enzo concardi
Wanda Lombardi, "Araba Fenice"
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Araba Fenice
Wanda Lombardi
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Capitolo 1 - Il bel tempo che fu
Il passato, e quindi la sua memoria, in Wanda Lombardi non è soltanto un comprensibile sentimento nostalgico verso talune fasi dell’esistenza in cui la vita personale e sociale era migliore di quella presente, ma risulta elemento di stimolo creatore di nuove energie per progettare il futuro. Dunque il laborioso lavoro di introspezione della poetessa che evoca una recherche di tipo proustiano, s’avvicina al significato della famosa frase di Primo Levi: «Non c’è futuro senza memoria». In altre parole non si può vivere senza memoria individuale e collettiva, un requisito indispensabile affinché l’essere umano nella sua essenza possa, in ultima analisi, considerarsi antropologicamente ed ontologicamente, possessore di una coscienza civile.
I testi pubblicati nel capitolo del libro “Il bel tempo che fu” contengono quasi tutti questa esigenza e questo messaggio, alcuni dei quali anche richiamando riferimenti letterari e filosofici attribuibili ad autori significativi, colti in momenti riflessivi sui temi memoriali e temporali. Nella lirica A un ragazzo prematuramente scomparso troviamo una terzina («E tu, al cielo destinato,/ non conoscesti gli inganni,/ le amarezze della vita…») che richiama il tema della morte giovanile come nei seguenti versi di Giovanni Pascoli tratti dalla poesia L’aquilone: «…Sì, dissi sopra te l’orazioni,/ e piansi: eppur, felice te che al vento/ non vedesti cader che gli aquiloni!» (…).
Enzo Concardi
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Capitolo 2 - Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità
Wanda Lombardi nelle sue sillogi poetiche conferma, di volta in volta, la sua cifra distintiva neo lirica tout-court e pervasa da trascendenza e fervente religiosità che lo scrivente, occupandosene in sede critica, ha definito realismo mistico. Nitore, luminosità, esattezza e leggerezza, connessa ad icasticità, connotano la poetica dell’Autrice. La poetessa ha fiducia nei sentimenti autentici per Dio e per il prossimo, sentimenti che la portano a vincere il dolore e a varcare la soglia della speranza, speranza che si traduce nei suoi armonici, precisi e luminosi versi.
Centrale nelle poesie scelte per questo capitolo del libro (“Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità”) la lirica Silenzio amico; nel suddetto componimento, che ha un carattere fortemente ottimistico, i temi trattati sono quelli del silenzio e della solitudine come isola benedetta per l’anima di Wanda che è pervasa da un forte senso di fiducia nel suo relazionarsi alla vita; la poetessa a questo proposito inventa la felice metafora dell’uscita da un labirinto che porta ad un’epifania di salvifica luce: «Come un labirinto/ dove dapprima si resta confusi/ e poi piano la strada si trova/ per graditi angoli di luce/ si l’anima mia/ dopo confusioni ed ansie/, dopo il flusso vorticoso d’incombenze/ nella solitudine e nel silenzio/ se stessa ha trovato, la luce…».
In Saper vivere si arriva all’apoteosi, al climax della speranza che diviene viatico per una gioia umana possibile, felicità da trasmettere anche agli altri e che è connessa al credere in Dio: «Non perdere mai la speranza/ e dai anche agli altri speranza,/ la gioia di vivere./ Pur nel dolore che ti strazia,/ lenisci l’altrui dolore,/ non porgere disperazione/ ma offri amore,/ regala un sorriso/ e Dio ti sorriderà…» (…).
Raffaele Piazza
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Capitolo 3 - Cognizione del dolore e desiderio di pace
Ci sono esistenze che sembrano nate sotto un cielo inquieto, dove il vento non smette mai di soffiare. L’esistenza di Wanda Lombardi è una di queste: un cammino attraversato da solitudini antiche, da malattie che scavano silenzi, da giorni che si sgretolano come pietre consumate dal tempo. Eppure, proprio in questo paesaggio ferito, la poetessa ha trovato una sorgente segreta, un varco di luce che nessuna ombra è riuscita a spegnere: la poesia. I suoi versi non nascono per ornare il mondo, ma per salvarlo. Sono fili sottili che trattengono l’anima quando tutto sembra franare, sono il respiro che ritorna dopo una lunga apnea. Ogni parola è un passo compiuto sul bordo dell’abisso, un gesto di coraggio che trasforma la sofferenza in canto. Non c’è artificio, non c’è posa: c’è la verità nuda di chi ha guardato il dolore negli occhi e ha scelto di non distogliere lo sguardo.
Wanda osserva il mondo come si osserva una terra che non si riconosce più: un luogo che scivola alla deriva, lontano dai ritmi del cuore. Eppure, invece di tacere, affida alla poesia il compito di custodire ciò che resta vivo: la memoria, la dignità, la capacità di sentire ancora. Nei suoi versi, il dolore non è una prigione, ma una porta che si apre su un altrove più autentico.
Questa raccolta è un attraversamento. È il viaggio di una donna che ha imparato a trasformare le ferite in luce, a fare della fragilità una forza segreta. Chi legge non troverà soltanto il racconto di un destino difficile, ma la sua metamorfosi: il dolore che diventa parola, la parola che diventa catarsi, la catarsi che diventa rinascita.
Entrare nella poesia di Wanda Lombardi significa ascoltare un cuore che continua a battere nonostante tutto. Significa riconoscere, tra le sue immagini, un frammento del nostro stesso cammino, perché quando il dolore si fa poesia, non divide più: unisce. Queste pagine sono un invito. Un ponte sospeso tra ombra e luce. Sta a noi percorrerlo, lasciando che ogni verso ci accompagni, lieve e necessario, verso un luogo più vero. (…).
Michele Miano
Wanda Lombardi, Araba Fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTRICE
Wanda Lombardi è nata e vive a Morcone (Benevento), città dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia, ha insegnato Materie Letterarie nelle scuole secondarie. Ha pubblicato varie raccolte di poesie: Sensazioni (2001), Nel silenzio (2002), Luce nella sera (2011), Oltre il tempo (2015), Voci dell’anima (2016), Gocce di rugiada (2017), Attimi lievi (2018), Il senso della vita (2019), Nel vento dell’esistere (2020, con traduzione in inglese), Volo nell’Arte (2021), Miti e realtà (2022), Opera Omnia (2023), Tempi inquieti e altre poesie (2024). Il suo iter poetico è stato seguito da vari critici, tra i quali Enzo Concardi, autore nel 2022 dello studio Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Wanda Lombardi.
Marina Enrichi, "Eros e logos"
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Eros e Logos
Marina Enrichi
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Marina Enrichi Cariolaro – veneziana di nascita e padovana di adozione, come recita la sua biografia in calce a questa raccolta poetica – ha alternato la professione di medico specialista in Ostetricia e Ginecologia e di docente di Psicoprofilassi Ostetrica e Vita prenatale presso l’Università di Padova, all’attività letteraria nella quale ha esordito con l’antologia Omaggio a Padova Urbs Picta, da lei ideata. È seguita una propria silloge dal titolo Meravigliosa donna all’interno del volume 18 dei Quaderni di poesia e studi letterari - Alcyone 2000, pubblicato dalla Casa Editrice Guido Miano. Si presenta ora al pubblico dei lettori con una terza prova più impegnativa passando dal contesto di una rivista letteraria ad un testo mono autoriale, il che implica l’esporsi in prima persona anche ad un confronto con la critica più diretto.
Non sorprende più di tanto il fatto di una bipolarità vocazionale – medicina e poesia – dal momento che, nel panorama letterario contemporaneo, non pochi sono gli autori che, dopo un approccio scientifico e razionale conferito in prima istanza allo studio e alla comprensione dei fenomeni del reale, hanno sentito il bisogno di integrare le loro conoscenze concedendo spazio alla cultura umanistica e alle emozioni interiori, più ricche umanamente rispetto alla logica e alla materia. Potrebbe essere anche il caso della nostra autrice, come forse si può dedurre dai suoi motivi d’ispirazione, che vedremo nel corso della disamina critica.
