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Valeria Masoni-Fontana, "Opera Omnia Volume 2- Prose"

7 Febbraio 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni

 

 

 

 

 

 

 

Opera Omnia Volume 2 - Prose

  Valeria Masoni-Fontana

Guido Miano Editore,  2024.

 

Il secondo volume dell’Opera Omnia di Valeria Masoni-Fontana - che segue il primo dedicato alla sua produzione poetica - è la raccolta degli scritti in prosa dell’autrice, di vario argomento e genere, che spazia all’incirca dagli inizi degli anni quaranta fino alla fine degli anni novanta del Novecento, frutto di un lavoro di ricerca paziente, accurata ed amorevole dei familiari dopo la sua dolorosa perdita avvenuta nel 2020. Vi fanno parte gli esiti letterari giovanili per lo più inediti e quelli della maturità, già pubblicati nel 1995 nel libro La mantide nell’ambra, presentato a Chiasso e a Lugano nella primavera dello stesso anno. Importante questo dato ambientale e geografico, poiché contestualizza il territorio - che diviene anche culturale e storico - in cui si svolgono le vicende narrate dalla scrittrice, ovvero il Ticinese ed ancor più in particolare il Mendrisiotto e quindi quella Svizzera di lingua italiana, così vicina a noi lombardi e milanesi, con la quale gli scambi in ogni campo di attività sono sempre stati frequenti e fecondi per entrambe le comunità.

Non siamo di fronte a racconti o romanzi di fantasia, bensì a lavori d’impronta essenzialmente autobiografica, diaristica e memoriale che però sconfinano spesso nella narrazione e descrizione - con relative riflessioni e pertinenti giudizi - di quel che accade intorno alla cerchia domestica e localistica, nel mondo della scuola, nella società, nella gestione politica delle cittadine ticinesi e della patria svizzera. Ne deriva che il mondo interiore dell’autrice si affianca a quello esteriore dei fatti reali, per cui ci troviamo davanti ad un fecondo connubio tra letteratura soggettiva ed oggettiva, tra privato e pubblico, tra storia personale e storia sociopolitica, elementi tutti che costituiscono il vero humus dell’ispirazione di Valeria Masoni-Fontana, nonché la cifra letteraria della sua scrittura. Tali aspetti sono sottolineati anche da commentatori critici molto più vicini a lei. È il caso di Graziano Papa che, nel suo discorso di presentazione del libro La mantide nell’ambra, precisa: «Il libro di Valeria è, a ben vedere, un diario a posteriori. Forse taluno potrebbe pensare ad un favoleggiamento tardivo, a una sorta di biografia romanzata di un’adolescenza. Ma non è così. Tutto è ancorato ad un ricordo puntuale...» (Sala ‘Diego Chiesa’, Chiasso, 21 aprile 1995). Gli fa eco Giancarlo Vigorelli, in occasione dell’uscita dello stesso libro: «A chiusura, direi quasi a sigillo di questo ripristinato lessico familiare - proprio e della sua città - Valeria fa seguire, alcuni, a dir poco, aggiornamenti aggiuntivi dei percorsi della sua vita, come per fare intendere senza equivoci che da quelle nebbie del passato … non ha tardato a venire fuori una vita ardente, intensa, reale appunto...» (Lugano, 11 maggio 1995).

Questa Opera Omnia è suddivisa in sei parti, che rispettano l’ordine cronologico di stesura dei testi e con tale criterio le presenteremo. Nel mare magnum degli scritti si individueranno alcune esemplificazioni significative per rendere al lettore lo spirito e il cipiglio narrativo dell’autrice, nonché per segnalare gli intendimenti ‘manzoniani’ delle sue opere, cioè «il vero per soggetto, l’interessante per mezzo, l’utile per iscopo». Dove il vero è dato dalla sua prosa realistica; l’interessante è riscontrabile dai commenti sulle cronache locali, dalla descrizione di luoghi e personaggi conosciuti anche dai concittadini, suscitando così la loro curiosità; l’utile dal messaggio finale che si evince dalle sue visioni, le quali approdano tutte, in ultima analisi, a valori etici, morali, professionali, sociali e politici professati e vissuti nell’esistenza concreta, con coerenza e passione.

Dunque la prima parte raccoglie gli articoli apparsi sulla rivista Mosaico (1941-1943) del ‘Circolo Studentesco di Lugano’ e porta il medesimo titolo. Si tratta di annotazioni giovanili eterogenee, nelle quali Valeria Masoni-Fontana dimostra già possesso della lingua, verve narrativa, capacità di approfondimento psicologico, interesse per il mondo circostante. Le sue stringenti ed articolate esplorazioni introspettive emergono fin da subito, come nel brano Luci e ombre (anno I, n°1, novembre 1941). Sono quei conflitti interiori che tutti viviamo, per cui coloriamo la nostra anima di chiaro-scuri, tendendo però a far prevalere un certo pessimismo e forse «... non pensiamo che profonda e calma si nasconde in noi sempre un po’ di luce». Il suo spirito di osservazione e il desiderio di scoprire nuove realtà la spingono a girovagare senza meta: A zonzo (anno II, n°2, novembre 1942) e Il villaggio (anno II, n°3, maggio 1943) rispecchiano questo tratto della sua indole, che le permette di ammirare la natura, sognare e fantasticare, ma poi tornare «… sulle strade diritte e più sicure della chiara realtà», o di camminare sino ad un piccolo villaggio per ritrovare pace e serenità d’animo. Ed ancora, nel brano, La scelta della professione (anno II, n° 2, gennaio 1943) si svolge un colloquio con se stessa, in cui l’argomento dibattuto è relativo alle scelte per il futuro: medico, avvocato o giornalista? Aspetterà l’ispirazione.

La seconda parte accoglie Altre prose giovanili (1941-1944), testi presumibilmente inediti, tranne l’ultimo (Bulletin della Associaton Suisse des femmes universitaires), edito in francese, che è del 1968. Denotano una sorprendente maturità dell’autrice, sia per lo stile già molto personale e ricco di sapidità, sia per la pregnanza dei temi affrontati che spaziano dagli affetti domestici alla natura, dai brani onirici a quelli dedicati alla Confederazione Elvetica. Molto avvincente e drammatica la vicenda esistenziale di Teresa Silva, a cui erano morti dieci degli undici figli messi al mondo, compreso il prediletto, ed inevitabilmente anche lei alla fine si congedò dal mondo: «…Quella notte, nonna Teresa scivolò in silenzio fuori dall’ansia del tempo». Educative le parole dedicate alle mamme, invitandole a non spaventare i bimbi con ‘l’uomo nero’, ma a prenderli sulle ginocchia sussurrando loro favole belle (La Pagina della donna). Commovente il doloroso canto per le Esili betulle stanche, che le apparvero così perché piegate dal vento. Profondo il Sogno nel quale diviene una Danaide, ma solo nella pena e non nella colpa. Di alti sentimenti civili, democratici e patriottici lo scritto Nel 650° anniversario della fondazione della Confederazione, il cui epilogo riassume la nobiltà del sentire morale e politico di Valeria Masoni-Fontana: «...Nata questa nostra Svizzera da un moto di fierezza montanara, rinsaldato nel corso di sei secoli di lavoro e di fede, nei suoi destini, che essa viva nel tempo, intatta e libera sempre».

Ricordanze (1971-1975) è il titolo della terza parte, che specifica nel sottotitolo: L’amore di figlia, di moglie, di madre nei sogni di Valeria: dialogo coi cari defunti. Vi possiamo leggere lettere immaginarie scritte ai genitori defunti, tutte datate con precisione, dalla prima (18 aprile 1971) all’ultima (25 dicembre 1975). Epistolario che tocca i tasti delicati e profondi del sentimento, della memoria più cara e vissuta, dell’elaborazione del lutto, di quella corrispondenza di amorosi sensi di foscoliana matrice che unisce i vivi ai morti e perpetua quanto vi è di più umano ed autentico nei confronti di chi ci ha dato la vita, ovvero la gratitudine per il dono della vita stessa e per gli insegnamenti e l’amore ricevuti. Emerge il vero senso della famiglia come centro d’affetti, casa del proprio esistere, protezione materiale e spirituale, cellula vitale per camminare anche nel mondo, nascita di progetti e sogni per il futuro. Così tutti i brani diaristici sono commoventi e si crea un’empatia con l’autrice, poiché queste lettere immaginarie possono essere paradigmatiche per capire qualcosa del mistero dei rapporti umani filiali, materni, paterni. Emergono figure genitoriali esemplari e luminose, che una figlia avrà impresse nel cuore per sempre: «Mamma da 10 anni non più con noi, ma in noi» (dall’incipit della scrittura datata 18 dicembre 1975). Il diario s’interruppe quando gli studi per la preparazione dell’esame di Notaia l’assorbirono sempre di più: per la cronaca, ella diventò la prima donna Notaia del Canton Ticino nel 1979.

