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Claudia Messelodi, "Emozioni"

22 Luglio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Emozioni

Claudia Messelodi,

Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

Questa nuova pubblicazione di Claudia Messelodi, laureata in Lingue e Letterature Straniere, prosegue il discorso poetico della precedente opera I colori dell’arcobaleno (2020) edita dalla medesima Casa Editrice. In quella sede tre saggi - curati da Floriano Romboli, Enzo Concardi, Nazario Pardini - realizzavano una “Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio”, nell’ambito dell’omonima collana letteraria. In particolare nel primo saggio (Le problematiche dell’essere in Claudia Messelodi e Anna de Noailles), il critico sottolineava l’inevitabile contradditorietà dell’esistenza emergente dai versi, in cui gli aspetti di positività e negatività s’intrecciano attraverso immagini e creazioni dialettiche. Il mio contributo (Il tema dell’amore in Claudia Messelodi e Jaroslav Seifert) metteva in risalto, tra l’altro, la condizione di vulnerabilità nel sentimento d’amore autentico, quando ogni barriera difensiva della razionalità crolla sotto la spinta indomabile della passione. E ancora nel terzo intervento (Claudia Messelodi viaggia tra le armonie della natura in braccio alla grazia del Creatore) Pardini indicava nei simboli della natura e nel linguaggio figurato una delle principali valenze della sua poetica, un’unione panica che la conduce verso visioni celestiali, verticalità eccelse, prospettive escatologiche nelle dimensioni del divino.

Visitando poi l’antologia essenziale della critica, sempre utile per un lavoro di analisi comparate, ho trovato interessanti e testimonianti la complessa anima spirituale e poetica dell’autrice, alcune annotazioni di Angela Giassi a proposito della raccolta Intrecci (2014): «Si tratta di liriche grondanti di vita, dove si mescolano passione e contemplazione, affetti e paure, di un animo pulsante, mai pago, teso piuttosto alla continua indagine del significato primario e autentico dell’essere». E così anche Freya Pickard, nella prefazione a Intrecci, si sofferma sulla prevalenza di una poesia che si manifesta come un viaggio dell’anima, quindi ricerca di interiorità profonde, lontane da sirene mondane.

Questa nuova raccolta ripercorre i motivi più cari all’autrice – tratteggiati in precedenza – amplificando gli spazi dedicati ai modelli estetici orientali (haiku, tanka, elfje) i quali, nell’insieme, ci restituiscono strutture linguistiche sommamente e prevalentemente sintetiche, raccoglitrici comunque di baluginanti ma densi concetti, astrazioni, messaggi. Il bisogno di essenzialità – reso in poesia magistralmente, ad esempio, dall’immagine degli ossi di seppia montaliani – mi pare tipico e necessario dell’attuale fase spirituale di Claudia Messelodi che - dopo aver tanto vissuto, cercato, sperato, sofferto, combattuto - vuole forse ricapitolare tutto il magma esistenziale personale e sociale in visioni armoniose, unitarie, semplici ma che corrispondano ad altrettante voci di libertà e verità. La scrittura si presenta allora come un insieme di lacerti poetici, tasselli musivi, colori caleidoscopici volti a dipingere mondi da conquistare, dimensioni da raggiungere, mete privilegiate di un rinnovamento integrale della personalità umana fin qui carente e lacunosa.

Le vie da seguire iniziano da un dialogo sincero e contemplativo con gli ambienti naturali, colloquio sempre rigenerante e formativo per la poetessa. Non a caso la raccolta si apre con la lirica Croce di Baone, luogo reale del Garda Trentino che simboleggia l’attaccamento alla terra d’origine e la sua passione per la montagna e che poi travalica la realtà fisica per inoltrarsi nei territori metafisici e della spiritualità. È opportuno offrirla alla lettura integralmente per assaporare fino in fondo il suo messaggio di bellezza, meditativo, memoriale, pacificante: «Paesaggi chiari / ovattati d’albe a pastelli / tiepida carezza di un cielo maculato / aria boschiva che genera respiro / forme di vita. / Spazi senza un nome / occulte radici dell’anima / un lento ritrovarsi a casa / con passi lievi in danze libere / con un cuore in pezzi… / cristalli di brina. / E un incontro pacato, un sospiro / un sorriso gentile / come mantello di pace / una fonte di eterno ristoro / nella serena dimora. / Ecco la croce di vetta / la fine e l’inizio. // Colle di luce / nell’incontro di un volto / sempre rinasco». Va da sé che i versi finali rimandano a simboli religiosi (la croce di vettaincontro di un volto) appartenenti alla fede cristiana.

Le stagioni rappresentano l’abito variopinto del nostro clima temperato, il biglietto da visita della natura poetica, la suggestione delle policromie: la poetessa ne coglie i particolari con vivaldiana vivacità. L’autunno tenero e dorato; l’inverno gelido con le sue brezze, la luna di ghiaccio, le sue vibrazioni; il solstizio d’estate con l’immenso sole, il vento sulle vele e gli scogli, la luna al tempo della fienagione, sono altrettanti momenti di vita nei quali possiamo ritrovare noi stessi e le nostre radici. Ritorna il motivo della vetta, tra silenzi e sguardi aperti mentre il fiato si fa di roccia: un’immagine della fatica di natura metamorfica. E ancora picchi, rupi, sogni, in una sinfonia che successivamente abbraccia un cammino «di monte in monte», tra «mari e ancora mari», mosaici di colori, luci, respiri di luna (altra sinestesia accattivante).

Le stagioni del tempo accolgono ed accompagnano le stagioni dell’amore, le cui emozioni spesso vengono vissute in contesti naturali lirici, che si alternano con gli stati sentimentali personali. Sono immagini simili a toccate e fughe musicali o ai pizzicati degli strumenti a corda: lei si perde nello sguardo di lui, fino a non capire a quale punto stia la sua lucidità; nei baci «labbra su labbra» si creano atmosfere magiche come i «sogni all’alba» e i sapori dei frutti o i colori dei velluti; lentamente riaffiora il tempo del cuore tra fiori di loto, promesse d’amore, ebrezza di amare liberamente; scorre il tempo, ma rimane sempre lui al centro dei pensieri.

Oltre le emozioni il bisogno più profondo è quello del sempre, che emerge all’improvviso in questi versi: «Per un attimo / la mano nella mano / per una vita». Claudia Messelodi accenna anche a freddi amori dentro l’inverno e ad amori mai esistiti, ma questi non hanno storia. Storia e storie invece si dipanano in altri testi più distesi sulla pagina quando ella esprime il suo sentimento in modo compiuto.

Sono liriche con metrica più classica e mostrano anche titoli molto emblematici: Portami lontano, Fiordalisi e lacrime, Paradise (paradiso) Missing you (mi manchi). In Portami lontano si vagheggiano luoghi indefiniti, forse più del sogno che geografici, dove l’amore trova pienezza di realizzazione: là s’accende il desiderio, si vivono stupori e abbagli, non si coniuga il verbo dovere ma regnano le emozioni date dalla «presa calda della tua mano», dal «carbone celeste dei tuoi occhi» e si scoprono tesori nascosti mai visti. Fiordalisi e lacrime è una tenera poesia d’amore per lui, centrata sulla cura dell’amato: lei entrerà nella sua vita per allontanarlo da ogni malinconia, lei curerà le ferite del suo cuore per lenire ogni dolore, lei attraverserà i suoi inverni con la tenerezza medicatrice d’ogni male. E alla fine diverranno insieme «…canto lieve fra le zolle / tra labbra schiuse - dove torno a volare / e al confine di un bacio / a cercarti».

In Paradise il canto d’amore celebra l’unione delle anime, alla ricerca del momento magico nel quale si avrà in mano la giusta chiave «…che spalanchi l’accesso / al nostro paradiso…», un eden esclusivo e riservato: «…Per noi soltanto / quest’angolo di cielo / sguardi e sospiri». Invece Missing you è ispirata dal dolore di una momentanea assenza di lui, e per questo i momenti di smarrimento pesano sul suo vuoto d’attesa: «…Vorrei che questo tempo che ci separa / corresse più del tempo stesso…». Nel testo vanno segnalate fantasiose ed originali sinestesie associate a metamorfismi tra elemento umano e naturale, come «spalle di muschio», «collo di eriche», «braccia di sandalo», «colonne di pino selvatico».

Dopo i ritmi e i battiti dell’amore, la poetessa guarda dentro se stessa, scruta orizzonti esistenziali, indaga nelle dimensioni memoriali, sperimenta approdi religiosi. Il viaggio più arduo è quello nell’interiorità, ove vibrano le scelte della vita, ove l’incontro con il proprio io richiede smascheramenti e cambiamenti. La sensazione di ebrezza che scaturisce dalla coscienza dell’infinito s’irradia beneficamente verso le relazioni amicali e verso il proprio cuore, ricolmo di empatie. La natura è partecipe del nostro destino, trova le parole per raccontare e raccontarsi, s’inserisce nelle nostre dimensioni per rubare tempo al tempo.

L’esistenzialità dell’autrice è spesso positiva, pronta a cogliere le miriadi di luci che popolano la realtà, piuttosto che affondare il bisturi sul malessere odierno: meglio abbracciare il cielo, come in un volo onirico verso territori del futuro; meglio un mondo a pastelli che genera sogni; meglio essere eternamente viva e sul campo di battaglia «…impetuosamente selvaggia, / di amazzone / indomitamente libera…» e farsi riconoscere come «…colei che ti terrà sveglio / nella febbre di un pensiero / tutta una notte» (E tu saprai…). Intensità, passione, spessori: ecco il verbo della Messelodi, che si coniuga dunque con un «libero andare / solo emozioni in gioco…» nell’incessante ricerca della vita.

Tuttavia, talvolta, gli echi del dolore la raggiungono nel freddo vuoto di memorie del nulla: la vita può diventare un’altalena dove è facile trovarsi e perdersi, svanire nel tempo che fugge con te, insieme ai tuoi dubbi. Ed allora è saggezza scrivere versi Per un amico: «…tu ed io bambini /…/ farfalle in volo /…/ nuove carezze»; ricordarsi delle mimose al vento nel giorno della festa della donna … e chissà se c’è un Dio in quegli occhi.

Enzo Concardi

 

Claudia Messelodi, Emozioni, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 68, isbn 979-12-81351-12-7, mianoposta@gmail.com.

 

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Rossella Abortivi, "Corrispondenze"

1 Luglio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

 

 

 

Corrispondenze di Rossella Abortivi,

Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

La poesia di Rossella Abortivi è essenzialmente di carattere esistenziale ed onirico allo stesso tempo, con un’alternanza fra realtà e sogno che mette in luce i chiaroscuri di una vita vissuta con ritmi bipolari, dunque tra riflessioni amare sulla condizione umana e momenti – a dire il vero più brevi – di riconciliazione con se stessa e la propria vicenda terrena. Corrispondenze è una raccolta lirica suddivisa in quattro parti: Nuvole, Epochè (termine della filosofia scettica e husserliana traslitterato dal greco antico, stante ad indicare la “sospensione del giudizio”), Vortici, Circuito, tuttavia unite fra di loro dalla medesima ispirazione tematica e da una particolare scelta formale che potrebbe richiamare talvolta lo sperimentalismo grafico dei Calligrammi di Guillaume Apollinaire (1880-1918), ovvero libertà dalla metrica tradizionale, eliminazione parziale della punteggiatura, scrittura sulla pagina delle parole formanti un disegno, un’immagine. Nel caso dell’autrice si possono intravedere forme poligonali (trapezi, rombi …) ed anche figure di vasi o calici: si tratta di una disposizione verticale che può attrarre il lettore per una certa eleganza percepibile dal colpo d’occhio da diverse distanze e inclinazioni.

