personaggi da conoscere
Giovanni Papini
Giovanni Papini (1881-1956), scrittore e uomo di lettere. Ateo. E non poteva essere altrimenti se consideriamo che suo padre era un fervente garibaldino, dice la storia, e mangiapreti per eccellenza, pur con una madre che lo fa battezzare all'insaputa del padre.
Amante delle lettere fin dalla tenera età, lo troviamo bambino solitario (la famiglia vive in estrema indigenza) a passare il suo tempo non in giochi con i compagni, ma a tavolino a leggere libri che il nonno paterno aveva accumulato in grande numero.
«Io non sono mai stato bambino. Non ho avuto fanciullezza».
«Fin da ragazzo mi sono sentito tremendamente solo e diverso, né so il perché. Forse perché i miei eran poveri o perché non ero nato come gli atri? Non so…
Ma era talmente innamorato dei libri che, dopo il diploma di maestro, ottenuto nell'anno 1899, divenne bibliotecario; col tempo poi decise di dedicarsi tutto alle lettere, collaborando a diverse riviste della Firenze di quel primo novecento che dette voce a tutta una nuova linfa letteraria.
Leggeva molto, e molto Alessandro Manzoni, del quale I promessi sposi si avevano da lui giudizi taglienti.
«Codesto libro l’odiavo fin da quando, a scuola, mi era toccato, per un anno intero, far l’analisi logica e grammaticale delle mediocri disgrazie di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella.
Aveva vent'anni quando, più solitario del solito, cominciò a leggere di filosofia. E in essa concentrò tutta la sua voglia di sapere di conoscere, leggeva libri, e li comprava spendendo ogni soldo che la mamma gli dava, talvolta dei nascosto dal padre (erano molto poveri, e il denaro serviva in famiglia, eccome se serviva!) E a forza di leggere cominciò a scrivere; e a forza di scrivere venne a contatto con scrittori e poeti. Ebbe modo così di conoscere i letterati dell'epoca, da Prezzolini a Corradini, Amendola e Soffici. Dalle collaborazioni a scrivere saggi e racconti, il passo fu breve. E da lì alle sue nuove "novelle metafisiche" il salto fu brevissimo.
Quando fu alle porte la guerra, divenne ben presto un acceso interventista, come del resto lo erano tutti i futuristi, guidati da quel Filippo Tommaso Marinetti che, nel 1910, dopo aver pubblicato in Francia - l'anno prima, sul giornale Le Figaro - il manifesto del partito futurista, venne in Italia a fare proseliti. Non partì lui per il fronte, come molti suoi compagni, perché era fortemente miope, e fu riformato. Era proprio Marinetti a propugnare accanitamente l'intervento militare, perché così si sarebbe ripulito il mondo da tutte le sue sozzure.
Il manifesto inneggiava al coraggio, alla ribellione, sia nella vita di tutti i giorni che nella letteratura, alla lotta diretta, alla vittoria, agli aeroplani, all'audacia e alla guerra sola igiene del mondo.
Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.
Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali
della nostra poesia.
La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità penosa, l'estasi ed il sonno.
Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo…
lo schiaffo ed il pugno… la bellezza della velocità
In letteratura affermava che
Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche,
le accademie d'ogni specie e combattere contro il moralismo,
il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria
Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo
può essere un capolavoro.
Ecco i8l celebre il punto 9 di questo manifesto rivoluzionario
9. noi vogliamo glorificare la guerra sola igene del mondo,
il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore
… canteremo le locomotive…
il volo scivolante degli areoplani.
Tanti furono gli artisti che aderirono e tanti furono i manifesti che seguirono quel primo del 1909.
Ecco una locandina che riporta alcuni dei nomi famosi che aderirono al movimento
“E’ dall’Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il “Futurismo”, perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologhi, di ciceroni e d’antiquarii”
Giovanni Papini, a un certo punto, finisce per allinearsi, dopo aver scritto insieme al pittore Ardengo Soffici, nella rivista La Voce che i due dirigevano in Firenze, parole di fuoco contro questi sedicenti "artisti rivoluzionari", che non avevano ancora messo piede in Toscana, ma se ne stavano bellamente a raccogliere consensi, lassù, al nord dell'Italia. Infatti, poi, nella nuova rivista letteraria dal titolo Lacerba, che fondò insieme all'amico, accolse a braccia aperte tutte le opinioni, le più diverse, le più contrastanti, affinché tutti potessero avere voce; e tra queste, anche quelle riformatrici dei futuristi.
Giovanni Papini era circondato da una miriade di letterati, che in quegli anni affollavano la capitale della letteratura nazionale, Firenze, e aveva grandissima stima di pochi scrittori e poeti; e tra questi c'era in primis il suo amico e collega a Lacerba Ardengo Soffici, che riteneva un pittore importante e uno scrittore di vaglia.
Sentiamo cosa scrive a proposito:
“Prezzolini, Papini, Soffici... Non si potrebbe fare un discorso serio sulla letteratura del Novecento, e le sue suggestioni e i suoi rischi, senza appoggiarlo ai loro nomi, ai loro libri.
Avvicinarli, è un ristorarsi al contatto con uomini che hanno visto la poesia.
Scrittori moderni, modernissimi, l'ingegno generoso e il sentimento dell'umano valore delle lettere.
Abituati a temperature più fredde, i giovani oggi si danno l'aria di averli dimenticati, come superflui.
Sono torti che i giovani si fanno facilmente e in loro perdita”
Nel 1913 uscì la sua opera più famosa, “Un uomo finito” (la sua autobiografia), dopo che un anno prima aveva dato alle stampe un'altra operetta dal titolo Le memorie dell'addio, nella quale si scatena tutta la sua protesta contro il cristianesimo e la religione:"Uomini: diventate atei tutti, fatevi atei subito!" Opera in cui auspica la fine della fede in Dio, e con essa la propria fine, tanto era amareggiato da quella sua vita.
Papini è disperato, ha appena compiuto 31 anni, ma sembra quasi essere arrivato al capolinea. Non è così, perché vivrà ancora a lungo, almeno un altro mezzo secolo, in cui vedrà in letteratura passare moltissimi movimenti, moltissimi - ismi, e intorno a sé tanti tanti artisti.
"Tutto è finito, tutto è perduto, tutto è chiuso. Non c'è più nulla da fare…
… io non son più nulla, non conto più...
… sono una cosa e non un uomo…
… sono freddo come una pietra, freddo come un sepolcro.
La filosofia aveva fatto il suo corso nella sua anima e nella sua mente: quando sarà morto l'ultimo uomo che crederà, anche Dio non esisterà più. Amen.
Furono i resoconti della grande guerra, e dei morti che produsse in quantità industriale, che generarono la svolta nella fine del suo ateismo. Cominciò a riflettere, profondamente, sui mali del mondo; e sull'unico scopo che avrebbe portato alla salvezza dell'umanità. E avvenne la conversione al cristianesimo.
La moglie che, pazientemente, gli viveva accanto nella pietà della religione, le timide letture di Sant'Agostino e del Vangelo, e gli echi della grande guerra con le sue disgrazie e le sue stragi di vite umane, contribuirono a questa sua salvezza. L'uomo finito era rinato a nuova vita.
«Ero spinto misteriosamente a fare qualcosa per gli uomini…
… avevo distrutto: dovevo ricostruire.
… avevo odiato gli uomini, dovevo amarli, sacrificarmi per loro, renderli simili a Dei. Altrimenti a che pro essere venuto sulla Terra?
La conversione lo portò a scrivere quello che diventò un successo prima nazionale e poi internazionale: La storia di Cristo. Nella quale cerca una punizione alla malvagità con cui era vissuto fino ad allora, ma cerca soprattutto un modo per espiare le sue colpe.
Riportiamo una sua poesia.
Abbiamo bisogno di Te
Gesù, tutti hanno bisogno di Te
anche quelli che non lo sanno.
E quelli che non lo sanno
assai più di quelli che sanno.
L'affamato si immagina
di cercare il pane
e ha fame di Te.
L'assetato crede di volere l'acqua
e ha sete di Te.
Il malato s'illude di cercare la salute
e il suo male è l'assenza di Te.
