enzo concardi
Pietro Nigro, "Verso il nuovo mondo"
/image%2F0394939%2F20251016%2Fob_21f237_nigro-pietro-2025-verso-il-nuovo-mondo.png)
Pietro Nigro
Verso il nuovo mondo…
Guido Miano Editore, Milano 2025
È stata pubblicata nell’agosto 2025, dalla Casa Editrice Guido Miano di Milano, la silloge poetica Verso il nuovo mondo… per rincontrarci del poeta siciliano Pietro Nigro, con la prefazione dello stesso Michele Miano. Il titolo della raccolta è piuttosto generico per indirizzare il lettore alla corretta interpretazione del contenuto, così come il primo incipit dell’autore stesso: “Creatore del tutto/ distruggi questo mondo,/ se puoi mutalo/ e non abbia più lame/ che trafiggano”. Egli sembrerebbe invocare una catarsi apocalittica di origine divina, ma in realtà non è così: la causa della sua ira proviene da un forte dolore intimo, domestico, morale, esistenziale che ha visitato la sua esistenza in modo lacerante: “Saranno queste le mie ultime liriche? Forse non avrò più la forza o lo stimolo per continuare. Forse non ne avrò il tempo. Ho raggiunto la vetta gustando la gioia di vivere o soffrendo gli strali del destino. Ora, la discesa che mi sta portando in un mondo ignoto dove mi hanno preceduto Giovanna e Gabriella lasciandomi in un desolato e immenso dolore. Le rivedrò un giorno? Ma dura è l’attesa! Quanto tristi i giorni senza di loro!”.
Dunque, contrariamente alla prima impressione, il libro di Nigro non appartiene alla categoria degli scritti utopistici vagheggianti nuovi mondi ideali in cui la natura umana ha superato tutte le contraddizioni dell’esistere terreno, ma le sue liriche sono prettamente di carattere autobiografico, affettivo, familiare, memoriale, la cui ispirazione trae alimento dalla concreta e personale sofferenza per la perdita degli affetti più cari, dapprima la figlia Giovanna e successivamente la moglie Gabriella. Ci troviamo di fronte allora ad un canto antico come il mondo, elegiaco ed epicedico, che trovò la sua espressione migliore nella civiltà ellenica. Non è solo un canto di dolore, ma anche e soprattutto, un canto d’amore e precisamente un lamento per l’amore perduto: la psicanalisi direbbe – con formulazione più scientifica che letteraria – elaborazione del lutto. Ma nelle sue liriche il poeta va oltre ogni etichettatura formale ed esteriore, per incamminarsi sul terreno dello squisitamente umano, aprendo il suo animo alle toccanti corde della commozione, del rimpianto, del ricordo affettuoso. La sua opera è perciò una testimonianza d’amore memoriale, ma che non si ferma al passato, a ciò che è stato e non è più, intraprendendo ora il cammino della futurologia: il nuovo mondo sarà quello condiviso con Giovanna e Gabriella, come da lui indicato nel sottotitolo… per rincontrarci.
La prospettiva dell’autore è chiaramente la speranza escatologica di un’altra vita – ora non definibile a causa del limite umano – in cui si starà ancora insieme nella continuità di affetti e condivisioni vissuti quaggiù. Il suo dolore si trasforma così in una riflessione sui destini umani dopo la morte, dove la morte stessa viene sublimata e superata dal desiderio di perpetuare, eternare il proprio io, quello dei propri cari e di tutta l’umanità. Mentre il Foscolo, nella sua religione della memoria, sancisce la “corrispondenza di amorosi sensi” tra i vivi e i morti, che si trovano nel “nulla eterno”, in Nigro lo scenario oltre tombale assume contorni più vicini alla terza cantica dantesca, non importa se nel primo Dio non è ben definito, mentre nel grande fiorentino ha il volto della Trinità cristiana: l’importante è che a tutti sia stata assegnata la sopravvivenza tout court.
Oltre ai temi pregnanti e decisivi affrontati dal poeta, non dimentichiamo il valore lirico della raccolta Verso il nuovo mondo: è un invito al lettore a visitarla per incontrare la sussistenza di spessori umani che sembrano scomparsi, di fedeltà che paiono sepolte, di unioni dei cuori mandate in esilio nei massacrati rapporti della contemporaneità. Nel poco spazio che mi rimane, ecco alcuni lacerti emblematici: “L’ultima volta che ti vidi/ i tuoi occhi afflitti fissarono i miei/ come preghiera a non lasciarci./… / oh! come sapevi entrare nel mio cuore/… / ti prenderò per mano,/ e insieme percorreremo l’ignoto mondo/ dove vivremo una perenne vita” (da “Giovanna”); “Ci ritroveremo in quel luogo un giorno/ in un mondo senza inizio e fine/ io e te,/ e gli altri che amammo” (da “Ci ritroveremo”); “Piango la tua assenza/ e i giorni felici/ sulla terrazza,/ io e te a guardarci negli occhi” (da “Piango la tua assenza”) … Il poeta sembra chiuso nel suo dolore, ma neanche questo è vero; ne è testimonianza, fra le altre, la composizione “Morte nel deserto del Negev e a Gaza”, dove piange le vittime dell’odio e reclama il riscatto morale: “Solo l’amore sanerà la terra,/ mentre l’efferata brama di potere/ vi darà la morte”.
Enzo Concardi
Pietro Nigro, Verso il nuovo mondo… per rincontrarci, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 56, isbn 979-12-81351-69-1, mianoposta@gmail.com.
Enzo Concardi
Alessandro Pellegrini, "Diario poetico"
/image%2F0394939%2F20251001%2Fob_01fae4_pellegrini-alessandro-2025-diario-poet.png)
Diario poetico di Alessandro Pellegrini
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2025.
«La poesia è nata in me in un momento di buio, quando un’incomprensione sembrava spezzare un legame, lasciando spazio al silenzio e all’incertezza. Il peso del non detto opprimeva il cuore, eppure, nel silenzio carico di attese, un gesto semplice ma potente ha cambiato tutto: un abbraccio»: così l’autore inizia a spiegare il suo cammino interiore ed esistenziale che lo ha condotto nelle braccia della poesia. La sua narrazione è avvincente, poiché ricorda che in quell’istante, le barriere sono cadute, il gelo si è sciolto e il vuoto si è colmato di nuova luce. Da quel momento, ha profondamente capito che anche il dolore può trasformarsi in bellezza, che anche un’ombra può essere il preludio di un’aurora. Così è nata una profonda amicizia, fatta di comprensione silenziosa, di sguardi che dicono più di mille parole, di emozioni condivise senza bisogno di spiegazioni.
«Da quel giorno» prosegue «qualcosa dentro di me si è acceso. La connessione tra mente e cuore ha iniziato a pulsare con forza, riversando sulla carta tutto ciò che prima sembrava imprigionato nell’anima. La poesia è diventata il mio respiro, il rifugio dove i sentimenti trovano casa, il linguaggio segreto con cui il cuore si racconta».
Ecco che avviene una sorta di miracolo, dal momento che la scrittura è per lui divenuta il modo col quale dona voce a ciò che le parole comuni non possono esprimere. Riconosce che è iniziato un viaggio dentro sé stesso, un dialogo silenzioso con l’universo delle emozioni, un ponte tra il visibile e l’invisibile. Quando tutto tace, quando il mondo sembra non capire, la poesia resta lì, fedele compagna, capace di trasformare ogni lacrima in inchiostro e ogni battito in versi. In tal modo egli continua a scrivere, lasciando che le emozioni scorrano come un fiume, senza argini, senza paura: «Ogni parola è una cicatrice che si fa arte, ogni verso un frammento di me che prende il volo», precisa con un’affermazione lirica. Quindi la poesia non è solo un dono che egli fa a sé stesso, ma un’eco che può toccare altri cuori, risuonare in chi legge, accendere nuove scintille di comprensione e bellezza. E conclude con un’altra frase-aforisma che illumina la sua anima: «La poesia nasce dal dolore, ma sboccia nell’amore. Ed è lì che trova la sua vera casa».
Questo lavoro su Alessandro Pellegrini si avvale ovviamente dei testi dell’autore, ma comprende anche brevi commenti esegetici del critico in calce ad ogni poesia: un’impostazione insolita rispetto al classico canone che contempla la prefazione. Tuttavia in tal modo possiamo seguire la forma di agenda poetica – si veda l’ordine cronologico con date precise, e talvolta anche luoghi, attribuiti alla genesi temporale e spaziale di ogni composizione – che in definitiva assume la pubblicazione.
La poetica si sviluppa principalmente per tematiche occasionali - nel senso che i motivi ispiratori nascono da eventi, sentimenti, fatti storico-sociali, spunti o squarci memorialistici e naturalistici, esistenzialità, affetti familiari, legami con la terra pugliese - senza che tutto ciò possa costituire una determinata unità artistica e culturale. Infatti il lettore stesso potrà viaggiare insieme al poeta dallo zenit fino al nadir, da nord verso sud, dall’autobiografismo alla letteratura oggettiva, dal quotidiano all’universale, dall’amore duale alla solidarietà per esclusi e svantaggiati.
