poesia; ha inoltre partecipato attivamente alla realizzazione delle seguenti opere: Dizionario Autori Italiani Contemporanei (in cinque edizioni) e Storia della Letteratura Italiana. Il Secondo Novecento (in tre edizioni). 

 

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Maurizio Zanon, "Poesie nascoste e poi ritrovate"

13 Maggio 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Poesie nascoste e poi ritrovate

Maurizio Zanon

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Le Poesie nascoste e poi ritrovate - ultima fatica letteraria della lunga e feconda testimonianza lirica di Maurizio Zanon - non guidano, già dal titolo, all’intuizione di una tematica, per il semplice motivo che anche le singole poesie sono state decapitate della titolazione, sostituita da asterischi. Per venire in soccorso al lettore tradizionale, abituato a riconoscere le composizioni dalla loro identità denominativa, propongo l’utilizzo di tre sostantivi che possono racchiudere, al loro interno, una chiave interpretativa di questa raccolta poetica. Essi sono: ventaglio, caleidoscopio, mosaico. Mi spiego meglio: la realtà odierna, che è quella di un mondo in profonda trasformazione - e Zanon ne è perfettamente consapevole - può essere paragonata alla natura intrinseca richiamata da essi, ovvero dalla rappresentazione dinamica di un mondo frammentato, spazialmente aperto, liquido, in continua evoluzione, non sempre progressiva e, soprattutto, privo di punti stabili di riferimento.

Il poeta, facendosi cantore delle contraddizioni umane, diviene il portavoce talvolta del cosiddetto male di vivere, talaltra delle armonie della natura e dell’anima, e ancora dei motivi che sono suggeriti da realtà identificate dai nomi dell’ingiustizia, o della speranza, della malinconia, della guerra e della morte, della memoria, della funzione poetica. Si aprono così in lui ventagli tematici che costituiscono parte della struttura letteraria del libro, la quale a fisarmonica si apre e si chiude senza un ordine logico, ma con gli stimoli che giungono dalla sua interiorità e dall’osservazione del mondo esterno. Le lenti utilizzate dal poeta per scrutare il dissolvimento spirituale e morale dell’essere contemporaneo, storico e dell’esser-ci, secondo il linguaggio di Heidegger, si compongono e ricompongono come i cristalli di un caleidoscopio dalle colorazioni mutanti e dalle forme labili. E, in terza istanza, il mosaico che ne esce tenta di fissare sulla pagina poetica tutte le aspirazioni, i sogni, i bisogni della dimensione psicologica che albergano nell’io collettivo e personale di un’umanità dispersa in ricerca di nuovi volti per sopravvivere, dare un senso all’esistenza che ci è stata data quaggiù.

Si comprenderà meglio il discorso-messaggio di Zanon, visitandolo più da vicino. C’è un gruppo di liriche, la maggior parte collocate all’inizio della raccolta, ma anche sparse qua e là in tutto il testo, che sono un inno alle bellezze naturalistiche, contemplate con occhi poetici e rese liricamente con immagini soffuse e soavi: sembrano degli haiku dilatati (non hanno la forma tradizionale giapponese, composta da soli tre versi per un totale di 17 sillabe dallo schema 5-7-5) poiché sono comunque essenziali e come contenuto si avvalgono dell’amore verso la Natura. È sufficiente citare una di tali creazioni per accorgersi di una similitudine sostanziale: «I fiori donano il cuore/ alle variopinte farfalle/ e intonano/ una sinfonia di colori./ Nell’aria s’alzano delicati/ i profumi d’un’insolita primavera».

Il microcosmo qui dipinto si ritrova nelle altre liriche con altri soggetti ed altre immagini: v’è il merlo che saltella nel bosco e si cela fra le fronde degli alberi; v’è la luce del tramonto che rosea se ne va verso l’orizzonte; vi sono acque silenziose che si posano nei mattini dorati; sulla battigia s’infrange la salsedine marina… tali attimi di natura semplice, vergine, innocente sono il preludio - nel canto del poeta - al grido di denuncia contro l’assassinio, perpetrato da mano umana, del Creato; grido di dolore che prorompe più avanti con forza: «Cicale diurne al sole/ grilli notturni sotto la luna/ intonano un canto/ di sincera disperazione./ Non temono la fine della loro esistenza/ ma un clima assassino che muta.// L’uomo intanto si tiene in disparte/ ignorando d’essere il problema». Il messaggio ambientalista ed ecologico è uno dei più sentiti ed accorati di tutta la poetica zanoniana.

Natura e anima in lui convivono e sono due realtà che dovrebbero crescere con un’intesa perfetta. In un mio verso ispiratomi dalla contemplazione di un betulleto riposante sul fianco della montagna, così esprimo la suggestione apparsa davanti ai miei occhi: «L’anima mia è come corteccia di bianche betulle». Proprio in tale simbiosi naturalistica e spirituale penso avvenga lo sposalizio atteso dal poeta: purtroppo i tempi in cui viviamo sono lontani dal favorire l’unione, e ciò è motivo di sofferenza per vittime e carnefici della suddetta relazione. Ecco allora che compaiono incrinature ed ostacoli al progetto dell’armonia: «Fluttuano assetati i sogni/ occupano gli spazi del desiderio/ s’arrestano a ogni contrarietà dell’anima/ fino a sciogliersi in placidi silenzi». Ma, altrove, miracolosamente l’ahimsa si realizza: «Ho vissuto il mare/ nei suoi moti d’onde/ nei suoi silenzi salati.// E le volte che chiamò/ con insistenza l’anima mia/ risposi sempre di sì».

Oggi il male di vivere assume volti diversi in contesti di causa-effetto, i cui esiti finali sono sempre negativi per la vita umana, l’equilibrio interiore, la dimensione sociale. Il poeta mette il dito nella piaga e, il suo innato senso di giustizia, lo porta ad abbracciare una poesia di denuncia che altro non è se non l’etica dell’impegno civile e l’amore per il prossimo. «Dovremmo celebrare/ il dono della vita/ invece siamo qui a osservare in tivù/ bambini denutriti morenti/ distrutti da una barbarie infinita». Questi versi e altri simili sono paradigmatici degli abissi ancor oggi esistenti fra I dannati della Terra (Franz Fanon) e le ricche, opulente società occidentali. Ed appaiono nuove alienazioni, individui schiavi delle moderne tecnologie, sudditi di intelligenze artificiali, esistenze in preda al tarlo del nichilismo, uomini che abdicano dalla ragione per disegni di morte. Una forte e sentita poetica del dolore qui trova il suo compimento.

Talora il canto del poeta assume toni esistenziali crepuscolari, specchiandosi nel proprio io mediante un ossimoro, ovvero triste e vivace allo stesso tempo: «La malinconia/ l’ho incrociata la prima volta per via/ e da allora non è più andata via:/ io e lei una quieta accesa sinfonia». Gli stati d’animo sono altalenanti toccando picchi di ottimismo e ipogei di pessimismo: quest’ultimi sono rappresentati da due simbolici versi («… Aspirazioni e speranze s’infrangono:/ affondano in oceani di vuoti profondi»), mentre i primi sono lacerti che affiorano dalla scrittura e sono invocazioni per continuare a vivere sotto l’egida delle luce, nel tempo lieto che lenisce la vecchiaia, confidando nel domani nel quale coniugare costantemente verbi importanti come creare, sognare, amare, vivere, scrivere, sentire. Non manca «…un fragore di pensieri/ uno schiumare di ricordi…» in taluni momenti dedicati alle suggestioni memoriali.

Ogni tanto sorprendiamo il poeta nel parlare con le cose, a dare del tu all’estate, alla notte, alla luna. «Dimmi che ritornerai/ mia calda dolce estate…» chiede in tono confidenziale alla stagione della luce solare, suscitando magari i ricordi letterari de La bella estate di Pavese, che hanno accompagnato gli anni della nostra crescita; rimembranze leopardiane si possono rintracciare altrove, quando egli ricorda «le sere che solo/ parlavo alla luna…», ma non ci è dato sapere quali fossero gli interrogativi a lei posti; ancora da altri versi emerge il ruolo prezioso svolto dalla notte nell’accompagnarlo nel faticoso ma essenziale cammino della poesia, e qui sarà meglio citarli per carpire nel profondo il suo pensiero: «Notte, guardami:/ dimmi, come stai?/ Quante volte/ ti ho abbracciato/ in silenzio, lo sai/ mentre sostenevi/ la mia creatività/ il mio essere/ così da non indurmi/ a parole insensate!/ Ti ho amato, oh notte/ hai dato un senso/ alla mia vita/ alla mia scrittura/ senza farmi sentire/ un uomo inutile!». Accorate parole di ringraziamento per un’ancora di salvezza vitale, che si sintetizzano in un alter ego: «Ho scritto/ quasi sempre di notte./ E la notte/ ha scritto di me».

