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personaggi da conoscere

Il passator cortese

30 Novembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

Il passator cortese



Romagna solatia,dolce paese
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator Cortese,
re della strada, re d
ella foresta”

Con questi notissimi versi, che concludono la poesia “Romagna”, Giovanni Pascoli, romagnolo verace, ha costruito, forse involontariamente, la leggenda del “Passator cortese”, il mito del brigante spietato e crudele con i ricchi ma altrettanto generoso con i poveri. Infatti è proprio a questa poesia e al poeta che la cantò che Stefano Pelloni, in arte Passatore, deve gran parte della sua notorietà, poiché queste rime sui banchi di scuola le abbiamo imparate tutti a menadito, magari abbiamo dimenticato chi fossero i Guidi e i Malatesta, ma le immagini del Passatore e della “azzurra vision di San Marino” difficilmente sono state cancellate dalla nostra memoria.
In Romagna il mito del passatore era ancora vivo quando Pascoli, da fanciullo, nelle lunghe serate invernali, seduto davanti al caminetto, avrà sentito gli anziani raccontarne le avventure, le sue clamorose imprese, i suoi delitti, le sue gesta, le sue astuzie e la sua generosità. Il Passatore fu un autentico protagonista del suo tempo, amato e odiato, rispettato e temuto, il suo cappellaccio, la sua barba nera e il micidiale schioppo ne fecero l'emblema della Romagna. C'è chi giura, ancora oggi, che fosse un ragazzo bello e affascinante, dallo sguardo accattivante e dai profondi occhi scuri.
Ma chi era veramente questo Passatore? Certamente per quanto riguarda il nord è stato il più noto brigante che abbia movimentato la cronaca di quel periodo, siamo a metà del 1800 quando raggiunse l'apice della notorietà .
È chiaro che se la gente ne parla ancora, se la sua immagine compare sull'etichetta di un vino pregiato, significa che le sue vicende hanno colpito la fantasia del popolo, ma in realtà Stefano Pelloni fu lui stesso un prepotente, che usava spesso l'arroganza, che compì crudeli vendette e che perseguì con feroce accanimento e freddezza le persone che gli si opponevano o cercavano di contrastarlo.
Non starò ad elencare tutte le rapine e le razzie che compì nel corso della sua carriera, furono molteplici e ne ricavò un bel bottino. Ad ogni impresa il maltolto veniva in parte diviso fra i briganti, una porzione era destinata ai fiancheggiatori, alle “coperture” o alle persone che avevano dato le “dritte” , e il resto veniva nascosto nel bosco, seppellito in punti precisi che conoscevano solo il Passatore e i suoi più fidati gregari.
A quei tempi la Romagna era ben lontana da quella che conosciamo oggi, fatta di spiagge di velluto e di estati spensierate, allora al mare non ci andava nessuno e l'acqua serviva soltanto a ricavare il sale dalle saline di Cervia o a sfamare qualche famiglia di pescatori. Molte zone in provincia di Ravenna erano ancora coperte da acquitrini malsani e la popolazione moriva di malaria. La romagna tutta era da circa tre secoli sotto il dominio dello stato pontificio, tolta la parentesi napoleonica, che non aveva di certo migliorato le condizioni della popolazione, le terre erano sempre state dominio dei Papi. Non esisteva libertà di stampa, né tanto meno di pensiero, nei paesi più piccoli erano i parroci a farla da padroni e la povera gente ravvisava nelle tirannie che subiva il rappresentante diretto del despota che stava a Roma. Si spiega anche con questo l'insorgenza di un forte sentimento anticlericale che ancora permane nella gente di romagna. In seguito, non a caso la Romagna divenne il primo focolaio dell'idea repubblicana, e sempre non a caso si tenne proprio a Rimini il secondo congresso degli anarchici italiani, nel maggio del 1872 durante il quale si mise in luce il giovane imolese Andrea Costa.
Stefano Pelloni dunque crebbe in un contesto di malcontento generale, era nato il 4 agosto del 1824 ultimo di dieci figli. Il padre possedeva un piccolo podere con casa e stalla e guadagnava benino avendo in concessione il diritto di traghettare su una zattera i passeggeri da una parte all'altra del fiume Lamone. Da questa attività, ereditata in famiglia da generazioni, derivò a Stefano Pelloni il nomignolo di Passatore, appellativo che era già del padre e che non lo abbandonò mai.
Fin da piccolo fu astuto e disubbidiente, un carattere inquieto. Dotato di un'agilità sorprendente, nelle liti fra compagni primeggiava sempre per forza o per astuzia. Non aveva paura di nessuno ed era anche capace di mentire al momento giusto. Il padre, disperato per i suoi comportamenti violenti, decise di allontanarlo da casa, per farlo studiare, ma senza successo alcuno.
Ancora giovanissimo, il Passatore si trovò coinvolto in quello che oggi verrebbe definito un “omicidio colposo”, pare che durante una rissa, scagliando una pietra verso il suo avversario, colpisse invece una donna incinta che, per conseguenza, prima perse il bambino e poi morì a causa di un'infezione. Accusato di omicidio e tratto in arresto fu condannato a tre anni di carcere. Evaso, si dette alla macchia e iniziò la sua carriera di brigante. Forse la realtà degli eventi che portò il Passatore in galera per la prima volta fu leggermente diversa, questa leggenda dell'omicidio involontario servì solo ad alimentarne il mito. In realtà di certo c'è che Stefano Pelloni aveva solo 15 anni quando iniziò a fare i conti con la giustizia pontificia e a 19 era già un brigante discretamente quotato. Successivamente fu arrestato ed evase diverse volte acquisendo sempre più fama e diventando il ricercato numero uno. In tutte le parrocchie fu diffusa una circolare che lo descriveva, una serie di dati che fanno sorridere se paragonati agli odierni identikit :