Enzo Concardi
_________________
L’AUTORE
Alessandro Pellegrini è nato a Terlizzi (Bari) il 27 febbraio 1975. È infermiere e vive a Ruvo di Puglia in provincia di Bari. Sposato con Floriana Petruzzi, padre di due figli, Carmine e Teresa. Ha pubblicato i romanzi: L’alba che ha illuminato il mio cuore (2021); L’Amore? Voglio che sia come il respiro (2022); Le ore del silenzio, via della libertà (2024); Verso l’isola dell’amore (2024).
________________
Diario poetico di Alessandro Pellegrini, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 44, isbn 979-12-81351-65-3, mianoposta@gmail.com.
Gilberto Vergoni, "Frammenti d'anima, di senso e spigolature sparse"
/image%2F0394939%2F20250805%2Fob_cc14cb_vergoni-gilberto-2025-frammenti-d-anim.jpg)
Frammenti d’anima, di senso e spigolature sparse
Gilberto Vergoni
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Questo interessante lavoro di Gilberto Vergoni indirizza il lettore, fin già dal titolo – emblematica ed estrema sintesi della sua ricerca esistenziale e spirituale – sulla strada di un cammino personale ed interiore, all’interno della problematica fondamentale della condizione umana, ossia l’indagine sulle origini, il significato e il destino della vita, tout court: è il terreno propedeutico al senso religioso del nostro essere che, tuttavia, pare non sia raggiunto nei testi elaborati dall’autore nel presente libro, anche se talvolta certamente egli s’avvicina molto ad esso o, quanto meno, nasce in lui il desiderio di un simile approdo. È la perenne domanda che qualifica antropologicamente l’uomo e che ha appassionato le menti pensanti d’ogni epoca storica. Vergoni, tuttavia, scopre che il cammino della conoscenza attraverso la ragione, la scienza, la razionalità – che gli ha consentito di conseguire successi brillanti come neurochirurgo – non è sufficiente per dipanare il mistero della nostra presenza sulla Terra: rimane allora in attesa, con una onestà intellettuale che gli va riconosciuta, di quella luce che la dea ragione pare non possa definitivamente sprigionare, tanto da definirsi paradossalmente con un ossimoro: «…Io mi sono sempre ritenuto un filosofo cristiano cattolico non credente» (Un giorno a Cambridge, Novembre 2002).
Il desiderio di verità è in lui una sete mai spenta, anzi, sempre più urgente e quotidiana. Sotto questo aspetto possiamo arrischiare due accostamenti letterari, non tanto formali quanto contenutistici, con Leopardi e Pascal, due autori altrettanto insoddisfatti della ragione umana. È nota la “conversione filosofica” leopardiana che lo porta dalla “ricerca del bello” alla “ricerca del vero”, fase in cui scopre gli inganni e le illusioni della vita, sfociando in un pessimismo disperante: ciò invece non accade in Vergoni, che conserva una visione aperta alla speranza, circondato dagli affetti familiari (si leggano le liriche Figlia, Figlio, Era di maggio, Elena, Avrei voluto che tu fossi, Mamma, Silvia …) e consapevole dell’utilità umana e sociale della sua professione. A proposito dell’indagare doloroso del Leopardi sono rimasti celebri alcuni versi del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (1831): «Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,/ silenziosa luna? /…/ Dimmi, o luna: a che vale/ al pastor la sua vita,/ la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende/ questo vagar mio breve,/ il tuo corso immortale?».
Anche la vicenda pascaliana è nota. Matematico e fisico, si converte al Cristianesimo, scommettendo sull’esistenza di Dio, scrivendo la sua apologia ne I Pensieri (1670), attuando il “salto” nella fede in modo irrazionale: «Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce» (Pensiero 277). Questo è il “salto” che nel nostro autore non è ancora avvenuto, ma di cui si trovano le premesse in diverse sue liriche e meditazioni, tratte da Frammenti d’anima, di senso e spigolature sparse, tra cui: «Verità, dove sei?/ No, non splendi in mezzo al prato./ Come sui monti all’inesperto/ ciò che copre l’orizzonte sembra la cima,/ come l’alta onda t’illude esser l’ultima/ anche nell’infinito oceano,/ così l’occhio miope dell’uomo/ che non sa,/ non vede.// Verità, dove sei?/ Quante lacrime ancora dovranno lavare,/ amare e salate,/ gli occhi dell’uomo perché veda?/ Dall’alto tutto sembra pace. Non c’è ragione per il male./ Dall’alto non si sente il grido e non si distingue/ il colore, l’accento, l’odore. / Né l’altare. / Dio, perché sei così lontana?» (Verità, dove sei?). Ed anche: «Scrivo di me, della vita;/ ho cercato e pensavo d’aver capito,/ ma non so perché il mare è salato!/ L’acqua è dolce e scende e scorre./ E così la vita.// Forse scrivo per essere dove non sono/ o forse perché vedo dove non guardo./ Come in un sogno che sembra più vero/ perché altro e altrove./ Là,/ dove andrò e dove andrà la mia mente.// Il dove,/ l’era,/ il sarà,/ sono confusa percezione che/ l’adesso dilata./ Resta solo il ricordo di un’emozione./ E non so perché il mare è salato!» (Perché).
Si nota in tali testi la metrica a forma libera scelta dall’autore, anche se nel complesso della struttura letteraria prevalgono terzine e quartine; l’uso di anafore, tecnica che rende più efficaci i ritmi di alcuni versi; l’utilizzo della metafora (frequente è quella del mare) che è quasi un’esca per il lettore, sollecitato così a cercarne l’interpretazione; la forma interrogativa, quasi d’obbligo in una poetica di ricerca a domanda e senza risposta. Un’altra scelta importante effettuata nel libro è l’alternanza fra poesia e prosa: ciò mi pare giustificato dal fatto che, mentre la poesia è soprattutto sintesi, la prosa tende maggiormente verso l’analisi, forma scritturale che serve all’autore per approfondire le sue riflessioni e dissertazioni filosofico-ontologiche, senza rinunciare a qualche abbozzo narrativo, ma anche prendendo di petto le questioni dal punto di vista teoretico per inviare messaggi chiari e definibili. La letteratura di Vergoni ha un’origine eminentemente autobiografica, ma, quando egli passa dalla visitazione dei sentimenti – dove sa comunicare con abilità stilistica le emozioni, le sensazioni, gli stati d’animo – o dalla contemplazione della natura, alla speculazione più intellettuale, il referente dell’io si trasforma in una profonda proiezione universale, data la sostanza cosmica delle tematiche prese in considerazione, che riguardano l’essere metafisico e storico, la mondanità e l’escatologia, la condizione femminile nella società odierna ed accattivanti tuffi nella dimensione memoriale, dove appaiono anche misteriosi dèjà vu.
Due pagine essenziali, per capire l’approccio dell’autore con la realtà, sono quelle scritte sotto il titolo: Razionale sentimento, forse…, nelle quali l’avventura umana, la storia dell’umanità e la loro interpretazione, vengono narrate all’insegna del mito, a partire dalla cacciata dall’Eden, la caduta iniziale che ci ha condannati ad una nostalgia perenne di ciò che abbiamo perduto: la felicità, la libertà e la conoscenza. Lo afferma egli stesso con queste parole: «Forse è per questo che la vera storia dell’uomo, quella immutabile del suo animo, è stata scritta e tramandata nel mito…». E così rievoca il destino di Ulisse, che in realtà non ha mai lasciato Itaca, perché è rimasta sempre nel suo cuore; quello del dio Osiride, fatto rinascere da Iside ricomponendo i frammenti del suo essere, paragonando Osiride alla verità e la funzione di Iside a quella che dovremmo assumere noi, nel nostro mondo. Vergoni si spinge ad affermare che: «…forse, la scintilla della conoscenza che ancora alberga in noi, meglio si vede nel sogno e, forse, è nel sogno che la vera vita parla e ci indica “ciò che è”». Quindi la dimensione onirica è quella che ci può suggerire maggiormente la vera conoscenza, ovvero: «Chi siamo, da dove veniamo; dove stiamo andando». Ma tutto è subordinato a quel forse, che lascia le questioni in sospeso.