Vengono poi le Nebbie sul Breggia (1978), raccolta di articoli apparsi a ritmo settimanale o bisettimanale sul quotidiano “Gazzetta Ticinese”: nel capitolo 4 del libro sono riproposti nella loro versione originale, mentre il capitolo 5 è costituito dai testi rivisti dall’autrice e pubblicati nel 1995 nel volume La mantide nell’ambra, che raccoglie scritti nel periodo 1978-81.  Il quarto capitolo contiene anche l’articolo Sentire il cimitero del  tuo paese, del 31 ottobre 1978, recuperato recentemente. Tali rivisitazioni dell’autrice dei propri testi dopo un certo periodo di tempo rivelano un’acribia autoreferenziale tipica del  labor limae oraziano e consistono in ritocchi stilistici come la ricerca di un termine più idoneo, o di un incipit più consono al contesto, o di un certo bisogno di sintesi negli epiloghi. Ottimamente ci illumina, sull’origine di questi scritti, Armando Dadò nell’introduzione al libro La mantide nell’ambra: «La perdita della madre … poi qualche anno dopo del padre… la rivisitazione dei luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza… furono per lei la spinta a ritrovare, come in una nebbia magicamente custode o generatrice di memorie, angoli scomparsi del paese, case, piazze, vie e volti d’amici, di compagni, di conoscenti, figure ricorrenti nel piccolo mondo chiassese (maestri, professori, uomini di cultura, artisti, professionisti, spedizionieri, negozianti, artigiani, operai) o volti appena intravisti a Chiasso, a Mendrisio, perfino a Lugano dove la portava il primo treno del mattino per frequentare il Liceo...». E ne viene fuori un ritratto fedele della vita degli anni quaranta di quei luoghi, spaccato sociale, storico e familiare di una pullulante umanità, operosa e vivace, sulle sponde del fiume Breggia, le cui sorgenti sono al Monte Generoso per sfociare, dopo essere transitato da Chiasso, nel Lario. Così avviene la rivisitazione delle radici, dei posti dove ha giocato durante l’infanzia, il ricordo della casa natale, di via Soave, il ritorno da scuola quando lei incontra - mentre suonano a distesa le campane del mezzogiorno - il direttore scolastico, le maestranze di una ditta, la signora Teresa alla finestra … ma soprattutto la mamma al balcone e l’attesa del papà verso il quale correrà incontro piena di gioia e di emozione.

Si susseguono come in un fiume in piena ricordi di ogni genere tra cui quelli scolastici con la lettura in classe dei Promessi Sposi; il giorno della prima Comunione; la situazione dei fiumi del suo paese, Breggia e Faloppia, un tempo liberi di scorrere ed ora incanalati e intrappolati. Il mosaico è ricco di tanti altri tasselli: dall’apertura di una nuova strada al posto della vecchia carrareccia, senza rispettare la natura e l’ambiente, alle passeggiate con mamma e papà in montagna vicino alla frontiera alpina; a una visita domenicale al camposanto di Breno, alla tradizionale capatina al ‘Caffé Indipendenza’ o al tavolino di una confetteria a gustare i dolci locali, fino a un negozio di sigari e tabacchi in Corso San Gottardo, per acquistare ‘fumo’ a papà che era rimasto senza… E fino ai sindaci della sua vita: Elvezio, Guido (che l’ha unita in matrimonio); e ai segretari comunali Achille, Giulio («pallido, allampanato, dinoccolato») che per tanti lustri hanno accompagnato la vita dei cittadini, prima e dopo la guerra ed oltre.

L’Opera Omnia si chiude con gli scritti della sesta parte: Du côté de chez… rien (già editi in La mantide nell’ambra) in cui Valeria Masoni-Fontana fa rivivere le suggestioni che l’hanno spinta a scrivere e intreccia le vicende delle tre famiglie (quella paterna, i Fontana, quella materna, Felix, e quella dell’ava paterna Teresa Silva, ultima discendente del ramo degli artisti di Morbio). Qualche critico ha pensato di accostare la carrellata dei personaggi del Mendrisiotto a quella di Lee Masters nell’Antologia di Spoon River e qualcun altro ha evocato la Recherche di Marcel Proust in relazione al viaggio nella memoria: accostamenti letterari che certamente forniscono un’idea al lettore del genere di scrittura predominante nei testi dell’autrice; tuttavia, a chiusura di questa analisi critica, vorrei anche ricordare la definizione della sua personalità tratteggiata da Giancarlo Vigorelli, che calza a pennello rispetto alla sua profonda identità pubblica, per essere in possesso di «…una civile educazione di donna di esemplare tradizione elvetica e di comune spirito europeo».

Enzo Concardi

 

 

Valeria Masoni-Fontana (Chiasso, 1925 - Lugano, 2020) è stata avvocatessa, scrittrice e poetessa. I suoi genitori erano Cornelio Fontana e Paola Felix; il padre, da molti anni, Vicesindaco liberale-radicale di Chiasso, quando la forte colonia italiana pareva in procinto di superare, per numero, i cittadini svizzeri e indulgere al fascismo e a qualche suo atteggiamento prepotente, aveva tenuto un discorso fortemente antifascista a sostegno della nostra democrazia. Ha frequentato il Ginna­sio Cantonale a Mendrisio, il Liceo Cantonale a Lugano e ha studiato legge a Zuri­go e a Losanna. Ha esercitato l’avvocatura dal 1956 e dal 1969 (prima donna ammessavi nel Canton Ticino) il nota­riato. Ha condotto con il marito Franco Masoni uno studio legale e notarile a Lugano, cui si so­no unite poi le figlie Marina, Giovanna, Paola. Da giovane ha pubblicato prose e poesie in giornali e riviste studente­sche del ginnasio e della Federazione Goliardica Ticinese, tra cui In bilico e Mosaico (rivista del Circolo Studentesco di Lugano). Nel 1957 ha pubblicato la raccolta di poesie Per quel che non mu­ta nella Collana di Lugano diretta da Pino Bernasconi (per i tipi della SA Successori a Natale Mazzuconi); tre poesie di questa raccolta sono poi apparse nel volume Scrit­tori Italiani del II Dopoguerra, La poesia con­temporanea, con prefazione di Bruno Maier (Guido Miano Editore, Milano 1982); qualche suo verso è richiamato nella raccolta di Franca Cleis, Ermiza e le altre (Roosenberg & Sellier, Torino 1993). Dal 1978 al 1981 ha pubblicato prose letterarie (ricordi d’infanzia e familiari) a ritmo quasi settimanale nella “Gazzet­ta Ticinese”, a firma vmf, con il titolo Nebbie sul Breggia. Le stesse prose sono state poi raccolte nel volume La mantide nell’ambra (Dadò Editore, Locarno 1995) insieme ad una nuova sezione di testi (ricordi precedenti e recenti) chiamata Du côté de chez… rien (il titolo è d’ispirazione proustiana perché Marcel Proust era per Lei l’Autore preferito).

 

 

Valeria Masoni-Fontana, Opera Omnia Volume 2 - Prose, premessa di Guido Miano, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 504, isbn 978-88-31497-80-0, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon

30 Gennaio 2024 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #saggi, #poesia

 

 

 

 

Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon

a cura di Enzo Concardi

Guido Miano Editore, 2024.

 

Il presente lavoro si prefigge la finalità di ordinare il materiale costituito dai contributi della critica letteraria a commento delle opere poetiche di Maurizio Zanon. Il contesto nel quale si può inquadrare riguarda le principali tendenze contemporanee circa le metodiche degli aspetti filologici, circa le analisi comparative testuali, altresì in relazione alle varie interpretazioni scaturenti dalle diverse scuole di pensiero. Un autore attento a quanto è stato scritto su di lui, si dimostra sensibile all’importante ruolo che la critica letteraria svolge nella storia culturale, poiché percepisce che la comunicazione e la divulgazione dei messaggi insiti nella sua scrittura hanno bisogno di una mediazione tra il soggetto creativo e il soggetto ricettivo, comunemente identificato nel lettore. Non esistendo tuttavia un unico modello di lettore, ma tanti lettori ognuno con la propria preparazione culturale e con i propri gusti letterari, ecco la necessità di quella che abbiamo chiamato mediazione, che viene solitamente attribuita appunto ad un terzo soggetto, il critico letterario, che potremmo definire un lettore speciale che possiede gli strumenti esegetici per sviscerare integralmente o quasi, lessico e contenuti specifici del soggetto creativo.  

Maurizio Zanon, consapevole di tutto ciò, ha voluto dare alle stampe questa sorta di opera omnia della critica a suggello di una carriera letteraria che lo ha visto esprimersi soprattutto attraverso la poesia. Ed è da qui che partiamo, col definire ed inquadrare, seppur con una certa sintesi, i cardini principali della critica letteraria italiana, con cenni storici e tendenze attuali. Si potrà così acquisire una visione più pertinente delle basi culturali dinamiche dell’analisi critica ed applicarle, nello specifico, alle opere di Maurizio Zanon. (…).

