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enzo concardi

Adriana Deminicis, "8 Infinito 8 - L'arrivo del gabbiano"

10 Luglio 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

8 Infinito 8 – L’arrivo del Gabbiano

Adriana Deminicis

 Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Dopo la pubblicazione de La gemma di giada nel 2023 – che ha visto sempre la mia prefazione – ecco ora l’apparizione de L’arrivo del Gabbiano, seconda opera di Adriana Deminicis, appartenente al ciclo dedicato all’Infinito: ne è sicuramente la prosecuzione poetica ed ideale, riprendendone i motivi di fondo e la tecnica letteraria. La poesia incipitaria del libro cerca di illustrare al lettore il lungo cammino che l’aspetta per raggiungere mete e traguardi di spiritualità e benessere, nell’unione con il Tutto: porta lo stesso titolo simbolico della raccolta ed è una sorta di dichiarazione programmatica del significato della presenza dei gabbiani, ovviamente metafora da svelare. I versi chiave mi sembrano i seguenti: «… Il Gabbiano in volo rappresenta / il mio pensiero che ha trovato la via / per poter uscire ed intraprendere / il cammino, nel respiro liberato / che fluttua nell’Aria, ondeggia / ed a ogni batter d’ali / fa imprimere parole sentite, / sgorgano fluttuanti senza remore e paure / e dicon ogni cosa, / tutto quello che il mio cuore in questo momento sente...».

La mente e il sentimento della poetessa agiscono quindi all’unisono, investendo tutta la personalità, l’essere, l’anima, i sensi per compiere un cammino di liberazione e di guarigione, simile alla funzione dell’antica “vis medicatrix naturae. Qui potremmo già citare - come esemplificazione – le liriche Il quarzo citrino («Non era un vezzo / senza significato / portare un ciondolo / di quarzo citrino /…/ lo vedevo luccicare / lo tenevo a me vicino / e i suoi effetti e benefìci / si imprimevano ben presto / sul mio corpo…»; La gemma di giada («Scompariva il dolore dal corpo / grazie alla preziosa gemma di giada /…/ erano il cielo stesso, l’aria, le acque del mare / a volere tutto questo...»; La gemma corniola («... / indossavo una collana al collo / avvertivo una energia diversa /…/ per non parlare della carnagione / che assumeva un colore diverso ringiovanito / grazie anche alla gemma corniola, / che portavo al collo»).

Gli elementi della Natura sono quindi protagonisti in questa poesia i cui contorni vanno gradualmente definendosi nel suo sviluppo e che incontreremo nell’analisi critica, elementi che sempre interagiscono con l’io dell’autrice, svolgendo un ruolo di alter-ego nel dialogo colloquiale, immaginato e vissuto nell’interiorità ed esternato attraverso il linguaggio poetico. Si tratta dunque di una poesia soggettiva, in definitiva auto-centrata sull’universo personale, una sorta di lunga confessione, un monologo che letterariamente assume la forma di una poesia-fiume che scorre nelle sue vene, trasformandosi in poesia-narrazione e sublimandosi in poesia visionaria, dove la realtà fa solo capolino, in attesa di trasfigurarsi in altro da sé.

In certi frammenti è come l’osservare i particolari di un quadro impressionista, poiché taluni versi ricreano quel tipo di atmosfere: «Vidi passare un fiore di canna rosso / nel cestino di una bici, / ho visto ancora un gioiello rosso / nella via del mercato ed un occhio blu, / si respirava finalmente un sorriso / nel viale del pigneto /.../ C’era anche una farfalla bianca, / quell’abitino senza maniche / mi faceva ancora sognare…» (La via del pigneto).

Ovviamente i richiami alla presenza dei gabbiani nei testi della Deminicis sono numerosi, per cui non possiamo esimerci dal proporne alcuni anche al lettore. Dapprima ci soffermiamo su Entrare nel flusso, lirica nella quale tutto è teso alla ricerca dell’armonia, della comunione vitale con l’energia dell’universo, dove l’arrivo del gabbiano porta al superamento delle contraddizioni, crea alchimie con tutte le creature viventi: la poetessa si alza in volo con lui e sogna l’isola immaginaria, ovvero il regno dell’Amore, la possibilità di un nuovo benessere. Significativa anche Il gabbiano, dove assistiamo ad un flusso ininterrotto di immagini legate ad associazioni di ricordi liberamente rivissute ed espresse, e dove i luoghi concreti si trasformano in contesti irreali senza nomi, tempi, storie, come se la poetessa si fosse seduta sul lettino di uno psicanalista e parlasse a ruota libera dei suoi sogni; così il mare ed il cielo l’avvolgono completamente fino a godere la pienezza del vivere, una completa felicità e le altezze dello spirito, grazie alle lezioni impartite dal gabbiano.  Ne I Gabbiani. Arrivarono in tanti, accogliamo un altro messaggio d’infinito e di rinascita, poiché – dice il testo – i loro sguardi andavano oltre i limiti del tempo, presagivano l’arcobaleno all’orizzonte dopo i tuoni del temporale, indicavano la ricchezza della gamma dei colori naturali.

Ed ancora La baia dei Gabbiani, tecnicamente un acrostico basato sul vocabolo poesia, con il chiaro incipit: «Nella baia dei Gabbiani si viveva di poesia…». Un altro sito onirico dove si attendeva la metamorfosi della vita, ma dove: «... Dovevamo essere aiutati, / dovevamo aiutarci perché qui vigevano / ancora la malattia e la vecchiaia / e c’era ancora tanta dipendenza / così da annullare le proprie ricchezze personali...». La poetessa usa il verbo al passato in quanto si tratta di sogni o visioni e quindi eventi già avvenuti, oppure perché sono stati esistenziali preesistenti ed ora superati: vige la legge della dinamica nel nostro vivere.

Nel complesso la poetica del libro sembra rispecchiare talune acquisizioni della filosofia conosciuta come New Age (“Nuova Era”), vasto movimento culturale che comprende diverse correnti psicologiche, sociali e spirituali di natura alternativa sviluppatesi negli ultimi decenni del secolo scorso, come certi concetti e pratiche quali la meditazione yoga, il ‘channeling’, la cristalloterapia, la medicina olistica, l’ambientalismo, l’astrologia, la cabala, la teosofia, le sincronicità numeriche... Tale visione sovente accomuna gli elementi della Terra, del Mare, del Sole, della Luna, dei Pianeti, e degli altri corpi celesti come fonti di energia per la vita umana. Le liriche della Deminicis che rispondono a queste caratteristiche sono numerose ed è interessante scoprire dai loro versi le affinità esistenti; ne segnalo alcune al lettore.

Leggiamo L’energia di Gaia (Gea, la Terra) e vi troviamo il desiderio di connessione con l’energia universale, guaritrice e benefica, apportatrice – dice la poetessa – di quel grande Amore che ha sempre ricercato nella sua vita. Visitiamo L’orizzonte e il mare dove si dispiegano vaste dimensioni spirituali, ontologiche, oniriche – e conosciamo l’influsso positivo del mondo delle acque, degli oceani con la voce del mare che parla a lei con tutta la sua forza. Così anche in Una conchiglia emergono i bisogni dell’anima, la necessità di una rigenerazione antropologica, dell’incontro con l’amore vero, di una sconfitta della solitudine perché siamo fatti per vivere evangelicamente riuniti ed accedere al Tutto. Ecco poi la divinizzazione del grande astro (L’amore del Sole) che ci regala la vita con i suoi raggi, ai quali non si può rimanere indifferenti: essi parlano e la loro voce ha molte cose da dirci. Il tema è ripreso e sviluppato anche in Una canoa. In tali visioni scontato è uno sguardo diverso verso la Luna: non la gelida ed ostile luna leopardiana, ma la calda, amica e benefica luna, poiché «...Luna eri venuta / per rimanere con me per sempre…». Accanto alla Luna ecco Marte, pianeta bellissimo che, come tutti gli altri corpi celesti, richiama il pensiero dell’Infinito. Infine la poesia astrale dell’autrice si sofferma su Gli anni dei Numeri, dai poteri magici e taumaturgici: «... Ogni numero mi avrebbe accompagnato / con il cuore in mano, ogni numero / mi avrebbe portato giorni generosi / pieni di Amore e di Felicità».

