enzo concardi
Antonino Stampa, "Fiori di calendula maritima"
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Antonino Stampa
FIORI DI CALENDULA MARITIMA
«Il titolo Fiori di Calendula maritima (pianticella salvata dall’estinzione che cresce solo in una piccola parte costiera della Sicilia trapanese) ci colloca subito nella terra di Antonino Stampa, alla quale lo scrittore ci trasporta attraverso i suoi occhi innamorati»: così Marco Zelioli in apertura della sua prefazione alla raccolta poetica in questione (pubblicata da Guido Miano Editore, 2024). In effetti è l’attaccamento radicale alla sua terra d’origine una delle più fertili fonti d’ispirazione lirica: così, fra le varie parti del libro – Come un battito d’ali; Noi e gli altri; Quel che lasciamo; Universo – è la quinta quella che mi pare risulti più efficace ed avvincente nelle formulazioni stilistiche ed immaginifiche, come nei contenuti umani, sociali e culturali: “Belice 1968-2018 (Quadri di un terremoto e del prima e del dopo. Un itinerario tra emozioni e ricordi)”.
La tragedia che si abbatté sulla Sicilia per lo scatenamento delle forze incontrollabili della natura viene rivissuta nelle sue componenti individuali e collettive attraverso alcune liriche temporalmente dislocate tra un prima, un durante e un dopo. Il come procedeva la vita dell’autore prima del terremoto viene scolpito da versi scarni ed essenziali, nei quali il destino della terra e del suo lavoro di contadino traspaiono con afflato epocale, intrisi di fatica e senza prospettive: «Solitario il mio passo / solitario il mio lavoro /… / Risalgo la valle /…/ oltre, / s’innalza la montagna / scabra…» (Del Prima). Poi il ritmo ripetitivo dei soliti gesti quotidiani che, tuttavia, hanno il sapore d’una cantilena poetica: «… Con me / la mula, / la bisaccia ai fianchi. / Mi lavo il viso / alla cisterna, / accanto la mula si disseta» (ivi). Ci sarà la biada per la mula e la tavola apparecchiata per la cena. Infine il presagio, o meglio, la certezza di quel che sarà il futuro della sua montagna, ovvero l’abbandono delle nuove generazioni, partite per altri mondi: «Questa mia terra /… / incolta alla mia morte / perché il figlio, / altrove, / altro mestiere, / altra vita conduce» (ivi).
Il momento della prima forte scossa per Antonino Stampa è simile ad un mare sconvolto che rovescia impietosamente le sue onde addosso a case e persone e «nel nero della notte / s’aprì la terra» e tutto divenne l’impero della morte, da cui scampa solo qualche sopravvissuto che s’aggira barcollante fra pietraie e macerie. Ma le scosse si ripetono: «…Ancora / la terra trema, / vibra, / si scuote. / Case sventrate svelano / pudori d’affetti. / Sotto le pietraie / giace la memoria» (15 gennaio 1968, ore 3, minuti 10). Sugli effetti della strage del sisma, una lapidaria riflessione del poeta: «Quella notte / morì una Sicilia. / Dopo / nulla è nato, / qualcos’altro / è venuto» (Premessa). Del dopo terremoto abbiamo due immagini in contrasto tra loro: quella della poesia Gibellina nuova - Le tre piazze, un quadro della ricostruzione che, tuttavia, appare ammantata da asetticità e distacco, forse nel rimpianto del vecchio nucleo abitativo distrutto dal sisma. E quella dei Ruderi di Poggioreale, dove il poeta rivive il dolore antico ma sempre vivo: «Il vento / fra i muri / urla, / piange nel mio cuore».
Anche altrove il richiamo delle origini è forte e consapevole, la lirica Siciliano è l’emblema delle sue radici: «Sono / di questa terra, / zattera a genti in fuga / nel vasto mare / o qui venute / per sete di dominio. / Non conto i popoli / che nelle mie vene / hanno versato il sangue. // Canto / questa terra arsa / che mi asciuga, / questo vento / che mi leviga, / questo mare che s’alza / in tempesta». E così troviamo anche un riferimento a Levanzo, pitture rupestri. Grotta del Genovese, dove gli antenati preistorici vivevano, cacciavano, pescavano il tonno, pregavano ed «abitavano questa terra, / la loro terra, / così diversa, / così uguale». Un canto al sole e alla luce diviene la poesia di Antonino Stampa nelle altre parti del libro: associandosi alla purezza del mare esso dà voce alla sapienza del gabbiano e non a «quanti della vita fanno commercio». Ma c’è spazio ancora per considerazioni e riflessioni sulla nostra esistenza, spesso così superficiale e frettolosa da trasformarsi in un monumento all’incomunicabilità e al conformismo; su chi siamo come abitatori del pianeta terra, che non è nostro, né dei nostri figli; sul futuro che è solo di Dio, mentre a noi appartiene il presente, forse. Ed infine le dediche all’amato Leopardi, col quale canta l’infinito e le stelle della «stanza smisurata e superba» (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia).
Enzo Concardi
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Antonino Stampa è nato nel 1946 a Trapani dove attualmente risiede; laureatosi in Filosofia presso l’Università di Palermo, ha insegnato Lettere nelle scuole medie. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Marine. Trasparenze in frammenti (1995), Specchio nascosto (2002), Distesi silenzi del mare (2003), Nei gorghi del tempo (2012), Chiedersi (2014), E non distinguo approdi (2017).
Antonino Stampa, Fiori di Calendula maritima, prefazione di Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 84, isbn 979-12-81351-29-5, mianoposta@gmail.com.
Francesco Salvador, "Il dono dell'alba"
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Il dono dell’alba
Francesco Salvador
Guido Miano Editore, Milano 2024.
La poesia di Francesco Salvador va visitata come se contenesse un mosaico di occasioni che la vita presenta, ma che spesso tuttavia si trasformano in illusioni e poi delusioni, lasciando un fondo amaro per mancanza di prospettive a lunga scadenza. Si tratta di testi di non facile lettura ed interpretazione, sia per la presenza di numerose espressioni, immagini, allocuzioni bipolari, antitetiche, opposte (motivo linguistico), sia per un’incertezza dell’anima che si riflette sul messaggio letterario del poeta veneto (motivo contenutistico).
Il suo pregio maggiore può essere ravvisato nella capacità di creare atmosfere suggestive ed accattivanti attraverso la cifra della sintesi: bastano pochi versi, alcune pennellate metriche, altri coinvolgenti ossimori, per conferire ai suoi ritmi ed alle sue scansioni armonie, emozioni, suoni che proiettano il lettore nel mondo della poesia. Anche il titolo della raccolta - Il dono dell’alba - corrisponde a tali caratteristiche, lasciando tuttavia in sospeso l’aspettativa creata con un’immagine molto lirica; nel testo conclusivo, Volti, ecco gli ultimi due versi («…Tutti nell’attesa / di un dono all’alba») che sospendono la definizione del domani, del futuro: viviamo una speranza forse troppo vaga per essere chiamata tale. E, in tutto il libro, un crepuscolarismo strisciante avvolge la visione del mondo dell’autore.
Non per nulla uno dei temi più ricorrenti nel suo ventaglio creativo è quello esistenziale, dall’interrogarsi sull’essenza del tempo fino all’incombente senso e realtà della morte. Ciò lo possiamo evincere visitando le più significative pagine a proposito dell’essere o non essere. In apertura molto ci dice Una mano sulle pietre. Qui il poeta vorrebbe fermare il tempo, ma vano è lottare contro tutto ciò che è «già scritto nel palmo di una mano», ovvero il nostro destino. Sorte che si concretizza con un’intuizione interiore: «come chi sente la vita andare»; ed altri versi testimoniano l’illusione di restare qui più del dovuto, «perché l’ignoto fa tremare», cioè il pensiero della morte («casa fredda») e di quel che ci aspetta dopo.