 La dialettica esistenziale incrociata con le immagini oniriche si traduce in un’altalena di stati d’animo, impressioni, ricapitolazioni, bilanci, considerazioni, aneliti … che trasformano la poetica da una perduta linearità ad acquisite metamorfosi e sublimazioni. Esse visitano gran parte delle creazioni della poetessa: richiamiamo qui le più emblematiche e paradigmatiche. In Azzurro è lampante l’oniricità evasiva, espressione dell’intenso desiderio di abbandonare la fatica del vivere per contemplare il mondo dall’alto di un paradiso etereo: «Vorrei entrare / nelle finestrelle del cielo / accucciarmi tra le nuvole / e dormire. //…// Potrei sciogliere / i duri lacci di terra / distendere i pensieri / e volare lontano. // Da lì esplorerei le vie / i sicuri campi di luce / le sconfinate albe / nel tempo». In Notte avviene già la discesa dalle nuvole per affrontare il dolore della vita annegando «nel mare delle mie lacrime», nella continua lotta per resistere: «La notte è scivolata come un olio / sul mio dolore muto … // Ed è una pesante montagna che accumulo: / quella dei miei sogni scomparsi…».

 C’è poi la conseguente e logica presa di coscienza della fragilità e caducità dell’esistenza, dovuta sia alle esperienze di tale impronta vissute, sia alle meditazioni di tipo filosofico sull’essere effimero dell’individuo. La poetessa si paragona ad un’esile barchetta che affronta le burrasche del mare, ma che impavida continua a navigare (Io) ed afferma la provvisorietà dei «momenti che ci avvolgono» (Corrispondenze). Ma su questa precisa tematica del virgiliano “tempus fugit” e del biblico “memento mori”, contrapposti alla latina “spes ultima dea” e al neo-testamentario “Christos anesti, le liriche più immaginifiche ed esaurienti si rivelano Cosmo, Amnesia, Astri.

In tali testi Rossella Abortivi realizza compiutamente quelle metamorfosi e sublimazioni di cui si parlava in precedenza: il processo di trasformazione parte dal negativo, pur esistente, per raggiungere il positivo e l’armonia che man mano si scoprono con stupore e meraviglia. E ciò avviene con grazia ed eleganza formale, sorrette da scenari di ampio respiro e cadenze cristalline. Nella vita - dice la poetessa - vi sono spine, sangue, lacrime, singulti profondi, triste pianto e «… spesso manca il cinguettio dell’anima. // Però, da lontano a volte perviene / una tenue melodia / un soffio gentile che si insinua nell’anima…» (Cosmo) e tutto inizia a cambiare: ci fermiamo per ascoltare e gustare la vita su onde diverse, e siamo riconoscenti al tempo che ci fa esistere; in noi subentrano stati di pace e contemplazione: «…Placati gli affanni, / lasciati i laceri abiti del viandante / ci sentiamo parte del Tutto…» (ibid.). E diventiamo come «…il vento che percorre la terra / nel segno di ogni vita rinnovata / dove l’occhio riluce di perle / incastonate nelle speranze» (ibid.).

Poi la memoria ci inganna con vuoti e assenze, punti ignoti sui quali possiamo solo fantasticare, senza più ritrovare un vero legame col nostro passato. È tale la condizione che ci assegna «il solitario tempo di noi mortali» (Astri). Con Vedute e Stella si ritorna a vagheggiare altri mondi, con immagini esemplari e simboliche di aneliti metafisici e universali: «…La mia testa immersa / nella Via Lattea», o anche: «La mia poltrona è una stella. / Rotea nello spazio / mentre io / osservo quieta dalla mia sede…». Diverse tonalità ancora mutano il registro delle visioni terrene ed ultraterrene, che assumono colorazioni più forti e terminali: osservando un nero corteo con destinazione cimiteriale, la poetessa elabora un pensiero sul chi siamo e dove andiamo di chiara matrice religiosa: «…La vita resta / un sussurro / tra le labbra di Dio» (Funerale). E, in sintonia con la tematica del destino, ecco apparire Sentiero, in cui l’impronta dantesca e la visionarietà delle cantiche della Commedia sono tutt’uno: vi albergano la vetta del monte da salire (la salvezza), le anime vocianti dell’oltretomba (i dannati), la felicità del cammino verso la meta (la dritta via), l’ostacolo della fiera ringhiante (il peccato) … finché ella, con un salto temporale - raggiunge una sorta di Eden dove è immersa in «un cielo di luce» e lì si compie il suo destino.

Tuttavia - come si diceva - a confermare la poetica dei contrasti e dei contrari, Rossella Abortivi ci riporta, verso l’epilogo di Corrispondenze, ad alcune raffigurazioni e rappresentazioni segnate dal pessimismo e dall’abbandono della speranza. Così è in Dubbi: «Cosa rimane dei mille / doni della vita? / Solo un senso di / perdute occasioni / cocciute cecità / e implacabili rotaie / a dirigere un cammino / mai squarciato dal suono / di tenerezze appagate». Così è, ancor di più, in Quel luogo, lirica che forse richiama la sua esperienza di carcerazione ingiusta: l’uso dell’anafora estesa su tre versi: «In quel luogo desolato / lontano dall’amore / -sì, l’ho visto- /…» rende maggiormente drammatica la sua narrazione (nella terza reiterazione «posto arido» sostituisce «luogo desolato», mentre nella quarta diviene «posto lunare»). Qui la sofferenza, il tormento e la solitudine assumono diversi volti: l’essere rannicchiata sotto travi di cemento tra pietre appuntite; fissare il vuoto della dimora nell’aria pesante; la desolazione delle grigie pareti di cemento; sentire il nulla tra quelle rovine. Unico conforto: il calore delle gambe contro il cuore. Fisicità e psichicità sono dolenti all’unisono.

Sicuramente il trauma di quella carcerazione, dovuta ad un errore, ha lasciato il segno nella vita nella poetessa. In questo libro ne troviamo traccia nella poesia dal titolo Nebbia: «Nelle mie giornate di nebbia / c’è il calore del cuore / stretto nella morsa del passato di / sbarre pungenti / nere / pesanti». Ed anche in Dopo, con la faticosa ripresa della normalità per assaporare di nuovo il gusto della libertà, il ritrovato amore per il cosmo. Potremmo far rientrare in questa problematica personalissima anche l’incipit del libro, costituito solo da sei vocaboli, ognuno dei quali ha le singole lettere seguite da un puntino, spezzandole così con una simbolica separazione: «i. g.i.o.r.n.i. / f.i.t.t.a. / p.o.l.v.e.r.e. / s.u.l. / v.i.s.o» (Febbraio). Un’esegesi di ciò potrebbe condurre a pensare che le parole frante (aspetto estetico) significhino una vita lacerata appunto dall’esperienza patita, poi accentuata dal testo (aspetto contenutistico). Un’interpretazione più estesa ci condurrebbe invece ad attribuire tale ‘tecnica’ alla visione generale dell’esistenza. Si tratterebbe comunque, sia nell’uno che nell’altro caso, di un messaggio ‘subliminale’ indirizzato al lettore.

Oltre a tutto quanto già analizzato, si riescono ad individuare altri spunti interessanti in Corrispondenze, come, ad esempio, l’amore per la musica classica, testimoniato dalla composizione Concerto di primavera, dedicato a quattro musicisti: Rossini (versi giocosi come la musica di Gioacchino); Martucci (un preferito da Toscanini, richiamo d’immagini del mare); Debussy (paesaggi deserti); M. De Falla (inseguimenti d’amore nei ritmi per l’autore de La danza del fuoco). Oppure come la felicità espressa in Gravidanza, che si diffonde nell’ambiente circostante, come se ci fosse un’osmosi di sentimenti e sensazioni: «… La felicità … / offre visione incantata delle cose / che si dilatano oltre lo spazio / luminose e accoglienti. // Vi indugio / grata alla Natura / che sa contenere / nel suo morbido guanciale / la certezza di futuro / inesausto». O ancora come l’unione in amore, che è simile ad un laccio che stringe e mette in comunione gli amanti, e il noi diventa sinonimo di libertà ed energia cosmica (Laccio).

Infine, questo forte desiderio di ricomposizione, armonizzazione, medicazione, che prorompe qua e là nei testi di Rossella Abortivi accanto alle lacerazioni e ferite dell’esistenza, diviene un compito assegnato all’arte poetica: un «…filo che unisce / l’intimo di ogni essere…» (pace interiore); un «…filo che unisce / le persone a guardarsi con amore…» (senso dell’altro); un filo che unisce l’umanità al di là di ogni differenza di qualsiasi genere (La poesia). La scrittura non è quindi “l’arte per l’arte”, cioè fine a se stessa, come in talune visioni avanzate in epoca contemporanea, ma assolve ad un’importante funzione etica e sociale.

Enzo Concardi

 

 

Rossella Abortivi, Corrispondenze, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 68, isbn 979-12-81351-07-3, mianoposta@gmail.com.

 

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Silvia Marzano, "Voci"

23 Giugno 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Voci

Silvia Marzano, 

Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

Voci è l’ultima fatica letteraria di Silvia Marzano, poetessa laureata in Filosofia teoretica con una tesi su Jaspers e che, oltre a diverse sillogi poetiche, vanta una decina di pubblicazioni a carattere filosofico. Già nella precedente raccolta dal titolo Liriche scelte, nella sua piú autentica ispirazione erano apparse componenti intuitive, irrazionali, misteriche, emotive e sentimentali tali da avvicinarla ad una sensibilità di tipo pascoliano, superando tuttavia il pianto interiore proprio del poeta romagnolo, acquisendo poi un linguaggio tendente a forme ermetiche, fino a sviluppare in ultima istanza uno stile personale assai levigato e trasparente, senza mutuare dall’intellettualità filosofica concetti astratti, ma creando immagini suggestive, accostamenti analogici, oggettualità e fantasie, inserendo bagliori di significati con molta levità e trasparenza.

Cosí avevo scritto - tra l’altro - nella prefazione alle Liriche scelte, e ciò devo confermare dopo aver letto le Voci, dunque continuazione ideale ed estetica del volume precedente. Sulla poetica dell’autrice esiste un approfondito saggio critico di Gabriella Veschi (Sogno e realtà nelle liriche di Silvia Marzano tra Leopardi e Pascoli) di cui mi piace ricordare qui alcuni brevi passaggi per indicare una comunanza di vedute sull’esegesi testuale. Il primo impatto è entusiasmante: «…Sin da subito improvvise epifanie, baluginare di ricordi, profluvi di emozioni e di percezioni sensoriali catturano il lettore, trascinandolo nell’inarrestabile vortice della creazione…». Poi, le annotazioni stilistiche mettono in risalto la perfetta consonanza tra lessico e messaggio: «…L’autrice non rifugge da un prezioso e raffinato linguaggio di derivazione classica, ma nello stesso tempo la carica dirompente ed innovativa evoca atmosfere ricche di suggestione e di pathos, messo in evidenza dalla leggerezza e dalla musicalità del verso…». Infine si passa a referenze culturali importanti: «…Le liriche di Silvia Marzano interagiscono con molti dei testi degli autori del sistema letterario italiano, da Dante a Petrarca a Leopardi e a Pascoli...».

