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Maria Antonietta Rotter, "Tempus fugit"

17 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

TEMPUS FUGIT di MARIA ANTONIETTA ROTTER

 

 

Il “tempus fugit”, espressione proveniente dalle Georgiche virgiliane, è una dimensione dominante nella poetica della presente raccolta scritta dalla professoressa Maria Antonietta Rotter, laureata in lingue straniere e docente di tedesco. Sia nel sentimento della natura che nel canto amoroso propri della poetessa, il “panta rei” eracliteo - molto simile nel concetto a quello del poeta latino mantovano, prima citato - si percepisce in lei quale continuo divenire e, allo stesso tempo, quale riflusso dal passato. Tale dialettica visita le parti più intime della sua ispirazione, per cui possiamo senz’altro reclamare a buon diritto la presenza in essa di un substrato umano autobiografico che emerge a piè sospinto dalle sue formulazioni sulla pagina scritta.

Se analizziamo la breve composizione Alba sul mare si può osservare come sia costruita quasi interamente su verbi al passato («accarezzava», «incominciava», «era», «esplose»), pur assumendo, tutta la contemplazione paesaggistica, una tensione verso l’azione e quindi verso il futuro, come chiaramente nei due versi finali: «…Da rimanere poi senza parole / quando, d’un tratto, in cielo esplose il sole!». In altri termini, la collocazione temporale-scenografica dell’alba marina è al passato, ma la proiezione è metafisica. Così anche «e, d’improvviso lo strido d’un gabbiano» da lei colto, contribuisce ad avvalorare la realtà in quanto ‘sentita’ dalla presenza umana emotiva.

Al di là di ciò, la poetessa sa cogliere le magie della natura con un candore d’animo che si porta dentro dalla fanciullezza, come accade nei seguenti versi tratti dalla lirica Neve, dove le rime creano dolci e soffici melodie: «Guardo dalla finestra: fuori piove. / La pioggia poi si è trasformata in neve, / e scende giù da un cielo grigio e greve / ogni candido fiocco freddo e lieve…». Ed anche, come in Voci d’autunno, che suscita nel lettore il ricordo di movenze pascoliane con la sua atmosfera di mistero e di meraviglia auto-interrogantesi: tali voci giungono dal vento che scompiglia i capelli, che fa mulinelli con le foglie ingiallite, suscita echi di cose lontane sprofondate nei meandri della memoria; e nell’epilogo una domanda rimane sospesa e sibillina: «… Li reca il grigio e frigido Novembre / che scende cupo giù dalla montagna / a ricoprir d’una nebbiosa coltre / le vie, le case, il cielo e la campagna?». Poesia che s’inserisce perfettamente nell’alveo della tradizione decadentistico-crepuscolare della letteratura italiana a cavallo fra Ottocento e Novecento, data la prevalenza di sensazioni e suggestioni della sfera irrazionale.

Del sentimento d’amore abbiamo alcune testimonianze, tra le quali mi sembrano significative le liriche in cui la poetessa esprime i concetti di salvezza, comunicazione, dono, ad esso legati. La poesia Fortunale - autobiografica ed esistenziale - dapprima ci dipinge le sue esperienze di vita con le immagini forti di una tempesta marina: ormeggi tranciati, vele ridotte a cenci, alberi schiantati, speranze e sogni distrutti, la barca ridotta a un relitto in balia delle onde… Dopo queste similitudini simboliche, ecco l’evento liberatorio, l’incontro con l’amore che diventa l’approdo decisivo della parabola terrena: «… E poi giungesti tu, le braccia tese / come un Gesù le acque a riplacare / e le tue braccia furon per me porto / dove ancor oggi posso riposare».

La prosecuzione e la chiosa di Fortunale è senz’altro Prima che cali il buio, che fotografa lo sviluppo di quel rapporto salvifico con un profondo grazie, ma anche con un rammarico d’incomunicabilità. Inoltre già il titolo ci introduce ad un’altra tematica incombente nel libro: la morte, come naturale sbocco del “tempus fugit”. Ecco i versi che oggi vengono dal cuore: «…Prima che cali il buio / vorrei darti / un bacio e un abbraccio / appassionato / per mostrarti un cuore / innamorato /…/ Prima che cali il buio… / ma è calato / e non ti ho detto niente… / Per pudore sta tutto / sigillato / dentro di me, ma forse / il cuore tuo lo sente». Si ripete qui il problema dell’incomunicabiltà nei rapporti umani dell’individuo moderno, in altri termini “le parole che non ti ho detto” e che tutti avremmo voluto dire alle persone care, di cui prendiamo coscienza solo quando esse sono lontane o scomparse: psicologia, letteratura e cinema ne hanno ampiamente trattato.

Il tempo se n’è andato e i nostri vissuti tuttavia ci vengono a far visita attraverso la memoria, che si colora di varie tinte a seconda degli stati d’animo che s’impossessano di noi: è quella situazione magistralmente raccontata nel famoso libro Alla ricerca del tempo perduto (1913) dello scrittore francese Marcel Proust, ma che in tutte le epoche ha interessato pensatori, letterati, uomini e donne di ogni strato sociale. Tema universale, quindi, che ogni autore visita più o meno largamente. “Anni verdi” e “Il filo di lana” sono due immagini tratte dalle poesie di Maria Antonietta Rotter che simboleggiano il suo viaggio nel ricordo in questo “Tempus fugit”: le tonalità vanno dal rimpianto di speranze svanite alle illusioni oniriche della memoria; dai momenti festosi dell’infanzia fino agli ironici ed amari confronti tra generazioni. La lirica All’infanzia esprime la nostalgia degli anni verdi quando s’era felici perché inconsapevoli del futuro. Non volevo è un abbandono, dopo iniziali resistenze, a momenti magici d’amore vissuti in un’alba marina, così che a lei è parso di ritornare ai vent’anni. Il componimento Zitto, cuore! invece fa un po’ da alter ego alla lirica precedente, per cui la poetessa impone a se stessa un freno ai ricordi: «…Vorrei tu mi stringessi fra le braccia / con l’entusiasmo di quei verdi anni, /…/ Dolce sarebbe ritrovar quei giorni / di sogni e sole, il gusto di quei baci, / ma la stagione bella se n’è andata… / la sera cala. Zitto, mio cuore! Taci!».

Festa degli aquiloni a Cervia ci trasporta nel pieno di un gruppo giocoso di bimbi e bimbe nel clima primaverile: si susseguono immagini lievi di colori, d’estatici volti che guardano in alto seguendo il volo degli aquiloni, di un mare anche lui stupito nell’osservare il cielo assomigliare a un giardino fiorito, a una grande danza di grandi farfalle variopinte. All’improvviso il filo che trattiene un aquilone sfugge dalla mano d’un fanciullo e se ne va lontano, sospinto dal vento, nel mondo della fantasia: ed anche la poetessa vorrebbe che così sparissero i suoi assilli, come è tipico nei sogni innocenti dell’infanzia.

Tra i testi dedicati al mondo della fanciullezza ce n’è uno della ‘poetessa dei navigli’ Alda Merini (Milano, 1931 - ivi, 2009), autrice dalla poetica sofferta e molto umana, che richiama l’educazione ai sentimenti come valore principale da perseguire: «Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia / legalo con l’intelligenza del cuore. / Vedrai sorgere giardini incantati / e tua madre diventerà una pianta / che ti coprirà con le sue foglie. / Fa delle tue mani due bianche colombe / che portino la pace ovunque / e l’ordine delle cose. / Ma prima di imparare a scrivere / guardati nell’acqua del sentimento» (Bambino). Gli fa eco la Rotter con il tono fiabesco di una filastrocca in cui rievoca anch’essa il rapporto fecondo tra il mondo adulto e quello di chi s’affaccia alla vita: «Il filo di lana di nonna / è un filo della memoria. / Ticchettano i ferri e la donna / ai bimbi racconta una storia: / una storia di cuccioli e fate, / di cuori dai bei sentimenti. / Come, con occhi sgranati, / l’ascoltano i bimbi, contenti!...» (Il filo di lana). Ma poi va oltre e disegna nell’epilogo – senza tuttavia drammatizzare, ma con un certo senso dell’umorismo – il cambiamento dei tempi: adesso la nonna frequenta palestre, piscine e non lavora più all’uncinetto e alle storie per i bimbi ci pensa nonna televisione. L’ideale delle due poetesse è comunque tramontato ed a prendere il sopravvento sono i rapporti e le realtà virtuali (aride e prive di contenuti) al posto del cuore e del sentimento, con grave danno alle fragili ed indifese creature dell’età evolutiva.

Ci immette decisamente in quest’altra tematica del “Tempus fugit” la dichiarazione inerente alla “Weltanschauung” della poetessa contenuta nella lapidaria lirica Vita: «Solo tu nasci. / Da solo tu muori. / Tra nascita e morte / poche le gioie, / molti i dolori». Riflettendo e poetando sul proprio destino la Rotter scrive versi inequivocabili che non hanno bisogno del critico per una loro esegesi: «... / La mia morte è la mia! / Ho trascorso con lei tutta la vita; / la sento al fianco - discreta come amica - / disposta sempre, ma importuna mai. / Deve venir da me quando sarà “quell’ora”. / Prendendomi per mano mi dirà: / “Vieni… Sei stanca. Lunga è stata la via. / Adesso andiamo”. / E mi farà varcare “quella” soglia / con passo lieve, e non avrò paura...» (Le donne non sono erbacce). Una sorprendente consonanza di atteggiamento spirituale nei confronti della morte che verrà si trova nella poesia Testamento di Maria Luisa Spaziani (Torino, 1922 - Roma, 2014), poetessa e traduttrice di valore: «Lasciatemi sola con la mia morte. / Deve dirmi parole in re minore / che non conoscono i vostri dizionari. /…/ Io e la mia morte parliamo da vecchie amiche / perché dalla nascita l’ho avuta vicina. / Siamo state compagne di giochi e di letture /…/ Ora m’insegnerà altre misure / che stretta nella gabbia dei sensi / invano interrogavo sbattendo la testa alle sbarre…». La morte corporale è dunque per entrambe un passaggio verso altre dimensioni.