Nel presentare le liriche qui pubblicate non si può certo prescindere dal saggio-studio che Gabriella Veschi ha scritto su di lei nel 2025: Spiritualità e passionalità nella poesia di Marina Enrichi Cariolaro, a confronto con Salvatore Quasimodo e Roberto Pazzi (in Alcyone 2000, volume 19, op. cit.). Si tratta di un lavoro di letteratura comparata che appare anche qui, in appendice, ed è consigliabile assimilarlo con attenzione. Nell’economia illustrativa della poetica di Marina Enrichi, ne faccio riferimento poiché mi paiono estremamente azzeccate le due tematiche che la Veschi individua: sono il cuore della scrittura della poetessa, i motivi ispiratori fondamentali, gli alvei contenutistici maggiormente sviluppati - sia in estensione che in profondità - anche nella presente raccolta, ed è seguendo questa direttrice che iniziamo a dipanare i significati e il messaggio del libro.
A guisa di incipit citerei un lacerto della Veschi che recita: «L’amore terreno si trasfigura in una forza che purifica e nobilita l’anima elevandola verso Dio, come accadeva nella poetica stilnovista duecentesca». Sono forse le parole più appropriate per coniugare la coesistenza nell’autrice delle due polarità non dicotomiche ma complementari, identificabili nella “spiritualità” e nella “passionalità” della Veschi. Ed appropriato è anche il riferimento al Dolce stil novo, se pensiamo alla Vita Nova dantesca (1294) e alla figura di Beatrice proiettata nella Commedia, nella quale ella appare nella cantica del Purgatorio (Canto XXX, vv.31-33) con questi versi: «sovra candido vel cinta d’uliva/ donna m’apparve, sotto verde manto/ vestita di color di fiamma viva».
Nella poesia della Enrichi le parti s’invertono (segno dei tempi…): è la donna a sciogliere il canto d’amore per l’amato ma - anche se è Dante ad elevare Beatrice a donna angelicata, guida verso Dio e fonte per lui di forti turbamenti - è sempre la forza intrinseca dell’eterno femminino a dominare la scena e ad imprimere all’amore correnti ascensionali: «E sentirai commuoversi una lacrima/ e un canto come miele/ ti scioglierà nel cuore/ quando lo sguardo innamorato/ raggiungerà i tuoi occhi.// Il sangue inizierà un vortice di danza/ e il respiro nel petto più veloce/ sarà un tumulto/… // Ti sembrerà che/ il mondo intero ti travolga/ e che tutti conoscano il segreto/ che volevi celare.// Ma è l’amore, tesoro./ Prorompe/ senza veli» (E sentirai commuoversi una lacrima). Questa lirica dell’autrice richiama senza dubbio quella di Guido Guinizelli, l’iniziatore del movimento letterario stilnovista, dal titolo: Al cor gentil rempaira sempre amore.
Per lei dunque l’amore possiede una grande forza trasformatrice, capace di sublimazioni e metamorfosi: seguiamo l’analisi testuale per scoprirlo più da vicino. Incontriamo poesie ardenti di passione, con immagini metaforiche e sinestetiche, dove l’amore è tutto terreno e la “fusione” tra gli amanti inizia proprio dagli strati epidermici per significare un possesso radicale l’uno dell’altra. Una di tali creazioni è riconoscibile fin dal titolo perché mantiene le promesse che esso contiene, ovvero Bruciami il respiro: «Bruciami il respiro/ dammi fuoco/ sarò torcia accesa.// Ti ustionerò la pelle nell’abbraccio/ e poi spegnimi/ in un fiume che scorre/ dal delta della foce.// Sarò il tuo unguento/ preparerò le tracce/ ardenti e vive della passione».
Altre scandiscono le diverse fasi del desiderio in un calando di toni ma non di contenuti, per cui posseggono l’alternanza tipica delle musicalità romantiche, le quali si avvalgono sia dello Sturm und Drang (Impeto e Assalto) sentimentale che delle dolcezze dei chiari di luna o delle idilliache rappresentazioni della natura, come Vibrami: «Vibrami/ come corde di liuto/ tra le braccia raccolto.// Cullami/ caldo è il timbro di voce/ quando sciogli il tuo canto.// Ristorami/ in un’oasi felice/ dove in un tempo sospeso/ ci raggiunge/ e la pace». Da notare come nei verbi utilizzati per le richieste amorose esternate all’amato la poetessa ha l’accortezza di scendere dal forte all’adagio: “vibrami, ristorami, cullami”.
In entrambe le liriche, ed anche in altre, riscontriamo un’altra peculiarità lessicale, ossia verbi la cui particella pronominale mi fa riflettere su chi riceve l’azione gli effetti della stessa, invece che sul soggetto: ciò rende ancor più efficace la rappresentazione fonetica e la forza dinamica (brucia-mi; vibra-mi…). Ma sarebbe troppo schematico e scolastico classificare le poesie d’amore della Enrichi come appartenenti ad una tipologia piuttosto che ad un’altra: infatti nella maggior parte di esse vi è un unico sentimento che si esprime in relazione agli stati d’animo, ai desideri contingenti, ai bisogni profondi coinvolgenti anima e corpo. Ad esempio nella tetralogia costituita da quattro liriche similari, come lo sono Guardami, Sfiorami, Spegnimi come fuoco che arde, Baciami sulle palpebre, si ripete la stessa scelta basata sull’impostazione riflessiva del verbo, evidente e palese già dalla titolazione conferita non casualmente alle singole composizioni.
Inoltre esse testimoniano la libertà da schemi precostituiti della poetessa, libertà che consiste nel trasformare ogni poesia in un caleidoscopio di emozioni, desideri, immagini, metafore, tonalità di ogni genere, rappresentazioni dell’autenticità di ciò che il cuore sente, prova, immagina. Ed infatti è qui che si realizza il mosaico sentimentale della Enrichi: vi sono «occhi d’amore», «carezze», «sorrisi» e un «fievole canto»; richieste urgenti come «Sfiorami/ toccami/ accarezzami/… Sussurrami/ parlami/ cantami/… il profumo di te mi conquista/ mi sconvolge e mi placa…» (un crescendo di sfumature che si concludono con un contrasto di forte/piano); le tradizionali parole d’amore che tutti vorrebbero sentirsi dire: «…Sussurrami/ le parole dolcissime/ di passione infuocate/ e alla fine di tutto/ dimmi solo ti amo»; e vi è un profondo bisogno d’essere amata come una donna richiede: «… Conquistami/ di dolcezza e sorrisi/ e miracoli./… Fammi un dono,/ un sussurro di musica./ È di un tenero amore/ che ho bisogno stasera». Passione e tenerezza dunque appartengono entrambe ai vissuti amorosi della poetessa ma, in ultima analisi, la ricerca sembra concludersi in un crepuscolare cantuccio intimo: «… Ma troverò il mio giaciglio di piuma/ come uno scricciolo dentro il suo nido/ dove sentire il tuo alito caldo/ e abbandonarmi alla quiete del sogno» (Non ci sarà un’altra sorgente).
Lo stesso ardore che caratterizza buona parte della poesia amorosa, lo ritroviamo nelle espressioni della poesia religiosa: a partire dalla composizione Avevamo vent’anni, nella quale l’episodio biblico dell’Antico Testamento (Esodo 3) dell’apparizione di Dio a Mosè sul Monte Oreb, sotto forma di un rovo in fiamme, conclude la prima strofa: «Avevamo vent’anni/ ed il sole imbiondiva i capelli/ ed il cuore incendiato bruciava/ senza mai consumarsi/ come un roveto ardente/ abitato dal Dio…». La spiritualità della poetessa si avvale spesso di riferimenti alla Storia Sacra e questa è una cifra importante della sua ispirazione, tant’è che ne segnaliamo alcuni altri. Genesi, il primo libro della Torah e della Bibbia cristiana, appare in apertura della lirica Genesi e la luce esondò, dove si esalta l’opera creatrice di Dio, che ora sembra offuscata dalle tenebre portate dalle negazioni umane, ma che in prospettiva escatologica saranno dissipate da una nuova Alleanza col Divino: «…E poi Arcobaleni d’ali d’Angeli e Arcangeli/ narreranno l’accordo/ tra le note dell’uomo e il sorriso di Dio».
È il Salmo 16 - utilizzato dalla Chiesa Cattolica nella liturgia delle ore - che, su esplicita dichiarazione della poetessa, guida i versi della Scala a chiocciola, creazione in cui si evoca ancora il ‘soffio di Dio’ (‘Ruach Elohim’ nella mistica ebraica), il vero ideatore dell’universo a conferire una forma ordinata al mondo. Attribuito a Davide, è nei versetti 5-6 del Salmo («Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita./ Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità») che troviamo l’aggancio concettuale effettuato dall’autrice, con queste due terzine: «…Sono erede e bevanda,/ mi disseto e mi verso/ come calice e dono// a chi affianca i miei passi/ faticosi e migranti/ sulla Terra dei Santi». Più articolata e complessa si presenta la riflessione di fede in Speranza è l’eterna visitazione: qui la centralità tematica è rappresentata dalla consapevolezza che la vera speranza di salvezza per l’uomo risiede in quel bimbo nato nel grembo di «Virgo la giovane» di cui narra l’Evangelista. Ora con i riferimenti biblici siamo passati al Nuovo Testamento, con la divaricazione fra Ebraismo e Cristianesimo.