Per consegnare ora al lettore ulteriori chiavi di lettura chiare e sintetiche, ovvero fuor di metafora, come si suol dire, de L’arrivo del Gabbiano, ne enunciamo le più importanti. L’umanità, la vita, l’universo, il cosmo, sono spiritualmente interconnessi per cui partecipi della stessa energia: Dio è uno dei nomi di questa energia. La mente umana ha poteri profondi e vasti che possono modificare la realtà: ognuno crea la sua realtà. Ciascun individuo ha uno scopo sulla Terra e una lezione da imparare: la lezione più importante è l’amore. C’è un nucleo mistico comune in tutte le religioni, orientali ed occidentali: i dogmi, l’identità religiosa, l’intolleranza sono ostacoli al progresso della specie. Tutto ciò che accade ha uno scopo: in ogni momento siamo nel posto giusto per imparare la propria lezione. Il nostro obiettivo è diventare capaci di amare tutto ciò con cui entriamo in contatto, scoprire il divino in ogni cosa e l’unione dell’Uno con il Tutto.

Il poemetto finale dal titolo Un occhio blu vuole insegnare tutto ciò con il risveglio del terzo occhio, la guarigione interiore, dopo la prigionia kafkiana in un castello e l’alienazione psicanalitica con un dottore in camice bianco: l’incubo finisce e nella storia – che sembra un sogno sconnesso – il protagonista ritrova se stesso e la propria felicità.

Enzo Concardi

 

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L’ATRICE

 

Adriana Deminicis è nata a Montegiorgio (FM) nel 1958. È docente nella Scuola Secondaria di II grado. Attualmente insegna presso l’I.T.T. Montani Fermo. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Il mio tempo a che ora è arrivato? (2012), Il mio domani non è mai uguale (2013), Oggi così, domani in altro modo (2013), Momenti di vita quotidiana (2013), Quando (2015), Da un Poemetto alla Luna. I fiori di gelsomino (2022), 8 Infinito 8 – La gemma di giada (2023). Altre sue poesie sono pubblicate in vari volumi antologici.

 

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Adriana Deminicis, 8 Infinito 8 – L’arrivo del Gabbiano, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 152, isbn 979-12-81351-33-2, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

 

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Daniela Burroni Giannoulidis, "Sfogliando il calendario"

2 Luglio 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Daniela Burroni Giannoulidis

SFOGLIANDO IL CALENDARIO

 

 

   Il calendario della poetessa pavese Daniela Burroni scorre di giorno in giorno su binari essenzialmente autobiografici, rispettando rigorosamente un ordine cronologico da diario o agenda, ma per libere associazioni di pensiero e stati d’animo per quanto riguarda i contenuti e le tematiche. Ergo, inizia dal 1 gennaio, data nella quale ella colloca una lirica dal titolo Saliscendi, che rappresenta in sostanza ed in estrema sintesi il suo piano dell’opera e che quindi il lettore dovrebbe ben meditare per capirne gli scopi: “Aveva il saliscendi / la lampada del nonno / poteva illuminare l’intera stanza / o un piccolo lavoro da osservare… // Ho messo il saliscendi alla coscienza / e illumino d’un tratto / gli istanti della vita / qua e là / a quindici o a trent’anni / a sette a venti o l’altro ieri / e scopro all’infinito le emozioni / ritrovo / nello sfogliar degli attimi passati / il senso di una vita tutta intera”. Sfogliando dunque il suo calendario percorreremo con lei una cronaca familiare con innumerevoli spunti e particolari della vita quotidiana: c’è quasi un’apologia delle piccole cose che costituisce un ‘trait d’union’ con certi modi della poesia crepuscolare e, per altri aspetti, con il ‘modo di fare letteratura’ degli scrittori frammentisti del Novecento.

   Se memoria ed emozioni sono tra gli ingredienti principali della sua recherche, alla poetessa non sfugge l’implacabile scorrere del tempo, scolpito da diversi pensatori d’ogni epoca in frasi rimaste memorabili: panta rei (Eraclito), tempus fugit (Virgilio), carpe diem (Orazio)… Ed è forse per tali motivi che Daniela Burroni coniuga con forza ed energia altri due concetti racchiusi nei termini: radicamenti e legami. I radicamenti sono con i paesaggi della sua terra pavese, con la città antica capitale longobarda, con il suo piccolo mondo degli affetti domestici; i legami sono quelli tenaci e gelosamente conservati con il passato ed in particolare con l’infanzia, i quali costituiscono un altro filone dominante del suo humus poetico. Tutto ciò nasce da una attenta e diuturna speleologia della vita interiore, dalla quale trae vissuti, sensazioni, immagini, suggestioni. Si rivela qui probabilmente il bisogno pressante di mettere ordine in tutti gli eventi dell’esistenza, oggi divenuti ricordi relegati nel passato, ma che lei non abbandona perché indelebili, soltanto suoi, che nessuno può violare o scippare. Il suo calendario, in conclusione, non contiene appuntamenti per il futuro, ovvero nuovi progetti di vita, ma rivisitazioni del passato che tiene compagnia al presente.

     La poesia scritta nel foglio del 16 febbraio è un esempio paradigmatico di quanto l’analisi critica sta rilevando: “Lontano dagli spazi e dai tempi / del vivere quotidiano / l’esistenza è un filo sottile / che si nutre di cose amate / di ricordi di sogni // Infiniti segni del passato / danno la forma ai luoghi odierni / giorni e ore / storie e pulsare di sentimenti / infinite generazioni / susseguitesi prima che io nascessi / sono in me / anima stessa del mio pensiero / e poi saranno in voi / figli da me generati”. E, se vogliamo concretizzare possiamo citare, tra i tanti, i ricordi più cari: l’Epifania in famiglia, ma anche il vuoto dell’adolescenza, i ricordi della vita trascorsa ad Atene in Grecia, le fiabe raccontate da mamma e papà, le presenze nel giardino di casa, la poesia dedicata al Ticino, i luoghi dell’infanzia come Zavattarello, la sua casa vissuta come un monastero, il Duomo di Pavia, i vecchi traslochi dei contadini nell’estate di San Martino, i piccoli oggetti compagni di vita, gli scorci paesaggistici svelanti il suo amore per la natura, l’amore per il compagno anche se spesso lontano per lavoro… Importante il suo rapporto con la poesia: “Nel tumulto degli affetti / e dei tempi / ciò che desidero di più / è un pezzetto di carta / e una matita o penna / per buttar giù due parole: / la mia sintesi della vita” (17 febbraio); per esprimere, dice altrove, “la gioia di essere vivi / di esserci in questo momento”; oppure: “Resta la poesia / amica dei giorni tristi / ove annegare / pensiero e dolore / in fondo ad un verso”.  Ma nel suo calendario Daniela Borroni scrive d’un evento che forse supera tutti gli altri: “Come per Paolo / sulla strada di Damasco / è stato un attimo / una folgorazione / il mio riconoscerTi“. Da qui la Sua presenza negli altri, nella pace ritrovata dell’anima, nella Resurrezione per abbandonarsi fra le Sue braccia, nelle bellezze del Creato, nell’Amore per l’umanità.

Enzo Concardi

 

 

Daniela Burroni Giannoulidis, Sfogliando il calendario, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 210, isbn 979-12-81351-34-9, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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Pietro Nigro, "Opera Omnia"

21 Giugno 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Opera Omnia (vol. 1 – poesie)

Pietro Nigro

 Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Esiste un legame particolare tra il poeta siciliano Pietro Nigro, nativo di Avola poi residente a Noto, e la Casa Editrice Guido Miano: nel 1982 venne pubblicato a Milano il suo primo volume Il deserto e il cactus, al quale ne seguirono altri, fino all’attuale Opera Omnia. Tale rapporto non è stato soltanto professionale, fra editore e scrittore, ma soprattutto umano e ideale fra Guido e Pietro, un’amicizia e una stima reciproche a distanza, fra scritti e conversazioni telefoniche. Essa si nutriva di memorie comuni, come la frequenza al Liceo classico “Di Rudinì” di Noto, il primo come studente, il secondo, più tardi, come professore di lingua inglese. C’erano poi le stesse origini siciliane nella terra siracusana; l’amore per la cultura classica della Magna Grecia; la comune passione per le lettere; un’intesa intellettuale e culturale che li contraddistingueva come figli ed eredi del grande patrimonio antico. Senza dubbio la scomparsa recente di Guido Miano ha costituito per lui una perdita dolorosa, così come, ancor maggiormente e più vicina nel tempo, la scomparsa dell’amatissima moglie Giovanna lo ha lasciato, come dice nella dedica, con il cuore straziato e senza “musa ispiratrice” di tanti suoi versi.

