Yorick
Quando talor frattanto,
forse, sebben così;
giammai piuttosto alquanto
come perché bensì;
Ecco repente altronde,
quasi eziandio perciò,
anzi, altresì laonde
purtroppo invan però!
Ma se per fin mediante,
quantunque attesoché,
ahi! sempre, nonostante,
conciossiacosaché!
Nel ritratto di Corcos, Pietro Francesco Leopoldo Coccoluto Ferrigni (1836 – 1895), in arte Yorick figlio di Yorick, (con un doppio omaggio prima a Shakespeare e poi a Sterne), ci appare come un uomo massiccio, infagottato in un cappottone, con i baffi folti.
Nato a Livorno, fu un enfant prodige, dalla memoria strepitosa, che a tre anni sapeva leggere e a nemmeno sedici si era già iscritto all’università grazie ad una dispensa granducale. Vicino alle idee liberali di Ricasoli, partecipò alla seconda guerra d’indipendenza e fu poi segretario particolare di Garibaldi, rimanendo ferito a Milazzo.
Scrittore ironico di nonsense, le sue rime più famose furono “Parole per musica” del 1881, che mettevano in ridicolo le melensaggini dei libretti d’opera.
Giornalista di razza, fondatore de Il Fanfulla, ogni giorno su la Nazione pubblicava un articolo, abbastanza ponderoso, denominato “Cronache dai Bagni”, dove raccontava, a chi non poteva godere dei piaceri della Livorno balneare, la vita che si svolgeva negli stabilimenti sul nostro litorale. I suoi pezzi avevano grande riscontro e successo di pubblico e furono anche tradotti in inglese dal Morning Post.
Yorick descriveva una città che d’estate cambiava fisionomia e si riempiva di una folla chiassosa. Ormai non c’erano più le stanzette dei bagni Baretti. Ora i Pancaldi, i Palmieri, Lo Scoglio della Regina e gli altri stabilimenti avevano ampi spazi aperti, dove i frequentatori passeggiavano e s’immergevano nelle acque limpide senza più privacy.
I lettori si divertivano con i pettegolezzi, con le disavventure dei malcapitati fiorentini che “si facevano spennare nei ristoranti”, con gli inglesi che sguazzavano e si tuffavano, con i francesi che muovevano le braccia all’impazzata senza avanzare di un passo nell’acqua. Immaginavano le grazie delle donne che si bagnavano indossando tuniche ampie e mutandoni alla caviglia, mostrando comunque sempre più pelle che non con gli abituali corsetti e crinoline, accendendo la fantasia maschile o rivelando qualche difettuccio di troppo. Le mamme ostentavano le figlie, auspicando di maritarle, e i giovanotti in bolletta speravano in una dote. La talassoterapia era ambita come cura, mentre il sole era bandito ed evitato a ogni costo.
“I nostri ospiti riveriti vengono qui per bagnarsi”, dice Yorick, “per ballare, per passeggiare e per discorrere … tutte occupazioni da sfaccendati”.
Andrea Biscaro, "Sangue d'ansonaco"
Sangue d’ansonaco
Andrea Biscaro
Edizioni Effegi, 2015
pp 127
12, 00
Rispetto a Il vicino, Sangue d’ansonaco, il nuovo thriller di Andrea Biscaro, manca delle atmosfere progressivamente agghiaccianti, dell’incalzare dell’orrore, della paura che ti stringe alla gola e, nello steso tempo, non ti fa staccare dalla storia, che ci avevano colpito nel precedente romanzo. Qui sembra che l’autore sia indeciso sul taglio da dare alla storia: avventura? Giallo paranormale? Spot pubblicitario per una bellissima isola dell’arcipelago toscano e per la sua produzione vinicola?
Abbiamo uno scrittore di nome Antonio Brando, già protagonista d’un precedente romanzo di Biscaro, che, come accade in molte fiction, film e quant’altro, eredita una casa all’Isola del Giglio da un parente sconosciuto. Qui s’imbatte in una cantina misteriosa, in un vino prodigioso, in avventure terrificanti quanto improbabili. Il finale rimane aperto e non lo sveliamo, ma le interpretazioni possono essere molteplici.
Quello che preme far notare, è che la parte migliore del libro non è la strana vicenda in cui incappa il protagonista, ma l’ambientazione. Ritroviamo tutto il rigoglio dell’isola a primavera, fra rose canine e ginestre in fiore, la Torre a guardia della mezzaluna di sabbia rosata, i tramonti quieti ed infuocati del Campese.
“l’arco della baia è molto ampio. Una calda luce arancione fa brillare la grana grossa di granito. Mi chino, afferro una manciata di sabbia e mi soffermo ad osservarne il colore e la brillantezza. Minuscoli quarzi scintillano elettrici in mezzo al granito.” (pag 29)
I primi capitoli scorrono con dolcezza e viene voglia di andare avanti, viene voglia che, su quell’isola, il protagonista non incontri la bizzarra memoria di uno zio pericoloso ma, piuttosto, l’amore e una nuova vita.
All’isola e alla trama è legato l’ansonaco, o ansonico, un vino liquoroso, ad alta gradazione alcolica, prodotto in loco. Forse tutto il romanzo è solo una metafora degli effetti dell’alcol, un invito a non cadere in troppe tentazioni nocive, a gustare la vita a piccoli morsi e a piccoli sorsi.
Il protagonista poi, dobbiamo notare, è uno scrittore in crisi (pure questo un cliché della narrativa di genere e non) e anche qui ci chiediamo se i suoi problemi non derivino da qualche colpa, qualche cedimento passato in cui si torna ad indulgere.
“e invece sei fermo da ormai sette anni, se non sbaglio! Ehi, brando, non credi ch la vacanza possa ormai ritenersi conclusa? Che ne dici, ci riusciresti ancora a scrivere un romanzo di successo? O anche solo un romanzo? O anche solo una pagina?” (pag 12)
Come già avveniva ne Il vicino, verità e immaginazione hanno confini labili, sovrapponibili, il sogno si mescola alla realtà e persino alla finzione romanzesca, creando un effetto metanarrativo spiazzante.