Tu sai quanto sia grande
per me e per tutti noi
il bisogno del Tuo sguardo
e della Tua parola.
Tu che fosti tormentato
per amore nostro
ed ora ci tormenti con tutta la Potenza
del Tuo implacabile Amore.
marcello de santis
Matilde Serao: parte terza
Ricordate la commedia di Eduardo De Filippo "Non ti pago", dove il grande Eduardo impersonava il ruolo di Ferdinando Quagliuolo, titolare di un Banco del Lotto avuto in eredità dal padre defunto, mentre il fratello Peppino ricopriva il ruolo del signor Mario Bartolini, il commesso anziano alle sue dipendenze? Il Bartolini gioca quattro assurdi numeri per una quaterna: 1.2.3.4, che però - e qui è il perno della commedia - escono sulla ruota di Napoli.
Ma i numeri che il signor Mario, suo commesso anziano del banco, ha giocato, guarda caso li ha avuti in sogno dal signor Saverio, nonno del titolare Ferdinando; il quale si arroga il diritto alla vincita che ha fatto diventare ricco il suo dipendente. Il fatto tragico è questo: anche don Ferdinando gioca, come Mario, ogni settimana; ma non vince mai. Non azzecca nemmeno un misero ambo, eppure, confessa spesso, gli basterebbe "un piccolo ambo, un terno"; ma niente da fare, nonostante lo consigli Aglietiello, il suo aiutante fatato, con il quale è solito esaminare i sogni che fa e che gli riferisce puntualmente; e ne attende impaziente l'interpretazione ai fini di ricavarne i numeri da giocare.
Ecco un'altra figura principe nelle speranze di chi si accinge a puntare al lotto. Vale la pena spendere due parole per questa importante figura. E' una persona carismatica per i giocatori, in genere povera gente; esso, dietro un piccolo compenso, spesso anche in natura, dà i numeri, ricavandoli talvolta dai sogni che la gente gli racconta, interpretandoli e assicurandone la veridicità. I più pensano che Aglietiello abbia un grande potere: il potere occulto di colloquiare anche con i morti per ricavarne sorte, fortuna. E ripongono in lui immensa fiducia; e' l'unico che potrà creare felicità.
Matilde Serao, andando controcorrente alla credenza popolare - si credeva l'assistito in contatto con i defunti, e con tutto il mondo dell'aldilà, che gli comunicano le verità occulte - descrive questo personaggio, che a Napoli è diventato "leggenda"
- un cancro che rode le famiglie borghesi, un convulsionario pallido che mangia molto, che finge di avere o ha delle allucinazioni, che non lavora, che parla per enigmi …
... l’assistito arriva nel popolo e vi estende la sua azione mistica, vi raccoglie dei guadagni piccoli, ma insperati, vi fa degli adepti e finisce per camminare nelle vie, circondato sempre da quattro o cinque persone, che lo corteggiano e studiano tutte le sue parole...
Al contrario dunque di don Ferdinando, Mario, zitto zitto, quacchio quacchio, come direbbe Totò, ogni tanto tira su un ambo, un terno, poca roba, è vero; ma don Ferdinando non può sopportare tanta fortuna nel suo dipendente (oltretutto innamorato di sua figlia Stella, contraccambiato dalla ragazza e appoggiato da Concetta, la madre: non te la darò mai mia figlia in sposa, non ci pensare nemmeno, 'e capito?)
Ferdinando: Lei con quel pezzente non si sposerà mai!
Concetta: E sì, adesso le troviamo un principe ereditario.
Ferdinando: Stella dovrà fare quello che dico io!
Concetta: Forse è un pessimo partito Mario Bertolini? E’ un giovane buono, sappiamo come la pensa, è cresciuto in casa nostra; assennato, risparmiatore, gran lavoratore. Che cosa vuoi di più?
Ferdinando: Nun o’ pozzo vedè! - esclama – E’ troppo fortunato … nun c’è sabato ca nu' pizzica ll’ambo.. ‘o terno ... E mo se sonna ‘a mamma, mo se sonna ‘o pate, ‘a sora, ‘o frato, ‘e nepute, ‘e cognate, ‘a nunnerella... Comme mette ‘a capa ncopp’ ‘o cuscino s’’e ssonna. Quanno s’addorme, accumencia ‘a Settimana Incom.
(E ora sogna la mamma, ora sogna il papà, la sorella, il fratello, i nipoti, i cognati, i cugini, la nonnina con il nonnino... li ha distrutti tutti quanti… è rimasto vivo solo lui. Appena mette la testa sul cuscino comincia a sognare… quando dorme in-comincia il telegiornale e la settimana Incom illustrata.)
Ferdinando: Con le vincite al mio banco lotto ha disimpegnato i pegni della Zia, poi si è comprato tanti bei vestiti, scarpe, biancheria…
Due anni fa io lascio la mia casa al primo piano, quella che si affacciava sul banco lotto. Io l’ho lasciata perché era morto mio padre e mi faceva impressione, quello vince un terno secco e si affitta la mia casa. Poi vince un altro terno, la compra e la rammoderna.
....Mario Bertolini: Embè, c’aggia fa…’a fortuna m’assiste. Sarrà chell’anima santa d’a nunnarella mia, sarrà mammà e papà che ‘all’atu munno me vonno pruteggere…
...
Concetta: E a te cosa interessa? Vuol dire che è fortunato. Sposando Stella ne guadagna anche lei, perché con le sue entrate possono fare i signori.
Ferdinando: Ma perché, deve vincere per forza? Come se fosse un impiego al Ministero delle Finanze... (durante questa scena Aglietiello si trova fra i due e a secondo dei casi darà ragione a l’uno e all’altro) e se dopo che sposa mia figlia non sognerà più nessuno, la mattina staranno digiuni?
Concetta: Tu stavi dicendo che quello vince sempre.
Ferdinando: (scattando) Centinaia di numeri io mi gioco ogni settimana! Butto carte da mille lire. Trascorro le nottate sopra il tetto per trovare 2 buoni numeri… niente…. ho pigliato il catarro e la raucedine. Niente! Non posso vincere nemmeno mezza lira.
Concetta: Questa è invidia! Perché Bertolini vinci e tu no.
Ferdinando: (cocciuto e dispettoso) Ma mia figlia non gliela do!
Concetta: E gliela do io, a mia figlia!
Ferdinando: Ed io vi uccido tutti e due.
Agliatello: E va bene. Adesso vi arrabbiate e litigate per una cosa da niente?
Margherita: (entra dalla comune) L’estrazione! (consegna a Ferdinando una striscetta di carta con i numeri del lotto). 1.2.3.4.24.
Ferdinando: Dammeli subito. (Margherita esegue ed esce per la comune.)
Ferdinando siede accanto al tavolo.
Aglietello siede anch’egli, e cominciano a consultare i biglietti giocati.
Ferdinando: Vediamo questi numeri. Guarda qua, guarda che numeri strani... 1,2,3,4 e 26. Ma che mi hai fatto fare? (rivolto ad Aglietiello). Mi hai detto che questi numeri erano sicuri.
Agliatiello: Don Ferdinando, questi numeri si devono giocare per tre settimane di seguito.
...
Mario Bertolini: (di dentro con voce rotta dalla commozione) E chi se lo aspettava… guardate, guardate… Io esco pazzo.
Margherita: (di dentro) Che piacere!
Mario Bertolini: (fuori seguito da Margherita) Donna Concetta, a momenti mi prende qualcosa.
Concetta: Cos’è stato?
Stella: (entrando) Che c’è?
Mario Bertolini: Donna Concetta, e che ho vinto 4 milioni (Ferdinando schizza veleno dagli occhi).
Stella: Quattro milioni?
Mario Bertolini: Oh Madonna mia! Oh Madonna mia bella. Io non ci posso pensare! Non c’è dubbio. Questa è la giocata e questi sono i numeri dell’estrazione (li mostra). Don Ferdinando, questa notte ho sognato vostro padre.
Ferdinando: Ora comincia con la mia famiglia.
Stella: Ha sognato il nonno!
Mario Bertolini: Quanto era bello. In maniche di camicia come quando si metteva a leggere il giornale fuori dal banco lotto, con quella camicia rosa.