Più esplicita e lapidaria è la poesia All’asta dell’addio: «Inventari / rimangono al vecchio / solitario malato / dalle forze spremute / domani chi / verrà alla soglia / della casa / per dare sorrisi? / Re Mida della morte / ad ogni passo stanco / sarà solo all’asta / dell’addio». La senilità è dunque vissuta come l’anticamera della morte, e non come una stagione della vita con le sue luci ed ombre. Si può inserire in questi contesti tematici anche Non sei più tornata, un sogno – incontro immaginario con la madre tacita («madre perché non mi parli?») nella sua dimensione ultraterrena: non si crea così un dialogo, una “corrispondenza di amorosi sensi” tra madre e figlio. La ricerca filosofica, da parte dell’autore, di approdi o comunque di direzioni sicure è di difficile ed ostica esperienza, poiché non riesce a distinguere tra ciò che appartiene alla realtà abitata dall’uomo o alla dimensione metafisica e divina: «...Così potremmo / sperare di scorgere / l’amalgama tra l’immanente / e il trascendente / nell’ultima libertà di pensiero...» (Non oltre il mare).
In un’altra delle sue metafore (un certo simbolismo abita i testi di Francesco Salvador) appare – insieme al suo – il pianto di un neonato e di un gatto e ci dice: «…È il pianto di chi / non sa gestire l’ignoto, / e quella disperazione / ci accomuna, rende noi tre / fratelli per sempre: / io, il neonato e il gatto, / una triade terrena / che non aspira / alla conquista dell’eternità» (Verso la città morta). Dunque siamo giunti alla rinuncia, non c’è alcun risultato, sbocco apparente alla ricerca dell’autore, fino al punto di svilire anche la ragione, dal momento che l’uomo è inserito in una «triade terrena» disperante, in cui non si è sviluppata un’evoluzione qualsiasi. Stesse note troviamo ne Il mare della vita, in cui una similitudine sorregge versi sia dubitativi che affermativi, ma dove regna ancora un’atmosfera di desolazione: «È dunque questo / il mare della vita? / Un eterno oblio / che cerca per compagno / lo stordimento? / E quante oasi false / prima di giungere / alla fine che fine non è!...».
E troviamo ancora parole che suggeriscono «il disagio di essere uomo» (Per le parole dei poeti), forse quel ‘male di vivere’ o quel ‘male oscuro’ che è di casa in molta parte della letteratura contemporanea di derivazione ideologica. Ed anche parole di solitudine, inevitabili in una condizione umana giocata sul minimalismo ribassista: le Nuvole grigie che vestono il cielo sono paragonate ai fantasmi della nostra mente, ma in soccorso giungono «i carillon delle giostre» che proiettano il poeta in uno stato letargico, «nel tepore rassicurante di una fiaba».
Vi sono tuttavia, tra le poesie della presente raccolta, parentesi, pause, soste - rispetto ad un certo pessimismo antropologico e filosofico - che potremmo definire di ‘realismo magico’, ovvero sulla base descrittiva di realtà tangibili s’innesta la fantasia immaginifica del poeta, in parte di derivazione naturalistica. Sono tali le seguenti composizioni, paradigmatiche ed esemplari di questo genere. Citiamo allora Insegnami, dove si segnala la scomparsa di personalità artistiche con forti identità e radici, vicine al popolo e alla gente autentica, poiché hanno preso il loro posto creature evanescenti e anonime: «Chiedimi cosa / potrei raccontare / alle sedie occupate / dei bar / sono scomparsi i poeti d’osteria / e non da oggi / come poter instaurare dialoghi / con i fantasmi / insegnami». Indi la più articolata e lirica Ciò che resta nei paesi, che può essere assunta anche come rappresentante della tipologia salvadoriana dei testi d’atmosfera, come si diceva nel secondo capoverso di questa prefazione; il poeta infatti crea immagini lampanti e segrete della vita di borgo: lo sguardo da certe finestre, le vie più nascoste, l’aria fresca della domenica, un bar invecchiato negli anni, finestre di cucine illuminate… dove l’elemento onirico è dato da un improbabile ‘genio del luogo’ o ‘sognando un folletto’ nelle sere sprigionanti talora calore umano, talaltra situazioni di solitudine.
Ed ancora Conchiglie, che ricostruisce il gioco dei mondi ascoltati ponendo l’orecchio su di esse, gioco tramontato appartenuto alle avventure sognate nella nostra adolescenza: «Portano dentro / il suono della nave pirata / le urla dei corsari / tutti i fantasmi / conservati dal mare. // In quel fruscio magico / vi è il mondo sparito / del capitano Nemo». E concludiamo le citazioni del ‘realismo magico’ con Canto di sabbia, il cui titolo è già un ossimoro, che prelude all’altro gruppo di poesie di Salvador, ossia quello della bipolarità. Canto di sabbia mi pare essere una delle più riuscite liriche del libro ed associa immagini forti a strutture linguistiche soavi, con un messaggio finale sull’aggressione perpetrata nei confronti del pianeta Terra: «Un canto di sabbia / viene da lontani deserti / lo spartito fatto di polvere / lancia le note fino a qui. / L’ululato feroce del vento / è la melodia che sentiamo / a volte dolce a volte selvatica / come artigli d’aquila sulla preda. / Sa consolare la ninna nanna / del suo fischio insistente. / Altrove sciacalli banchettano / confusi nell’ocra gialla / di una terra friabile e ferita».
Ed eccoci finalmente ad alcuni annunciati passi contenenti antitesi, che quindi affermano e negano allo stesso tempo. Di nebbia questo cuore si avvale di figure retoriche: c’è l’anafora «di nebbia questo…» come incipit delle due strofe; ci sono ossimori come «il cuore vestito di nebbia» e «canto muto»; c’è la sinestesia del «giorno dal respiro affannoso»; e l’antitesi consiste nella dichiarazione del poeta che, nonostante il «grigio inerme» e il canto inudibile, ringrazia «chi quella musica / ha scritto». Il significato del testo potrebbe nascondersi proprio qui, nel tentativo di apprezzare tutto ciò che rompe l’apparente non senso dell’esistenza. L’alba verrà (in sintonia con il titolo della raccolta) apporta tre antitesi: verrà l’alba a guidare i tuoi passi, ma sarà tardi per cantare; la confusione attuata dal soggetto fra il sangue (primo polo) e l’oro (secondo polo); bacerai le perle, ma sarai preda del marmo. L’autore vuole rappresentare indubbiamente le contraddizioni della vita e dell’animo umano, la sua natura scissa sempre tra due opposte tendenze, come nelle conclamate realtà: bene-male, luce-tenebre, vita-morte, piacere-dolore…
Chiarissima nella sua sintesi dualistica è Legami, che rimanda anche ad una tipica problematica pirandelliana: il desiderio di libertà ed il bisogno di avere nel contempo una vita d’affetti e sociale, la quale comporta appunto dei legami e delle responsabilità. Scrive il poeta: «In alcuni giorni / non vorrei avere legami. // Camminare per orti e stelle / sarebbe il mio sogno. // Anche un torrente lurido / mi darebbe allegria…». (Questa prima parte è il sogno della libertà senza condizioni e impedimenti, anarchica). Tuttavia scrive nella seconda parte: «…Ma poi penso / che senza certe catene / non avrei potuto vivere / e mi sarebbe ora impossibile / contare i passi del mio domani» (Accettazione delle sicurezze economiche, professionali, familiari, affettive: ciò che Pirandello chiama la ragnatela delle convenzioni sociali cristallizzate).
Pochissimi sono i riferimenti alla poesia amorosa ne Il dono dell’alba, mentre non poteva essere l’amore il più bel dono dell’alba? Forse non basta Un tuo capello perché il lettore possa pensare a ciò: «Un tuo capello / mi è rimasto / sulla spalla / di una camicia / da te stirata / in tempi lontani. / Era un tuo bacio / inconsapevole (così ho pensato) / ma prezioso ora per me / come le tue labbra / ora che sei lontana». In definitiva il poeta però recupera il valore della vita (Un treno in corsa) e valorizza positivamente quelle occasioni che anche per Montale costituivano lo stimolo per andare avanti, nonostante l’enigma esistenziale: «...Il treno non si chiede / a cosa vale aver vissuto / e neppure chi di noi / morirà in pace / ignorando il valore / degli attimi trascorsi».
Enzo Concardi
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L’AUTORE
Francesco Salvador è nato nel 1957 a Vittorio Veneto (tv); ha vissuto per molti anni a Venezia prima di trasferirsi a Padova dove attualmente abita e lavora come insegnante di scuola primaria. È autore di molte raccolte poetiche con le quali ha ottenuto diversi premi, riconoscimenti e lusinghieri riscontri di critica; ha pubblicato anche brevi racconti in riviste letterarie.