E, simili a queste due pagine in prosa, troviamo diverse liriche in cui emerge il bisogno del ritorno a casa, la ricerca dell’identità, il destino dopo la morte, la vita che se ne va, la solitudine, il significato del Tutto. La Casa, nella visione del poeta, assume plurimi significati: il nucleo centrale degli affetti; il luogo dove si aspira a tornare dopo un viaggio; ma è soprattutto l’origine con la quale si brama il ricongiungimento definitivo: «Dov’è la mia casa, la nostra casa? … Quando mi sentirò di nuovo a casa? … Dove stiamo dunque andando se non sempre verso casa?». Il credente direbbe: «Ritorno alla casa del Padre». Il poeta presta la voce a Reyhaneh Jabbari, donna iraniana condannata a morte per l’uccisione di un uomo che voleva violentarla: anch’essa prega e spera di ritornare nella casa divina: «…Voglio che i miei occhi ormai chiusi/ vedano e vadano col vento/ perché mi porti/ là dove il Giudice sa». Nelle pietre di antiche chiese si compie «il mistero dell’essere qui,/ testimone di cose che non so/ ma che porto dentro»: è ancora il sentire l’Altro, senza saperlo riconoscere. E il chiedersi i perché comporta anche il trovarsi nel deserto: «…Vivo nella vertigine della solitudine/ di chi vede e sente/ negli indifferenti attimi che passano...» (Guardando il silenzio). La partita del senso sembra persa («... di un senso che non c’è…»), ma «alla ricerca infine di un senso» egli è pronto comunque a sperare contro ogni speranza (Sogni nel sale del mare).
Bisognerebbe poi leggere, sul tema della morte che si preannuncia, tutta l’allegoria della poesia Scacco matto, che può rievocare le sequenze del film di Ingmar Bergman Il settimo sigillo, dove un cavaliere sfida la Morte ad una partita a scacchi per rimandare il suo destino; nella lirica di Vergoni i primi tre versi ne riformulano lo scenario: «Mi ha sfiorato il freddo sussurro di chi pensavo Sorella/ credendo anch’io di poterci giocare/ coi labili schemi, regole e strategie degli scacchi…». Ovviamente la conclusione è tutta a favore della Straniera, che sempre dà scacco al re: «Non capivo che il tempo/ semplicemente per Lei non è!». Altre frecce nell’arco della poetica vergoniana – come già accennato – sibilano nella memorialità dell’infanzia: Leggero come un amico ci narra del compagno di giochi, presenza indispensabile di tante giornate; Festa rievoca le suggestioni dell’età più bella e spensierata: «…Come lo scirocco che vien da lontano,/ il ricordo riscalda/ sciogliendo il cuore e finalmente le labbra/ in un sorriso sereno e, per un po’, senz’affanno»; anche Effimera brezza ci conduce nel passato, «di quando, bambino, la vita/ per quell’attimo che è, era immortale».
Ci soffermiamo ancora sull’aspetto d’ispirazione naturalistica dentro la poetica di Gilberto Vergoni, citando, ad esempio, Tappeto di foglie, delicata lirica dell’ambiente boschivo autunnale, contesto accattivante per un incontro d’amore: «…Il sapore rimase in un attimo immenso./ Senza ricordi./ Solo un inebriante sapore di te». E il verso anafora «abbiamo camminato su un tappeto di foglie» danza fra le strofe come il ritornello di una canzone. Ci sarebbero anche Rosa solitaria, Mare e altro… ma il nostro spazio è terminato, quindi invitiamo il lettore ad impossessarsi di questi frammenti e di queste spigolature, che meritano una visitazione per il livello estetico e culturale di notevole spessore.
Enzo Concardi
_________________
L’AUTORE
Gilberto Vergoni è nato a Fano (PU) nel 1955 e vive a Cesena (FC). Dopo la maturità classica ha conseguito la laurea Medicina e Chirurgia presso l’Alma Mater Studiorum (Università di Bologna), specializzandosi in Neurochirurgia (Università di Milano) e Radiologia (Università di Bologna). Lavora come Neurochirurgo presso la AUSL Romagna, Ospedale M. Bufalini di Cesena dal 1988. Da sempre appassionato delle materie umanistiche, trova nella scrittura un equilibrio tra l’irrequietezza, tipica di una professione che combatte una guerra mai finita, e la serenità che deriva dal fermare, fissare, anche solo per un attimo, la lenitiva leggerezza di una emozione. Da qui è nato il bisogno di scrivere, come possibilità di dare vita a pensieri, sensazioni e sentimenti che altrimenti rimarrebbero impalpabili ed effimeri frammenti di immagini. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Fragmenta Animae Meae (2018) e Le parole del tempo (2023). Ha partecipato a numerosi concorsi nazionali e internazionali con importanti riconoscimenti e pubblicazioni in numerose antologie derivate dai concorsi.
________________
Gilberto Vergoni, Frammenti d’anima, di senso, e spigolature sparse, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 116, isbn 979-12-81351-67-7, mianoposta@gmail.com.
Michele Miano, "So che ti prenderai cura di me"
/image%2F0394939%2F20250731%2Fob_fb7c29_miano-michele-2025-so-che-ti-prenderai.png)
Michele Miano
So che ti prenderai cura di me, Poesie e appunti
Guido Miano Editore, Milano 2025
Per i tipi della Casa Editrice Guido Miano, nella collana di testi letterari Alcyone 2000, è stato pubblicato, nel giugno 2025, il volume So che ti prenderai cura di me, il cui autore è uno dei figli del fondatore della stessa Publishing House, ovvero Michele Miano. Il libro è dedicato in esergo alla memoria dello zio Alessandro e del padre Guido: nonostante esso abbia come sottotitolo poesie ed appunti, in realtà si tratta di un testo-testimonianza dell’avventura culturale della famiglia Miano, iniziatasi in Sicilia e poi proseguita per molti anni a Milano, dove tuttora opera.
Preoccupazione dell’autore è di valorizzare l’amore per la letteratura - sorretto da competenza, impegno, dedizione – nell’intento di dare voce a poeti e narratori, anche agli esordi, oltre che ad artisti affermati nel campo della pittura, dell’architettura, della musica. La pubblicazione è divisa in diverse parti, delle quali la prima è scritta in prosa; la seconda in poesia; la terza è una raccolta fotografica di alcuni personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo venuti a contatto con la Casa Editrice. Sia che l’autore narri le vicende storiche del lavoro di famiglia, sia che si prenda delle pause d’ispirazione, lasciandosi trasportare dalla musa poetica, la sua penna conosce il pregio della sinteticità, caratteristica assai apprezzata dal pubblico e dalla critica. S’inizia con “A te che leggi”, due pagine con funzione di presentazione del libro, dove egli ripercorre a grandi linee soprattutto le problematiche del rapporto padre-figlio, tra conflittualità e rimpianti. Discorso che prosegue nel successivo scritto: “Lettera a mio padre Guido”, nella quale – oltre a toccare le naturali ed umane corde sentimentali – ricorda i sogni da ragazzo, quando lo seguiva nei suoi viaggi professionali e sognava di intraprendere da adulto il suo stesso mestiere. Esprime a lui gratitudine, in particolare per averlo fatto innamorare della lettura: qui Michele Miano, nel descrivere il vissuto del rapporto padre-figlio, rivela una perspicace introspezione ed una sincera autoanalisi dei suoi sentimenti.
La sezione seguente ripercorre “La storia di Guido Miano Editore”, a partire da “La Rivista Davide”, fondata da Alessandro Miano a Noto nel 1951, alla cui redazione partecipa assiduamente il fratello minore Guido. Di impostazione cristiana-umanistica pubblica scritti di autori che saranno tra i più significativi del Novecento: Sciascia, Pasolini, Mauriac, Maritain, Turoldo, La Pira, Papini, Sturzo, Bargellini, e altri. “La nascita della Casa Editrice” avviene con sede provvisoria a Catania, indi definitiva a Milano, ad opera di Guido: l’autore ne rievoca le principali collane e i più importanti contributi, nonché le attività più innovative, come “La Scuola di Giornalismo”, un Centro sperimentale per giovani aspiranti; il “Dizionario Autori Italiani Contemporanei”; la “Storia della Letteratura Italiana. Dal Secondo Novecento ad oggi”; la rivista “Alcyone 2000” e numerosi altri progetti di qualità. Il breve saggio si conclude con alcune note sull’uomo e sul poeta Guido Miano, del quale sottolinea una sua auto-definizione: un operatore nel campo delle lettere con una missione da compiere, diffondere la cultura.