E per ascoltare un’altra opinione critica sulla poetessa, mi sembra interessante e molto centrato questo lacerto di Marvi del Pozzo: «... L’Estetica della caducità trova in lei le parole piú evanescenti e cristalline per portarci all’Alto e all’Altrove e, col rasserenamento che ne consegue, il lettore intuisce, nel dono della parola poetica, piú di una traccia dell’invisibile e dell’eterno...». Ed è proprio allacciandoci a questa considerazione che ci introduciamo nei testi delle Voci, visitando quella lirica fondamentale e paradigmatica della raccolta che è Cosmo infinito, vero e assoluto inno al Creato e all’Altro. Qui le classiche dimensioni dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo trovano accoglienza, all’interno di una visione “cosmocentrica” piuttosto che “antropocentrica”, ponendo quindi il rapporto Uomo-Natura tutto sbilanciato verso quest’ultima, non riconoscendo alla specie umana la signoria sull’Universo, come ad esempio nella prospettiva rinascimentale. Infinitamente grande significa che il Cosmo è oltre ogni misura, non misurato, non misurabile e in ciò risiede parte del suo fascino, della sua attrattiva, del suo mistero: esso è in continua espansione e trasformazione. La poetessa coglie tali aspetti con versi lirici di un mosaico luminoso e metafisico: «Sublime bellezza, / luci iridescenti, spirali, / arcobaleni, sprazzi, / galassie, / al di là del visibile / e di un invisibile sperato /…/ Morte e vita, rinascite, / in miliardi di anni, / piú che tempi e piú che spazi…» (Cosmo infinito). L’infinitamente piccolo è il microcosmo umano, granello di sabbia nell’immensità dell’universo; la sua vita è un infinitesimo di secondo nell’eternità del tempo; la sua presenza sul pianeta un’estrema periferia delle galassie: «…E noi piccoli umani / terrestri, / non un centro / ma un punto soltanto / immersi in mutamenti / nell’infinito / all’infinito…» (ibid.).

È evidente che in tale visione la condizione umana vive l’effimero, la fralezza, la caducità, la provvisorietà, l’inconsistenza di ogni costruzione e progetto ed anche in tale frangente la poetessa trae le immagini, per simboleggiare il nostro essere transitorio, da similitudini con la natura, come in questo paragone: «…Noi punto di svolta, / anime / fragili come erbe di campo...» (ibid.). Ma entra sulla scena una voce che penetra la nostra interiorità e che decisa ci spinge ad ascoltare piú profondamente la dimensione dell’orizzontalità (le realtà relazionali terrene) e la prospettiva della verticalità (il rapporto con il Divino): «…voce di un Silenzio / forse mai stato presente, / che pure continuamente / ci illumina, / ci parla, scuote, spiazza, / ci chiama, / verso il mondo, verso altri, / verso Altro» (ibid.).

Sintesi e reiterazione dei motivi di Cosmo infinito è la breve lirica Voci, incipitaria della raccolta, a cui dà anche il titolo, e che vale la pena citare interamente per il suo raffinato lessico, nonché per il suo incedere mormorato e quasi esoterico: «Voci sorgive / oscillanti, / un canto fuggevole / remoto. / Un fremito / attraverso il linguaggio / nel bianco fra le parole. / Voci dell’anima, / un sussurro inudibile. / Eppure un dire / sommesso, impalpabile. / Un suono del pensiero / un’eco di Nulla». In particolare gli ultimi due versi contengono due sinestesie analogiche, dove la seconda annulla la prima come immagine di contrasto.

Il cammino di Silvia Marzano nello svelarci altre dimensioni e altri mondi prosegue con Polvere cosmica sul tema del nostro essere, delle nostre origini, della luce «di cui portiamo il sigillo»: qui i termini, che sottintendono concetti, si fanno sempre piú prossimi alla presenza di Dio come «il Padre delle luci», che spiega la nostra scaturigine nella dimensione religiosa. Il riverbero di tutta questa luminosità cosmica ed interiore si fa realtà, ovviamente, anche nella vita della poetessa, fino al punto di immaginare nomi come Esther («nome di stella») o Chiara («nome di luce») da attribuire ad una figlia ipotetica.

In un tale contesto non poteva mancare la voce della poesia, nel fornire il suo contributo, con l’invito e l’esortazione a tutti noi ad alzare gli occhi al cielo: cosí la musa svolge il ruolo prezioso per allargare gli orizzonti umani, per educare a realizzare i sogni, per accendere le passioni (Come le stelle in cielo). La poetica cosmica dell’autrice trascina poi con sé immagini e suggestioni in modo piú classico e tradizionale: la candida e misteriosa luna che, nonostante il progresso scientifico, resterà pur sempre amica dei giovani innamorati; l’incontro con un capriolo nel bosco, il quale suscita in lei sentimenti di appartenenza alla stessa natura; ancora luci di luna che rasserenano l’animo intristito dei solitari; il melograno, simbolo dei colori rossi del sangue e della passione in terra iberica; le stelle della notte di San Lorenzo nella memoria del passato nell’ombraluce di una betulla; i colori delle stagioni dipinti negli haiku posti nell’ultima parte di Voci: i glicini primaverili con le siepi di biancospino, i tigli e i gelsomini estivi, il foliage autunnale rosso-cinabro su cui cade una pioggia benedetta, la neve dell’inverno tra cieli di Van Gogh e riverberi di luce.

Voci accoglie altri vari motivi, ai quali si può soltanto accennare, a conclusione di questa prefazione: la musica del Tannhäuser, la musica ebraica e mistica (Klezmer e Sephirot), le sensazioni davanti a un quadro di Ben Jelloun, la nuova guerra scatenata in Ucraina, la serenità di fronte alla malattia (Di notte. All’ospedale), la sua anima lieve, oniricità e storia immaginando un castello settecentesco. E… i Fiori dell’anima, simboli di umanità: «Fiori dell’anima / sono le parole amiche / se quando hai bisogno / di conforto / ti cercano, ti parlano / e si riaccende la speranza».

Enzo Concardi

 

 

Silvia Marzano, Voci, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 76, isbn 979-12-81351-09-7, mianoposta@gmail.com.

 

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Adriana Deminicis, "8 INFINITO8 - La gemma di Giada"

25 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

8 INFINITO 8 – LA GEMMA DI GIADA di ADRIANA DEMINICIS

 

 

 

“8 Infinito 8 - La gemma di giada” di Adriana Deminicis, con prefazione di Enzo Concardi, collana “Alcyone 2000”, Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

La gemma di giada è un’opera del genere utopico. Fatte le debite proporzioni tra i piccoli e i grandi, essa, come finalità, rimanda a similari scritti della storia del pensiero umano, tra cui La Repubblica (380-370 a.C.) di Platone, Utopia (1516) di Tommaso Moro, e La città del Sole (1602) di Tommaso Campanella. Il dialogo dell’antico filosofo greco (Atene, V secolo a.C.) è centrato sulla teoria di uno “Stato ideale”, oltre che sviluppare temi come la giustizia, le idee, la conoscenza, la famiglia, l’immortalità dell’anima. Il trattato-romanzo dell’umanista inglese (Londra, 1478 - ivi, 1535) racconta di un’isola dove vive una “società perfetta” a base agricola, con istituzioni e stili di vita comunitari, senza proprietà privata e commercio, con libertà di pensiero e parola, pratica della tolleranza religiosa. Nel libro del frate domenicano (Stilo, 1568 - Parigi, 1639) si vagheggia una “repubblica naturale e ideale”, fondata sui principi etico-religiosi di un Cristianesimo purificato ed egualitario, nella quale prevalgono il bene comune, la sapienza e l’amore.

L’affinità tra tali opere utopiche e il lavoro di Adriana Deminicis non va ricercata nelle costruzioni filosofiche, politiche e sociali dettagliate e minuziose che regolano la vita dei loro mondi irreali, ma scoperta soprattutto nelle dimensioni delle aspirazioni, dei valori, degli ideali che - se realizzate - dovrebbero condurre l’individuo e l’umanità intera ad un’esistenza moralmente, spiritualmente e culturalmente più elevata, fino a raggiungere la felicità in questa vita, senza rimandarla oltre il suo tempo. I termini che definiscono i concetti basilari della visione autorale sono posti sulla pagina e in risalto con l’iniziale maiuscola e li incontreremo nel corso della prefazione. Verso la fine dei testi l’autrice – violando la quasi-regola dei componimenti di lunga durata – condensa in una sola terzina l’utopia più grande: «Può esistere una vita / così come io la cerco, / senza la morte, qui sulla Terra?» (Una domanda). È un pensiero che sottende la non accettazione dell’attuale condizione umana e che ribalta il destino dell’umanità, ma è un desiderio di molti, l’immortalità, che nell’antichità era prerogativa esclusiva degli dèi e che oggi invece non costituisce più una questione filosofica. È una domanda ancora relegata nel nostro substrato onirico.

La gemma di giada è scritta in poesia, ma si tratta di una poesia-prosa, di un ‘raccontare’ in versi il proprio io che, da un punto di partenza reale non soddisfacente e mancante dell’essenziale, tende a processi di sublimazioni e metamorfosi per raggiungere l’Infinito attraverso una completa compenetrazione con le realtà Altre. È dunque una poesia eminentemente di ricerca, che traccia un cammino da percorrere per approdare all’isola ideale, dove il nuovo mondo è già concretizzato. Noi tuttavia siamo ancora nel mezzo di tale guado, tra un già e un non ancora. Al lettore potrebbe sembrare, la scrittura della poetessa, un interminabile monologo, un auto-interrogarsi sulle questioni ultime e penultime dell’esistenza, tuttavia qui, se il referente è senz’altro individuale, la sua proiezione è decisamente universale, ovvero interessante per tutti. In un’opera di tal fatta la presenza del linguaggio simbolico e metaforico – segnatamente poi nel genere poetico – è inevitabile per rappresentare in modo immaginifico concetti e visioni.

Fin dalla prima composizione, un quasi-poemetto dal titolo Infinito, cardine di tutti i testi successivi, ciò è evidente. I suoi punti salienti possono essere individuati nei seguenti capisaldi. C’è la consapevolezza di essere vicini all’Infinito ma di non poterlo ancora utilizzare nella sua energia totale e senza limiti. C’è la coscienza della nostra ricchezza interiore che tuttavia tarda a farsi palese e ciò vale anche per gli elementi naturali: ecco la metafora onirica del sassolino che non dialoga come lei vorrebbe per trasmettere bagliori di gioia. Si alternano immagini di lei e lui, mano nella mano, pronti a salpare per l’isola deserta alla ricerca della felicità, lontani da un mondo frenetico e caotico. Essi sono coesi con la natura, con le energie cosmiche da cui provengono rigenerazioni e guarigioni: la Terra, il Cielo, il Sole, la Luna, i Gabbiani (simbolo di leggerezza dell’essere), i tronchi d’albero scaraventati dal mare sulla spiaggia e altro in un’armonia del Tutto. Ecco dunque la Natura vissuta quasi come una divinità alleata dell’umano e medicatrice dei suoi mali. Qui riecheggia la visione del filosofo americano Henry David Thoreau (Concord, 1817 – ivi, 1862), uno dei precursori delle idee ecologiste.