È dunque con siffatta premessa biografica che ci accostiamo a presentare questa raccolta di liriche, che comprende tutte le tematiche dell’autore, la quale, tuttavia, non contiene la totalità delle sue composizioni, bensì un ampio ed esauriente “florilegio, adatto comunque a sviscerarne i contenuti e lo stile. Infatti i capitoli nei quali è suddivisa l’opera rappresentano altrettanti motivi ispiratori dell’ars poetica di Nigro, così come sono apparsi ad una stringente analisi critica. Si succedono allora i vari aspetti della sua scrittura, così delineati: Trinacria e Magna Grecia; Chiaroscuri della natura; I labirinti della memoria; Amore è vita; Tra la vita e l’oblio; Dal dolore all’anima, dall’essere all’infinito. Ma il libro, nell’epilogo, ha un ultimo capitolo inedito: Alla fine del tragitto, emblematica titolazione voluta dall’autore per significare chiaramente la probabile chiusura di un cammino esistenziale ed artistico. In generale il suo canto si sviluppa dai vissuti soggettivi, dalle suggestioni dell’isola nativa, da indagini sulla condizione umana, attraversando il mondo dei sentimenti familiari e amorosi, conoscendo il dolore, la gioia e la speranza; esprimendo senza limiti l’aspirazione dell’essere all’infinito, all’eterno, alle dimensioni metafisiche, con metamorfosi di andata e ritorno dal pessimismo cosmico e antropologico a visioni possibiliste sul destino umano dopo la morte, tema che, in ultima analisi, è quello che più l’assilla, poiché non trova certezze ma solo domande senza risposta.

In lui materia e spirito sono talvolta realtà antitetiche, talvolta categorie filosofiche alleate nella ricerca del miglior modo per vivere: certo è che il vero dio che ci governa risponde al nome di ‘mistero’. Affermare e negare allo stesso tempo mortalità e immortalità dell’uomo sembra essere una verità duplice, poiché la prima è evidente, mentre la seconda pur non essendo tangibile è fortemente desiderata. Germi, valori ed elementi di Cristianesimo s’affiancano e s’intrecciano nella sua visione ad un certo fatalismo della cultura mediterranea di origine classica, forse stemperato dagli afflati ideali e solidaristici. Poeticamente si riscontrano nei suoi testi influssi stilistici, estetici e contenutistici provenienti dell’ermetismo, amalgamati ad un neoclassicismo sobrio e levigato nel linguaggio. Lo scavo in profondità lo accomuna alla poesia d’impegno umano, intellettuale, etico, civile che tanto manca nel panorama contemporaneo. Si potrebbe dire che Nigro va al fondo di ogni questione fondamentale dell’esistenza, volendo indicare all’umanità il giusto cammino verso la libertà, la civiltà, la pace; la sua è anche una poetica ricca di messaggi rivolti al bene comune: possiede quindi una concezione dell’arte di tipo finalistico e non rispondente al famoso dettato dell’arte per l’arte del decadentismo.

Più in particolare nel primo capitolo – Trinacria e Magna Grecia – sono cantate le tematiche delle migrazioni delle genti siciliane: lontano dalle trazzere si perdono le proprie radici e l’originaria identità si affievolisce sempre più. L’attaccamento alla terra nativa da parte del poeta è tenace e i suoi versi si distendono nella contemplazione naturalistica fra i Monti Iblei e il mare: così com’è arido il paesaggio in alcuni tratti, tale è la povertà secolare dei suoi abitanti. In Terra di Sicilia ecco il contrasto tra antico e nuovo: «Odo levarsi dai rovi / della mia terra dimenticata / il canto soffocato di uomini duri / come scorza d’ulivi / tra la fuliggine di sedicenti civiltà di ciminiere…». E il richiamo della Magna Grecia è sempre vivo: le orme degli antenati posseggono ancora la loro suggestione, gli ideali della grecità perduta sono rimpianti, i miti rievocati: Eschilo, Pindaro, Teocrito, Simonide e Bacchilide (Indefiniti confini).

Nel capitolo secondo, dedicato ai Chiaroscuri della natura, emerge il poliedrico rapporto del poeta con l’elemento naturale, che assume sia valenze contemplative che aspetti filosofici. Proprio in riferimento a questi ultimi le liriche più significative sono: Tu, materia, muovi la mia mente e Soffre lo spirito. Qui l’autore assegna alla natura il ruolo di suo simbolo ed essenza, perché «... commuovi il mio spirito / e i miei sensi elaborano il pensiero / per scoprirti e capirti», mentre spirito e materia convivono in una visione osmotica. C’è dunque una immedesimazione tra uomo e natura, desiderio di metamorfosi, ideale di vita: «Sei tu la mia ambizione: / libertà di goderti, / natura» (Sei tu la mia ambizione).

La poliedricità continua mediante la consonanza fra stati d’animo soggettivi e tonalità del paesaggio, attraverso i legami affettivi con l’ambiente naturale, nei momenti contemplativi delle campagne del Sud, dai quali nasce un forte desiderio di pace interiore, come in Odoranti campi di zagara, dove Nigro cita un verso di Goethe: «Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?».

Si presentano ora I labirinti della memoria come terzo capitolo del libro. La funzione del passato, secondo il poeta, è tutta concentrata nella lirica Ricetta: «Non mi umilia il sole: / anche se mi porta il nuovo / il passato non cancella. / Per far morire la nostalgia / risuscita il passato / rievoca le vecchie cose / rinnovale / mischiale al presente / e vivi». Così emergono i ricordi della giovinezza, il pianto degli anni lontani, le nostalgie dei soggiorni a Parigi, le visitazioni alla ‘teca della memoria’, i viaggi nella millenaria storia collettiva, ovvero Alfa e Omega.

La poesia amorosa di Nigro è raccolta nel quarto capitolo: Amore è vita, interamente rivolta all’unico, grande amore della sua vita, a cui - come già detto – è dedicato il libro. È un canto, talvolta melico, con reminiscenze stilnovistiche per la donna dei sogni; leggendo queste liriche o solo anche i titoli, recepiamo la totalità dell’innamoramento del poeta, attraverso immagini estasiate: Quanto t’amo dirti vorrei («questo senso di mutuo perderci»); Lontananza («Dov’è l’amor mio»); Il mio ruscello («Mi bagnerò in eterno nella tua purezza»); A te («Scava nel mio cuore / e vi troverai perle per te»); Sogno d’amore («È un sogno incantato / la mia vita accanto a te»); Oh, i tuoi occhi («I tuoi occhi / luce ai miei») … E poi gli incanti romantici dei soggiorni parigini con lei, avvolti da magiche atmosfere bohèmiennes.

Brusco è il passaggio alle problematiche esistenziali (capitolo quinto: Tra la vita e l’oblio), ma è palese in Nigro la consapevolezza della caducità umana, raffigurata efficacemente in La sigaretta: «... Così la vita! Una sigaretta che s’accende / allorché si nasce e che man mano / cenere lascia sul percorso cammino, / finché scompare». Quindi egli celebra l’esistenza, la luce, la speranza (Canto alla vita) e allo stesso tempo s’accorge che tutto è vanità (Futilità) e, con immagini foscoliane e leopardiane, ci conduce al trapasso, ricordandoci che il senso della vita è il suo mistero.

Il capitolo successivo, il sesto, vede l’affacciarsi di tematiche che avvicinano Nigro alle dimensioni divine e trascendenti, al bisogno di credere nella vita eterna, a considerare non chiusa la partita della vita dopo la morte: Dal dolore all’anima, dall’essere all’infinito contiene liriche nelle quali si rivolge al Dio dei suoi padri affinché interceda per un destino di oltrità, di infinito, di vita escatologica; altre in cui afferma che il bene dell’anima va nutrito con la luce e la liberazione; altre ancora dove appare l’immagine delle Astronavi dell’anima su cui navigano uomini e dèi. Infine, epilogo significativo, Gesù e la storia pone il sigillo sulla verità ultima: «Padre nostro che sei nei cieli» (in corsivo nel testo).

L’aggiunta del settimo capitolo, Alla fine del tragitto, non cambia nulla a quanto già esposto: vi è altresì un richiamo all’attualità storica riferito alla guerra nel Medio Oriente (Morte nel deserto del Negev e a Gaza) che contiene i condivisibilissimi versi: «…Solo l’amore sanerà la terra, / mentre l’efferata brama di potere / vi darà la morte».