E nello scenario cristologico restiamo anche con Sei tu, Donna, consacrata creatura: un’apologia del ruolo della Madonna - meravigliosa creatura - nella Storia Sacra, per aver accettato il suo destino di Madre di Dio. Ed è forse per questo che la Enrichi, nel celebrare le bellezze artistiche della Cappella degli Scrovegni a Padova grazie alla maestria di Giotto, auspica che riacquisti il suo antico nome: Santa Maria della Carità (titolo della poesia dedicata).
Se, come abbiamo visto, Eros e Logos sono predominanti in quest’opera poetica, non possiamo esimerci d’accennare ad altri brevi spunti di diversa natura che vi appaiono, come taluni frammenti esistenziali attinenti alla dimensione temporale e memoriale (attese, vigilie, speranze, segreti dell’anima) o al desiderio di future trasformazioni interiori e sociali. Ed ancora soffermarci su squarci di vita quotidiana visitanti bancarelle, edicole di giornali, poggioli domestici di sapore naif oppure immergerci nell’atmosfera romantica di un notturno lunare: «…Ciao luna birbante/ seduci/ col battito delle tue ciglia/ i sogni di treni arenati/ che attendono forse il disarmo/ su morti binari» (Splendida luna sdraiata).
Enzo Concardi
Marina Enrichi, Eros e Logos, pref. Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 84, isbn 979-12-81351-82-0, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTRICE
Marina Enrichi Cariolaro, veneziana di nascita e padovana di adozione, è dottore in Medicina, specialista in Ostetricia e Ginecologia, già docente di Psicoprofilassi Ostetrica e Vita Prenatale all’Università di Padova. Poeta, è responsabile del Gruppo Vecia Padova Poesia e Presidente dell’Ucai di Padova, cantore e segretario del Coro San Prosdocimo della Cattedrale di Padova.
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Anna Scarpetta, "Chiaroscuri"
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Chiaroscuri
Anna Scarpetta
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Capitolo 1 - Nei labirinti dell’amore
L’amore, colto nelle sue poliedriche sfaccettature, è posto al centro della produzione di Anna Scarpetta, scrittrice versatile e pluripremiata e si configura come una presenza focale con cui esplorare il variopinto ventaglio delle emozioni. Le liriche prese in esame nel primo capitolo del libro mostrano un evidente dualismo tra luce ed ombra, tra vitalismo e orrore e la raccolta spazia tra diverse dimensioni: se nei testi iniziali prevalgono immagini legate all’amore rigenerante, in altri si sondano con audace lirismo i lati più oscuri e labirintici delle passioni.
La poesia incipitaria consente al lettore di abbeverarsi alla fonte dell’armonia: «Nel cuore di un amore/ così romantico/ abbiamo chiuso il cerchio/ di noi due, danzando insieme/musiche sublimi di note/di autori grandi.// E, la nostra storia,/ ora ci appartiene/ come pioggia benedetta,/ che dal cielo scende rumorosa/ a bagnare la terra e i suoi dintorni.// Viene giù la pioggia, così fitta,/ con una lunga nenia tintinnante,/ nel grigiore d’un cielo terso,/ colmo di velata nostalgia.// E, bagna la terra, ogni cosa/ ovunque…» (Nel cuore di un amore). La musicalità, resa efficace dalla rima al mezzo del primo verso e dal rincorrersi delle assonanze, evoca la dolcezza del sentimento amoroso, proiettando un sinestetico valzer di percezioni, a sottolineare la sacralità di un legame indissolubile. (…).
Gabriella Veschi
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Capitolo 2 - Le problematiche esistenziali
È decisamente cupo il quadro d’assieme che sottende il componimento iniziale del secondo capitolo del libro. I versi di misura lunga scandiscono una visione nichilisticamente sconfortata, pervasa da zone allarmanti di “oscurità” e dal triste avvertimento dell’assenza di vera comunicazione fra le persone e fra i gruppi sociali, dato che l’umanità sembra come soffocata dalla coltre opprimente dell’indifferenza: «Il velo del nulla è sceso lentamente, sul mondo./ Un velo disteso, dalle lunghe mani d’ombre/ dall’indifferenza globale, a coprire ogni cosa,/ valori, cammini e sentieri senza fine.// È calato, pian piano, silente, il velo del nulla/ disteso a manto, su tutto il globo della terra.// È calata una notte infame, senza stelle né sogni,/ senza luci, né albe d’avorio (…) Si dice sia colpa della crisi, eppure il velo del nulla/fa, intanto, da padrone sull’umanità che soffre…» (Il velo del nulla è sceso sul mondo, corsivi miei, come sempre in seguito).
Tale amara concezione della realtà storico-umana è rafforzata nella sua negatività dalla dolorosa consapevolezza del progressivo venir meno dei fondamentali valori etico-ideali capaci di ispirare i comportamenti collettivi («L’umanità sembra aver perduto/ quel punto chiaro, luce, così prezioso,/ che orientava ogni cosa e sentiero…», I gradini dei valori umani), con il conseguente “vuoto” esistenziale che sembra a poco a poco paralizzare l’animo di ognuno, in un percorso alienato modellato sul ritmo veloce, ma inautentico della tecnologia web: «Si sono deteriorati, giorno dopo giorno,/ i gradini di marmo dei valori umani/ in questo mondo che va, così stanco.// Va lentamente coi suoi lenti giri,/con l’usura del tempo che ruota/ instancabile, con l’alba e la notte.// Non è colpa del sistema web digitale,/ che va forte, con una sua viva energia,/ quando corre veloce…» (ibid.) (…).
Floriano Romboli
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Capitolo 3 - Nei dintorni dell’anima e della coscienza
Solitamente s’intende definire l’anima come la parte spirituale dell’individuo, distinta dal corpo fisico, caratterizzata dalla dimensione dell’eternità e spesso essenza di tipo religioso che sopravvive alla materia. E la coscienza come quella facoltà mentale consapevole di sé e della realtà, che è radicata nel presente e che contiene diverse istanze etiche. Sono due elementi dell’esistenza umana che, tuttavia, pur essendo differenti, sono presenti contemporaneamente in essa, tant’è vero che la coscienza può essere vista anche come una manifestazione dell’anima, quando è vigile, attiva, creatrice di esperienze. In definitiva non v’è anima senza coscienza e viceversa.
È ciò che succede nella visione di Anna Scarpetta, ed è per tale motivo che ho intitolato questo capitolo, che tratta una delle tematiche della sua poetica: “Nei dintorni dell’anima e della coscienza”, binomio per lei inscindibile. Occorre qui anche aggiungere un altro tassello importante della sua concezione, ovvero l’origine trascendente, verticale, divina – quindi non solo ontologica e laica – dell’anima e della coscienza, che sono tali in quanto si specchiano e fanno riferimento – è palese nei suoi testi – alla religione rivelata.
Nelle liriche pubblicate scopriamo un canto rivolto ai diversi volti dell’anima della poetessa di Pozzuoli: volti che sono altrettanti atteggiamenti, stati, condizioni in cui vive le sue epifanie cicliche – si potrebbe dire stagionali – la realtà spirituale, autobiografica ed esistenziale del cammino e dell’avventura umana dipanantesi da un’intensa vita interiore, nonché da un’acuta coscienza del dolore cosmico ed universale. La titolazione delle poesie – che riporta numerose volte il termine anima – ci guida nell’analisi critica dei contenuti, qui maggiormente privilegiati rispetto allo stile e al linguaggio, i quali si avvalgono di un andamento prosastico, nonostante la sussistenza delle strofe (prevalentemente distici, terzine e quartine).