Francesco Salvador, Il dono dell’alba, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-32-5, mianoposta@gmail.com.
Mario Santoro, "Viaggio con la madre"
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Mario Santoro
VIAGGIO CON LA MADRE
La figura della madre è sempre stata al centro delle creazioni artistiche umane, anche solo per il motivo che la madre è generatrice di vita e che s’instaura tra madre e figli un rapporto del tutto particolare, analizzato nella modernità con pretese scientifiche dalle varie scuole psicanalitiche. Pittura e scultura, ad esempio, hanno raffigurato in ogni epoca e secondo varie interpretazioni, il dolore di Maria madre del Cristo. La musica ha onorato le stesso tema nei numerosi Stabat Mater composti da autori di ogni scuola. La letteratura e il cinema si sono interessate alle illustrazioni delle figure materne a più riprese: per restare nella contemporaneità possiamo citare la famosissima poesia di Ungaretti, La madre, di profondo significato religioso; oppure il romanzo dello scrittore russo Maxim Gor’kij dallo stesso titolo, in cui si narra la storia di una madre rivoluzionaria che sposa la causa sociale del figlio e dei suoi compagni; od ancora la luminosa, dignitosissima, manzoniana madre di Cecilia nei Promessi Sposi al tempo della peste; ed infine, per le storie narrate dalla “settima arte”, Pedro Almodovar con Tutto su mia madre imbastisce la vicenda dolorosa di Manuela, imperniata sulla morte del figlio giovinetto.
Lo scrittore lucano Mario Santoro in Viaggio con la madre – pubblicato nel giugno 2023 – si inserisce in questo filone tematico con una prosa suddivisa in 54 capitoletti, nei quali invece ricostruisce il rapporto con sua madre morente. Ne nasce una scrittura di carattere autobiografico-memoriale-sentimentale, dove la problematica della comunicazione ed incomunicabilità, allo stesso tempo, tra madre e figlio, occupa uno spazio importante e l’imminente morte di lei svela a lui alcune verità su cui riflette profondamente e che tutte si possono comprendere nell’incipit del libro: “L’amore e i sacrifici quotidiani di una madre li scopri, sovente, quando stai per perderla. Storia di ordinarie quotidianità, quasi gloria postuma alla figura della madre”.
Santoro dichiara di essersi posto sulla scia di autori come Dino Buzzati (I due autisti) e Ferdinando Camon (Un altare per la madre). Le scelte dell’autore sono precise: il racconto di un viaggio esistenziale sia fisico che spirituale, nello spazio e nel tempo, nelle dimensioni individuali e nelle proiezioni collettive. Il linguaggio discorsivo si avvale di soliloqui e dialoghi, di tentativi riusciti di confidenze e di mutismi per l’incapacità a dire le parole nate dentro. Alcuni versi collocati a guisa di introduzione ci rivelano la sostanziale tenerezza del rapporto materno-filiale, versi che ci insegnano anche come il tempo non cancella i sentimenti autentici: “Nei lunghi decenni dell’assenza / sempre un’idea fissa da seguire / recuperare una e una sola foto tua / nel lieve sobbalzo del cuore / da tenere per me, solo. // La tengo ora nel mio studio / nel ricordo degli anni a catena. / E siamo al cinquantuno o forse all’anno prima, / non mi fisso alla data”.
Dall’ambulanza (disegnata in copertina da Pasquale Zamparella) che trasporta la madre morente dall’ospedale romano fino a casa, il figlio, seduto accanto a lei, racconta non solo i tanti episodi della loro vita insieme, ma tutte le riflessioni e le elaborazioni del lutto che sta per sopraggiungere. Si tratta quindi di feedback sparsi nel tempo, senza una cronologia precisa, ma con l’intento di ricostruire il rapporto con la madre attraverso le parole dette e quelle non dette. Ne abbiamo così un materiale umano, psicologico, relazionale di un’anima - quella dell’autore - profonda, tersa, tesa nella volontà di capire a posteriori ciò che prima non aveva nemmeno considerato. Il messaggio si può riunire, alla fine, in una sola espressione: amore materno e filiale. Al lettore scoprirlo nelle belle pagine del libro.
Enzo Concardi
Pietro Rosetta, "Poesie nascoste nella dispensa"
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Poesie nascoste nella dispensa
Pietro Rosetta
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Questa prima raccolta poetica di Pietro Rosetta naviga a vista tra il canto d’amore e la ricerca esistenziale senza approdi. Per la prima tematica vale tout court il richiamo al leopardiano amore e morte, nel senso di un romanticismo sentimentale che nel nostro autore trova dimora in quasi tutte le composizioni: vedremo più avanti nell’analisi dei testi quante numerose siano le immagini, le espressioni e le atmosfere che ‘affratellano’ l’amore con la morte. Trattasi quindi di un sentimento forte, passionale, che non fa sconti alle banalità e ai luoghi comuni di tanta poesia amorosa contemporanea; che traccia la sua rotta spesso lontano dalla felicità, condizione sporadica e quasi casuale, forse più assenza di dolore al posto di una vera gioia; che appare romanzato e senza un fine, assumendo la forma di un isolato e spinoso canto del transfert realizzato solo parzialmente, poiché vissuto con intensa problematicità.
Talvolta sembra un andare e riandare nella memoria, in bilico fra esperienza ed immaginazione, talaltra s’imbatte - lo sviluppo della scrittura - in una sorta di ermetismo di significati, in quanto il poeta crea delle pièces, anche oniriche, sospese nel vago e nell’indefinito, dove è presente un ‘tu’ nel ruolo di interlocutore che potrebbe essere sia un altro-da-sé, che il suo alter-ego. La mancanza di titoli - sostituiti da asterischi - nella quasi totalità delle poesie, accentua tale impressione di mistero e vaghezza che, tuttavia, conferiscono alle liriche un senso di fascino dell’ignoto.
Per la tematica esistenziale stile e contenuti non si discostano granché da quel che abbiamo detto finora, tanto che si potrebbe definire, l’amore stesso, un fatto esistenziale, parte integrante di una vita concepita come viaggio, avventura umana, naufragio nella follia e nella morte, intese non in senso biologico, ma come condizioni interiori e spirituali. Ma il poeta non vorrebbe naufragare, per cui la lotta fra Eros e Thanatos è incessante e spossante. Le opposte tendenze, la luce e le tenebre, l’angoscia e la speranza e tutto ciò che è dualistico, bipolare costituiscono forze sempre attive, al lavoro nell’io, impedendo la pace in ultima istanza agognata.
Non per nulla la raccolta inizia con un inusuale - per la mentalità odierna - inno al dolore umano maturato nel nascondimento: tale è la lirica d’apertura, I canti delle vedove. Essa è degna di nota per più di un motivo. Innanzitutto vi sono espressioni di una religiosità antica ma popolare che assumono valore poetico, come: «vecchie chiese di periferia», «luci di candele ingiallite», «parrocchie dove c’è un prete solo», «quei vecchi rosari».
In secondo luogo tali canti vengono definiti, di strofa in strofa, in un modo diverso assumendo significati plurimi e connotando la profondità del dolore: sono voci destinate a spegnersi ma senza tempo; sono reiterati come cantilene infinite dai ritmi battenti nell’arcano silenzio; sono disperazione e lucida follia, adombrando la condizione spirituale di chi li vive; sono «…la speranza cieca / che ognuno di noi porta dentro…», ossimoro ad indicare che «…il presente è vietato / ma il futuro è possibile…»; ed infine c’è l’immedesimazione fra i canti delle vedove e la preghiera personale del poeta nel chiuso e nel raccoglimento della sua stanza, similitudine che ci induce a vedere in lui un soggetto travagliato nei gorghi esistenziali dell’avventura umana. Inoltre, il titolo trasformato in anafore all’inizio di ogni strofa tranne l’ultima, assume valore di nenia quasi tragica, richiamante il lutto, il dolore, la morte.