Enzo Concardi

 

 

Pietro Nigro, Opera Omnia. Volume 1 - Poesie, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 208, isbn 979-12-81351-28-8, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Pietro Nigro è nato ad Avola (sr) nel 1939 e risiede a Noto (sr); laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania, ha insegnato inglese presso varie scuole superiori. Ha iniziato a scrivere poesie fin da ragazzo; la sua ispirazione trae origine dai luoghi siciliani della sua infanzia e dagli ambienti francesi e svizzeri visitati durante le vacanze estive, in particolar modo Parigi (la sua città d’elezione), dove si recava spesso per perfezionare la conoscenza della lingua francese. Il primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Guido Miano nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Sono seguite molte opere poetiche, testi di saggistica e altri lusinghevoli riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio “Luigi Pirandello” per la Letteratura (Taormina, 1985) e il Premio “La Pleiade ‘86” «per la produzione letteraria e poetica già riconosciuta a livello critico» (sala del Cenacolo di Montecitorio, Camera dei Deputati, Roma 1986).

 

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Fabio Recchia, "Opera Omnia"

17 Giugno 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

Fabio Recchia

OPERA OMNIA

Poesie (2009-2023)

 

Nella prestigiosa collana di testi letterari “Il Pendolo d’Oro”, della Casa Editrice Guido Miano di Milano, è uscito nel maggio del corrente anno il volume Opera Omnia dell’artista trentino Fabio Recchia. Si tratta essenzialmente di un lavoro antologico tematico dedicato al genere poetico, ma occorre precisare che il nostro autore - come ci informa Michele Miano nella prefazione – è “poeta, pittore, scultore, artista eclettico che ha saputo fare dell’arte una ragione di vita … una missione a tutto tondo”, quale “... pura espressione della creatività dell’intelletto umano”. Infatti in questa pubblicazione vi sono testimonianze di alcune sue opere nel campo delle arti figurative, che vale la pena citare. Tra i quadri: Il cammino (2020 – tecnica mista acquerello e spray); Amore boreale (2019 – colore spray). Tra le sculture appaiono tre opere, del 2015, caratterizzate dall’utilizzo incrociato e differenziato dei materiali: due sono in stagno e pietre ed una in metallo non precisato. Reso omaggio al suo impegno nelle arti figurative – largamente visibile consultando il suo sito internet – vediamo ora il florilegio poetico riguardante la selezione delle liriche più significative, pubblicate nell’arco di circa tre lustri: Poesie 2009-2023 è infatti il sottotitolo dell’Opera Omnia.

Il libro ordina le composizioni non in sequenza cronologica, ma in cinque capitoli tematici. S’inizia con Luminosità della natura, titolo quanto mai appropriato per i giochi di luce, i colori (bianco-neve, blu-cielo, verde-prato), le immagini fotografiche di un linguaggio puramente lirico: l’autore si rivela un cantore della natura essenzialmente contemplativo, senza che si possa scorgere una visione teistica o panteistica. La Natura è comunque “eterna Madre”, costituita da realtà macroscopiche (immensità degli spazi cosmici) e microscopiche (piccole creature naviganti in minuscoli atomi spazio-temporali).

 Non è una recerche proustiana il viaggio nella memoria di Fabio Recchia, ma semplicemente un contenitore di ricordi legato a mutevoli stati d’animo, con prevalenza della consapevolezza del fine-corsa: frugando nel tempo emergono ricordi d’infanzia e scolastici, di eventi bellici, la perdita di un amico, la corrosione del tempo, la nostalgia dei più bei momenti trascorsi, un rapporto con il passato contradditorio. Questa è la tematica del secondo capitolo: Il “panta rei” memoriale. Le pagine successive sono occupate dalla poesia amorosa, qui completamente ancorata al canto per l’amata, ed infatti Amore per sempre (terza parte del libro) si confà alla sua visione del sentimento più bello ed umano esistente. Si leggano questi versi e non si avranno dubbi: amore “è vivere per te / fino alla fine dei miei giorni”. Le attese, il perdersi nei tuoi occhi, al centro dei miei pensieri, sono altre espressioni che portano all’apologia finale: “Il mio universo sei tu”.

La problematica esistenziale del poeta viene espressa nel IV capitolo: Attraverso la condizione umana. Da un lato egli sottolinea il destino di fragilità dell’uomo di fronte all’ignoto, dall’altro si china pietoso sul dolore dell’umanità, vissuto dai migranti, dai popoli dimenticati, da chi è solo un numero negli ingranaggi di sistemi alienanti. E v’è memoria dei forni crematori nazisti. Il tutto si avvale di uno stile limpido, efficace, con una parola breve e comunicativa. Ma c’è ancora la Visitazione del Cristianesimo, dove il poeta svela quasi a sorpresa il suo vero volto di credente e innamorato del Cristo, a cui dedica Ecce Homo, una via crucis che comprende anche la Resurrezione. E In Hoc Signo mette in poesia i Dieci Comandamenti, le Virtù teologali e le Virtù cardinali. E venne una luce nelle tenebre a portare nuova speranza nel cuore delle genti.

Enzo Concardi

 

 

Fabio Recchia, Opera Omnia. Poesie (2009-2023), prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 200, isbn 979-12-81351-30-1, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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Antonino Stampa, "Fiori di calendula maritima"

25 Maggio 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Antonino Stampa

FIORI DI CALENDULA MARITIMA

 

 «Il titolo Fiori di Calendula maritima (pianticella salvata dall’estinzione che cresce solo in una piccola parte costiera della Sicilia trapanese) ci colloca subito nella terra di Antonino Stampa, alla quale lo scrittore ci trasporta attraverso i suoi occhi innamorati»: così Marco Zelioli in apertura della sua prefazione alla raccolta poetica in questione (pubblicata da Guido Miano Editore, 2024). In effetti è l’attaccamento radicale alla sua terra d’origine una delle più fertili fonti d’ispirazione lirica: così, fra le varie parti del libro – Come un battito d’ali; Noi e gli altri; Quel che lasciamo; Universoè la quinta quella che mi pare risulti più efficace ed avvincente nelle formulazioni stilistiche ed immaginifiche, come nei contenuti umani, sociali e culturali: “Belice 1968-2018 (Quadri di un terremoto e del prima e del dopo. Un itinerario tra emozioni e ricordi)”.

La tragedia che si abbatté sulla Sicilia per lo scatenamento delle forze incontrollabili della natura viene rivissuta nelle sue componenti individuali e collettive attraverso alcune liriche temporalmente dislocate tra un prima, un durante e un dopo. Il come procedeva la vita dell’autore prima del terremoto viene scolpito da versi scarni ed essenziali, nei quali il destino della terra e del suo lavoro di contadino traspaiono con afflato epocale, intrisi di fatica e senza prospettive: «Solitario il mio passo / solitario il mio lavoro /… / Risalgo la valle /…/ oltre, / s’innalza la montagna / scabra…» (Del Prima). Poi il ritmo ripetitivo dei soliti gesti quotidiani che, tuttavia, hanno il sapore d’una cantilena poetica: «… Con me / la mula, / la bisaccia ai fianchi. / Mi lavo il viso / alla cisterna, / accanto la mula si disseta» (ivi). Ci sarà la biada per la mula e la tavola apparecchiata per la cena. Infine il presagio, o meglio, la certezza di quel che sarà il futuro della sua montagna, ovvero l’abbandono delle nuove generazioni, partite per altri mondi: «Questa mia terra /… / incolta alla mia morte / perché il figlio, / altrove, / altro mestiere, / altra vita conduce» (ivi).

Il momento della prima forte scossa per Antonino Stampa è simile ad un mare sconvolto che rovescia impietosamente le sue onde addosso a case e persone e «nel nero della notte / s’aprì la terra» e tutto divenne l’impero della morte, da cui scampa solo qualche sopravvissuto che s’aggira barcollante fra pietraie e macerie. Ma le scosse si ripetono: «…Ancora / la terra trema, / vibra, / si scuote. / Case sventrate svelano / pudori d’affetti. / Sotto le pietraie / giace la memoria» (15 gennaio 1968, ore 3, minuti 10). Sugli effetti della strage del sisma, una lapidaria riflessione del poeta: «Quella notte / morì una Sicilia. / Dopo / nulla è nato, / qualcos’altro / è venuto» (Premessa). Del dopo terremoto abbiamo due immagini in contrasto tra loro: quella della poesia Gibellina nuova - Le tre piazze, un quadro della ricostruzione che, tuttavia, appare ammantata da asetticità e distacco, forse nel rimpianto del vecchio nucleo abitativo distrutto dal sisma. E quella dei Ruderi di Poggioreale, dove il poeta rivive il dolore antico ma sempre vivo: «Il vento / fra i muri / urla, / piange nel mio cuore».