Mi piace concludere questa prefazione continuando a seguire il poeta nelle sue comunicazioni riguardo la poesia, arte posta in cima ai suoi valori, insostituibile compagna di vita, passione e ragione del suo essere. Sono lampi d’amore poco corrisposti dai contemporanei, ma inattaccabili nella sua anima: «Nel mondo che corre/ la poesia va adagio:/ si ferma, scruta, ascolta./ E raramente viene colta». Oppure: «I poeti/ ci inducono a pensare./ Per questo motivo/ sono poco di moda». Dichiara che nella vita non ha fatto altro che scrivere, non sapendo fare altro ed ora è ancor più, se non totalmente, rapito dalla poesia, non esistendo al di fuori di essa nulla a cui valga la pena dedicare il proprio tempo.

Scrivi, Maurizio… scrivi!

 

Enzo Concardi

 

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L’AUTORE

Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente vive;  laureato in Lettere Moderne all’Università di Ca’ Foscari, ha insegnato nella scuola media e successivamente a Padova nella Formazione Professionale. È autore di molte raccolte di liriche; la sua attività letteraria ha avuto inizio a venticinque anni nel 1979 con la pubblicazione del libro Prime poesie. L’iter poetico di Zanon è stato seguito da vari critici, tra i quali: Mario Stefani, Flavio Andreoli ed Enzo Concardi.

 

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Maurizio Zanon, Poesie nascoste e poi ritrovate, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 60, isbn 978-88-31497-90-5, mianoposta@gmail.com.

 

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A cura di Enzo Concardi, "Diario poetico di Maurizio Zanon"

21 Marzo 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #saggi

 

 

 

Diario poetico di Maurizio Zanon

a cura di Enzo Concardi

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente vive. Ha conseguito la maturità scientifica presso il Liceo Benedetti e si è laureato nel 1980 in Lettere Moderne all’Università di Ca’ Foscari di Venezia. Ha insegnato nella scuola media e successivamente a Padova nella Formazione Professionale. È autore di molte raccolte liriche; la sua attività letteraria ha avuto inizio a venticinque anni nel 1979 con la pubblicazione del libro Prime poesie; poco dopo ha conosciuto il poeta Mario Stefani che lo ha incoraggiato a proseguire e lo ha seguito nelle successive raccolte spesso scrivendo per lui. In occasione dei primi vent’anni di attività poetica, nel 1999, Stefani gli ha dedicato la monografia Maurizio Zanon: il canto di una voce solitaria. L’iter poetico di Zanon è stato seguito da vari critici, tra i quali Flavio Andreoli, autore nel 2006 dello studio Erat Verbum. La poesia di Maurizio Zanon, e più recentemente da Enzo Concardi. Ha conosciuto vari poeti famosi: Diego Valeri, quando risiedeva a Venezia, Giovanni Giudici con Ignazio Buttitta e Andrea Zanzotto, presso lo Studio Museo “Augusto Murer” di Falcade, Luciano Luisi, alla presentazione di un suo libro a Mestre, Maria Luisa Spaziani, in occasione della sua partecipazione al “Premio Eugenio Montale” a Roma, Patrizia Valduga, negli anni dell’università a Venezia, Paolo Ruffilli ed il poeta vernacolare Attilio Carminati. Vicino fin dalla giovinezza al mondo dell’arte, Maurizio Zanon ha conosciuto e presentato vari pittori e scultori in manifestazioni artistico-letterarie; ha collaborato con loro alla stesura di cartelle grafiche.

Gli amici artisti hanno ispirato e/o illustrato alcune sue produzioni poetiche; tra questi Bruno Blenner (pittore), Virgilio Guidi (pittore e poeta), Giampietro Cudin (pittore, scultore e grafico), Elio Jodice (pittore), Fabio Heinz (orafo), Guido Baldessari (pittore), Franco Murer (pittore e scultore), Stefano Zanus (pittore). Ha conseguito vari premi di livello nazionale e internazionale; sue poesie sono state tradotte in ungherese, inglese, francese, tedesco e spagnolo.

Questa essenziale mia stesura del curriculum vitae, apparsa nel lavoro Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon (Miano Editore, Milano 2024) proseguiva con la lunga elencazione delle sue opere di poesia – parte preponderante – narrativa, CD, e della saggistica critica sui suoi testi.

In questo Diario poetico andiamo alla ricerca dell’identità più intima dell’artista, che si evince anche nell’ascolto della sua voce auto-narrantesi e nel mettere a nudo un’anima dalla sincerità cristallina. Come nella scoperta di Diego Valeri del quale dice: «Ho amato fin da ragazzo questo grande poeta del Novecento… E così, fin dalle prime poesie, ho iniziato ad approfondire la tematica del tempo, nucleo centrale della mia poetica, seguendo un po’ la traccia segnata dal poeta, così sensibile e colto...». Scriveva infatti Diego Valeri: «L’istante che non sta/ che mentre è, già non è più/ l’innumerevole istante./ Tu vedi: è stolto temere la morte/ se vivendo/ ogni istante si muore». Riprende Zanon: «Un rapporto dunque impari fra l’eternità del tempo e la limitatezza del nostro arco di sviluppo biologico. Forse, per questo motivo, la malinconia è stata la mia fedele compagna di vita. Ho intuito subito che una cosa che comincia è già finita, sprecando così l’occasione di vivere pienamente l’istante, il presente, a guisa di nevrosi temporale».

 

Ma Zanon è troppo severo verso sé stesso: qui tace almeno un altro nucleo essenziale della sua poetica e della sua vita: la grande sete del poeta si definisce con più nomi, che tutti però hanno per radice il nome dell’amore: amore per la vita, amore per la libertà, amore per l’amore, amore per la natura, amore per l’eterno, passione per Venezia.

Enzo Concardi

 

Diario poetico di Maurizio Zanon, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-77-6, mianoposta@gmail.com.

 

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Floriano Romboli (a cura di), "Diario poetico di Tommaso Tommasi"

18 Marzo 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #floriano romboli

 

 

 

 

Floriano Romboli (a cura di)

Diario poetico di Tommaso Tommasi

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Per i tipi della Casa Editrice “Guido Miano” - che opera nella metropoli milanese - è stato pubblicato a gennaio 2026, nella collana “Il Cammeo d’Oro”, il Diario poetico del poeta ascolano Tommaso Tommasi. Sono qui raccolte alcune poesie e taluni lacerti di prosa tratti da sue precedenti raccolte e precisamente, in ordine cronologico: Poesie di vita quotidiana (1990); Poesie del caos (1996); Sul mare azzurro della notte (2019); Lamodeca (2022); Poesogni (2024). Il lavoro si apre con un Prologo informativo e qualche nota di inquadramento critico, tanto per partire, scritto dal critico toscano Floriano Romboli e tale ‘incipit’ svolge la funzione di quella che tradizionalmente è la prefazione. Tuttavia il contributo del critico non si ferma qui, come solitamente avviene, ma prosegue nel corso di tutte le pagine del testo, in quanto esso è strutturato in modo tale che ad ogni lirica dell’autore segue il commento critico di Romboli: il risultato per il lettore è quanto meno interessante, poiché può avere a disposizione un parere autorevole interpretativo sulla poetica dell’autore, sul suo pensiero e sui significati da attribuire alle parti eventualmente più ostiche come linguaggio, oltre che consentire un confronto tra il lettore stesso e l’analisi critica. In più, occorre aggiungere che l’intervento specifico e particolareggiato su ogni composizione, rende possibile e facilita un’esegesi più mirata anche per chi legge, purché non si scada nello scolastico e nell’accademico, evento che non appartiene assolutamente al caso del nostro curatore.