Tale canone metrico, sintattico e contenutistico è il più utilizzato dall’autore in tutto il libro, che prende così la forma di un poemetto unitario, dalle tematiche esperienziali altalenanti ed autobiografiche senza tempo, sempre teso su livelli di comunicabilità intensa e profonda, che immerge il lettore nel suo messaggio traslato come una carica elettrica. Si diceva all’inizio di amore e morte come leitmotiv della sua poesia amorosa, ed ecco le prove. «Ti parlerò ancora / per pochi giorni / poi, come le onde impetuose / s’impennano al vento e muoiono, // anch’io mi confonderò nel mare, / culla e cimitero di tutti noi, / onde della stessa acqua» (poesia senza titolo, p. 18). In un’altra lirica il connubio è esplicito: «Nudi i nostri corpi la passione trascina / lungo il fiume che ha inghiottito / il mio intimo più segreto insieme al tuo / torrida e infinita // fradici i nostri cuori, sulla riva, / rabbrividiscono al confondersi / di amore e morte / gelide ombre mescolate nella corrente» (poesia senza titolo, p. 19). Anche nella lirica «In riva al mare i sogni…» (poesia senza titolo, p. 22) la fine di un amore viene espressa con il verbo morire e sulla spiaggia amara giace l’amore esanime.
Vi è poi la variante dell’amore agonizzante, non ancora morto, ma prossimo alla fine. Bastano due liriche per capirne il respiro. Nella prima (p. 27) la perplessità su una relazione si esprime con immagini forti: «…Non so se le tue mani si confonderanno / alle mie, nelle carezze vellutate / o se la morte lucida già nel marmo / i nostri nomi scolpiti…». Nell’altra (p. 69) immagini marine simboleggiano un imminente naufragio, difficile da evitare: «... e in balia di una zattera / ho abbandonato il nostro amore / che ogni giorno rischia di annegare».
Ma la poesia amorosa di Pietro Rosetta contempla pure l’altra faccia della medaglia, dove l’amore si concede agli amanti, nonostante, talvolta, incontri contrasti. E il poeta ci parla di un amore bello da vedere, di un tempo che è sbocciato per unire corpi e anime, di un tempo che è maturo nonostante aspri e contorti intrecci, di sogni angelici, di assenze dolorose, di notti rubate al sonno, di schiavitù d’amore, di complicità profonde per dar senso alla vita… e finalmente il canto A Paola, l’amore dissetante per una donna: divinità terrena, musa della vita, senso del domani, compagna di viaggio e di ripartenze.
Oltre la dimensione del sentimento umano, il poeta accoglie nella sua sensibilità le vibrazioni esterne dei vuoti interiori, dei deliri e delle follie individuali e sociali, dei pericoli dentro mari tormentati, della paura di solitudini disperate, del rischio di vivere in isole solo per sopravvivere ai naufragi dilaganti.
Sopraggiungono momenti nostalgici di un passato ormai lontano, memorie di radici della terra ora chissà dove abbarbicate e la tenerezza di un volto materno il cui sguardo fa intuire che solo per te, figlio, io ho vissuto.
Enzo Concardi
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L’AUTORE
Pietro Rosetta vive a Milano; dopo avere conseguito la maturità classica, si è laureato in Medicina e Chirurgia nel 1989, e si è specializzato in Oftalmologia presso la Clinica Oculistica dell’ospedale San Raffaele di Milano. Dopo una esperienza presso la Fondation Rothschild di Parigi, ha lavorato dal 1997 al 2019 presso l’istituto Clinico Humanitas di Rozzano, come specialista nella chirurgia del segmento anteriore e dei trapianti corneali. Attualmente ricopre il ruolo di Responsabile dell’Unità Operativa di Oculistica dell’Istituto Humanitas San Pio X di Milano. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni scientifiche ed ha inoltre partecipato, in qualità di relatore ad innumerevoli congressi nazionali ed internazionali.
Pietro Rosetta, Poesie nascoste nella dispensa, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 88, isbn 979-12-81351-21-9, mianoposta@gmail.com.
Il valore culturale della lettura critica della poesia
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Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Recensione di Floriano Romboli
Enzo Concardi premette al suo lavoro antologico - che raccoglie e sistema i molti giudizî critici stilati nel tempo sull’attività poetica di Maurizio Zanon – alcune riflessioni metodologiche e teorico-culturali con le quali concordo pienamente. Queste concernono l’importanza della critica ai fini del corretto intendimento dei risultati di una ricerca artistico-letteraria, ne sottolineano la preziosa funzione di mediazione interpretativa e verificatrice degli autentici valori estetici di essa, nella prospettiva di una lettura non ridotta a una semplice reazione impressionistica, a una sintonia soggettiva ed estemporanea con i testi.
Zanon, interessante scrittore veneto, nato a Venezia nel 1954, si segnala per la ricchezza, non soltanto quantitativa, della produzione lirica, contrassegnata com’è dalla varietà dei motivi e da suggestiva eleganza stilistica e ritmica. A questo proposito mi piace citare il parere di chi, come Nazario Pardini - in riferimento specifico alla fondamentale silloge Tutto fu bello qui, stampata nel febbraio 2021 dalla Casa Editrice Miano, ma con lo scopo evidente di una caratterizzazione d’assieme – ha segnalato “l’empatica visione della vita e del suo rapporto con tempo e spazio”, giungendo a un riconoscimento invero significativo: “Non è facile trovare poeti che facciano della vita un’opera d’arte. E Zanon ne è capace. I sentimenti si concretizzano in visioni calde e brillanti, in oggettive sensazioni di metamorfiche vertigini personali”.
D’altra parte gli è connaturale una delicata nota vitalistica: “Eri chiara/ di luce splendente/ come una stella/ e ora che non ti ho più/ sei ancora più bella” (Alla prima giovinezza, in L’uomo narciso, 1987).
Concardi organizza con lucidità e sicurezza il vasto materiale storico-critico in cinque sezioni, iniziando coll’esaminare gli studi concepiti attorno al rapporto fra poetica ed estetica, cioè fra assunti programmatici, fra convinzioni generali, intenzioni progettuali, e concrete realizzazioni formali, obiettive peculiarità compositive. Se il compianto Guido Miano poneva opportunamente in risalto la centralità dei temi del tempo, del nesso problematico vita-morte, della memoria e delle illusioni, in relazione palese con la grande lezione leopardiana, Mario Stefani indicava nella condizione di sofferta solitudine un tratto distintivo della spiritualità zanoniana, il coefficiente essenziale di una “profondità interiore”, un abito “della riflessione e della meditazione” aliene dai profetismi e aperte alla pietas etico-intellettuale e al vigore testimoniale.
Riguardo poi allo stile dell’autore il medesimo studioso, al quale dobbiamo la monografia Il canto di una voce solitaria (1999), si sofferma sulla frequente alternanza nei suoi versi di tensione e musicalità, spezzature e soluzioni euritmiche, di cui hanno scritto con acutezza pure lettori autorevoli quali Angela Ambrosini, Raffaele Piazza e Maria Rizzi.
Seguono le sezioni dedicate all’ambiente naturale e lagunare – ove lo stesso Concardi sviluppa il tema della natura medicatrix, del potere consolatore della stessa, còlto e illustrato attraverso il fascino sempre vivo di Venezia -, alla dimensione memoriale e all’amore (dalle ascendenze letterarie anche remote, addirittura stilnovistiche, come hanno dimostrato interpreti raffinati come Mario Santoro e Dino Manzelli), al tormento esistenziale e alla ricerca di Dio nella società sempre più secolarizzata e votata al culto spersonalizzante e moralmente opacizzante dei “consumi”. Mi sembra in questo senso degno d’interesse il richiamo a un componimento senz’altro riuscito occasionato dalla ricorrenza del Natale di Cristo, intitolato Senza più misure e compreso nella raccolta Liriche scelte (2010): “Che Natale vuoi che sia? / Lo sai che non amo tanto / il Natale di questi anni! / Mi sembra tutto così orientato / all’apparenza delle futili cose, / al consumismo senza più misure. / Basta ingrassare / fra noci e panettoni: / a distanze sempre più accorciate / c’è chi soffre e muore! / Ma vieni ugualmente, mio Dio, / con la tua povertà / in questa festa che magari per me / non è più festa, vieni / ed offrici pure la tua luce/ qui che il buio è quasi sempre”.