Il messaggio finale che ci lascia Anna Scarpetta richiama la necessità già rilevata dal filosofo francese Henri Bergson, vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento, ovvero il bisogno per l’uomo moderno di un “supplemento d’anima” e di uno “slancio vitale” (“èlan vital”) di fronte ad un sviluppo tecnologico e materiale abnorme rispetto al mancato sviluppo spirituale di un’anima rimasta rattrappita. Infatti reiterato è in lei questo esiziale motivo d’ispirazione: Il risveglio delle coscienze (titolo di un suo componimento) può essere attivato anche con il contributo della poesia; la Musa le ha rapito l’anima, iniziando un viaggio meraviglioso (Negli occhi della poesia), poiché l’arte richiede anime vibranti (Poesia); la società soffre per la mancanza di padri, tema a cui dedica la lirica A tutti quei papà assenti. (…)
Enzo Concardi
Anna Scarpetta, Chiaroscuri, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-72-1, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTRICE
Anna Scarpetta è nata a Pozzuoli (Napoli) il 2 gennaio 1948. Ha lavorato presso la Direzione Rete Ferroviaria Italia a Milano; attualmente è in pensione e vive a Novara. Si è sempre dedicata alla poesia, alla narrativa e alla saggistica. È stata membro di giuria a Napoli nei concorsi letterari in lingua e in vernacolo, e in tante città italiane. A Milano si è dedicata al Teatro Sperimentale, in qualità di Aiuto Regia, con la compagnia teatrale di Ciro Menale, regista, con una trama molto suggestiva dal titolo: “Una barchetta di carta”, rappresentata al Teatro Litta di Milano a dicembre del 1992, un lavoro liberamente tratto da un testo di Fernando Pessoa. Ha pubblicato varie raccolte poetiche e ha conseguito numerosi riconoscimenti e prestigiosi premi in molti concorsi letterari in diverse città italiane.
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Don Giovanni Mangiapane, "Omaggio a papa Francesco"
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Omaggio a Papa Francesco
Don Giovanni Mangiapane
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Questa pubblicazione di Don Giovanni Mangiapane - come si deduce dalla specificazione apposta sotto il titolo Omaggio a Papa Francesco - è scritta in lingua siciliana e tradotta in italiano: è noto che le traduzioni da altra lingua, soprattutto per la poesia, sono destinate a perdere in parte l’efficacia lirica e fonetica del testo originale. Nel caso del nostro autore siamo di fronte ad una scelta metrica rispettata per tutte le composizioni: strofe costituite da quartine con rima prevalente ab-cd. Anche quando l’abilità del traduttore riesce a conservare la rima in italiano, essa difficilmente mantiene i ritmi suggestivi e tipici del siciliano, in particolare con le desinenze caratteristiche in u precedute da una consonante. Se il lettore prova a confrontare la prima strofa della prima poesia del libro - «Vergini Maria, matri di Cristu/ e di cu abbrazza lu crucifissu./ Tu ca veni in aiutu a lu bisognu,/ anchi si nun ti chiama “iu ci sugnu”…» - con la sua traduzione - «Vergine Maria, Madre di Cristo/ e di chi abbraccia il Crocifisso./ Tu che vieni in aiuto a chi ha bisogno,/ anche se non ti chiama “di te ho bisogno”…», s’accorgerà della differenza insita nelle due versioni: ergo consigliamo al lettore stesso, anche se non avvezzo al siciliano, di procedere ad una lettura attenta della lingua isolana per apprezzarne le peculiarità contenute.
Fatte queste precisazioni formali ed estetiche circa il lessico del nostro autore, occorre addentrarci a prendere in considerazione il genere poetico dello stesso e il tipo di messaggio che gli sta a cuore. Il titolo non lascia dubbi: si tratta allo stesso tempo di poesia religiosa e didascalica, poiché Mangiapane dedica le sue liriche a Papa Francesco al fine di proporlo alla società e all’umanità intera come modello di testimone evangelico al quale accomuna le sue doti umane, che possono rendere credibile la presenza della Chiesa anche per chi non crede. Le sue quartine visitano in particolare il breve tempo di Bergoglio vissuto nella sofferenza a causa delle sue condizioni di salute prima, durante e dopo il ricovero ospedaliero, fino al termine della sua parabola terrena. Il sacerdote siciliano pone in primo piano anche l’ansia, la preoccupazione e l’attesa circa il decorrere della malattia, da parte dei fedeli, segno del rispetto, dell’attaccamento e dell’amore da loro sempre manifestato verso un Pontefice vicino alla gente, ai poveri, predicatore di pace e giustizia.
Uno spazio importante è lasciato anche alle poesie che invocano a Cristo e alla Vergine Maria l’intercessione per la salute di Francesco: in tali casi i testi si trasformano in preghiera – nella fattispecie preghiera di richiesta – con una spiccata accentuazione della dimensione verticale della fede.
L’analisi critica testuale più ravvicinata ci consentirà ora di scoprire anche altri aspetti dell’Omaggio a Papa Francesco. Vi troviamo, come già detto, l’invocazione alla Vergine Maria: «Considera la Chiesa: ha paura;/ la vita del Papa è appesa ad un filo./…/ A chi ti onora con amore speciale,/ donagli vera grazia eccezionale…» (24 febbraio 2025). Nella lirica successiva il poeta si rivolge a Cristo con un linguaggio diretto, ricordando l’opera che il Papa sta compiendo sulla Terra: «…Tu gli affidasti la Chiesa tua santa,/ la guida forte a Lui, tutta quanta./ Gira il mondo portando il tuo nome,/ dona coraggio a tutti e come!// Non abbandonarlo ora nella prova,/ la sua malattia per noi è grande scuola…» (Preghiera, 26 febbraio 2025).
Passano i giorni dell’assenza di Francesco dalla finestra di Piazza San Pietro e la gente che solitamente lo vedeva apparire sorridente vestito di bianco, ne sente la mancanza: «…Gode di ogni gioia del mondo,/ prega per chi soffre tutto intorno./ Oggi per il Papa il mondo prega,/ la malattia di affacciarsi gli nega…» (27 febbraio 2025). Le suppliche al Signore per la sua guarigione sono incessanti, il sacerdote-poeta confida nell’intervento divino: «…Servo dei servi Lui firma,/ lo Spirito e la Grazia conferma./ Bisogno abbiamo della sua presenza,/ della Parola che dona Speranza…» (2 marzo 2025).
Ed ancora sottolinea un’altra scelta di questo Papa, per la prima volta nella storia della Chiesa porta il nome del poverello di Assisi: «Padre Santo che ti chiami Francesco,/ il primo della storia, tutto fresco:/ Gesuita hai scelto il cantore,/ hai scritto “Laudato sii mio Signore”…» (4 marzo 2025). Così non può dimenticare che il messaggio francescano è un invito alla pace, quella vera: «Francesco diventa poverello,/ ma ha un cuore troppo bello;/ somiglia tutto al Signore,/ diventa quello che è: “Amore”.// La Pace parte sempre dal cuore,/ per la Pace vera Lui ci muore…» (La pace, 12 marzo 2025). In modo inaspettato Bergoglio viene dimesso dal Policlinico Gemelli di Roma e torna in Vaticano: si riaccendono negli animi le speranze che possa restare ancora con i suoi fedeli, esultano i cuori: «Regalo grande ci ha fatto il Signore,/ a santa Marta è tornato il Pastore./ Papa Francesco ritorna a casa,/ Quaranta giorni Gemelli travasa…» (23 marzo 2025).
Ma, in modo altrettanto repentino, la sue condizioni peggiorano, fino all’ultima ora di presenza in questo mondo, dopo giorni di sofferenza: «…Stamattina è come una mazzata:/ la vita del Papa è trasferita./ Pensaci Tu ora che l’hai vicino,/ non ti dimenticare del mondo nel lino» (Morte di Papa Francesco, 21 aprile 2025). Tanti altri pensieri hanno albergato nella mente e nel cuore di Don Giovanni Mangiapane in quei giorni di trepidazione, timori, attese, speranze e poi la cruda realtà della perdita di un forte e coraggioso testimone di Cristo e del Vangelo, e la sua ispirazione volle ancora offrirgli le parole per celebrarlo: «…Si vide subito che prese la via,/ con il nome Francesco e Laudato sia./ Poi abbracciò forte ogni sociale,/ poveri, carceri, periferia, normale./…/ Uomo della Pace è chiamato,/ come uomo dei ponti evocato./ Lavorò sino all’ultima ora,/ dolori smorzati sono allora» (Sepoltura di Papa Francesco, 26 aprile 2025).
Con la morte e la sepoltura di Papa Francesco non si conclude il libro di Don Giovanni Mangiapane; egli segue gli avvenimenti successivi, come il Conclave e l’elezione del successore: «Oggi comincia il Conclave,/ la sola parola fa tremare./ Chiusi, isolati dal mondo,/ eppure lo hanno tutto intorno…» (Extra omnes, 7 maggio 2025).