E ciò risulta evidente se proponiamo in questa recensione un esempio paradigmatico, applicato a una lirica del Tommasi: Il suono del vento. Ecco il testo: «Sulla strada polverosa/ dove non passa nessuno/ mi sono fermato/ a sentire il suono del vento./ Le canne spuntano tra i rovi/ e sembrano urlare la loro paura,/ la paura di soffocare/  mentre viviamo muti». Ed ecco la nota critica: «Un paesaggio descritto nei suoi aspetti negativi e respingenti diviene l’emblema del ‘male di vivere’ contemporaneo, contrassegnato soprattutto da solitudine, intima tensione, assenza drammatica di comunicazione. Lo stato d’animo dominante è la paura - il vocabolo è ripetuto fra la fine e l’inizio di due versi - , in una condizione esistenziale oppressa e paralizzata dall’inquietudine». In questa prima poesia incontriamo già espressa con immagini suggestive ed efficaci la condizione umana del vivere odierno, una delle due tematiche fondamentali del poeta, l’altra è il canto d’ amore.

Utilizzando una reminiscenza eliotiana – la terra desolata – possiamo addentrarci in quella che è la ‘disumanizzazione’ della vita contemporanea, chiamata da Montale ‘pietrificazione’, e descritta dall’autore in diverse poesie.

Nella lirica L’uomo metropolitano appare evidente l’alienazione dell’esistenza urbana, dove l’individuo è anonimo nella massa, un ingranaggio del sistema, un ‘signor nessuno’ fra tanti ‘nessuno’. È una di quelle composizioni scritte con parole che sembrano ritagliate dai giornali, affastellate tra di loro in maniera disordinata, caotica: appunto, per significare il disorientamento ontologico e spirituale contemporaneo, il poeta le ha definite Poesie del caos, titolo di una sua raccolta. Le antitesi, i contrasti fra ombre e luci, la speleologia della vita interiore e il mondo esterno sono bipolarità che caratterizzano le sue simbologie, come nella accattivante Le grotte del poeta, il cui testo recita: «Vola il pipistrello/ nelle grotte del poeta./ Il disordine ruota nel cervello/ e l’altalena del sogno/ si siede ad ascoltare/ musica ad alto volume./ Dalla grotta salgo le scale/ fino al paradiso della vita./ Fuori dal mondo/ per sfidare la vita,/ per vivere un altro sé/ nell’immagine dell’ignoto».

Per Tommasi l’amore ha il nome di Syl (Silvia):  «Ti amo così,/ nel silenzio./ Ti amo così,/ al buio./ Ti amo così,/ e mi basta per vivere,/ anche se tu non sei qui./ Ti amo così,/ ma ti aspetto.// Ti amo» (Ti amo). «Non riesco a dormire/ con te lontana./ Sogno dei miei sogni/ desiderio dei miei desideri./ Chissà se anche tu mi pensi/ chissà se anche tu mi sogni./ Io ti stringo nel tuo respiro/ e tutto il mondo scompare/ perché sei tu il mio mondo/ sei tu il mio inno alla vita./ Non riesco a vivere/ con te lontana» (Le ore di Syl).

Poetica dell’essere e del non essere e poesia amorosa, nostalgica e romantica, si fondono dunque in lui in un messaggio universale.

Enzo Concardi

 

Diario poetico di Tommaso Tommasi, a cura di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-80-6, mianoposta@gmail.com.

 

Floriano Romboli (a cura di), "Diario poetico di Tommaso Tommasi"
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" Il teatro di Pietro Nigro"

9 Marzo 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #teatro

 

 

 

 

 

 

 

Teatro di Pietro Nigro

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

 

Le opere teatrali qui presenti possono essere suddivise in due categorie distinte. Il padre sagace (atto unico in XIII scene) e Il trionfo dell’amore (atto unico in IX scene) hanno come argomento comune ed esito finale - sebbene con trame diverse - la vittoria dell’amore, vissuto dalle nuove generazioni quale realizzazione di un sentimento autentico, superando le antiche e ristrette visioni legate agli interessi materiali e alle volontà autoritarie delle famiglie di origine. Noi studenti, invece - definita dallo stesso autore una ‘commedia drammatica’ - sviluppantesi in 3 atti e VI scene, riguarda il tema del rapporto tra professori e studenti. Le vicende si snodano intorno ai ruoli nel mondo scolastico, all’autoritarismo del corpo docente e alla ribellione dei ragazzi, ai concetti educativi e al senso di giustizia, agli errori commessi da entrambi e alla capacità di riconoscerli, col lieto fine del perdono e della riconciliazione. È ovviamente una realtà esistente ai tempi dell’insegnamento di Nigro, realtà oggi largamente cambiata. Il linguaggio delle tre opere teatrali è in sostanza il lessico quotidiano, in quanto esso rispecchia gli innumerevoli dialoghi tra i personaggi, in gran parte brevi e concisi, tranne qualche rara eccezione di carattere riflessivo.

 

Il padre sagace

 

Una breve commedia brillante e leggera, scarna e semplice, scritta con dialoghi rapidi in cui i personaggi dimostrano di sapere bene ciò che vogliono. Il canovaccio è quello tradizionale della trama amorosa che vede intrecciarsi sentimenti e volontà, in un’epoca e in un contesto culturale in cui i matrimoni erano ancora combinati dalle famiglie dei giovani e delle giovinette. Marta, la madre di Margherita, promette in sposa a Don Carlo - barone di Montestellario - la figlia. Ma Don Ferdinando - il padre sagace - la pensa diversamente dalla moglie: lui crede nel primato dell’amore, lei vede solo ricchezze e titoli.

La vicenda si conclude come in tutte le fiabe: e vissero felici e contenti. Margherita sposerà Renato, il suo amore segreto, ed alla fine anche la madre Marta acconsentirà al matrimonio; Don Carlo si consolerà con Nicoletta, una ragazza appena conosciuta in casa di Don Ferdinando. L’unico infelice, per il momento, sarà Michele, l’amico intimo di Nicoletta, che si sente tradito dalla scelta di lei.

L’esito finale della commedia si basa sull’alleanza caratteriale e ideale fra padre e figlia, fra don Ferdinando e Margherita - contrariamente a tante altre opere simili - dove la parte del genitore autoritario e retrogrado spetta alla figura paterna. Basta sentire due monologhi di don Ferdinando per rendersene conto: «Sia ringraziato il cielo. Se n’è andata (la madre). Meno male che ci sono qua io. Sposare mia figlia a quell’idiota vanitoso (Don Carlo), sarebbe il colmo! Lei dovrà sposare un giovane che le voglia veramente bene e che la faccia felice. Ecco Margherita: ora sì che si può ragionare. Tutta suo padre, tutta suo padre!» (Scena II). «Sarà di sicuro un bravo giovane, quello (Renato). Mia figlia non è una testa sbandata e prima di fare un passo ci pensa due volte. Se dice che è bravo, intelligente e buono, lo sarà certamente. Ha molto sale in zucca per sospettare degli imbroglioni e degli adulatori. Se la ricchezza e gli onori non la tentano, non è una ragazza vanitosa. Si accontenta del necessario pur di essere felice. Se fosse una ragazza viziata sposerebbe quell’imbecille (Don Carlo) per avere campo libero in ogni cosa. Invece Margherita è una ragazza virtuosa che disdegna ciò che può scalfire il suo onore e apprezza i sentimenti più nobili. Tutta suo padre, tutta suo padre. Oh padre felice di possedere un simile tesoro di figlia!». È evidente nella commedia la differenza di statura morale tra la coppia madre-pretendente e padre-figlia: due universi agli antipodi come valori, apertura d’animo e orientamenti di vita. Da una parte il vecchio mondo provinciale attaccato ai beni materiali che rappresenta il passato, dall’altra un respiro di modernità e di sentimenti autenticamente umani.

 

Il trionfo dell’amore

 

Commedia nella quale l’amore trionfa, grazie alla casualità del destino che interrompe il fidanzamento, combinato dalle famiglie, tra Alfonso ed Emma. La visita improvvisa ed imprevista dell’amico d’infanzia Teddy conduce i due giovani a scoprire che Emma e Teddy si amano da tempo, e che la freddezza di Alfonso nei confronti di Emma è causata dal fatto che anche Alfonso ha un altro amore, Edy, tuttavia rifiutato e respinto dai genitori. Svelata tale situazione alle rispettive famiglie, la ‘combine’ architettata fallisce e tutto si risolve con il trionfo del sentimento e del cuore, contro le imposizioni autoritarie di una mentalità meschina e retriva. E tutto avviene nell’ultima scena – la XI – dove i giovani rivelano ai genitori come stanno le cose: Alfonso (indicando i nuovi arrivati): «Guardi lei stessa». Elsa (vedendo la figlia accanto a Teddy): «E questo cosa significa?». Emma (sorridendo): «Significa che ho risolto il problema senza strilli e frizzi. (indicando Edy che si è avvicinata ad Alfonso) Questo spiega perché Alfonso era freddo con me. (Scherzando) Riservava tutto il suo calore a quella lì».