Appare un’altra immagine onirica e simbolica: un viandante nel deserto che suscita la curiosità sul suo andare circolare, ma non si sa da dove viene e dove va. È quindi facile interpretare questa figura nell’uomo che non conosce la sua origine e il suo destino, poeticamente rappresentato negli idilli leopardiani. Finalmente l’isola è raggiunta, ma ancora mancava qualcosa, il cuore era rimasto silenzioso per troppo tempo, c’era bisogno di ritrovare se stessi in un luogo isolato, la ricerca doveva continuare, nulla era scontato e facile quando prima si era vissuta una vita faticosa, senza mete.

Finalmente, con un cuore più elevato, tutto inizia a cambiare: l’Energia ritrovata e introiettata dava inizio a una nuova costruzione edificata sul Bello, sull’Utile vero, sull’Amore, sull’Anima riscoperta e dialogante. È l’alba di una nuova vita ed anche altri mettono mano all’opera. Il testo non termina con un punto, poiché il discorso continua in modo paradigmatico in tutte le altre pagine del libro: anche questo accorgimento può dare il senso del cammino, del viaggio da intraprendere per abbracciare l’Infinito (curioso l’inserimento del simbolo matematico verticalizzato) titolo anche del progetto della poetessa che dovrebbe comprendere diverse raccolte poetiche di cui La gemma di giada è la prima.

Cammino, viaggio, ricerca sono prodromi di scoperta, meraviglia, incanto. In ogni pagina del libro, infatti, accanto alla reiterazione di conquiste precedenti, si affiancano nuove invenzioni, emozioni, relazioni. Parliamo ora di alcune di queste. Il pensiero consapevole permette di collocare mattone su mattone nella costruzione del nuovo modo di vivere. Appare la gemma dell’Immortalità che custodisce il pensiero Eterno e «… nel Tempo che non segnava le Ore, / si udiva solamente il battito del Cuore, / era un battito felice, senza pesi ed affanni, / la rotta era sicura e conduceva / alla mia vera casa, che solo l’Universo / pieno di Amore vero poteva darmi» (Le gemme e l’Immortalità). Un’altra gemma, La gemma del sole rappresenta la nostra sorgente di vita, la fonte della luce che riproduce l’esistenza, l’energia intramontabile che rende tutto quaggiù degno di essere vissuto. Occorre riuscire a mettersi in contatto con la Musica delle sfere, quel suono universale che dona equilibrio e Bellezza, armonia e desiderio d’essere una parte del Tutto, così che l’Anima penetri negli spazi infiniti della perfezione.

Nella sinfonia del Creato arriva il momento di Un pensiero alla Luna, che non è la luna dei romantici e quindi nemmeno la matrigna leopardiana che non svela all’uomo i segreti del vivere umano, ma «... volevo andare a guardar la Luna in Cielo / perché riconoscevo che avrei guardato / qualcosa di veramente grande, / la bellezza, la giovinezza, la guarigione e l’Amore». Possiamo rilevare in tali deificazioni cosmiche tracce di una visione panteistica, che tuttavia lascia spazi all’esistenza di altre dimensioni divine di origine trascendente.

Nel viaggio capitano frangenti nei quali s’incontrano ostacoli, difficili da superare se siamo soli: «...Volevo scavalcare il muro e mi sono ferito / mani amiche, amorose sono arrivate / e mi hanno salvato» (Aspettando). Il concetto e le immagini della natura medicatrix vengono più volte ripresi, ma forse il luogo migliore per coglierli sta nella lirica Tronco d’albero, dove avviene un’osmosi vera e propria tra l’elemento umano e l’essenza vegetale (per tale aspetto c’è assonanza con alcune movenze della dannunziana La pioggia nel pineto). Il cammino verso la liberazione, ormai è chiaro, non è lineare, dal momento che sopraggiungono anche Giorni nebulosi e stanchi, quando si ha bisogno di rientrare in se stessi, l’unica e vera Casa esistente, per rimettere ordine e riprendere l’ascesa: qui emerge, nonostante l’altezza delle mete da raggiungere, il limite della natura umana che fa prendere coscienza della distanza dal sogno utopico: «…si interrompe l’idilliaco incontro / si ritorna larve di esistere, / la mano lascia la presa, / il cuore cessa di battere, / lo sguardo diviene assente…».

Tra le poesie da visitare della Deminicis suggerisco al lettore anche Un cantiere, Un orologio fermo, La città delle formiche. La prima è una metafora del lavoro opprimente, nemico del Benessere; nella seconda troviamo il simbolo del tempo vuoto, da superare con l’Energia dell’alto dei Tempi; la terza è un’allegoria della sopravvivenza di comunità viventi organizzate, immagine di solidarietà tra enti identitari.

Nell’epilogo del libro riprende il viaggio verso l’Infinito, dall’apologia della Bellezza (del creato, della vita, dell’Amore) all’evocazione del tempo Ideale dove il vivere sarebbe libero ed egualitario negli spazi del Benessere, fino al confidare alla gemma Giada un pensiero segreto affinché lo custodisca gelosamente: il sogno di un mondo perfetto, senza sudore, malattie, un mondo di giovinezza eterna e di felicità. Osare ad andare oltre il dato di fatto, non pensare che questo sia il migliore dei mondi possibili, attribuire all’utopia una funzione progressiva come in effetti è sempre stata nella storia, penso sia il merito maggiore di La gemma di giada.

Enzo Concardi

 

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L’AUTRICE

Adriana Deminicis è nata a Montegiorgio (FM) nel 1958. È docente nella Scuola Secondaria di II grado. Attualmente insegna presso l’I.T.T. Montani Fermo. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Il mio tempo a che ora è arrivato? (2012), Il mio domani non è mai uguale (2013), Oggi così, domani in altro modo (2013), Momenti di vita quotidiana (2013), Quando (2015), Da un Poemetto alla Luna. I fiori di gelsomino (2022). Altre sue poesie sono pubblicate in vari volumi antologici.

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Adriana Deminicis, 8 Infinito 8. La gemma di giada, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 100, isbn 979-12-81351-04-2, mianoposta@gmail.com.

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Maria Antonietta Rotter, "Tempus fugit"

17 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

TEMPUS FUGIT di MARIA ANTONIETTA ROTTER

 

 

Il “tempus fugit”, espressione proveniente dalle Georgiche virgiliane, è una dimensione dominante nella poetica della presente raccolta scritta dalla professoressa Maria Antonietta Rotter, laureata in lingue straniere e docente di tedesco. Sia nel sentimento della natura che nel canto amoroso propri della poetessa, il “panta rei” eracliteo - molto simile nel concetto a quello del poeta latino mantovano, prima citato - si percepisce in lei quale continuo divenire e, allo stesso tempo, quale riflusso dal passato. Tale dialettica visita le parti più intime della sua ispirazione, per cui possiamo senz’altro reclamare a buon diritto la presenza in essa di un substrato umano autobiografico che emerge a piè sospinto dalle sue formulazioni sulla pagina scritta.

Se analizziamo la breve composizione Alba sul mare si può osservare come sia costruita quasi interamente su verbi al passato («accarezzava», «incominciava», «era», «esplose»), pur assumendo, tutta la contemplazione paesaggistica, una tensione verso l’azione e quindi verso il futuro, come chiaramente nei due versi finali: «…Da rimanere poi senza parole / quando, d’un tratto, in cielo esplose il sole!». In altri termini, la collocazione temporale-scenografica dell’alba marina è al passato, ma la proiezione è metafisica. Così anche «e, d’improvviso lo strido d’un gabbiano» da lei colto, contribuisce ad avvalorare la realtà in quanto ‘sentita’ dalla presenza umana emotiva.

Al di là di ciò, la poetessa sa cogliere le magie della natura con un candore d’animo che si porta dentro dalla fanciullezza, come accade nei seguenti versi tratti dalla lirica Neve, dove le rime creano dolci e soffici melodie: «Guardo dalla finestra: fuori piove. / La pioggia poi si è trasformata in neve, / e scende giù da un cielo grigio e greve / ogni candido fiocco freddo e lieve…». Ed anche, come in Voci d’autunno, che suscita nel lettore il ricordo di movenze pascoliane con la sua atmosfera di mistero e di meraviglia auto-interrogantesi: tali voci giungono dal vento che scompiglia i capelli, che fa mulinelli con le foglie ingiallite, suscita echi di cose lontane sprofondate nei meandri della memoria; e nell’epilogo una domanda rimane sospesa e sibillina: «… Li reca il grigio e frigido Novembre / che scende cupo giù dalla montagna / a ricoprir d’una nebbiosa coltre / le vie, le case, il cielo e la campagna?». Poesia che s’inserisce perfettamente nell’alveo della tradizione decadentistico-crepuscolare della letteratura italiana a cavallo fra Ottocento e Novecento, data la prevalenza di sensazioni e suggestioni della sfera irrazionale.

Del sentimento d’amore abbiamo alcune testimonianze, tra le quali mi sembrano significative le liriche in cui la poetessa esprime i concetti di salvezza, comunicazione, dono, ad esso legati. La poesia Fortunale - autobiografica ed esistenziale - dapprima ci dipinge le sue esperienze di vita con le immagini forti di una tempesta marina: ormeggi tranciati, vele ridotte a cenci, alberi schiantati, speranze e sogni distrutti, la barca ridotta a un relitto in balia delle onde… Dopo queste similitudini simboliche, ecco l’evento liberatorio, l’incontro con l’amore che diventa l’approdo decisivo della parabola terrena: «… E poi giungesti tu, le braccia tese / come un Gesù le acque a riplacare / e le tue braccia furon per me porto / dove ancor oggi posso riposare».

La prosecuzione e la chiosa di Fortunale è senz’altro Prima che cali il buio, che fotografa lo sviluppo di quel rapporto salvifico con un profondo grazie, ma anche con un rammarico d’incomunicabilità. Inoltre già il titolo ci introduce ad un’altra tematica incombente nel libro: la morte, come naturale sbocco del “tempus fugit”. Ecco i versi che oggi vengono dal cuore: «…Prima che cali il buio / vorrei darti / un bacio e un abbraccio / appassionato / per mostrarti un cuore / innamorato /…/ Prima che cali il buio… / ma è calato / e non ti ho detto niente… / Per pudore sta tutto / sigillato / dentro di me, ma forse / il cuore tuo lo sente». Si ripete qui il problema dell’incomunicabiltà nei rapporti umani dell’individuo moderno, in altri termini “le parole che non ti ho detto” e che tutti avremmo voluto dire alle persone care, di cui prendiamo coscienza solo quando esse sono lontane o scomparse: psicologia, letteratura e cinema ne hanno ampiamente trattato.