C’è nella poesia di Zanon un filone d’ispirazione naturalistica, che visita i luoghi nei quali è attratto dagli incanti della natura, dalle misure cosmiche, dalle metamorfosi stagionali: non sono solo luoghi fisici, geografici, paesaggistici, dal momento che queste contemplazioni si trasformano, attraverso l’elaborazione del pensiero, in luoghi dell’anima e dello spirito e nasce così certamente una sorta di filosofia della natura. Accanto, c’è poi un viscerale attaccamento alle radici lagunari che, nel suo caso, sono cittadine e il suo rapporto duale, conflittuale con Venezia rappresenta un altro ceppo lirico di somma rilevanza, poiché mette in gioco le origini e il destino di quella che è la patria del poeta, che sfida i suoi sentimenti d’amore infinito, mostrando un volto diverso da quello desiderato dal figlio tradito. Nasce qui, invece, una specie di canto civile di sofferta testimonianza. Su tali tracce si muovono i critici analisti dei testi in tema, che suddividiamo in due parti. (…)

Sul filo del rasoio delle varie dimensioni temporali si sviluppano spesso i legami esistenti tra le nostre rimembranze in generale, i nostri vissuti sentimentali in particolare. Gli amori posseggono tutti l’itinerario che percorre l’oggi, ma con riverberi appartenenti a ieri e con proiezioni verso il domani. I grandi maestri del vivere umano insistono, nei loro insegnamenti di saggezza, sulle caratteristiche valoriali delle filosofie del tempo e dell’essere, sulla gestione sapienziale del panta rei da parte dell’individuo e dei gruppi umani. Così la letteratura e la poesia hanno sempre attinto a piene mani a queste tematiche, perché appartenenti alla vita concreta e a quella sognata. Così le opere di Maurizio Zanon riflettono tutte ampiamente una problematica direi quasi ineludibile per un poeta come lui, abituato a riflessioni profonde, filosofiche e nello stesso tempo attente ai cosiddetti “segni dei tempi”, ovvero agli stili di vita contemporanei. Così la critica ha registrato tali aspetti della sua poetica, mettendo in risalto la sua ricerca e il suo viaggio nell’avventura umana. (…).

Enzo Concardi

 

 

Enzo Concardi (a cura di), Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 100, isbn 979-12-81351-24-0, mianoposta@gmail.com.

 

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Marco Zelioli, "Momenti"

15 Dicembre 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Marco Zelioli

 Momenti

Guido Miano Editore 2023

 

Per la collana di testi letterari Alcyone 2000 della Casa Editrice Guido Miano di Milano, nel mese di novembre 2023 è stata edita la raccolta poetica di Marco Zelioli: Momenti. Quest’ultimo lavoro segue altri che hanno visto la luce nel recente passato: Come spuma di onde (2017), Coriandoli di vita e di pensieri (2019), Briciole di vita (2020), Frammenti di luce (2021), Le mie lune e altre poesie (2021). Un’antologia essenziale della critica informa il lettore sulla poetica e lo stile dell’autore: vi sono i contributi di Lorenzo Spurio, Enzo Concardi, Ester Monachino, Nazario Pardini, Gabriella Veschi, Maria Rizzi, Marcella Mellea.

Marco Zelioli ha voluto suddividere le sue composizioni in quattro parti: Per quanto mi concerne (pensieri di ogni genere), una sorta di ‘zibaldone’ che spazia dalla memoria storica alla politica, dalle profonde domande esistenziali (il senso della vita è indispensabile) al mondo della scuola, dalla letteratura agli affetti domestici, dalla dimensione religiosa al dolore umano. Intermezzo, costituita da un’unica lirica (Ode al ladro di bicicletta) autobiografica e rievocativa di una curiosa coincidenza. Strade compiute, dediche a persone care vicine e lontane che ‘sono andate avanti’, simili nel genere letterario agli epicedi degli antichi greci, con la sostanziale differenza esistente tra il canto funebre corale ad intonazione drammatica e la preghiera cristiana nella certezza della vita eterna dopo la morte. Appendice: un indovinello, versi per sorridere, i ricordi … e quattro aforismi, brevi pagine di disimpegno, quasi uno sberleffo alla seriosità accademica.

Anche in questa occasione l’autore si dimostra affezionato alla poetica del frammento, simile alla tendenza letteraria sviluppatasi in Italia nei primi anni del Novecento, ovvero alla costruzione di un’opera tramite un mosaico di frammenti, di immagini, di episodi, anche slegati fra di loro. In Zelioli ciò si rivela fin dalla titolazione della maggior parte delle sue sillogi: coriandoli e briciole di vita, frammenti di luce e qui momenti, in sostanza una frantumazione del tempo. Quindi molto ruota intorno ad esperienze e vissuti personali (Per quanto mi concerne, Intermezzo), a legami affettivi, amicali, di stima (Strade compiute) e ad un cocktail di generi appena abbozzati (Appendice …). Tuttavia tale scelta della struttura letteraria non significa in alcun modo irrazionalità del pensiero, anzi come sottolinea Floriano Romboli nella prefazione: «... La ricchezza tematica e le diversità tonali, che si riscontrano nei testi dell’autore, rinviano nondimeno a una concezione della realtà storico-umana unitaria e coerente, organicamente definita intorno a precise idee-valore, sempre sostenuta da solide convinzioni intellettuali-morali».

A questa annotazione del prefatore se ne possono aggiungere, per meglio chiarire, altre, ovvero quelle che riguardano le fonti, le origini di ciò che è in ultima analisi l’ispirazione religiosa della poetica di Marco Zelioli. I suoi versi sono rivelatori – in modo incontrovertibile – di una visione provvidenziale dell’esistenza di tipo cristiano-manzoniano: nei Promessi Sposi la vera protagonista è la Provvidenza Divina che tutto regola e sistema, poiché «... Dio scrive diritto anche là dove l’uomo scrive storto», e in Momenti troviamo spesso espressioni similari. Rivelano poi che nel rapporto Dio-uomo è Dio ad aver sempre ragione, ed è da questa dinamica rovesciata che derivano tutte le sciagure terrene, dal momento che esiste una Verità che non viene riconosciuta e ci si trova così in una «... selva oscura / ché la dritta via era smarrita» (Dante): vediamo nel libro dell’autore numerose situazioni create da una umanità dispersa: guerre, violenze, ingiustizie, disamore, egoismi.

Ed ancora emerge la sua visione escatologica, convinto com’è che la soluzione di tutti i nostri problemi avverrà solo in quella dimensione: lo afferma a piè sospinto in particolare nella terza parte (Strade compiute) dedicata alle persone defunte, dove non troviamo una poesia funebre ma una poesia della speranza, generata dalla fede nella vita eterna («... Ritorneranno i giorni dei sorrisi / e non potrai lasciarteli sfuggire, / fissati nel tuo tempo fatto eterno», Savina).

E non possiamo trascurare la centralità del Cristo nella storia umana: «Il mio regno non è di questo mondo» e Zelioli scrive che Tutto è compiuto in Lui e che la Resurrezione cambia tutto. Infatti si verifica la contrapposizione mondo-salvezza: «…Per te è giunto molto presto il tempo / di lasciare il disordine del mondo. // Ma ogni cosa, adesso, è al posto giusto» (A Elisabetta).

Enzo Concardi

 

 

Marco Zelioli, Momenti, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-17-2, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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Gabriella Frenna, "Regina Nefertiti"

13 Dicembre 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Gabriella Frenna

 

REGINA NEFERTITI

 

L’ultima opera di Gabriella Frenna, Regina Nefertiti (Guido Miano Editore, Milano 2023), ci trasporta completamente nel mondo meraviglioso delle antiche civiltà mediterranee, in specifico nella millenaria società e cultura dell’antico Egitto faraonico. Consiste in un racconto in versi o, se si vuole, in una poesia-prosa che si sofferma a lungo sull’unico tema del libro, anche con reiterazioni insistite tendenti ad esaltare la grandezza e la bellezza di quel mondo, di cui oggi abbiamo ancora vivide testimonianze nei musei e nelle realizzazioni architettoniche, nonché nella misteriosa scrittura geroglifica. La fonte ispiratrice delle liriche proviene dall’attività professionale ed artistica del padre Michele, creatore di mosaici, alcuni dei quali sono raffigurati accanto alle poesie: è l’arte musiva raccontata dal genitore alle figlie, anche attraverso frequenti visite ai siti archeologi e ai musei egizi, fin dalla loro giovinezza, in slanci passionali senza confini.