Nell’ultima sua parte il volume ospita alcuni saggi di analisi critica comparata e quindi insistente sulle affinità ideali, sulle attinenze tematico-elaborative che il percorso d’arte di Zanon rivela con quello proprio di altre voci poetiche straniere moderne e contemporanee.
Floriano Romboli
Enzo Concardi (a cura di), Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 100, isbn 979-12-81351-24-0, mianoposta@gmail.com.
Marisa Marchesi Carli, "Il portolano"
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Marisa Marchesi Carli
IL PORTOLANO
S’intrecciano variegati motivi in questa raccolta elegante, raffinata e commossa della poetessa ferrarese Marisa Marchesi Carli. Intrecciarsi significa sovrapporsi, compenetrarsi, sgorgare dall’interiorità in libere associazioni per comporre e scomporre caleidoscopici fraseggi di varia intensità, leggerezza, pregnanza di significati. È un ricostruire, ricapitolare, rivisitare le stagioni dell’esistenza alla luce dell’esperienza e del giudizio postumo: siamo davanti a una poesia della memoria, delle memorie e degli affetti che hanno accompagnato la vita rendendola degna d’essere vissuta. È un prendere coscienza della condizione umana di dolore: un patire personale che non si ferma nella circonferenza dell’io, ma che va incontro alla dimensione universale nella comprensione della sofferenza dell’altro. Un patire che non ristagna nella propria commiserazione, ma che valica i suoi stessi confini per abbracciare le ragioni della speranza e le ragioni del sentimento. In tal modo l’autrice può sentirsi grata, debitrice verso coloro che sono stati i suoi fari nel cammino poetico e letterario; verso i luoghi geografici del cuore, divenuti così momenti dell’anima in una metamorfosi culturale e spirituale; verso le creature amate nella famiglia e nel mondo della scuola, i suoi mondi elettivi; verso madre natura medicatrice e donatrice di emozioni, suggestioni, voli pindarici.
Le prime chiavi di lettura simboliche del libro, penso vadano ricercate nelle immagini e metafore marinaresche, ad iniziare dal titolo, chiaramente un nome del gergo dei lavoratori addetti alla navigazione costiera. È Il portolano, un manuale che contiene anche le carte nautiche indicanti la rotta, quindi ecco il viaggio dell’esistenza e la necessità di conoscere la strada: «Il portolano, / pensieri a bordo / della vita, / intreccio d’eventi». In perfetto stile ermetico l’ultima lirica della silloge, dalla stessa titolazione generale, ne sintetizza in modo estremo il senso e il contenuto. A rafforzare la poesia esistenziale della Carli sopraggiunge Quanti i porti, canto dell’affanno e della deriva di chi non trova dove posare il capo: «Quanti i porti / della vita / remoti tra lidi / senza approdo. / Imbarcaderi flangiflutti, / miraggi d’ancore, / cancellano orme / … / Naviga regatante smarrito / accecato dal luminoso / roco». Rientro al porto, potrebbe in apparenza rientrare in tali problematiche, ma in realtà è una lirica dalle suggestive immagini, dedicata alla fatica del lavoro marinaresco.
La palude del dolore attraversata dalla poetessa è stata un’esperienza che l’ha messa a dura prova ed ovviamente ne troviamo traccia nella sua poetica, come ne L’assenza, un nome del dolore, dove sono «lacerati sogni / promesse e vita». Come ne La chiesetta dei malati, dove la condivisione del male fisico svela una scoperta importante: «... / ho conosciuto che il mio / dramma non era il solo». Ed ancora come in Spesso la sofferenza, che sembra ispirata al famoso male di vivere montaliano, ed è così, ma solo nel richiamo metrico, mentre il contenuto non è filosofico come nel poeta ligure, ma esistenziale in quanto la poetessa legge la sofferenza concreta colta nei volti, nei gesti, nelle speranze spente, nelle ceneri della rassegnazione: è una sofferenza umanizzata. Tale e quale al dolore per l’assenza di un affetto espresso: «…Quanto avrei voluto / giorni di abbracci e confidenze, / ma il pudore d’allora, / ritrosia all’amore / manifesto, / ce ne ha private. / Il non vissuto / riempie questo tempo, / lancinante rimpianto / d’amore non detto» (Mamma).
Ma ecco che, per gli insondabili istinti di sopravvivenza umani, dal dolore fiorisce la speranza, ovvero la possibilità di un futuro roseo: la vita serba in sé ancora tanti doni e «dove caddero lacrime / cresceranno fiori … / fili d’oro ricameranno / prezioso avvenire» (Pieni di dolore). Ed è chiara e forte la sua voglia di speranza, tanto che a chiusura del libro, cita versi di Ungaretti: «Dopo tanta / nebbia / a una / a una / si svelano / le stelle». Testimonianza dell’amore verso la vita sono anche le numerose liriche in cui la natura è protagonista: al lettore scoprirle e centellinarle.
Enzo Concardi
Marisa Marchesi Carli, Il portolano, prefazione di Marcella Mellea, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-22-6, mianoposta@gmail.com.
Roberto Casati, "Come armonie disattese"
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Come armonie disattese
Roberto Casati
Guido Miano Editore, Milano 2024
La presente raccolta poetica di Roberto Casati, Come armonie disattese, costituisce in sostanza, tranne per alcuni aspetti della sezione Corrotti sguardi dedicata ad accadimenti e personaggi della vita sociale e storica, una continuazione ideale, tematica ed estetica della precedente opera Appunti e carte ritrovate (2020). Colpisce anche lo sguardo del critico il successo avuto da tale libro, sempre pubblicato da Guido Miano Editore, che ha conseguito ben 53 riconoscimenti di vario tipo, come sottolineato dalla rivista “L’Araldo Lomellino” del 15 dicembre 2023, in un’intervista di Davide Zardo al poeta. Se la bacheca dei riconoscimenti è importante, per chi scrive più importanti ancora sono le motivazioni delle giurie qualificate: ne riportiamo alcune, dal momento che possono essere considerate altresì quale introduzione alla poetica di Come armonie disattese e come rassegna critica, sebbene parziale, riguardante la scrittura dell’autore.
«Sensuali metafore marinaresche per raccontare una passione tra vento e maree. Ti viene voglia di conoscere questa donna indimenticabile che – reale o meno che sia – seduce anche il lettore con la sua figura sfuggente… Quelle di Roberto Casati sono poesie ricche e allo stesso tempo leggere, scorrono con ritmo incalzante a furia di figure etimologiche che rendono la narrazione sempre vivida...» (“Premio Letterario Nazionale EquiLibri”, Anguillara Sabazia, RM, 27 maggio 2023). «Il mare come metafora della vita. Tutta l’opera ne fa riferimento e con uno stile ricercato ma mai ostico parla della vita e dei sentimenti...» (“Premio Internazionale degli Scrittori Italiani”, Prato, 6 maggio 2023). «Un’opera poetica verticale e profonda. L’autore conosce intimamente la metrica dell’eros descrittivo, ma non si limita al mero esercizio stilistico, anzi scavalca le formalità e consegna al lettore una nuova lente ottica esistenziale» (“Premio Letterario Città di Asti”, Asti, 29 gennaio 2023). «L’Autore evidenzia una fervida immaginazione che trova, in ogni brano, una sua giusta misura ritmica e compositiva, dando luogo ad un’intera struttura espositiva che risulta viva e vitale, crea attese ed emozioni» (“Concorso Internazionale di Poesia Universum Basilicata”, Potenza, 21 marzo 2022).
Da tali annotazioni ripartiamo per l’analisi critica delle “disarmonie” casatiane, poiché tali sono le “armonie disattese” che hanno subito una metamorfosi, come le dinamiche “illusioni-delusioni” di tanta letteratura romantica: qui tuttavia occorre aggiungere che la sua poesia, per taluni risvolti, visita anche le regioni psicologiche di certo crepuscolarismo che, nel suo caso, possiamo considerare moderno nel linguaggio ed attuale nelle nostalgie memoriali, dal momento che lascia le porte aperte al futuro e alla speranza di nuovi eventi. Come sottolineato anche nelle motivazioni anzidette, Casati è un lirico che ama molto immergere il lettore in realtà rarefatte, impalpabili e sfumate, dove l’intuizione di chi legge può giocare un ruolo importante, creando così un filo diretto, un coinvolgimento intellettuale ed emotivo nelle dimensioni comunicative: pare essere questa la funzione principale che egli assegna alla poesia, anch’essa derivante dalla concezione pascoliana, ovvero da un poeta dell’irrazionale sensitivo e misterico del periodo della civiltà letteraria decadentistica, un grande alveo culturale sviluppatosi in Italia e in Europa tra fine Ottocento ed inizi Novecento.