La fondamentale condizione di solitudine dell’individuo nella sua avventura umana emerge poi in D’autunno, a Venezia, occasione nella quale la poetessa annota una sera nebbiosa, il buio dei canali dove urlano i lamenti delle sirene, l’incedere frettoloso dei passanti spia della loro inquietudine e lei conclude: «…s’addentra ognuno nella sua solitudine». Ed anche il Ritorno a luoghi amati del passato diviene amaro poiché l’oleandro è «disseccato e morto», «il pozzo è abbandonato», «e tutt’intorno è pieno / solo di solitudine e sconforto».

In fondo chi siamo noi, s’interroga l’autrice: solo «viandanti… - senza una meta - / incerti per le strade della vita /…/ come foglie secche accartocciate» (Viandanti). E la solitudine ci attanaglia quando togliamo le nostre maschere, incontrandoci con noi stessi; quando non viviamo l’amore con passione; quando si dissolvono i nostri sogni.

Enzo Concardi

 

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L’AUTRICE

Maria Antonietta Rotter, nata a Bologna, è laureata in lingue straniere; docente di tedesco si è quindi trasferita nel Trentino. Da sempre amante della poesia, ha partecipato con riconoscimenti e soddisfazione a concorsi di poesia e anche di prosa. Fa parte dell’Associazione culturale “Gruppo Poesia ‘83”. Ha pubblicato le raccolte di poesie: I colori del tempo (2004), Fogli sparsi (2006), Poesie sotto l’albero (2008), Inverni lontani (2010), Vento di marzo (2011), Presagi (2013), Fiordispino (2014), Con la voce del cuore (2015), Sulle ali della fantasia e dei ricordi (2017), L’involo (2021), Piccole cose (2022).

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Maria Antonietta Rotter, Tempus fugit, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-00-4, mianoposta@gmail.com.

 

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Angela Ragozzino, "Voci d'anima, d'arte e di natura"

13 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #fotografia

 

 

 

 

 

VOCI D’ANIMA, D’ARTE E DI NATURA di ANGELA RAGOZZINO

 

 

Voci d’anima, d’arte e di natura”, di Angela Ragozzino; illustrato con immagini fotografiche e d’arte di Enrico Raimondo, Benedetto Scaravilli, Franca Maschio, Fabio Recchia e Giovanni Conservo; prefazione di Enzo Concardi, nella prestigiosa collana “Parallelismo delle Arti”, Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

Questa pubblicazione della poetessa casertana Angela Ragozzino s’inserisce nella collana Parallelismo delle Arti, ideata e divulgata dalla Casa Editrice milanese Guido Miano: le finalità sono illustrate nelle pagine introduttive, con l’auspicio che il dialogo e la collaborazione tra artisti di ogni disciplina si sviluppi in modo fecondo. Infatti anche quest’opera, come le altre che l’hanno preceduta, è costituita da una parte poetica a libera ispirazione, nella quale l’autrice esprime se stessa e tratta le tematiche a lei più congeniali: vi troviamo un gruppo di liriche che cantano la natura, l’amore, la memoria della giovinezza; che invitano a riflessioni esistenziali ed altre ancora che s’inoltrano nei territori della spiritualità e della religiosità.

Un posto particolare nel cuore di Angela Ragozzino occupa poi quell’altro gruppo di poesie dedicate espressamente a persone care ed amate, di chiara impronta autobiografica e sentimentale. Infine l’estro della poetessa crea versi attraverso le contemplazioni, le interpretazioni, le suggestioni dettatele dalle immagini appartenenti alle arti figurative rappresentate nel libro, nella fattispecie pittura, fotografia e scultura.

Analizzando i testi di Voci d’anima, d’arte e di natura balza subito evidente agli occhi del critico, ma anche del lettore, la predisposizione, direi quasi congenita, dell’autrice a quel particolare aspetto poetico che viene solitamente denominato “lirismo della natura”: con varie tonalità, ambientazioni ed atmosfere gli elementi del pianeta, sia del micro che del macrocosmo, emergono come i protagonisti indiscussi delle sue composizioni. Intorno a tale nucleo - contenente immagini avvolgenti, suggestive, paesistiche, emozionanti, talvolta misteriose e oniriche - si dipanano a loro volta richiami e meditazioni personali, che costituiscono altrettante introspezioni sui vissuti e sui suoi contingenti stati d’animo. Possiamo così, letterariamente, considerare tali impostazioni simili agli idilli leopardiani - a loro volta una variante di quelli greci di genere bucolico - ovvero propositivi di una dialettica fra natura e filosofia, fra oggettività del paesaggio e soggettività psicologica.

Eccoci allora in una notte di luna tra chiarori e ombre, tra brezza e calura estiva: a lei ora i sogni appaiono illusioni ma, nel dolce silenzio notturno, si stempera l’aculeo della solitudine (L’abbraccio della notte). Immagini autunnali - foglie cadenti, nuvole tempestose - s’alternano ai suoi cupi pensieri, al grigiore della realtà: tuttavia attraversare le paludi della vita «…è l’unica via che porta / ad un’altra primavera», anche se in «solitaria / compagnia», ossimoro ad indicare la sua condizione esistenziale (Un’altra primavera). Mentre dopo la bufera la natura rinasce ai raggi del sole, non si placa l’inquietudine del suo animo (Giorni di pioggia). I dualismi, i chiaro-scuri, visitano anche i pensieri della poetessa: insieme al ‘tempus fugit’ - che le crea un senso di vuoto - e motivo principale della lirica Nel silenzio della sera, la sua anima trova pace nella quiete serotina. Accattivanti e delicate le immagini paesaggistiche della poesia Vento di marzo - quattro strofe con quattro anafore del titolo all’inizio di ogni sestina - ed il cuore sobbalza poiché «ancora anelo al caldo scirocco / ed al pesco in fiore». Simile è la lirica …E son tornate le lucciole, con inebrianti squarci di natura, richiamo lacerante della solitudine … ma appaiono «…piccole anime danzanti /…/ presenze evanescenti / bagliori di speranza, / luci nei miei sogni».

L’amore fa capolino in Quanto, ma nella dimensione dell’assenza: nei versi che seguono la penultima anafora di «quando» il peso della lontananza si fa sentire, troppo tempo senza un bacio, una carezza, una scintilla ed allora esplode nel finale il «quanto mi manchi». La nostalgia degli affetti familiari, per un Natale trascorso sola con la mamma, stimola un viaggio nella memoria, nel ricordo del bel tempo passato con zampogne e ciaramelle, il camino acceso, i nonni, il presepe… ma l’albero c’è ancora e questo - dice la poetessa - «… è il mio Natale in Famiglia / e si chiama Speranza» (Natale 2020… In Famiglia). La disanima di questa parte lirica si può certamente concludere con Il vento del nord, quattro strofe, quartine simboliche della resistenza della natura e degli uomini alle avversità: il vento gelido sferza la campagna, abbatte gli alberi, raggela la terra nella morsa dell’inverno; gli uomini lontani, isolati, nascosti, attendono «..che passi la paura / del nemico che uccide…», ma «… già la mimosa è fiorita, / che pieghi i suoi rami / alla furia del vento e forte, / resista!».

Diverse liriche dedicate appaiono nel libro. Una folata di vento è indirizzata A Rosaria; chi è non si sa, né quale sia il suo destino, si parla di ‘triste presagio’, di ‘un addio annunciato’, ma la strofa finale recita: «…La rosa antica fiorisce, / un fiore per Te / che nel vento vai / incontro alla Vita ...». Di ambivalente interpretazione. Il tuo sorriso, dopo una suggestiva scenografia naturale, s’insinua nei meandri della memoria per rivedere un volto negli sciami di stelle in cielo e con esso un sorriso: è «…Il Tuo Sorriso per me»; dedicata: A mio Fratello, onirica e accorata.  Vivido è anche il ricordo di una figura sacerdotale per cui prega, che regala pace nel cuore, che ha donato un ‘rosario’ (La tua voce… Il tuo sorriso…, dedicata A Padre Raimondo). Il Santo Patrono del paese viene portato in processione, sotto archi di luminarie, tra profumo d’incenso: è il Principe degli Angeli con le ali dorate e la spada sguainata (E così ti porto nel cuore scritta per San Michele Arcangelo). La nostalgia per un’amica dell’estate, in riva al mare, si riverbera nella poesia Amica di una vita, piena di sentimenti affettuosi per la piccola e dolce signora… A Onorina. Infine il ricordo riconoscente per Guido Miano, fondatore dell’omonima Casa Editrice, nasce sfogliando il libro Lamento dell’emigrante con la sua dedica e il pensiero rievoca i semi germogliati quaggiù in tanti anni di lavoro e passione dell’uomo di cultura (Un libro per amico).

Passiamo ora in rassegna le immagini con le quali si realizza il “Parallelismo delle Arti”. Iniziamo da quelle del fotografo casertano Benedetto Scaravilli e, dapprima, dobbiamo senz’altro citare lo scatto relativo alla statua di Luigi Vanvitelli, opera del 1879 dello scultore Onofrio Buccini (1825-1896), e l’omonima poesia encomiastica dedicata all’architetto della Reggia di Caserta: si celebra quest’anno nella città campana il 250° anniversario della sua morte. Gli altri abbinamenti con Scaravilli sono: Canne al vento (testo e fotografia), L’icona (foto) con All’icona lassù (testo), Il mare (foto) con Il ruggito del mare (testo).