Il mio primo e unico furto (fuori casa)
All’epoca eravamo un gruppo di monelli tra i dodici e i quattordici anni. Passavamo il tempo tra giochi infantili – nascondino (da noi chiamata nascondarella), partite di pallone, e altre simil cose – e occupazioni più smaliziate – partite di poker nel garage momentaneamente libero d’uno di noi; chiacchierate indolenti seduti sul muretto della chiesa o tra i tavoli del piccolo bar dei paraggi, a dispetto della non sempre contenuta irritazione del proprietario, che vedeva i suoi tavoli occupati per molte ore a fronte di poche e povere consumazioni; sigarette fumate tra le dunette di un campetto circostante ai limiti del nostro territorio e da noi chiamato “I monticelli”, e altre simil cose. Eravamo un gruppo di monelli ognuno dei quali aveva un che da fuggire in casa propria. Chi altri quattro o cinque tra fratelli e sorelle ingombranti, chiassosi e tendenzialmente prevaricatori, impegnati a costruire e mantenere una gerarchia della quale facevano le spese i minori, magari a petto d’un padre ubriaco se allegro o ingrugnito se sobrio; chi fuggiva invece dubbie reputazioni di madri o sorelle, troppo spigliate o simpatiche, pagando il fio di una colpa non sua e risarcendo qualcuno di noi dell’ospitalità con saltuarie e non del tutto impegnative prestazioni omosessuali; chi fuggiva l’onta di genitori separati: oggi si stenterebbe a crederlo, ma allora un padre non morto o non emigrato o non carcerato che non vivesse in casa era un mistero che rendeva i figli bisognosi di comprensione e sempre a rischio d’esclusione; chi, più semplicemente, fuggiva le botte dirette su di sé o indirette sulla madre d’un padre perennemente sbronzo – fotocopia sputata del Ferribotte dei Soliti ignoti - che sostentava la famiglia e la sua macchina sportiva guardando lavorare moglie e figlio nel lucroso negozio di casalinghi e servizi vari. Io per la verità non ricordo cosa fuggissi o se avessi qualcosa da fuggire: madre e parenti mi volevano bene, mi stimavano, mi ritenevano in rampa di lancio per un profittevole futuro, ero riflessivo, educato, preoccupato; soffrivo un po’, forse, dell’indifferenza arrogante d’un fratello troppo maggiore d’età e già impegnato in attività cui non potevo partecipare: insomma nulla di veramente serio. Eravamo un gruppo di monelli che s’aggirava o sostava su un territorio circoscritto che comprendeva le case d’ognuno di noi, la scuola, la chiesa, il bar, i “Monticelli”: questo era il cerchio spaziale. Il cerchio ideale che costituivamo era altrettanto reale, sebbene duttile e permeabile sia in entrata che in uscita. Eravamo un gruppo di monelli e in mezzo a noi capitava talvolta un ragazzo un po’ più grande, di pochi mesi da alcuni, di un anno o poco più da altri. Un ragazzo di esperienza e di prestigio. Per l’una faceva fede il suo lavoro fisso – barista al bar del mercatino rionale, ben distante dal nostro territorio – per l’altro un fratello in carcere, che se non era proprio il famoso bandito era comunque oggetto di suggestione e soggezione. Eravamo un gruppo di monelli e un ragazzo d’esperienza e prestigio saltuariamente ospite del nostro circolo ognuno con un nome. Mi correrebbe l’obbligo di indicarlo, di chiamare con il loro nome o con un nome fittizio questi personaggi (me compreso). Ma l’una o l’altra cosa mi risultano difficili. Se li indicassi con il loro vero nome, temo, nel caso improbabile vengano a conoscenza di queste righe, che possano urtarsi, possano rivendicare d’aver visto le cose in maniera diversa, o che non gradiscano vedersi imprigionati in una verità parziale, com’è, e come non può essere altrimenti, una verità. Se usassi nomi fittizi e mi consegnassi, come sarebbe giusto, a tutte le prerogative del fare letteratura, mi sembrerebbe quasi di tradirli, di svellere da loro una parte della loro verità. Un residuo, forse, del pensiero magico che contesta l’assoluta convenzionalità di parola e cosa, nome e persona. Del resto, però, chiamarsi Giovanni o Kevin o Goffredo, oppure Concetta, Sharon o Lucrezia, converrete con me, non è la stessa cosa, soprattutto quando si è ancora in tenera età, quando la personalità è ancora una nebulosa di opportunità. Ma in questa constatazione c’è poco di magico: qui entrano in corte la Storia, la Sociologia con gli spregevoli cortigiani dell’autocompiacimento e dell’intellettualismo. Eravamo un gruppo di monelli e un ragazzo ospite e ci chiamavamo, alla rinfusa, Gianni, Paolo, Daniele, Stefano (due occorrenze), Giorgio, Massimo, Giancarlo; nessun Goffredo, nessun Sigismondo, nessun Manfredi e nemmeno un più spendibile Riccardo; per la verità non c’erano nemmeno Carmeli o Concetti o Santini. Il ragazzo ospite aveva una per noi stupefacente disponibilità economica che gli permetteva d’aprire giornalmente il suo pacchetto di Marlboro morbide (soft), che, quasi snobisticamente, ripagavano della minor praticità della confezione rispetto alla Marlboro dure (box) con una leggera maggior lunghezza e un gusto più pieno. Poteva consumare al bar e fare il gesto che alcuni di noi sognavano la notte: infilare la mano in tasca, trarne una manciata di monete e trascegliere tra queste quelle da consegnare al cassiere. Intendiamoci, noi gruppo di monelli, avevamo disponibilità economiche personali superiori a quelle dei Goffredo - che magari avrebbe potuto possedere e giocare con una pista a quattro corsie, due ponti e un giro della morte, ma non avrebbe potuto decidere d’andarsi a prendere un gelato - o dei Concetto, ma dovevamo pur sempre contare mentalmente le 500 lire per il cinema o le 250 da mettere insieme per le MS da 10. E se riuscivamo a mettere insieme ognun per sé le 2500 lire per la piscina – avendo il mare a poche centinaia di metri, ovviamente agognavamo d’andare nella piscina inaugurata di fresco, come una grande novità – non potevamo certo dire, come faceva il ragazzo talvolta ospite, “dai, un biglietto ve lo pago io”. La letteratura non ha solo il sacro e santo, fumoso e controverso compito di dire la verità, ma, assieme ad altri ancora, anche quello di mostrare agli Stefano, ai Goffredo e ai Concetto che il mondo è un prisma cangiante e che se ci si riduce ad una striminzita figurina – foss’anche nudo su un panfilo a largo o in costume da bagno a bordo piscina o in mutande bianche su una spiaggia libera – se ne perde gran parte del gusto. Il ragazzo ospite aveva anche il privilegio di lasciare, purché non glielo richiedessimo esplicitamente, gli ultimi due tiri o addirittura l’intera mezza sigaretta a qualcuno di noi che lui opzionava a caso o secondo sue imperscrutabili elucubrazioni. Caso e elucubrazioni insollecitabili, pena l’evaporare della possibilità. Il ragazzo ospite aveva disponibilità economiche per noi fantasmagoriche perché lavorava, perché a fine mattinata poteva portarsi via le mance e perché rubava. Era specializzato nel furto delle autoradio dalle macchine in sosta. Come poi trasformasse l’aggeggio in monete e banconote, ovvero l’esistenza di ricettatori o committenti, era per noi gruppo di monelli un mistero che rendeva il ragazzo ospite ancora più affascinante e soggiogante. Come invece svolgesse concretamente l’operazione, anziché limitarsi a raccontarcelo, decise, colta una circostanza favorevole, di mostrarcelo. In un’aula a cielo aperto il ragazzo ospite tenne un seminario di ladroneria. In uno spiazzo poco lontano dalla spiaggia, un assistente del professore – l’inconsapevole e malcapitato proprietario – aveva depositato una Cinquecento gialla con la cappotta apribile di cotone plastificato. Il ragazzo ospite ci fece dapprima notare che non aveva gli ammortizzatori abbassati, quindi non poteva appartenere a qualcuno che, informandosi in giro, avrebbe potuto scoprire l’autore (o gli autori?) del misfatto. Poi estrasse dalle tasche i ferri del mestiere, un coltellino e un rampino (che altro non era che un’antenna da autoradio, appunto), che spiegò sotto i nostri occhi. (Ah, che meravigliosa storia è compresa tra il rampino del secentesco Cavalier Marino e quello del ragazzo ospite). Sbirciò dal finestrino, si girò di nuovo verso i suoi pigolanti allievi e disse, con l’aria di chi la sa lunga, “c’è l’impianto, ma lo stereo non c’è”. Pensammo (o forse sperammo) che fosse suonata la campanella e che la lezione sarebbe stata rimandata ad altra data o a mai più; invece, dopo aver studiato le nostre estatiche espressioni, dopo aver di nuovo maliziosamente sorriso, “sti coglioni tante volte lo mettono sotto il sedile” aggiunse. D’un sol colpo di coltellino disegnò uno squarcio a forma di 7 sulla cappotta, infilò il rampino, sollevò il pomello di chiusura dello sportello, controllò sotto entrambi i sedili, scassinò, per sicurezza, e già che c’era, il vanetto portaoggetti, il tutto in non più di cinque o sei secondi, ma lo stereo non c’era per davvero. Evidentemente il coglione, sordo alle derisioni dei cabarettisti, se l’era portato dietro e ora passeggiava per mano alla fidanzata tenendo nell’altra il suo stereo in sicurezza. E noi gruppo di monelli fummo sollevati dall’idea che in fondo, mancando il bottino, non avevamo partecipato ad un furto, eravamo ancora vergini, per così dire. Il ragazzo ospite non se la prese più di tanto: uno squarcio in più o in meno non avrebbe influito più di tanto sulla sua esecranda carriera.