Il tempo se n’è andato e i nostri vissuti tuttavia ci vengono a far visita attraverso la memoria, che si colora di varie tinte a seconda degli stati d’animo che s’impossessano di noi: è quella situazione magistralmente raccontata nel famoso libro Alla ricerca del tempo perduto (1913) dello scrittore francese Marcel Proust, ma che in tutte le epoche ha interessato pensatori, letterati, uomini e donne di ogni strato sociale. Tema universale, quindi, che ogni autore visita più o meno largamente. “Anni verdi” e “Il filo di lana” sono due immagini tratte dalle poesie di Maria Antonietta Rotter che simboleggiano il suo viaggio nel ricordo in questo “Tempus fugit”: le tonalità vanno dal rimpianto di speranze svanite alle illusioni oniriche della memoria; dai momenti festosi dell’infanzia fino agli ironici ed amari confronti tra generazioni. La lirica All’infanzia esprime la nostalgia degli anni verdi quando s’era felici perché inconsapevoli del futuro. Non volevo è un abbandono, dopo iniziali resistenze, a momenti magici d’amore vissuti in un’alba marina, così che a lei è parso di ritornare ai vent’anni. Il componimento Zitto, cuore! invece fa un po’ da alter ego alla lirica precedente, per cui la poetessa impone a se stessa un freno ai ricordi: «…Vorrei tu mi stringessi fra le braccia / con l’entusiasmo di quei verdi anni, /…/ Dolce sarebbe ritrovar quei giorni / di sogni e sole, il gusto di quei baci, / ma la stagione bella se n’è andata… / la sera cala. Zitto, mio cuore! Taci!».

Festa degli aquiloni a Cervia ci trasporta nel pieno di un gruppo giocoso di bimbi e bimbe nel clima primaverile: si susseguono immagini lievi di colori, d’estatici volti che guardano in alto seguendo il volo degli aquiloni, di un mare anche lui stupito nell’osservare il cielo assomigliare a un giardino fiorito, a una grande danza di grandi farfalle variopinte. All’improvviso il filo che trattiene un aquilone sfugge dalla mano d’un fanciullo e se ne va lontano, sospinto dal vento, nel mondo della fantasia: ed anche la poetessa vorrebbe che così sparissero i suoi assilli, come è tipico nei sogni innocenti dell’infanzia.

Tra i testi dedicati al mondo della fanciullezza ce n’è uno della ‘poetessa dei navigli’ Alda Merini (Milano, 1931 - ivi, 2009), autrice dalla poetica sofferta e molto umana, che richiama l’educazione ai sentimenti come valore principale da perseguire: «Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia / legalo con l’intelligenza del cuore. / Vedrai sorgere giardini incantati / e tua madre diventerà una pianta / che ti coprirà con le sue foglie. / Fa delle tue mani due bianche colombe / che portino la pace ovunque / e l’ordine delle cose. / Ma prima di imparare a scrivere / guardati nell’acqua del sentimento» (Bambino). Gli fa eco la Rotter con il tono fiabesco di una filastrocca in cui rievoca anch’essa il rapporto fecondo tra il mondo adulto e quello di chi s’affaccia alla vita: «Il filo di lana di nonna / è un filo della memoria. / Ticchettano i ferri e la donna / ai bimbi racconta una storia: / una storia di cuccioli e fate, / di cuori dai bei sentimenti. / Come, con occhi sgranati, / l’ascoltano i bimbi, contenti!...» (Il filo di lana). Ma poi va oltre e disegna nell’epilogo – senza tuttavia drammatizzare, ma con un certo senso dell’umorismo – il cambiamento dei tempi: adesso la nonna frequenta palestre, piscine e non lavora più all’uncinetto e alle storie per i bimbi ci pensa nonna televisione. L’ideale delle due poetesse è comunque tramontato ed a prendere il sopravvento sono i rapporti e le realtà virtuali (aride e prive di contenuti) al posto del cuore e del sentimento, con grave danno alle fragili ed indifese creature dell’età evolutiva.

Ci immette decisamente in quest’altra tematica del “Tempus fugit” la dichiarazione inerente alla “Weltanschauung” della poetessa contenuta nella lapidaria lirica Vita: «Solo tu nasci. / Da solo tu muori. / Tra nascita e morte / poche le gioie, / molti i dolori». Riflettendo e poetando sul proprio destino la Rotter scrive versi inequivocabili che non hanno bisogno del critico per una loro esegesi: «... / La mia morte è la mia! / Ho trascorso con lei tutta la vita; / la sento al fianco - discreta come amica - / disposta sempre, ma importuna mai. / Deve venir da me quando sarà “quell’ora”. / Prendendomi per mano mi dirà: / “Vieni… Sei stanca. Lunga è stata la via. / Adesso andiamo”. / E mi farà varcare “quella” soglia / con passo lieve, e non avrò paura...» (Le donne non sono erbacce). Una sorprendente consonanza di atteggiamento spirituale nei confronti della morte che verrà si trova nella poesia Testamento di Maria Luisa Spaziani (Torino, 1922 - Roma, 2014), poetessa e traduttrice di valore: «Lasciatemi sola con la mia morte. / Deve dirmi parole in re minore / che non conoscono i vostri dizionari. /…/ Io e la mia morte parliamo da vecchie amiche / perché dalla nascita l’ho avuta vicina. / Siamo state compagne di giochi e di letture /…/ Ora m’insegnerà altre misure / che stretta nella gabbia dei sensi / invano interrogavo sbattendo la testa alle sbarre…». La morte corporale è dunque per entrambe un passaggio verso altre dimensioni.

La fondamentale condizione di solitudine dell’individuo nella sua avventura umana emerge poi in D’autunno, a Venezia, occasione nella quale la poetessa annota una sera nebbiosa, il buio dei canali dove urlano i lamenti delle sirene, l’incedere frettoloso dei passanti spia della loro inquietudine e lei conclude: «…s’addentra ognuno nella sua solitudine». Ed anche il Ritorno a luoghi amati del passato diviene amaro poiché l’oleandro è «disseccato e morto», «il pozzo è abbandonato», «e tutt’intorno è pieno / solo di solitudine e sconforto».

In fondo chi siamo noi, s’interroga l’autrice: solo «viandanti… - senza una meta - / incerti per le strade della vita /…/ come foglie secche accartocciate» (Viandanti). E la solitudine ci attanaglia quando togliamo le nostre maschere, incontrandoci con noi stessi; quando non viviamo l’amore con passione; quando si dissolvono i nostri sogni.

Enzo Concardi

 

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L’AUTRICE

Maria Antonietta Rotter, nata a Bologna, è laureata in lingue straniere; docente di tedesco si è quindi trasferita nel Trentino. Da sempre amante della poesia, ha partecipato con riconoscimenti e soddisfazione a concorsi di poesia e anche di prosa. Fa parte dell’Associazione culturale “Gruppo Poesia ‘83”. Ha pubblicato le raccolte di poesie: I colori del tempo (2004), Fogli sparsi (2006), Poesie sotto l’albero (2008), Inverni lontani (2010), Vento di marzo (2011), Presagi (2013), Fiordispino (2014), Con la voce del cuore (2015), Sulle ali della fantasia e dei ricordi (2017), L’involo (2021), Piccole cose (2022).

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Maria Antonietta Rotter, Tempus fugit, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-00-4, mianoposta@gmail.com.

 

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Angela Ragozzino, "Voci d'anima, d'arte e di natura"

13 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #fotografia

 

 

 

 

 

VOCI D’ANIMA, D’ARTE E DI NATURA di ANGELA RAGOZZINO

 

 

Voci d’anima, d’arte e di natura”, di Angela Ragozzino; illustrato con immagini fotografiche e d’arte di Enrico Raimondo, Benedetto Scaravilli, Franca Maschio, Fabio Recchia e Giovanni Conservo; prefazione di Enzo Concardi, nella prestigiosa collana “Parallelismo delle Arti”, Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

Questa pubblicazione della poetessa casertana Angela Ragozzino s’inserisce nella collana Parallelismo delle Arti, ideata e divulgata dalla Casa Editrice milanese Guido Miano: le finalità sono illustrate nelle pagine introduttive, con l’auspicio che il dialogo e la collaborazione tra artisti di ogni disciplina si sviluppi in modo fecondo. Infatti anche quest’opera, come le altre che l’hanno preceduta, è costituita da una parte poetica a libera ispirazione, nella quale l’autrice esprime se stessa e tratta le tematiche a lei più congeniali: vi troviamo un gruppo di liriche che cantano la natura, l’amore, la memoria della giovinezza; che invitano a riflessioni esistenziali ed altre ancora che s’inoltrano nei territori della spiritualità e della religiosità.

Un posto particolare nel cuore di Angela Ragozzino occupa poi quell’altro gruppo di poesie dedicate espressamente a persone care ed amate, di chiara impronta autobiografica e sentimentale. Infine l’estro della poetessa crea versi attraverso le contemplazioni, le interpretazioni, le suggestioni dettatele dalle immagini appartenenti alle arti figurative rappresentate nel libro, nella fattispecie pittura, fotografia e scultura.

Analizzando i testi di Voci d’anima, d’arte e di natura balza subito evidente agli occhi del critico, ma anche del lettore, la predisposizione, direi quasi congenita, dell’autrice a quel particolare aspetto poetico che viene solitamente denominato “lirismo della natura”: con varie tonalità, ambientazioni ed atmosfere gli elementi del pianeta, sia del micro che del macrocosmo, emergono come i protagonisti indiscussi delle sue composizioni. Intorno a tale nucleo - contenente immagini avvolgenti, suggestive, paesistiche, emozionanti, talvolta misteriose e oniriche - si dipanano a loro volta richiami e meditazioni personali, che costituiscono altrettante introspezioni sui vissuti e sui suoi contingenti stati d’animo. Possiamo così, letterariamente, considerare tali impostazioni simili agli idilli leopardiani - a loro volta una variante di quelli greci di genere bucolico - ovvero propositivi di una dialettica fra natura e filosofia, fra oggettività del paesaggio e soggettività psicologica.

Eccoci allora in una notte di luna tra chiarori e ombre, tra brezza e calura estiva: a lei ora i sogni appaiono illusioni ma, nel dolce silenzio notturno, si stempera l’aculeo della solitudine (L’abbraccio della notte). Immagini autunnali - foglie cadenti, nuvole tempestose - s’alternano ai suoi cupi pensieri, al grigiore della realtà: tuttavia attraversare le paludi della vita «…è l’unica via che porta / ad un’altra primavera», anche se in «solitaria / compagnia», ossimoro ad indicare la sua condizione esistenziale (Un’altra primavera). Mentre dopo la bufera la natura rinasce ai raggi del sole, non si placa l’inquietudine del suo animo (Giorni di pioggia). I dualismi, i chiaro-scuri, visitano anche i pensieri della poetessa: insieme al ‘tempus fugit’ - che le crea un senso di vuoto - e motivo principale della lirica Nel silenzio della sera, la sua anima trova pace nella quiete serotina. Accattivanti e delicate le immagini paesaggistiche della poesia Vento di marzo - quattro strofe con quattro anafore del titolo all’inizio di ogni sestina - ed il cuore sobbalza poiché «ancora anelo al caldo scirocco / ed al pesco in fiore». Simile è la lirica …E son tornate le lucciole, con inebrianti squarci di natura, richiamo lacerante della solitudine … ma appaiono «…piccole anime danzanti /…/ presenze evanescenti / bagliori di speranza, / luci nei miei sogni».