L’altro fotografo presente è Enrico Raimondo, che vive a Capua: Tramonto d’autunno, Sogno perduto, L’interludio di primavera, Nuvole di ghiaccio, Il sentiero della luna. Entrambi gli artisti, con i loro scatti, evocano atmosfere di grande suggestione.

La pittura è rappresentata da Franca Maschio, vivente a Milano, con l’olio su tela Al ritorno dai campi e da Fabio Recchia - poeta e pittore di Levico Terme - con Notturno, colori spry su tela. Lo scultore di origini siciliane Giovanni Conservo (1935 - 2010) con le due opere Dalla finestra (bronzo) e Abbraccio (legno patinato) s’inserisce come esponente della scultura moderna, asciutta e simbolista. Abbiamo poi un bell’affresco - La Madonna del Carmelo - dipinto all’interno di una piccola cappella a Sant’Angelo in Formis, di autore ignoto, restaurato nel 2016 da Giovanna Grimaldi e fotografato da Angela Ragozzino, la quale, nell’accostare le sue poesie ad ognuna delle immagini presenti nel libro, ha talvolta mantenuto lo stesso titolo e talaltra lo ha leggermente modificato; ha assunto quale base le opere dei vari artisti, spunti dai quali successivamente sviluppare la sua scrittura sempre tra realtà naturalistiche, stati d’animo variamente colorati, evasioni oniriche, memorie e riflessioni sul senso della vita.

Enzo Concardi

 

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L’AUTRICE

Angela Ragozzino è nata nel 1956 a Sant’Angelo in Formis, frazione di Capua, in provincia di Caserta, dove attualmente risiede. Dopo gli studi classici ha conseguito nel 1983 la laurea in Medicina e Chirurgia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università “Federico II” di Napoli, con specializzazione in Anestesia e Rianimazione. Dal 1991 ha esercitato la sua attività presso l’Azienda Ospedaliera di Caserta. È impegnata in attività sociali a scopo benefico e culturale; amante della musica classica, delle arti, e delle Cose Antiche, è legata alle origini, alla storia e alle tradizioni della sua terra. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Momenti d’Amore (2004); È sempre Natale (2021); Il colore dei ricordi. Poesie e immagini (2022). L’attività letteraria di Angela Ragozzino è recensita da Enzo Concardi e Mario Santoro rispettivamente nel n°12 di Alcyone 2000 - Quaderni di poesia e di studi letterari, Guido Miano Editore, Milano 2019, e nel quarto volume dell’opera Storia della Letteratura Italiana. Dal secondo Novecento ai giorni nostri, ivi, 2020.

 

Angela Ragozzino, Voci d’anima, d’arte e di natura, prefazione di Enzo Concardi; Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 80, isbn 979-12-81351-02-8.

 

Angela Ragozzino, "Voci d'anima, d'arte e di natura"Angela Ragozzino, "Voci d'anima, d'arte e di natura"
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Daurija Campana, "Sola tra memoria e dolore"

11 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

SOLA TRA MEMORIA E DOLORE

di DAURIJA CAMPANA

 

 

 

 

Le poesie di questa raccolta sono in parte tratte da precedenti pubblicazioni dell’autrice e precisamente da La casa di paglia (2013) e da L’ultima campana (2021). Occorre tuttavia sottolineare che non si riscontra tra esse alcuna discontinuità di stile e motivi, nonostante si estendano nell’arco di una decina d’anni. La poetica di Daurija Campana affonda le radici più profonde in vissuti autobiografici intensi, appartenenti soprattutto alle dimensioni del sentimento, dell’amore, degli affetti familiari, dei luoghi dell’infanzia e della giovinezza, degli spessori memoriali che la legano ancora oggi nel presente alle stratificazioni e cristallizzazioni del passato: ciò perché gli eventi che hanno attraversato il suo cammino esistenziale, psicologico e morale sono stati laceranti, provocando ferite non ancora rimarginate.

Penso che si possa unire la sua ispirazione artistica al dolore provocato da tali perdite, distacchi, assenze, vuoti e tentativi, purtroppo vani, di scoprirne una ragione, un significato qualunque ma liberante. Ecco il motivo per cui penso anche - nel suo svolgersi letterario - al sorgere di una poetica del sentimento autentico, del dolore edificante, della memoria consolatrice che coinvolge e commuove, sia alla maniera leopardiana che pascoliana. Forse si potrebbe anche parlare d’una sorta di lirica apologetica della soggettività delle emozioni personali, ma, beninteso, non sotto forma di vittimismo - come nel tardo romanticismo - bensì di limpido calore umano, accorata partecipazione, tenerezza e delicatezza espressive. Numerose sono infatti le composizioni dedicate al padre, alla persona amata o, meglio, al loro ricordo ravvivato sulle pagine scritte, prorompenti da una comunione con l’essere, l’appartenenza, l’identità mai cancellate o rimosse dalla sua volontà di coltivare per sempre il loro culto.

L’invito della poetessa ad entrare nel suo mondo interiore si può trasformare, per il lettore, non solo in un’empatia verso la dolorosa vicenda biografica, ma anche in una sorta di viaggio educativo, tale poiché i valori umani che emergono sono nella società odierna così bistrattati, calpestati, recisi, che riscoprirli e recuperarli significherebbe arricchire sé stessi e la propria umanità, ritrovarsi cioè in una realtà che pensavamo scomparsa. Nel contempo i testi poetici della raccolta conferiscono altresì alla scrittura una sua funzione positiva, non l’unica ovviamente, ovvero quella di mettere l’individuo contemporaneo di fronte a una scelta di civiltà: che tipo di relazioni si vogliono costruire per dare un volto e dei contenuti al vivere comune.

Le forme, le movenze metriche, i ritmi, le scansioni, il linguaggio comunicativo, le metafore, le sinestesie - in altre parole l’estetica e lo stile - favoriscono certamente la finalità anzidetta: si tratta in gran parte di un dire dalle costruzioni classiche, che tengono in vita le strofe e i versi chiari, riposanti e immaginifici, di un’espressività diretta proveniente dal cuore e dal bisogno di speranza. La poetessa si ‘confessa’ attraverso libere associazioni, senza vincoli cronologici prestabiliti, senza preoccupazioni tematiche, senza avventurarsi nei territori labirintici della psiche: si affida ai suoi stati d’animo e mette a nudo ciò che sente, ciò che l’angoscia, ciò che vive. Seguendola nei suoi percorsi vedremo il dipanarsi di un’anima bella e di un grande amore per la vita. Sola tra memoria e dolore è un testo che si gioca in gran parte sul contrasto assenza-presenza di chi non c’è più: assenza fisica, corporale ma presenza spirituale, memoriale. È sempre e comunque una condizione esistenziale di dolore che non trova vie d’uscita. La incontriamo, esemplificando, nella lirica Il bosco, dedicata al padre, dove l’infanzia è allo stesso tempo ammantata da dolci ricordi e infranta, perché «…Tu non ci sei, mi manca la tua mano / che conduceva ogni mio passo lontano…».

Nei versi delle cinque quartine de La partenza, che descrive il congedo straziante del padre in un freddo ospedale con toni di crudo realismo associato a sentimenti di filiale pietas umana: «…Non era coraggio ma solo amore / dovevo essere forte perché lo volevi / ma dentro l’angoscia stringeva il cuore / ormai sapevo che non rimanevi…». Nelle due strofe di Giovinezza, dove la poetessa chiede perdono alla sua ‘età più bella’ ed esprime un dubbio: «…Non so se ti ho perso quel giorno lontano / in cui dentro il cuore morì la speranza / o quando stringendoti forte la mano / rimasi da sola dentro la stanza…».

Nelle quattro quartine di Assenza, in cui l’ossimoro assenza-presenza sostiene la lirica attraverso immagini di realtà esterne che cercano di occultarlo: la nebbia, la casa fredda e vuota, una nuvola nera, tant’è vero che il tempo è rimasto sospeso: «…Il tempo è un insieme di attimi spezzati / talvolta lenti, talvolta troppo veloci, / che assai spesso la mente non può riordinare … / … ed io bambina ti aspetto ancor per giocare!».

La incontriamo ancora nelle rimembranze dell’amore franto, dell’amore perduto: lacerazione affettiva che diviene un’altra cifra fondamentale della poetica dell’autrice. Così è in Destino, rievocazione della nascita di un amore e di un incontro luminoso, che tuttavia ebbe un epilogo di desolazione: «…Ma cadono anche i petali dai fiori / cerco nella mia anima il tuo respiro / e non trovo che infiniti silenzi / e parole che il vento ha cancellato…». In Fredda estate, dai versi angosciati e intrisi di pianto per l’assenza dell’amore: «…Sto cadendo in un pozzo senza fondo, / in una palude dove sprofondo…». In Settembre e Novembre, liriche che, accanto agli accenti ancora lancinanti, accolgono anche parole che paiono di pacata rassegnazione: «…La tua anima ora riposa in pace /…/ ricordo quando eravamo vicini / e guardavamo il tramonto del sole. / Quante risate e quante parole…»; «…Ti aspetto ancora tra le zolle brune, / convinta che lì, / ci riabbracceremo…». E in Eppure è notte, il cui finale possiamo considerare una sorta di summa dei rimpianti e della presa di coscienza della realtà presente: «…Avrei voluto conservare ogni istante / ma la lancetta si è spostata / troppo in fretta. / E tu, non sei più qui, con me...».