“Stefano Pelloni
nativo del Boncellino
domiciliato in Boncellino
surnomato Malandri o Passatore
condizione bracciante
statura giusta
anni 20
capelli neri
ciglia idem
occhi castani
fronte spaziosa
naso profilato
bocca giusta
colore pallido
viso oblungo
mento tondo
barba senza
corporatura giusta
segni particolare sguardo truce”

I simboli sono importanti, sintetizzano significati complessi che richiederebbero lunghe spiegazioni, sono rivelatori dell'animo di chi li elegge in propria rappresentanza ed è tristemente rivelatore per i romagnoli che essi si siano dati quale personaggio simbolo la figura di questo brigante, che nella realtà storica non fu nient'altro che un bandito feroce e inutilmente crudele. Un torbido figuro, sifilitico, privo di intelligenza e spessore storico, il quale rubava ai ricchi perchè rubare ai poveri equivaleva a “cercare il grasso nella cuccia del cane” (come si dice in Romagna) e che ai poveri non ha mai dato il becco di un quattrino se non per comprare la loro omertà. Ben sapendo che solo con le minacce non avrebbe ottenuto uguale fedeltà, rimborsava adeguatamente e abbondantemente chi lo proteggeva, in modo da attirare le “simpatie”di sempre nuovi contadini poveri disposti ad accoglierlo nelle loro case, a nasconderlo nei loro capanni. La sua generosità dunque era suggerita da un preciso interesse, così come per comprarne favori e complicità pagava le donne che lo seguivano e che servivano ad allietare lui e la sua banda.
In conclusione, il Passatore non fu veramente né “cortese”, né eroe, compì rapine in ogni paese della Romagna seminando terrore e lasciando morti sul suo cammino, se ne contano almeno una ventina a suo carico, ma sia ben chiaro che la sua avventura di politico non ebbe nulla, non si interessò di liberare la sua terra dall'oppressore ma semplicemente di arraffare quanto più possibile ai cittadini benestanti e solo per tornaconto personale.
Dopo che molta parte dei componenti la sua banda erano stati arrestati, per uno strano scherzo del destino, fu denunciato proprio da un pover'uomo, senza casa, preda delle peggiori tribolazioni e della miseria più nera, fu scovato nascosto in un capanno, ucciso dai gendarmi e portato in giro su un carretto a dimostrazione, per tutto il popolo, che la sua epopea era terminata: era il 23 marzo 1851.