Elsa: (prendendo le parti della figlia e dando uno sguardo risentito ad Alfonso) «Un giovane falso e sleale». Bianca (agitata): «E no! Semmai è sua figlia falsa e sleale. Dice di aver risolto il problema senza strilli e frizzi. Ma se il problema era lei! Le chieda da quanto tempo se la intende con quel Teddy!». Alfonso (intervenendo tra sua madre e la signora Zanoli): «Basta! Vedete come si fa presto a cambiare opinione. (Alfonso sorridendo invita Edy, Emma e Teddy ad avvicinarsi, tra lo sbalordimento dei suoi genitori e quelli di Emma) Quando voi pensavate di imparentare le nostre famiglie, noi avevamo già fatto le nostre scelte. Ho dovuto far finta di accettare il vostro volere (rivolgendosi ai genitori). Mi sono arrovellato il cervello per venirne fuori. L’occasione si presentò quando mi accorsi del turbamento di Teddy incontrando Emma, e capii che si amavano. Decidemmo allora che era arrivato il momento di farvi comprendere come stavano le cose. Ora lasciate che i sentimenti facciano il loro corso e che l’amore trionfi».

Pur sviluppando la stessa tematica della commedia precedente, qui l’intreccio amoroso è forse lasciato troppo dipendere da incontri fortuiti, piuttosto che derivare da volontà precise dei personaggi, indebolendo così la loro determinazione ad esercitare il libero arbitrio.

    Noi studenti

 

È un lavoro teatrale ambientato nel mondo scolastico, la cui trama viene costruita appositamente dall’autore con finalità didascaliche e sociali. Sono in gioco i ruoli di professori e studenti, l’autoritarismo degli uni e la ribellione degli altri; i concetti educativi e il senso di giustizia; gli errori commessi da entrambi e la capacità di riconoscerli, la quale infine conduce all’esito finale di perdono e riconciliazione. Il senso drammatico dell’opera è costituito soprattutto dalla morte della madre di Alberto - lo studente protagonista della storia. La signora Marmora, già ammalata di cuore, soccombe al dolore per l’espulsione dalla scuola di suo figlio, dopo un diverbio con il professore ‘Iosotutto’. I tre atti si concludono con la riammissione di Alberto che, pur addolorato per la grave perdita affettiva, vede tuttavia riconosciute le sue ragioni, grazie alle scuse chieste al professore, il quale a sua volta, dopo aver convinto il Preside e il Consiglio dei Docenti a riabilitare lo studente, diverrà più comprensivo e dialogante nei rapporti con gli studenti.

Questa commedia, delle tre di Pietro Nigro, è senz’altro la più attuale come tematiche e sotto l’aspetto dell’approfondimento psicologico dei personaggi, in particolare del protagonista, lo studente Alberto, che incarna istanze di giustizia, solidarietà ed affronta la realtà del dolore maturando uno spessore umano superiore a quello dei suoi compagni, come si evince da questo monologo: «Oh, destino crudele! Perché a me assegnata hai una vita d’affanni e dolori, e lieto non mi hai fatto di uno spiraglio di luce… O mia giovinezza, o primavera degli anni! Dov’è la luce che a te è riservata, dov’è l’eterno olezzante soffio impregnato d’un divino profumo d’ambrosia. (Con disperazione, mettendosi le mani sul viso) Dove!… Dove!… Che sarà di me. Potrò resistere a tanto male? Ma non devo abbandonarmi. Come farebbe mia madre, ammalata, senza un sostegno? Non voglio la sua morte! Povera mamma mia. Ricordo le parole del dottore: “La pongo nelle sue mani: il più saldo sostegno che le resta. A lei affido le chiavi della morte e della vita. Le sappia ben usare”».

Enzo Concardi

 

 

Pietro Nigro, Teatro. Tre commedie: “Il padre sagace”, “Il trionfo dell’amore”, “Noi studenti”,  prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 140, isbn 979-12-81351-86-9, mianoposta@gmail.com.

 

 

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L’AUTORE

Pietro Nigro è nato ad Avola (sr) nel 1939 e risiede a Noto (sr); laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania, ha insegnato inglese presso varie scuole superiori. Ha iniziato a scrivere poesie fin da ragazzo; la sua ispirazione trae origine dai luoghi siciliani della sua infanzia e dagli ambienti francesi e svizzeri visitati durante le vacanze estive, in particolar modo Parigi (la sua città d’elezione), dove si recava spesso per perfezionare la conoscenza della lingua francese. Il primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Guido Miano nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Sono seguite molte opere poetiche, testi di saggistica e altri lusinghevoli riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio “Luigi Pirandello” per la Letteratura (Taormina, 1985) e il Premio “La Pleiade ‘86” «per la produzione letteraria e poetica già riconosciuta a livello critico» (sala del Cenacolo di Montecitorio, Camera dei Deputati, Roma 1986).

 

 

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Wanda Lombardi, "Araba Fenice"

18 Febbraio 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #raffaele piazza, #michele miano, #saggi

 

 

 

Araba Fenice

Wanda Lombardi 

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

 

Capitolo 1 - Il bel tempo che fu

Il passato, e quindi la sua memoria, in Wanda Lombardi non è soltanto un comprensibile sentimento nostalgico verso talune fasi dell’esistenza in cui la vita personale e sociale era migliore di quella presente, ma risulta elemento di stimolo creatore di nuove energie per progettare il futuro. Dunque il laborioso lavoro di introspezione della poetessa che evoca una recherche di tipo proustiano, s’avvicina al significato della famosa frase di Primo Levi: «Non c’è futuro senza memoria». In altre parole non si può vivere senza memoria individuale e collettiva, un requisito indispensabile affinché l’essere umano nella sua essenza possa, in ultima analisi, considerarsi antropologicamente ed ontologicamente, possessore di una coscienza civile.

I testi pubblicati nel capitolo del libro “Il bel tempo che fu” contengono quasi tutti questa esigenza e questo messaggio, alcuni dei quali anche richiamando riferimenti letterari e filosofici attribuibili ad autori significativi, colti in momenti riflessivi sui temi memoriali e temporali. Nella lirica A un ragazzo prematuramente scomparso troviamo una terzina («E tu, al cielo destinato,/ non conoscesti gli inganni,/ le amarezze della vita…») che richiama il tema della morte giovanile come nei seguenti versi di Giovanni Pascoli tratti dalla poesia L’aquilone: «…Sì, dissi sopra te l’orazioni,/ e piansi: eppur, felice te che al vento/ non vedesti cader che gli aquiloni!» (…).

Enzo Concardi

 

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Capitolo 2 - Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità

Wanda Lombardi nelle sue sillogi poetiche conferma, di volta in volta, la sua cifra distintiva neo lirica tout-court e pervasa da trascendenza e fervente religiosità che lo scrivente, occupandosene in sede critica, ha definito realismo mistico. Nitore, luminosità, esattezza e leggerezza, connessa ad icasticità, connotano la poetica dell’Autrice. La poetessa ha fiducia nei sentimenti autentici per Dio e per il prossimo, sentimenti che la portano a vincere il dolore e a varcare la soglia della speranza, speranza che si traduce nei suoi armonici, precisi e luminosi versi.

Centrale nelle poesie scelte per questo capitolo del libro (“Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità”) la lirica Silenzio amico; nel suddetto componimento, che ha un carattere fortemente ottimistico, i temi trattati sono quelli del silenzio e della solitudine come isola benedetta per l’anima di Wanda che è pervasa da un forte senso di fiducia nel suo relazionarsi alla vita; la poetessa a questo proposito inventa la felice metafora dell’uscita da un labirinto che porta ad un’epifania di salvifica luce: «Come un labirinto/ dove dapprima si resta confusi/ e poi piano la strada si trova/ per graditi angoli di luce/ si l’anima mia/ dopo confusioni ed ansie/, dopo il flusso vorticoso d’incombenze/ nella solitudine e nel silenzio/ se stessa ha trovato, la luce…».

In Saper vivere si arriva all’apoteosi, al climax della speranza che diviene viatico per una gioia umana possibile, felicità da trasmettere anche agli altri e che è connessa al credere in Dio: «Non perdere mai la speranza/ e dai anche agli altri speranza,/ la gioia di vivere./ Pur nel dolore che ti strazia,/ lenisci l’altrui dolore,/ non porgere disperazione/ ma offri amore,/ regala un sorriso/ e Dio ti sorriderà…» (…).