La fumata bianca è giunta abbastanza presto e, come spesso è capitato in passato, la sorpresa è stata generale: «“Habemus Papam” Leone il nome,/ dall’America viene come drone./ Però impastato tutto di Europa,/ Agostino e lo spirito di Proba…». Un nuovo Papa che piace al nostro autore che così conclude la poesia a lui dedicata: «…Oggi siede sulla Sedia di Pietro,/ di Cristo ha misura e metro./ Per il mondo intero pieno di pene,/ a Cristo si professa: Ti voglio bene» (Papa Leone XIV, 9 maggio 2025).
In questa prefazione, parlando del linguaggio di Mangiapane, ho sempre usato il termine lingua siciliana e non il vocabolo dialetto siciliano. Ciò per una ragione ben precisa: egli ritiene il primo come un’entità viva, presente ed anche proiettata nel futuro, mentre il secondo è sinonimo di complesso linguistico morto, in via di estinzione. Esistono progetti culturali promossi dalla Regione Sicilia, dei quali l’autore fa parte, che si prefiggono l’obiettivo di attuare pienamente la Legge Regionale 9/11, di rilevante importanza per i siciliani, in quanto sostiene la promozione, la valorizzazione e l’insegnamento della storia, della letteratura e del patrimonio linguistico siciliano nelle scuole. Omaggio a Papa Francesco, per la lingua adottata, rientra nei canoni auspicati dalla succitata legge, così come altre pubblicazioni di poesia, tra cui Versi siciliani, sempre ad argomento religioso, utilizzato nel Liceo Classico Internazionale “Umberto I” di Palermo. In uno dei documenti della L.R. 9/11 si dice: «In una società sempre più liquida e globale, la valorizzazione delle identità locali è una risposta efficace al progressivo indebolimento dei punti di riferimento e delle radici storiche e culturali».
Il recupero della “sicilianità” è dunque nell’agenda letteraria della cultura isolana: ad majora!
Enzo Concardi
Don Giovanni Mangiapane, Omaggio a Papa Francesco, testi in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte; prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 52, isbn 979-12-81351-76-9, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Don Giovanni Mangiapane (Cammarata, AG, 1944), sacerdote in pensione, è stato parroco della diocesi di Agrigento per cinquantaquattro anni, dal 1970 al 2023. Ha inoltre ricoperto l’incarico di Direttore Ufficio Beni Culturali in Diocesi dal 2002 al 2009. Ama scrivere poesie in lingua siciliana che poi diffonde in internet tramite i social. Ha pubblicato tre raccolte di liriche: Lu Verbu si firmà e cuntà (2022) contenente testi trasposti in musica; Versi Siciliani (2024), opera online in due volumi promossa dall’Assessorato Regionale all’Istruzione e alla Formazione Professionale della Regione Sicilia con lo scopo di valorizzare l’insegnamento della letteratura e del patrimonio linguistico siciliano nelle scuole; la terza pubblicazione s’intitola Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis (2024).
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"Diario poetico di Alessandro Pellegrini"
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Diario poetico di Alessandro Pellegrini
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Alessandro Pellegrini è un autore poetico, la cui opera è intrisa di risvolti romantici, a partire da due esseri che si congiungono sia materialmente, sia spiritualmente, per espandersi ad un amore “creaturecentrico” ed omnicomprensivo.
Gli spunti creativi sono i più disparati, in un crescendo di sensazioni avvolgenti e, talvolta, commoventi, come ad esempio l’amore per la Puglia, la sua terra natale.
Le sue poesie possono servire da suggerimenti per fare incamminare la società verso i veri valori ed ideali comuni, per «viaggiare insieme al poeta dallo zenit fino al nadir» (come descritto da Enzo Concardi, curatore dell’opera poetica stessa), dal soggettivo all’oggettivo con un nobile sentimento di supporto e conforto agli indifesi, agli esclusi ed agli svantaggiati.
Segnaliamo di seguito, tra gli altri, alcuni versi di spicco nell’opera poetica del Pellegrini:
in L’amore è la fonte della vita: «Nelle tue vene scorre una melodia nascosta», «Tu, che vedi il mondo con occhi/ che sfidano la realtà...».
in Tu, conchiglia bianca e curva: «Conchiglia, mio amuleto magico,/ scrigno di sabbia e vento/ tu che racconti storie di terre sconosciute,/ di profondità azzurre ed infinite...», «fa che il mio cuore si unisca/ nel sussurro di acque limpide, salate, eterne».
in A Leonardo: «Leonardo.... a undici anni, nel nostro sud caro/ sei già un uomo», «... nel tuo animo, così raro e chiaro/ brilla la purezza di chi è davvero».
in A Rossana: «I suoi occhi brillano di una luce gentile/ riflettono il mondo con un’ombra sottile».
in Il cardoncello di Ruvo: "Tra massaie, contadine e cuochi è tesoro./ Simbolo di una terra baciata dal sole,/ di ulivi secolari e muretti a secco,/ dove il cielo di specchia nei campi dorati,/ e il vento racconta leggende lontane...».
in Pace nel cuore: «Che la pace sia la nostra voce,/ un canto che attraversa il cielo, una promessa di giorni sereni,/ in cui l’umanità cammina insieme…».
in Cinquant’anni: «con il cuore che segue il destino curioso», «Un cammino che m’insegna,/ che la bellezza sta nel viaggio,/ e non nella meta».
Il Diario poetico termina con una recensione, ancora a cura di Enzo Concardi, sull’opera narrativa di Alessandro Pellegrini, dove viene messo in risalto il valore dell’amore nella famiglia e nella società: «prima di cimentarsi nel genere poetico, Pellegrini ha pubblicato quattro opere di narrativa, classificabili come romanzi, tra il 2021 e il 2024…. Il tema centrale… è l’amore, che l’autore analizza da ogni punto di vista, sia sul versante autobiografico che da quello sociale…».
Per concludere, auguriamo al caro e bravo poeta Alessandro Pellegrini un crescente riscontro e successo di critica.
Fulvia Donatella Narciso
Alessandro Pellegrini, "Diario poetico"
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Diario poetico di Alessandro Pellegrini
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Diario poetico di Alessandro Pellegrini, nato a Terlizzi (Bari) nel 1975, infermiere, costituisce un unicum in quanto si presenta come un originale connubio tra poesia e critica nel loro interagire tra loro.
Esso è l’espressione felice di un’intelligente coscienza letteraria, sottesa alla forte ed efficace vena creativa che emerge con testi poetici di grande bellezza e originalità e contemporaneamente del lavoro esegetico di Concardi che consiste nella composita curatela del volume.
Alle poesie, in questo lavoro, si affiancano infatti per ognuna di loro i commenti critici di Enzo Concardi che qui è presente come curatore e non in veste di prefatore come per consuetudine quasi sempre avviene per le sillogi poetiche.
I componimenti sono preceduti da un Prologo e da uno scritto intitolato Diario poetico.
È doveroso mettere in luce che, come s’intende dal suddetto scritto per comprendere il senso del lavoro, che si tratta di un’opera giocata su due binari paralleli che finiscono per intersecarsi e interagire con i close-readings su ogni singola poesia.
Bisogna aggiungere che ogni composizione presenta la data e il luogo in cui è stata scritta per la qual cosa si può parlare di una vera e propria agenda poetica, attraverso la quale s’individuano le coordinate del percorso esistenziale e della sensibilità di artista e uomo di Alessandro.
Coglie nel segno nel prologo quella che si potrebbe definire una dichiarazione vera e propria di poetica all’insegna dell’autocoscienza dell’autore, dichiarazione che è espressione di fede incontrovertibile, da parte di Pellegrini stesso, nel valore salvifico della poesia.
Come dichiara il poeta, a conferma di quanto affermava Goethe e cioè che la poesia stessa è sempre d’occasione, la poesia è nata in lui in un momento di buio, quando un’incomprensione sembrava spezzare un legame, lasciando spazio al silenzio e all’incertezza e da quel giorno qualcosa in lui si è acceso come un’intuizione meravigliosa di pascaliana memoria.
Cifra distintiva del poiein poetico del Nostro in questo volume tripartito nelle sezioni Prologo, Diario poetico e La narrativa è una vena neo–lirica che tende ad una realizzazione affabulante.
Essa si esprime attraverso bellezza e chiarezza e la natura pare essere molto importante, centrale, con le sue epifanie nel discorso complessivo dell’Autore che tocca anche il tema religioso ma anche politico e sociale nella bella lirica dedicata a Papa Francesco.