Cionondimeno quella lezione ebbe i suoi frutti. In una bella sera d’estate, ridotto momentaneamente il gruppo di monelli a una coppia, passeggiavamo per una delle nostre strade senza marciapiede e superavamo macchine in sosta alla nostra destra. Notai, notò, notammo una Seicento nera (se mal non ricordo) con il finestrino completamente aperto: non ci sarebbe stato bisogno né di coltellino né di rampino. Proseguimmo per un po’ senza parlarne, solo guardandoci, poi feci, fece, facemmo un’inversione a U e ripassammo di fianco alle lamiere tentatrici. Non c’era nessuno stereo, ma c’era in bella evidenza sul cruscotto un pacchetto di sigarette Astor morbide, involucro marrone, cammeo all’inglese proprio al centro, che aveva tutta l’aria di essere pressoché intonso. Al terzo passeggio presi, prese, prendemmo la decisione: il mio buon amico, poco più grande, più risoluto e, diciamolo francamente, più bello di me, protese il braccio nell’abitacolo e senza nemmeno aprire lo sportello, arpionò l’agognato pacchetto di sigarette. Cominciammo a correre a perdifiato, svoltammo subito a destra su una stradina laterale meno illuminata e più stretta e non ci fermammo fino a quando gli immaginati giustizieri con bastoni e forconi avrebbero esaurito l’ultima stilla d’energia. Io e il mio buon amico ci eravamo sverginati, per così dire. Come si evince dal titolo di questo pezzo letterario e, per chi fosse interessato, dal mio casellario giudiziale, io interruppi lì la mia carriera: troppa paura, troppa preoccupazione di far soffrire la mamma, di deludere i parenti. Il mio buon amico invece perseverò con conseguenze, che il fallace e lungimirante, a volta a volta lungimirante e fallace, senso comune, considererebbe disastrose. Il mio buon amico agì secondo il fallace e lungimirante detto “chi non risica non rosica”, io secondo l’altrettanto fallace e lungimirante “male non fare paura non avere”.
Otello Chelli, "Rizio"
Rizio
Otello Chelli
MdS Editore, 2015
pp 164
12,00
Rizio appartiene alla “stirpe dei Morgiano”, è giovane, avvenente, povero. Rizio è un comunista duro e puro, dall’animo nobile, solidale, quasi evangelico. Vive nella baraccopoli, sorta sui prati della fortezza Nuova a seguito dei bombardamenti che hanno devastato Livorno. Benvoluto dai vertici del partito, sta facendo carriera come politico, mantenendo indipendenza di giudizio e coscienza personale. S’imbatte in Valeria Righi, esponente di spicco della Democrazia Cristiana. Valeria è più grande di Rizio, è fervente cattolica, anticomunista, sposata con prole. Ma è bella, dolce, innocente, pura quanto il giovane labronico. S’innamorano e la vita li travolge.
Rizio, di Otello Chelli, è un vero e proprio romanzo storico, ambientato nel dopoguerra, con vicende reali e personaggi famosi, come Enrico Berlinguer e Ilio Barontini, mescolati ad altri di fantasia.
La parte migliore del testo non è la trama, non è l’afflato politico, non è nemmeno il grande amore descritto con enfasi e linguaggio d’altri tempi. Il momento in cui Chelli raggiunge il suo apice è, come sempre, nella descrizione accorata del suo quartiere, La Venezia, di cui già avemmo a parlare leggendo il suo Gente della Venezia.
La Venezia rappresenta, per Chelli, quello che, per un uomo anziano ma ancora innamorato, è la sposa invecchiata. Solo lui, nel chiuso della memoria, sa vederla com’era, giovanetta in fiore, senza rughe né crepe. Quella che racconta con toni accorati, è la Venezia di prima dei bombardamenti, il luogo magico dove è cresciuto.
“Ho vissuto i miei primi dieci anni in una fiaba, il quartiere della Venezia, circondato, come sai, da una rete di canali dove navigano e vengono ormeggiati i navicelli, quei barconi che, trascinati da un uomo armato di una lunga pertica, scivolavano silenziosi, carichi di merci da e per il porto.” (pag 49)
È da notare a margine come l’ateo Chelli riesca a descrivere sentimenti religiosi con quasi più emozione di chi religioso lo è davvero ma forse in modo scontato. Si tratta di quell’anelito verso il soprasensibile che accomuna i non credenti dotati di animo poetico e non puramente materialista.
Quel “ragazzo era un uomo diverso da tutti gli altri, egli sembrava un antico, individuava e inseriva nel suo universo i segni forniti dalla Creazione e aveva rapporti trascendenti, non sapeva con chi.” (pag 68)
Anche l’amore è un mezzo per raggiungere la trascendenza. Puro, sublime, di una carnalità scevra di ogni bassezza. È l’unione mistica di due corpi, ma soprattutto di due anime, capace di superare ogni ostacolo, di sopravvivere oltre la morte.
Anche la politica è intesa in questo stesso modo: come lotta eterna e titanica fra Bene e Male, come combattimento corpo a corpo fino alla morte, ma anche come pietà, giustizia, compassione. Contempla persino la stima del nemico, quando sia mosso dagli stessi, seppur opposti, ideali.
In “questo tempo ho conosciuto uomini di tale levatura, anche tra quelli della maggioranza, che in un futuro non troppo lontano non avranno successori degni di tanto valore e ciò mi fa temere per il destino del nostro paese.”
Al di là delle convinzioni di ciascuno, come dargli torto?
Spunti di viaggio: Slovenia, un piccolo gioiello a due passi dall'Italia
UN INCANTEVOLE PAESE, RICCO DI BELLEZZE, DI NATURA E DI STORIA.