Raffaele Piazza

 

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Capitolo 3 - Cognizione del dolore e desiderio di pace

Ci sono esistenze che sembrano nate sotto un cielo inquieto, dove il vento non smette mai di soffiare. L’esistenza di Wanda Lombardi è una di queste: un cammino attraversato da solitudini antiche, da malattie che scavano silenzi, da giorni che si sgretolano come pietre consumate dal tempo. Eppure, proprio in questo paesaggio ferito, la poetessa ha trovato una sorgente segreta, un varco di luce che nessuna ombra è riuscita a spegnere: la poesia. I suoi versi non nascono per ornare il mondo, ma per salvarlo. Sono fili sottili che trattengono l’anima quando tutto sembra franare, sono il respiro che ritorna dopo una lunga apnea. Ogni parola è un passo compiuto sul bordo dell’abisso, un gesto di coraggio che trasforma la sofferenza in canto. Non c’è artificio, non c’è posa: c’è la verità nuda di chi ha guardato il dolore negli occhi e ha scelto di non distogliere lo sguardo.

Wanda osserva il mondo come si osserva una terra che non si riconosce più: un luogo che scivola alla deriva, lontano dai ritmi del cuore. Eppure, invece di tacere, affida alla poesia il compito di custodire ciò che resta vivo: la memoria, la dignità, la capacità di sentire ancora. Nei suoi versi, il dolore non è una prigione, ma una porta che si apre su un altrove più autentico.

Questa raccolta è un attraversamento. È il viaggio di una donna che ha imparato a trasformare le ferite in luce, a fare della fragilità una forza segreta. Chi legge non troverà soltanto il racconto di un destino difficile, ma la sua metamorfosi: il dolore che diventa parola, la parola che diventa catarsi, la catarsi che diventa rinascita.

Entrare nella poesia di Wanda Lombardi significa ascoltare un cuore che continua a battere nonostante tutto. Significa riconoscere, tra le sue immagini, un frammento del nostro stesso cammino, perché quando il dolore si fa poesia, non divide più: unisce. Queste pagine sono un invito. Un ponte sospeso tra ombra e luce. Sta a noi percorrerlo, lasciando che ogni verso ci accompagni, lieve e necessario, verso un luogo più vero. (…).

Michele Miano

 

Wanda Lombardi, Araba Fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTRICE

 

Wanda Lombardi è nata e vive a Morcone (Benevento), città dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia, ha insegnato Materie Letterarie nelle scuole secondarie. Ha pubblicato varie raccolte di poesie: Sensazioni (2001), Nel silenzio (2002), Luce nella sera (2011), Oltre il tempo (2015), Voci dell’anima (2016), Gocce di rugiada (2017), Attimi lievi (2018), Il senso della vita (2019), Nel vento dell’esistere (2020, con traduzione in inglese), Volo nell’Arte (2021), Miti e realtà (2022), Opera Omnia (2023), Tempi inquieti e altre poesie (2024). Il suo iter poetico è stato seguito da vari critici, tra i quali Enzo Concardi, autore nel 2022 dello studio Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Wanda Lombardi.

 

 

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Marina Enrichi, "Eros e logos"

13 Febbraio 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Eros e Logos

Marina Enrichi

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Marina Enrichi Cariolaro – veneziana di nascita e padovana di adozione, come recita la sua biografia in calce a questa raccolta poetica – ha alternato la professione di medico specialista in Ostetricia e Ginecologia e di docente di Psicoprofilassi Ostetrica e Vita prenatale presso l’Università di Padova, all’attività letteraria nella quale ha esordito con l’antologia Omaggio a Padova Urbs Picta, da lei ideata. È seguita una propria silloge dal titolo Meravigliosa donna all’interno del volume 18 dei Quaderni di poesia e studi letterari - Alcyone 2000, pubblicato dalla Casa Editrice Guido Miano. Si presenta  ora al pubblico dei lettori con una terza prova più impegnativa passando dal contesto di una rivista letteraria ad un testo mono autoriale, il che implica l’esporsi in prima persona anche ad un confronto con la critica più diretto.

Non sorprende più di tanto il fatto di una bipolarità vocazionale – medicina e poesia – dal momento che, nel panorama letterario contemporaneo, non pochi sono gli autori che, dopo un approccio scientifico e razionale conferito in prima istanza allo studio e alla comprensione dei fenomeni del reale, hanno sentito il bisogno di integrare le loro conoscenze concedendo spazio alla cultura umanistica e alle emozioni interiori, più ricche umanamente rispetto alla logica e alla materia. Potrebbe essere anche il caso della nostra autrice, come forse si può dedurre dai suoi motivi d’ispirazione, che vedremo nel corso della disamina critica.

Nel presentare le liriche qui pubblicate non si può certo prescindere dal saggio-studio che Gabriella Veschi ha scritto su di lei nel 2025: Spiritualità e passionalità nella poesia di Marina Enrichi Cariolaro, a confronto con Salvatore Quasimodo e Roberto Pazzi (in Alcyone 2000, volume 19, op. cit.). Si tratta di un lavoro di letteratura comparata che appare anche qui, in appendice, ed è consigliabile assimilarlo con attenzione. Nell’economia illustrativa della poetica di Marina Enrichi, ne faccio riferimento poiché mi paiono estremamente azzeccate le due tematiche che la Veschi individua: sono il cuore della scrittura della poetessa, i motivi ispiratori fondamentali, gli alvei contenutistici maggiormente sviluppati - sia in estensione che in profondità - anche nella presente raccolta, ed è seguendo questa direttrice che iniziamo a dipanare i significati e il messaggio del libro.

A guisa di incipit citerei un lacerto della Veschi che recita: «L’amore terreno si trasfigura in una forza che purifica e nobilita l’anima elevandola verso Dio, come accadeva nella poetica stilnovista duecentesca». Sono forse le parole più appropriate per coniugare la coesistenza nell’autrice delle due polarità non dicotomiche ma complementari, identificabili nella “spiritualità” e nella “passionalità” della Veschi. Ed appropriato è anche il riferimento al Dolce stil novo, se pensiamo alla Vita Nova dantesca (1294) e alla figura di Beatrice proiettata nella Commedia, nella quale ella appare nella cantica del Purgatorio (Canto XXX, vv.31-33) con questi versi: «sovra candido vel cinta d’uliva/ donna m’apparve, sotto verde manto/ vestita di color di fiamma viva».

Nella poesia della Enrichi le parti s’invertono (segno dei tempi…): è la donna a sciogliere il canto d’amore per l’amato ma - anche se è Dante ad elevare Beatrice a donna angelicata, guida verso Dio e fonte per lui di forti turbamenti - è sempre la forza intrinseca dell’eterno femminino a dominare la scena e ad imprimere all’amore correnti ascensionali: «E sentirai commuoversi una lacrima/ e un canto come miele/ ti scioglierà nel cuore/ quando lo sguardo innamorato/ raggiungerà i tuoi occhi.// Il sangue inizierà un vortice di danza/ e il respiro nel petto più veloce/ sarà un tumulto/… // Ti sembrerà che/ il mondo intero ti travolga/ e che tutti conoscano il segreto/ che volevi celare.// Ma è l’amore, tesoro./ Prorompe/ senza veli» (E sentirai commuoversi una lacrima). Questa lirica dell’autrice richiama senza dubbio quella di Guido Guinizelli, l’iniziatore del movimento letterario stilnovista, dal titolo: Al cor gentil rempaira sempre amore.

Per lei dunque l’amore possiede una grande forza trasformatrice, capace di sublimazioni e metamorfosi: seguiamo l’analisi testuale per scoprirlo più da vicino. Incontriamo poesie ardenti di passione, con immagini metaforiche e sinestetiche, dove l’amore è tutto terreno e la “fusione” tra gli amanti inizia proprio dagli strati epidermici per significare un possesso radicale l’uno dell’altra. Una di tali creazioni è riconoscibile fin dal titolo perché mantiene le promesse che esso contiene, ovvero Bruciami il respiro: «Bruciami il respiro/ dammi fuoco/ sarò torcia accesa.// Ti ustionerò la pelle nell’abbraccio/ e poi spegnimi/ in un fiume che scorre/ dal delta della foce.// Sarò il tuo unguento/ preparerò le tracce/ ardenti e vive della passione».