La parte poetica del libro ci svela invece il volto intimo dell’autore, l’anima messa a nudo nelle dimensioni del dolore, della solitudine, dell’incomunicabilità, dei ritmi foscoliani e leopardiani delle passioni e delle illusioni, del lavorìo della memoria e della nostalgia delle cose semplici d’un tempo, dell’amore per la natura attraverso la voce delle stagioni e le immagini paesaggistiche invocando l’alba, della ricerca di un senso e delle non risposte della vita, del male di vivere personale - come i momenti di disorientamento - e del malessere sociale che ci congiunge agli altri, a cui il poeta rivolge il pensiero con un forte senso di umanità (Il nostro tempo, dedicata agli emarginati; Ai nuovi disperati, amaro canto per la sorte dei profughi). La tecnica poetica di Michele Miano è quella del frammento o, per dirla alla francese, della pièces, che si affida dunque, più che a costruzioni strutturate, a scampoli poetici, a ventagli tematici, a mosaici immaginifici, a puzzle emotivi, a caleidoscopi rarefatti ed eterei. Non per nulla egli intitola alcune sue composizioni “Sensazioni – Paesaggi dell’anima”; in ciò egli rivela anche vene di ermetismo e oniricità. Forse a lui ben si addice l’immagine dell’iceberg: dall’esterno ne vediamo una piccola parte, tutto il resto è nel profondo invisibile, come in questi suoi versi: “E padri e figli. Fratelli e sorelle. / Vederli ogni giorno. Crescere, invecchiare / e non trovare mai le parole. / Aggrovigliati nella lotta per il boccone quotidiano, / giriamo attorno alle verità del cuore”.
Enzo Concardi
Michele Miano, So che ti prenderai cura di me. Poesie e appunti, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 80, isbn 979-12-81351-64-6, mianoposta@gmail.com.
LA POESIA DI WANDA LOMBARDI NELLA CRITICA ITALIANA
/image%2F0394939%2F20250604%2Fob_799206_lombardi-wanda-2025-la-poesia-di-wanda.png)
LA POESIA DI WANDA LOMBARDI NELLA CRITICA ITALIANA
Guido Miano Editore, Milano 2025
La poesia di Wanda Lombardi nella critica italiana è una pubblicazione fresca di stampa (maggio 2025 - Milano), curata dalla Casa Editrice Guido Miano per i tipi della collana Il Cammeo. Trattasi di un’opera appartenente alla saggistica letteraria, in quanto raccoglie prefazioni, recensioni, premesse, comparazioni tematiche e stilistiche con autori stranieri, analisi ragionate delle interpretazioni critiche. Nella presentazione, curata da Maria Rizzi, vengono sottolineati soprattutto i motivi fondamentali della poetica di Wanda Lombardi, intorno ai quali ruotano in sostanza tutti gli interventi scelti ed entrati a far parte di questa antologia della critica; motivi che si possono sintetizzare emblematicamente intorno a parole-chiavi, come: spiritualità, anima, realismo mistico, ricerca della pace interiore e fra i popoli, presenza di Dio nella vita quotidiana, l’educazione della gioventù, la triade dolore-pessimismo-speranza, le radici sannitiche (la poetessa è nativa di Morcone in provincia di Benevento), fede nella Trascendenza. La Rizzi sottolinea anche il contributo della Lombardi alla cultura locale e nazionale, poiché “… le sue opere sono state inserite presso biblioteche… a disposizione degli studenti, realizzando il suo desiderio di lasciare un tesoro non solo morale alle nuove generazioni...”. Un dato biografico significativo è l’esperienza vissuta al Nord come insegnante nelle scuole secondarie; conclusa la fase didattica è tornata nell’amato Sannio, dove si è dedicata alla scrittura, dalla quale emergono inequivocabilmente i segni di una giovinezza non felice, causa della sua visione dolorosa dell’esistenza.
La poetessa in realtà, oltre che alla lirica in versi - sulla quale è strutturata la pubblicazione che stiamo presentando - si è dedicata anche ad altri generi letterari e principalmente la narrativa e il teatro: vorrei qui richiamare l’attenzione del lettore soltanto su alcuni titoli significativi, emblematici, paradigmatici del suo approccio alla realtà, che quindi suggeriscono per proiezione la cifra letteraria personale. Tra le sillogi poetiche: Il senso della vita, Nel vento dell’esistere, Voci dell’anima, Oltre il tempo, Nel silenzio. Tra le opere in prosa: Sulla scia del destino (romanzo), Proverbi e modi di dire morconesi (studio linguistico). E la commedia Una volta ...c’era. Prima del florilegio critico sulla sua poesia, era già stato pubblicato un lavoro simile, ovvero Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Wanda Lombardi (a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2022). E ora è doveroso citare gli AA.VV. che hanno apposto la loro firma in calce agli stralci critici editi, e cioè il coro di voci costituenti le diverse interpretazioni della poetica lombardiana: Amato Fabio, Angrisani Alfonso, Castrucci Anna, Cauchi Tito, Cerniglia Rossella, Concardi Enzo, Luzzio Francesca, Magrograssi Sandra, Manitta Giuseppe, Mellea Marcella, Miano Guido, Occidente Lupo Rita, Onorato Carlo, Pardini Nazario, Piazza Raffaele, Prisco Ada, Rizzi Maria, Romboli Floriano, Rubino Monica, Santoro Mario, Veschi Gabriella, Zelioli Marco.
Infine, per concludere, spulciamo qua e là un paio di lacerti dei nostri critici, lasciandoli anonimi per non scontentare nessuno, e che consentiranno ulteriormente un certo avvicinamento alla personalità artistica della Lombardi: «... In questi testi, la dimensione paesaggistica, densa di suggestioni affettive e nostalgiche, appare devotamente ancorata al passato e al ricordo. In altri testi, ci discostiamo decisamente da questa visione, attraversata da una mite e fluente elegia dove il paesaggio è trascrizione dell’anima, per inoltrarci nei dedali di un “presente” che traccia un quadro sconfortante del decadimento dell’odierna società nei suoi valori più alti ed autentici, e del trionfo di nuovi idoli - potere e denaro - che in un egoismo sfrenato conducono all’odio, alla sopraffazione e alla violenza ...». «... Ne consegue anche la scelta fideistico-religiosa quale atto di ferma speranza e di abbandono alla volontà di Colui che intende appieno i desiderî e le necessità delle sue creature. In alcuni luoghi la voce dell’autrice assume i tratti dell’invocazione accorata, dell’intensa preghiera...».
Non resta che leggere il saggio per scoprire tutto il resto.
Enzo Concardi
AA. VV., La poesia di Wanda Lombardi nella critica italiana, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 104, isbn 979-12-81351-57-8, mianoposta@gmail.com.
Marco Zelioli, "Speranze di pace"
/image%2F0394939%2F20250601%2Fob_62ce42_zelioli-marco-2025-speranze-di-pace-f.jpg)
Speranze di pace
Marco Zelioli
Guido Miano Editore, Milano 2025.
Speranze di pace, di Marco Zelioli, coniuga desideri, aspirazioni, progetti, che gran parte dell’umanità - o almeno coloro che vengono chiamati “uomini di buona volontà” - vorrebbero veder realizzati nella convivenza fra i popoli della Terra, al di là di ogni differenza esistente fra i gruppi umani che abitano il Pianeta, sia essa di carattere economico, sociale, politico, ideologico, religioso o altro. Le meditazioni dell’autore, se da un lato sono state sollecitate dagli eventi bellici degli ultimi tre anni, come egli stesso dichiara nella Nota di apertura, non costituiscono solo un richiamo all’attualità storica mondiale, ma intendono portare avanti un discorso più generale ed universale sul valore della pace come bene e dono prezioso che non va disperso e come volontà divina: «Non uccidere» (Quinto comandamento, Esodo, 20, 13) che dunque sancisce la natura sacra della vita, appartenente soltanto a Dio, e che nessun uomo può arrogarsi il diritto di sopprimere.
Forse per questo egli ha suddiviso il libro in tre parti: Guerra e pace, dove esprime il suo punto di vista - quello di un credente che è sequela degli insegnamenti evangelici e della Chiesa; Settimana santa e Via Crucis, dove i suoi commenti agli ultimi eventi della vita del Cristo assurgono anche a preghiera per la pace, un atteggiamento che contiene perdono, misericordia, pentimento, elementi necessari per essere costruttori di pace. Un messaggio allora che possiede basi teologiche e cristologiche, ma aperto a tutti coloro che ritengono la guerra disumana, perniciosa, inutile, imposta dai potenti per i loro interessi. A proposito si potrebbero citare alcuni versi di Bertolt Brecht, notoriamente pensatore marxista, ma non ortodosso, del Novecento: «La guerra che verrà non è la prima./ Prima ci sono state altre guerre./ Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti./ Fra i vinti la povera gente faceva la fame./ Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente» (dalla poesia La guerra che verrà o anche Breviario tedesco).
Vi sono nei testi alcuni passaggi-chiave per un cammino di pace - talvolta singole parole, talaltra versi interi, o anche più versi - che ricorrono con maggior frequenza, poiché indicano la strada da percorrere per acquisire disposizioni d’animo, cultura, mentalità, valori … necessari (conditio sine qua non) per realizzare veramente ciò che ancora oggi sembra essere sogno o utopia, da quando ci furono la caduta iniziale nel giardino dell’Eden (il peccato originale), il primo omicidio perpetrato da Caino su Abele, dando così inizio alla progressiva decadenza e divisione dell’umanità, poi dilagate con le conseguenze derivate dalla costruzione della Torre di Babele (Genesi 11,1-9), ovvero l’atto di ybris (orgoglio, superbia) da parte degli uomini verso Dio, principale responsabile della confusione linguistica fra i popoli del mondo: non si compresero più e iniziò la storia delle guerre perpetue, come in effetti è stata finora la storia umana.