Tassello per tassello, come avviene nella costruzione di un mosaico, la scrittrice visita i vari aspetti del mondo egizio e faraonico per trasmettere al lettore le informazioni essenziali da cui partire nella conoscenza di una civiltà ricca di sorprese e stupori. Inizia col sottolineare l’importanza del grande fiume Nilo, sul cui delta essa si sviluppò, il quale rendeva fertile il terreno, favorendo così lo sviluppo delle coltivazioni e dell’economia (Civiltà mirifica, Egitto faraonico). Ella poi ci rende edotti del grande fascino sempre esercitato su di lei dai tanti segreti non ancora decifrati conservati nelle piramidi e nei papiri, così come dall’imponenza delle grandi opere faraoniche (Cultura egizia, Antico Egitto). Subentra, ad un certo punto del libro, la memoria viva dei racconti paterni intorno ai mosaici dedicati ai personaggi, alle realizzazioni, ai luoghi in cui si svolsero le vicende storiche per circa tre millenni: la contemplazione del cielo con l’astronomia; lo studio del flusso e deflusso delle acque del Nilo e le ricerche sulla sua vegetazione; il culto degli astri; il pensiero sacrale (Rimembro, Antica civiltà mediterranea). Si sofferma sugli enigmatici geroglifici incisi su monumenti, statue, obelischi e templi: essi furono una scrittura considerata sacra dagli egizi e ricevuta in dono dagli dèi (Enigmatica scrittura).

Talvolta la scena si sposta, per poco tempo, abbandonando la culla di quella civiltà per trasferirsi, ad esempio, al Museo del Louvre a Parigi, ove coll’amato padre visita i reperti millenari là custoditi: vi sono anche oggetti di pesca e caccia, strumenti musicali, gioielli, giochi, utensili della vita domestica (Louvre). Subito l’attenzione torna ai simboli in terra egiziana: la Sfinge con il suo enigma risolto da Edipo (Sfinge, Enigma della Sfinge); le Piramidi, simbolo del potere faraonico, che accompagnavano verso il cielo l’ultimo viaggio del supremo (Piramidi). E finalmente ecco il personaggio centrale del libro a cui dà il titolo: Regina Nefertiti. È sempre il padre la voce narrante di tutto: «…Amava raccontare / la storia di  Nefertiti / regina e sposa amata / del faraone Akhenaton, / la loro rivoluzione / politica e religiosa, / ritraendo in mosaico / il carismatico ritratto / e la beltà della regina» (Storia millenaria).

L’epilogo del libro è centrato sui particolari dell’opera della regina e del faraone, dall’introduzione del monoteismo con il dio Aton alla riforma artistica con immagini ritraenti la famiglia reale (Faraone Amenofi IV, Akhenaton Faraone). Indubbiamente il fascino di Nefertiti è il nucleo centrale dei mosaici del padre: «…Nefertiti chiamata “perfetta” / come la perfezione di Aton, / “Meravigliosa bellezza di Aton”. / Solo a lei furono concessi titoli / di “Grande sposa reale” / e “Signora delle due terre”» (Ritratto); «… Dei piccoli tasselli di vetro / definiscono il volto regale, / rivelano soavi lineamenti / della regina Nefertiti, / perpetuando splendore, / storia e leggende lontane» (Piccoli tasselli di vetro).

Enzo Concardi

         

 

 

Gabriella Frenna, Regina Nefertiti, pref. Marco Zelioli, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-18-9, mianoposta@gmail.com.

 

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Domenico Minardi, "Quand 'ca sémia burdèl"

11 Dicembre 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

 

 

 

Quand ’ca sémia burdèl (“Quando eravamo ragazzi”)

Domenico Minardi 

Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

«Sfogliando la tua vecchia agenda dove negli anni hai fissato le immagini più significative della tua vita, abbiamo scelto alcune delle tue più belle poesie e le abbiamo raccolte perché la nipote Daniela, quando le leggerà, possa conoscere la sensibilità del nonno» (Lucia e Giuliano, Natale 1980). Queste affettuose parole si leggono nell’incipit del libro di Domenico Minardi Quando eravamo ragazzi e ne spiegano la genesi letteraria: sarà infatti proprio la cara nipote, divenuta la professoressa Daniela Romanelli, a commissionare la pubblicazione dei testi alla Casa Editrice Guido Miano. Dalla data della dedica ad oggi sono trascorsi oltre quarant’anni, ma evidentemente il tempo non è nulla di fronte ai sentimenti autentici che albergano nei cuori delle persone veramente legate alla memoria dei propri cari: e questo libro, a sua volta, è assolutamente un’opera in cui la memoria è la protagonista principale.

Si legge anche, nel sottotitolo, che si tratta di Poesie nel dialetto di Castel Bolognese (tradotte qui ovviamente in italiano). Siamo dunque di fronte ad un genere letterario, da sempre classificato a parte rispetto alla produzione nella lingua del sì, senza che ciò - aggiungo io - debba necessariamente implicare un pregiudizio di valore. Indica, piuttosto, questa caratteristica idiomatica, la presenza di radici identitarie ben salde che affondano nella propria terra e nella propria gente, oltre che essere il modo di pensare e di vivere del microcosmo a cui appartengono.

Domenico Minardi (Castel Bolognese, 1923 - ivi, 2002) si era laureato in Medicina e Chirurgia veterinaria all’Università di Bologna, esercitando la professione fino agli anni ‘90. Ha insegnato matematica e scienze nelle scuole medie statali. Si è sempre dilettato a comporre e recitare poesie dialettali: c’è dunque da presupporre che in lui l’anima scientifica abbia sovente convissuto con l’anima umanistica e che i due aspetti culturali, spesso, ma a torto, messi in contrapposizione, nella sua esistenza, invece, si siano armonicamente sviluppati, integrandosi dialetticamente. Come adesso vedremo, nell’analisi critica delle sue liriche, le corde del sentimento sono in ogni composizione toccate delicatamente e con pudore, ovvero non gridate ed ostentate, ma chiaramente espresse perché ritenute vere, appartenenti alla sua storia, vissute senza alcuna retorica o nostalgico vittimismo.

Il punto di partenza di ogni lirica del poeta è sempre il passato, il rimpianto di ciò che è stato e che non potrà mai più essere: questa chiara coscienza del lavorio deterministico del tempo suscita in lui stati di commozione, nei quali il lettore può sentirsi coinvolto se ha vissuto le stesse vicende esistenziali, oppure se con l’immaginazione cerca di entrare nel mondo interiore dell’autore. Va da sé, come si diceva in precedenza, che la rivisitazione del passato implica automaticamente un viaggio, degli itinerari nelle dimensioni memoriali, letterariamente paragonabili alla proustiana ricerca del tempo perduto.

Altre componenti non entrano in tale scrittura, per cui si potrebbe pensare ad un’ispirazione monotematica - ed in parte è così - ma solo in parte, poiché Minardi allarga poi lo sguardo sulla civiltà contadina, la campagna, l’infanzia come da lui vissute, certamente, ma da individuali le sue immagini si trasformano in universali, storiche di uno spaccato della nostra società, dal momento che hanno rappresentato una fase del nostro vivere.

Va sottolineato ancora che il carattere fondamentale della sua poesia trae prevalentemente origine da esperienze autobiografiche, dunque soggettive, tuttavia trasformate in temi e miti comuni e ricorrenti anche in autori maggiori della nostra letteratura: il mondo agreste e sensitivo della natura, con gli affetti familiari e l’attaccamento alla terra di pascoliana elaborazione; l’idealizzazione della giovinezza come l’età della felicità temporanea e illusoria, presente negli idilli leopardiani e nella narrativa di Pavese. Ed inizierei proprio dai ricordi dell’infanzia e giovanili la disanima particolare dei suoi testi. C’è la titolazione di una lirica, Quando eravamo ragazzi - che non a caso dà il titolo alla raccolta - paradigmatica di altre dello stesso genere, che racchiude il bisogno profondo, sentito, quasi una necessità vitale, di riandare indietro nel tempo, di rivivere ad occhi aperti quegli anni e quei sogni: nelle sei quartine della poesia agili immagini e pennellate di espressioni visive ci raccontano di una capanna di lamiera sopra un fosso, il centro d’incontro dei ragazzi della contrada, centro di giochi infiniti e un drappo sventolava sopra di essa, come una bandiera di riconoscimento. Tutto era bello, dice il poeta: fare a botte per un amico, rincorrere il treno a vapore, cantare nel silenzio della notte, cacciare con le fionde, divertirsi con poco. Ora di quei ragazzi qualcuno non risponde all’appello, se li è portati via la morte; ma ecco la speranza: «…in alto sulla capanna / c’era un pezzo di latta con su stampato un cuore: / il cuore dei ragazzi della mia Romagna / che dopo morti sembra che vivano ancora».