L’amore fa capolino in Quanto, ma nella dimensione dell’assenza: nei versi che seguono la penultima anafora di «quando» il peso della lontananza si fa sentire, troppo tempo senza un bacio, una carezza, una scintilla ed allora esplode nel finale il «quanto mi manchi». La nostalgia degli affetti familiari, per un Natale trascorso sola con la mamma, stimola un viaggio nella memoria, nel ricordo del bel tempo passato con zampogne e ciaramelle, il camino acceso, i nonni, il presepe… ma l’albero c’è ancora e questo - dice la poetessa - «… è il mio Natale in Famiglia / e si chiama Speranza» (Natale 2020… In Famiglia). La disanima di questa parte lirica si può certamente concludere con Il vento del nord, quattro strofe, quartine simboliche della resistenza della natura e degli uomini alle avversità: il vento gelido sferza la campagna, abbatte gli alberi, raggela la terra nella morsa dell’inverno; gli uomini lontani, isolati, nascosti, attendono «..che passi la paura / del nemico che uccide…», ma «… già la mimosa è fiorita, / che pieghi i suoi rami / alla furia del vento e forte, / resista!».

Diverse liriche dedicate appaiono nel libro. Una folata di vento è indirizzata A Rosaria; chi è non si sa, né quale sia il suo destino, si parla di ‘triste presagio’, di ‘un addio annunciato’, ma la strofa finale recita: «…La rosa antica fiorisce, / un fiore per Te / che nel vento vai / incontro alla Vita ...». Di ambivalente interpretazione. Il tuo sorriso, dopo una suggestiva scenografia naturale, s’insinua nei meandri della memoria per rivedere un volto negli sciami di stelle in cielo e con esso un sorriso: è «…Il Tuo Sorriso per me»; dedicata: A mio Fratello, onirica e accorata.  Vivido è anche il ricordo di una figura sacerdotale per cui prega, che regala pace nel cuore, che ha donato un ‘rosario’ (La tua voce… Il tuo sorriso…, dedicata A Padre Raimondo). Il Santo Patrono del paese viene portato in processione, sotto archi di luminarie, tra profumo d’incenso: è il Principe degli Angeli con le ali dorate e la spada sguainata (E così ti porto nel cuore scritta per San Michele Arcangelo). La nostalgia per un’amica dell’estate, in riva al mare, si riverbera nella poesia Amica di una vita, piena di sentimenti affettuosi per la piccola e dolce signora… A Onorina. Infine il ricordo riconoscente per Guido Miano, fondatore dell’omonima Casa Editrice, nasce sfogliando il libro Lamento dell’emigrante con la sua dedica e il pensiero rievoca i semi germogliati quaggiù in tanti anni di lavoro e passione dell’uomo di cultura (Un libro per amico).

Passiamo ora in rassegna le immagini con le quali si realizza il “Parallelismo delle Arti”. Iniziamo da quelle del fotografo casertano Benedetto Scaravilli e, dapprima, dobbiamo senz’altro citare lo scatto relativo alla statua di Luigi Vanvitelli, opera del 1879 dello scultore Onofrio Buccini (1825-1896), e l’omonima poesia encomiastica dedicata all’architetto della Reggia di Caserta: si celebra quest’anno nella città campana il 250° anniversario della sua morte. Gli altri abbinamenti con Scaravilli sono: Canne al vento (testo e fotografia), L’icona (foto) con All’icona lassù (testo), Il mare (foto) con Il ruggito del mare (testo).

L’altro fotografo presente è Enrico Raimondo, che vive a Capua: Tramonto d’autunno, Sogno perduto, L’interludio di primavera, Nuvole di ghiaccio, Il sentiero della luna. Entrambi gli artisti, con i loro scatti, evocano atmosfere di grande suggestione.

La pittura è rappresentata da Franca Maschio, vivente a Milano, con l’olio su tela Al ritorno dai campi e da Fabio Recchia - poeta e pittore di Levico Terme - con Notturno, colori spry su tela. Lo scultore di origini siciliane Giovanni Conservo (1935 - 2010) con le due opere Dalla finestra (bronzo) e Abbraccio (legno patinato) s’inserisce come esponente della scultura moderna, asciutta e simbolista. Abbiamo poi un bell’affresco - La Madonna del Carmelo - dipinto all’interno di una piccola cappella a Sant’Angelo in Formis, di autore ignoto, restaurato nel 2016 da Giovanna Grimaldi e fotografato da Angela Ragozzino, la quale, nell’accostare le sue poesie ad ognuna delle immagini presenti nel libro, ha talvolta mantenuto lo stesso titolo e talaltra lo ha leggermente modificato; ha assunto quale base le opere dei vari artisti, spunti dai quali successivamente sviluppare la sua scrittura sempre tra realtà naturalistiche, stati d’animo variamente colorati, evasioni oniriche, memorie e riflessioni sul senso della vita.

Enzo Concardi

 

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L’AUTRICE

Angela Ragozzino è nata nel 1956 a Sant’Angelo in Formis, frazione di Capua, in provincia di Caserta, dove attualmente risiede. Dopo gli studi classici ha conseguito nel 1983 la laurea in Medicina e Chirurgia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università “Federico II” di Napoli, con specializzazione in Anestesia e Rianimazione. Dal 1991 ha esercitato la sua attività presso l’Azienda Ospedaliera di Caserta. È impegnata in attività sociali a scopo benefico e culturale; amante della musica classica, delle arti, e delle Cose Antiche, è legata alle origini, alla storia e alle tradizioni della sua terra. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Momenti d’Amore (2004); È sempre Natale (2021); Il colore dei ricordi. Poesie e immagini (2022). L’attività letteraria di Angela Ragozzino è recensita da Enzo Concardi e Mario Santoro rispettivamente nel n°12 di Alcyone 2000 - Quaderni di poesia e di studi letterari, Guido Miano Editore, Milano 2019, e nel quarto volume dell’opera Storia della Letteratura Italiana. Dal secondo Novecento ai giorni nostri, ivi, 2020.

 

Angela Ragozzino, Voci d’anima, d’arte e di natura, prefazione di Enzo Concardi; Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 80, isbn 979-12-81351-02-8.

 

Angela Ragozzino, "Voci d'anima, d'arte e di natura"Angela Ragozzino, "Voci d'anima, d'arte e di natura"
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Daurija Campana, "Sola tra memoria e dolore"

11 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

SOLA TRA MEMORIA E DOLORE

di DAURIJA CAMPANA

 

 

 

 

Le poesie di questa raccolta sono in parte tratte da precedenti pubblicazioni dell’autrice e precisamente da La casa di paglia (2013) e da L’ultima campana (2021). Occorre tuttavia sottolineare che non si riscontra tra esse alcuna discontinuità di stile e motivi, nonostante si estendano nell’arco di una decina d’anni. La poetica di Daurija Campana affonda le radici più profonde in vissuti autobiografici intensi, appartenenti soprattutto alle dimensioni del sentimento, dell’amore, degli affetti familiari, dei luoghi dell’infanzia e della giovinezza, degli spessori memoriali che la legano ancora oggi nel presente alle stratificazioni e cristallizzazioni del passato: ciò perché gli eventi che hanno attraversato il suo cammino esistenziale, psicologico e morale sono stati laceranti, provocando ferite non ancora rimarginate.

Penso che si possa unire la sua ispirazione artistica al dolore provocato da tali perdite, distacchi, assenze, vuoti e tentativi, purtroppo vani, di scoprirne una ragione, un significato qualunque ma liberante. Ecco il motivo per cui penso anche - nel suo svolgersi letterario - al sorgere di una poetica del sentimento autentico, del dolore edificante, della memoria consolatrice che coinvolge e commuove, sia alla maniera leopardiana che pascoliana. Forse si potrebbe anche parlare d’una sorta di lirica apologetica della soggettività delle emozioni personali, ma, beninteso, non sotto forma di vittimismo - come nel tardo romanticismo - bensì di limpido calore umano, accorata partecipazione, tenerezza e delicatezza espressive. Numerose sono infatti le composizioni dedicate al padre, alla persona amata o, meglio, al loro ricordo ravvivato sulle pagine scritte, prorompenti da una comunione con l’essere, l’appartenenza, l’identità mai cancellate o rimosse dalla sua volontà di coltivare per sempre il loro culto.

L’invito della poetessa ad entrare nel suo mondo interiore si può trasformare, per il lettore, non solo in un’empatia verso la dolorosa vicenda biografica, ma anche in una sorta di viaggio educativo, tale poiché i valori umani che emergono sono nella società odierna così bistrattati, calpestati, recisi, che riscoprirli e recuperarli significherebbe arricchire sé stessi e la propria umanità, ritrovarsi cioè in una realtà che pensavamo scomparsa. Nel contempo i testi poetici della raccolta conferiscono altresì alla scrittura una sua funzione positiva, non l’unica ovviamente, ovvero quella di mettere l’individuo contemporaneo di fronte a una scelta di civiltà: che tipo di relazioni si vogliono costruire per dare un volto e dei contenuti al vivere comune.

Le forme, le movenze metriche, i ritmi, le scansioni, il linguaggio comunicativo, le metafore, le sinestesie - in altre parole l’estetica e lo stile - favoriscono certamente la finalità anzidetta: si tratta in gran parte di un dire dalle costruzioni classiche, che tengono in vita le strofe e i versi chiari, riposanti e immaginifici, di un’espressività diretta proveniente dal cuore e dal bisogno di speranza. La poetessa si ‘confessa’ attraverso libere associazioni, senza vincoli cronologici prestabiliti, senza preoccupazioni tematiche, senza avventurarsi nei territori labirintici della psiche: si affida ai suoi stati d’animo e mette a nudo ciò che sente, ciò che l’angoscia, ciò che vive. Seguendola nei suoi percorsi vedremo il dipanarsi di un’anima bella e di un grande amore per la vita. Sola tra memoria e dolore è un testo che si gioca in gran parte sul contrasto assenza-presenza di chi non c’è più: assenza fisica, corporale ma presenza spirituale, memoriale. È sempre e comunque una condizione esistenziale di dolore che non trova vie d’uscita. La incontriamo, esemplificando, nella lirica Il bosco, dedicata al padre, dove l’infanzia è allo stesso tempo ammantata da dolci ricordi e infranta, perché «…Tu non ci sei, mi manca la tua mano / che conduceva ogni mio passo lontano…».

Nei versi delle cinque quartine de La partenza, che descrive il congedo straziante del padre in un freddo ospedale con toni di crudo realismo associato a sentimenti di filiale pietas umana: «…Non era coraggio ma solo amore / dovevo essere forte perché lo volevi / ma dentro l’angoscia stringeva il cuore / ormai sapevo che non rimanevi…». Nelle due strofe di Giovinezza, dove la poetessa chiede perdono alla sua ‘età più bella’ ed esprime un dubbio: «…Non so se ti ho perso quel giorno lontano / in cui dentro il cuore morì la speranza / o quando stringendoti forte la mano / rimasi da sola dentro la stanza…».