Pur trovandosi a due passi dall’Italia, la Slovenia, fino a qualche anno fa, non era molto conosciuta alla maggioranza degli Italiani, oppure era conosciuta solo come località termale.
Stato federato della ex Jugoslavia, il 25 giugno del 1991 proclamò, insieme alla Croazia, la propria indipendenza.
A seguito di questo atto unilaterale, mentre in Croazia si sviluppò un aspro conflitto con l’esercito federale jugoslavo, durato alcuni mesi, in Slovenia non ci fu un vero e proprio scontro, tanto è vero che le truppe federali si ritirarono dal territorio sloveno dopo pochi giorni. La Slovenia fu riconosciuta dalla Comunità Internazionale come Repubblica Indipendente nel 1992 e dal 1° maggio 2004 fa parte dell’Unione Europea e della Nato.
Geograficamente la Slovenia confina a nord con l’Austria, a sud-est con la Croazia, a ovest con l’Italia e con il Mar mediterraneo sul quale si estende per circa 45 chilometri. La Slovenia ha una popolazione di oltre due milioni di abitanti ma nella sola Lubjana ce ne sono circa trecentomila.
Questa breve introduzione serve a far comprendere che la Slovenia è sempre stato un paese che ama risolvere i problemi senza violenza. Infatti, tanto per fare un esempio, quando fu affrontato il problema dei confini con la Croazia, esso fu risolto pacificamente cedendo a quest’ultima circa 15 chilometri di territorio, ottenendo in cambio le dovute garanzie e facilitazioni per le minoranze slovene in territorio croato.
Una saggia politica per un paese che aveva bisogno di concentrare le proprie energie per la ripresa economica, cosa che ha fatto e sta ancora facendo. Un settore importante dell’economia slovena è il turismo, sia quello balneare, sia quello naturalistico, culturale e del wellness.
L’ARISTOCRATICA LUBJANA
Sicuramente da visitare la capitale della Slovenia, che lascerà tutti a bocca aperta. Secondo un’antica leggenda, Lubjana fu fondata da Giasone quando, ritornando dalla sua ricerca del vello e navigando sul Danubio, vi si fermò con i suoi argonauti. Lubjana è veramente una città incantevole, la cui elegante architettura la rende una delle città più belle. Somiglia vagamente a Vienna e questo è dovuto al fatto che, dopo aver subito danni per il terremoto avvenuto nel 1895, fu dato incarico di ricostruire ciò che era andato distrutto ad un team di architetti e fra questi vi era il viennese Kamil Sitte.
La città assunse l’attuale aspetto moderno con ampie vie diritte, grandi piazze e spazi verdi, edifici ricostruiti e restaurati su imitazione di quelli di Vienna e Praga. La città è attraversata dal fiume Ljubljianica, su cui sono stati costruiti alcuni ponti.
Il più antico è il triplo ponte Tromostovje, che porta sulla piazza dedicata al più grande poeta sloveno F. Preseren, in memoria del quale è stato eretto un pregevole monumento in stile rinascimentale. Da visitare, anche se interamente ricostruito nel 1960 sulle vecchie fortificazioni.
Da visitare anche il centro turistico di Bled, dove c’è un lago ed è frequentato in ogni stagione dell’anno da una clientela raffinata. Ma la Slovenia ha numerosi luoghi di interesse, da quello naturalistico, come ad esempio il Parco nazionale del Triglav, alle grotte di S. Canziano e ai cavalli di Lipizza.
Ma una meraviglia assolutamente da non perdere è quel capolavoro della natura chiamato “Grotte di Postumia”, caverne nate dalla deviazione del letto dei fiumi sotterranei e modellate dalle infiltrazioni di acqua che, goccia dopo goccia, hanno creato delle sculture naturali conferendo all’ambiente un’atmosfera di magica bellezza. Fino ad ora sono stati scoperti oltre 20 chilometri di sentieri ma, di questi, sono visitabili dai turisti oltre cinque chilometri. A Natale, le grotte si trasformano in un presepe vivente, molte delle grotte, infatti, accolgono tutte le figure del presepe ed è di grande suggestività l’ascolto di musiche natalizie questa scenografia sotterranea.
PORTOROSE: BELLEZZA E MARE
Per chi ama le vacanze estive marittime c'è Portorose, ridente e tranquilla cittadina posta sul Golfo di Pirano, che si trova a circa settanta chilometri da Trieste.
Portorose è conosciuta sin dal secolo scorso come centro termale che sfrutta I fanghi e l’acqua delle saline per la cura della pelle, dei postumi delle malattie reumatiche e delle vie respiratorie.
In realtà, gli effetti benefici dell’acqua delle saline erano conosciute sin dai tempi degli antichi romani quando, iniziando a bonificare la zona, notarono che i salinai non soffrivano di affezioni reumatiche.
In questi ultimi anni è cresciuta anche come centro balneare fino a diventare uno dei luoghi più mondani dell’Adriatico.
Ben attrezzato, con alberghi di varie tipologie, è in grado di accogliere turisti di ogni genere. Durante l’estate vengono organizzate gare sportive, concerti ecc…per rendere il soggiorno ancora più piacevole. Molti scelgono Portorose per la cura della propria persona in quanto la cittadina è diventata uno dei centri wellness più attrezzati e organizzati in Europa.
Per chi ama muoversi, da Portorose si raggiunge facilmente a piedi la deliziosa città di Pirano, un piccolo gioiello separato dal mare da una strada e dove è gratificante sorseggiare una bevanda nel caffè più antico del luogo, ricco di memorie del tempo passato.
Perché scegliere la Slovenia per le proprie vacanze o per un lungo week end?. Principalmente per le sue bellezze naturali, poi per la gentilezza del suo popolo, per l’ordine e la pulizia che regna sovrana ovunque. Infine, per l’amore che dimostra nella conservazione e la divulgazione della propria cultura.
Tutto ciò l’allinea a quei paesi dove ancora la parola civiltà ha un significato. E di questi tempi, in cui l’inciviltà è imperante, non è cosa da poco tornare in un piccolo paradiso e respirare "quell’aria” benefica che da noi non si respira quasi più.
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Spunti di viaggio: Slovenia, un piccolo gioiello a due passi dall'Italia
di Liliana Comandè. Un incantevole paese ricco di bellezze, di natura e di storia. Pur trovandosi a due passe dall'Italia, la Slovenia, fino a qualche anno fa, non era molto conosciuta alla ...
Aldo Dalla Vecchia, "Vita da giornalaia"
Vita da giornalaia
Aldo Dalla Vecchia
Murena editrice, 2015
pp 47
8,00
Ci siamo occupati ampiamente di questo testo, quando era ancora un brogliaccio di un’opera teatrale che stava per andare in scena. Vi rimandiamo perciò alla lettura della precedente e dettagliata recensione. Possiamo solo aggiungere che adesso questo atto unico è diventato un libro vero, con una copertina deliziosa, che richiama, appunto, la Vita da giornalaia, trascorsa dentro un'ipotetica, coloratissima edicola, piena di tutte le testate care all’autore.
Rispetto al copione teatrale, la voce fuori scena si è trasformata in un personaggio che pone domande. Sorge il dubbio che intervistato e intervistatore siano la medesima persona. È se stesso che Aldo Dalla Vecchia interroga, è dentro la sua memoria che fruga alla ricerca di pezzetti di vita dolceamari.