I passaggi-chiave indicati da Zelioli non sono soltanto concetti intellettuali, sì nobili ma che lasciano le cose come stanno, ma devono farsi vita, incarnarsi in ogni persona e nelle strutture familiari, sociali e politiche: una generalizzata conversione alla pace è l’unica via possibile, così come nella storia sacra si è verificata l’Incarnazione del Cristo per la salvezza dell’uomo.
Seguiamo allora il nostro autore nel suo procedere e scopriamo quanto egli ami la pace con le sue accorate invocazioni a favore del dialogo e del cessate il fuoco, il “mai più la guerra” di Paolo VI: «Chiese d’Oriente, Chiese d’Occidente,/ brandite come arma la preghiera/ perché non passi come nulla fosse/ lo scempio che si compie con la guerra…» (Pace contro guerra 2). Ci furono anche in passato parole-chiave contro la guerra, come quella famosa di Benedetto XV (1° agosto 1917) che in un’esortazione apostolica indirizzata “ai capi dei popoli belligeranti” definì la Grande Guerra una “inutile strage”, locuzione utilizzata per la prima volta nella storia per dare un volto reale ad un conflitto: appello purtroppo inascoltato.
In Cento giorni troviamo i versi: «Eppur fratelli tutti noi nasciamo...» ma spesso «...ci scordiamo com’è bello/ e dolce che i fratelli stiano insieme». Fratelli tutti è una Enciclica (3 ottobre 2020) di Papa Francesco sulla fraternità e l’amicizia comunitaria, il cui titolo risale alle parole che il Santo di Assisi usava scrivendo ai fratelli e alle sorelle per proporre loro una forma di vita evangelica. E i due versi successivi (nel testo di Zelioli in corsivo) sono mutuati dal Salmo 133 di Davide, sovente cantato nelle liturgie cristiane.
Altro passaggio-chiave lo scopriamo fin già dal titolo della poesia Il perdono, via per la pace: «C’è troppa gente che pensa, convinta:/ “Quelli che donano il perdóno pèrdono”./ Invece è un modo semplice per vincere/ ogni conflitto fino alla radice…». Solo così si può spezzare la catena perversa di odi e vendette, «se vuoi la pace», «prepara la pace!».
Se il lettore visiterà almeno tutta la prima parte del libro, s’imbatterà in altre espressioni foriere di pace, in primis la speranza, la virtù teologale che supera le paure per realizzare i sogni, che si fonde con la preghiera, che rende possibile quel che sembra impossibile. La pace è una beatitudine evangelica e l’uomo di pace in situazioni di guerra si preoccupa delle vittime innocenti: questo ci ricorda Zelioli, non si può restare inerti ad osservare lo scempio delle ingiustizie, l’uccisione dei bambini, il grido delle madri di ogni terra e di ogni tempo; la cura del prossimo diventa ora ancora più urgente per chi vuole essere umano e cristiano. Tutti coloro che sono seminatori di morte sono chiamati in causa dall’autore, nelle guerre alla ribalta e nelle guerre dimenticate, che siano all’est o all’ovest, a destra o a sinistra: «Ascolta, Israele! Ascolta il tuo cuore!/ Non ascoltare la ruvida legge/ dell’occhio per occhio, dente per dente/ che infiniti lutti adduce alla Terra!// Cerca la pace con ogni straniero,/ ché tale tu fosti a lungo in passato/ e solo in pace trovasti giustizia.// Ritorna ad essere esempio di vita,/ non portatore d’orribile morte.// Per te invocasti pace: ora donala!» (Convivenza pacifica).
Infine assume un sapore profetico e di testimonianza in tali contesti, rivisitare le altre due parti del libro: Settimana santa e Via Crucis, ovvero le radici della missione del Cristo, un messaggio di salvezza e di pace per l’umanità.
Enzo Concardi
______________________
L’AUTORE
Marco Zelioli (Monza, 1951) ha insegnato materie letterarie e diretto scuole statali in provincia e in città di Milano dal 1984 al 2015. Dal 1978 si è occupato di integrazione scolastica degli alunni con disabilità, seguendo le orme del padre, Aldo (1915-2008, ispettore centrale del Ministero della Pubblica Istruzione). Ha pubblicato le raccolte di poesie: Come spuma di onde (2017), Coriandoli di vita e di pensieri (2019), Briciole di vita (2020), Le mie lune e altre poesie (2021), Frammenti di luce (2021), Momenti (2023), Speranze di pace (2025). Ha inoltre pubblicato i libri: Le parole dell’handicap (2001), Introduzione alla ricerca e all’uso dei dati scolastici (2002), Se l’handicap è nella scuola (2004).
Marco Zelioli, Speranze di pace, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 72, isbn 979-12-81351-62-2, mianoposta@gmail.com.
Antonietta Natalizio, "L'anima della speranza"
/image%2F0394939%2F20250527%2Fob_524cca_natalizio-antonietta-2025-l-anima-dell.png)
L’anima della speranza
Antonietta Natalizio
Guido Miano Editore, Milano 2025
I poeti in genere amano ridare alle stampe le proprie opere, spesso a distanza di anni dalla loro prima data di pubblicazione. Non è detto che questo avvenga attraverso rifacimenti e revisioni delle singole poesie, o con un’edizione integralmente identica a quella originale: anzi, per lo più succede che essi preferiscano la forma di un florilegio poetico, costituito da liriche scelte dall’editore o da un suo critico letterario. È il caso della presente raccolta di Antonietta Natalizio, poetessa campana trapiantata in terra piemontese, che propone ai lettori una rassegna antologica costituita da suggestioni della parola e delle immagini, tratte da Officina poetica (2019), I colori delle emozioni (2022) e Grappolo di perle (2023).
Tre strutture stilistiche, tematiche e semantiche che sono certamente rappresentative della poetica dell’autrice in modo sufficientemente omogeneo – con alcune differenziazioni è ovvio – e quindi soggette ad un’analisi critica unitaria. Ad un prima approccio la scrittura della Natalizio appare come un insieme di raffigurazioni e scenari compiuti in sé e, allo stesso tempo, di versi e strofe aperte ad altre dimensioni lasciate intuire con rimandi prospettici e simbolici: da qui l’inserimento frequente di figure retoriche, sapientemente distribuite nella metrica e nelle scansioni, allo scopo di rendere i testi più efficaci, allusivi e, se vogliamo, criptici, così da indurre all’interrogarsi, al riflettere, al chiedersi le ragioni del messaggio.
Vi sono composizioni tenute in alti livelli di tensione comunicativa, con pregnanza di contenuti, con linguaggio di tenore classico, ed altre – forse volutamente – meno impegnate, più sul quotidiano, che conoscono talvolta anche pause d’ispirazione. È dunque necessaria una visitazione più ravvicinata dei testi che ci consente di entrare nel suo mondo poetico, costituito da numerose perle e da variegati colori, humus fondamentale della sua visione ottimistica della vita. Una delle cifre ricorrenti di tale anelito verso il futuro, il cielo, il bello della natura, s’identifica con la virtù teologale della speranza: la poetessa non accosta quasi mai il concetto di spes a terminologie religiose, probabilmente per non appesantire la liricità del verso, ma si può parlare di Dio, anche senza mai citarlo.
L’albero maestro è un inno alla speranza, una lirica ricca di simboli tratti dal mondo marinaresco, metafore, accostamenti tra linguaggio della natura e lessico umano, dove è chiaro l’intento pedagogico del messaggio: «Torre simbolo del mare,/ fiero, forte e umile/ indica la rotta./ Tra le onde del cuore…/ s’infrange ogni dì./ Vivaio di emozioni, / barlume di speranza…». Da questa iniziale fiammella che ravviva i cuori, si passa nell’epilogo alla potenza di una forza capace di metamorfosi: «…Accogliere è accompagnare,/ educare e sentirsi figlio./ Il giglio tra grandi scogli si erge,/ l’identità del simbolo./ Passato e presente si uniscono…/ bussano alla porta del tuo cuore/ nell’energia della speranza».
La fiaccola allarga lo sguardo dalla speranza, ancora citata, ad una visione più complessiva della vita, in cui emergono i valori fondamentali dell’uomo, si traccia una sorta di vademecum per uno stile di vita coerente con i principi professati. La poetessa qui richiama ad alcune parole-chiavi a sostegno della nostra esistenza, come luce, coraggio, amore, libertà, fede e passione: «…Dal credere o non credere,/ nasce la consapevolezza dell’uomo.// Credere è speranza, bellezza,/ coraggio di saper scegliere./ Vivere con passione/ anche per una sofferenza,/ aiutare con amore,/ fa nascere la speranza,/ l’immortalità del bene…».