Ve lo ricordate? E’ entrato nella mia camera da letto insieme a Don Ciccio il tabaccaio, quello che è morto 18 anni fa, e mi ha detto: “Piccirì, giocati, 1,2,3,4, quaterna secca nella ruota di Napoli e mettici sopra tutto quello che hai in tasca.
Ma come? Uno, due, tre e quattro?
Sì giocati quello che hai in tasca sulla quaterna secca.
E io me li sono giocati come ha detto la buon’anima.
Ferdinando: Mio padre chiamava me “Piccirì”.
Uno,due,tre e quattro? E tu li hai giocati.
Mario Bertolini: Certo! Vedete! (insegna la giocata a Ferdinando)
Adesso sono milionario. Don Ferdinando, adesso mi fate sposare Stella?
Ferdinando: Di questo ne parliamo dopo. La quaterna è mia, i numeri te li ha dati mio padre e i soldi spettano a me.
Mario Bertolini: Don Ferdinando che siete diventato pazzo?
Concetta: Che sei diventato scemo?
Ferdinando: (furente e deciso) Non ti pago! Non ti pago! "Non ti pago!"
"O bilietto è mio! Manco nu squadrone 'e cavalleria m'o leva dint' a sacca.
T''o viene a piglia' 'ncopp' 'o Tribunale".
(esce dalla sinistra lasciando tutti in asso che si guardano intorno come allucinati)
... io ti denunzio.... Io ti mando in galera!
...
Al gioco del Lotto giocano perfino i magistrati, spesso oberati di figli e debiti, e i piccoli commercianti che non sanno come far fronte alle cambiali di cui vivono giornalmente.
Matilde addita questo male come il male del secolo, un male che contagia anche le matrone dell'alta aristocrazia napoletana, che giocano più per passare il tempo che per necessità, giocano - abbiamo appena visto - anche quelli del banco lotto.
E il rito dell'estrazione aggiunge un qualcosa in più al futuro dramma di quella massa di gente che vive di speranza e delusioni continue. Vanno dunque il sabato alle quattro del pomeriggio laddove si estraggono i cinque numeri delle varie ruote, l'uocchie puntate e 'e rrecchie appizzate. L'Impresa (questo è il nome del luogo dove avviene l'estrazione, si trova in una stradina angusta nei pressi di Santa Chiara, in Via Pignatelli. Ma ci sono anche le persone che non possono accorrere, gli ammalati, per esempio, gli operai, le venditrici, e allora aspettano che torni correndo il guaglione inviato là a scrivere i numeri usciti sulla ruota di Napoli. Ed eccolo che torna e comincia a gridare e a ripetere, vicolo per vicolo:
Vintiquatto! Sissantanove! Quarantanoie! Otto! Sissantacinche!
E' adesso che cadono i sogni, che si rompono le illusioni, che si spezzano i pensieri. E già ci si prepara al prossimo sabato. Ma intanto, dice Matilde Serao, la vita di stenti e di amarezze continua oggi come ieri e domani come oggi, i più nel continuare a far niente nell'attesa. E ci si crogiola nella menzogna, nella povertà, nell'invidia per quello che ha azzeccato il misero ambo da pochi soldi.
La scrittrice affonda il dito nella piaga. Ma enumera anche quella falsa forma di letteratura che s'immerge nel lotto. Quella gente ignorante che non sa né leggere né scrivere, conosce a perfezione un solo libro - persone che non hanno avuto neppure il conforto della lettura di una favola da piccoli - il libro della Smorfia, una pubblicazione che gira per le vie e i vicoli della città, o è consultabile presso l'assistito, che spiega e spiega, o presso l'impresa. E' un libro illustrato con varie immagini ognuna delle quali corrisponde ad un numero del lotto, da 1 a 90.
Scrive la Serao:
"Tutti i napoletani che non sanno leggere conoscono La Smorfia a memoria e ne fanno l'applicazione a qualunque sogno o cosa della vita reale.
Ad esempio 'o guaglione - il ragazzo, corrispondeva al numero 15, 'o pazzo al numero 22, Nanninella era il 20; 'o cantero (l'orinale) era il 27, il 29 corrispondeva a 'o pate d''e Ccriature - il padre delle creature, il pene. E così via per ogni numero.
Sogni che muoiono il sabato sera, quando i numeri giocati non sono usciti; ma rinascono a nuova vita la domenica mattina, quando inizia la lunga settimana di attesa spasmodica della nuova estrazione del sabato successivo. E nell'attesa in casa si litiga, si gioisce, si spera cose che non si hanno, nascono progetti il martedì e il giovedì, e il venerdì, e muoiono speranze e progetti il sabato sera.
Vintiquatto! Sissantanove! Quarantanoie! Otto! Sissantacinche!
Silenzio universale: tutti impallidiscono.
Ma come tutti i sogni troppo pronunziati, il lotto conduce alla inazione ed all'ozio: come tutte le visioni, esso porta alla falsità e alla menzogna; come tutte le allucinazioni, esso conduce alla crudeltà e alla ferocia; come tutti i rimedi fittizi che nascono dalla miseria, esso produce miseria, degradazione, delitto. Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto. Il lotto è l'acquavite di Napoli.
IL PAESE DI CUCCAGNA
Da grande appassionata della vita minuta (prima a Roma e adesso a Napoli) in questo libro la Serao rientra nella vita quotidiana della povera gente dei quartieri malfamati sporchi e abbandonati della città, come se facesse parte anche lei delle famiglie di quelle persone disastrate, sempre in contrapposizione alla piccola e grande borghesia che di quei problemi non ne avevano, e non volevano neppure sentirmene parlare.
Ella punta il dito verso le mille e mille situazioni scabrose dei poveri, descrivendo una insanabile realtà di questo ceto di persone eternamente alla ricerca di sopravvivenza. E tra gli altri mali di Napoli riecco il lotto, croce e delizia, meglio sarebbe dire "eterna speranza delusa pei poveri", che si barcamenano giornalmente in una vita di stenti, ma attirati dal miraggio di diventare ricchi, azzeccando un semplice ambo; e perché no un terno, o l'irraggiungibile quaterna, e - illusione delle illusioni - magari una cinquina; che li faccia approdare, appunto, al Paese di Cuccagna.
Ma non solo il lotto; la Serao nel libro svaria dal lotto al carnevale, con le sue gioie (superficiali), gioie di pochi giorni per poi tornare alla misera normalità, al miracolo dello scioglimento del sangue di San Gennaro.
La Serao denuncia con violenza il gioco del lotto, causa di tutte le povertà e di tutti i vizi della parte più povera della città, di quella gente che ella dice essere umile, bonaria, che sarebbe felice per poco e invece non ha nulla per essere felice; che, sopporta con dolcezza, con pazienza, la miseria, la fame quotidiana, l’indifferenza di coloro che dovrebbero amarla,
l’abbandono di coloro che dovrebbero sollevarla
Scrisse il critico letterario Piero Pancrazi in occasione della pubblicazione del libro:"Tra cent'anni, quando non si sapesse più nulla di Napoli, questo libro basterebbe a resuscitarla"
Il paese di Cuccagna vide la luce nell'anno 1891, e la scrittrice non fece che rivedere e ampliare il suo precedente racconto, "Terno secco", che faceva parte del libro dal titolo "All'erta sentinella!" pubblicato due anni prima, in cui raccontava la rassegnazione eterna del popolino di Napoli che - ultima spes - destina i suoi pochi denari (qualche soldo, quando ce l'ha) all'ultima speranza di un vita migliore: il gioco del lotto.
Il gioco del lotto arrivò a Napoli solo verso la fine del seicento, per l'esattezza nell'anno 1682. Furono le persone che avevano in mano il governo della città di Napoli che decisero di adottarlo come gioco primario, per incrementare le entrate dell’erario, che allora erano davvero misere, basate come si può immaginare solo sulla vessazione dei poveri e dei ceti medi, lasciando i ricchi esenti da qualsiasi imposizione. E' vero, era agli occhi di tutti un gioco d'azzardo (e la Chiesa se ne accorse subito e lo contrastò in ogni modo, considerando addirittura chi giocava in peccato mortale, perché vedeva lo sfacelo che portava nei bilanci delle povere famiglie). Anche per questa ragione ci fu un periodo in cui venne abolito, ma per poco, ché presto fu reintrodotto dal viceré Carlo Borromeo, agli inizi del 1700.