La memoria è un altro grande contenitore nel quale l’ispirazione della Campana trova e colloca numerosi tasselli di un mosaico ampio e variegato, tant’è vero che penso si possa parlare anche in questo caso di una poetica apologetica della ricerca del tempo perduto. Nelle ottave della lirica La mano del padre, Daurija apre le virgolette e immagina i discorsi del padre prima della morte: egli ricorda la giovinezza con l’odore della terra; i campi amati e il variare delle stagioni; madre natura coltivata dal contadino; l’aratro che prepara le zolle; la fatica e il sudore del lavoro; ed incontrerà la sua terra anche dopo il congedo da questo mondo. L’ultima strofa invece è una quartina ed è significativa dell’amore filiale: «…“Chi mi darà la mano in questo mondo, / quando mi troverò davanti a Dio?”, / Ti stringo forte e d’impulso rispondo: / “Babbo, vedrai che te la stringerò io!”…».

I ricordi dei giochi d’infanzia sono immortalati nella poesia La casa di paglia, con i sogni e gli aneliti tipici dell’età più bella. Anche i Natali, dopo le perdite affettive, trascorrono tristi e la desolata realtà presente s’intreccia con le nostalgie del passato: il presepe, la Messa di mezzanotte, i canti di Gesù Redentore, le luci, le renne e le statue di porcellana, ma soprattutto quell’atmosfera familiare che faceva tanto bene al cuore, quand’eravamo «la nonna, tu ed io». Ma ora: «…Forse a Natale c’è ancora qualcuno / che può sorridere, che può sognare, / che può toccare le stelle e le renne // ma senza di te, questo a che vale?» (Natale). Anche la composizione Il lago - pregevole per l’intreccio di diversi livelli temporali e sentimentali - percorre i sentieri della memoria mediante la formula letteraria del dialogo tra l’autrice e lo specchio d’acqua che si trasforma in un alter-ego di tutte le sue problematiche esistenziali e delle difficoltà connesse: «… Da allora quanti anni sono trascorsi? / Troppi, senza di lui, e troppo pochi / per lenire in qualche modo il dolore / che turba dentro come una tempesta…».

In tale contesto di disagio dell’essere e del vivere, in tale status sofferente dell’anima, in tale vissuto quotidiano assillato e assillante, senza pace interiore, Daurija Campana trova nella poesia una musa consolatrice che le consente processi di abreazione - se non di catarsi liberatrice - per scoprire al suo fianco una compagna di vita di alto livello spirituale. Ciò avviene nello stesso atto della scrittura - per molti poeti le lettere sono divenute addirittura ragioni di vita - soprattutto dentro quegli aspetti che fioriscono nelle dimensioni oniriche, nelle quali il sogno compensa le delusioni e le illusioni della realtà. Così avviene pure attraverso il dialogo con la natura: emblematicamente, nella Passeggiata lungo il fiume, gli affanni cessano, i pensieri preoccupati svaniscono e la poetessa s’incanta di fronte alla ghiandaia o allo scoiattolino nero, davanti all’airone o alla garzetta o al merlo. Palliativi che tuttavia rendono possibili strade di uscita dal tunnel, se percorse con costanza.

Questo passaggio verso i territori della speranza sembra tuttavia non ancora prossimo, se proprio nell’ultima composizione della raccolta, la poetessa esprime sentimenti più vicini alla rinuncia: «…Accetterò che questo sole vuoto / si spenga completamente dentro di me, / trascinando la mia sete di vita / e tutti i miei sogni e le mie passioni... // Per chi lottare? Per chi resistere? / Chi è il nemico e quali i valori? / Quale amore è più grande della resa? / Non ho più gambe per camminare…». Potrebbe essere la pittura il viatico per nuovi cieli e nuovi mondi? Nelle ultime pagine del libro l’Editore ha infatti pubblicato le immagini di alcuni suoi dipinti, tra cui spicca Mio padre, un olio su tela che lo raffigura nel lavoro dei campi, alla guida di un trattore, cioè mentre è immedesimato nel pieno della civiltà contadina, a contatto con la sua terra.

Enzo Concardi

 

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L’AUTRICE

Daurija Campana, nata a Meldola (Forlì), si è laureata con lode in Lettere Moderne presso l’Università degli studi di Bologna. Poetessa e pittrice, vive ed insegna a Cesena. Fin da bambina si è dilettata a scrivere e a dipingere. Ha pubblicato le raccolte di poesie La casa di paglia (2013), L’ultima campana (2021) e il saggio Gli ebrei a Forlì tra il XIV e il XVI secolo (2013).

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Daurija Campana, Sola tra memoria e dolore, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 80, isbn 979-12-81351-05-9, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Maria Angela Eugenia Storti, "Itinerari di letteratura del novecento tra tradizione e innovazione"

6 Maggio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Maria Angela Eugenia Storti

 

ITINERARI DI LETTERATURA DEL NOVECENTO

TRA TRADIZIONE ED INNOVAZIONE

 

Per introdurre il lettore ad una prima comprensione di quest’opera d’alto spessore culturale-contenutistico, conviene delimitare gli ambiti di ricerca dei testi e definirne sin da subito le finalità. Il primo passo è quello di porre l’attenzione sulle personalità letterarie che l’autrice colloca nel “Novecento tra tradizione ed innovazione” e che sono richiamate nel sottotitolo. Esso recita: “Memorie artistiche a confronto: Mann, Kafka, Woolf, Eliot, Beckett, Wedekind, Pirandello, Montale”. Viene dunque attuata una scelta fra le maggiori voci artistico-letterarie del secolo scorso, tuttavia non affastellate casualmente e senza alcun criterio logico-interpretativo, ma accomunate da talune caratteristiche chiaramente individuate dalla stessa autrice nella nota introduttiva: «Il campo d’indagine di quest’opera mira a fornire un contributo alla cultura anglosassone e tedesca del Novecento e comprende manifestazioni italiane, la cui espressione può ritenersi per alcuni aspetti europea. Si tratta di autori ritenuti tra i più rappresentativi, in base ad una evoluzione diacronica della letteratura, ciclicamente e costantemente spinta dalla tradizione all’avanguardia». Vi è quindi una focalizzazione relativa alle oscillazioni pendolari delle visioni che la letteratura esprime, essendo essa spesso una creazione dello spirito debitrice del pensiero, soprattutto ai più alti livelli intellettuali.

Il passo successivo riguarda la suddivisione strutturale del libro – richiamata anche nella esplicativa prefazione di Lea Di Salvo – in tre sezioni, ovvero “Il romanzo”, “Il teatro”, “La poesia”. Come si vede è una tripartizione per generi letterari, che ritengo comunque più formale che sostanziale, in quanto la vera discriminante è trasversale alle tematiche, alle concezioni filosofiche, ai messaggi diretti o simbolici, agli aspetti del linguaggio. Procedendo oltre ci si avvicina ai saggi che ci consentono di avventurarci in questi “itinerari di letteratura”: saggi che hanno il pregio della brevità e della sintesi e, allo stesso tempo, d’una trattazione chiara ed esauriente della materia e che – per ragioni di spazio – posso qui indicare solo per sommi capi.

“Lamento e celebrazione nel ‘Doctor Faust’ di Thomas Mann” è la tragica vicenda di un artista che scende a patti col diavolo, allegoria del suo fallimento creativo e della musica, della crisi della civiltà borghese, della perdita dell’anima, della fede, dell’identità storica della Germania nazista: è “il libro della fine” (Mayer) e del nihilismo (Nietzsche). “Realismo e simbolo nell’opera di Franz Kafka” convivono ed entrambi sanciscono l’angoscia e la solitudine dell’individuo di fronte a poteri invisibili che lo schiacciano, mentre l’assenza di Dio è disperante.

In “Virginia Woolf: il romanzo del Novecento e le sue trasformazioni nell’universo femminile” i temi dominanti sono quello dell’emancipazione femminile (lotta contro i pregiudizi, autorealizzazione identitaria e culturale) e della follia (accusa alla psichiatria).

“Thomas Stearns Eliot: la prospettiva allegorica e la conquista della tradizione” è il saggio sulla sua rivoluzione poetico-simbolista (La terra desolata), del bisogno di trascendenza e salvezza causa il fallimento umano, della tradizione non ereditaria ma meta faticosa.

In “Luigi Pirandello: il sentimento del contrario e le sue origini storiche, filosofiche, letterarie”, l’autore italiano è a confronto con la dialettica del romanticismo tedesco; l’identità, le maschere, il vedersi vivere, l’assurdo, il non-senso sono tematiche universali; per lui vale il trinomio “grecità-sicilianità-europeismo”.

“La ‘Lulu’ di Frank Wedekind: ambiguità di un simbolo” rappresenta l’archetipo della ‘femme fatale’, vittima e carnefice in amore e nella vita, donna-serpente e donna-bambina per le antinomie della sua sessualità, per il carattere dualistico e dicotomico dell’opera.

Con “Samuel Beckett: la crisi dell’identità tra elegia e parodia giullaresca” entriamo nel teatro dell’assurdo, scardinamento del teatro borghese, dove non vi è nessuna verità, nessuna illusione, nessun mezzo per dire qualcosa, i personaggi sono figure menomate e diseredate, il vuoto prevale.

Infine “Alcuni aspetti poetici in Eugenio Montale e Thomas Stearns Eliot” li accomunano, come le immagini desolate della natura dove ogni cosa si sgretola, parimenti alla vita interiore; come il sentimento tragico dell’esistenza e lo sguardo disincantato sulla realtà, mentre le visioni divaricano circa trascendenza ed escatologia. In conclusione un’opera stimolante per un’analisi sul rapporto io-società e per un’autoanalisi sulle problematiche dell’essere.

Enzo Concardi

 

 

Maria Angela Eugenia Storti, Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione ed innovazione, pref. di Lea Di Salvo, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 82, isbn 978-88-31497-99-2, mianoposta@gmail.com.