 Un’altra rievocazione gioiosa dei giochi d’infanzia la incontriamo in Speranza: il poeta ricorda un gran correre spingendo una giostrina e sempre si correva per guadagnarsi un bel giocattolo, l’oggetto preferito di quell’età. E nell’ultima strofa una semplice riflessione ci svela la sua visione ottimistica della vita: «…Tutto quel correre, da grandi dura ancora / perché nella vita manca sempre qualche cosa: / quel giro che da ragazzi facevamo allora / dura sempre, ed è sempre bello!».

Nelle sei quartine de La statuina le memorie del poeta assumono toni pascoliani, legati alla poetica delle piccole cose, del ‘fanciullino’ e degli affetti domestici: ne è occasione il ritrovamento in soffitta, dentro una vecchia scatola, di una statuina rotta del presepe. Ciò lo riporta ai Natali trascorsi, alle battaglie con le palle di neve, ai primi biglietti d’amore nascosti nelle pagine di un libro, alle calze appese al camino per l’Epifania, alla mamma che gli rimboccava le coperte… Una ricostruzione delle atmosfere natalizie piena di pathos e di emozioni, per successivamente ricostruire in tre versi le gioie della vita: «... e poi ecco la pagina più bella: / la mia donna e poi le carezze della mia bambina / e l’interminabile rosario della nonna».

La cascata dei ricordi di Domenico Minardi è inesauribile: ora è la volta della Vecchia Pocca, «una località della campagna di Castel Bolognese, con un bel bosco, una radura per i balli e una fresca fontana di acqua sulfurea» dice la nota a piè di pagina. Era una meta frequentata dai ragazzi del borgo, sempre «in bolletta» sì, ma a vent’anni avevano quello che era necessario per essere felici: la voglia di cantare, le ragazze, l’amore. Ora è rimasta solo la fontana, e la consapevolezza, con «il groppo in gola», che quell’età e quel mondo non potranno più tornare.

Quando eravamo ragazzi, intesa come scrittura del ritorno alla giovinezza, è il binario sul quale si muove il convoglio di Domenico Minardi anche quando l’accento si sposta maggiormente sul tema del legame con la terra natale: esaminando alcune liriche di questo genere risulterà subito evidente il vincolo con le radici. La voce del gallo risuona nella campagna e diviene occasione per rievocare le origini mai dimenticate: «… Oh, bel gallo della cavéja canterina / fammi contento, fammi tornare fanciullo / fa che baci la terra di Romagna, / che riveda il campanile della mia Castello!». Campagna, nell’ottava d’esordio, è lirica realistica ed efficace, con le sue immagini rudi ed evocative, per stendere un elogio alla civiltà contadina, poiché è lì, in mezzo a quel mondo, che si trova l’armonia e la felicità degli affetti: «Una bicocca fatta da cent’anni, / una porta sgangherata, due finestrelle, / un nastro rosso per tener lontano il maligno, / un pozzo nell’aia, un abbeveratoio, un acquitrino, / una pagliaia con due buchi in mezzo, / un aratro vecchio, una botte già sfasciata, / colombi che si levano con degli svolazzi, / una scrofa nel fango là sdraiata...». E dopo tale elencazione sparpagliata di oggetti alla rinfusa, nell’altra ottava che chiude il canto, il poeta afferma con candore: «... basta una carezza fatta di sera / per essere contenti e vivere in fortuna!».

Le liriche Ritorno e Ritorno in Romagna coniugano il verbo forse più caro all’autore: rivisitare i luoghi natii, le favole in cui allora si credeva, riavvicinarsi al calore dell’antico casolare, risentire il profumo della campagna, ascoltare il cuore della Romagna. E sentirsi in amicizia con le piccole creature della natura, il grillo, la lucertola, la cicala, la cavalletta: un mondo pre-industriale, pre-tecnologico e pre-virtuale, amato così intensamente da essere rimasto attaccato profondamente all’essere, alla materia e allo spirito di questo suo figlio.

E ancora, infine, ritornare Fuori nella notte a contemplare «... il colore del sangue della tua Romagna, / della terra che ti aspetta per accoglierti, / della terra che ti vide correr bambino». Qui il poeta vive un rapporto madre-figlio con la sua terra, che potrebbe provenire quasi da un substrato onirico, se non addirittura psicanalitico, o, più semplicemente, riesce ad essere se stesso solo in tale dimensione.

L’amore che ha sempre sorretto la vita di Domenico Minardi si è concretizzato, oltre che nel rapporto coniugale, anche con la nascita della figlia Lucia e con la venuta della nipote Daniela, presenze importanti che lo hanno ispirato poeticamente: ne abbiamo qui testimonianza nelle liriche A mia figlia e A Daniela. Emerge dai versi un grande senso di tenerezza e protezione nei loro confronti ed anche la sincera ammissione di un errore, cioè di averle avvolte troppo nel mondo delle favole per tenerle al riparo dai mali del mondo: l’affetto col quale è stato ricambiato è segno invece di un modello educativo vincente.

Enzo Concardi

 

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L’AUTORE

Domenico Minardi (Castel Bolognese, 30 marzo 1923 - ivi, 13 marzo 2002) si è laureato in Medicina e Chirurgia veterinaria all’Università di Bologna. Ha esercitato la professione veterinaria prima a Casola Valsenio e poi a Castel Bolognese fino agli anni ‘90. Dagli anni ‘60 in poi ha anche insegnato nelle scuole medie statali matematica e scienze. Membro della rivista “La Piè”, si è sempre dilettato a comporre poesie dialettali tanto da essere invitato a declamarle in numerosi convegni e trasmissioni radiofoniche dedicate. Alcune poesie sono state anche pubblicate in antologie della letteratura italiana.

 

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Domenico Minardi, Quand ’ca sémia burdèl (Quando eravamo ragazzi), prefazione di Enzo Concardi, postfazione di Pier Guido Raggini, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-11-0, mianoposta@gmail.com.

 

 

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ANALISI RAGIONATA DEI SAGGI CRITICI RIGUARDO SERGIO CAMELLINI A cura di Enzo Concardi

30 Novembre 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #saggi, #poesia

 

 

 

 

Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Sergio Camellini

 a cura di Enzo Concardi

 Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

Sergio Camellini, nativo di Sassuolo (Mo), vive a Modena ed esercita la professione di psicologo clinico, attività che gli è stata d’aiuto anche nella poesia, in quanto l’ha predisposto ad ascoltare la voce degli altri. È studioso dell’arte povera della civiltà contadina e dei suoi mestieri. Fin dall’infanzia si soffermava a rimirare i lavoratori dei campi e gli artigiani nelle botteghe: calzolai, fabbri, ceramisti, sarti, fornai... mostrando interesse per tutti coloro che si dimostravano dotati di autentica creatività. Conseguenza di questa sua profonda passione per il mondo agreste è stata la fondazione, a Borgo Serrazzone (Mo), sull’Appennino modenese, di una “Casa-Museo d’Arte povera della civiltà contadina e dei mestieri” che consente ai visitatori di compiere un viaggio a ritroso nel tempo, tra i ricordi del passato, avendo la possibilità di vedere quasi 2.500 arnesi e attrezzi di lavoro che documentano la cultura, la vita contadina e artigianale di quei luoghi: fabbri, falegnami, calzolai, sarti, vignaioli, fornai, tessitrici, lavandaie, stiratrici, barbieri, intagliatori, ecc… (…).

Illustrare le finalità del presente saggio significa anche articolare le varie parti di cui si compone, poiché tutto il materiale a disposizione del critico va ordinato, suddiviso, collocato nei contesti tematici pertinenti, non per una mania classificatoria, ma per consentire al lettore un approccio chiaro e logico alla poetica complessiva di Sergio Camellini. Ed allora è conseguente il fatto che ci si muove all’interno delle principali tendenze contemporanee riguardo le metodiche degli aspetti filologici, circa le analisi comparative testuali, tenendo conto degli apporti delle varie scuole di pensiero sull’asse esegetico del classico bipolarismo forma-contenuto. Qui mi preme subito dire che un autore attento a quanto è stato scritto sulla sua opera, si dimostra sensibile all’importante ruolo che la critica letteraria svolge nella storia culturale, poiché percepisce che la comunicazione e la divulgazione dei messaggi insiti nella sua scrittura hanno bisogno di una mediazione tra soggetto creativo e soggetto ricettivo, ovvero il lettore. Non esistendo tuttavia un metafisico ruminante di letteratura, ma storici e concreti esploratori del mondo librario, ognuno col suo livello culturale e con le proprie attese interiori, ecco la necessità di ciò che abbiamo chiamato mediazione, ovvero il compito del critico letterario, ruminante particolare, deputato a sviscerare con i suoi strumenti lessico ed argomenti, onde porli a disposizione di tutti.