E anche la tematica amorosa ed erotica che è centrale è affrontata da Alessandro Pellegrini con un fortissimo trasporto verso l’amata che mette alla prova l’intelligenza della capacità d’amare che non è abitudine ma un relazionarsi sempre nuovo verso le situazioni della vita che è quella di coppia.
A volte prevale uno stupore creaturale per esempio nella poesia A Leonardo dedicata ad un ragazzino undicenne che viene felicemente paragonato ad un bellissimo fiore sbocciato e qui ovviamente s’inserisce con presunta vaghezza il tema della metamorfosi. Leggiamo nella suddetta poesia: «…A undici anni, nel nostro sud caro,/ sei già un uomo, di sguardo sincero,/ ma nel tuo animo, così raro e chiaro,/ brilla la purezza di chi è davvero…». Si tratta di versi profondi intrisi di umanità e creaturalità.
In Pace del cuore leggiamo: «Sussurra il vento sulle vette alte,/ mentre il sole si tuffa nel mare./ Ogni fiore nel campo/ si piega al ritmo calmo del nostro respirare./ Non c’è guerra che scavi l’anima,/ né fiamma che bruci la speranza,/ solo il silenzio di chi sa ascoltare/ e la dolcezza di una mano che avanza./ La pace nasce in uno sguardo gentile,/ in un abbraccio che non chiede nulla…» Si tratta di versi permeati da ottimismo di tipo neo – lirico nei quali l’io-poetante è proiettato in un contesto naturalistico di grande e vaga leggiadria.
Raffaele Piazza
Diario poetico di Alessandro Pellegrini, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 44, isbn 979-12-81351-65-3, mianoposta@gmail.com.
Alcyone 2000, volume 19
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ALCYONE 2000 – QUADERNI DI POESIA E DI STUDI LETTERARI, volume 19
Guido Miano Editore, Milano 2025
Per la collana Percorsi letterari del Duemila, è uscito a Milano nello scorso mese di ottobre, il volume 19 di “Alcyone 2000”, quaderni di poesia e di studi letterari: si tratta del periodico della Casa Editrice Miano che, in questa edizione, supera le 100 pagine, e quindi si pone anche dal punto di vista quantitativo per i temi trattati – oltre che da quello qualitativo – ad un livello di studi e ricerche culturali piuttosto sostanzioso. Nella rubrica “contributi letterari” appaiono, tra gli altri, saggi di indubbio interesse storico, come quello di Floriano Romboli sull’opera di Dante nelle riflessioni di alcuni papi contemporanei; o come quello di Enzo Concardi sulle suggestioni di Italo Calvino, tra razionalità e fantasia, impegno civile e sogno letterario; o come, ancora, quello di Angela Ragozzino dal titolo Capua festeggia il decennale del Placito Capuano, sul quale ci soffermeremo più avanti, così come sarà per Pietro Rosetta, purtroppo recentemente scomparso, con la sua prima silloge, Poesie nascoste nella dispensa.
Fra le “testimonianze” troviamo numerosi commenti critici sull’ultima raccolta poetica di Michele Miano: So che ti prenderai cura di me, intimo soliloquio con il padre dal denso contenuto memoriale ed emozionale-affettivo. Nella rubrica che “Alcyone 2000” dedica sempre ai suoi poeti, abbiamo scelto di commentare la silloge di Francesca Tirico, come rappresentante dell’ampia schiera a cui la Casa Editrice Miano dà spazio. Non mancano infine i soliti “Itinerari di letteratura comparata”, una rarità nel panorama letterario contemporaneo, che uniscono cieli ed epoche diversi, ricercando assonanze ed affinità tra autori italiani e stranieri, tra cui, in questo numero, Emily Dickinson, Fernando Pessoa, Edgar Allan Poe.
Pietro Rosetta è stato un personaggio di primo piano nel mondo scientifico. Così lo ricorda il Corriere della Sera del 6/11/2025, nelle pagine del Corriere Salute: “Il mondo della medicina oculistica perde un luminare di fama internazionale. È morto Pietro Rosetta, 61 anni, medico chirurgo, responsabile dell’Unità operativa di Oculistica di Humanitas San Pio X, specializzato in Oftalmologia presso la Clinica Oculistica dell’Ospedale San Raffaele di Milano, dove ha contribuito a sviluppare la chirurgia dei trapianti corneali fino al 1996 e membro di numerose società scientifiche nazionali e internazionali… Rosetta era anche uno degli autori del forum di Corriere dedicato all’oculistica”. È un vanto quindi per la Casa Editrice Miano l’aver pubblicato l’unico libro di poesie di cotanto ingegno, Poesie nascoste nella dispensa, raccolta che è stata segnalata dalla critica con giudizi lusinghieri, riguardanti soprattutto la sua vena politematica, la visione della realtà dicotomica ovvero delle antitesi (lotta tra Eros e Thanatos), la ricerca esistenziale sul significato della vita, un romanticismo con echi leopardiani su amore e morte, l’idea della vita come viaggio, la presenza di una poesia amorosa a luci ed ombre, l’incombenza delle suggestive dimensioni memoriali.
Angela Ragozzino, prendendo le mosse dalla decima edizione commemorativa del Placito Capuano – avvenuta a Capua nello scorso mese di maggio con l’organizzazione del Touring Club Italiano – ci narra tutta la vicenda sorta intorno a tale documento: in sintesi, si tratta di un atto giudiziario del 960 d.C. considerato il primo testo ufficiale in volgare (campano) della nostra letteratura. La sua importanza risiede nel fatto che, in una disputa di confine fra il Monastero di Montecassino e un privato, avviene la trascrizione delle testimonianze direttamente nell’idioma locale, separato dal latino, la lingua giuridica ufficiale. La Ragozzino ricorda anche che vi è stato il coinvolgimento nell’evento di tutte le scuole di ogni ordine e grado e che è stato istituito il “Premio Placito Capuano”, assegnato a quelle personalità della cultura che hanno contribuito con il loro lavoro alla diffusone della lettura, tra cui Dacia Maraini, Matteo Garrone, Roberto Vecchioni, Sigfrido Ranucci.
Francesca Tirico, con i suoi Sogni infiniti ci accompagna in un viaggio verso le dimensioni di un quadrifoglio esistenziale e spirituale, composto dai nomi dell’amore, del dono, della felicità, dell’anima. Il dolore esiste ma non invalida il nostro destino, che è quello di vivere per ciò che conta e di morire con la speranza della rinascita. La poetessa penetra le pieghe dell’interiorità attraverso una sensibilità all’unisono con le verità dell’infinito, supera lo scacco esistenziale mediante un èlan vital forte e tenace.
Enzo Concardi
Alcyone 2000 – Quaderni di Poesia e di Studi Letterari, n°19; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 108, isbn 979-12-81351-70-7, mianoposta@gmail.com.
Pietro Manzella, "Dell'amore e della speranza"
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Dell’amore e della speranza
Pietro Manzella
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Il fuoco dell’amore
Il sentimento amoroso inteso come valore assoluto e imprescindibile è al centro delle liriche di Pietro Manzella presentate nel primo capitolo di questa antologia (gli altri capitoli riguardano le tematiche del tempo, dell’essere e malessere). Espresse con toni leggeri, sobri e misurati, le poesie d’amore riecheggiano con lirica raffinatezza i versi di uno tra i massimi esponenti della Letteratura irlandese, il premio Nobel William Butler Yeats; nonostante i due poeti appartengano ad epoche distanti tra loro e seppure adottino diverse modalità poetiche, traspare nei loro componimenti la concezione dell’amore come forza trainante, unica ragione di vita. Sin dai testi di apertura, Manzella esplora la complessità degli stati d’animo e peculiari cifre stilistiche si esplicano con piacevoli similitudini tra la donna amata e gli elementi della natura e con il ricorso a costruzioni ossimoriche. Scorre leggera una lunga carrellata di armoniose piante, di spiagge battute dalle onde o di zampilli d’acqua generatrice di vita, mentre con una ricca serie di contrasti si delinea la dimensione ambivalente dell’io poetico, colmo di speranza in presenza dell’amata (Sciolina d’amore), ma preda di un profondo senso di vuoto di fronte alla sua assenza. Ne è un chiaro esempio la lirica Carezze parlanti: «È un fragore delicato/ quello delle carezze/ senza tempo/ sul mio viso: le tue// È un tepore/ di sesso appena smesso/ quello delle parole/ silenti/ che descrivono eventi/ al passato prossimo/ come in un film muto:/ le nostre.// Sguardi che ricamano/ la tela del tempo/ dove mi perdo/ con te/ come nel quadro/ senza oli/ di una vita senza colori/ intessuta ogni giorno/ di speranze e promesse/ di risurrezioni/ sono per noi soli/ carezze che parlano». Il testo evoca la carica dirompente di un amore che incendia una vita prima insignificante come un quadro senza oli e senza colori e la trasforma in una fonte inesauribile di speranze e promesse; la passionalità diviene incandescente, è come fuoco sotto la cenere, pronto a riaccendersi con forza e l’intimità delineata con rara delicatezza rende palpabili le forti sensazioni provate (…).