Gli argomenti sono quelli trattati abitualmente dall’autore: la gavetta come giornalista, la carriera in ascesa, che lo ha portato a lavorare come autore di importanti programmi televisivi e collaboratore di note testate, il contatto diretto con i più importanti e glamour personaggi dello spettacolo. Possono sembrare temi non particolarmente rilevanti o impegnati, ma a vivificarli ci sono la dolcezza e il garbo con cui Dalla Vecchia ne parla. La sua passione è profonda, tutto è permeato di nostalgia, dolce ma non zuccherosa, tenera e delicata come il suo animo da eterno ragazzo perbene.
Attraverso i ricordi, ripercorriamo tempi televisivi ormai scomparsi, divenuti quasi epici, incontriamo personaggi forse sopra le righe ma sempre signorili. Ci appaiono più attraenti, più puliti, più affascinanti di quelli di oggi. Oppure, chissà, magari è solo il rimpianto a farci sembrare bello tutto quello che ormai è solo reminiscenza. Come le puntate de La casa nella Prateria, come gli sceneggiati, i quiz del giovedì, il pappagallo di Portobello. Come tutto quello che ci ricorda come eravamo e come non saremo mai più.
Fondamentale il passaggio dalla tv di stato a quella sbarazzina delle reti commerciali. E ciò è tanto più significativo in questo momento in cui tutto sta di nuovo mutando in modo epocale, con l’arrivo dei canali digitali, della tv on demand e interattiva.
“La fine degli Anni Settanta segnò, almeno per me che ero bambino e appassionato di televisione, un passaggio epocale e uno choc benefico, con l’arrivo dei programmi a colori e la nascita delle tivù private, una su tutte Telemilano 58, la futura Canale 5, dove ritrovai molti dei miei beniamini.”
Che rimane di quei tempi pionieristici? Il mondo catodico che conoscevamo sta sparendo, i grandi del passato se ne vanno, a uno a uno, ormai solo illustri fantasmi in Techetechetè, più simile ad un triste necrologio che ad un vivace preserale.
La tua estate con Adelphi
Rodolfo Sonego e Il racconto dei racconti
Se c’è una Casa Editrice che fa andare sul sicuro il lettore questa è Adelphi, vera e propria garanzia di qualità, dalla narrativa alla saggistica, con un catalogo che presenta proposte interessanti e un’accurata selezione di classici. Qualche nome: Norman Lewis, Georges Simenon, Lawrence Osborne, Orson Welles, Guido Ceronetti, Alberto Arbasino, Abilio Estévez (I palazzi distanti è un capolavoro, ispirato a Lezama Lima e a Virgilio Piñera) e gli immancabili - complessi - lavori del direttore editoriale Roberto Calasso.
Adelphi è la dimostrazione vivente che la qualità (editoriale) paga, per questo se c’è una persona al mondo che invidio è proprio Calasso, che trasforma in oro quel che maneggia e sa scegliere il meglio della produzione mondiale. Mi piacerebbe vederlo all’opera con Heberto Padilla, Guillermo Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Il problema è contattarlo, perché il mio rapporto con Calasso non va oltre la relazione che si stringe tra lettore e autore. Un testo che andrebbe letto e studiato per far bene un mestiere che (da dilettante) tento di fare è L’impronta dell’editore (2013), conversazioni su libri e pubblicazioni, sempre targato Adelphi.
I miei consigli Adelphi per l’estate riguardano il cinema italiano che amo così tanto da passare il tempo compilando monografie - mai uscite per editori importanti -, recensioni e piccoli studi su personaggi minori del cinema bis. Adelphi pubblica un libro irrinunciabile di Tatti Sanguineti (peccato non abbia capito subito la grandezza di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, ma ha recitato da tempo un convinto mea culpa) intitolato Il cervello di Alberto Sordi - Rodolfo Sonego e il suo cinema (Pag. 590 - Euro 26). Il testo ha il merito di far parlare Sonego, grande sceneggiatore della commedia all’italiana, inventore del personaggio Sordi così come lo conosciamo, non la macchietta dei penosi birignao radiofonici, ma l’italiano medio pieno di difetti e contraddizioni. Un libro di cinema come non se ne leggono, nel senso che questo si legge con passione e trasporto, non è un mero esercizio di stile per addetti ai lavori, ma è scritto con linguaggio sobrio ed essenziale, come un romanzo d’altri tempi. Sanguineti aveva già pubblicato Il cinema secondo Sonego (Transeuropa, 2000), che per l’occasione amplia e rende definitivo, inserendo vita, opere, dichiarazioni, aneddoti e commenti critici su film importanti come Il vedovo, Il boom, L’avaro, Assolto per non aver commesso il fatto, La donna del fiume, In viaggio con papà, Un eroe dei nostro tempi, senza dimenticare pellicole meno note come Ida e i porci, Il disco volante, Io e Caterina, Marechiaro… Ci sono anche i film non realizzati e i non accreditati, così come non manca un breve manuale di sceneggiatura. Un libro utile che l’appassionato di cinema non deve perdere, per capire quanto l’Italia della commedia debba a un geniaccio come Sonego (1921 - 2000), uno che Sordi considerava imprescindibile. L’attore romano accettava un film a scatola chiusa se l’aveva scritto il collaboratore di una vita, incontrato per caso sul set de Il seduttore (1954). Gustosi anche i capitoletti iniziali dove Sanguineti cita le opinioni di Sonego su attori, produttori e sceneggiatori, realizzando una galleria di ritratti cinematografici.
A proposito di cinema è doveroso riscoprire Il racconto dei racconti di Giambattista Basile (1575 - 1632), ovvero Il trattenimento dei piccoli, tradotto dal napoletano da Ruggero Guarini. Adelphi non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di compiere un’altra grande operazione culturale di taglio popolare. Matteo Garrone ha riportato d’attualità il libro sceneggiando da maestro quattro storie fantastiche, ma il lettore avido di suggestioni fiabesche dal tono fantasy ai limiti dell’horror, non devono mancare di approfondire la materia. La lingua usata per la traduzione non è facilissima, serve un minimo di cultura letteraria per apprezzare l’opera, ma dopo un poco di fatica se ne esce soddisfatti. Molto di più che dopo aver gustato l’opera omnia di Fabio Volo e l’intera serie del Bar Lume. Ve lo garantisco.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Reportage Iran: viaggio nell'antica Persia
Raramente torno nei luoghi che ho già visitato. Il timore di trovare cambiato ciò che mi è piaciuto, e ha lasciato un ricordo indelebile nella mia mente, mi impedisce di vederli altre volte. Ma l’Iran, così come pochi altri Paesi, ha fugato i miei timori. Non solo mi offre itinerari sempre nuovi e affascinanti, ma qui ho scoperto anche una società che cambia e si evolve positivamente.
Mi ci sono recata in più occasioni ed ogni volta ho scoperto, con entusiasmo e soddisfazione, piccoli ma significativi cambiamenti che avvenivano a distanza di poco tempo. Devo ammettere che la “mia prima volta” in Iran fu un avvenimento eccezionale per la popolazione locale.
Ero con un gruppo di 44 persone, mai così tante insieme nel Paese dopo la riapertura al turismo, e venne persino la televisione locale ad intervistarci.