Si sovrappongono inoltre a tutto ciò, nella poetica dell’autore, complessa e variamente articolata, taluni ermetismi, allusioni e metafore appartenenti come derivazione letteraria al Novecento analogico e sintetico, tipico della poesia sorta fra le due guerre mondiali e protrattasi oltre, come reazione ideale e formale ai toni ridondanti, retorici ed aggressivi del futurismo e del dannunzianesimo: affermazione dei valori fondamentali dell’uomo e della persona, sottesi talvolta ed espliciti altrove, nella concezione del nostro (vedi ad esempio la sezione Corrotti sguardi delle sue ‘disarmonie’). Nonostante che i pilastri fondamentali di Come armonie disattese siano costituiti dal rapporto con l’amore e con la natura - di per sé portatori di esigenze conoscitive e comunicative - si riscontrano nei testi del libro non poche allocuzioni in senso opposto, cioè riconducibili alle problematiche contemporanee dell’incomunicabilità, la cui lirica emblematica potrebbe essere individuata in Istante sospeso, dove il verso rivelatore è: «il rimpianto del non detto», ovvero il desiderio di ‘parlare’ e l’impossibilità di tradurlo in azione.
Abbondano dunque nel soliloquio poetico, nel viaggio per avventure interiori e geografiche, nelle oscillazioni sentimentali dell’amore vissuto e ricercato, negli sguardi addolorati sulle tragedie del nostro mondo, le incessanti auto-interrogazioni sul senso delle cose, delle memorie, del tempo che passa, dei messaggi del mare-mito e lezione per l’uomo navigante verso altri lidi ed approdi. Si tratta nel complesso di liriche aperte ad una ricerca di “passaggi a nordovest”, per utilizzare la terminologia marinara tanto cara all’autore, per la quale il viaggio non è mai finito, ma continua sempre anche in altre dimensioni. Il linguaggio raffinato, elegante, sottile, talvolta ricercato ma mai accademico, dalla fonetica spontaneamente e/o volutamente armonica e musicale, favorisce l’approccio, l’ingresso nel mondo interiore del poeta alla scoperta del suo ‘io’: le reiterazioni dei motivi, delle immagini, delle tematiche, posseggono le stesse caratteristiche delle anafore, quindi rafforzano il messaggio, ricordando al lettore la necessità di procedere in profondità più che in estensione.
Il libro è suddiviso in quattro parti, a cui l’autore ha assegnato titoli suggestivi ed accattivanti: Ho rubato i tuoi occhi (1), Corrotti sguardi (2), Rose nel vento (3), Scivola il tempo della luna (4). La poesia amorosa è presente soprattutto nella prima parte, ma ne troviamo traccia anche nella quarta. L’amore non ha spiegazioni è forse l’unica lirica dove si cerca una soluzione definitoria, ma che non viene trovata poiché esso è contraddizione ed antitesi: «L’amore non ha spiegazioni, / è vento sulle labbra, / è parola fragile scritta sul non detto, / è senza certezze, / è lentezza di passo appesa alla nudità, / è stanchezza quando non siamo noi. // L’amore è tutto e niente, / è voglia di vedere ancora / naufragare le vele oltre Capo Horn». Tutto l’altro è contemplazione di lei, a partire dagli sguardi: dentro ai suoi occhi la notte riapre il discorso; negli occhi del poeta lei troverà sempre intatto l’amore degli inizi; lui riconosce gli occhi di lei negli attimi di silenzio. Per continuare con il tempo dei ricordi nei momenti d’assenza, con la memoria di lei come la ragazza dei baci perduti, con il bruciore degli abbracci mancati. Per finire con le originali immagini del suo erotismo pudico: «... Nello stanco tepore di ceneri / parole disordinate / segnano la notte di vento. // Rivelando tracce / di intravista nudità a prima mattina» (Dentro stanche follie); «... Ciò che resta / sono semplici inseguimenti, / attimi svelati / dalla luna sul tuo seno» (Dilagano verso sud); «... così che io ti senta vicina / sulla linea dove combattono le tue gambe...». (Lascia aperta la porta).
La seconda parte, come già sottolineato in precedenza, contiene liriche che si discostano dai soliti motivi della poetica casatiana, e che la trasformano dunque in canto di testimonianza ed impegno civile, nonché in memoria storica e solidarietà verso vittime di calamità naturali o di responsabilità umane criminali, sia individuali che collettive. Tali sono le composizioni scritte nel periodo della pandemia (i «giorni strani e folli», «il senso, / il valore delle parole e degli abbracci» dimenticati, il vuoto dell’assenza e della distanza, la scoperta della fragilità…). Quelle sgorgate dall’anima in corrispondenza dell’invasione dell’Ucraina («… brucerà la notte e sarà / come fosse giorno, farà urlare / forte di dolore la madre colpita al cuore…» (Sbattono forte le persiane); le altre vergate in memoria di tutte le donne vittime di violenza e in particolare a Giulia Tramontano ed al suo piccolo che portava in grembo. Ed ancora rientrano in questo capitolo eventi come la strage neofascista alla stazione di Bologna; la morte di Masha Amini in Iran, colpevole di non indossare «correttamente l’hijab»; l’alluvione in Emilia Romagna; la strage di Ustica del giugno 1980 (a Rosa De Dominicis, assistente di volo); l’attentato al giudice Borsellino da parte della mafia siciliana (a Emanuela Loi componente della scorta).
Le Rose nel vento (terza parte) profumano di momenti memoriali che poi ritroveremo sparsi anche in Scivola il tempo della luna (quarta parte). Sono rivisitazioni e nostalgie di varia natura che vanno dal ricordo di baci a ritorni verso casa; dagli affetti perduti alla dipartita dolorosa della madre, alla rievocazione dei giorni felici dei giochi d’infanzia, senza pensieri e senza solitudine (Quel cortile era un puzzle). I percorsi della memoria risvegliano riflessioni sul tempo: «... ciò che resta / è l’attimo ritrovato ieri. // Domani saremo già / così lontani da qui» (Così lentamente bianche). È un panta rei che tuttavia gonfia le tue vele se «...sei anima libera / nel mare sterminato del tempo» (Vorrei essere come te). Ma la legge degli opposti s’impone forte anche in queste dimensioni che sfiorano l’astratto, così ecco apparire alla vista del poeta un tempo disabitato, paesaggi desolati e un senso d’estraneità in un mondo forse sempre più incomprensibile (Forse domani ancora).
Il poeta, fedele a se stesso, può concedersi ancora sogni e fantasie: c’è Dragut, corsaro ottomano del 1.400; Gibilterra e gli echi lontani dei mari del sud; il non visto che ancora attrae nonostante i percorsi senza meta; l’ultimo viaggio misterioso dove regna un agnosticismo senza sbocchi… e la compagnia delle lettere, forse più concreta, che s’incarna in Cesare Pavese, Pablo Neruda, Milan Kundera.
E lasciarsi catturare dalla contemplazione della natura, finché l’eternità del mare sarà dentro di noi.
Enzo Concardi
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L’AUTORE
Roberto Casati (Vigevano, PV, 1958) si è occupato di informatica gestionale. Ha pubblicato i libri di poesie: Amore e disamore (1984), Roma e Alessandra (1986), Coincidenze massime (1988), Ipotesi di fuga (1992), In navigazione per Capo-Horn (1999), Carte di viaggio (2016), Appunti e carte ritrovate (2020). Ha conseguito molti premi e riconoscimenti; tra i più recenti ricordiamo il primo posto al "Premio Letterario Internazionale Tulliola-Renato Filippelli" del 2023.
Roberto Casati, Come armonie disattese, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 164, isbn 979-12-81351-31-8, mianoposta@gmail.com.