 

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Grazia Marzulli, "Nella carezza del vento sbocciano fiori"

22 Marzo 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 Per la collana di testi letterari Alcyone 2000, della Casa Editrice milanese “Guido Miano”, è stata recentemente pubblicata la raccolta poetica Nella carezza del vento, sbocciano i fiori. L’autrice è la professoressa Grazia Marzulli, la prefazione è stata curata da Michele Miano. In copertina disegno di Fabio Recchia dal titolo Abbraccio. Con questo lavoro la poetessa barese ha voluto realizzare una scelta antologica di liriche già edite in passato - tratte da Il volo di Penelope (1998); Salsedine (1999); La luce verticale (2001); Il velo di Maya (2004); Selva di dissonanze (2000); Anfratti fioriti, conchiglie (2003) - corroborata da poesie inedite che appaiono nell’ultima parte del libro con i sottotitoli di Anemoni e Fiori della Resilienza. Anche i testi editi sono stati suddivisi in diverse parti: Viole del pensiero, Fiori di roccia, Visioni.

I fiori in poesia sono solitamente stati utilizzati in funzione simbolica e metaforica, come immagini di caratteristiche personologiche, aggettivazioni tipologiche, realtà di vario genere. Tra le più famose ed importanti opere letterarie che li richiamano con una forte e dirompente potenza emblematica, si annoverano I fiori del male (1857) di Charles Baudelaire. L’autore stesso scrisse in una lettera alla madre: «Questo libro, il cui titolo dice tutto, è rivestito di una bellezza sinistra e fredda… È stato fatto con furore e pazienza». Infatti la sua volontà era quella di “estrarre la bellezza dal male”, ovvero il fare poesia su argomenti cupi, scabrosi, talvolta immorali: perfettamente in linea con le visioni del “poeta maledetto” francese (“poète maudit”) che rigetta i valori borghesi dominanti e diventa ribelle e trasgressivo.

Il riferimento a Baudelaire ci introduce - per contrasto - ai “fiori” che sbocciano dalla carezza del vento, sempre simbolici ma di segno opposto, cioè che rappresentano la bellezza autentica ricercata là dove risiede: nella natura, nell’anima, negli ideali, nella spiritualità, nell’amore, nella speranza, nella coscienza del destino di grandezza dell’uomo, nella serena memoria del passato, nel senso religioso della vita che conduce all’abbraccio con Dio. Sono questi ed altri i “fiori” visitati dalla poetessa, la quale non ignora le ombre del presente e della storia umana, ma con l’intento di denunciarne la negatività e superarle. Non per nulla il libro è disseminato di dotte citazioni illuminanti sull’argomento, tra cui, come incipit, quella di Cesare Pavese («È una gioia vedere tanti rami verdissimi nel vento e tanti fiori prepotenti, sboccianti, è una gran gioia perché nel sangue pure è primavera» e quella di Tagore («Il fiore si nasconde nell’erba, ma il vento sparge il suo profumo»). Letterariamente sono le umili tamerici pascoliane (Myricae - 1891) e La ginestra leopardiana (1845) ad avvicinarsi maggiormente al sentire e allo stile classico della Marzulli. Myracae, in quanto l’intento del Pascoli - ribaltando il concetto virgiliano sulla poesia delle grandi tematiche - è quello di parlare invece delle piccole cose della vita quotidiana, che tuttavia poi assumono un significato universale: per alcuni aspetti è questa una caratteristica dell’autrice; La ginestra, poiché nel Leopardi è Il fiore del deserto (altro titolo) che vince le avversità dell’ambiente esalando i suoi profumi nella desolazione tragica del paesaggio lavico del Vesuvio e nell’autrice esistono i Fiori della Resilienza (ultima parte, con citazione di alcuni versi proprio de La ginestra) che hanno lo stesso significato: leggasi, ad esempio, La coerenza (Lettera ad un giovane studente), dove pone i valori umani come pietre miliari e in tal modo lo esorta: «Vivi secondo coscienza… così saprai resistere a lusinghe e raffiche di vento...».

I testi ci segnalano ancora le suggestioni dei paesaggi e delle architetture in Valle d’Itria, tra muretti a secco, trulli, mulattiere, pietre millenarie, corrosioni carsiche… e il sogno di una «…Naiade scalza / tra fiori di lavanda…» (Ortica e giunchiglia) e attese oltre i recinti interiori. Ci narrano di miti ellenici antichi, delle leggende del mare, di una natura sopraffatta dal cemento. Rimembrano le dolcezze dell’infanzia al tempo delle more e delle ciliege, la nostalgia delle liete ore del passato, l’esempio di «madre Coraggio» (Ultimi battiti) dalla granitica fede, il dolore e la paura dei tempi di guerra. Ricercano ardui scavi interiori, il non perdere il significato della vita, il combattere l’indifferenza, l’Io unico e indivisibile, il giardino dell’anima, la fanciulla antica dall’eterna giovinezza nel cuore. E un grido: «Sei tu, speranza, mio rifugio» (La speranza). In un mondo alienato perseguono orme dell’infinito e le vette del cuore, che si trasformano in una preghiera al Signore. E mistiche visioni cristiane, francescane, implorando Dio per «un’altra possibilità di ricominciare» (Fuoco).

Enzo Concardi

 

 

 

Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 96, isbn 978-88-31497-98-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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Sergio Camellini, "Opera Omnia"

11 Febbraio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Sergio Camellini

 

OPERA OMNIA

II edizione

 

 

Il poeta modenese – nativo di Sassuolo – Sergio Camellini ha dato alle stampe la sua Opera Omnia (II edizione), che contempla una vasta selezione di raccolte poetiche e di liriche scritte e pubblicate fra il 2013 e il 2021. Il volume entra a far parte della collana di testi letterari Il pendolo d’Oro, della Casa Editrice Guido Miano di Milano, la quale è composta da monografie dedicate ad autori scelti. I titoli che appaiono nel libro, nel loro complesso, iniziano già a tracciare un orientamento, seppur abbozzato, circa la poetica dell’autore: Nel corpo un soffio dell’anima (2013); Il pianeta delle nuvole rosa (2014); Bagliori (2015); Un sogno con le ali (2016); So di essere (2016); Ponte dei sogni (2017); Tra le righe del pensiero (2018); Madre natura è vita (2019); Il canto delle Muse (2019); S’accende una luce (2020); Viandante dei sogni (2020); Ascolto i silenzi (2021); I colori della fantasia (2021); Lasciami di te un’emozione (2021). La personalità di Camellini è estroversa e comunicativa – esercita la professione di psicologo clinico – per cui anche in campo culturale e letterario ama presenziare agli eventi che lo vedono premiato come poeta, dove può incontrare personaggi dell’arte e dello spettacolo, come testimoniato dalle immagini fotografiche all’interno dell’Opera Omnia: tra questi citiamo i più famosi, come Vittorio Feltri (giornalista); Francesco Alberoni (sociologo); Marco Columbro (attore); Vittorio Sgarbi (critico d’arte); Dacia Maraini (scrittrice); Pippo Franco (comico); Pupi Avati (regista); Iva Zanicchi (cantante); Romina Power (attrice).

 Le tematiche che maggiormente s’incrociano nei suoi testi in modo trasversale, ovvero a rimbalzo da una silloge all’altra, sono attinenti alle emozioni e ai sentimenti con prevalenza dell’amore quale cardine della vita; alle dimensioni oniriche e pindariche, sostenute dalla fantasia e dalla creatività; alle problematiche dell’essere, dove emerge la ricerca interiore e si svela una poesia del positivo, anti-crisi e anti-depressiva, costituita da tante pillole di saggezza per “come vivere”; al rapporto con la natura ed il creato; a taluni contenuti della memoria, dagli affetti familiari ai ricordi dell’infanzia, dallo scorrere del tempo a squarci storici.

Il biglietto da visita della visione camelliniana mi pare essere questo, ovvero la poesia So di essere: «Non perdo di vista / me stesso, / né m’avvilisco / nonostante le avversità. // So chi sono, / so di essere, / so d’occupare / un posto quaggiù. // Voglio percorrere, / anche in salita, / quest’irto e affascinante / progetto di vita. // Certo che sì, è tutto mio, / allorché sempre / strettamente comunicante / con l’altrui realtà». Quattro quartine per affermare una precisa identità, un chiaro compito in questa vita, una salda volontà nel superare ogni ostacolo, una limpida coscienza del senso dell’altro: un progetto contro-corrente rispetto alle tendenze societarie e individuali odierne piegate verso lo smarrimento e la dispersione. Un progetto paradigmatico che tutti dovrebbero coniugare per vivere felici.

 Il poeta dunque denuncia sì l’attuale regressione antropologica (si legga la lirica Uomo dove sei?: «Eri presente … / cultura, / idee creative, / modi di essere / di pensare / di amare / … // Ora latiti: // … Uomo dove sei?»), ma per combatterla e superarla in ogni modo: volgendo il pensiero all’Immenso, ritrovando la sete d’Infinito, credendo nella Trascendenza, vivendo per la vittoria dell’Amore, visitando lo spessore dei silenzi-oasi dell’anima, leggendo il libro interiore alla scoperta dell’unicità di se stessi, coltivando la luce dentro di noi, lasciandosi catturare dalla poesia dell’essere, imparando dalle persone speciali, abbattendo muri e costruendo ponti… ed anche scegliendo l’ironia per superare l’incomunicabilità nel bon ton della vita. Inoltre bisogna ritrovare la capacità di sognare e realizzare i nostri sogni con il volo della fantasia, con il viatico delle muse delle arti (si legga la silloge I colori della fantasia).

Il capitolo dell’amore è al contempo autobiografico e femminino: l’elogio del poeta va alla donna libera, alla fanciulla gioiosa, alla semplicità dei modi, al rinnovarsi del sentimento, al vero amore, al valore dei piccoli gesti, al romanticismo delle atmosfere, all’amore che è dono («… l’amore / non misura ciò / che dà, / l’amore / confini segnati / non ne ha», Per dire amore).