Ma la cosa che mi rimase più impressa, oltre alle indiscusse bellezze della città e dei siti archeologi, fu la cordialità e il genuino senso di accoglienza della gente. Certo, mi fece un po’ impressione vedere le donne indossare lo spolverino e il foulard o il chador, ma dopo aver parlato con alcune di esse, mi ero resa conto che coloro che indossavano il chador lo facevano per esprimere la propria religiosità.
Il ritorno in Iran, dopo averla visitata quando era governata da 3 Presidenti, mi ha messa nella condizione di osservare se con Kathami, guardato con molta simpatia e con molte speranze dal mondo occidentale, fosse cambiato qualcosa. Dopo il periodo in cui il mondo guardava con poca simpatia il paese, “grazie” all’ex Presidente Mahmud Ahmadinejad, ora, con Hassan Rohani, si avverte concretamente che qualcosa sta muovendosi all’interno del paese.
Innanzi tutto i ragazzi non indossano più quelle camicie un po’ larghe, così come i pantaloni per noi poco eleganti e fuori moda. Oggi portano con grande disinvoltura T-shirt colorate e con disegni sopra i blue jeans. Le ragazze, che indossavano uno spolverino che copriva il loro corpo sino alle caviglie, ora vanno in giro con jeans – anche aderenti – e delle casacche lunghe sino al ginocchio e non tanto larghe da nascondere le loro “forme femminili” (la gioventù irariana è molto bella, soprattutto le ragazze).
Le signore di una certa età, hanno tolto il chador per indossare uno spolverino che le copre sotto il ginocchio.
E’ d’obbligo, comunque – che portino il foulard, ma non più nascondendo tutti i capelli o la frangia. Le donne molto religiose continuano, come prima, ad indossare il chador, ma questa è una loro scelta. Già all’arrivo all’aeroporto di Tehran era visibile un certo “allentamento” e snellimento nei controlli. Durante il tragitto che mi separava dall’aeroporto all’albergo, rimasi con il viso incollato al finestrino dell’automobile pronta a cogliere qualsiasi altra novità, che non si fece attendere.
Rimasi stupita, infatti, nel constatare che alcune ragazze indossavano calze trasparenti e che dai loro foulard spuntavano “impertinenti” frangette brune o bionde. Inoltre, vidi alcune coppie che camminavano mano nella mano.
Sì, indubbiamente qualcosa era cambiato, e queste piccole ma importanti cose mi confortarono molto. Avevo sempre saputo che sotto quell’abbigliamento per noi castigante e troppo austero c’erano donne come me, con gli stessi sentimenti, le medesime passioni, le gelosie, gli amori e le insofferenze alle imposizioni che, in ogni luogo del mondo, regolano la nostra vita.
Queste piccole affermazioni della propria libertà personale mi riempirono ulteriormente di gioia, anche se le avevo già incominciate a notare ai tempi di Khatami.
Questa volta, a differenza delle altre, non ho indossato il mio spolverino nero ed i foulard colorati, ma avevo comprato casacche sopra i pantaloni e neppure tanto larghe. I miei capelli lunghi uscivano dal copricapo e la mia frangetta era a bella vista sulla mia fronte. Non che volessi non rispettare le loro usanze, ma già dalla penultima volta che c’ero stata mi ero resa conto di essere un po’ troppo “castigata” e un po’ simile ad una suora.
Ma ho sempre ritenuto che il rispetto per la popolazione che ci ospita è fondamentale, siamo noi che dobbiamo adeguarci alle loro regole e vestita così mi sentivo più a mio agio perché ero simile alle donne locali. Nessuno mi aveva obbligata a recarmi in Iran, pertanto ho sempre accettato e fatte mie le regole per rispetto nei confronti delle iraniane.
E mi erano sembrate fuori luogo e prive di riguardo alcune turiste italiane, incontrate più di una volta nei vari aeroporti e nel museo di Tehran, che andavano in giro con il collo scoperto e con un fazzoletto per copricapo.
La loro accompagnatrice, piuttosto giovane, aveva dato il cattivo esempio e, di conseguenza, tutte le signore del gruppo si erano adeguate allo “stile” piuttosto disinvolto della tour leader. Più volte ho assistito agli inviti delle donne iraniane, addette ai controlli negli aeroporti, di coprirsi e più volte mi sono vergognata per la loro mancanza di rispetto, immaturità e anche… stupidità.
MASHAD, CITTÀ SANTA
Il mio ritorno in Iran era dettato anche dalla curiosità di vedere città che non avevo ancora visitato. Fra queste la città santa di Mashad, luogo di pellegrinaggio di milioni di musulmani, situata nel nord est del Paese.
Dopo la Mecca e Karbaia, in Iraq, Mashad è il luogo di culto più importante per gli Sciiti perché nel santuario chiamato Astane Ghods–e Razavi vi è sepolto il loro ottavo Imam, l’Imam Reza. Mashad significa letteralmente “luogo del martirio” perché vi fu ucciso nell’817.
Così, quello che precedentemente era un piccolo villaggio di nome Sanabad, dopo la morte dell’imam Reza ha preso il nome attuale ed è divenuta una grande città e luogo di culto.
L’imponente moschea, costituita da un insieme di più edifici, è una costruzione straordinaria che affascina per la ricchezza delle cupole e dei minareti, completamente ricoperti d’oro, e per la bellezza dei suoi color.
È definita, non a torto, una delle meraviglie del mondo islamico e la sua imponenza è pari alla spiritualità che riesce a trasmettere ai fedeli.
Gli interni sono decorati con mosaici di specchi e le porte sono rivestite d’oro e d’argento. All’interno delle costruzioni, che compongono il maestoso mausoleo, si trova un interessante museo nel quale sono esposti antichi Corani e manoscritti d’importanza storica, oltre ad oggetti di notevole pregio. Il museo ospita anche una ricca biblioteca. Fanno parte inoltre di questo insieme la Grande Moschea di Ghoharshad, risalente all’epoca mongola, e il mausoleo di Cheykh Bahai con la Scuola Parizad.
Le donne, anche straniere, per entrare nelle moschee devono indossare obbligatoriamente un chador che alle turiste viene consegnato gratuitamente prima di accedere ai luoghi di preghiera. Ricordo di essere rimasta colpita dal grande silenzio, nonostante il gran numero di persone presenti. Gente proveniente non solo dalle varie regioni dell’Iran, ma anche da altri stati.
Il Mausoleo, infatti, rappresenta per gli islamici ciò che la Basilica Vaticana è per i cattolici. Gente di ogni ceto sociale è unita nella preghiera: gli uomini da una parte e le donne dall’altra. Tra queste spiccano quelle provenienti dalle campagne perché indossano abiti colorati e un po’ più corti ed hanno gli avambracci scoperti. Al di fuori di questo grande e suggestivo insieme di edifici, la città offre altri interessanti luoghi da visitare, quali il Giardino Nazionale e la tomba di Nadir Shah.
A 25 km da Mashad si trova la città di Tus, nella quale è morto e sepolto il grande poeta epico Ferdusi. A lui il popolo iraniano deve la conservazione della lingua persiana. Le invasioni arabe nel loro territorio, infatti, apportarono sia il cambiamento della lingua ufficiale che della religione. I persiani divennero seguaci dell’Islam, però, grazie a Ferdusi, si riappropriarono della loro antica lingua, quella parlata ancora oggi. All’interno del mausoleo un piccolo museo conserva antichi ed interessanti reperti storici.