Alfredo Alessio Conti, "Liriche scelte"
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Liriche scelte
Alfredo Alessio Conti
Guido Miano Editore, Milano 2024.
Nel groviglio esistenziale vissuto dal poeta si alternano, intrecciano e sovrappongono concetti filosofici, psicologici, spirituali che, tuttavia, non rimangono tali, cioè astratti, ma s’incarnano nella sua esistenza segnando stimmate e proiettando speranze. La terminologia che può definire la condizione umana qui tratteggiata si sintetizza, individualmente e universalmente, in nuclei problematici aperti e profondi: solitudine e isolamento; nulla e vuoto; male di vivere e inanità; bipolarismi e contraddizioni come morte e rinascita, sogno e realtà, dolore e desiderio, attesa e fine. Si tratta di tematiche, stati d’animo, pensieri che albergano in larga parte della letteratura europea del Novecento e di questo primo scorcio del Duemila, segno della crisi dell’essere che angustia le giornate dell’uomo occidentale.
Si possono rintracciare richiami di tali assunti in alcune liriche di Conti, che sono talora originati culturalmente – per esemplificare – da ispirazioni bibliche, socratiche, ungarettiane. Nel primo caso troviamo nella poesia Perché si è i versi finali che recitano: «…perché si è polvere / e in polvere / si tornerà», con chiaro riferimento al passaggio dell’Antico Testamento (Genesi 3, 19) nel quale Dio condanna l’uomo al suo destino, dopo il peccato originale.
Di indubbia ispirazione al pensiero socratico è la lirica Il tuo domani, che si apre proprio con il famoso motto greco ‘gnōthi seautón’: «Conosci te stesso / e abbi cura di te / raggiungerai l’anima / nella sua profondità / e saprai chi sei / chi dovrai raggiungere / il domani / che verrà». Così risulta agevole riconoscere nell’epigrafica Esistenza, una condivisione con l’immagine simbolica della foglia ungarettiana: «Nel respiro del vento / vivo / come foglia d’autunno». […].
Enzo Concardi
***
Il sentimento amoroso è un tema affrontato dai letterati di tutti i tempi nelle sue molteplici sfumature e riveste una fondamentale importanza anche nella poesia di Alfredo Alessio Conti; nei testi che seguono audaci metafore, unite ad innovative scelte lessicali e ad un complesso apparato retorico permeano i componimenti di una struggente malinconia, suscitata dalla lontananza dell’amata: «Nella tua assenza / mi perdo / dolce amore mio / ti vedo in ogni dove / nella dura pietra / nelle gocce di pioggia / nel volo di farfalle / nel canto degli usignoli / nel prato fiorito / nella stella cadente / e piango» (Piango). I versi scaturiscono da intense emozioni di fronte al reale pericolo di una insopportabile perdita, avvertita come doloroso emblema della precarietà umana: «L’ho sepolto lì / in quel piccolo cimitero di montagna / il desiderio d’incontrarti / su quelle vette impervie / ad osservare il cielo / e il mondo da lassù…» (Non sono più).
La donna è l’interlocutrice privilegiata del discorso poetico, organizzato intorno a stati d’animo antitetici, nel vibrante ondeggiare del ritmo: la solitudine e la nostalgia per una dolorosa separazione si alternano all’appagante gioia dei momenti trascorsi insieme, a sottolineare la precaria dimensione del soggetto lirico, sospeso tra presenza e assenza, tra l’eco memoriale di stagioni felici e il vuoto dell’abbandono: «Ho pettinato il prato / come se fossero i tuoi capelli / morbidi al tatto / del mio ricordo / sfumato dal dolore / dalla tua mancanza / siamo stati sdraiati qui / ad osservare le stelle / a lasciarci baciare dal sole / con le nostre mani unite / dal sorriso dell’amore / ed ora che son solo / m’aggrappo alla terra» (Ho pettinato il prato). […].
Gabriella Veschi
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Nelle liriche d’ispirazione religiosa di Alfredo Alessio Conti è ricorrente l’idea dell’esistenza individuale come itinerario, come cammino: «Il Poeta se ne va / ramingo / nell’anima nel cuore nelle membra…» (È un ritrovarsi). Nell’àmbito di tale raffigurazione metaforica se ne pone in risalto la frequente incertezza, si sottolinea il procedere esitante fra il passo spedito e l’imbarazzante, talora penoso zoppicamento: «Cammino zoppicando / o zoppicando cammino / peregrinando / nell’attesa della sentenza / che (…) giungerà zoppicando o camminando» (Zoppicando o camminando).
Incontrare Dio durante il “viaggio della vita” significa assicurare a quest’ultimo una direzione inequivoca e gratificante, conferirgli un preciso scopo etico-ideale («…Non serve a nulla / la nostra esistenza / se non si crede / alla vita interiore / alla nostra anima / umana», Cercatore), arricchirlo del valido sostegno di una Presenza amorosa, che corrobora e guida: «Quello che mi aspetta / va al di là dei miei pensieri / e come il canto d’usignolo / passerà / la primavera dei miei giorni. / Rosseggia l’alba / e Dio / mi ha già preso per mano» (Mi ha preso per mano). D’altronde l’autore riconosce quale tratto specifico dell’uomo una condizione d’attesa («…Laggiù, Lassù…/ci attende / una nuova / vita», Nuova vita, cors. mio, come dopo) destinata ad essere appagata soltanto dalla rivelazione di un Essere superiore, il quale, mentre prefigura un orizzonte salvifico («…Nell’attesa / dell’onda / salvatrice / credo / in un Dio / misericordioso», Credo), “incarna” l’antitesi illuminante e chiarificatrice rappresentata dalla fede a petto dell’oscurità avvilente e penosa dell’esperienza umana abbandonata a sé stessa, soffocata dai proprî insuperabili limiti: «…Nel tuo silenzioso silenzio / rimani retto nei tuoi pensieri / osservando il nulla del creato / nel cielo buio dell’esistenza. / Scruti le stelle / oltre il nero cielo e lassù / intravvedi il logos generato / risposta ad ogni domanda» (Logos). […].
Floriano Romboli
Alfredo Alessio Conti, Liriche scelte, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2024, pp.104, isbn 979-12-81351-25-7, mianoposta@gmail.com.
Fabio Dainotti, "L'albergo dei morti"
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Fabio Dainotti
L’albergo dei morti
L’albergo dei morti è una miscellanea di liriche del poeta, nativo di Pavia, Fabio Dainotti, poi trasferitosi al Sud – una sorta di emigrazione a rovescio – e stabilitosi a Cava dei Tirreni nel Salernitano. Il libro ha visto la luce nell’ottobre del 2023 ad opera di Manni Editori. Stranamente non vi si legge una prefazione, mentre Nicola Maglino è il curatore di una succinta postfazione. È proprio qui che possiamo apprendere alcune notizie sugli interessi culturali del poeta, o almeno su alcune letture giovanili degli endecasillabi di Camillo Sbarbaro, delle perplessità letterarie di Sergio Corazzini, di un paio di opere di Arthur Rimbaud: Vocali e Battello ebbro, così come dell’incontro fecondo con il romanzo di Alain Fournier Le grand Meaulnes, in cui trovò un’immedesimazione ideale con i sogni, i progetti, le illusioni dell’adolescenza. Interessi che si allargarono al cinema (film di Bergman) e alla musica classica (Bach, Mozart, Beethoven).
Nonostante l’acquisizione di un certo spessore culturale, il linguaggio poetico di Dainotti non è influenzato, se non in minima parte e marginalmente, da strutture metriche e costruzioni stilistiche accademiche o complesse, frutto di un labor limae sulla parola: possiamo considerarlo certamente un cesellatore istintivo, primitivo e naif, ovvero un poeta dall’ispirazione spontanea, diretta, senza mediazioni intellettuali. Il lessico volutamente non curato, assume forme spesso sperimentaliste accessibili tuttavia alla massa dei lettori, che si possono ritrovare in questo cantore del minimalismo quotidiano specchiati nei loro reconditi pensieri. I suoi nonsense rappresentano accostamenti imprevedibili, sorprendenti di immagini analogiche e sinestetiche, mentre altri termini diminutivi rimati e le atmosfere a cui ci rimandano sovente le sue creazioni, sono indubbiamente di sapore crepuscolare, sia nel significato poetico del termine (tendenza letteraria del primo Novecento), sia nel senso etimologico, ovvero aggettivo di crepuscolo, che tende al tramonto, al termine della vita terrena.