Ed ancora nel canto di Camellini la natura è un inno alla vita e alla gioia: dalle nuvole rosa, alla luna, all’alba; dai mutamenti stagionali, alle bellezze cosmiche. E nella memoria custodisce il bel viso della madre, l’esempio del padre, gli odori della sua terra, i canti d’amore delle mondine, la civiltà e la cultura dell’Italia.

Enzo Concardi

 

Sergio Camellini, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 188, isbn 978-88-31497-97-8, mianoposta@gmail.com.

 

 

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ALCYONE 2000 Quaderni di poesia e di studi letterari, vol. 16, 2022

24 Gennaio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #riviste, #riviste letterarie, #saggi

 

 

 

ALCYONE 2000

Quaderni di poesia e di studi letterari, vol. 16, 2022

 

 

Mi si consenta di iniziare questo lavoro con la citazione di un professore incontrato nella Scuola Media Superiore, il quale ripeteva spesso questo avvertimento: «Un libro s’inizia a leggere dall’indice». Col trascorrere degli anni capii sempre di più la verità di tale sua affermazione, che da giovane mi era apparsa banale. Se la applichiamo alla Rivista pubblicata dalla Casa Editrice Miano, Alcyone 2000, veniamo a scoprire immediatamente gli argomenti trattati: essa ha sì la denominazione di rivista o di quaderni ma, date le sue dimensioni (135 pagine), può essere benissimo paragonata ad un libro. Non è certo la quantità a stabilire il suo valore culturale, ma se si scorre il ricco indice posto non casualmente come incipit, si ha la cognizione esatta dei contenuti qualitativi: Guido Miano. L’uomo, lo scrittore, il poeta, l’editore (è la parte speciale dedicata al fondatore della Casa Editrice, recentemente scomparso); Contributi letterari (poesia religiosa-esistenziale e poesia di impegno etico e civile); Testimonianze (giornalismo e David Maria Turoldo, del quale si parlerà più avanti); Pittura e scultura (il parallelismo delle arti, con esemplificazioni in questa recensione sugli scrittori-pittori Filippo Pirro e Fabio Recchia); Sillogi poetiche (delle quali commenteremo Gabriele Centorame e Maria Luisa Mazzarini); Itinerari di letteratura comparata: saggi critici (confronti tra autori contemporanei e autori italiani e/o stranieri vissuti fra Otto-Novecento); Itinerari di letteratura contemporanea (alcuni autori della Casa Editrice).

 

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Dal suddetto quadro generale si evince che i volumi di Alcyone 2000 sono caratterizzati principalmente dall’ospitare contributi di critica letteraria a largo raggio, divenuti quindi la specializzazione di quello che può considerarsi un vero e proprio progetto editoriale-culturale. L’utilità di tale orientamento è innegabile, in quanto la critica letteraria permette al lettore di avvicinarsi ad ogni autore con chiavi di lettura che svelano il suo mondo interiore, i significati delle opere e di entrare in possesso di dati informativi preziosi per la comprensione approfondita del contesto storico-sociale in cui è avvenuta la genesi creativa. In particolare richiamerei l’attenzione sui saggi di letteratura comparata, una branca della critica letteraria poco sviluppata nella cultura italiana, ma assai interessante e valida, poiché si basa su confronti, accostamenti, similitudini, assonanze estetiche e contenutistiche fra autori e scuole di pensiero appartenenti ad epoche e correnti per taluni aspetti affini e per altri distanti. Invita anche alla visitazione di voci straniere che hanno influito sullo sviluppo della letteratura nazionale: esemplificando, in questo numero della rivista, vi sono, tra gli altri, rimandi a Paul Claudel per la poesia di ispirazione mariana; a Emily Dickinson (teorie creazionistiche); a Jacques Prévert (poesia amorosa); a Edgar Lee Masters per le tematiche della marginalità sociale ed esistenziale… Inoltre tali quaderni sono arricchiti da inserti a colori di notevole pregio editoriale dedicati a pittori e scultori, realizzando così quel parallelismo delle arti da più parti auspicato, che produce una comunicazione e uno scambio fra artisti delle varie discipline e fruitori delle loro opere: si viene così a scoprire l’eclettismo di un personaggio come Filippo Pirro – poeta, scrittore, pittore, scultore, grafico – o la sensibilità pittorica e poetica di Fabio Recchia, tra paesaggi delicati ritratti sulla tela e rime di alta spiritualità.

La figura di Guido Miano è ricordata in primo luogo dal figlio Michele: Lettera a mio padre Guido. È un testo di carattere autobiografico che ripercorre le tappe fondamentali non solo dello sviluppo della Casa Editrice, ma che esprime anche alcuni momenti salienti del rapporto padre-figlio, talora con toni di gratitudine, talaltra con accenti affettuosi e commossi per le cose non dette e i silenzi degli ultimi tempi. Michele rammenta la fondazione della Casa Editrice in Sicilia nel 1955, poi traferitasi a Milano. Nella metropoli lombarda il giovane Michele segue il padre Guido nel suo lavoro: conosce redattori e giornalisti; collabora nel rileggere i testi degli autori; s’immerge nel mondo delle tipografie che lo affascinano per gli odori acri e il rumore delle rotative; talvolta lo accompagna nelle visite a scrittori ed artisti per mantenere vivo il rapporto umano tra persone innamorate dell’arte, concependo il lavoro come una missione, citando Marc Chagall (“Il mio lavoro è preghiera”); ed ancora le frequentazioni degli ambienti universitari, delle biblioteche, dei centri culturali, per finire con il Centro Sperimentale di Giornalismo, diretto per 40 anni dal padre nei locali milanesi della Casa Editrice. È stato lui, Guido, a fargli scoprire la lettura, iniziata con i libri d’avventure di Salgari e Verne. Il fascino esercitato su di lui dal padre e dalla sua professione è stato così determinante che a 7 anni scrisse una letterina in cui sognava di fare, da grande, lo stesso mestiere: questo scritto è stato ritrovato dal fratello Carmelo in un vecchio baule, come succede nelle più belle favole: il testo si chiude con la promessa di continuare l’opera paterna, con la speranza di esserne all’altezza.

Il successivo contributo è firmato dalla Famiglia Miano e riguarda La storia della Casa Editrice. Un’avventura iniziata nel 1951 in Sicilia col periodico “Davide, rivista sociale di lettere e arti” ad opera di Alessandro e Guido Miano. Una pubblicazione interdisciplinare di ispirazione cristiana in dialogo con la cultura laica. Nel 1955 nasce la Casa Editrice Guido Miano con sede provvisoria a Catania e poi definitiva a Milano. L’attività è subito intensa e cresce con gli anni: oltre ai testi poetici dei singoli autori, nascono collane antologiche, come Scrittori italiani del Secondo Dopoguerra, in più edizioni. Vedono poi la luce opere dedicate alla pittura e alla scultura tra cui: Lexicon dell’Arte italiana; Documenti di Architettura e Arte; Arte nella Svizzera Romanda. Già nel 1957 prende l’avvio il Corso Biennale di Orientamento Professionale di Giornalismo, unico nel suo genere a Milano, che ha visto la frequentazione di centinaia e centinaia di studenti seguiti da docenti specializzati. Testi fondamentali stampati in tale ambito sono stati tre libri di Giorgio Mottana: Il giornalismo e la sua tecnica, Il mestiere del giornalista, Professione giornalista. In seguito appaiono anche libri di narrativa, musica e saggistica. A partire dagli anni  ‘90 ecco il Dizionario Autori Italiani Contemporanei e la Storia della Letteratura Italiana. Dal Secondo Novecento ai giorni d’oggi. Gli anni Duemila si caratterizzano per le collane poetiche dedicate alla letteratura comparata, tra cui Analisi poetica sovranazionale del terzo millennio e Poesia Elegiaca dei Maestri Italiani dal ‘900 ad oggi. L’avventura continua – recita il testo - “con il passaggio di consegne alla  moglie Elena e i figli Michele, Carmelo e Laura da sempre presenti nella Direzione della Casa Editrice”. Riguardo a Guido Miano scrittore sono da segnalare le prefazioni e i saggi redatti per i suoi autori e – in tarda età – un libro di narrativa: Sulle tracce di Nausicaa. Lettere di consenso estetico rivolte a poeti italiani contemporanei (1999) e una silloge poetica: Lamento dell’emigrante (2017), la cui prefazione a cura di Franco Lanza è pubblicata su questo numero di Alcyone 2000. Fra le tantissime conoscenze, amicizie e collaborazioni citate a ricordo dei rapporti professionali ed umani intessuti da Guido Miano nella sua lunga mission per la divulgazione della cultura, ricorderei la reciproca stima con Mario Luzi (sulla rivista si può leggere la lirica Cosmografia improvvisa dedicatagli dal poeta toscano) e con Padre David Maria Turoldo, del quale la redazione di Alcyone 2000  ha scelto di pubblicare, come testimonianza della sua antica vicinanza, il brano Mia madre, già apparso sulla rivista Davide, n° 1-2 del lontano aprile-maggio 1957. 

 

* * *

 

Per concludere questa recensione del n°16 di Alcyone 2000, mi pare interessante soffermarmi, seppur brevemente, su un paio di autori le cui liriche sono pubblicate nella sezione dedicata alle Sillogi poetiche, esemplificando così attraverso tali lacerti alcune espressioni di poesia contemporanea. Gabriele Centorame (Il sentimento della natura) filtra le voci del cosmo attraverso mediazioni metafisiche, surreali, memoriali nonché paesaggi metaforici rimandanti al destino umano, all’amore, alle dimensioni dell’infinito. Se nel nostro vivere i fiori appassiscono e muoiono, l’aridità e il dolore s’insinuano nelle anime, il male di vivere e la solitudine ci colgono nella consunzione del tempo… le forti rimembranze affettive, le suggestioni dei sogni, le radici identitarie, il calore dell’eterno e la cognizione dell’amore ci indicano vie d’uscita alle chiusure del presente. Maria Luisa Mazzarini (Di luce le mie parole d’acqua) pone alla base del suo canto la luce della Trascendenza, a cui apre il suo essere nel profondo desiderio di conoscere se stessa: una ricerca spirituale tesa agli ideali più elevati dell’anima, dell’amore, dell’abbraccio con la Terra e il Cielo. E si scopre peccatrice che ha dubitato, che non ha amato abbastanza, serva indegna ed inutile, ma pronta a superare ogni rimpianto per “ricostruire ogni volta, con più Amore”. 