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Bombolo

28 Novembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema, #personaggi da conoscere

Bombolo

Ezio Cardarelli
E poi cominciatti a fa’ l’attore
Ad Est dell’equatore – Euro 12 – Pag. 170
www.adestdellequatore.com
info@adestdellequatore.com

Mi riprometto di tornare sull’argomento in maniera più approfondita, perché Bombolo – al secolo Franco Lechner – è un caratterista che merita attenzione, ma non potevo fare a meno di segnalare che ho appena finito di leggere un libro fantastico, una vera e propria biografia del comico più naturale del nostro cinema. Ezio Cardarelli è un poliziotto – come Nico Giraldi, precisa nella nota biografica – che si cimenta per la prima volta con la scrittura di un libro, per amore nei confronti del cinema di Tomas Milian e della comicità di Bombolo. Tutto nasce a Miami Beach, dove Cardarelli conosce e intervista er cubbano de Roma, spinta emotiva necessaria a realizzare un’opera importante. Il libro comincia proprio da Milian, ma prosegue con la vita di Bombolo, raccontata con le sue parole, con il suo slang, con tanti episodi di vita in borgata e momenti di cinema. Il libro è anche una storia in piccolo della Roma povera, dove si parla come si mangia, un testo dal quale emerge tutta genuina spontaneità di Bombolo. Il lettore troverà appagate le sue curiosità: il quartiere natale, il carrettino per vendere piatti e mercanzia per strada, il rapporto stretto con il fratello, l’esordio in teatro, grazie a Castellacci e Pingitore che lo scoprono tra i commensali del ristorante Picchiottino, il lavoro con Tomas Milian, Pippo Franco, Enzo Cannavale. Cardarelli fotografa Bombolo come un irresistibile comico naturale, che non aveva bisogno di recitare, ma bastava mettesse in campo la sua mimica facciale, le sue battute corporali, il suo mitico tzé-tzé, come ricorda Marco Giusti in una brillante prefazione. Il lettore troverà le testimonianze di Pingitore, Martufello, Galliano Juso, Alessandra Cardini, dei familiari e di tutti coloro che hanno conosciuto Bombolo. Interessante apparato fotografico e filmografia completa, da Remo e Romolo (1976) a Giuro che ti amo (1986), senza dimenticare TV e teatro. Cardarelli non è un critico con la puzza sotto il naso, ma un entusiasta del cinema italiano perduto, uno che ama Gloria Guida, Lilli Carati, Edwige Fenech e che non si vergogna a definire W la foca! un capolavoro. Quanto siamo simili… forse proprio per questo metterò il suo libro tra le cose più importanti della mia biblioteca. Complimenti anche all’editore che fa pagare un prezzo onesto per acquistare un’opera che celebra con umiltà e buon gusto il nostro cinema popolare.

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Mané

21 Novembre 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto, #personaggi da conoscere

Mané


Dedicato a Manoel Francisco dos Santos, giocatore brasiliano noto con lo pseudonimo di “Mané Garrincha” (Pau
Grande, 28 ottobre 1933 – Rio de Janeiro, 20 gennaio 1983)