Altre scandiscono le diverse fasi del desiderio in un calando di toni ma non di contenuti, per cui posseggono l’alternanza tipica delle musicalità romantiche, le quali si avvalgono sia dello Sturm und Drang (Impeto e Assalto) sentimentale che delle dolcezze dei chiari di luna o delle idilliache rappresentazioni della natura, come Vibrami: «Vibrami/ come corde di liuto/ tra le braccia raccolto.// Cullami/ caldo è il timbro di voce/ quando sciogli il tuo canto.// Ristorami/ in un’oasi felice/ dove in un tempo sospeso/ ci raggiunge/ e la pace». Da notare come nei verbi utilizzati per le richieste amorose esternate all’amato la poetessa ha l’accortezza di scendere dal forte all’adagio: “vibrami, ristorami, cullami”.

In entrambe le liriche, ed anche in altre, riscontriamo un’altra peculiarità lessicale, ossia verbi la cui particella pronominale mi fa riflettere su chi riceve l’azione gli effetti della stessa, invece che sul soggetto: ciò rende ancor più efficace la rappresentazione fonetica e la forza dinamica (brucia-mi; vibra-mi…). Ma sarebbe troppo schematico e scolastico classificare le poesie d’amore della Enrichi come appartenenti ad una tipologia piuttosto che ad un’altra: infatti nella maggior parte di esse vi è un unico sentimento che si esprime in relazione agli stati d’animo, ai desideri contingenti, ai bisogni profondi coinvolgenti anima e corpo. Ad esempio nella tetralogia costituita da quattro liriche similari, come lo sono Guardami, Sfiorami, Spegnimi come fuoco che arde, Baciami sulle palpebre, si ripete la stessa scelta basata sull’impostazione riflessiva del verbo, evidente e palese già dalla titolazione conferita non casualmente alle singole composizioni.

Inoltre esse testimoniano la libertà da schemi precostituiti della poetessa, libertà che consiste nel trasformare ogni poesia in un caleidoscopio di emozioni, desideri, immagini, metafore, tonalità di ogni genere, rappresentazioni dell’autenticità di ciò che il cuore sente, prova, immagina. Ed infatti è qui che si realizza il mosaico sentimentale della Enrichi: vi sono «occhi d’amore», «carezze», «sorrisi» e un «fievole canto»; richieste urgenti come «Sfiorami/ toccami/ accarezzami/… Sussurrami/ parlami/ cantami/… il profumo di te mi conquista/ mi sconvolge e mi placa…» (un crescendo di sfumature che si concludono con un contrasto di forte/piano); le tradizionali parole d’amore che tutti vorrebbero sentirsi dire: «…Sussurrami/ le parole dolcissime/ di passione infuocate/ e alla fine di tutto/ dimmi solo ti amo»; e vi è un profondo bisogno d’essere amata come una donna richiede: «… Conquistami/ di dolcezza e sorrisi/ e miracoli./… Fammi un dono,/ un sussurro di musica./ È di un tenero amore/ che ho bisogno stasera». Passione e tenerezza dunque appartengono entrambe ai vissuti amorosi della poetessa ma, in ultima analisi, la ricerca sembra concludersi in un crepuscolare cantuccio intimo: «… Ma troverò il mio giaciglio di piuma/ come uno scricciolo dentro il suo nido/ dove sentire il tuo alito caldo/ e abbandonarmi alla quiete del sogno» (Non ci sarà un’altra sorgente).

Lo stesso ardore che caratterizza buona parte della poesia amorosa, lo ritroviamo nelle espressioni della poesia religiosa: a partire dalla composizione Avevamo vent’anni, nella quale l’episodio biblico dell’Antico Testamento (Esodo 3) dell’apparizione di Dio a Mosè sul Monte Oreb, sotto forma di un rovo in fiamme, conclude la prima strofa: «Avevamo vent’anni/ ed il sole imbiondiva i capelli/ ed il cuore incendiato bruciava/ senza mai consumarsi/ come un roveto ardente/ abitato dal Dio…». La spiritualità della poetessa si avvale spesso di riferimenti alla Storia Sacra e questa è una cifra importante della sua ispirazione, tant’è che ne segnaliamo alcuni altri. Genesi, il primo libro della Torah e della Bibbia cristiana, appare in apertura della lirica Genesi e la luce esondò, dove si esalta l’opera creatrice di Dio, che ora sembra offuscata dalle tenebre portate dalle negazioni umane, ma che in prospettiva escatologica saranno dissipate da una nuova Alleanza col Divino: «…E poi Arcobaleni d’ali d’Angeli e Arcangeli/ narreranno l’accordo/ tra le note dell’uomo e il sorriso di Dio».

È il Salmo 16 - utilizzato dalla Chiesa Cattolica nella liturgia delle ore - che, su esplicita dichiarazione della poetessa, guida i versi della Scala a chiocciola, creazione in cui si evoca ancora il ‘soffio di Dio’ (‘Ruach Elohim’ nella mistica ebraica), il vero ideatore dell’universo a conferire una forma ordinata al mondo. Attribuito a Davide, è nei versetti 5-6 del Salmo («Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita./ Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità») che troviamo l’aggancio concettuale effettuato dall’autrice, con queste due terzine: «…Sono erede e bevanda,/ mi disseto e mi verso/ come calice e dono// a chi affianca i miei passi/ faticosi e migranti/ sulla Terra dei Santi». Più articolata e complessa si presenta la riflessione di fede in Speranza è l’eterna visitazione: qui la centralità tematica è rappresentata dalla consapevolezza che la vera speranza di salvezza per l’uomo risiede in quel bimbo nato nel grembo di «Virgo la giovane» di cui narra l’Evangelista. Ora con i riferimenti biblici siamo passati al Nuovo Testamento, con la divaricazione fra Ebraismo e Cristianesimo.

E nello scenario cristologico restiamo anche con Sei tu, Donna, consacrata creatura: un’apologia del ruolo della Madonna - meravigliosa creatura - nella Storia Sacra, per aver accettato il suo destino di Madre di Dio. Ed è forse per questo che la Enrichi, nel celebrare le bellezze artistiche della Cappella degli Scrovegni a Padova grazie alla maestria di Giotto, auspica che riacquisti il suo antico nome: Santa Maria della Carità (titolo della poesia dedicata).

Se, come abbiamo visto, Eros e Logos sono predominanti in quest’opera poetica, non possiamo esimerci d’accennare ad altri brevi spunti di diversa natura che vi appaiono, come taluni frammenti esistenziali attinenti alla dimensione temporale e memoriale (attese, vigilie, speranze, segreti dell’anima) o al desiderio di future trasformazioni interiori e sociali. Ed ancora soffermarci su squarci di vita quotidiana visitanti bancarelle, edicole di giornali, poggioli domestici di sapore naif oppure immergerci nell’atmosfera romantica di un notturno lunare: «…Ciao luna birbante/ seduci/ col battito delle tue ciglia/ i sogni di treni arenati/ che attendono forse il disarmo/ su morti binari» (Splendida luna sdraiata).

Enzo Concardi

 

Marina Enrichi, Eros e Logos, pref. Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 84, isbn 979-12-81351-82-0, mianoposta@gmail.com.

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L’AUTRICE

Marina Enrichi Cariolaro, veneziana di nascita e padovana di adozione, è dottore in Medicina, specialista in Ostetricia e Ginecologia, già docente di Psicoprofilassi Ostetrica e Vita Prenatale all’Università di Padova. Poeta, è responsabile del Gruppo Vecia Padova Poesia e Presidente dell’Ucai di Padova, cantore e segretario del Coro San Prosdocimo della Cattedrale di Padova.

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Anna Scarpetta, "Chiaroscuri"

7 Febbraio 2026 , Scritto da Gabriella Veschi Floriano Romboli Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #floriano romboli, #gabriella veschi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Chiaroscuri

Anna Scarpetta

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Capitolo 1 - Nei labirinti dell’amore

L’amore, colto nelle sue poliedriche sfaccettature, è posto al centro della produzione di Anna Scarpetta, scrittrice versatile e pluripremiata e si configura come una presenza focale con cui esplorare il variopinto ventaglio delle emozioni. Le liriche prese in esame nel primo capitolo del libro mostrano un evidente dualismo tra luce ed ombra, tra vitalismo e orrore e la raccolta spazia tra diverse dimensioni: se nei testi iniziali prevalgono immagini legate all’amore rigenerante, in altri si sondano con audace lirismo i lati più oscuri e labirintici delle passioni.