In questo alveo di positività – che tanto si contrappone alle visioni minimaliste, nihiliste, riduttive, liquide dell’oggi filosofico – si sviluppa una poetica della verticalità, della trascendenza e del divino che esalta la spiritualità e l’anima dell’essere umano. Le visioni diventano metafisiche e metastoriche e, di conseguenza, le immagini poetiche luminose, coloratissime, proiettate nell’oltrità. Nella poesia Arcobaleno di luce, dopo aver richiamato ancora alla illuminazione della mente; ai colori gentili di viole, mughetti e gelsomini; alla felicità vissuta adesso e non rimandata, la Natalizio conclude la lirica con un distico ammiccante al soprannaturale: «L’occhio di Dio/ è più in alto». Così le vie dell’anima sono quelle preferite anche dall’ispirazione poetica, sulla scia dei semi gettati e germogliati nel terreno dell’amore (Spiritualità). In tale poetica va segnalata la suggestiva ed ammaliante Papaveri rossi, in un perfetto equilibrio tra natura (dorate spighe, blu del fiordaliso, folate di zagara, spodestati ulivi, uggiosi piovaschi…) e immagini dell’anima (velata, silenziosa, inerme, carezzevole …) fino all’emblematico verso: «L’invisibile diventa presenza!» (ovvero dimensione mistico-contemplativa).
Inoltre vanno certamente ricordate anche Ero lì, con le sue atmosfere rarefatte e di quiete, dal desiderio di ricerca di ariosi spazi («Mi accinsi ad esplorare/ nuovi silenzi…»), dalla tensione verso il cielo a portata di mano; e La Grazia, un inno alla vita e al suo Creatore: «…È un canto Altissimo!/ Istanti di felicità/ di eternità/ si respirano nell’anima…». E cosa sarebbe la vita senza l’Amore, si chiede la poetessa altrove, una domanda retorica diventata quasi un luogo comune nella nostra cultura sentimentale: la risposta è scontata, sarebbe nulla dal momento che, nella sua visione, l’amore è vita, gemma preziosa, fulgido sentimento, sinergia e conoscenza, dono, meraviglia… (L’Amore). E nell’incontro fra lei e lui («…mi voltai…/ ed incrociai i suoi occhi,/ il suo sorriso/ rapì il mio cuore…») si realizza il legame tra l’umano e il divino: «…Lo invitai a contemplare…/ la profondità del mare/ e l’intima presenza di Dio,/ perché nascesse…/ il più bel fiore del creato!»; inebriata e rapita da eros le sembra di volare «come un giovane gabbiano», di vivere fra «un tintinnio di emozioni,/ luci, suoni e colori», sfogliandosi «come una candida/ rosa rossa» (Un amore con le ali).
L’idillio continua nell’immersione quasi panica in mezzo alla natura: ne è testimonianza soprattutto la composizione Il risveglio del bosco, lirica in cui l’amore per il particolare spicca ovunque e si concretizza dando spazio agli abitanti della foresta, siano essi alberi, fiori o piccoli animali: il canto ha un suo significato simbolico, poiché il risveglio della natura nella stagione primaverile simboleggia il risveglio e la continuità della vita. Uno speciale “lirismo descrittivo” immaginifico ci introduce in un mondo fiabesco dimenticato dal vivere metropolitano, mondo che tuttavia è anche reale, solo se ci si mette alla sua ricerca: così ci accorgeremmo dell’esistenza degli ultimi lembi di neve sopravvissuti ai raggi del sole; del canto dell’usignolo, del fringuello, del picchiettio del picchio; del cuore vibrante in cerca del calore; del bucaneve, del leprotto e della volpe; dei castagni, delle querce, dei pini; delle fragoline, delle primule e delle piccole chiocciole… Tutto questo pulsare frenetico è racchiuso nell’incipit e nell’epilogo della lunga poesia, inizio e fine che ne stabiliscono il messaggio: «Il bosco, dopo il gelido inverno,/ si riapre alla vita./ Il cuore si rallegra,/ e con stupore osserva in silenzio/ le meraviglie del creato/ (…) Ondeggiano al leggero soffio di vento/ profumati anemoni, narcisi e ciclamini,/ come voler salutare da lontano,/ per non mancare all’appello/ del nuovo giorno che arrivato è già,/ e la vita che dà continuità».
Tali sono anche gli squarci naturalistici del Paesaggio simbolico, dove «la bellezza educa lo sguardo», mentre una variante sul tema è rappresentata da Il richiamo del mare, poesia in cui la natura assume volti severi, forti, selvaggi («onde di pietra», «mare in tempesta», «è ruggito dove tutto trema e ribolle», «l’indifferenza è selvaggia natura»), tanto da rievocare certi toni del romanticismo tedesco e dell’Ortis foscoliano. Ciò ci introduce a quei titoli emblematici della poesia della Natalizio che sono l’altra faccia della medaglia di quanto finora esposto, ma che registrano una realtà odierna e storica da non trascurare: Torre di Babele, chiaro simbolo della confusione spirituale, del dissolvimento dei valori, dell’umanità smarrita, di un mondo alla deriva; Il male di esistere, di evidente ispirazione montaliana, raffigurazione del vuoto esistenziale e della pietrificazione dei rapporti umani; Solitudine, non quella scelta che è quiete e meditazione, ma quella subita che è angoscia e disperazione; I violini parlano, memoria dei campi di concentramento nazisti, dura, efficace, immagini graffianti, condanna totale, il sonno della ragione, Milano Binario 21: il viaggio della morte»…; La nebbia, affascinante e misteriosa pensandola dal di fuori, ma nemica, ostile vissuta da dentro, quando diventa il buio della mente e t’impedisce il cammino, deviando dal destino che ti è stato assegnato; Anima arida, se si vivono assenze, distanze, negazioni affettive e sentimentali che lasciano gelo e indifferenza, invece che abbracci e slanci d’amore; Abisso, il riemergere dai fondali della mitica ninfa del mare, figura della classicità antica, immagine della memoria ovvero degli echi del passato…
Ma L’anima della speranza vive già di chiara luce…
Enzo Concardi
_________________________
L’AUTRICE
Antonietta Natalizio è nata a Nola, e vive in Piemonte. Scrittrice, Poetessa, Psicologa Clinica e di Comunità, da sempre è impegnata nel sociale. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Officina Poetica (2019), Quando si diventa anziani (2021), I Colori delle Emozioni, edizione italiano/inglese (2022), Calendario Letterario (2022), L’infinito è più blu (2023), Grappolo di perle (2023). Si occupa anche di pittura.
Antonietta Natalizio, L’anima della speranza, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 64, isbn 979-12-81351-37-0, mianoposta@gmail.com.
Daurija Campana, "Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato"
/image%2F0394939%2F20250513%2Fob_302fd5_campana-daurija-2024-qualcosa-di-nuovo.png)
Daurija Campana
Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato
Guido Miano Editore, Milano 2024
Abbiamo avuto – lo staff Miano e chi scrive - l’occasione di conoscere Daurija Campana e la sua famiglia nella città di Cesena, luogo di residenza, presentando, davanti a un folto pubblico, la raccolta precedente dal titolo: Sola tra memoria e dolore, della Casa Editrice milanese Guido Miano, per la quale stesi il saggio introduttivo. Fu un’accoglienza squisita, da cui è nato un rapporto fiduciario che ha generato la nascita e la pubblicazione dell’opera Qualcosa di nuovo (settembre 2024), appartenente alla collana “Parallelismo delle Arti”: l’autrice infatti è poetessa e pittrice e dunque il libro – che reca la prefazione di Michele Miano – si caratterizza per il connubio tra poesie e dipinti, essendo le diverse forme artistiche espressione di un’unica anima creatrice, di una sola sensibilità spirituale. Parole e colori s’incontrano e dialogano in qualunque caso, frutto di una felice istintività, o di un complesso e tormentato percorso interiore.
Mi soffermerò qui soprattutto sulla parte letteraria della pubblicazione, più consona alle mie competenze critiche, mentre esprimerò emozioni ed impressioni riguardo ai quadri inseriti in essa. I testi poetici di Daurija Campana penetrano in alcune dimensioni fondamentali dell’esistenza umana, toccano l’essenza delle cose e nascono da una sofferta elaborazione di eventi del passato per nulla cancellati, anzi dei quali ella vuole conservare memoria perenne. Vi sono, in tale contesto morale e spirituale simile ad un magma vulcanico, parentesi e pause o squarci di serenità conquistata a fatica, e costituiti da vissuti relazionali con la natura medicatrice e con la memoria stessa, sublimata da dolore in speranza: occorre qui leggere le poesie in cui l’autrice non si rassegna alla perdita di alcuni cari, che crede fermamente di rivedere in futuro, in altre dimensioni di vita. È questa la valenza più coinvolgente e commovente della sua poetica, in quanto tocca corde e sentimenti che, al contatto con il suo canto, possono risvegliarsi in tutti noi dal sonno in cui li abbiamo relegati per non soffrire a nostra volta.