Matilde Serao punta l'indice sull'illusione di un facile arricchimento, che portasse i poveri a quel Paese di Cuccagna cui non si giungeva mai.
Si gioca anche per un evento improvviso, un avvenimento inatteso che sconvolge la quotidianità di ognuno. Voglio riportarvi qui uno di questi fatti che Pino Imperatore, un giovane scrittore napoletano responsabile della Sezione Scrittura Comica del Premio "Massimo Troisi" di Napoli, riporta nel suo libro, uscito nel gennaio del 2012 per le Edizioni Giunti, dal titolo: Benvenuti in casa Esposito, le avventure tragicomiche di una famiglia camorrista.
Premessa: Tonino e Patrizia e la loro prole e suoceri, consuoceri eccetera hanno in casa un coniglietto e un iguana, che per un caso fortuito va a finire nello zainetto del figlio Genny che se lo porta a scuola, dalle suore. Qui, al momento di tirare fuori un libro, l'iguana sguscia fuori, salta e va ad azzannare la caviglia di suor Paoletta, che finisce all'ospedale più morta di paura che viva. La superiora suor Celeste fa chiamare la signora Patrizia che sta dal parrucchiere, lei accorre, e finisce che si riporta a casa il figlio con l'iguana in una gabbietta.
E dunque:
...
"Nella Smart mentre Genny le raccontava i particolari della mattinata, Patrizia si calmò e rise più volte.
Mammà, dovevi vedere a suor Paoletta quando è scappata dalla classe. Il demonio! il demonio! alluccava.
Sai che ti dico, Genny? Mo ci andiamo a gioca' i numeri. Può darsi che vinciamo qualcosa di soldi.
Patrizia si fermò in Via Fonseca, davanti al negozio di "Lotto e mangiato". Metà ricevitoria e metà paninoteca.
Tu aspetta qua, disse a Genny.
Entrò nel locale e andò dritta verso il gestore. Buongiorno, don Cosimo, mi voglio giocare un terno secco sulla ruota di Napoli, però mi dovete aiutare.
Ditemi pure, signora Patrizia.
Mi gioco quarantatre, 'a monaca, e settantadue, 'a meraviglia. Poi mi dovete dire quanto fa l'iguana.
'A che?
L'iguana. Quella che assomiglia a 'na lacerta, ma è assai cchiù grossa. Se venite fuori, ve la faccio vedere. La tengo in macchina!
Signo', e voi camminate con un'iguana nella macchina?
Sta dentro a 'na gabbietta.
Meno male. Comunque ho capito che belva è, ma mi trovate impreparato. Nessuno m'aveva chiesto mai l'iguana. Aspettate, piglio 'A smorfia e vediamo a che numero corrisponde.
Don Cosimo inforcò gli occhiali da presbite, prese un librone da sotto il banco, si mise a sfogliarlo e trovò la pagina giusta, ecco qua: iguana.
Studiò il brano sfregandosi il mento, poi declamò: Dunque, signora Patrizia, ascoltatemi bene, il fatto è serio. Teniamo quattro possibilità: l'iguana semplice fa trentotto, l'iguana adulto sessantotto, l'iguana cucciolo trentadue, l'iguana con prole settantaquattro. Quale ci giochiamo?
E je che ne saccio? buttò lì Patrizia.
E lo dovete sapere, esclamò don Cosimo. Non possiamo improvvisare. Il lotto mica è 'na pazziella. Il lotto è scienza scientifica. Fatemi capire: quest'iguana com'è? E' neonata o maggiorenne? Se piglia ancora 'o biberon oppure mangia da sola? E' sposata? Ha famiglia? Tiene figli?
Don Co', mi mettete in difficoltà. Dovrei chiedere a mio marito, è lui che l'ha portata a casa.
Volete prima approfondire lo stato civile dell'animale e poi ripassate?
No, non ciò tempo. Facciamo così: mi gioco l'iguana adulta.
Siete sicura? chiese don Cosimo.
Abbastanza. L'animale è grande, quindi penso che è adulto. Fate venti euro, terno secco.
Bene, allora: quarantatre, settantadue, sessantotto. Niente ambo?
Niente ambo.
... il sorriso le torno' (a Patrizia) grazie a Tina (l'altra figlia) che rientrando da scuola comunicò di aver preso nove all'interrogazione di storia. Il broncio le riapparve la sera, quando in tv furono annunciate le estrazioni del lotto. Sulla ruota di Napoli uscirono 'a monaca, quarantatre, 'a meraviglia, settantadue, e l'iguana con prole, settantaquattro. Evidentemente Sansone (l'iguana) era papà.
Niente ambo? aveva chiesto Cosimo.
Niente ambo
Ma il romanzo è variegato, non solo il gioco del lotto, del resto trattato già ampiamente nel suo precedente libro, ma è anche un documento su altri pezzi di vita del popolo napoletano: il miracolo di San Gennaro, il Carnevale, i dolcetti tipici di quella gente in occasione di una comunione, eccetera. E la scrittrice dipinge come su una tavolozza in cinemascope i personaggi e i vari ambienti della città, mettendone però in evidenza i mali, le pecche, le crepe, una denuncia non smetterà mai di fare nel corso della sua vita.
Come quella che ella di persona rivolge, ne Il ventre di Napoli, in una appassionata lettera al Ministro De Pretis (Presidente del Consiglio nell'anno 1905):
... lei sa tutto dell'Italia...
... le statistiche della mortalità e quelle dei delitti... quante femmine disgraziate diciamo così, esistano... quanti vagabondi dormano in istrada, la notte ... l'andamento... della disoccupazione...
... vorrei farle una domanda:... queste persone, lei le ha mai incontrate? Sa cosa mangiano, (e più spesso non mangiano), cosa pensano, quanto desidererebbero dare ai propri figli un'educazione simile a quella che lei ha dato ai Suoi...
... e quanto renda il lotto. Quest'altra parte, questo ventre di Napoli, se non lo conosce il Governo, chi lo deve conoscere?...
E si firma per esteso: Matilde Serao.
La scrittrice, nel corso della sua carriera giornalistica, oltre ai tradimenti del marito dovette subire critiche talvolta feroci da parte di molti, anche per le sue idee politiche e sociali, che come abbiamo visto non esita a denunciare persino a presidenti del Consiglio e altri uomini politici. Era contraria alla guerra, e si schierò apertamente per quelli che si astenevano dall'intervento dell'Italia; si inimicò in tal modo anche il Capo del Governo Benito Mussolini, che non l'appoggiò per il conseguimento del premio Nobel, che andò infatti a Grazia Deledda.
Ci siamo dilungati sui due romanzi principe della sua carriera di scrittrice, ma la Serao ne scrisse tantissimi altri. Va detto che anche nei libri successivi riprende spesso il tema delle sofferenze dei suoi amati concittadini. Fu autrice anche racconti, brevi e lunghi, molti romantici; scrisse in essi di mondanità, di "buona creanza", ma tutti che risentono in maniera determinante del suo stile, dei suoi articoli e saggi giornalistici, che scavavano a fondo - come questi - nelle cose che osservava e amava sfidare.
.
...quando una operaia napoletana nomina i suoi figli, dice: le creature, e lo dice con tanta dolcezza malinconica, con tanta materna pietà, con un amore così doloroso, che vi par di conoscere tutta, acutamente, la intensità della miseria napoletana...
Era il suo modo di attirare l'attenzione del lettore, a qualsiasi ceto appartenesse. Il suo stile, a detta di molti - e non ultimo suo marito Edoardo Scarfoglio - lasciava molto a desiderare, ma a lei non importava, il suo fine era quello di coinvolgere la gente, di comunicare in maniera semplice, di far partecipare tutti alla sua vita che andava a vivere in mezzo al popolino con le sua poche gioie e le molte disperazioni.
...i calzolai, i muratori, i falegnami sono pagati... una lira, venticinque soldi, al più, trenta soldi al giorno per dodici ore di lavoro, talvolta penosissimo.. .