SHIRAZ, CUORE DELLA STORIA IRANIANA
Non poteva mancare in questo mio ritorno in Iran una nuova visita a Shiraz, definita la città giardino. Le sue origini risalgono all’epoca degli achemenidi (500 a.C.) e deve la sua fama ai più grandi poeti dell’Iran: Sa’di e Hafez ai quali sono stati dedicati due mausolei, mete di visita di iraniani e stranieri.
A Shiraz numerosi monumenti testimoniano una gloria e una cultura millenaria. La città è ricca di splendide moschee, tra le quali mi piace ricordare la Moschea del Venerdì, di Nassir, Chah Tcheragh, o Moschea degli Specchi, una delle più belle e suggestive di Shiraz.
Ancora una volta un mio incontro con alcune donne in preghiera all’interno di questa moschea, come era già avvenuto nel mio primo viaggio, ha riconfermato la volontà universale del cosiddetto “sesso debole” di vivere in pace. A 60 km a nord–est di Shiraz si trova Persepoli, l’antica capitale fondata da Dario il Grande nel 512 a.C.. La città rasa al suolo da Alessandro Magno, conserva i resti dei palazzi dei re achemenidi.
Splendidi bassorilievi, perfettamente conservati, raffiguranti scene di vita militare e di corte, colonne, ampi portali e scalinate, testimoniano un passato glorioso e ricco.
Poco distante da Persepoli c’è Naghsh–e–Rostam, località nella quale sono state scolpite nel pendio di un monte le tombe dei quattro re Achemenidi e il tempio dedicato al dio Zoroastro. Vicino a questo affascinante luogo sorge Pasargad dove è situata la tomba di Ciro il Grande.
ISFAHAN, L’ALTRA METÀ DEL CIELO O DEL MONDO
Chiunque abbia avuto la possibilità di visitarla ne è rimasto affascinato perché è sicuramente una delle più belle città del mondo. È qui che si avverte un senso di spiritualità raramente riscontrabile in altre, ed è qui che si è catapultati in pieno Islam.
Suggestive moschee dalle cupole e minareti rivestiti con piastrelle color turchese, azzurro e bianco, sono il patrimonio più importante della città definita, non a torto, l’altra metà del cielo o del mondo.
Ad Isfahan è tutto ordinato e pulito. Un gran senso di serenità viene trasmesso dai suoi giardini curati, dagli splendidi ed antichi ponti che sovrastano il fiume Zayandeh Roud che la divide in due, e dai ritmi di vita non frenetici dei suoi abitanti.
La città sembra ruotare attorno alla grande piazza Naghsh–e–Jaham, chiamata comunamente piazza Imam, sulla quale si affacciano, oltre a 200 negozi, le più belle moschee di Isfahan, prima fra tutte quella dell’Imam, decorata con finissime piastrelle.
Il Palazzo Ali–Ghapoo, invece, riporta le pitture dei famosi maestri dell’epoca safavide mentre quella di Sheikh Lotfollah ha le pareti interne rivestite con piastrelle di impareggiabile bellezza.
Il più importante monumento storico di Isfahan è la Moschea Jamè o Moschea del Venerdì, la cui architettura risale ai primi secoli islamici ed è eccezionale la varietà dei suoi soffitti.
Il Palazzo Chehel Sotun o Palazzo delle 40 colonne, è situato in un meraviglioso giardino ed è affrescato con mirabili pitture. Oltre alle Moschee, però, nel quartiere abitato dagli armeni ci sono alcune chiese. La più nota è quella di Vank che vanta anche affreschi di pittori italiani.
KERMAN E LA DISTRUTTA BAM, LA CITTÀ–FORTEZZA
Kerman, famosa per i suoi tappeti, è la città che ancora ospita gli antichi iraniani, ossia gli zoroastriani, che possiedono propri templi per il culto della loro religione. Situata in una regione montuosa e desertica, è ricca di monumenti storici che ne testimoniano l’antichità.
Un tempo Kerman era la base di partenza per raggiungere l’antica “città di fango”, ovvero Bam, distrutta da un forte terremoto nel 2003 ed era stata il set che rappresentava la Fortezza Bastiani nel film “Il deserto dei Tartari” .
Attraverso una strada costellata da piccoli villaggi e da una vegetazione tipica delle zone aride, si arrivava nell’antica fortezza, nota per le rovine di una città medievale, ancora molto ben conservate.
La cittadella, costruita con mattoni di fango e paglia, si confondeva con il paesaggio circostante proprio per il suo colore dovuto ai materiali impiegati nella costruzione. Vi si accedeva attraverso una piccola porta d’ingresso ed era impressionante l’estensione di tutto il complesso che, visto dall’alto, mostrava stradine e vicoli che conducevano a resti di palazzi, moschee e caravanserragli. Ma ora sono soltanto rovine e niente più.
TEHRAN, UNA GRANDE METROPOLI
Solitamente Tehran viene visitata molto frettolosamente dai turisti perché è una città frenetica e moderna che, a prima vista, non suscita entusiasmo. Però ci sono tanti luoghi da visitare, primo fra tutti il Museo Archeologico Nazionale, ricco di testimonianze risalenti all’epoca di Dario, poi l’interessante ed unico Museo del Tappeto, nel quale sono esposti rari e preziosissimi tappeti persiani. Inoltre, da non perdere: la residenza estiva dello Scià Reza Pahlavi, la Moschea dell’Imam Khomeini; il Museo del vetro e della ceramica; il Museo e Palazzo Golestan.
Per gustare la visita di tutta la città, si può andare in funivia fino alla vetta di Tochal e da lì ammirare lo splendido panorama offerto dalla vastità della capitale.
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Reportage Iran: viaggio nell'antica Persia
di Liliana Comandè. Un paese ricco di fascino e di incomparabili bellezze storiche e architettoniche. La sorpresa più bella è nella gentilezza della popolazione. Raramente torno nei luoghi che h...
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La corale Costanza e Concordia
Tutti conoscono la corale Pietro Mascagni, non tutti sanno che porta questo nome dal 1945, anno della morte del compositore labronico, ma si è evoluta dalla precedente Corale Costanza e Concordia.
Quest’ultima, a sua volta, era nata nel 1877 dalla fusione di due corali maschili, la Costanza e la Concordia appunto. Il nuovo complesso era formato da circa quaranta elementi e come emblema adottò l’immagine di due dame che si danno la mano.
Il primo direttore fu Oreste Carlini, morto a Livorno nel 1902, direttore di banda e compositore. La corale Costanza e Concordia contribuì al successo di Cavalleria Rusticana al Goldoni, alla presenza di Mascagni stesso.
La sede iniziale era nel Teatro San Marco, poi distrutto dai bombardamenti.