Tale tematica è evidente in diverse composizioni. Si può citare Sera come testo paradigmatico: “Il giorno in cui potrò venire lieta/ a te ritornerò quasi ansimante/ e sotto quel cipresso che tu ami// mi troverai seduta a piene mani;/ e lì m’accoglierai con un sorriso,/ la luce brillerà sulla mia ombra// e parleremo ancor tutta la sera/ nascosti dal chiarore della notte./ Ma ora silenzioso tace il cuore// neppure sento aliti di vento/ acceso e spento il sole che ormai muore/ qui resto, né un conforto, né un colore”. Si realizza qui quella “corrispondenza di amorosi sensi” tra i vivi e i morti di foscoliana memoria, ma non solo, la poetessa esprime quella speranza cristiana del ricongiungimento con i propri cari nella dimensione della vita eterna. Sera è anche un modello formale di poesia classica: quattro terzine di immagini limpide, armoniose, dove vi è un equilibrio perfetto tra linguaggio e valenza semantica, tra fonetica e misura della parola. A Sera si possono accostare Sorrisi (“sanno ridere i nostri cuori”); il racconto fantastico contenuto ne Il lago, una sinfonia dell’infanzia, della giovinezza e della lancinante perdita di un sogno: “Da allora quanti anni son trascorsi?/ Troppi, senza di lui, e troppo pochi/ per lenire in qualche modo il dolore/ che turba dentro come una tempesta...”; Il bosco, struggente rimembranza del padre: “Tu non ci sei, mi manca la tua mano/ che conduceva ogni mio passo lontano…” e L’albero, la presenza-assenza del padre.
La Natura entra prepotentemente nella poetica dell’autrice con affinità sensitive di tipo pascoliano-dannunziano, versi onomatopeici, il segreto della pioggia-pianto (Non piace); con le rime studiate (alternanza a-c / b-d) delle sei quartine de Il canto del cuculo, un inno al lavoro nei campi dai modi pascoliani; con la delicata sensibilità rivolta alle effimere ma leggiadre creature che sono le farfalle (Vanessa cardui, Odette); con il canto alla Mietitrebbia, attaccamento alla vita agreste ormai perduta e con la leopardiana Nostalgia, tale perché rievoca la poesia di borgo cara al recanatese: qui è Meldola (“madre e matrona”), il paese natale, ad essere cantato, le vie, le piazze, la gente, le donne, i bambini, le lucciole e la “cara luna della sera”. … Poi il lettore saprà scoprire da sé le altre perle dell’anima della poetessa. Per quanto riguarda la pittura colpiscono gli occhi lucenti, profondi e gli sguardi indecifrabili, interroganti degli autoritratti; la tecnica praticamente perfetta nel dipingere i capelli delle figure femminili; i vividi colori della natura con le farfalle simbolo della leggerezza dell’essere; il pelo fulvo delle figure canine ritratto con maestria realistica…
Enzo Concardi
Daurija Campana, Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-41-7, mianoposta@gmail.com.
Iano Campisi, "Di fronte alla vita"
/image%2F0394939%2F20250420%2Fob_80b07d_campisi-iano-2025-di-fronte-alla-vita.png)
Iano Campisi
Di fronte alla vita. Racconti e riflessioni
Guido Miano Editore, 2025
A cura di Floriano Romboli, che ha svolto un prezioso lavoro di selezione dei testi, scrivendone anche la prefazione, all’inizio di questa primavera è uscito a Milano – per i tipi della Casa Editrice Guido Miano – il volume di narrativa Di fronte alla vita: l’autore è il siracusano nativo di Avola Iano Campisi, biologo, direttore di un importante laboratorio di analisi cliniche e genetiche in Sicilia. L’apparente discrasia tra la sua specializzazione professionale e il campo letterario nel quale è attivo dal 2015, può essere forse spiegata dall’attaccamento profondo alle radici isolane, alla terra delle origini, ambienti in cui avviene la quasi totalità delle vicende raccontate nel libro e che quindi costituiscono la primaria e più importante fonte d’ispirazione letteraria.
Come sottolineato anche nella prefazione dal critico toscano Floriano Romboli, in Iano vive infatti un forte sentimento di appartenenza alla natura e al passato, il quale fa sì che si sviluppi in lui una sorta di disagio della civiltà – per dirla con Freud – ovvero un’istintiva avversione al progresso tecnologico, non in quanto tale, ma quando non si pone al servizio dell’uomo e diviene piuttosto un fattore alienante, inquinante dell’ambiente e delle menti, massicciamente invasivo della libertà interiore e condizionante la comunicazione autentica. Perciò egli auspica il recupero di una ricca umanità; una presa di coscienza sul limite ed il mistero dell’esperienza terrena; un’attenzione solidale verso le questioni sociali in particolare degli esclusi, degli emarginati, dei deboli; accetta con fatalismo tipico della cultura mediterranea il destino comune a tutti i mortali, maturando un sostanziale pessimismo filosofico e storico di stampo pirandelliano, il quale si stempera soltanto con il motivo dell’amore, irrazionale se non talvolta anche folle.
Il lavoro di Campisi è suddiviso in quattro parti datate: la prima sezione riporta il titolo generale, Di fronte alla vita, tuttavia con l’aggiunta del sottotitolo Racconti e riflessioni inediti, 2022-2024 (le meditazioni dell’autore sono numerose e quasi tutte fanno corpo unico con il discorso narrativo e sono sviluppate sia in prima persona che attribuite ai personaggi; s’incontrano inoltre brevi lacerti sotto forma di aforismi ragionati); Di ricordi e fantasia (2018) con spazio prevalente alle suggestioni della memoria; Così come sono (2023), con storie di donne, non senso della vita, altri ricordi; e infine Piccole storie (2022), definite “vere, verosimili, stravaganti”, nelle quali i temi della solitudine, della ricerca identitaria, dell’esclusione e dell’aspirazione a felicità non fugaci si rincorrono, come in tante altre storie sparse ovunque.
Prevalgono nei testi forme di autobiografismo con monologhi autoreferenziali, come in Appunti sparsi di un ricovero in ospedale, che l’autore considera un “carcere duro” vissuto “in avanzato stato di depressione” e con la “più straziante e desolante malinconia”; come in Due mondi, preoccupato di non riuscire a definirsi, con il sospetto di essere un “soggetto insicuro, un po’ bipolare, infedele, inaffidabile”; come in Il mio cervello, dove egli si sdoppia ed imbastisce un filosofico dialogo col proprio cervello, la cui conclusione, riguardo i soliti misteri della vita e della morte, suona così: “credimi, né tu né io sappiamo nulla...”. Anche i racconti della memoria vivono nelle dimensioni soggettive dei vissuti dell’infanzia, della giovinezza, dei raffronti generazionali, ma anche dei cambiamenti climatici (La stazione, Il piccolo delfino, La vespa 50 gialla, Dei tempi andati, Via Malta…).
Seguono pagine sul montaliano “male di vivere” contemporaneo, generato dall’estraneità del prossimo, dal dominio del consumismo, dalla solitudine in mezzo alla massa; esemplare è la descrizione di un odierno ‘santuario’ della mercificazione, ovvero Al centro commerciale, dove osserva “... imbambolati esseri umani, automi, alla ricerca di chissà cosa. Entrano coppie disfatte o in via di disfacimento”, gente dai cervelli in putrefazione, che sa coltivare solo sentimenti di “diffidenza” ed “apparenza”, quasi morti che camminano. Qui troviamo anche storie di esistenze difficili, come quelle di Zaira - della vita e della morte, di Iris, di Cristina; storie di Solitudine (L’uomo e il cane) il cui personaggio sentenzia: “Soli si nasce e soli si muore: è la paura della solitudine che rende indispensabile la compagnia”; storie di emarginazione, come quella di Bartolo, dal simbolico titolo Il brutto anatroccolo. Ma all’uomo resta l’amore, con poesia: “Poco fa guardavo i tuoi occhi, distintamente scortati da una vivida luce. Ci vedevo l’immensità del cielo e la profondità del mare” (Due mondi).
Enzo Concardi
Iano Campisi, Di fronte alla vita. Racconti e riflessioni, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 252, isbn 979-12-81351-54-7, mianoposta@gmail.com.