... i tagliatori di guanti guadagnano novanta centesimi al giorno...
Il suo scopo era quello di far conoscere le tantissime miserie e le poche, e spesso inutili, speranze a quello stesso popolino che era il fulcro della città, ma anche alla cosiddetta nobiltà o ex-nobiltà, alla superba aristocrazia, agli inarrivabili "signori".
...che dove erano otto persone, ora sono dodici; che lo spazio è diminuito e le persone sono cresciute...
Quel triste 13 novembre dette le dimissioni dal Mattino, per stare lontano da Scarfoglio, trovandosi all'improvviso senza lavoro. Né aveva intenzione di trovare un altro giornale; tuttavia vicino al suo nuovo uomo lo fece. Fondò quindi il quotidiano Il Giorno, che ebbe un buon successo di pubblico e di critica. Ebbe da Giuseppe Natale - che sposò solo alla morte di Edoardo avvenuta nel 1917 - una figlia che chiamò Eleonora per ricordare la sua cara amica Eleonora Duse. Ma poi perse anche il secondo marito, e restò definitivamente sola fino alla fine. Continuò a scrivere libri e a dirigere il giornale, con la passione che sempre la contraddistinse.
Aveva 71 anni quando morì. Si trovava in redazione, china sull'articolo o saggio che stava scrivendo; s'accasciò poggiando la testa sui fogli che aveva davanti; un colpo al cuore la stroncò; improvvisamente, ché niente faceva supporre una fine così tragica.
fine
marcello de santis
Matilde Serao: parte seconda
Anno 1894. Avviene un dramma, tanto inaspettato quanto eclatante, che sconvolge ancora di più la scrittrice: la Bressard, con in braccio la figlioletta avuta da Edoardo, si reca a casa Scarfoglio. E' la fine di un agosto torrido; quando il portone di casa viene aperto dalla donna di servizio, la cantante allunga la figlia tra le mani della cameriera, e, tratta una pistola dalla borsetta, si spara. Altra cronaca dice che la donna lasciasse la bimba a terra su uno scalino insieme ad un biglietto d'addio, biglietto che è conservato nella storia della famiglia dei giornalisti napoletani: « Perdonami se vengo a uccidermi sulla tua porta come un cane fedele. Ti amo sempre ».
Viene soccorsa e ricoverata all'Ospedale degli Incurabili di Napoli, dove muore una settimana dopo. Lecito pensare che Matilde rifiutasse il frutto del peccato del marito, ma non fu così, accettò la figlioletta di Edoardo e Gabrielle, l'accolse con sé e la coccolò come fosse sua figlia; pensate, le dette anche il nome di sua madre, la chiamò, infatti, Paolina. Però è chiaro che il rapporto col marito va via via deteriorandosi, anche perché lo sciupafemmene continua nelle sue scorribande amorose, tra inganni e tradimenti.
Alla fine la Serao abbandona la causa, e lascia il marito; si separano. E lei si risposa, per la cronaca con l’avvocato Giuseppe Natale, che le fu vicino fino alla fine della sua vita; ma questo matrimonio per lei non significa niente, tutto si era concluso con l'amore per Edoardo Scarfoglio. Si dedica ancora di più al suo lavoro di giornalista all'avanguardia, portandolo avanti fino alla sua morte, per oltre mezzo secolo di dure battaglie, non solo letterarie ma anche politiche; tanto che oggi è considerata l'antesignana dei giornalisti moderni.
Ha detto Miriam Mafai:
"... il giornalismo italiano è figlio di Matilde Serao... che a fine ‘800 in una Napoli popolata da circa mezzo milione di abitanti (di cui il 75% analfabeta) riuscì a vendere ben trentamila copie del Mattino, una impresa quasi epica....
... la “Signora del Mattino”, (era) capace “di improvvisare pezzi di colore e di costume, di riempire ‘buchi’ inserendo nelle pagine di quotidiani e periodici aforismi e curiosità, di inventare temi di cronaca e polemica per attirare lettori e abbonamenti, era la migliore testimonianza di un atteggiamento di ‘tipo nuovo’, un esempio illustre per le giornaliste italiane. Ed ella preferì sempre la qualifica di ‘giornalista’ a quella di scrittrice, letterata o poetessa, riconoscendosi pienamente partecipe della ‘febbre, talvolta sottile, talvolta bruciante’, della ‘infermità … dolce e terribile’, del ‘soave e imperioso male dello spirito’ che quel ‘mestiere’ comportava..."
Tuttavia a questa sua attività principale, ella affiancò quella di scrittrice; aveva cominciato a scrivere quando aveva solo venti anni e non aveva mai abbandonato.
Matilde e Napoli
Una curiosità. Più sopra abbiamo detto che, grazie al signor Schilizzi, i due coniugi fondarono un nuovo giornale, Il Corriere di Napoli. Fin dal primo numero venne riproposta la rubrica che tanto successo ebbe a Roma: "Api Mosconi e Vespe" (quella che era nata col nome "Per voi, Signore", firmata da Chiquita, poi dall'altro nomignolo Gibus), qui a firma, stavolta, di Snob (ma sempre della Serao si tratta). A Napoli, al contrario che a Roma, la rubrica fu accolta con entusiasmo, e i salotti della città del golfo facevano a gara per contendersi la scrittrice. La storia l'abbiamo narrata, dopo vari contrasti con l'editore, i coniugi Scarfoglio lasciano il giornale, e fondano il Mattino. Ci furono controversie anche per il nome della rubrica che, nonostante l'abbandono dei due, il giornale di Schilizzi continuò a pubblicare, con lo stesso titolo e la stessa firma; seguirono cause, denunce, etc.
Sapete che s'inventò Scarfoglio in attesa che la giustizia facesse il suo corso? Su Il Mattino dette spazio alla "loro" antica rubrica, ma al posto del titolo: solo puntini "......" con un disegno che raffigurava degli insetti. Geniale!
Nel 1896 si coniò la nuova intestazione: "Mosconi", con il quale il Mattino di oggi ancora presenta la pagina delle cronache mondane della Napoli attuale. Trattava le tradizioni della città, gli usi e i costumi di una volta, molti dei quali difficili a morire e quindi ancora presenti, mettendo in evidenza i (rari) pregi e sottolineando i (molti) difetti.
Ma la scrittrice non disdegna di proporre a quel pubblico, per ora composto di vecchi nobili (pure decaduti) e rappresentanti della borghesia danarosa, anche dei pezzi di letteratura.
Confessò a un amico di famiglia:
"... il mio lavoro al giornale, caro professore (era il professore di filosofia George Herelle) serve per poter vivere, per procurare alla mia famiglia (Matilde dal matrimonio con Scarfoglio ebbe quattro figli) il necessario per vivere; ma io amo la letteratura, che pure non mi dà alcuna entrata. Eppure io amo scrivere, voglio scrivere, perché sento che questa è la mia vita..."
Si può dire che fosse la Serao a mandare avanti il giornale, in considerazione che suo marito era sempre in viaggio, per lavoro, sì, ma anche e (forse) soprattutto per le sue avventure sentimentali con soubrettes e attrici e attricette. Ma - come confessato da lei stessa - amava più di tutto la letteratura; si appassionò a quella francese, che studiò a fondo, lesse libri d'oltralpe, nella lingua d'origine, ciò che le fu utile quando si recò a Parigi (e ci fu più volte), e la sua presenza là la consacrò scrittrice di fama internazionale (coi suoi libri tradotti in francese - Il paese di Cuccagna fu tradotto da Minnie Bourget, moglie del celebre critico letterario Paul ; a Parigi conobbe scrittori e poeti).
Abbiamo detto poco più sopra che la scrittrice proponeva prose (racconti, brevi saggi), e, tra gli altri, pubblicò a puntate - si era nell'anno 1890 - questo suo lungo scritto che poi venne dato alle stampe, l'anno successivo, per le edizioni Treves di Milano, con il titolo appunto de Il paese di Cuccagna. Vi si parla anche del gioco del lotto, croce e delizia dei napoletani, argomento del resto - il lotto - che la scrittrice aveva affrontato anche nel precedente libro Il ventre di Napoli.