Le sue creazioni poetiche, talora con la misura dei brevi poemetti, sono altrettanti quadretti di vita vissuta, intrisi di autobiografismo, di rimpianti memoriali per la giovinezza trascorsa e non più rievocabile, di ‘racconti’ di affetti familiari non retorici ed originali, di raffigurazioni di una serie di personaggi pervasi in gran parte da un indefinito senso di fallimento esistenziale, portatori di esistenze ‘sgangherate’, del contemporaneo ‘male di vivere’, quasi catalogabili – con diverse motivazioni – alla stregua dei ‘vinti’ verghiani, ma senza l’afflato storico-drammatico dello scrittore catanese. Il titolo del libro non è ovviamente beffardo, ma reale, poiché quasi tutte le sue figure ritratte sono già morte e questo albergo dei morti gli appartiene, è il luogo dove può radunarle, ricordarle, sempre con affetto e grande sentimento, anche quando l’ironia o la satira sembrano indicare l’opposto. Lui si sente quasi un sopravvissuto precario a parenti e amici defunti, coi quali rimane un legame indissolubile. L’umanità dispersa di Dainotti rappresenta l’anelito ad andare oltre, all’amore, al fondo dell’umano per sentirci tutti insieme in questa avventura terrena misteriosa ed inesplicabile: «La bianca gleba sotto i ginocchi / pastosa, friabile avevo; / ma vuoto il cielo, se alzavo gli occhi; / Signore non ti vedevo» (Un cielo vuoto).
Tra i versi più significativi del ‘male oscuro’ esistenziale si trovano questi: «... dover andare dove / non ti aspetta nessuno / quanti fiori ho calpestato / quanti amori ho rifiutato» (Viaggi); «… e moriamo ogni giorno, ogni momento; / ma il faut tenter di vivre (verso di Paul Valery), sì, tentare / di vivere sapendo di vivere” (L’albergo dei morti); «… Distesi sotto terra, allineati / o sovrapposti, a strati, / allungati, con le mani in croce; / placidi, con la luce / fioca del sorriso, / ci aspettano laggiù i nostri morti» (Musica d’altri tempi); «... E non ci andrò mai più in quella casa, / dove c’eri tu, la mia seconda madre, madre buona, / dove risuonava la tua voce, / come una musica dolce e segreta. // Tutto questo eri tu per me, per noi; / e ora che sei partita per sempre, con te / tutta la nostra casa è seppellita» (Lamento per la morte di Gina: epicedio non corale per l’amata zia Gina). Segnalo ancora Pioggettina, quadro naif di un interno; Sera, 38 pièces amoroso-esistenziali; Campane di Lombardia, commoventi nostalgie di gioventù; Novecento, accattivanti immagini dai tavolini d’un caffè; Ritorno, la perdita delle radici; Sospensione, il vuoto del non-amore; Cimitero marino, ironica poesia sul suo luogo di sepoltura in riva al mare.
Enzo Concardi
Fabio Dainotti, "L'albergo dei morti"
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Fabio Dainotti
L’albergo dei morti
L’albergo dei morti è una miscellanea di liriche del poeta, nativo di Pavia, Fabio Dainotti, poi trasferitosi al Sud – una sorta di emigrazione a rovescio – e stabilitosi a Cava dei Tirreni nel Salernitano. Il libro ha visto la luce nell’ottobre del 2023 ad opera di Manni Editori. Stranamente non vi si legge una prefazione, mentre Nicola Maglino è il curatore di una succinta postfazione. È proprio qui che possiamo apprendere alcune notizie sugli interessi culturali del poeta, o almeno su alcune letture giovanili degli endecasillabi di Camillo Sbarbaro, delle perplessità letterarie di Sergio Corazzini, di un paio di opere di Arthur Rimbaud: Vocali e Battello ebbro, così come dell’incontro fecondo con il romanzo di Alain Fournier Le grand Meaulnes, in cui trovò un’immedesimazione ideale con i sogni, i progetti, le illusioni dell’adolescenza. Interessi che si allargarono al cinema (film di Bergman) e alla musica classica (Bach, Mozart, Beethoven).
Nonostante l’acquisizione di un certo spessore culturale, il linguaggio poetico di Dainotti non è influenzato, se non in minima parte e marginalmente, da strutture metriche e costruzioni stilistiche accademiche o complesse, frutto di un labor limae sulla parola: possiamo considerarlo certamente un cesellatore istintivo, primitivo e naif, ovvero un poeta dall’ispirazione spontanea, diretta, senza mediazioni intellettuali. Il lessico volutamente non curato, assume forme spesso sperimentaliste accessibili tuttavia alla massa dei lettori, che si possono ritrovare in questo cantore del minimalismo quotidiano specchiati nei loro reconditi pensieri. I suoi nonsense rappresentano accostamenti imprevedibili, sorprendenti di immagini analogiche e sinestetiche, mentre altri termini diminutivi rimati e le atmosfere a cui ci rimandano sovente le sue creazioni, sono indubbiamente di sapore crepuscolare, sia nel significato poetico del termine (tendenza letteraria del primo Novecento), sia nel senso etimologico, ovvero aggettivo di crepuscolo, che tende al tramonto, al termine della vita terrena.
Le sue creazioni poetiche, talora con la misura dei brevi poemetti, sono altrettanti quadretti di vita vissuta, intrisi di autobiografismo, di rimpianti memoriali per la giovinezza trascorsa e non più revocabile, di ‘racconti’ di affetti familiari non retorici ed originali, di raffigurazioni di una serie di personaggi pervasi in gran parte da un indefinito senso di fallimento esistenziale, portatori di esistenze ‘sgangherate’, del contemporaneo ‘male di vivere’, quasi catalogabili – con diverse motivazioni – alla stregua dei ‘vinti’ verghiani, ma senza l’afflato storico-drammatico dello scrittore catanese. Il titolo del libro non è ovviamente beffardo, ma reale, poiché quasi tutte le sue figure ritratte sono già morte e questo albergo dei morti gli appartiene, è il luogo dove può radunarle, ricordarle, sempre con affetto e grande sentimento, anche quando l’ironia o la satira sembrano indicare l’opposto. Lui si sente quasi un sopravvissuto precario a parenti e amici defunti, coi quali rimane un legame indissolubile. L’umanità dispersa di Dainotti rappresenta l’anelito ad andare oltre, all’amore, al fondo dell’umano per sentirci tutti insieme in questa avventura terrena misteriosa ed inesplicabile: «La bianca gleba sotto i ginocchi / pastosa, friabile avevo; / ma vuoto il cielo, se alzavo gli occhi; / Signore non ti vedevo» (Un cielo vuoto).
Tra i versi più significativi del ‘male oscuro’ esistenziale si trovano questi: «... dover andare dove / non ti aspetta nessuno / quanti fiori ho calpestato / quanti amori ho rifiutato» (Viaggi); «… e moriamo ogni giorno, ogni momento; / ma il faut tenter di vivre (verso di Paul Valery), sì, tentare / di vivere sapendo di vivere” (L’albergo dei morti); «… Distesi sotto terra, allineati / o sovrapposti, a strati, / allungati, con le mani in croce; / placidi, con la luce / fioca del sorriso, / ci aspettano laggiù i nostri morti» (Musica d’altri tempi); «... E non ci andrò mai più in quella casa, / dove c’eri tu, la mia seconda madre, madre buona, / dove risuonava la tua voce, / come una musica dolce e segreta. // Tutto questo eri tu per me, per noi; / e ora che sei partita per sempre, con te / tutta la nostra casa è seppellita» (Lamento per la morte di Gina: epicedio non corale per l’amata zia Gina). Segnalo ancora Pioggettina, quadro naif di un interno; Sera, 38 pièces amoroso-esistenziali; Campane di Lombardia, commoventi nostalgie di gioventù; Novecento, accattivanti immagini dai tavolini d’un caffè; Ritorno, la perdita delle radici; Sospensione, il vuoto del non-amore; Cimitero marino, ironica poesia sul suo luogo di sepoltura in riva al mare.
Enzo Concardi
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