 

Sergio Camellini, uomo di mondo e quindi consapevole di tutto ciò, ha voluto dare alle stampe questa sorta di opera omnia della critica a suggello di una carriera letteraria che lo ha visto esprimersi soprattutto attraverso la poesia. È da qui che partiamo, col definire ed inquadrare, seppur con la dovuta sintesi, i cardini principali della critica letteraria italiana, con cenni storici e tendenze attuali. Si potrà così acquisire una visione più pertinente delle basi culturali dinamiche dell’analisi critica ed applicarle alle sue opere. Se dunque prendiamo in esame le letture e le interpretazioni, apparse sotto forme diverse - prefazioni, recensioni, articoli, saggi - possiamo notare come esse, nel loro sviluppo, rispondano a quella ormai sempre più diffusa corrente contemporanea definita critica multifattoriale, ovvero lo studio degli svariati e molteplici aspetti dei lavori letterari posti sotto la lente d’ingrandimento delle scuole di pensiero, dall’Ottocento ad oggi, in un’epoca che è già stata definita da taluni post-crociana, cioè dopo colui che viene ritenuto l’ultimo grande maestro in materia. La critica multifattoriale non è per nulla volta verso il relativismo culturale, né si muove nelle aree dei facili sincretismi, tendenti ad appiattire le differenze con le loro manie unificatrici. Al contrario si è resa conto che non è intelligente chiudersi nei recinti ideologici, e che spesso le diverse scuole di pensiero, non sono alternative fra loro, ma piuttosto risultano complementari. (….).

I saggi critici su Sergio Camellini analizzano sia le strutture interne alla poetica, sia lo sviluppo dinamico-temporale, ovvero la visuale diacronica. Oggi il critico si muove sempre di più in una direzione gnoseologica, cercando di non essere semplicemente un recensore che emette solo giudizi estetici, ma uno studioso-specialista che agisce anche con metodi scientifici cognitivi, per giungere a delineare le opere letterarie nella loro completezza e globalità, dalla genesi alle strutture formali; dai messaggi contenuti al mondo interiore e alla personalità dell’autore; dalle valenze stilistiche a quelle storico-sociali; dalle influenze culturali esterne alle originalità intrinseche; dal lavoro sulla parola alle immagini e alle figure retoriche.

Insomma per scoprire quale è la sete, quali sono i sogni, quale è la sostanza antropologica nonché spirituale dell’uomo e dell’artista. E dunque questo lavoro non si configura solo come un insieme di analecta della critica letteraria sull’opera di Sergio Camellini, ma si prefigge lo scopo più ampio di uno studio della sua poetica ed estetica.

Enzo Concardi

 

 

 

Enzo Concardi (a cura di), Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Sergio Camellini, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 100, isbn 979-12-81351-19-6, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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ALCYONE 2000 – QUADERNI DI POESIA E DI STUDI LETTERARI, vol.17

9 Novembre 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #riviste letterarie

 

 

 

 

ALCYONE 2000 – QUADERNI DI POESIA E DI STUDI LETTERARI, vol.17

Guido Miano Editore

 Milano 2023

 

 

 

Alcyone 2000 appare in copertina come una rivista letteraria: infatti il titolo fa riferimento ad una raccolta di liriche di Gabriele D’Annunzio, e viene identificata dalla stessa Casa Editrice Guido Miano di Milano come un insieme di Quaderni di poesia e di studi letterari che si occupano di Percorsi letterari del Duemila. In realtà i contenuti sono molto più vasti, poiché spaziano anche nelle dimensioni del cosiddetto “parallelismo delle arti”, pubblicando figure ed opere di pittori e scultori, come vedremo nell’analizzare il volume 17 edito nell’ottobre 2023. Nella prima parte – Contributi letterari – ci soffermiamo sul saggio di Giuseppe Zagarrio dal titolo Paesaggio di Quasimodo. La riflessione esegetica del critico è tutta centrata sul rapporto tra il poeta e il paesaggio della notte, notte che egli ama e respinge allo stesso tempo: l’esterno si fa interno e quindi si crea un’identificazione tra l’apparire dei contorni paesistici e l’anima del poeta. Quasimodo è la sua notte stessa, ma ha paura del silenzio e delle ombre che però lo attraggono. Con opportune citazioni Zagarrio ci convince che il suo interrogarsi su chi siamo lo colloca tra i più umani dei poeti “allucinati”.

Segue la parte dedicata alle Testimonianze. Qui mi sembra significativo e importante il lungo lavoro di Marco Zelioli che ci narra dell’Incontro con Ignazio Silone: storia vera in sei tempi. Si tratta di un ricordo studentesco, quando si costituì a Seregno nel 1970 il “gruppo di studio su Silone”, con l’intento di approfondire il pensiero e l’opera dello scrittore abruzzese e d’incontrarlo realmente, interessati com’erano - gli studenti - di conoscerlo anche come persona. L’impresa incredibilmente riuscì e la narrazione si sviluppa attorno a questa memoria, con particolari ed emozioni intense. Zelioli è riuscito anche a recuperare gli originali del carteggio che allora intrattennero con l’autore di Fontamara e che il lettore può vedere pubblicati. Nella sezione Pittura e scultura la rivista presenta diversi artisti, tra cui il celebre scultore e orafo Arnaldo Pomodoro: fotografie regalate alla Casa Editrice Miano nel 1975 di alcune sue opere e un commento di Domenico Porzio che, dalle pagine de Il milanese, ricorda la fama mondiale dell’artista che “ha dato alla scultura italiana un indiscutibile primato”, soprattutto con le sue “sfere di bronzo”, spettacolari strutture attrattive dell’attenzione del visitatore nelle sue mostre. Potremmo anche menzionare la pittrice e poetessa Roberta Fava, alla quale Michele Miano dedica un breve articolo: egli si sofferma in particolare sui ritratti femminili pubblicati, nei quali coglie “un calore sensuale che rimane morbido e voluttuoso, magico e rarefatto”. L’artista, nata in riva al Po, conferisce ai suoi quadri una mescolanza intrigante di luci e colori, con un’alternanza equilibrata fra oggettività e soggettività, realtà ed emozioni.

 La rivista ospita diverse sillogi poetiche con le introduzioni della critica letteraria. Tra queste abbiamo scelto quella di Francesco Terrone - centrata soprattutto sul tema dell’amore - con la prefazione di Marcella Mellea. Il poeta canta l’amore duraturo, quel sentimento che non muore e non è consunto nemmeno dallo scorrere del tempo, che colma il vuoto dei momenti di solitudine, che fa sognare e dona senso alla vita, che è delicata carezza sul volto, che è unione di anime nella reciprocità dei gesti… e tutto questo contrasta in modo stridente con un mondo assurdo “di maschere e burattini” (da Dell’Amore e del Tempo). Ed anche la silloge di Gabriella Veschi Il mare della sera – prefazione di Floriano Romboli – ha attirato la nostra attenzione per l’amore verso la natura che emerge dai testi. Sostantivi e verbi sapientemente accoppiati creano immagini suggestive: il vento soffia e urla; la pioggia scroscia nel suo turbinio; il sole inonda il mare della sera; l’alba è rosata di luce; cieli azzurri salutano il giorno; fiori di lavanda evocano mondi immaginari; oceani iridati di rosa sono oasi per lo spirito … anche se la conclusione è contrastante: “…Tutto mi manca, / rinchiusa nella / mia stanza dorata / senza uscita”.

Vi segnalo infine l’interessante rubrica Itinerari di letteratura comparata, nella quale alcuni nostri autori vengono accostati per talune affinità formali e contenutistiche ad autori stranieri ed italiani noti, come Alda Merini, Walt Whitman, Salvatore Quasimodo, Antonia Pozzi, Emily Dickinson, Luis Cernuda, Giacomo Leopardi, Eugenio Montale … maestri di poesia a cui attingere lezioni di stile e di immagini.

Enzo Concardi

 

 

Alcyone 2000 – Quaderni di Poesia e di Studi Letterari, n°17; Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 108, isbn 979-12-81351-16-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Angelo Fortuna, "Di là dall'orizzonte: utopiche trasparenze"

7 Novembre 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Angelo Fortuna, Di là dall’orizzonte: utopiche trasparenze”

G. Miano Editore, Milano 2023. 

 

Ci avviciniamo a questo lavoro poetico di Angelo Fortuna per successivi approfondimenti, fino al dettaglio di talune tra le composizioni più significative. Come rilevato anche da Marcella Mellea nella prefazione, il titolo suggerisce già di per sé una traccia culturale e tematica entro la quale si svolge la scrittura del poeta: oltre l’orizzonte non significa altro che, a livello filosofico, il procedere all’interno delle dimensioni metafisiche e ontologiche, superando il materialismo per cercare di scrutare il senso della vita e il destino umano in una visione che accoglie le categorie dell’eterno e dell’infinito. Chi ha mirabilmente colto tale disposizione dello spirito è stato Giacomo Leopardi che, ne L’infinito - per lui concetto filosofico e non religioso - crea il simbolo della “siepe”, «... che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude». È propriamente il limite che il nostro autore vuole superare. Ma, mentre il poeta recanatese va oltre attraverso il pensiero («Ma sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo…»), Fortuna va al di là esplicitamente e concretamente mediante la visione spirituale e teologica del Cristianesimo.