Ma dove sta scritto che chi è segnato nel corpo sia un disgraziato? Piuttosto, toccato da Dio.
Riflettendoci bene, anche Giacobbe rimase azzoppato lottando con l’Angelo. Fu Dio a voler porre il sigillo nelle sue carni di uomo. Perché potesse affermare: «In questo luogo c’era Dio e io non lo sapevo.»
Così, anch’io sapevo bene dove si trovava Dio che, a un certo punto della mia vita, aveva deciso di lasciare una traccia indelebile anche sul mio di corpo. O meglio, più di una
traccia, a dire il vero. Ma per me, tutti quei difetti formavano il percorso che la mano divina mi aveva disegnato addosso, perché mi ricordassi il luogo in cui si celava lo Spirito. Perché ne avessi consapevolezza, come Giacobbe.
E così, proprio quando stavo davanti al pallone, quel mio difetto fisico diveniva miracolo. Era quello che mi faceva danzare davanti all’avversario, scattare di lato e arretrare nelle finte più sfacciate che mai si siano potute ammirare sui campi di calcio. In quei momenti, il mio dono deforme si faceva beffe della perfezione incapace degli altri.
Le braccia tese, come un equilibrista sul suo filo di vita, correvo in avanti, spinto dall’alito che mi aveva creato. Aggiravo l’avversario come una trottola lanciata dallo spago di un Dio che si sa divertire. Sfioravo la sfera di cuoio e sembrava quasi che ci camminassi sopra, rotolassi con lei, come quei buffi circensi che percorrono l’intero ovale del circo in punta di piedi su una palla. Ero fatto così. E gli spettatori, che distinguevano la bravura, il talento, ma forse non coglievano completamente il fuoco che mi ardeva nel petto, mi soprannominarono “Allegria del popolo”. Perché Dio vuole essere anche allegria. E nel sorriso che avevo, così tante volte immortalato dai fotografi, si potevano distinguere chiaramente il sangue indio di mio padre e quello mulatto di mia madre. Ma altro ancora avrebbe potuto distinguere in controluce chi sapeva leggere Dio nei segni. La mandibola sporgente, gli occhi infossati, ridotti dal riso a due fessure, mi facevano sembrare simile a un guitto. Un guitto che sa bene che dietro al trucco sta la vita. La vita vera. Fatta di dolore e di solitudine.
Dio creò la luce. Ma anche le tenebre. Lo stesso angelo caduto è creatura di Dio. E un dono ricevuto da Dio porta con sé, immancabilmente, anche la necessità di una rovina ineluttabile.
Così, quando compresi il mio lato oscuro, quando capii che quegli scatti sul campo, quasi fosse il cielo stesso a darmi una spinta, celavano un altro punto di arrivo, lontano da fortuna e successo, non ci volli pensare. Mi volli stordire, cercando, attraverso i vizi, di tornare più umano degli umani, campione anche in questo. Puntavo al dolore, sperando che la comune imperfezione mi potesse salvare, trattenendomi sulla faccia di questa terra, come faceva con tutti gli altri che invecchiavano placidi.
È facile svuotare una bottiglia per chi conosce lo strazio. Meno facile guardare attraverso il vetro vuoto e muto, sentendo il calore dell’alcol che ti avvolge le viscere e ritrovare se stessi. E visto da fuori, il mio vizio sembrava uguale a quello di tanti. Il campione si è fatto persona mediocre, pensavano tutti. Ma non era così. Mi aggrappavo a una zavorra per riprendermi il corpo, per tenermelo stretto, per non dover ascoltare quella voce che l’aveva segnato per farmi ispirato e che ora mi mostrava la mia personale miseria, il mio
essere niente.
Sfilai su un carro, nel carnevale del 1980. Seduto, mi asciugavo di tanto in tanto l’occhio destro. Pensarono fosse la commozione nel vedere che il popolo mi voleva ancora bene? Non so. So solo che non ero commosso. Mi bruciavano gli occhi. I suoni giungevano ovattati, vedevo le sagome, non distinguevo i volti.
E quando mi asciugai per la seconda volta l’occhio, mi ricordai che avevo provato la stessa sensazione, anni prima, sul campo. Ma allora inseguivo il pallone e m’isolava dal resto del mondo la mia vampa ispirata.
Così venne il tempo di fare il mio ultimo giro. Che allora credevo uno dei tanti, ma quei quattro giorni di metà gennaio del 1983 furono i miei ultimi, passati a fissare in trasparenza le immagini riflesse dai vetri che svuotavo, svuotando anche me.
Dio gettò sul tavolo della creazione le ventidue lettere magiche e le mischiò, creando infinite combinazioni.
Talmente innumerevoli che noi, che c’illudiamo di saper leggere la vita, non ci accorgiamo di essere perfetti analfabeti esiliati in eterno.
Fu però nell’ultimo secondo della mia esistenza sulla terra che Dio decise di farmi il suo ultimo dono.
Vidi quelle ventidue lettere sollevarsi dal tavolo e ritornare nella mano di Dio che la richiuse a pugno. Come se la pellicola fosse stata riavvolta. Come le immagini che, in televisione, si riavvolgevano un tempo, quando si commentavano le mie azioni sul campo.