Anche altrove il richiamo delle origini è forte e consapevole, la lirica Siciliano è l’emblema delle sue radici: «Sono / di questa terra, / zattera a genti in fuga / nel vasto mare / o qui venute / per sete di dominio. / Non conto i popoli / che nelle mie vene / hanno versato il sangue. // Canto / questa terra arsa / che mi asciuga, / questo vento / che mi leviga, / questo mare che s’alza / in tempesta». E così troviamo anche un riferimento a Levanzo, pitture rupestri. Grotta del Genovese, dove gli antenati preistorici vivevano, cacciavano, pescavano il tonno, pregavano ed «abitavano questa terra, / la loro terra, / così diversa, / così uguale». Un canto al sole e alla luce diviene la poesia di Antonino Stampa nelle altre parti del libro: associandosi alla purezza del mare esso dà voce alla sapienza del gabbiano e non a «quanti della vita fanno commercio». Ma c’è spazio ancora per considerazioni e riflessioni sulla nostra esistenza, spesso così superficiale e frettolosa da trasformarsi in un monumento all’incomunicabilità e al conformismo; su chi siamo come abitatori del pianeta terra, che non è nostro, né dei nostri figli; sul futuro che è solo di Dio, mentre a noi appartiene il presente, forse. Ed infine le dediche all’amato Leopardi, col quale canta l’infinito e le stelle della «stanza smisurata e superba» (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia).

Enzo Concardi

 

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Antonino Stampa è nato nel 1946 a Trapani dove attualmente risiede; laureatosi in Filosofia presso l’Università di Palermo, ha insegnato Lettere nelle scuole medie. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Marine. Trasparenze in frammenti (1995), Specchio nascosto (2002), Distesi silenzi del mare (2003), Nei gorghi del tempo (2012), Chiedersi (2014), E non distinguo approdi (2017).

 

 

Antonino Stampa, Fiori di Calendula maritima, prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 84, isbn 979-12-81351-29-5, mianoposta@gmail.com.

 

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Francesco Salvador, "Il dono dell'alba"

12 Maggio 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

Il dono dell’alba

Francesco Salvador

Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

La poesia di Francesco Salvador va visitata come se contenesse un mosaico di occasioni che la vita presenta, ma che spesso tuttavia si trasformano in illusioni e poi delusioni, lasciando un fondo amaro per mancanza di prospettive a lunga scadenza. Si tratta di testi di non facile lettura ed interpretazione, sia per la presenza di numerose espressioni, immagini, allocuzioni bipolari, antitetiche, opposte (motivo linguistico), sia per un’incertezza dell’anima che si riflette sul messaggio letterario del poeta veneto (motivo contenutistico).

Il suo pregio maggiore può essere ravvisato nella capacità di creare atmosfere suggestive ed accattivanti attraverso la cifra della sintesi: bastano pochi versi, alcune pennellate metriche, altri coinvolgenti ossimori, per conferire ai suoi ritmi ed alle sue scansioni armonie, emozioni, suoni che proiettano il lettore nel mondo della poesia. Anche il titolo della raccolta - Il dono dell’alba - corrisponde a tali caratteristiche, lasciando tuttavia in sospeso l’aspettativa creata con un’immagine molto lirica; nel testo conclusivo, Volti, ecco gli ultimi due versi («…Tutti nell’attesa / di un dono all’alba») che sospendono la definizione del domani, del futuro: viviamo una speranza forse troppo vaga per essere chiamata tale. E, in tutto il libro, un crepuscolarismo strisciante avvolge la visione del mondo dell’autore.

Non per nulla uno dei temi più ricorrenti nel suo ventaglio creativo è quello esistenziale, dall’interrogarsi sull’essenza del tempo fino all’incombente senso e realtà della morte. Ciò lo possiamo evincere visitando le più significative pagine a proposito dell’essere o non essere. In apertura molto ci dice Una mano sulle pietre. Qui il poeta vorrebbe fermare il tempo, ma vano è lottare contro tutto ciò che è «già scritto nel palmo di una mano», ovvero il nostro destino. Sorte che si concretizza con un’intuizione interiore: «come chi sente la vita andare»; ed altri versi testimoniano l’illusione di restare qui più del dovuto, «perché l’ignoto fa tremare», cioè il pensiero della morte («casa fredda») e di quel che ci aspetta dopo.

Più esplicita e lapidaria è la poesia All’asta dell’addio: «Inventari / rimangono al vecchio / solitario malato / dalle forze spremute / domani chi / verrà alla soglia / della casa / per dare sorrisi? / Re Mida della morte / ad ogni passo stanco / sarà solo all’asta / dell’addio». La senilità è dunque vissuta come l’anticamera della morte, e non come una stagione della vita con le sue luci ed ombre. Si può inserire in questi contesti tematici anche Non sei più tornata, un sogno – incontro immaginario con la madre tacita («madre perché non mi parli?») nella sua dimensione ultraterrena: non si crea così un dialogo, una “corrispondenza di amorosi sensi” tra madre e figlio. La ricerca filosofica, da parte dell’autore, di approdi o comunque di direzioni sicure è di difficile ed ostica esperienza, poiché non riesce a distinguere tra ciò che appartiene alla realtà abitata dall’uomo o alla dimensione metafisica e divina: «...Così potremmo / sperare di scorgere / l’amalgama tra l’immanente / e il trascendente / nell’ultima libertà di pensiero...» (Non oltre il mare).

In un’altra delle sue metafore (un certo simbolismo abita i testi di Francesco Salvador) appare – insieme al suo – il pianto di un neonato e di un gatto e ci dice: «…È il pianto di chi / non sa gestire l’ignoto, / e quella disperazione / ci accomuna, rende noi tre / fratelli per sempre: / io, il neonato e il gatto, / una triade terrena / che non aspira / alla conquista dell’eternità» (Verso la città morta). Dunque siamo giunti alla rinuncia, non c’è alcun risultato, sbocco apparente alla ricerca dell’autore, fino al punto di svilire anche la ragione, dal momento che l’uomo è inserito in una «triade terrena» disperante, in cui non si è sviluppata un’evoluzione qualsiasi. Stesse note troviamo ne Il mare della vita, in cui una similitudine sorregge versi sia dubitativi che affermativi, ma dove regna ancora un’atmosfera di desolazione: «È dunque questo / il mare della vita? / Un eterno oblio / che cerca per compagno / lo stordimento? / E quante oasi false / prima di giungere / alla fine che fine non è!...».

E troviamo ancora parole che suggeriscono «il disagio di essere uomo» (Per le parole dei poeti), forse quel ‘male di vivere’ o quel ‘male oscuro’ che è di casa in molta parte della letteratura contemporanea di derivazione ideologica. Ed anche parole di solitudine, inevitabili in una condizione umana giocata sul minimalismo ribassista: le Nuvole grigie che vestono il cielo sono paragonate ai fantasmi della nostra mente, ma in soccorso giungono «i carillon delle giostre» che proiettano il poeta in uno stato letargico, «nel tepore rassicurante di una fiaba».

Vi sono tuttavia, tra le poesie della presente raccolta, parentesi, pause, soste - rispetto ad un certo pessimismo antropologico e filosofico - che potremmo definire di ‘realismo magico’, ovvero sulla base descrittiva di realtà tangibili s’innesta la fantasia immaginifica del poeta, in parte di derivazione naturalistica. Sono tali le seguenti composizioni, paradigmatiche ed esemplari di questo genere. Citiamo allora Insegnami, dove si segnala la scomparsa di personalità artistiche con forti identità e radici, vicine al popolo e alla gente autentica, poiché hanno preso il loro posto creature evanescenti e anonime: «Chiedimi cosa / potrei raccontare / alle sedie occupate / dei bar / sono scomparsi i poeti d’osteria / e non da oggi / come poter instaurare dialoghi / con i fantasmi / insegnami». Indi la più articolata e lirica Ciò che resta nei paesi, che può essere assunta anche come rappresentante della tipologia salvadoriana dei testi d’atmosfera, come si diceva nel secondo capoverso di questa prefazione; il poeta infatti crea immagini lampanti e segrete della vita di borgo: lo sguardo da certe finestre, le vie più nascoste, l’aria fresca della domenica, un bar invecchiato negli anni, finestre di cucine illuminate… dove l’elemento onirico è dato da un improbabile ‘genio del luogo’ o ‘sognando un folletto’ nelle sere sprigionanti talora calore umano, talaltra situazioni di solitudine.