Gabriella Veschi
***
L’incanto della memoria
(…) Il motivo del ricordo risulta centrale nell’elaborazione artistico-letteraria dell’autore e la strategia accurata di recupero memoriale, di rivisitazione attenta di esperienze del passato diventa occasione privilegiata per l’esplicitazione di una meditata visione della realtà e specificamente di una determinata concezione delle relazioni interpersonali. La rassegna delle “memorie” è sovente contrassegnata da quelle intime contraddizioni («Ricordi quella/ sera/ quando i tuoi occhi/ hanno pianto?/ Io ridevo/ piangevo// Che strana cosa/ vivere ed amare/ se si ama con/ dolore», Quella sera), che sono connesse con la fondamentale ambivalenza dell’esistenza: «Occhi festosi/ in un precipizio/ di lacrime/ affiorano come/ narcisi dalla coltre bianca// (…) Oggi il fluire del ricordo/ ha tracimato/ il bicchiere della vita/ spezzata/ in molecole di rimpianti» (Tracimazione); «…Lo sgabello/ riceve una parte/ l’altra veleggia/ sul triremi della fantasia/ oppressa dall’ostinata macchina/ della verità// Mortifico il tempo/ che mi ignora/ e ti cerco/ oasi di serenità» (Vita in scatole vuote). (…)
Serbare nella memoria gli attimi del tempo fugace equivale alle volte ad addolcirne le caratteristiche, a rasserenarli in un processo inequivoco di sublimazione: «…Assaporo/ gli attimi sfuggenti/ e gusto la dolcezza/ della vita/ aspettando che il ricordo/ evapori/ senza perdersi/ oltre la trasparenza dei cristalli» (Pensieri di zucchero); tale operazione risulta invece preclusa alla poetessa americana Emily Dickinson, in conseguenza di un’idea del mondo negativa e sconfortata, di un animus triste e inappagato, che inducono una posizione morale di amaro pessimismo, di desolante cupio dissolvi. Leggiamo da una lirica risalente circa al 1860: «Perduta quando già ero in salvo!/ E sentivo il mondo ritirarsi!/ Mi accingevo all’assalto dell’eterno,/ quando tornò il respiro,/ e verso l’altra sponda/ udii ritrarsi la marea delusa!...» (poesia n. J160) (…).
Floriano Romboli
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Essere e malessere
La tematica dell’essere e malessere nella poetica di Pietro Manzella occupa certamente un posto rilevante, incentrandosi sulla condizione umana, che contempla sempre una realtà a chiaroscuri, aspetti positivi ed edificanti e fenomeni estremamente negativi, slanci ideali verso la ricerca dell’essere e di sé stessi con un contraltare di malessere personale e collettivo, che in ogni epoca cambia connotati e natura. E sono proprio le brutture del mondo di oggi che il poeta mette soprattutto in risalto, attraverso una denuncia forte, circonstanziata, oltre il binomio metafisico-filosofico che può evocare la problematica in questione, la quale spesso si trasforma in testimonianza storico-sociale di una contemporaneità caratterizzata in particolare da un indebolimento ontologico dell’individuo e da una distruzione dei valori della convivenza umana pacifica.
Qui non è fuori luogo ricorrere al pensiero di Pascal, per il quale v’è il paradosso della condizione umana, sospesa fra miserie e grandezze, fra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, per cui l’uomo è “un mostro incomprensibile”, creatura contradditoria ora sospinta verso l’infinito, ora schiacciata dal male. Il nostro autore, nella lirica d’apertura Similitudine presenta tale dicotomia fra l’essere e il malessere umani, con immagini moderne che evocano in qualche modo la visione pascaliana: «Correre verso/ l’infinito/ fermarsi/ all’orizzonte/ ignorare la realtà /che hai di fronte /vivere da /uomo da marciapiede /e non accorgerti /che sei simile ad un /tritacarne».
Ecco dunque il rifiuto da parte del poeta di tante espressioni del vivere odierno, da cui nasce un rapporto io-mondo conflittuale, lacerato dal dolore per un’umanità dispersa. E il linguaggio presenta ora tratti di sarcasmo, ora di crudezza, ora di amarezza, con immagini conseguenti di tipo analogico-sinestetico. (…).
Enzo Concardi
Pietro Manzella, Dell’amore e della speranza, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 84, isbn 979-12-81351-71-4, mianoposta@gmail.com.
L’AUTORE
Pietro Manzella è nato a Palermo dove attualmente vive e svolge le professioni di Avvocato e di Mediatore civile. Ha pubblicato varie raccolte di poesie: Come il vento sulle dune (1999), Icaro o del desiderio (2000), Una vita un amore (2001), Controrisacca (2003), Voci scomposte (2006), Acetilene (2010), Cialde (2013), Semi (2016), Acqua (2020), Spes (2023) e il breve testo teatrale Frittelle di aria fritta, commedia in un atto (2007).
Pietro Nigro, "L'uomo e la metafisica"
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L’uomo e la metafisica. Viaggio verso l’ignoto: il mistero dell’esistenza. (Quasi un) romanzo storico-filosofico
Pietro Nigro
Guido Miano Editore, Milano 2025.
È opportuno richiamare nell’esordio di questa prefazione la struttura letteraria del saggio di Pietro Nigro, poiché essa inquadra gli argomenti e i temi esposti con un metodo deduttivo che procede dal generale al particolare, consentendo approfondimenti graduali e consequenziali di contenuti e significati. In primo luogo è necessario effettuare un’elencazione sintetica delle parti che lo compongono, essendo una sorta di introduzione alla materia trattata. Innanzitutto il titolo e i sottotitoli ci indirizzano decisamente verso una caratterizzazione teleologica, antropologica, filosofica dell’opera: L’uomo e la metafisica (titolo); Viaggio verso l’ignoto: il mistero dell’esistenza (1° sottotitolo); (Quasi un) romanzo storico-filosofico dell’evoluzione umana (2° sottotitolo). È chiara dunque l’intenzione dell’autore di avviare un ricerca che resterà aperta (ignoto), senza conclusione, con le conoscenze attuali, tuttavia nel tentativo di non conferirle un tono e un linguaggio accademici e troppo teoretici (romanzo), ma di avvicinarsi il più possibile ad un’avvincente ed appassionata narrazione dell’avventura umana sul pianeta Terra.
Significativa è poi la dedica del saggio, non encomiastica né parentale o captativa, ma oblativa nei confronti dell'umanità: «Dedico questo libro a tutti gli uomini di buona volontà che vogliono un mondo fratello, e anche agli uomini che lo macchiano per l’ambiente malsano in cui vivono, e che potrebbero cambiare se si ravvedessero, per inspiegabile prodigio, non facendo loro desiderare l’illecito, ma la giustizia, la bontà, l’amore». È altrettanto chiara qui la finalità della pubblicazione, delineata anche su un versante umanistico e non solo scientifico. Essa contiene anche una Premessa e una Introduzione, sempre ad opera dell’autore. Nella prima egli effettua alcune enunciazioni che sono alla base del suo pensiero e che ritorneranno alla ribalta più volte nel corso della trattazione. È convinto che faccia parte della natura umana il bisogno di indagare alla ricerca dei misteri dell’esistenza e, per questo, sostiene anche che forme di pensiero primordiale fossero già presenti negli uomini primitivi, all’alba della civiltà: «la riflessione sulla mente e l’anima è antica quanto il pensiero umano stesso» (dalla Premessa). Per tale motivo un libro che si occupa dell’uomo e della metafisica deve iniziare dalla preistoria, come infatti avviene nella Parte I. Nella seconda sono raccolte tutte le domande irrisolte sull’esistenza e sull’universo, e per ciò l’Introduzione è zeppa di punti interrogativi: Nigro in questo campo è un autore che non ha risposte, ma che s’interroga incessantemente, e ogni domanda produce altre domande, in una catena senza fine. Tuttavia egli trova una spiegazione a questa stasi gnoseologica: non siamo in grado di comprendere e sarà così fino a quando «un’evoluzione delle conoscenze scientifiche consentirà di capire ciò che avviene».