Più difficile è l’interpretazione delle utopiche trasparenze, anche se propendo per un’esegesi che considera l’utopia un fattore positivo per il progresso dell’umanità e non un sognare senza conseguenze sulla realtà. Positivo in quanto propone delle mete che nel contingente sembrano irrealizzabili, ma che nei tempi lunghi della storia sono divenute conquiste importanti. Tutta questa impostazione a monte della poetica, mi sembra confermata dalla Introduzione che l’autore stesso ha sentito il bisogno di scrivere per affermare il lampo divino insito nella poesia e nel poeta, portando a dimostrazione di ciò diverse citazioni di poeti anche non credenti: “Poesia come atto divino e bagliore del trascendente” è appunto il titolo assegnato alla introduzione medesima. Ed inizia con la citazione di Egar Allan Poe che definisce la poesia «un atto divino», passando poi da Arthur Rimbaud, per il quale «solo l’amore divino conferisce le chiavi della conoscenza» e crea la figura del poeta veggente. Vladimir Majakovskij considera la poesia un viaggio nell’ignoto, mentre Jorges Luis Borges vi riconosce una componente di mistero. Alda Merini trova nel silenzio della notte, tempo d’ispirazione dei poeti, una valenza colloquiale con l’alterità e Pablo Neruda eleva la poesia a simbolo della atemporalità dell’eterno. Alfred de Vigny parla di un’insanabile frattura fra poeta e società, in quanto «il mondo è sordo alla sensibilità dei poeti, perché la poesia è fondata sulla verità, mentre la società, materialista e sorda ai sentimenti, è fondata sulla menzogna». Ed ovviamente anche Fortuna si pone in tale rispettabile compagnia affermando che «… la poesia è sempre una forma di preghiera, di volontà di frequentare gli orizzonti del trascendente».

Coerentemente con tali convinzioni egli mette al servizio della verità religiosa l’arte della parola. Emblematiche e paradigmatiche di ciò sono le liriche Pasqua di Resurrezione e Natale, ieri, oggi, domani, composizioni nelle quali celebra in modo apologetico - tanto da ricordare gli Inni Sacri frutto della conversione del giovane Alessandro Manzoni - alcuni dogmi della fede cristiana. Chiari e fidenti sono i versi che concludono la prima lirica: «…Mentre Gesù e Maria, fianco a fianco, / sui verdi sentieri della salvezza / spalancano orizzonti d’infinito, / la folla si disperde per le vie / ruminando in cuor la buona novella / dei cieli in eterno spalancati. // Lassù fra i silenzi fragorosi / nel cuore della divina Trinità». E così una sestina della seconda lirica ribadisce: «…Ancora oggi il bue e l’asinello / assistono Maria col Bambino / e con Giuseppe padre putativo / nella grotta che odora santità. / Ieri, oggi e sempre Gesù Cristo / unica via veritas et vita…». Il poeta è poi ispirato dai paesaggi della terra siciliana, dove affondano le sue radici: coglie i mutamenti stagionali fra spiagge assolate e soffi di tramontana; il gelo che talvolta visita anche l’isola del sole; le precoci fioriture dei mandorli fra Avola e Noto; le suggestioni dell’isola di Capo Passero che richiamano l’infinito. E poi ancora riflessioni sull’unicità e irripetibilità dell’essere umano, sul valore del pensiero, sulla tragedia della guerra in Ucraina, sulla necessità per l’umanità di cambiare rotta per tornare sulle tracce del vero e costruire una nuova civiltà.

Enzo Concardi

 

 

 

Angelo Fortuna, Di là dall’orizzonte: utopiche trasparenze, prefazione di Marcella Mellea, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 110, isbn 979-12-81351-15-8, mianoposta@gmail.com.

 

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ALCYONE 2000 QUADERNI DI POESIA E DI STUDI LETTERARI

17 Ottobre 2023 , Scritto da Giuseppe Zagarrio Marco Zelioli Enzo Concardi Domenico Porzio Con tag #giuseppe zagarrio, #marco zelioli, #enzo concardi, #domenico porzio, #recensioni, #poesia, #riviste letterarie

 


 

 

È uscito il n.17 di: ALCYONE 2000  QUADERNI DI POESIA E DI STUDI LETTERARI

 

 

Pubblicato il n.17 di “Alcyone 2000. Quaderni di poesia e di studi letterari”; Guido Miano Editore, Milano 2023. In questo volume articoli su Salvatore Quasimodo, Ignazio Silone, Alessandro Miano, Corrado ‘Iano’ Campisi, Annunziata Bevilacqua, ecc…. Opere d’arte di Giovanni Conservo, Arnaldo Pomodoro, Luciano Blotto, Don Marco Morelli, Roberta Fava.

 

«La notte, se guardiamo le stelle, sentiamo un brivido lungo di angoscia e ci sorprende l’inquietitudine di cose ignote o dimentica­te da tempo. Allora il timore di sperdersi nello spazio diventa il suo opposto: desiderio di sperdersi; e ad un punto si incontrano vita e morte di noi e di quello che è in noi e fuori di noi anche. Chi ama questa sensazione immediata di opposti ama la not­te ove lo strazio è anche dolcezza e l’incanto è affanno; e sospira in sillabe remote la poesia della vita e della morte che ognuno ha in noi nascosta e profonda. Canta allora il poeta in questo modo: «… Dammi vita nascosta / e se non sai me pure occulta, / notte aereo mare...» (Vita nascosta). «Saccheggiatrice d’inerzie e dolori / notte; difesa ai silenzi, / l’età rigermina / delle oblique tristezze...» (Inizio di pubertà). «…ciò che parve nostro ieri, / e ora è sepolto nella notte...» (Sillabe a Erato). «…mobile d’astri e di quiete / ci getta notte nel veloce inganno: /  pietre che l’acqua spolpa ad ogni foce...»   (Mobile d’astri e di quiete).

Quasimodo è poeta che ama a questo modo la notte: per quella sensazione, che da essa viene, di pienezza nell’annullamento e di delirio nell’angoscia. Ed è perciò che la notte si fa momento del­la sua vita spirituale e lirica, momento della sua poesia, forma del suo contenuto e stile dell’anima. In questo senso il paesaggio vero e proprio, cioè l’esterno del poeta si fa paesaggio interiore e anche viceversa…»

Giuseppe Zagarrio

 

  

*      *       *

 

«…Il nostro colloquio con Silone durò quasi tre ore: molto, molto più del previsto. Arrivò l’ora del the, che egli ci offrì; ci portarono anche dei biscottini. E alla fine di tutto quel tempo ci congedò dicendoci, più o meno: “Grazie perché avete voluto passare il pomeriggio della domenica con un vecchietto invece che andare a divertirvi o a ballare”.

Noi eravamo al settimo cielo per aver avuto un incontro indimenticabile – anche se avevamo dimenticato di portare un registratore, che ci avrebbe aiutato a scrivere per bene e in modo genuino il resoconto di quel pomeriggio così speciale. A dire il vero, non ci eravamo dimenticati di portare il registratore: non ci avevamo nemmeno lontanamente pensato! Veramente sprovveduti…

Nei giorni seguenti Marina ed io cercammo di raccogliere gli appunti della conversazione per formulare una specie di traccia come ‘base di lavoro’ per il gruppo di studio. Ne venne fuori un documentino piccolo piccolo, che spedimmo allo scrittore. Non era un gran che. Silone ce lo rimandò, corretto di suo pugno! Così era almeno degno di essere usato. Io stesso ribattei a macchina il documento da lui emendato, con altre nostre piccole aggiunte ispirateci dagli appunti di quel colloquio. Scrissi con la portatile di mio papà, cimelio di famiglia: una Olivetti MP1, la ‘nonna’ della Lettera 32. Glielo rispedimmo; Silone non rispose, segno, tutti credemmo, di approvazione…»

Marco Zelioli

 

*      *       *

«…Il Canzoniere dell’Anima di Alessandro Miano è l’opera, postuma del 2011, che raccoglie parte delle sue poesie – vi sono ancora tanti manoscritti inediti – da cui si evince l’esattezza di quella definizione conferitagli dalla critica di “Poeta dell’Assoluto”. Nonostante sia stata suddivisa in sette sezioni (Chi ha voce, Frate Francesco e altre poesie, Come una vela, Terra del sud, Minime trame, Per musica, Appendice - altre poesie), i testi costituiscono un unico corpo lirico, dove la cronologia non è evidenziata perché non ha alcun significato, in quanto il poeta è rimasto nel tempo sempre fedele a se stesso, in quella tensione ideale e spirituale che ha avuto la sua genesi nella giovinezza, mantenendosi tale fino al termine dei giorni terreni. Nella sua ispirazione è l’interiorità al centro di ogni creazione, ricca e vulcanica, patrimonio geloso custodito con discrezione, sensibilità, quasi con nascondimento, tanto era in lui alto il senso del rispetto dell’altro…».