Ed ancora Conchiglie, che ricostruisce il gioco dei mondi ascoltati ponendo l’orecchio su di esse, gioco tramontato appartenuto alle avventure sognate nella nostra adolescenza: «Portano dentro / il suono della nave pirata / le urla dei corsari / tutti i fantasmi / conservati dal mare. // In quel fruscio magico / vi è il mondo sparito / del capitano Nemo». E concludiamo le citazioni del ‘realismo magico’ con Canto di sabbia, il cui titolo è già un ossimoro, che prelude all’altro gruppo di poesie di Salvador, ossia quello della bipolarità. Canto di sabbia mi pare essere una delle più riuscite liriche del libro ed associa immagini forti a strutture linguistiche soavi, con un messaggio finale sull’aggressione perpetrata nei confronti del pianeta Terra: «Un canto di sabbia / viene da lontani deserti / lo spartito fatto di polvere / lancia le note fino a qui. / L’ululato feroce del vento / è la melodia che sentiamo / a volte dolce a volte selvatica / come artigli d’aquila sulla preda. / Sa consolare la ninna nanna / del suo fischio insistente. / Altrove sciacalli banchettano / confusi nell’ocra gialla / di una terra friabile e ferita».

Ed eccoci finalmente ad alcuni annunciati passi contenenti antitesi, che quindi affermano e negano allo stesso tempo. Di nebbia questo cuore si avvale di figure retoriche: c’è l’anafora «di nebbia questo…» come incipit delle due strofe; ci sono ossimori come «il cuore vestito di nebbia» e «canto muto»; c’è la sinestesia del «giorno dal respiro affannoso»; e l’antitesi consiste nella dichiarazione del poeta che, nonostante il «grigio inerme» e il canto inudibile, ringrazia «chi quella musica / ha scritto». Il significato del testo potrebbe nascondersi proprio qui, nel tentativo di apprezzare tutto ciò che rompe l’apparente non senso dell’esistenza. L’alba verrà (in sintonia con il titolo della raccolta) apporta tre antitesi: verrà l’alba a guidare i tuoi passi, ma sarà tardi per cantare; la confusione attuata dal soggetto fra il sangue (primo polo) e l’oro (secondo polo); bacerai le perle, ma sarai preda del marmo. L’autore vuole rappresentare indubbiamente le contraddizioni della vita e dell’animo umano, la sua natura scissa sempre tra due opposte tendenze, come nelle conclamate realtà: bene-male, luce-tenebre, vita-morte, piacere-dolore…

Chiarissima nella sua sintesi dualistica è Legami, che rimanda anche ad una tipica problematica pirandelliana: il desiderio di libertà ed il bisogno di avere nel contempo una vita d’affetti e sociale, la quale comporta appunto dei legami e delle responsabilità. Scrive il poeta: «In alcuni giorni / non vorrei avere legami. // Camminare per orti e stelle / sarebbe il mio sogno. // Anche un torrente lurido / mi darebbe allegria…». (Questa prima parte è il sogno della libertà senza condizioni e impedimenti, anarchica). Tuttavia scrive nella seconda parte: «…Ma poi penso / che senza certe catene / non avrei potuto vivere / e mi sarebbe ora impossibile / contare i passi del mio domani» (Accettazione delle sicurezze economiche, professionali, familiari, affettive: ciò che Pirandello chiama la ragnatela delle convenzioni sociali cristallizzate).

Pochissimi sono i riferimenti alla poesia amorosa ne Il dono dell’alba, mentre non poteva essere l’amore il più bel dono dell’alba? Forse non basta Un tuo capello perché il lettore possa pensare a ciò: «Un tuo capello / mi è rimasto / sulla spalla / di una camicia / da te stirata / in tempi lontani. / Era un tuo bacio / inconsapevole (così ho pensato) / ma prezioso ora per me / come le tue labbra / ora che sei lontana». In definitiva il poeta però recupera il valore della vita (Un treno in corsa) e valorizza positivamente quelle occasioni che anche per Montale costituivano lo stimolo per andare avanti, nonostante l’enigma esistenziale: «...Il treno non si chiede / a cosa vale aver vissuto / e neppure chi di noi / morirà in pace / ignorando il valore / degli attimi trascorsi».

Enzo Concardi

 

 

 

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L’AUTORE

 

Francesco Salvador è nato nel 1957 a Vittorio Veneto (tv); ha vissuto per molti anni a Venezia prima di trasferirsi a Padova dove attualmente abita e lavora come insegnante di scuola primaria. È autore di molte raccolte poetiche con le quali ha ottenuto diversi premi, riconoscimenti e lusinghieri riscontri di critica; ha pubblicato anche brevi racconti in riviste letterarie.

 

 

Francesco Salvador, Il dono dell’alba, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-32-5, mianoposta@gmail.com.

 

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Mario Santoro, "Viaggio con la madre"

4 Maggio 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni

 

 

 

Mario Santoro

VIAGGIO CON LA MADRE

 

La figura della madre è sempre stata al centro delle creazioni artistiche umane, anche solo per il motivo che la madre è generatrice di vita e che s’instaura tra madre e figli un rapporto del tutto particolare, analizzato nella modernità con pretese scientifiche dalle varie scuole psicanalitiche. Pittura e scultura, ad esempio, hanno raffigurato in ogni epoca e secondo varie interpretazioni, il dolore di Maria madre del Cristo. La musica ha onorato le stesso tema nei numerosi Stabat Mater composti da autori di ogni scuola. La letteratura e il cinema si sono interessate alle illustrazioni delle figure materne a più riprese: per restare nella contemporaneità possiamo citare la famosissima poesia di Ungaretti, La madre, di profondo significato religioso; oppure il romanzo dello scrittore russo Maxim Gor’kij dallo stesso titolo, in cui si narra la storia di una madre rivoluzionaria che sposa la causa sociale del figlio e dei suoi compagni; od ancora la luminosa, dignitosissima, manzoniana madre di Cecilia nei Promessi Sposi al tempo della peste; ed infine, per le storie narrate dalla “settima arte”, Pedro Almodovar con Tutto su mia madre imbastisce la vicenda dolorosa di Manuela, imperniata sulla morte del figlio giovinetto.

Lo scrittore lucano Mario Santoro in Viaggio con la madrepubblicato nel giugno 2023 – si inserisce in questo filone tematico con una prosa suddivisa in 54 capitoletti, nei quali invece ricostruisce il rapporto con sua madre morente. Ne nasce una scrittura di carattere autobiografico-memoriale-sentimentale, dove la problematica della comunicazione ed incomunicabilità, allo stesso tempo, tra madre e figlio, occupa uno spazio importante e l’imminente morte di lei svela a lui alcune verità su cui riflette profondamente e che tutte si possono comprendere nell’incipit del libro: “L’amore e i sacrifici quotidiani di una madre li scopri, sovente, quando stai per perderla. Storia di ordinarie quotidianità, quasi gloria postuma alla figura della madre”.

Santoro dichiara di essersi posto sulla scia di autori come Dino Buzzati (I due autisti) e Ferdinando Camon (Un altare per la madre). Le scelte dell’autore sono precise: il racconto di un viaggio esistenziale sia fisico che spirituale, nello spazio e nel tempo, nelle dimensioni individuali e nelle proiezioni collettive. Il linguaggio discorsivo si avvale di soliloqui e dialoghi, di tentativi riusciti di confidenze e di mutismi per l’incapacità a dire le parole nate dentro. Alcuni versi collocati a guisa di introduzione ci rivelano la sostanziale tenerezza del rapporto materno-filiale, versi che ci insegnano anche come il tempo non cancella i sentimenti autentici: “Nei lunghi decenni dell’assenza / sempre un’idea fissa da seguire / recuperare una e una sola foto tua / nel lieve sobbalzo del cuore / da tenere per me, solo. // La tengo ora nel mio studio / nel ricordo degli anni a catena. / E siamo al cinquantuno o forse all’anno prima, / non mi fisso alla data”.

Dall’ambulanza (disegnata in copertina da Pasquale Zamparella) che trasporta la madre morente dall’ospedale romano fino a casa, il figlio, seduto accanto a lei, racconta non solo i tanti episodi della loro vita insieme, ma tutte le riflessioni e le elaborazioni del lutto che sta per sopraggiungere. Si tratta quindi di feedback sparsi nel tempo, senza una cronologia precisa, ma con l’intento di ricostruire il rapporto con la madre attraverso le parole dette e quelle non dette. Ne abbiamo così un materiale umano, psicologico, relazionale di un’anima - quella dell’autore - profonda, tersa, tesa nella volontà di capire a posteriori ciò che prima non aveva nemmeno considerato. Il messaggio si può riunire, alla fine, in una sola espressione: amore materno e filiale. Al lettore scoprirlo nelle belle pagine del libro.