Ognuno può trovare dunque, scorrendo le pagine della rivista, numerosi spunti, stimoli, approfondimenti, suggestioni, analisi di tipo culturale: ovvero quel cibo per la mente oggi quanto mai necessario in una società che tende sempre di più a preferire l’uomo consumatore invece che l’uomo libero pensatore.

Enzo Concardi

 

 

Alcyone 2000 – Quaderni di Poesia e di Studi Letterari, n°16; Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 136, isbn 978-88-31497-94-7, mianoposta@gmail.com.

 

   

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Gabriella Veschi, "Imprevisti battiti"

20 Gennaio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Imprevisti battiti

Gabriella Veschi

 

 

Siamo di fronte ad una silloge poetica ad ampio raggio, i cui motivi spaziano da incantate contemplazioni paesaggistiche, a riflessioni esistenziali caratterizzate da chiaroscuri, specchio di un io inquieto in cerca di pacificazione e di un’attualità impregnata d’echi di ritornanti guerre frutto di scoppi d’irrazionalità folle; da incursioni in vissuti memoriali variegati da luci ed ombre, a visitazioni di tipo pittorico del tempo e della storia della sua città; da denunce di diritti violati, agli abissi dell’anima contemporanea. Da tutto questo magma ora incandescente, ora indifferente, emerge il messaggio della poesia come canto libero e sete di umanità rinnovata, giustizia ritrovata, innocenza desiderata. Si dipanano nelle quattro parti del libro – Vorrei, In agguato, La mia città, Follie di guerre – richiami al nostro destino mondano e ultraterreno, allarmi sulla perdita di radici e identità, contrasti tra bellezza del creato ed aggressività umana etero ed autodistruttiva. Ecco allora – dice la poetessa – che abbiamo bisogno di uscire dalla monotonia delle nostre esistenze, per ascoltare e seguire nuove emozioni che ci fanno sentire vivi, ovvero quegli imprevisti battiti posti come titolo alla presente raccolta: «Ripetersi ogni giorno / fino alla noia / nei quotidiani gesti / uguali a se stessi. // Desideri repressi / nel magma / di una vita sfiorita / ma palpitante ancora // di imprevisti battiti» (Noia). Dunque dal taedium vitae al sursum corda.

È soprattutto nella prima parte che brillano le perle del suo lirismo naturalistico. Infatti la poesia che fa da incipit ai testi esprime una chiara immedesimazione con simboli che rappresentano la libertà senza confini, la metamorfosi dell’essere verso il volo onirico (il cervo ‘agile’ e ‘leggero’) e la pacificazione interiore che sconfigge la malinconia (il mare estivo ‘calmo e accogliente’): Vorrei è il titolo, praticamente sinonimo dei suoi sogni. Tra le altre composizioni in tema si segnalano: Nella notte, A Prévert, Tra la nebbia. Qui c’è una stella che con la sua luce abbagliante dirada le nebbie autunnali; poi subentrano le atmosfere ispirate alla nota poesia di Prévert (1900-1977) Le foglie morte, che la poetessa rivive tuttavia solo per l’aspetto simboleggiante la fralezza umana, tralasciando la memoria di un amore vissuto e perso, come nel poeta francese;  poi ancora ritorna la poetica della nebbia che ammanta le colline, resa con  immagini paesistiche invernali. Versi e strofe brevi, pennellate rapide ma colorite, sintesi talvolta metafisiche di una natura signoreggiante. Tutta tale bellezza potrebbe essere persa per colpa della mano distruttrice dell’uomo (Cosa rimarrà): nasce un grido di dolore per una probabile “apocalisse ecologica” futura. Talvolta l’autrice affianca agli incanti naturalistici meditazioni esistenziali di segno opposto, come «…una solitaria solitudine / tacita urla / il suo grido / in ogni angolo della vita» (Incanto) o come «…gialli girasoli illuminano / per un attimo / le vie della speranza» (Speranza): è l’altalena del vivere umano quotidiano.

Questo canone prosegue nella seconda parte e la occupa quasi interamente. S’affastellano gli aspetti negativi del disagio della civiltà (Freud) e del male di vivere (Montale): non senso e quotidiano grigiore; soffocamento e infelicità; menti confuse e insana follia; paura, smarrimento, angoscia del limite; essere nel nulla senza vie d’uscita; il mistero dei volti e delle maschere che ci fanno pirandellianamente uno, nessuno e centomila… Discesa agli Inferi è l’apice di tale alienazione, disumanizzazione, desertificazione della vita e dell’individuo contemporanei: lì si annidano ‘oscuri abissi’, ‘strade senza sbocco’, ‘perenne distrazione’. Allora il pensiero va Nell’Aldilà, dove «…forse dolci melodie / di suoni misteriosi / mi accoglieranno». Ma l’inferno dei vivi esiste già su questa Terra con l’insensatezza delle guerre, le distruzioni, il dolore e i lutti, il terribile rumore dei bombardamenti: homo, homini lupus follemente ritorna sulla scena nella guerra in Ucraina, a cui la poetessa dedica la quarta parte, che chiude con «… Pace e perdono, / nuove armi / contro / le bombe» (Unico tesoro).

Particolarmente legata ad Ancona – come Saba con Trieste – Veschi la ricorda come una città antica dai secoli dimenticati di storia (l’eroina Stamira), oggi trasformatasi in una città indolente, triste nel vuoto del presente. Ma la sua bellezza risiede nell’arte e nella natura: nei mosaici romani, nei rosoni barocchi, nei rosei alabastri, nell’Arco di Traiano … nel mare bluastro, nelle falesie del Conero e nella spiaggia delle Due Sorelle, nei frutti e nei fiori delle colline ubertose: poesie che sono un atto d’amore per la sua città.

Enzo Concardi

 

Gabriella Veschi, Imprevisti battiti, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 90, isbn 978-88-31497-95-4, mianoposta@gmail.com.

 

   

 

 

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Maurizio Zanon, "Fralezze"

19 Gennaio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Con questa breve silloge, contenente altrettante brevi liriche, il poeta sembra coerentemente simboleggiare la sua visione della vita, sintetizzata nel titolo: Fralezze, ovvero l’effimero esistenziale della condizione umana. L’osservatorio da cui scruta il mondo è ora quello della vecchiaia e il richiamo autobiografico d’una corsa che va verso il capolinea è costante, pur alternando, negli esiti lirici, stati d’animo fatalistici e crepuscolari ad altri speranzosi e valoriali. In un contesto spirituale del genere e con tali premesse di tipo cronologico ed esperienziale, l’ispirazione ha bisogno di poche pennellate, immagini, scansioni per edificare una scrittura essenziale, diretta, ricapitolatrice di vissuti, idee e pensieri appartenenti a tutto il bagaglio della sua traiettoria terrena.

Il dato della senilità influisce nella misura in cui l’uomo Zanon è costretto a confrontarsi con i cosiddetti acciacchi dell’età, che vengono accettati anche con un certo umorismo di tipo pirandelliano, come nella poesia Colazione: «Un’alba grigia s’alza quest’oggi. / Corrono i miei pensieri, sempre vivi / ubriachi del profumo di caffè: / prima però debbo misurare la glicemia». Oltre simili momenti che sfiorano la leggerezza dell’essere, il poeta ci pone di fronte al fondamentale dato di fatto della scrittura come ragione di vita, quindi compagna inseparabile nella parabola umana, valore gerarchico al di sopra di ogni altro, paragonabile alla deificazione che ne fece, tra gli altri, il Foscolo: eterna, imperitura, immortale.

In alcune composizioni i nomi attribuiti da Zanon alla Poesia sono diversi, ma tutti convergono nello stesso significato: musa medicatrice, taumaturgica, demiurgica. Egli non esita ad utilizzare termini non letterari per definirla, soprattutto in relazione alle sue funzioni, ai suoi effetti sulla vita dell’autore. Allora dapprima utilizza l’efficace denominazione medica de La terapia, cioè cura per la guarigione: «Ciò nonostante / in ogni bisognoso istante / la poesia mi ha aiutato / da cose futili mi ha salvato». Poi si affida alla sfera spirituale-religiosa per una definizione tautologica rispetto a quella precedente, poiché la poesia diventa Salvezza da una realtà monotona e piatta: «Sfugge la vita / giorno dopo giorno / il futuro s’accorcia / tutto è così veloce: / fra tanta sciatteria / ci salva la Poesia». Altrove l’accento dalla terminologia simbolica si sposta quasi verso un determinismo professionale, nel senso di ‘mestiere’ del poeta: «Se scrivo / è perché non so far altro: / per questo vivo / e per null’altro» (Scrivere).

Ma non finiscono qui le sue riflessioni sul mito operativo della poesia in talune circostanze della vita letteraria, meditazioni nelle quali, tuttavia, appaiono delle contraddizioni con le affermazioni precedenti. Infatti Zanon ci mostra anche l’altra faccia della medaglia riguardo l’identità del suo io poetico e il destino di certuni poeti. Basta leggere questi versi per rendersene conto: «La mia scrittura è istintiva, desueta / un po’ fragile, dalla metrica inconsueta / dunque, non dirmi poeta / io non so lavorare bene la seta» (Poeta?). Ed ancora: «I poeti piacciono a poca gente / per molti non servono a niente. / I poeti creano l’emozione / troppi si atteggiano, c’è confusione. / I poeti, quelli veri, hanno la penna pura / alcuni finiscono soli in una casa di cura» (I poeti).