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Manlio Gomarasca, "Monnezza amore mio"

1 Novembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema, #personaggi da conoscere

Manlio Gomarasca, "Monnezza amore mio"

Tomas Milian

Monnezza amore mio

con Manlio Gomarasca

Rizzoli – Pagine 296 - Euro 18,50

E-Book 10,99

Manlio Gomarasca trasforma in realtà il libro della sua vita, promesso ai fan di Tomas Milian da almeno quindici anni, dai tempi in cui Nocturno Cinema era soltanto una fanzine. Monnezza amore mio - strutturato come un dialogo tra il personaggio e l’attore - è frutto dei ricordi di Milian e della sua volontà di raccontarsi a ruota libera, ma è soprattutto merito di una scrittura nitida e ammaliante di Gomarasca che ti obbliga a continuare nella lettura come se tu sfogliassi un thriller. Tomas Milian da buon cubano racconta la sua verità, com’è giusto che sia, perché il libro è la sua biografia, non un saggio di cinema. Una verità che non piacerà a Dardano Sacchetti e Umberto Lenzi, che per anni si sono disputati la paternità del Monnezza, perché l’attore afferma di essere l’inventore del personaggio, di aver scritto dialoghi e battute, di aver ideato look, smorfie, parolacce, rime baciate, imprecazioni. Peccato che nel libro non ci sia spazio per Ferruccio Amendola, doppiatore che ha contribuito al successo di Milian, mentre Bombolo e Quinto Giambi sono citati a dovere. Per il resto, non manca niente: il suicidio del padre, l’Actor’s Studio, il successo italiano, il triste ritorno negli Stati Uniti. Pagine che raccontano la bisessualità, il rapporto con la famiglia e con un figlio riconquistato dopo un breve abbandono, il consumo di droga, la crisi provocata da alcol e cocaina, la vocazione mistica e il viaggio in India.

Monnezza amore mio è un libro che mi fa tornare alla memoria la quantità industriale di pellicole viste da ragazzetto in un cinema di seconda visione della mia città. Quella sala, che io ricordo bellissima ma che forse non lo era, si chiamava Cinema Teatro Sempione e la domenica era presa d’assalto da frotte di ragazzini che facevano la ressa al botteghino per acquistare il biglietto. C’ero anch’io tra quei ragazzini, ricordo che ci davamo botte, spinte e calci per entrare e aggiudicarci i posti migliori. Prima di entrare in sala si doveva far provvista al banchetto della signora che vendeva semi, noccioline, duri alla menta, stringhe di liquirizia… Il posto in galleria era il più ambito, ché le bucce dei semi e delle noccioline erano armi di prima scelta per bersagliare quei poveracci della platea. Al Sempione proiettavano due pellicole alla volta, entravi alle tre del pomeriggio e ne venivi fuori che era ora di cena. Di solito passavano film di genere, da sala di seconda visione, un ricordo del passato, sono locali scomparsi, uccisi dalla televisione. Al Sempione mi sono visto il ciclo storico di Godzilla, il peplum all’italiana, spaghetti-western in quantità industriale, poliziotteschi che non vi dico, horror di Bava, Freda, Fulci, D’Amato, pellicole comiche di Totò, Franco e Ciccio, Gianni e Pinotto. Tutto quel che piaceva a noi ragazzini degli anni Settanta lo programmavano al Sempione. Mi fa una rabbia oggi passare per Corso Italia, che sarebbe la strada principale del luogo dove vivo, e vedere che al posto del Sempione c’è una profumeria. Del Sempione è rimasta la facciata, il ricordo di quel che era, l’insegna è la stessa ma dentro vendono profumi invece che emozioni. E mica è la stessa cosa. Quando ne discussero in Consiglio Comunale non ci fu un assessore contrario, non uno a dire: “Il Sempione sarebbe proprio un bel cinema d’essai”. Nessuno. Va bene, andiamo avanti così. Facciamoci del male, direbbe Nanni Moretti.