Enzo Concardi

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Pietro Rosetta, "Poesie nascoste nella dispensa"

3 Maggio 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Poesie nascoste nella dispensa

Pietro Rosetta

 Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Questa prima raccolta poetica di Pietro Rosetta naviga a vista tra il canto d’amore e la ricerca esistenziale senza approdi. Per la prima tematica vale tout court il richiamo al leopardiano amore e morte, nel senso di un romanticismo sentimentale che nel nostro autore trova dimora in quasi tutte le composizioni: vedremo più avanti nell’analisi dei testi quante numerose siano le immagini, le espressioni e le atmosfere che ‘affratellano’ l’amore con la morte. Trattasi quindi di un sentimento forte, passionale, che non fa sconti alle banalità e ai luoghi comuni di tanta poesia amorosa contemporanea; che traccia la sua rotta spesso lontano dalla felicità, condizione sporadica e quasi casuale, forse più assenza di dolore al posto di una vera gioia; che appare romanzato e senza un fine, assumendo la forma di un isolato e spinoso canto del transfert realizzato solo parzialmente, poiché vissuto con intensa problematicità.

Talvolta sembra un andare e riandare nella memoria, in bilico fra esperienza ed immaginazione, talaltra s’imbatte - lo sviluppo della scrittura - in una sorta di ermetismo di significati, in quanto il poeta crea delle pièces, anche oniriche, sospese nel vago e nell’indefinito, dove è presente un ‘tu’ nel ruolo di interlocutore che potrebbe essere sia un altro-da-sé, che il suo alter-ego. La mancanza di titoli - sostituiti da asterischi - nella quasi totalità delle poesie, accentua tale impressione di mistero e vaghezza che, tuttavia, conferiscono alle liriche un senso di fascino dell’ignoto.

Per la tematica esistenziale stile e contenuti non si discostano granché da quel che abbiamo detto finora, tanto che si potrebbe definire, l’amore stesso, un fatto esistenziale, parte integrante di una vita concepita come viaggio, avventura umana, naufragio nella follia e nella morte, intese non in senso biologico, ma come condizioni interiori e spirituali. Ma il poeta non vorrebbe naufragare, per cui la lotta fra Eros e Thanatos è incessante e spossante. Le opposte tendenze, la luce e le tenebre, l’angoscia e la speranza e tutto ciò che è dualistico, bipolare costituiscono forze sempre attive, al lavoro nell’io, impedendo la pace in ultima istanza agognata.

Non per nulla la raccolta inizia con un inusuale - per la mentalità odierna - inno al dolore umano maturato nel nascondimento: tale è la lirica d’apertura, I canti delle vedove. Essa è degna di nota per più di un motivo. Innanzitutto vi sono espressioni di una religiosità antica ma popolare che assumono valore poetico, come: «vecchie chiese di periferia», «luci di candele ingiallite», «parrocchie dove c’è un prete solo», «quei vecchi rosari».

In secondo luogo tali canti vengono definiti, di strofa in strofa, in un modo diverso assumendo significati plurimi e connotando la profondità del dolore: sono voci destinate a spegnersi ma senza tempo; sono reiterati come cantilene infinite dai ritmi battenti nell’arcano silenzio; sono disperazione e lucida follia, adombrando la condizione spirituale di chi li vive; sono «…la speranza cieca / che ognuno di noi porta dentro…», ossimoro ad indicare che «…il presente è vietato / ma il futuro è possibile…»; ed infine c’è l’immedesimazione fra i canti delle vedove e la preghiera personale del poeta nel chiuso e nel raccoglimento della sua stanza, similitudine che ci induce a vedere in lui un soggetto travagliato nei gorghi esistenziali dell’avventura umana. Inoltre, il titolo trasformato in anafore all’inizio di ogni strofa tranne l’ultima, assume valore di nenia quasi tragica, richiamante il lutto, il dolore, la morte.

Tale canone metrico, sintattico e contenutistico è il più utilizzato dall’autore in tutto il libro, che prende così la forma di un poemetto unitario, dalle tematiche esperienziali altalenanti ed autobiografiche senza tempo, sempre teso su livelli di comunicabilità intensa e profonda, che immerge il lettore nel suo messaggio traslato come una carica elettrica. Si diceva all’inizio di amore e morte come leitmotiv della sua poesia amorosa, ed ecco le prove. «Ti parlerò ancora / per pochi giorni / poi, come le onde impetuose / s’impennano al vento e muoiono, // anch’io mi confonderò nel mare, / culla e cimitero di tutti noi, / onde della stessa acqua» (poesia senza titolo, p. 18). In un’altra lirica il connubio è esplicito: «Nudi i nostri corpi la passione trascina / lungo il fiume che ha inghiottito / il mio intimo più segreto insieme al tuo / torrida e infinita // fradici i nostri cuori, sulla riva, / rabbrividiscono al confondersi / di amore e morte / gelide ombre mescolate nella corrente» (poesia senza titolo, p. 19). Anche nella lirica «In riva al mare i sogni» (poesia senza titolo, p. 22) la fine di un amore viene espressa con il verbo morire e sulla spiaggia amara giace l’amore esanime.

Vi è poi la variante dell’amore agonizzante, non ancora morto, ma prossimo alla fine. Bastano due liriche per capirne il respiro. Nella prima (p. 27) la perplessità su una relazione si esprime con immagini forti: «…Non so se le tue mani si confonderanno / alle mie, nelle carezze vellutate / o se la morte lucida già nel marmo / i nostri nomi scolpiti…». Nell’altra (p. 69) immagini marine simboleggiano un imminente naufragio, difficile da evitare: «... e in balia di una zattera / ho abbandonato il nostro amore / che ogni giorno rischia di annegare».

Ma la poesia amorosa di Pietro Rosetta contempla pure l’altra faccia della medaglia, dove l’amore si concede agli amanti, nonostante, talvolta, incontri contrasti. E il poeta ci parla di un amore bello da vedere, di un tempo che è sbocciato per unire corpi e anime, di un tempo che è maturo nonostante aspri e contorti intrecci, di sogni angelici, di assenze dolorose, di notti rubate al sonno, di schiavitù d’amore, di complicità profonde per dar senso alla vita… e finalmente il canto A Paola, l’amore dissetante per una donna: divinità terrena, musa della vita, senso del domani, compagna di viaggio e di ripartenze.

Oltre la dimensione del sentimento umano, il poeta accoglie nella sua sensibilità le vibrazioni esterne dei vuoti interiori, dei deliri e delle follie individuali e sociali, dei pericoli dentro mari tormentati, della paura di solitudini disperate, del rischio di vivere in isole solo per sopravvivere ai naufragi dilaganti.

Sopraggiungono momenti nostalgici di un passato ormai lontano, memorie di radici della terra ora chissà dove abbarbicate e la tenerezza di un volto materno il cui sguardo fa intuire che solo per te, figlio, io ho vissuto.

Enzo Concardi

 

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L’AUTORE

 

Pietro Rosetta vive a Milano; dopo avere conseguito la maturità classica, si è laureato in Medicina e Chirurgia nel 1989, e si è specializzato in Oftalmologia presso la Clinica Oculistica dell’ospedale San Raffaele di Milano. Dopo una esperienza presso la Fondation Rothschild di Parigi, ha lavorato dal 1997 al 2019 presso l’istituto Clinico Humanitas di Rozzano, come specialista nella chirurgia del segmento anteriore e dei trapianti corneali. Attualmente ricopre il ruolo di Responsabile dell’Unità Operativa di Oculistica dell’Istituto Humanitas San Pio X di Milano. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni scientifiche ed ha inoltre partecipato, in qualità di relatore ad innumerevoli congressi nazionali ed internazionali.

 

 

Pietro Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-21-9, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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Il valore culturale della lettura critica della poesia

17 Aprile 2024 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon

 a cura di Enzo Concardi

 Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Recensione di Floriano Romboli

 

Enzo Concardi premette al suo lavoro antologico - che raccoglie e sistema i molti giudizî critici stilati nel tempo sull’attività poetica di Maurizio Zanon – alcune riflessioni metodologiche e teorico-culturali con le quali concordo pienamente. Queste concernono l’importanza della critica ai fini del corretto intendimento dei risultati di una ricerca artistico-letteraria, ne sottolineano la preziosa funzione di mediazione interpretativa e verificatrice degli autentici valori estetici di essa, nella prospettiva di una lettura non ridotta a una semplice reazione impressionistica, a una sintonia soggettiva ed estemporanea con i testi.