Gabriella Carrano, "Èros e Thànatos nel mondo greco-romano"
/image%2F0394939%2F20250403%2Fob_4f0ef1_carrano-gabriella-2025-eros-e-thanatos.jpg)
Èros e Thànatos nel mondo greco-romano
Gabriella Carrano
Guido Miano Editore, Milano 2025
Sono sei i saggi critici di questa antologia, visitatrice del mondo culturale e ideologico ellenico e latino, ad opera della studiosa Gabriella Carrano, sulla tematica complessiva riguardante alcuni aspetti di Èros e Thànatos nel mondo greco e romano. Maggiori specificazioni sulla materia trattata emergono dalla suddivisione in capitoli dell’opera, ripartizione che delinea autori, periodi, linee di pensiero, tendenze, contenuti, stili: al centro vi è essenzialmente il teatro, non solo come genere letterario, ma soprattutto come specchio delle società, sulle cui concezioni e realizzazioni si è poi sviluppata la civiltà occidentale. Occorre leggere innanzitutto l’indice, poiché ci guida a penetrare più da vicino i messaggi che la Carrano vuol trasmettere circa la pòlis greca, l’Urbe romana, la condizione femminile in quei contesti, la carrellata degli autori - non solo teatrali - che hanno scritto testi significativi al riguardo, i rapporti con la dimensione mitologica, le sue considerazioni e i suoi giudizi di merito e di valore, con acute comparazioni tra loro ed anche con raffronti motivati con i secoli successivi fino alla contemporaneità.
Ecco dunque la sequela: 1. Le origini della tragedia e del tragico: le riflessioni di Mario Untersteiner; 2. Èros e Thànatos nell’èpos: il desiderio e il dramma della conoscenza nella trasfigurazione di Ulisse. Il viaggio dell’ulisside tra aretè ed entropia planetaria: l’inattingibile limen di un centro ‘periferico’; 3. Patogenesi dell’Eros al femminile nell’universalità del dramma classico. Fedra, Medea, Didone: tragedie di passione, passioni della storia; 4. Il fiore di Nosside in terra locrese: balsami alessandrini per una mistica della femminilità; 5. Ovidio e le pratiche abortive: èthos elegiaco e scientia ellenistica in Lucrezio e negli elegiaci; 6. La meditatio mortis senecana tra finis e transitus: i traslati del lessico dell’interiorità.
Come si evince già da tali input culturali il linguaggio dei vari saggi è spesso rigorosamente tecnico, specialistico, per addetti ai lavori, se non addirittura - talvolta - criptico ed esoterico: ciò, tuttavia, a mio parere, conferisce maggiore fascino alla narrazione, che ci conduce nell’avvincente viaggio nei mondi in questione, per molti purtroppo dimenticati: il lettore che naviga nelle dimensioni essoteriche, potrà approfondire con ricerche personali. Ecco un lacerto in cui prevale um linguaggio iniziatico: «Gli epigrammi di Nosside di Locri Epizefiri rappresentano un unicum nel panorama delle “avventure” femminili del tardoantico, non solo per la ripresa tutta “decadente” di stilemi saffici in una lingua intrisa di dorismi e di ricercatezze modellate sugli epicismi, ma anche per le robuste ibridazioni del genere epigrammatico con l’ilarotragedia del fliacografo Rintone di Taranto (Antologia Palatina, VII, 718)» (dalla Premessa al saggio Il fiore di Nosside in terra locrese). Inoltre occorre aggiungere la ricca dote di note culturali esplicative che il libro vanta, gli inserimenti di terminologie in latino e greco direttamente nei testi senza traduzioni, ed invece brani autoriali di varie dimensioni con traduzione a fianco.
Va sottolineata ancora l’importanza e l’influenza che il concetto dualistico di Èros e Thànatos, ovvero la pulsione di vita e la pulsione di morte, ha esercitato ed esercita sulla cultura europea, in primis nel pensiero freudiano e, in particolare, nel suo saggio Al di là del principio di piacere (1920). Qui il fondatore della psicanalisi fa riferimento ad Empedocle di Agrigento, la cui dottrina «[...] si avvicina talmente alla dottrina psicanalitica delle pulsioni, da indurci nella tentazione di affermare che le due dottrine sarebbero identiche». E Freud afferma che «[...] i due principi fondamentali di Empedocle - philìa (amore, amicizia) e nèikos (discordia, odio) - [...] sono la stessa cosa delle nostre due pulsioni Èros e Distruzione». Basterebbe solo ciò, sempre a mio parere, per invogliare a leggere il libro della Carrano e per prendere coscienza di quanto sia grande il nostro debito nei confronti delle radici greco-latine.
Ora, in forma forzatamente sintetica, chiudiamo tale premessa indicando al lettore i punti forti dei sei saggi critici: autori, tematiche e altro all’occorrenza. La Carrano sottolinea l’importanza del teatro greco per l’Atene classica, come una cerimonia di tipo religioso con valenze sociali e politiche. In Sofocle la tirannide è argomento primario. Per Aristotele la tragedia è evento catartico e panellenico che ha origine dal ditirambo (forma di lirica corale). La tragedia fa propria la materia mitologica. Gli apporti di Eschilo, Sofocle, Euripide sul ruolo femminile: Clitennestra, la donna virago dominante e regina assassina; il logocentrismo maschile da lei avversato; la ribellione al ruolo tradizionale; in Antigone, Elettra, Aiace la sottomissione della donna nella società greca, mercificata, dedita alla procreazione, in clausura, vittima della misoginia, il cui corpo è proprietà maschile. Domina «l’impero del maschio sulla donna nel mondo greco» (Introduzione, p.50).
Si passa al viaggio di Ulisse in Omero e in Dante, rimarcando il protagonismo della figura e dell’èpos dell’Ulìsside nel corso dei secoli, con molteplici riferimenti ad autori moderni, tra cui Leopardi, D’Annunzio, Pirandello, Joyce, Pascoli, Ungaretti, Saba, Mann, Eliot, Quasimodo, Primo Levi. Si ritorna alle grandi passioni del teatro classico con le vicende drammatiche di tre donne e con la conclusione riassuntiva della Carrano: «La disamina delle “passioni” di Fedra, Medea e Didone lascia spazio ad un’unica verità, adamantina ma tragica: l’amore di queste donne è delirio e vergogna, grido e silenzio, rovina e abbandono, consapevolezza e stratagemma, amore e odio, dignità e negazione della dignità».
Si varca l’Egeo per sbarcare nella Magna Grecia, dove l’autrice ci fa conoscere la lirica graziosa ed elegante di Nosside di Locri (III secolo a.C.), seguace di Saffo, il cui canto si pone in contrapposizione agli inni guerreschi. Infatti, come sottolinea la Carrano, «[...] la poesia di Nosside è il canto d’amore delle aristocratiche di Locri in una lingua espressiva, robusta ed “imagista” (linguaggio conciso, chiaro, essenziale, scarno… inciso mio) quale il dialetto dorico». Nella società della Locride di quel tempo la donna aveva un ruolo importante: vigeva una sorta di matriarcato. Oggi vi è ancora memoria dell’antica colonia, in quanto è stato istituito il “Premio Internazionale Nosside di Poesia” con il patrocinio Unesco.
Poi entriamo nel mondo romano antico con il saggio che vede Ovidio contro le pratiche abortive, tema di assoluta modernità. Egli si oppone nel nome di un nuovo èthos, contrapposto alle dottrine ellenizzanti di stampo “libertino e cortigiano”; come specifica ancora la Carrano: «[...] fides e pudicitia brillano, nella rivendicazione dell’eros coniugale, contro luxuria e cultus, così come la Roma evandrea diventa il paradigma di un mondo fantastico e felice contro gli eccessi della Roma opulenta e lasciva».
Ed infine ecco la filosofia di Lucio Anneo Seneca che affronta Thànatos, non sul versante escatologico, ma su quello esistenziale: con la metafora della clessidra, nella quale la sabbia scende lentamente, e con l’immagine eraclitea del fiume che scorre, illustra il divenire della nostra vita, nella quale “moriamo ogni giorno”, poiché procediamo inesorabilmente verso la fine e ogni momento vissuto è vita sottratta. Quindi se tutto intorno a noi si muove, fugge, è dentro di noi, nella nostra interiorità che dobbiamo ricercare la prima realtà ferma e solida a cui ancorarci. Siamo all’alba del Cristianesimo, che farà della vita interiore uno dei cardini della dottrina di un nuovo mondo e di un uomo nuovo.
Vale dunque la pena mettersi in viaggio con Gabriella Carrano insieme ai grandi dell’antichità per scoprire dimensioni umane oggi forse perdute nelle grandi illusioni tecnocratiche, virtuali, egotistiche, socialmente liquide.
Enzo Concardi
_________________________
L’AUTRICE
Gabriella Carrano, nata a Salerno ed ivi residente, è titolare di Lettere greche e latine presso il Liceo Classico Torquato Tasso della sua città. Laureata in Lingue e in Lettere classiche, ha ricoperto per diversi anni la docenza a contratto presso l’Università degli Studi di Salerno. Ha pubblicato monografie afferenti all’Anglistica, ma i suoi interessi sono principalmente focalizzati sul mondo antico.
_________________________
Gabriella Carrano, Èros e Thànatos nel mondo greco-romano, premessa di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 124, isbn 979-12-81351-43-1, mianoposta@gmail.com.
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)