La poesia incipitaria consente al lettore di abbeverarsi alla fonte dell’armonia: «Nel cuore di un amore/ così romantico/ abbiamo chiuso il cerchio/ di noi due, danzando insieme/musiche sublimi di note/di autori grandi.// E, la nostra storia,/ ora ci appartiene/ come pioggia benedetta,/ che dal cielo scende rumorosa/ a bagnare la terra e i suoi dintorni.// Viene giù la pioggia, così fitta,/ con una lunga nenia tintinnante,/ nel grigiore d’un cielo terso,/ colmo di velata nostalgia.// E, bagna la terra, ogni cosa/ ovunque…» (Nel cuore di un amore). La musicalità, resa efficace dalla rima al mezzo del primo verso e dal rincorrersi delle assonanze, evoca la dolcezza del sentimento amoroso, proiettando un sinestetico valzer di percezioni, a sottolineare la sacralità di un legame indissolubile. (…).

Gabriella Veschi

 

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Capitolo 2 - Le problematiche esistenziali

È decisamente cupo il quadro d’assieme che sottende il componimento iniziale del secondo capitolo del libro. I versi di misura lunga scandiscono una visione nichilisticamente sconfortata, pervasa da zone allarmanti di “oscurità” e dal triste avvertimento dell’assenza di vera comunicazione fra le persone e fra i gruppi sociali, dato che l’umanità sembra come soffocata dalla coltre opprimente dell’indifferenza: «Il velo del nulla è sceso lentamente, sul mondo./ Un velo disteso, dalle lunghe mani d’ombre/ dall’indifferenza globale, a coprire ogni cosa,/ valori, cammini e sentieri senza fine.// È calato, pian piano, silente, il velo del nulla/ disteso a manto, su tutto il globo della terra.// È calata una notte infame, senza stelle né sogni,/ senza luci, né albe d’avorio (…) Si dice sia colpa della crisi, eppure il velo del nulla/fa, intanto, da padrone sull’umanità che soffre…» (Il velo del nulla è sceso sul mondo, corsivi miei, come sempre in seguito).

Tale amara concezione della realtà storico-umana è rafforzata nella sua negatività dalla dolorosa consapevolezza del progressivo venir meno dei fondamentali valori etico-ideali capaci di ispirare i comportamenti collettivi («L’umanità sembra aver perduto/ quel punto chiaro, luce, così prezioso,/ che orientava ogni cosa e sentiero…», I gradini dei valori umani), con il conseguente “vuoto” esistenziale che sembra a poco a poco paralizzare l’animo di ognuno, in un percorso alienato modellato sul ritmo veloce, ma inautentico della tecnologia web: «Si sono deteriorati, giorno dopo giorno,/ i gradini di marmo dei valori umani/ in questo mondo che va, così stanco.// Va lentamente coi suoi lenti giri,/con l’usura del tempo che ruota/ instancabile, con l’alba e la notte.// Non è colpa del sistema web digitale,/ che va forte, con una sua viva energia,/ quando corre veloce…» (ibid.)  (…).

Floriano Romboli

 

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Capitolo 3 - Nei dintorni dell’anima e della coscienza

Solitamente s’intende definire l’anima come la parte spirituale dell’individuo, distinta dal corpo fisico, caratterizzata dalla dimensione dell’eternità e spesso essenza di tipo religioso che sopravvive alla materia. E la coscienza come quella facoltà mentale consapevole di sé e della realtà, che è radicata nel presente e che contiene diverse istanze etiche. Sono due elementi dell’esistenza umana che, tuttavia, pur essendo differenti, sono presenti contemporaneamente in essa, tant’è vero che la coscienza può essere vista anche come una manifestazione dell’anima, quando è vigile, attiva, creatrice di esperienze. In definitiva non v’è anima senza coscienza e viceversa.

È ciò che succede nella visione di Anna Scarpetta, ed è per tale motivo che ho intitolato questo capitolo, che tratta una delle tematiche della sua poetica: “Nei dintorni dell’anima e della coscienza”, binomio per lei inscindibile. Occorre qui anche aggiungere un altro tassello importante della sua concezione, ovvero l’origine trascendente, verticale, divina – quindi non solo ontologica e laica – dell’anima e della coscienza, che sono tali in quanto si specchiano e fanno riferimento – è palese nei suoi testi – alla religione rivelata.

Nelle liriche pubblicate scopriamo un canto rivolto ai diversi volti dell’anima della poetessa di Pozzuoli: volti che sono altrettanti atteggiamenti, stati, condizioni in cui vive le sue epifanie cicliche – si potrebbe dire stagionali – la realtà spirituale, autobiografica ed esistenziale del cammino e dell’avventura umana dipanantesi da un’intensa vita interiore, nonché da un’acuta coscienza del dolore cosmico ed universale. La titolazione delle poesie – che riporta numerose volte il termine anima – ci guida nell’analisi critica dei contenuti, qui maggiormente privilegiati rispetto allo stile e al linguaggio, i quali si avvalgono di un andamento prosastico, nonostante la sussistenza delle strofe (prevalentemente distici, terzine e quartine).

Il messaggio finale che ci lascia Anna Scarpetta richiama la necessità già rilevata dal filosofo francese Henri Bergson, vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento, ovvero il bisogno per l’uomo moderno di un “supplemento d’anima” e di uno “slancio vitale” (“èlan vital”) di fronte ad un sviluppo tecnologico e materiale abnorme rispetto al mancato sviluppo spirituale di un’anima rimasta rattrappita. Infatti reiterato è in lei questo esiziale motivo d’ispirazione: Il risveglio delle coscienze (titolo di un suo componimento) può essere attivato anche con il contributo della poesia; la Musa le ha rapito l’anima, iniziando un viaggio meraviglioso (Negli occhi della poesia), poiché l’arte richiede anime vibranti (Poesia); la società soffre per la mancanza di padri, tema a cui dedica la lirica A tutti quei papà assenti. (…)

Enzo Concardi

 

 

Anna Scarpetta, Chiaroscuri, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-72-1, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTRICE

 

Anna Scarpetta è nata a Pozzuoli (Napoli) il 2 gennaio 1948. Ha lavorato presso la Direzione Rete Ferroviaria Italia a Milano; attualmente è in pensione e vive a Novara. Si è sempre dedicata alla poesia, alla narrativa e alla saggistica. È stata membro di giuria a Napoli nei concorsi letterari in lingua e in vernacolo, e in tante città italiane. A Milano si è dedicata al Teatro Sperimentale, in qualità di Aiuto Regia, con la compagnia teatrale di Ciro Menale, regista, con una trama molto suggestiva dal titolo: “Una barchetta di carta”, rappresentata al Teatro Litta di Milano a dicembre del 1992, un lavoro liberamente tratto da un testo di Fernando Pessoa. Ha pubblicato varie raccolte poetiche e ha conseguito numerosi riconoscimenti e prestigiosi premi in molti concorsi letterari in diverse città italiane.

 

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Don Giovanni Mangiapane, "Omaggio a papa Francesco"

19 Dicembre 2025 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Omaggio a Papa Francesco

Don Giovanni Mangiapane

Guido Miano Editore, Milano 2025.

 

Questa pubblicazione di Don Giovanni Mangiapane - come si deduce dalla specificazione apposta sotto il titolo Omaggio a Papa Francesco - è scritta in lingua siciliana e tradotta in italiano: è noto che le traduzioni da altra lingua, soprattutto per la poesia, sono destinate a perdere in parte l’efficacia lirica e fonetica del testo originale. Nel caso del nostro autore siamo di fronte ad una scelta metrica rispettata per tutte le composizioni: strofe costituite da quartine con rima prevalente ab-cd. Anche quando l’abilità del traduttore riesce a conservare la rima in italiano, essa difficilmente mantiene i ritmi suggestivi e tipici del siciliano, in particolare con le desinenze caratteristiche in u precedute da una consonante. Se il lettore prova a confrontare la prima strofa della prima poesia del libro - «Vergini Maria, matri di Cristu/ e di cu abbrazza lu crucifissu./ Tu ca veni in aiutu a lu bisognu,/ anchi si nun ti chiama “iu ci sugnu”…» - con la sua traduzione - «Vergine Maria, Madre di Cristo/ e di chi abbraccia il Crocifisso./ Tu che vieni in aiuto a chi ha bisogno,/ anche se non ti chiama “di te ho bisogno”…», s’accorgerà della differenza insita nelle due versioni: ergo consigliamo al lettore stesso, anche se non avvezzo al siciliano, di procedere ad una lettura attenta della lingua isolana per apprezzarne le peculiarità contenute.