Zanon, interessante scrittore veneto, nato a Venezia nel 1954, si segnala per la ricchezza, non soltanto quantitativa, della produzione lirica, contrassegnata com’è dalla varietà dei motivi e da suggestiva eleganza stilistica e ritmica. A questo proposito mi piace citare il parere di chi, come Nazario Pardini - in riferimento specifico alla fondamentale silloge Tutto fu bello qui, stampata nel febbraio 2021 dalla Casa Editrice Miano, ma con lo scopo evidente di una caratterizzazione d’assieme – ha segnalato “l’empatica visione della vita e del suo rapporto con tempo e spazio”, giungendo a un riconoscimento invero significativo: “Non è facile trovare poeti che facciano della vita un’opera d’arte. E Zanon ne è capace. I sentimenti si concretizzano in visioni calde e brillanti, in oggettive sensazioni di metamorfiche vertigini personali”.

D’altra parte gli è connaturale una delicata nota vitalistica: “Eri chiara/ di luce splendente/ come una stella/ e ora che non ti ho più/ sei ancora più bella” (Alla prima giovinezza, in L’uomo narciso, 1987).

Concardi organizza con lucidità e sicurezza il vasto materiale storico-critico in cinque sezioni, iniziando coll’esaminare gli studi concepiti attorno al rapporto fra poetica ed estetica, cioè fra assunti programmatici, fra convinzioni generali, intenzioni progettuali, e concrete realizzazioni formali, obiettive peculiarità compositive. Se il compianto Guido Miano poneva opportunamente in risalto la centralità dei temi del tempo, del nesso problematico vita-morte, della memoria e delle illusioni, in relazione palese con la grande lezione leopardiana, Mario Stefani indicava nella condizione di sofferta solitudine un tratto distintivo della spiritualità zanoniana, il coefficiente essenziale di una “profondità interiore”, un abito “della riflessione e della meditazione” aliene dai profetismi e aperte alla pietas etico-intellettuale e al vigore testimoniale.

Riguardo poi allo stile dell’autore il medesimo studioso, al quale dobbiamo la monografia Il canto di una voce solitaria (1999), si sofferma sulla frequente alternanza nei suoi versi di tensione e musicalità, spezzature e soluzioni euritmiche, di cui hanno scritto con acutezza pure lettori autorevoli quali Angela Ambrosini, Raffaele Piazza e Maria Rizzi.

Seguono le sezioni dedicate all’ambiente naturale e lagunare – ove lo stesso Concardi sviluppa il tema della natura medicatrix, del potere consolatore della stessa, còlto e illustrato attraverso il fascino sempre vivo di Venezia -, alla dimensione memoriale e all’amore (dalle ascendenze letterarie anche remote, addirittura stilnovistiche, come hanno dimostrato interpreti raffinati come Mario Santoro e Dino Manzelli), al tormento esistenziale e alla ricerca di Dio nella società sempre più secolarizzata e votata al culto spersonalizzante e moralmente opacizzante dei “consumi”. Mi sembra in questo senso degno d’interesse il richiamo a un componimento senz’altro riuscito occasionato dalla ricorrenza del Natale di Cristo, intitolato Senza più misure e compreso nella raccolta Liriche scelte (2010): “Che Natale vuoi che sia? / Lo sai che non amo tanto / il Natale di questi anni! / Mi sembra tutto così orientato / all’apparenza delle futili cose, / al consumismo senza più misure. / Basta ingrassare / fra noci e panettoni: / a distanze sempre più accorciate / c’è chi soffre e muore! / Ma vieni ugualmente, mio Dio, / con la tua povertà / in questa festa che magari per me / non è più festa, vieni / ed offrici pure la tua luce/ qui che il buio è quasi sempre”.

Nell’ultima sua parte il volume ospita alcuni saggi di analisi critica comparata e quindi insistente sulle affinità ideali, sulle attinenze tematico-elaborative che il percorso d’arte di Zanon rivela con quello proprio di altre voci poetiche straniere moderne e contemporanee.

Floriano Romboli

 

 

Enzo Concardi (a cura di), Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 100, isbn 979-12-81351-24-0, mianoposta@gmail.com.

 

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Marisa Marchesi Carli, "Il portolano"

14 Aprile 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Marisa Marchesi Carli

IL PORTOLANO

 

 

S’intrecciano variegati motivi in questa raccolta elegante, raffinata e commossa della poetessa ferrarese Marisa Marchesi Carli. Intrecciarsi significa sovrapporsi, compenetrarsi, sgorgare dall’interiorità in libere associazioni per comporre e scomporre caleidoscopici fraseggi di varia intensità, leggerezza, pregnanza di significati. È un ricostruire, ricapitolare, rivisitare le stagioni dell’esistenza alla luce dell’esperienza e del giudizio postumo: siamo davanti a una poesia della memoria, delle memorie e degli affetti che hanno accompagnato la vita rendendola degna d’essere vissuta. È un prendere coscienza della condizione umana di dolore: un patire personale che non si ferma nella circonferenza dell’io, ma che va incontro alla dimensione universale nella comprensione della sofferenza dell’altro. Un patire che non ristagna nella propria commiserazione, ma che valica i suoi stessi confini per abbracciare le ragioni della speranza e le ragioni del sentimento. In tal modo l’autrice può sentirsi grata, debitrice verso coloro che sono stati i suoi fari nel cammino poetico e letterario; verso i luoghi geografici del cuore, divenuti così momenti dell’anima in una metamorfosi culturale e spirituale; verso le creature amate nella famiglia e nel mondo della scuola, i suoi mondi elettivi; verso madre natura medicatrice e donatrice di emozioni, suggestioni, voli pindarici.

 Le prime chiavi di lettura simboliche del libro, penso vadano ricercate nelle immagini e metafore marinaresche, ad iniziare dal titolo, chiaramente un nome del gergo dei lavoratori addetti alla navigazione costiera. È Il portolano, un manuale che contiene anche le carte nautiche indicanti la rotta, quindi ecco il viaggio dell’esistenza e la necessità di conoscere la strada: «Il portolano, / pensieri a bordo / della vita, / intreccio d’eventi». In perfetto stile ermetico l’ultima lirica della silloge, dalla stessa titolazione generale, ne sintetizza in modo estremo il senso e il contenuto. A rafforzare la poesia esistenziale della Carli sopraggiunge Quanti i porti, canto dell’affanno e della deriva di chi non trova dove posare il capo: «Quanti i porti / della vita / remoti tra lidi / senza approdo. / Imbarcaderi flangiflutti, / miraggi d’ancore, / cancellano orme / … / Naviga regatante smarrito / accecato dal luminoso / roco». Rientro al porto, potrebbe in apparenza rientrare in tali problematiche, ma in realtà è una lirica dalle suggestive immagini, dedicata alla fatica del lavoro marinaresco.

 La palude del dolore attraversata dalla poetessa è stata un’esperienza che l’ha messa a dura prova ed ovviamente ne troviamo traccia nella sua poetica, come ne L’assenza, un nome del dolore, dove sono «lacerati sogni / promesse e vita». Come ne La chiesetta dei malati, dove la condivisione del male fisico svela una scoperta importante: «... / ho conosciuto che il mio / dramma non era il solo». Ed ancora come in Spesso la sofferenza, che sembra ispirata al famoso male di vivere montaliano, ed è così, ma solo nel richiamo metrico, mentre il contenuto non è filosofico come nel poeta ligure, ma esistenziale in quanto la poetessa legge la sofferenza concreta colta nei volti, nei gesti, nelle speranze spente, nelle ceneri della rassegnazione: è una sofferenza umanizzata. Tale e quale al dolore per l’assenza di un affetto espresso: «…Quanto avrei voluto / giorni di abbracci e confidenze, / ma il pudore d’allora, / ritrosia all’amore / manifesto, / ce ne ha private. / Il non vissuto / riempie questo tempo, / lancinante rimpianto / d’amore non detto» (Mamma).

 Ma ecco che, per gli insondabili istinti di sopravvivenza umani, dal dolore fiorisce la speranza, ovvero la possibilità di un futuro roseo: la vita serba in sé ancora tanti doni e «dove caddero lacrime / cresceranno fiori … / fili d’oro ricameranno / prezioso avvenire» (Pieni di dolore). Ed è chiara e forte la sua voglia di speranza, tanto che a chiusura del libro, cita versi di Ungaretti: «Dopo tanta / nebbia / a una / a una / si svelano / le stelle». Testimonianza dell’amore verso la vita sono anche le numerose liriche in cui la natura è protagonista: al lettore scoprirle e centellinarle.

Enzo Concardi

 

 

Marisa Marchesi Carli, Il portolano, prefazione di Marcella Mellea, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-22-6, mianoposta@gmail.com.

 

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