Come il lettore avrà notato, nelle poesie citate v’è talvolta la presenza della rima, segno di un’attenzione all’estetica, al significante e non solo al significato, al contenuto. Questa sottolineatura mi pare importante in un poeta come Zanon che ha compiuto un lungo cammino letterario alla ricerca non della perfezione – che non appartiene alle cose umane – ma di un continuo miglioramento di sé e delle proprie opere. Le rime sono inserite in genere in quartine e sestine uniche in una singola lirica e variano dalla forma continua (tutti i versi sono in rima tra di loro), allo schema ab-cd, o ancora alla impostazione binaria. Si tratta di rime dal ritmo musicale, armonioso, dalla fonetica naturale e non ricercata in modo forzato.

Una poesia emblematica dei motivi sviluppati in Fralezze è senz’altro Memorie, che costituisce l’incipit di tutta la raccolta. Qui il poeta ha voluto quasi riassumere alcune tematiche a lui più care che il lettore poi incontrerà strada facendo nelle pagine successive, e quindi il testo potrebbe essere letto come un indice lirico propedeutico al restante impianto scritturale, poi con sconfinamenti in diverse ed altre partiture. In sostanza memoria, focolare, infanzia, sogni, natura e destino sono evocati tramite feedback simili a rapide sequenze cinematografiche, che ci trasmettono serenità di lontane rimembranze e amarezza che tutto finirà, nel mistero della vita. Sono memorie di un’esistenza che ha riempito il cuore; ricordi del focolare, centro di affetti familiari i cui particolari conferiscono calore umano, come il profumo della polenta; immagini di un’infanzia spensierata qui dipinta e fissata nelle corse dietro alle farfalle; nostalgie di vacanze marine, luogo di sogni e speranze; paesaggi di una natura che assume le vesti d’una notte stellata o della neve sgocciolante. «… Un’esistenza … / bella da morire…» - dice il poeta - «…ma che un giorno / sparirà all’improvviso, come lo scoiattolo / scompare, su tra i fitti alberi del bosco».

Una semplicità lirica che è poesia e una levità di spirito che giunge fino a rappresentare l’immagine della morte con la fantasia del ‘fanciullino’. Ma ora il tempo che resta da vivere è breve, il pensiero dominante si sposta verso il destino di tutti gli esseri umani, ovvero diventa sempre più reale e vicina la certezza della propria fine personale, ed il poeta s’interroga su ciò ormai in piena dimensione escatologica, tuttavia ancora con metafore per nulla crude, legate a percorsi terrestri: «…Sono come un viaggiatore senza biglietto / che non sa da che parte deve andare» (Poco resta). Ora le tonalità trascolorano dagli azzurri felici della giovinezza ai grigi malinconici della senilità: siamo avvolti in un alone di mistero, siamo esseri oscillanti sul filo della solitudine (Il cielo); siamo in preda ad un sottile tedio, poiché anche la primavera ci lascia indifferenti (Malavoglia).

Ora anche la sua tanto amata Venezia assume contorni e fisionomie decadenti e da fine di un’epoca: «Venezia malinconica / con tanti negozi chiusi e pochi turisti / vivi la solitudine riflessa / negli occhi degli ultimi tuoi abitanti. / Sei avvolta / da un velo triste di fitta nebbia. / Nel silenzio delle tue strade lungo i canali / spiccano sparsi giù a terra i coriandoli di Carnevale» (Venezia malinconica). E se lo sguardo si rivolge al mondo e scruta gli avvenimenti dell’attualità non può che sorprendersi di fronte alle ritornanti guerre nella patria europea, di fronte a nuovi scoppi di irrazionalismo e follia, tant’è vero che il poeta scrive: Mai avrei pensato.

E così anche la vita, più viene vissuta e meno è comprensibile: si rivela piena di contraddizioni, i comportamenti umani registrano alti e bassi inconcepibili, contrasti indecifrabili. In tutta questa incertezza rimane l’idea-realtà sicura, della fine. Nessuno è immune dalle dicotomie esistenziali - come già sosteneva Pascal riguardo alla natura umana - ed è per questo che Zanon da un lato ci racconta del materialismo esistente nella società consumistica, sfrenato verso il godimento di un benessere puramente edonistico e dall’altro lato del valore dei gesti solidali che possono rendere felici; del bene prezioso dell’interiorità pensosa («Il silenzio tace / il silenzio ci dà la pace / il silenzio è la poesia: / nel silenzio l’interiore melodia», Sul silenzio); dell’amore che può catturarci a qualsiasi età e dobbiamo accoglierlo come una benedizione divina; del suo intenso desiderio di un po’ di luce e di pace in questo travagliato ed offuscato vivere odierno.

Ma quale è l’ultima parola del poeta sulla questione fondamentale che attraversa il suo messaggio in questa raccolta poetica? Si chiama La grande speranza: «Credo che Dio ci farà ritornare al mondo / magari sotto altre spoglie. / Sarà un altro miracolo di fiori, anime, foglie / una vita nuova sorgerà dal profondo».

Enzo Concardi

 

 

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L’AUTORE

Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente vive. Laureato in Lettere Moderne, ha insegnato nella Formazione Professionale. Scoperto dal poeta Mario Stefani, la sua attività letteraria ha inizio a venticinque anni con la pubblicazione del libro Prime poesie (1979), cui sono seguite molte altre raccolte. Ha conosciuto vari poeti famosi: Diego Valeri, quando risiedeva a Venezia, Giovanni Giudici con Ignazio Buttitta e Andrea Zanzotto, presso lo Studio Museo “Augusto Murer” di Falcade, Luciano Luisi, alla presentazione di un suo libro a Mestre, Maria Luisa Spaziani, in occasione della sua partecipazione al “Premio Eugenio Montale” a Roma, Patrizia Valduga, negli anni dell’università a Venezia, Paolo Ruffilli ed il poeta vernacolare Attilio Carminati.

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Maurizio Zanon, Fralezze, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 68, isbn 978-88-31497-96-1, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Enzo Concardi, "La mente e i luoghi"

18 Gennaio 2023 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #saggi, #luoghi da conoscere, #enzo concardi

 

 

 

Il volume che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Claudio Smiraglia esauriente centrata e ricca di acribia.

La mente e i luoghi sottotitolato Montagne, viaggi, avventure, come scrive lo stesso Concardi nell’introduzione, è una pubblicazione sotto forma prevalentemente di articoli, di riflessione, brevi saggi di ricerca e qualche volta anche di narrazione di eventi.

Si suddivide in quattro parti: Messaggi in bottiglia (1), Dimensioni altre (2), Arpe fatate (III), Per le vie del mondo (IV), tutte suggestioni che rispecchiano una visione lirica e conoscitiva allo stesso tempo, frutto di decenni di frequentazioni montane e altre, effettuate per passione alla ricerca d’incontri, amicizie, momenti di vita intensi e significativi, finestre di solidarietà umana. Il bilancio è altamente positivo in termini di arricchimento generale dello spessore esistenziale e della gamma emotiva.

La ricerca esistenzialistica del senso della vita nelle sue varie circostanze associata al cronotopo, nel tendersi verso istanti perfetti che accadono senza sforzo e non si cercano, attimi spesso sottesi alla contemplazione estatica della natura che attraverso gli occhi entra nell’anima. Il primo frammento della prima sezione è intitolato “Natale da vivere, Natale da consumare” e nel leggerlo viene in mente il saggio di Benedetto Croce Perché non possiamo non dirci cristiani quando il Nostro afferma che la festa del Natale è entrata nel patrimonio storico di tutti i credenti e non credenti, cristiani e laici e potremmo aggiungere nelle coscienze di quasi tutti i popoli del pianeta terra e, del resto, ha scritto giustamente un teologo che con Gesù non si finisce mai a partire dai crocifissi d’oro al collo di ragazze e questo vale anche per gli agnostici e gli atei.

È anche una scrittura di denuncia a livello politico-sociale quella di Enzo perché è detto che in un Convegno del Club Alpino Italiano sono state denunciate tutte le distorsioni del sistema economico all’attacco del bene-montagna ai fini esclusivi di lucro senza la benché minima salvaguardia ambientale.

Invece scrive Enzo che la montagna autentica, quella dei montanari, delle vette, della civiltà alpina dei ghiacciai e delle bufere, delle rocce e dei rifugi, dei boschi e del vento delle cose antiche e del silenzio e dei valori umani, della saggezza e del coraggio, della memoria e della speranza delle suggestioni e delle emozioni… chi la ricerca ancora?    

Quindi è la montagna con il suo indiscutibile fascino la protagonista del libro perfettamente orchestrato architettonicamente composito e articolato e bello è il connubio che si viene a creare tra l’insieme dei frammenti e le affascinanti fotografie riprodotte (scattate quasi tutte dall’autore, tranne Valle Spluga che è di Domenico Lorusso).

E le montagne dette con urgenza non sono solo le Alpi e gli Appennini ma per esempio le Calanques che sono montagne calcaree biancheggianti che si gettano a precipizio nel mare con pareti altissime o formano baie o insenature dai fondali limpidissimi.

Ma c’è anche il rovescio della medaglia perché anche nella nostra contemporaneità tecnologica come si apprende dalle cronache continuano ad accadere incidenti mortali in montagna nella quale perdono la vita gli scalatori a conferma che la natura stessa è superiore all’uomo che è egli stesso natura ma che non è superiore a se stesso.

Raffaele Piazza  

 

 

Enzo Concardi, La mente e i luoghi. Montagne, viaggi e avventure, pref. Claudio Smiraglia, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 240, isbn 978-88-31497-81-7, mianoposta@gmail.com.

 

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