Nelle quattro quartine di Assenza, in cui l’ossimoro assenza-presenza sostiene la lirica attraverso immagini di realtà esterne che cercano di occultarlo: la nebbia, la casa fredda e vuota, una nuvola nera, tant’è vero che il tempo è rimasto sospeso: «…Il tempo è un insieme di attimi spezzati / talvolta lenti, talvolta troppo veloci, / che assai spesso la mente non può riordinare … / … ed io bambina ti aspetto ancor per giocare!».

La incontriamo ancora nelle rimembranze dell’amore franto, dell’amore perduto: lacerazione affettiva che diviene un’altra cifra fondamentale della poetica dell’autrice. Così è in Destino, rievocazione della nascita di un amore e di un incontro luminoso, che tuttavia ebbe un epilogo di desolazione: «…Ma cadono anche i petali dai fiori / cerco nella mia anima il tuo respiro / e non trovo che infiniti silenzi / e parole che il vento ha cancellato…». In Fredda estate, dai versi angosciati e intrisi di pianto per l’assenza dell’amore: «…Sto cadendo in un pozzo senza fondo, / in una palude dove sprofondo…». In Settembre e Novembre, liriche che, accanto agli accenti ancora lancinanti, accolgono anche parole che paiono di pacata rassegnazione: «…La tua anima ora riposa in pace /…/ ricordo quando eravamo vicini / e guardavamo il tramonto del sole. / Quante risate e quante parole…»; «…Ti aspetto ancora tra le zolle brune, / convinta che lì, / ci riabbracceremo…». E in Eppure è notte, il cui finale possiamo considerare una sorta di summa dei rimpianti e della presa di coscienza della realtà presente: «…Avrei voluto conservare ogni istante / ma la lancetta si è spostata / troppo in fretta. / E tu, non sei più qui, con me...».

La memoria è un altro grande contenitore nel quale l’ispirazione della Campana trova e colloca numerosi tasselli di un mosaico ampio e variegato, tant’è vero che penso si possa parlare anche in questo caso di una poetica apologetica della ricerca del tempo perduto. Nelle ottave della lirica La mano del padre, Daurija apre le virgolette e immagina i discorsi del padre prima della morte: egli ricorda la giovinezza con l’odore della terra; i campi amati e il variare delle stagioni; madre natura coltivata dal contadino; l’aratro che prepara le zolle; la fatica e il sudore del lavoro; ed incontrerà la sua terra anche dopo il congedo da questo mondo. L’ultima strofa invece è una quartina ed è significativa dell’amore filiale: «…“Chi mi darà la mano in questo mondo, / quando mi troverò davanti a Dio?”, / Ti stringo forte e d’impulso rispondo: / “Babbo, vedrai che te la stringerò io!”…».

I ricordi dei giochi d’infanzia sono immortalati nella poesia La casa di paglia, con i sogni e gli aneliti tipici dell’età più bella. Anche i Natali, dopo le perdite affettive, trascorrono tristi e la desolata realtà presente s’intreccia con le nostalgie del passato: il presepe, la Messa di mezzanotte, i canti di Gesù Redentore, le luci, le renne e le statue di porcellana, ma soprattutto quell’atmosfera familiare che faceva tanto bene al cuore, quand’eravamo «la nonna, tu ed io». Ma ora: «…Forse a Natale c’è ancora qualcuno / che può sorridere, che può sognare, / che può toccare le stelle e le renne // ma senza di te, questo a che vale?» (Natale). Anche la composizione Il lago - pregevole per l’intreccio di diversi livelli temporali e sentimentali - percorre i sentieri della memoria mediante la formula letteraria del dialogo tra l’autrice e lo specchio d’acqua che si trasforma in un alter-ego di tutte le sue problematiche esistenziali e delle difficoltà connesse: «… Da allora quanti anni sono trascorsi? / Troppi, senza di lui, e troppo pochi / per lenire in qualche modo il dolore / che turba dentro come una tempesta…».

In tale contesto di disagio dell’essere e del vivere, in tale status sofferente dell’anima, in tale vissuto quotidiano assillato e assillante, senza pace interiore, Daurija Campana trova nella poesia una musa consolatrice che le consente processi di abreazione - se non di catarsi liberatrice - per scoprire al suo fianco una compagna di vita di alto livello spirituale. Ciò avviene nello stesso atto della scrittura - per molti poeti le lettere sono divenute addirittura ragioni di vita - soprattutto dentro quegli aspetti che fioriscono nelle dimensioni oniriche, nelle quali il sogno compensa le delusioni e le illusioni della realtà. Così avviene pure attraverso il dialogo con la natura: emblematicamente, nella Passeggiata lungo il fiume, gli affanni cessano, i pensieri preoccupati svaniscono e la poetessa s’incanta di fronte alla ghiandaia o allo scoiattolino nero, davanti all’airone o alla garzetta o al merlo. Palliativi che tuttavia rendono possibili strade di uscita dal tunnel, se percorse con costanza.

Questo passaggio verso i territori della speranza sembra tuttavia non ancora prossimo, se proprio nell’ultima composizione della raccolta, la poetessa esprime sentimenti più vicini alla rinuncia: «…Accetterò che questo sole vuoto / si spenga completamente dentro di me, / trascinando la mia sete di vita / e tutti i miei sogni e le mie passioni... // Per chi lottare? Per chi resistere? / Chi è il nemico e quali i valori? / Quale amore è più grande della resa? / Non ho più gambe per camminare…». Potrebbe essere la pittura il viatico per nuovi cieli e nuovi mondi? Nelle ultime pagine del libro l’Editore ha infatti pubblicato le immagini di alcuni suoi dipinti, tra cui spicca Mio padre, un olio su tela che lo raffigura nel lavoro dei campi, alla guida di un trattore, cioè mentre è immedesimato nel pieno della civiltà contadina, a contatto con la sua terra.

Enzo Concardi

 

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L’AUTRICE

Daurija Campana, nata a Meldola (Forlì), si è laureata con lode in Lettere Moderne presso l’Università degli studi di Bologna. Poetessa e pittrice, vive ed insegna a Cesena. Fin da bambina si è dilettata a scrivere e a dipingere. Ha pubblicato le raccolte di poesie La casa di paglia (2013), L’ultima campana (2021) e il saggio Gli ebrei a Forlì tra il XIV e il XVI secolo (2013).

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Daurija Campana, Sola tra memoria e dolore, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 80, isbn 979-12-81351-05-9, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Maria Angela Eugenia Storti, "Itinerari di letteratura del novecento tra tradizione e innovazione"

6 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Maria Angela Eugenia Storti

 

ITINERARI DI LETTERATURA DEL NOVECENTO

TRA TRADIZIONE ED INNOVAZIONE

 

Per introdurre il lettore ad una prima comprensione di quest’opera d’alto spessore culturale-contenutistico, conviene delimitare gli ambiti di ricerca dei testi e definirne sin da subito le finalità. Il primo passo è quello di porre l’attenzione sulle personalità letterarie che l’autrice colloca nel “Novecento tra tradizione ed innovazione” e che sono richiamate nel sottotitolo. Esso recita: “Memorie artistiche a confronto: Mann, Kafka, Woolf, Eliot, Beckett, Wedekind, Pirandello, Montale”. Viene dunque attuata una scelta fra le maggiori voci artistico-letterarie del secolo scorso, tuttavia non affastellate casualmente e senza alcun criterio logico-interpretativo, ma accomunate da talune caratteristiche chiaramente individuate dalla stessa autrice nella nota introduttiva: «Il campo d’indagine di quest’opera mira a fornire un contributo alla cultura anglosassone e tedesca del Novecento e comprende manifestazioni italiane, la cui espressione può ritenersi per alcuni aspetti europea. Si tratta di autori ritenuti tra i più rappresentativi, in base ad una evoluzione diacronica della letteratura, ciclicamente e costantemente spinta dalla tradizione all’avanguardia». Vi è quindi una focalizzazione relativa alle oscillazioni pendolari delle visioni che la letteratura esprime, essendo essa spesso una creazione dello spirito debitrice del pensiero, soprattutto ai più alti livelli intellettuali.

Il passo successivo riguarda la suddivisione strutturale del libro – richiamata anche nella esplicativa prefazione di Lea Di Salvo – in tre sezioni, ovvero “Il romanzo”, “Il teatro”, “La poesia”. Come si vede è una tripartizione per generi letterari, che ritengo comunque più formale che sostanziale, in quanto la vera discriminante è trasversale alle tematiche, alle concezioni filosofiche, ai messaggi diretti o simbolici, agli aspetti del linguaggio. Procedendo oltre ci si avvicina ai saggi che ci consentono di avventurarci in questi “itinerari di letteratura”: saggi che hanno il pregio della brevità e della sintesi e, allo stesso tempo, d’una trattazione chiara ed esauriente della materia e che – per ragioni di spazio – posso qui indicare solo per sommi capi.

“Lamento e celebrazione nel ‘Doctor Faust’ di Thomas Mann” è la tragica vicenda di un artista che scende a patti col diavolo, allegoria del suo fallimento creativo e della musica, della crisi della civiltà borghese, della perdita dell’anima, della fede, dell’identità storica della Germania nazista: è “il libro della fine” (Mayer) e del nihilismo (Nietzsche). “Realismo e simbolo nell’opera di Franz Kafka” convivono ed entrambi sanciscono l’angoscia e la solitudine dell’individuo di fronte a poteri invisibili che lo schiacciano, mentre l’assenza di Dio è disperante.

In “Virginia Woolf: il romanzo del Novecento e le sue trasformazioni nell’universo femminile” i temi dominanti sono quello dell’emancipazione femminile (lotta contro i pregiudizi, autorealizzazione identitaria e culturale) e della follia (accusa alla psichiatria).

“Thomas Stearns Eliot: la prospettiva allegorica e la conquista della tradizione” è il saggio sulla sua rivoluzione poetico-simbolista (La terra desolata), del bisogno di trascendenza e salvezza causa il fallimento umano, della tradizione non ereditaria ma meta faticosa.

In “Luigi Pirandello: il sentimento del contrario e le sue origini storiche, filosofiche, letterarie”, l’autore italiano è a confronto con la dialettica del romanticismo tedesco; l’identità, le maschere, il vedersi vivere, l’assurdo, il non-senso sono tematiche universali; per lui vale il trinomio “grecità-sicilianità-europeismo”.

“La ‘Lulu’ di Frank Wedekind: ambiguità di un simbolo” rappresenta l’archetipo della ‘femme fatale’, vittima e carnefice in amore e nella vita, donna-serpente e donna-bambina per le antinomie della sua sessualità, per il carattere dualistico e dicotomico dell’opera.

Con “Samuel Beckett: la crisi dell’identità tra elegia e parodia giullaresca” entriamo nel teatro dell’assurdo, scardinamento del teatro borghese, dove non vi è nessuna verità, nessuna illusione, nessun mezzo per dire qualcosa, i personaggi sono figure menomate e diseredate, il vuoto prevale.