Ovviamente non possiamo eludere la serie di interrogativi che a cascata l’autore ci propone, soprattutto a vantaggio del lettore, che potrebbe identificarsi in qualcuno di essi. Ebbene eccoli: non sappiamo perché l’Universo esiste; da dove veniamo, dove andiamo; forse siamo un sogno, ma il sogno di chi; che cos’è la realtà, solo ciò che percepiamo con i sensi o c’è qualcosa oltre; siamo esseri pensati da qualcuno o da qualcosa oppure tutto è retto dalle leggi della casualità; l’infinito e la trascendenza esistono? Inoltre Nigro, nelle sue indagini, non può esimersi dall’entrare nei territori della religione e del sacro, in quanto tutte le civiltà hanno elaborato una loro teologia, cioè uno strumento per studiare l’Essere Supremo, Dio. Tuttavia qui egli sembra più sicuro del fatto suo, ed infatti dichiara: «Non sappiamo chi sia o che cosa sia, come è fatto. E lo abbiamo chiamato Dio riferendoci al cielo, indicato come luogo indefinito della sua dimora» (dalla Introduzione).
La Parte I del saggio si suddivide in tre momenti, che raccolgono i fenomeni e le evoluzioni riguardanti L’uomo e la metafisica, dalle origini fino alla filosofia pre-aristotelica: La comparsa dell’uomo, La nascita del monoteismo e le Conclusioni dell’autore. La Parte II è dedicata all’inscindibile binomio Fede e Ragione, che ha sempre accompagnato il dibattito tra le visioni religiose e quelle laiche dell’esistenza. In queste pagine troviamo i nuclei fondamentali delle argomentazioni di Nigro ed ovviamente prenderemo in considerazione appena conclusa la presentazione della struttura letteraria del libro, che continua con le Note, che, a mio avviso, non vanno considerate come le usuali precisazioni in calce, dal momento che esse sono molto sviluppate ed integrano il testo più che contenere dettagli.
Dopo il saggio troviamo due appendici: la prima, Appendice I, consistente nel testo integrale dell’Inno al Sole di Akhenaton, considerato da tutti come il testo fondamentale del monoteismo antico. Con un salto plurisecolare nella Appendice II l’autore sviluppa una disamina dell’opera di Kant del 1791 Sul fallimento di tutti i tentativi filosofici in teodicea, proponendo un confronto con il pensiero di Leibniz sul male, di cui si occupa appunto la teodicea. Anche alla fine di questa parte troviamo delle corpose Note, da considerare come detto dianzi, tant’è vero che Nigro, per spiegare una teoria kantiana, utilizza la formula di un dialogo fra due interlocutori, metodo galileiano di prosa filosofico-scientifica ad usum delphini, spesso allievi e studenti del maestro. (…)
Enzo Concardi
Pietro Nigro, L’uomo e la metafisica. Viaggio verso l’ignoto: il mistero dell’esistenza. (Quasi un) romanzo storico-filosofico dell’evoluzione umana, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 100, isbn 979-12-81351-73-8, mianoposta@gmail.com.
Pasquale Ciboddo, "Oltre il velo del mondo"
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Pasquale Ciboddo
Oltre il velo del Mondo
Guido Miano Editore, Milano 2025
Le trasformazioni sociali, economiche, culturali e i passaggi storici di civiltà, hanno sempre creato nel corso dei secoli epoche di transizione nelle quali erano presenti contemporaneamente i caratteri del mondo che stava tramontando e quelli della nuova società che stava avanzando. Così è stato, esemplificando, il tempo del Petrarca tra fine del Medio Evo ed avvento del Rinascimento: nelle opere del poeta e filologo aretino riconosciamo infatti la presenza di aneliti religiosi da un lato, e di studi linguistici ed espressioni poetiche tipiche dell’Umanesimo dall’altro. E così si è verificato anche più tardi – a cavallo tra Neoclassicismo e Romanticismo, tra fine Settecento e prima parte dell’Ottocento, secoli “l’un contro l’altro armati” (Manzoni) – periodo le cui istanze principali furono vissute in prima persona dal Foscolo, nel quale riconosciamo un’anima classicistica ed una romantica.
Possiamo senz’altro individuare anche nella nostra epoca una fase storica con i caratteri della transizione: è avvenuto il passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale, tra il mondo della campagna agreste con le sue regole e suoi valori, e il mondo delle fabbriche, dell’inurbamento, dello sviluppo tentacolare della città e del consumismo. Ora, quel che è rimasto della prima viene considerato alla stregua di un passato arcaico, mentre lo strapotere della seconda – con suoi miti e modelli – sembra inarrestabile e irreversibile. Testimoni di ciò siamo tutti noi delle generazioni cresciute soprattutto nel Novecento, come il poeta sardo Pasquale Ciboddo, il quale nel suo ultimo libro – Oltre il velo del mondo (Collana di testi letterari “Alcyone 2000”, Casa Editrice Guido Miano, Milano, agosto 2025, prefazione di Michele Miano) – dedica gran parte delle sue liriche a riflessioni e giudizi sull’argomento, schierandosi tuttavia completamente dalla parte di ciò che fu, non accogliendo praticamente nulla del “progresso” avvenuto, per lui, evidentemente, una regressione culturale, di valori, umana, sociale. Il libro è corredato da diversi disegni e altre fotografie in bianco e nero che illustrano gli ambienti e i momenti di vita rimasti indelebili nella sua memoria. Diciamo subito, a scanso di equivoci che, probabilmente, Ciboddo ha buone ragioni per rimpiangere il passato di fronte a determinate storture ed alienazioni di certo “progresso”, tuttavia il suo ‘integralismo’ penso non sia da molti accettato.
La nostalgia dell’autore si concentra sul mondo degli stazzi, microcosmo della Sardegna agreste e contadina, dove si svolgeva la vita ideale che egli ha conosciuto fin dall’infanzia e che poi ha perduto per l’abbandono dei suoi conterranei, migrati verso il continente alla ricerca di un favoleggiato benessere: con la fine di quella forte e radicata esperienza, vi è stato solo abbandono e solitudine, in contrasto con la comunità d’un tempo che voleva dire amicizia, solidarietà, legami familiari e affettivi. Leggiamo Corrimozzu: “Dal mio stazzo / Corrimozzu / volava la fantasia / dello spirito alato / verso orizzonti sereni / colorati e lontani. / Luogo di vita sana, / forte per la mia / adolescenza / coronata da compagnia / di giochi di bimbi. / Non sarà mai dimenticata / sino alla morte”. Ed anche Era certo: “Oggi la città / consuma la vita umana. / Era certo il romanzo, / la poesia della mia esperienza / vissuta in campagna / negli stazzi della Gallura / ad avere l’esistenza / un vero senso”. Ecco emergere il classico contrasto città-campagna, comune in molte regioni del pianeta. Fanno da corolla a questo tema di fondo altri motivi fonte d’ispirazione e denuncia nel canto di Ciboddo: lo scandalo di popoli e diritti calpestati; l’apologia della terra di Sardegna, ovvero l’attaccamento alle sue radici; l’essere estirpato, così che siamo diventati rami senza frutti; l’attenzione alle piccole creature della terra; la II Guerra Mondiale vissuta da solo negli stazzi; la solitudine del dopo pandemia; la necessità dell’educazione nelle nuove generazioni; esorcizzare l’odio per vivere l’amore e la fiducia nella Provvidenza.
Oltre a tutto questo mi pare importante cogliere nel poeta sardo ciò che Michele Miano ha ben esposto nella prefazione: “In un mondo che corre senza sosta, dove il progresso spesso brucia i ponti verso ciò che è essenziale, questa raccolta è un invito a tornare all’origine del sentire. Oltre il velo del Mondo nasce dal desiderio di dare voce a ciò che non urla, ma vibra nel cuore: l’amore che resiste al tempo, la fede che non chiede prove, la spiritualità che si nutre di gesti semplici, la fiducia che si rinnova nonostante tutto”.
Vale a dire non perdiamoci nell’artificiosità di un mondo reificato.
Enzo Concardi
Pasquale Ciboddo, Oltre il velo del mondo, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 86, isbn 979-12-81351-53-0, mianoposta@gmail.com.
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