Fatte queste precisazioni formali ed estetiche circa il lessico del nostro autore, occorre addentrarci a prendere in considerazione il genere poetico dello stesso e il tipo di messaggio che gli sta a cuore. Il titolo non lascia dubbi: si tratta allo stesso tempo di poesia religiosa e didascalica, poiché Mangiapane dedica le sue liriche a Papa Francesco al fine di proporlo alla società e all’umanità intera come modello di testimone evangelico al quale accomuna le sue doti umane, che possono rendere credibile la presenza della Chiesa anche per chi non crede. Le sue quartine visitano in particolare il breve tempo di Bergoglio vissuto nella sofferenza a causa delle sue condizioni di salute prima, durante e dopo il ricovero ospedaliero, fino al termine della sua parabola terrena. Il sacerdote siciliano pone in primo piano anche l’ansia, la preoccupazione e l’attesa circa il decorrere della malattia, da parte dei fedeli, segno del rispetto, dell’attaccamento e dell’amore da loro sempre manifestato verso un Pontefice vicino alla gente, ai poveri, predicatore di pace e giustizia.

Uno spazio importante è lasciato anche alle poesie che invocano a Cristo e alla Vergine Maria l’intercessione per la salute di Francesco: in tali casi i testi si trasformano in preghiera – nella fattispecie preghiera di richiesta – con una spiccata accentuazione della dimensione verticale della fede. 

L’analisi critica testuale più ravvicinata ci consentirà ora di scoprire anche altri aspetti dell’Omaggio a Papa Francesco. Vi troviamo, come già detto, l’invocazione alla Vergine Maria: «Considera la Chiesa: ha paura;/ la vita del Papa è appesa ad un filo./…/ A chi ti onora con amore speciale,/ donagli vera grazia eccezionale…» (24 febbraio 2025). Nella lirica successiva il poeta si rivolge a Cristo con un linguaggio diretto, ricordando l’opera che il Papa sta compiendo sulla Terra: «…Tu gli affidasti la Chiesa tua santa,/ la guida forte a Lui, tutta quanta./ Gira il mondo portando il tuo nome,/ dona coraggio a tutti e come!// Non abbandonarlo ora nella prova,/ la sua malattia per noi è grande scuola…» (Preghiera, 26 febbraio 2025).

Passano i giorni dell’assenza di Francesco dalla finestra di Piazza San Pietro e la gente che solitamente lo vedeva apparire sorridente vestito di bianco, ne sente la mancanza: «…Gode di ogni gioia del mondo,/ prega per chi soffre tutto intorno./ Oggi per il Papa il mondo prega,/ la malattia di affacciarsi gli nega…» (27 febbraio 2025). Le suppliche al Signore per la sua guarigione sono incessanti, il sacerdote-poeta confida nell’intervento divino: «…Servo dei servi Lui firma,/ lo Spirito e la Grazia conferma./ Bisogno abbiamo della sua presenza,/ della Parola che dona Speranza…» (2 marzo 2025).

 Ed ancora sottolinea un’altra scelta di questo Papa, per la prima volta nella storia della Chiesa porta il nome del poverello di Assisi: «Padre Santo che ti chiami Francesco,/ il primo della storia, tutto fresco:/ Gesuita hai scelto il cantore,/ hai scritto “Laudato sii mio Signore”…» (4 marzo 2025). Così non può dimenticare che il messaggio francescano è un invito alla pace, quella vera: «Francesco diventa poverello,/ ma ha un cuore troppo bello;/ somiglia tutto al Signore,/ diventa quello che è: “Amore”.// La Pace parte sempre dal cuore,/ per la Pace vera Lui ci muore…» (La pace, 12 marzo 2025). In modo inaspettato Bergoglio viene dimesso dal Policlinico Gemelli di Roma e torna in Vaticano: si riaccendono negli animi le speranze che possa restare ancora con i suoi fedeli, esultano i cuori: «Regalo grande ci ha fatto il Signore,/ a santa Marta è tornato il Pastore./ Papa Francesco ritorna a casa,/ Quaranta giorni Gemelli travasa…» (23 marzo 2025).

Ma, in modo altrettanto repentino, la sue condizioni peggiorano, fino all’ultima ora di presenza in questo mondo, dopo giorni di sofferenza: «…Stamattina è come una mazzata:/ la vita del Papa è trasferita./ Pensaci Tu ora che l’hai vicino,/ non ti dimenticare del mondo nel lino» (Morte di Papa Francesco, 21 aprile 2025). Tanti altri pensieri hanno albergato nella mente e nel cuore di Don Giovanni Mangiapane in quei giorni di trepidazione, timori, attese, speranze e poi la cruda realtà della perdita di un forte e coraggioso testimone di Cristo e del Vangelo, e la sua ispirazione volle ancora offrirgli le parole per celebrarlo: «…Si vide subito che prese la via,/ con il nome Francesco e Laudato sia./ Poi abbracciò forte ogni sociale,/ poveri, carceri, periferia, normale./…/ Uomo della Pace è chiamato,/ come uomo dei ponti evocato./ Lavorò sino all’ultima ora,/ dolori smorzati sono allora» (Sepoltura di Papa Francesco, 26 aprile 2025).

Con la morte e la sepoltura di Papa Francesco non si conclude il libro di Don Giovanni Mangiapane; egli segue gli avvenimenti successivi, come il Conclave e l’elezione del successore: «Oggi comincia il Conclave,/ la sola parola fa tremare./ Chiusi, isolati dal mondo,/ eppure lo hanno tutto intorno…» (Extra omnes, 7 maggio 2025).

La fumata bianca è giunta abbastanza presto e, come spesso è capitato in passato, la sorpresa è stata generale: «“Habemus Papam” Leone il nome,/ dall’America viene come drone./ Però impastato tutto di Europa,/ Agostino e lo spirito di Proba…». Un nuovo Papa che piace al nostro autore che così conclude la poesia a lui dedicata: «…Oggi siede sulla Sedia di Pietro,/ di Cristo ha misura e metro./ Per il mondo intero pieno di pene,/ a Cristo si professa: Ti voglio bene» (Papa Leone XIV, 9 maggio 2025).

In questa prefazione, parlando del linguaggio di Mangiapane, ho sempre usato il termine lingua siciliana e non il vocabolo dialetto siciliano. Ciò per una ragione ben precisa: egli ritiene il primo come un’entità viva, presente ed anche proiettata nel futuro, mentre il secondo è sinonimo di complesso linguistico morto, in via di estinzione. Esistono progetti culturali promossi dalla Regione Sicilia, dei quali l’autore fa parte, che si prefiggono l’obiettivo di attuare pienamente la Legge Regionale 9/11, di rilevante importanza per i siciliani, in quanto sostiene la promozione, la valorizzazione e l’insegnamento della storia, della letteratura e del patrimonio linguistico siciliano nelle scuole. Omaggio a Papa Francesco, per la lingua adottata, rientra nei canoni auspicati dalla succitata legge, così come altre pubblicazioni di poesia, tra cui Versi siciliani, sempre ad argomento religioso, utilizzato nel Liceo Classico Internazionale “Umberto I” di Palermo. In uno dei documenti della L.R. 9/11 si dice: «In una società sempre più liquida e globale, la valorizzazione delle identità locali è una risposta efficace al progressivo indebolimento dei punti di riferimento e delle radici storiche e culturali».

 Il recupero della “sicilianità” è dunque nell’agenda letteraria della cultura isolana: ad majora!

Enzo Concardi

 

Don Giovanni Mangiapane, Omaggio a Papa Francesco, testi in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte; prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 52, isbn 979-12-81351-76-9, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Don Giovanni Mangiapane (Cammarata, AG, 1944), sacerdote in pensione, è stato parroco della diocesi di Agrigento per cinquantaquattro anni, dal 1970 al 2023. Ha inoltre ricoperto l’incarico di Direttore Ufficio Beni Culturali in Diocesi dal 2002 al 2009. Ama scrivere poesie in lingua siciliana che poi diffonde in internet tramite i social. Ha pubblicato tre raccolte di liriche: Lu Verbu si firmà e cuntà (2022) contenente testi trasposti in musica; Versi Siciliani (2024), opera online in due volumi promossa dall’Assessorato Regionale all’Istruzione e alla Formazione Professionale della Regione Sicilia con lo scopo di valorizzare l’insegnamento della letteratura e del patrimonio linguistico siciliano nelle scuole; la terza pubblicazione s’intitola Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis (2024).

 

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