Infine “Alcuni aspetti poetici in Eugenio Montale e Thomas Stearns Eliot” li accomunano, come le immagini desolate della natura dove ogni cosa si sgretola, parimenti alla vita interiore; come il sentimento tragico dell’esistenza e lo sguardo disincantato sulla realtà, mentre le visioni divaricano circa trascendenza ed escatologia. In conclusione un’opera stimolante per un’analisi sul rapporto io-società e per un’autoanalisi sulle problematiche dell’essere.

Enzo Concardi

 

 

Maria Angela Eugenia Storti, Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione ed innovazione, pref. di Lea Di Salvo, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 82, isbn 978-88-31497-99-2, mianoposta@gmail.com.

 

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Grazia Marzulli, "Nella carezza del vento sbocciano fiori"

22 Marzo 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 Per la collana di testi letterari Alcyone 2000, della Casa Editrice milanese “Guido Miano”, è stata recentemente pubblicata la raccolta poetica Nella carezza del vento, sbocciano i fiori. L’autrice è la professoressa Grazia Marzulli, la prefazione è stata curata da Michele Miano. In copertina disegno di Fabio Recchia dal titolo Abbraccio. Con questo lavoro la poetessa barese ha voluto realizzare una scelta antologica di liriche già edite in passato - tratte da Il volo di Penelope (1998); Salsedine (1999); La luce verticale (2001); Il velo di Maya (2004); Selva di dissonanze (2000); Anfratti fioriti, conchiglie (2003) - corroborata da poesie inedite che appaiono nell’ultima parte del libro con i sottotitoli di Anemoni e Fiori della Resilienza. Anche i testi editi sono stati suddivisi in diverse parti: Viole del pensiero, Fiori di roccia, Visioni.

I fiori in poesia sono solitamente stati utilizzati in funzione simbolica e metaforica, come immagini di caratteristiche personologiche, aggettivazioni tipologiche, realtà di vario genere. Tra le più famose ed importanti opere letterarie che li richiamano con una forte e dirompente potenza emblematica, si annoverano I fiori del male (1857) di Charles Baudelaire. L’autore stesso scrisse in una lettera alla madre: «Questo libro, il cui titolo dice tutto, è rivestito di una bellezza sinistra e fredda… È stato fatto con furore e pazienza». Infatti la sua volontà era quella di “estrarre la bellezza dal male”, ovvero il fare poesia su argomenti cupi, scabrosi, talvolta immorali: perfettamente in linea con le visioni del “poeta maledetto” francese (“poète maudit”) che rigetta i valori borghesi dominanti e diventa ribelle e trasgressivo.

Il riferimento a Baudelaire ci introduce - per contrasto - ai “fiori” che sbocciano dalla carezza del vento, sempre simbolici ma di segno opposto, cioè che rappresentano la bellezza autentica ricercata là dove risiede: nella natura, nell’anima, negli ideali, nella spiritualità, nell’amore, nella speranza, nella coscienza del destino di grandezza dell’uomo, nella serena memoria del passato, nel senso religioso della vita che conduce all’abbraccio con Dio. Sono questi ed altri i “fiori” visitati dalla poetessa, la quale non ignora le ombre del presente e della storia umana, ma con l’intento di denunciarne la negatività e superarle. Non per nulla il libro è disseminato di dotte citazioni illuminanti sull’argomento, tra cui, come incipit, quella di Cesare Pavese («È una gioia vedere tanti rami verdissimi nel vento e tanti fiori prepotenti, sboccianti, è una gran gioia perché nel sangue pure è primavera» e quella di Tagore («Il fiore si nasconde nell’erba, ma il vento sparge il suo profumo»). Letterariamente sono le umili tamerici pascoliane (Myricae - 1891) e La ginestra leopardiana (1845) ad avvicinarsi maggiormente al sentire e allo stile classico della Marzulli. Myracae, in quanto l’intento del Pascoli - ribaltando il concetto virgiliano sulla poesia delle grandi tematiche - è quello di parlare invece delle piccole cose della vita quotidiana, che tuttavia poi assumono un significato universale: per alcuni aspetti è questa una caratteristica dell’autrice; La ginestra, poiché nel Leopardi è Il fiore del deserto (altro titolo) che vince le avversità dell’ambiente esalando i suoi profumi nella desolazione tragica del paesaggio lavico del Vesuvio e nell’autrice esistono i Fiori della Resilienza (ultima parte, con citazione di alcuni versi proprio de La ginestra) che hanno lo stesso significato: leggasi, ad esempio, La coerenza (Lettera ad un giovane studente), dove pone i valori umani come pietre miliari e in tal modo lo esorta: «Vivi secondo coscienza… così saprai resistere a lusinghe e raffiche di vento...».

I testi ci segnalano ancora le suggestioni dei paesaggi e delle architetture in Valle d’Itria, tra muretti a secco, trulli, mulattiere, pietre millenarie, corrosioni carsiche… e il sogno di una «…Naiade scalza / tra fiori di lavanda…» (Ortica e giunchiglia) e attese oltre i recinti interiori. Ci narrano di miti ellenici antichi, delle leggende del mare, di una natura sopraffatta dal cemento. Rimembrano le dolcezze dell’infanzia al tempo delle more e delle ciliege, la nostalgia delle liete ore del passato, l’esempio di «madre Coraggio» (Ultimi battiti) dalla granitica fede, il dolore e la paura dei tempi di guerra. Ricercano ardui scavi interiori, il non perdere il significato della vita, il combattere l’indifferenza, l’Io unico e indivisibile, il giardino dell’anima, la fanciulla antica dall’eterna giovinezza nel cuore. E un grido: «Sei tu, speranza, mio rifugio» (La speranza). In un mondo alienato perseguono orme dell’infinito e le vette del cuore, che si trasformano in una preghiera al Signore. E mistiche visioni cristiane, francescane, implorando Dio per «un’altra possibilità di ricominciare» (Fuoco).

Enzo Concardi

 

 

 

Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 96, isbn 978-88-31497-98-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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Sergio Camellini, "Opera Omnia"

11 Febbraio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Sergio Camellini

 

OPERA OMNIA

II edizione

 

 

Il poeta modenese – nativo di Sassuolo – Sergio Camellini ha dato alle stampe la sua Opera Omnia (II edizione), che contempla una vasta selezione di raccolte poetiche e di liriche scritte e pubblicate fra il 2013 e il 2021. Il volume entra a far parte della collana di testi letterari Il pendolo d’Oro, della Casa Editrice Guido Miano di Milano, la quale è composta da monografie dedicate ad autori scelti. I titoli che appaiono nel libro, nel loro complesso, iniziano già a tracciare un orientamento, seppur abbozzato, circa la poetica dell’autore: Nel corpo un soffio dell’anima (2013); Il pianeta delle nuvole rosa (2014); Bagliori (2015); Un sogno con le ali (2016); So di essere (2016); Ponte dei sogni (2017); Tra le righe del pensiero (2018); Madre natura è vita (2019); Il canto delle Muse (2019); S’accende una luce (2020); Viandante dei sogni (2020); Ascolto i silenzi (2021); I colori della fantasia (2021); Lasciami di te un’emozione (2021). La personalità di Camellini è estroversa e comunicativa – esercita la professione di psicologo clinico – per cui anche in campo culturale e letterario ama presenziare agli eventi che lo vedono premiato come poeta, dove può incontrare personaggi dell’arte e dello spettacolo, come testimoniato dalle immagini fotografiche all’interno dell’Opera Omnia: tra questi citiamo i più famosi, come Vittorio Feltri (giornalista); Francesco Alberoni (sociologo); Marco Columbro (attore); Vittorio Sgarbi (critico d’arte); Dacia Maraini (scrittrice); Pippo Franco (comico); Pupi Avati (regista); Iva Zanicchi (cantante); Romina Power (attrice).

 Le tematiche che maggiormente s’incrociano nei suoi testi in modo trasversale, ovvero a rimbalzo da una silloge all’altra, sono attinenti alle emozioni e ai sentimenti con prevalenza dell’amore quale cardine della vita; alle dimensioni oniriche e pindariche, sostenute dalla fantasia e dalla creatività; alle problematiche dell’essere, dove emerge la ricerca interiore e si svela una poesia del positivo, anti-crisi e anti-depressiva, costituita da tante pillole di saggezza per “come vivere”; al rapporto con la natura ed il creato; a taluni contenuti della memoria, dagli affetti familiari ai ricordi dell’infanzia, dallo scorrere del tempo a squarci storici.

Il biglietto da visita della visione camelliniana mi pare essere questo, ovvero la poesia So di essere: «Non perdo di vista / me stesso, / né m’avvilisco / nonostante le avversità. // So chi sono, / so di essere, / so d’occupare / un posto quaggiù. // Voglio percorrere, / anche in salita, / quest’irto e affascinante / progetto di vita. // Certo che sì, è tutto mio, / allorché sempre / strettamente comunicante / con l’altrui realtà». Quattro quartine per affermare una precisa identità, un chiaro compito in questa vita, una salda volontà nel superare ogni ostacolo, una limpida coscienza del senso dell’altro: un progetto contro-corrente rispetto alle tendenze societarie e individuali odierne piegate verso lo smarrimento e la dispersione. Un progetto paradigmatico che tutti dovrebbero coniugare per vivere felici.

 Il poeta dunque denuncia sì l’attuale regressione antropologica (si legga la lirica Uomo dove sei?: «Eri presente … / cultura, / idee creative, / modi di essere / di pensare / di amare / … // Ora latiti: // … Uomo dove sei?»), ma per combatterla e superarla in ogni modo: volgendo il pensiero all’Immenso, ritrovando la sete d’Infinito, credendo nella Trascendenza, vivendo per la vittoria dell’Amore, visitando lo spessore dei silenzi-oasi dell’anima, leggendo il libro interiore alla scoperta dell’unicità di se stessi, coltivando la luce dentro di noi, lasciandosi catturare dalla poesia dell’essere, imparando dalle persone speciali, abbattendo muri e costruendo ponti… ed anche scegliendo l’ironia per superare l’incomunicabilità nel bon ton della vita. Inoltre bisogna ritrovare la capacità di sognare e realizzare i nostri sogni con il volo della fantasia, con il viatico delle muse delle arti (si legga la silloge I colori della fantasia).

Il capitolo dell’amore è al contempo autobiografico e femminino: l’elogio del poeta va alla donna libera, alla fanciulla gioiosa, alla semplicità dei modi, al rinnovarsi del sentimento, al vero amore, al valore dei piccoli gesti, al romanticismo delle atmosfere, all’amore che è dono («… l’amore / non misura ciò / che dà, / l’amore / confini segnati / non ne ha», Per dire amore).

Ed ancora nel canto di Camellini la natura è un inno alla vita e alla gioia: dalle nuvole rosa, alla luna, all’alba; dai mutamenti stagionali, alle bellezze cosmiche. E nella memoria custodisce il bel viso della madre, l’esempio del padre, gli odori della sua terra, i canti d’amore delle mondine, la civiltà e la cultura dell’Italia.

Enzo Concardi

 

Sergio Camellini, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 188, isbn 978-88-31497-97-8, mianoposta@gmail.com.

 

 

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