Scriveva ne Il Ventre di Napoli:
"... non credete che il male rimanga nelle classi popolari. No, no, esso ascende, assale le classi medie, s'intromette in tutte le borghesie, in tutti i commerci, arriva fino all'aristocrazia....
... dove vi è una rovina finanziaria celata ma imminente... ivi il giuoco del lotto prende possesso, domina...
... Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto..."
E continua imperterrita nella denuncia di questo male incurabile, descrivendo quell'attesa frenetica del sabato, in cui si svolgeva la vita di quella povera gente
... il popolo napoletano rifà ogni settimana il suo grande sogno di felicità, vive per sei giorni in una speranza crescente, invadente, che si allarga, si allarga, esce dai confini della vita reale: per sei giorni, il popolo napoletano sogna il suo grande sogno, dove sono tutte le cose di cui è privato, una casa pulita, dell’aria salubre e fresca, un bel raggio di sole caldo per terra, un letto bianco e alto, un comò lucido, i maccheroni e la carne ogni giorno, e il litro di vino, e la culla pel bimbo e la biancheria per la moglie e il cappello nuovo per il marito...
I sogni ad occhi aperti che la gente non realizzerà mai, ma spera in quei due tre numeri che ha sognato, o interpretato, o fatto interpretare, su quella cedolina che si tiene stretta al petto, che nasconde in tasca, che legge e rilegge, mira e rimira, e aspetta... aspetta...
Descrive la sua gente con i suoi molti difetti (involontari) e i pochi pregi, prima di illustrare quel gioco che la porta alla rovina,
Nelle sue parole c'è tutto l'amore per il suo popolo.
... È gente umile, bonaria, che sarebbe felice per poco e invece non ha nulla per essere felice; che sopporta con dolcezza, con pazienza, la miseria, la fame quotidiana, l'indifferenza di coloro che dovrebbero amarla, l'abbandono di coloro che dovrebbero sollevarla...
... innamorata del sole, non ha sole; appassionata di colori gai, vive nella tetraggine...
... le tane dove abita questa gente, non sembrano fatte per gli umani, e dei frutti della terra, essa ha i peggiori, quelli che in campagna si danno ai maiali...
... e vi sono vivande che non assaggia mai...
Ma questo popolo è dotato di una immensa fantasia che si coniuga con la pazienza che lo porta a sopravvivere sempre di buonumore. E il sogno della vincita è sempre presente nella vita del povero, vive con lui, con sua moglie, coi suoi figli. Un sogno lungo una vita che lo consola ad ogni istante, che si squaglia per conservarsi dentro l'anima.
E' una malattia che si propaga di vascio in vascio, di vico in vico, di quartiere in quartiere; di cuore in cuore, di anima in anima, di persona in persona. E' un virus immenso, contagioso, irrefrenabile...
... dal portinaio ciabattino che sta seduto al suo banchetto innanzi al portoncino, il contagio del lotto si comunica alla povera cucitrice che viene a portargli le scarpe vecchie da risuolare; da costei passa al suo innamorato, un garzone di cantina; costui lo porta all'oste che lo dà a tutti gli avventori, i quali lo seminano nelle case, nelle officine, nelle altre osterie, fino nelle chiese...
La serva del quinto piano, a destra, giuoca, sperando di non far più la serva; ma tutte le serve, di tutti i piani... giuocano, tanto la cameriera del primo che ha le trenta lire al mese, quanto la vajassa del sesto, che ne prende otto, con la dolce speranza di uscir dal servizio, così duro; e si comunicano i loro numeri, fanno combriccola sui pianerottoli, se li dicono dalle finestre, se li telegrafano a segni...
... la moglie dello stagnino affogata dal fetore del piombo, la lavandaia che sta tutto il giorno con le mani nella saponata, la venditrice di castagne che si brucia la faccia e le mani al vapore e al calore del fornello, la venditrice di noci che ha le mani nere sino ai polsi per l'acido gallico...
E in poche righe degne di essere riportate qui, in questo saggio - ma voglio dire: andrebbe riportato qui tutto il libro, per la sua intrinseca bellezza, per la sua importanza nella storia delle città partenopea, per la sua audace atroce denuncia contro tutte le miserie che Napoli si cova nel suo ventre, (come scriveva nel primo libro) la Serao addita indirettamente un altro male che ella ritiene incurabile, se non con una vincita al lotto, del suo disgraziatissimo paese
... dove sono riunite, a vivere di peccato, le disgraziate donne di cui Napoli ha così grande copia, il lotto è una delle più grandi speranze: speranza di redenzione
La scrittrice non si ferma al popolino abituato a una vita di stenti e a volte disumana, perché la malattia del gioco del lotto colpisce anche chi male non sta; parla della piccola e media borghesia ma anche - si direbbe oggi - della gente benestante, senza tralasciare i nobili.
I quali, per accrescere le proprie sostanze - i decaduti per far fronte a collassi finanziari inaspettati o meno - giocano insomma tutti; dalle figlie di famiglia in attesa di sposarsi al piccolo e grande commerciante, dagli impiegati del Comune a quelli delle banche a quelli del Dazio e ai pensionati, giocano specialmente quelli che con la misera somma mensile non riescono a sbarcare il lunario.
E si sparge la voce dei numeri che alcuni sanno che usciranno di sicuro, lo ha detto la cabala, l'ha confermato l'assistito, l'ha comunicato il parente defunto venuto in sogno a dare i numeri. Eh sì, perché i sogni sono il principale stimolo a giocare.
fine seconda parte
marcello de santis
Joan Fontaine
Joan Fontaine, Tokyo 22 ottobre 1917 - Carmel by the Sea 15 dicembre 2013. Alfred Hitchcok, non ancora celebre per i suoi racconti thriller, chiamò questa quasi sconosciuta ragazza per interpretare un film che sarebbe diventato un'icona della storia della cinematografia americana: Joan Fontaine.
Aveva ventitre anni e da soli cinque aveva cominciato a girare qualche film, ma nessuno fino ad allora di una qualche importanza.
E Rebecca la prima moglie le dette quella notorietà che forse neppure lei si aspettava così improvvisa; il film era diretto dal regista Alfred Hitchcok che era al debutto nella regia nella sua attività in America. Il suo partner era, e scusate se è poco, il poi grande grandissimo Laurence Olivier. E i risultati non potevano essere diversi da quelli che furono, il film ebbe la nomination all'Oscar, il massimo riconoscimento per tale genere di arte, in America. Non vinse è vero, ché la vittoria andò alla bellissima Ginger Rogers, ma il successo lo conseguì con una magistrale interpretazione due anni appresso, quando fu dichiarata la migliore attrice protagonista per Il sospetto - nuovo film di Hitchcok, che girò a fianco di Cary Grant, e che le valse appunto la famosa statuetta d'oro.
L'attrice, avvenente come nessun'altra, non so se lo sapete, non era americana; nacque infatti in Giappone, anche se è vero che all'età di due anni, i genitori inglesi si trasferirono negli Stati Uniti e la bimba con loro. Nel 1943 fu naturalizzata americana.
Conosciamo anche sua sorella, anche lei attrice di rilievo in America, l'altrettanto famosa Olivia de Havilland, con la quale ha avuto, specialmente negli anni migliori delle loro carriere, una accesa rivalità. Olivia, maggiore di lei di un anno, è sopravvissuta alla morte di Joan, avvenuta nella sua villa di Carmel sul mare in California, alla bell'età di 96 anni.
E' tutta da raccontare la storia del nome d'arte delle due sorelle attrici.
E dunque: Joan si chiamava Joan, e per la sua carriera prese il cognome d'arte della madre - che si chiamava Lilian Augusta Ruse (era anche lei un'attrice e il suo nome d'arte era Lilian Fontaine; e quando Joan si avvicinò al mondo dello schermo le vietò di usare il cognome di famiglia e lei optò per il cognome di lei quando faceva l'attrice), da cui dunque Joan Fontaine.
Olivia, da parte sua, mantenne invece il suo cognome, de Havilland, (il padre infatti era un avvocato di grido dal nome Walter de Havilland). Il matrimonio dei genitori non fu felice tanto che si separarono e Joan, all'eta di 15 anni, tornò a stare col suo padre in Giappone, col qual visse due anni prima di fare ritorno in America.