Enzo Concardi

 

*      *       *

«Dopo quella di Moore a Firenze, la mostra di Arnaldo Pomodoro, alla milanese Rotonda della Besana, è la più importante rassegna di scultura contemporanea presentata in Italia. Sono queste le mostre che vorremmo vedere: escono da ogni compromesso di “routine” offrendo alla città una eco internazionale perché è certo che saranno molti e qualificati i visitatori che verranno da tutta l’Europa, e credo da oltre Atlantico, ad ascoltare il rigoroso “discorso” di Arnaldo Pomodoro e a vagliare i risultati plastici ed estetici conseguiti dall’artista, ormai famoso in più di un continente, il quale ha dato alla scultura italiana un indiscutibile primato…».

Domenico Porzio

 

Alcyone 2000 – Quaderni di Poesia e di Studi Letterari, n°17; Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 108, isbn 979-12-81351-16-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Cecilia Natale, "Radici e orizzonti"

26 Luglio 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

 

Radici e orizzonti

Cecilia Natale

 Guido Miano Editore, Milano 2023.

 

S’avverte nella poetica di Cecilia Natale una profonda esigenza di rivisitazione delle proprie radici lucane dopo la ‘migrazione’ sulle coste pugliesi; una viva appartenenza all’identità femminile; il bisogno di ricercare sentimenti umani autentici in una società liquida, spersonalizzata e spersonalizzante; lo slancio ideale verso i territori dell’essere, i percorsi spirituali, l’incontro con il divino identificato nella Verità. È la stessa autrice, poetessa e pittrice, ad aprire il ventaglio delle sue tematiche prevalenti suddividendo questa sua ultima fatica letteraria, dal titolo Radici e orizzonti, in quattro parti: Il tempo delle donne; Paesaggi e stagioni; Ideali e sentimenti; I sentieri dell’anima. Attraverso una metrica ragionata e pacata, composizioni spesso monostrofiche e versi brevi, sintesi concettuali, verbi dinamici, aggettivazione sobria ma efficace, scansioni e ritmi appropriati, ella sviluppa un percorso memoriale, esistenziale, interiore e in parte storico-sociale, nel quale l’approdo finale diviene sempre l’abbraccio coi valori trascendenti e dunque religiosi.

Più che un affronto delle problematiche relative alla condizione femminile, nella prima parte Cecilia Natale ha voluto omaggiare le personalità, la testimonianza e l’opera di alcune donne reali - più o meno note - che hanno lasciato il segno nel loro passaggio temporale in questa nostra parabola terrestre: in tal modo emerge comunque chiaramente, per le scelte effettuate, la sua visione sulla questione donna. Tra le liriche dedicate segnaliamo in prima istanza quella scritta per omaggiare la madre, definita anche nel titolo una Ruvida quercia, ma sempre pronta all’altruismo anche nella stanchezza degli ultimi anni. Toccanti le parole attribuite a Elisa Springer, scrittrice ebrea sopravvissuta alla Shoah: «...ho urlato / ai rami giganti / della foresta di Auschwitz / il diritto negato, / sfidando la notte dei cristalli / sotto cieli di piombo...» nella poesia A-24020 (Sognando la libertà), dove la sigla alfanumerica indica la sua matricola nel campo di concentramento nazista. Un’altra donna significativa esce dai Vangeli e si chiama Maria di Magdala, divenuta seguace del Cristo, che le cambiò la vita conducendola sulle strade del vero Amore. In epoca contemporanea l’autrice è affascinata dal lavoro della giornalista Tiziana Ferrario, che racconta la vita di popoli lontani e di guerre contro i poveri (Il vento di Kabul). Così anche colei che viene chiamata nel testo Rosa d’Inghilterra, ovvero Diana Spencer, è ricordata per la sua scelta di vita: «Dallo scrigno d’oro / della tua solitudine / approdasti / alle deserte spiagge / di chi soffre...». Seguono poi nomi di donne della vita quotidiana non meglio identificate: Maria, Emma, Marta, Anna, Giovanna, Luisa… non celebri, ma importanti nel mondo affettivo della poetessa. E Come una pergamena è la lirica dedicata a se stessa, dove prevale la sua voglia di ricominciare dopo ogni errore riconosciuto.

La seconda parte ci consegna frutti della memoria alla ricerca di taluni luoghi del borgo di Forenza, dove ebbe i natali, e impressioni sul successivo ‘habitat’ geografico e storico, ovvero la cittadina adriatica Mola di Bari. Oltre alle rimembranze qui fanno testo i tratti paesistici, le atmosfere ambientali, le immagini e i colori di un nucleo antropico e naturale d’impronta marina, le ripercussioni nel suo animo di tutto ciò. La Lucania, “l’antica terra dei briganti” è definita Terra di luci ed ombre per via dei suoi contrasti: vi sono eterne querce, candide greggi, verdeggianti boschi, chiome di fulve pannocchie. Il suo borgo, Forenza, parla attraverso il fumo acre della legna, le «spigolose pietre millenarie / indurite da secoli di storia» (I vicoli del mio paese), le feste degli emigrati tra il profumo delle ginestre e le primule fiorite. Il ricordo si sofferma anche sulla stazione di Forenza, dove il fischio del treno si perde tra mandorli e ginepri, mentre il mite vento di ponente - lo zefiro - fa volare i suoi pensieri. Scenari diversi in terra di Puglia: ora reti, pescatori, barche, bitte, il faro, pietre angioine, bianchi gabbiani… popolano le sue giornate (Sui fondali di questo porto, Paese di mare).

Con la terza parte avviene il passaggio ad una scrittura più soggettiva, interiore, specchio d’idee e d’anima, riflessiva, non mancando tuttavia sguardi sul mondo e la società proprio alla luce delle personali convinzioni. Si tratta di brani poetici tasselli di un mosaico variegato, tuttavia uniti da un forte élan vital bergsoniano, tendente a valorizzare l’amore per la vita prima ancora del suo significato.

Con immagini talora oniriche la poetessa ci invita ad entrare nelle dimensioni del silenzio, dove arte e pensiero hanno dimora; dove gli ideali, cavalieri celesti, combattono furiose battaglie. Compiange i sogni perduti di quelle generazioni che hanno perse se stesse inseguendo chimere, dimenticando il Coraggio di essere, sepolto sotto le cappe di piombo delle proprie catene interiori, e quella Leggerezza dell’essere necessaria come la manna nel deserto. In lei il filosofico élan vital si trasforma, in ultima analisi, in quella forza dell’Amore con il sigillo della Trascendenza che ci fa rinascere se a nostra volta amiamo. La finestra sul mondo s’apre verso Il bagaglio dell’emigrante, perennemente legato alle memorie dell’infanzia (risvolto autobiografico); al dramma dei migranti, profughi strappati dalla propria terra per finire in balìa delle onde; alla sofferenza delle vittime della pandemia che hanno lasciato questo mondo spesso senza «una voce / una presenza» (Marzo 2020).

 A conclusione della silloge Cecilia Natale s’abbandona al canto religioso, nel quale l’Anima e Dio divengono i protagonisti indiscussi; i valori essenziali sono scritti con l’iniziale maiuscola: il Bene, l’Eternità, la Fede, l’Amore, la Luce, il Credo, la Sapienza, la Speranza, la Felicità, il Signore, la Verità… Un lessico spirituale cristiano dove la preghiera è la comunicazione tra l’uomo e Dio; dove la Parola antica si rinnova continuamente; dove la nostra beatitudine si trova solo nell’incontro col divino… L’epilogo è scolpito in Come corde di un’arpa (ultima lirica del libro): «Viandante / con le spalle curve / nella tua Casa / depongo il mio fardello /…/ Fammi restare, Signore / in questa tenda /…/ ricuci Tu i lembi strappati / nella ricerca della Verità!».

Enzo Concardi

 

Cecilia Natale, Radici e orizzonti, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 86, isbn 979-12-81351-03-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

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L’AUTORE

 

Cecilia Natale, nata a Forenza (pz) e residente a Mola di Bari (ba), è laureata in Materie Letterarie. Poetessa e pittrice, ha pubblicato le raccolte di poesie: Infinito presente (1995), Le nuvole sfiorano le vette (2004), Risonanze (audiolibro, 2009). È inoltre autrice del libro: Chiesa Sacro Cuore. Il tempio e la sua storia (2013), raccolta di foto, documenti e testimonianze riguardanti l’iter della realizzazione della Chiesa Sacro Cuore di Mola di Bari. L’attività poetica di Cecilia Natale è trattata nel terzo volume dell’opera Storia della Letteratura Italiana. Il secondo Novecento, G. Miano Editore, 2004.

 

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