Spunti di viaggio: Marsiglia, cuore palpitante della splendente Provenza
UNA CITTÀ MULTIETNICA CHE SA OFFRIRE TANTE BELLEZZE STORICHE E ARCHITETTONICHE
Rapiti dall’atmosfera rarefatta e dalla grande intensità luminosa e cromatica di una bella giornata, si ammira il cielo terso e limpido di Marsiglia e finalmente si comprende perché la Provenza, tanto amata dai pittori, soprattutto impressionisti, continui ad essere così impareggiabilmente affascinante. ”Seicento anni prima di Cristo marinai di Focea sbarcarono e fondarono Marsiglia, dalla quale si diramarono in Occidente i raggi della civiltà” è quanto si legge su una placca di bronzo al Porto Vecchio. Marsiglia, infatti, primo insediamento urbano in Francia, con 2600 anni di storia alle spalle, accolse fin dall’antichità una miriade di popoli: Fenici, Greci, Cretesi, Ebrei, Etruschi e Romani.
Ora, le voci del passato portate dal mistral riecheggiano lungo il viale Canebière, attraverso l’intrico dei vecchi vicoli del centro storico, interessante perché è un viale lungo un chilometro circa e ricco di storia. Qui, infatti, nel 1666 fu costruita la prima casa. E le voci rimbombano anche per i quais della Joliette, fino in cima alla collina dove svetta il campanile della Basilica di Notre Dame de la Garde, la “buona madre” che veglia dall’alto.
Costruita nel 1864 in stile neo-bizantino, è ricca di marmi e porfidi provenienti dall’Italia. Marsiglia ha anche una imponente cattedrale, che dal 1906 è stata inserita nella lista dei monumenti storici-nazionali francesi e poi c’è anche la bella Cathédrale Sainte-Marie-Majeure de Marseille detta La Major, costruita in stile misto neo-romano e neo-bizantino, che è stata terminata nel lontano 1890.
Ma c’è ancora da visitare un altro posto molto importante perché vi è la Abbaye de Saint-Victo, costruita nel quinto secolo e anche questa inserita nella lista dei monumenti storici francesi. E’ importante perché è una delle prime costruzioni cattoliche del sud della Francia. Da non perdere anche la visita alla Basilique du Sacré-Cœur che, anche se di recente costruzione (è stata costruita nel ventesimo secolo) rappresenta il mausoleo per i caduti della prima guerra mondiale e per i morti della peste del 1720.
Ma è bello girare per la città e conoscerne i vari aspetti culturali e architettonici. Ci sono quartieri che vale la pena visitare. l”Estaque, un tempo villaggio di pescatori ed ora bellissimo quartiere utilizzato spesso come set cinematografico per i suoi colori. Cezanne lo dipinse e il quadro è ospitato al Museo d’Orsay di Parigi.
C’è un altro quartiere, questa volta popolare, Le Panier, molto pittoresco per le case colorate. Per chi ama visitare i Musei c’è quello costruito nel diciassettesimo secolo, il Musée de la Vieille Charité, dove convivono il museo di arti africane, oceaniche ed amerindie e il museo di archeologia mediterranea. All’interno del Palais Longchamp, datato 1862, si trovano invece il Museo delle Belle Arti, di Storia Naturale e un interessante giardino botanico
E ancora, da non trascurare, il Palais du Pharo che si trova nel quartiere Teste de Moreal, nel porto vecchio e da una sessantina di anni è sede della facoltà di medicina. L’Hôtel de Cabre, invece, costruito nel 1535, è la più antica casa di Marsiglia. Poi c’è la Maison Diamantée, che ospita il Museo della vecchia Marsiglia, costruita nel sedicesimo secolo deve il suo nome alla facciata costruita con pietre a punta.
Quello che oggi è l’Hôtel-Dieu, fino al 2006 è stato il più antico ospedale di Marsiglia e la sua facciata è del diciottesimo secolo.
Chi ama le cose particolari si deve recare alla stazione di Saint-Charles, del 1848, che possiede una bellissima e larga scalinata ornata con lampioni in ferro battuto.
La città possiede molti giardini e uno dei più belli è il Parc Borely. Qui è possibile notare vari stili di costruzione mondiale dei giardini e si possono ammirare quello inglese, francese e cinese. E’ anche molto ricco di statue ed è piacevole passeggiare ammirando la diversa bellezza di ogni sezione.
Marsiglia, con una popolazione di oltre 850.000 abitanti distribuiti nei 111 villaggi che ne compongono il territorio (due volte più grande di quello di Parigi), appare bella e felice, fiera dei panorama mozzafiato che si gode dall’alto dei suoi colli o degli indimenticabili scorci che svelano il blu intenso del mare fra le selvagge asperità del massiccio delle Calanques, luogo privilegiato per passeggiate, scalate, immersioni subacquee e kayak.
La Marsiglia di oggi è una città mediterranea viva e vitale che, ancora spaccata tra la vecchia e la nuova immigrazione, esprime contrasti anche violenti ma, proprio grazie alla sua multietnicità che rappresenta la sua grande ricchezza, cerca di riscattarsi dall’immagine un po’ sordida derivatale dal tradizionale paragone con Algeri o Napoli.
Fortunatamente, da anni, molto si sta facendo per regalare quel prestigio che merita. A Marsiglia, in questi ultimi 20 anni, il settore navale si è considerevolmente sviluppato. Nel ’99, infatti, la città ospitava 156 scali e 148.000 passeggeri rispetto ai 18.000 del 1995, cifre aumentate notevolmente da quando fu inaugurato il nuovo porto croceristico che, accogliendo le più grandi navi del mondo, si è situato tra i più importanti della Francia.
La città si pone anche come destinazione congressuale, grazie alla dotazione di molte strutture, tra le quali, il Palais des Congrès du Pharo ed il Centre des Congrès du Parc Chanot, ideali per eventi di grande portata.
La collaborazione tra il Comitato Regionale per il turismo ed il mondo del calcio, che nel tempo ha già prodotto ottimi risultati in termini di notorietà e commercializzazione turistica, prevede visite guidate allo stadio velodromo.
Non mancano altre opportunità culturali degne di una grande metropoli: oltre ai tanti musei di tipologie differenti. Oltre al teatro dell’Opera (gioiello dell’Art Dèco), ai teatri di prosa con più poltrone per abitante che a Parigi, agli ateliers d’arte, messi a disposizione dei giovani scultori, pittori e musicisti sia marsigliesi che stranieri, valorizzano la grande ricchezza conferita alla città dal mosaico di etnie che la abita.
Esiste un tradizionale antagonismo che oppone i marsigliesi ai vicini abitanti di Aix-en Provence, città considerata dotta e snob rispetto alla più gaudente Marsiglia.
Lo splendore culturale di Aix, come la chiamano semplicemente i suoi abitanti, ha origini remote: La Sainte Victoire, l’aspro monte che domina il paesaggio della città, fu il motivo ispiratore della pittura di Cèzanne, nativo del luglio, che tendeva ad immortalare sulla tela ogni raggio di luce rifranto sulle roccia nelle diverse ore della giornata. La città dalle 100 fontane, famosa fin dall’antichità per i benefici delle sue terme, ospita importanti facoltà universitarie sorte nel xix secolo.
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Spunti di viaggio: Marsiglia, cuore palpitante della splendente Provenza
di Liliana Comandè. Una città multietnica che sa offrire tante bellezze storiche e architettoniche Rapiti dall'atmosfera rarefatta e dalla grande intensità luminosa e cromatica di una bella ...
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