Non stiamo qui a ricordare tutti i suoi film, che furono circa un centinaio distribuiti in ben sessant'anni di carriera.
Joan e Olivia non andarono mai d'accordo, fin da bambine, si narra, quando si litigavano i vestiti da indossare; e poi quando la più giovane volle seguire le orme della sorella più grande.
Poi avvenne l'irreparabile, per così dire, Joan vinse l'Oscar e lo sottrasse alla sorella anch'essa candidata; e da allora non si parlarono più per più di trent'anni anni; fino agli anni ottanta, quando si incontrarono per l'ultima volta in occasione del funerale della madre.
marcello de santis
Francesco Giubilei, "Leo Longanesi"
Francesco Giubilei
Leo Longanesi
Odoya - Euro 18 - Pag. 200
Francesco Giubilei è un giovane editore - scrittore che seguo sin da quando ha cominciato a muovere i primi passi in un ambiente complesso, ammirandolo per la tenacia sin qui dimostrata nel perseguire obiettivi e realizzare risultati. Non è il primo a scrivere una biografia su Longanesi - inimitabile quella di Indro Montanelli - ma è importante che sia un piccolo editore a raccontare un vero e proprio modello editoriale, descrivendo la vita di un uomo basata su scrittura e invenzione di media (pronunciatelo come una parola latina, per favore) giornalistici. Giubilei non è alla prima prova saggistico - narrativa, ma questa volta dimostra maturità stilistica e grande talento per la divulgazione storico - biografica, perché coinvolge il lettore nelle imprese quotidiane di Longanesi e lo fa sentire vicino come un fratello spirituale. Un intellettuale controcorrente e polemico, non abbastanza fascista con Mussolini al potere - anche se inventò il motto: Mussolini ha sempre ragione! -, per diventare nostalgico del regime in piena democrazia. Longanesi era alieno da compromessi, uomo poliedrico e brillante, inventore di aforismi dissacranti (Sono conservatore in un paese in cui non c'è niente da conservare, Soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia...), ideatore di riviste (L'Italiano, Omnibus, Il Libraio, Il Borghese...), scopritore di talenti e di libri scomodi (Il deserto dei tartari di Dino Buzzati), autore di poche opere graffianti e sincere (In piedi e seduti, Parliamo dell'elefante, Un morto fra noi...). Il capolavoro di Leo Longanesi resta la gloriosa e omonima Casa Editrice che contende il mercato ai colossi del periodo storico con un'immortale collana di pocket. Longanesi anticipa pensatori come Pasolini e Bianciardi:
"La televisione è basata sulla convinzione che esista moltissima gente che non ha nulla da fare e che è pronta a perdere il tempo a guardare gente che non è buona a fare nulla".
Aveva proprio capito tutto. In tempi culturalmente bui come quelli che stiamo vivendo - tra isole dei famosi, amici e reality sulle montagne - un giovane editore come Francesco Giubilei - pure lui romagnolo! - fa bene a ricordare Longanesi, modello di vero intellettuale. Due parole sul prodotto editoriale, ben confezionato, un oggetto libro corredato di illustrazioni e ben impaginato. Unico difetto: il prezzo troppo alto per un libro popolare. Odoya è un ottimo editore che sa fare il proprio mestiere. Mica è così scontato, credetemi.
Lorella de Luca
Erano gli anni belli della mia gioventù, quelli della fine anni 50, quando stavo per finire il liceo e di lì a poco avrei mosso i primi passi nella facoltà di Giurisprudenza all'Università di Roma.
La televisione era ancora in bianco e nero, e così i sogni miei e dei giovani come me; e le nostre speranze, fatte di niente, ché non sapevamo ancora che cosa il destino ci avrebbe riservato. Né tanto meno pensavamo alla nostra vita di oggi, ultrasettantenni più o meno realizzati, alcuni con mogli e figli, altri con le loro solitudini invecchiate, allora impensate.
Erano, quelli, gli anni di Lorella De Luca, che imparammo a conoscere, ad ammirare, ad amare, forse ancora prima della sua comparsa nel film "Poveri ma belli" che la lanciò nel mondo tutto italiano della cinematografia, nella trasmissione televisiva di Mario Riva, Il Musichiere, dove svolgeva il semplice ruolo di "valletta", affiancata da un'altra giovanissima bionda, e carina come lei, Alessandra Panaro.
Ricordo che Mario Riva amava chiamarle le "cognatine".
Le due amiche furono inseparabili nel ciclo dei tre film Poveri ma belli, (1956), Belle ma povere, (1957), Poveri milionari (1959) tutti con la regia di Dino Risi.
Lorella aveva allora 18 anni, e Alessandra uno più di lei.
Mario Riva le volle con sé nell'avventura de Il Musichiere per il loro aspetto di brave ragazze, dolci nello sguardo e limpide nel sorriso, a rappresentare la gioventù che bilanciasse la sua età non più verde.
La trasmissione attrasse subito un grosso numero di telespettatori, oltre che per i concorrenti che, a due a due, si sfidavano correndo per arrivare per primi a suonare una campana, alla prime note di una canzone che eseguiva l'orchestra del maestro Gorni Kramer, anche per gli ospiti nazionali ed internazionali che onoravano con la loro presenza lo spettacolo.
Io avevo la loro età, e come la gran parte dei giovani come me, mi ritrovavo sempre davanti all'antiquato - visto con gli occhi della memoria di oggi - apparecchio tivù di allora, un enorme scatolone di legno ferro e plastica, ingombrante come non mai, che poggiava su un "portatelevisore", ingombrante pure lui sì, ma un nuovo compagno delle serate casalinghe, che presto andò a sostituire per molti italiani il fedele apparecchio radio che fino allora ci deliziava, la sera, con programmi che noi amavamo; come ad esempio: "I gialli di Ellery Queen", e con -annualmente - i Festival della Canzone italiana trasmessi da Sanremo.
Il Musichiere ruppe queste nostre abitudini, e Lorella e Alessandra ci rallegravano la serata settimanale con la loro angelica presenza. Poi negli anni Lorella volò alto nel mondo del cinema, grazie anche al matrimonio col regista Duccio Tessari. Girò nella sua carriera una cinquantina di film; pochi di essi se ne ricordano, in effetti, ma il ciclo di Poveri ma belli è rimasto un' icona indelebile nella nostra cinematografia; film che nel tempo vennero poi trasmessi e ritrasmessi non so quante volte sui piccoli schermi della tivù; e sempre con grande e rinnovato successo.
Con le due ragazze, amiche inseparabili anche nelle storie del ciclo, c'erano - tra gli altri - i fusti dell'epoca, Maurizio Arena (1933-1978) e Renato Salvatori (1933-1988), anche loro poveri ma belli! I due ci hanno lasciato molti anni fa.
Nel 1994 Lorella è stata colpita da una grave malattia, che poi ne ha causato la morte. E' andata a raggiungere i due compagni di lavoro.
marcello de santis
Mickey Rooney
Un eterno ragazzo, Mickey Rooney, come io lo ricordo, con l'eterno ciuffo sulla fronte e quel sorriso sbarazzino che ne ha caratterizzato l'aspetto nella sua smagliante giovinezza.
Ma il tempo passa per tutti e non fa sconti.
Quando lui era nel pieno del suo successo, i suoi film cominciavano a giungere fino qui da noi, erano i primi anni del dopoguerra, io avevo cinque,sei anni, forse sette. E gli attori preferiti di noi ragazzini, oltre agli intramontabili Stanlio e Ollio, Gianni e Pinotto, i fratelli Marx, erano gli eroi dei film di cowboy e indiani, John Wayne, Gary Cooper, Henry Fonda, e, tra le affascinanti interpreti femminili, Doris Day, e Jane Russell (che più tardi avrebbe costituito una coppia ineguagliabile con la bella Marilyna.)
E in mezzo a quella grande serie di film western arrivavano anche film d'amore o d'avventura; e uno degli interpreti di questi film d'evasione, spiccava questo piccoletto (era molto basso) simpatico, dagli occhi vivaci e dal carattere dolce; ci mettemmo un po' noi piccoli a dargli il nome e poi a tenerlo a mente, (era il gioco che piaceva a noi ragazzini, conoscere e riconoscere i personaggi dei film e poi fare a gara a chi ne ricordava di più): Mickey Rooney.
Se pensiamo che aveva debuttato al fianco del padre sulle scene, quando aveva appena due anni, constatiamo che l'attore ha avuto una carriera lunghissima, ben 91 anni, di gran lunga la più lunga di qualsiasi altro personaggio dello spettacolo del mondo. Vita lunga, avventure tante, film girati tantissimi, premi a non finire, candidato varie volte all'Oscar, che vinse per due anni; mogli a non finire; si sposò infatti ben nove volte, la più celebre Ava Gardner; ed ebbe nove figli.
Un aneddoto, che poi aneddoto non è: tre anni prima di morire, si lamentò duramente che non era più libero di fare ciò che più gli piaceva; e che la sua famiglia gli aveva tagliato le ali della libertà. Il giudice cui si era rivolto gli dette ragione, e intimò al figlio di stare alla larga dall'attore/padre; non poteva avvicinarglisi, ne doveva stare lontano almeno trenta chilometri.
Qualche anno fa, girando su vari canali tv, capitai su un film, non ricordo se in bianco nero o a colori, dove un attore panciutissimo e con la barba bianca recitava in maniera che mi ricordava qualcosa; ma non avendo visto la pellicola dall'inizio non sapevo il nome degli attori. Continuai ad assistere, più per la curiosità che mi aveva destato quel tipo che per l'azione e la trama del film; ne apparivano spesso primi piani, con l'obiettivo sul suo viso pieno e irto di barba ispida, e sugli occhi un poco acquosi; e ogni volta qualcosa mi diceva che io lo conoscevo, quell'attore, ma non riuscivo a ricordare. Lasciai lo schermo tv, andai al mio pc e digitai il titolo del film con la dicitura "cast".
Era lui, era il mio tanto amato in gioventù Mickey Rooney.
Tiziano Terzani
Tiziano Terzani, giornalista e scrittore, inviato speciale di Repubblica del Corriere della Sera,
Aveva 66 anni quando è morto nel 2004, era nato nell'anno 1938 quindi aveva un anno meno di me.
Grande è stata la mia emozione quando ho avuto modo di conoscerlo, in una pausa dei suoi continui viaggi in Oriente, in occasione di un Festivaletteratura a Mantova. Ricordo, era un tardo pomeriggio e stava seduto coi suoi amici al tavolo di un bar all'aperto, in piazza Broletto.
Me ne andavo a passeggio in cerca di autori, scrittori e poeti, che quell'anno infioravano la manifestazione, che dura una settimana e richiama ogni anno il meglio della cultura mondiale.
Era là, sorridente, bello nella sua figura ieratica, con la stupenda barba bianca che già incorniciava il suo viso importante. Ci avvicinammo, io e i mei amici, e scambiammo poche parole, discreti, per non disturbare, ma ebbi il tempo di chiedergli un autografo che mi rilasciò sul piccolo diario chiamato Cento Autori, che viene distribuito ai visitatori e agli spettatori degli eventi culturali della manifestazione.
Non ricordo l'anno, né mi va di andare a trovare - per semplice pigrizia - quel piccolo diario con l'autografo, nascosto tra i miei quasi cinquemila libri della mia libreria nel mio piccolo studio, ma era un caso fortunato che aderisse al Festival, dato che stava sempre fuori; dal 1972 al 2004 è stato infatti in Estremo oriente, insieme alla famiglia, alla moglie Angela e ai figli Folco, scrittore anche lui, e Saskia.
Era corrispondente di un importante giornale tedesco e collaborava, come ho già detto, con alcuni giornali italiani, anche con L'Espresso, mi pare.
Scrittore importante, tradotto in tantissime lingue nel mondo, nei suoi libri racconta della sua vita, delle sue esperienze, tante, che ha vissuto fuori d'Italia; altri invece raccolgono le sue corrispondenze da quelle terre lontane. Ha narrato tra le altre cose della guerra in Vietnam, della Cina, della Russia e della sua fine. Alcuni dei suoi libri sono stati editi dopo la morte a cura del figlio Folco e della moglie Angela.
Scrisse nella sua opera postuma "La fine è il mio inizio", edita da Longanesi nell'anno 2006:
L’Orsigna l’ha trovata mio padre [...].
Si era iscritto a quella che si chiamava l’università popolare,
che non era un’università, era un club per fare gite.
La domenica con un autobus andavano di qua e di là
e con una di quelle gite negli anni Venti
lui, giovanissimo e operaio,
arrivò per la prima volta in questa valle. [...]
ero spesso malato, avevo “le ghiandoline”
e la carne di cavallo non mi bastava più.
«Questo ragazzo ha bisogno d’aria buona, d’aria pulita»
disse il medico.
Questo vuol essere un breve ricordo del grande scrittore, e modesto mio omaggio a lui; e un saluto alla memoria.
marcello de santis
D'Annunzio a Livorno
Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938) conobbe Livorno in gioventù, quando il critico letterario Giuseppe Chiarini lo invitò per un colloquio.
Acquistò una villa a Castiglioncello, fra punta Righini e la baia del Quercetano, per trascorrere i suoi “ozi edonistici” e, dopo una notte d’amore, la ribattezzò Godilonda.
Lo si vedeva spesso all’Ippodromo di Ardenza, esiste una foto del 1907 che lo ritrae insieme all’amica, duchessa Massari.
Lo ritroviamo poi nel 1908 insieme a Mascagni fra gli invitati a un ricevimento organizzato da Guido Chayes.
Pietro Vigo

Pietro Vigo (1818 - 1889) era figlio di un tipografo editore molto conosciuto a Livorno, fu scrittore, critico letterario e professore. Insegnò con alterne vicende soprattutto all'Accademia Navale, almeno fino a quando essa contemplò anche l'istruzione umanistica nei programmi. Non insegnava volentieri, tuttavia, parendogli gli studenti maleducati e svogliati. Si ritrovò anche alle prese con il fallimento dell'attività ereditata dal padre e mal gestita dal fratello e questo, più altre fobie, lo indusse in depressione. Negli ultimi anni della sua vita non fu lontano dall'uscire di senno. Profondamente religioso, fu terziario francescano.
La sua attività principale, la più amata era, però, quella di storico. Occuparsi di storia, per lui, significava arrestare il tempo, riportare in vita il passato, schierare gli anni morti "di nuovo in battaglia". Si dedicò gratuitamente alla costruzione dell'archivio storico cittadino, raccogliendo in due stanze preziosi documenti un tempo sparsi in varie sedi.
La sua guida di Montenero, dove Vigo villeggiava spesso, è una fonte pregiata, e una lettura gustosa che ricrea il mondo ottocentesco, raccontandoci paesaggio, cenni storici, aneddoti, itinerari, personalità in visita, e tutto ciò che caratterizzava, allora come adesso, quello che Vigo stesso definisce "il ridentissimo colle".
louisstott.wordpress.com
Pietro Vigo, Montenero in www.infolio.it
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Pietro Vigo (1818 - 1889) was the son of a well-known publisher and typographer in Livorno, he was a writer, literary critic and professor. He taught with ups and downs especially at the Naval Academy, at least until it also included humanistic education in the programs. He did not willingly teach, however, tos rude and listless students. He also found himself grappling with the failure of the business inherited from his father and badly managed by his brother and this, plus other phobias, led him into depression. In the last years of his life he was not far from going out of his mind. Deeply religious, he was a Franciscan tertiary.
His main activity, the most loved, however, was that of a historian. For him, dealing with history meant stopping time, bringing the past back to life, deploying the dead years "again in battle". He devoted himself free of charge to the construction of the city's historical archive, collecting precious documents once scattered in various locations in two rooms.
His guide of Montenero, where Vigo often vacationed, is a valuable source, and a tasty reading that recreates the nineteenth-century world, telling us about the landscape, historical notes, anecdotes, itineraries, visiting personalities, and everything that characterized, then as now, what Vigo himself defines "the delightful hill".
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