Ho scoperto Tomas Milian proprio sulle scomode panche di legno del Sempione. Dal 1968 al 1972 lui era alle prese con lo spaghetti-western e io ero un ragazzino di otto - dodici anni che la domenica andava al cinema con la nonna, grande divoratrice di cinema. Io amavo quei film, mi emozionavano, mi facevano sognare. E poi ero convinto che fossero americani, mica me ne intendevo di cinema, mi bastava vedere film d’avventura. Un bel giorno fu mio padre a distruggere il sogno. Mi venne a dire che erano spaghetti-western e che li giravano in Sardegna, quando andava bene in Spagna, ma in America e in Messico proprio no, erano posti che i registi non avevano visto neppure in cartolina. Forse per questa sorta di choc giovanile ancora adesso mi è rimasta la fissa del cinema italiano.

Tomas Milian ha accompagnato la mia giovinezza pure negli anni che è passato al poliziottesco. Tutti film che mi sono visto in prima visione al cinema più grande della città, che è sopravvissuto alle televisioni commerciali e si chiama Metropolitan. Ero ancora più grande, studente di liceo e universitario, quando andavo a vedere Nico Giraldi e Venticello, sganasciandomi dalle risate seguendo trame improbabili e dialoghi al limite del turpiloquio. C’è stato un lungo periodo che me lo sono perso il buon Tomas Milian, tutti dicevano che se n’era andato negli States, che non ne voleva più sapere di quel personaggio da trucido. Forse aveva anche ragione, mica poteva fare il Monnezza e Nico Giraldi per tutta la vita. Adesso capita che Tomas Milian lo rivedo in televisione quando passano Havana, Arturo Sandoval o JFK, ma non è più lui, è un caratterista di lusso, pelato e ingrassato. Cosa ci posso fare se per me Tomas Milian resta sempre quello che indossava la parrucca da trucido del Monnezza? Ci ho persino scritto un libro (Il trucido e lo sbirro, Profondo Rosso), dedicato a mio figlio, che dieci anni fa s’è rivisto con me tutto il cinema di Tomas Milian. E poi con Cuba e con i cubani ho un legame importante…

Grazie Gomarasca, hai fatto davvero un ottimo lavoro, regalando uno stile impeccabile ai ricordi di Tomas Milian. Un vero gioiello. Imperdibile per gli appassionati.

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Cheikh Tidiane Gaye, l’umanesimo della parola.

28 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #poesia, #personaggi da conoscere

 Cheikh Tidiane Gaye, l’umanesimo della parola.

TERRA MIA

All’alba

mi vesto del tuo odore

e mentre le stelle sfuggono al giorno

mi sveglio sotto la tua ombra

abbracciando il mistero del tuo calore.

Offrendomi alle tue mani

Cammino sui tuoi polmoni

Divoro il vento per volare nei tuoi occhi

A cantare il tuo dolce profumo di cachi.

All’alba

estraggo l’inchiostro dei tuoi spiriti

dall’albero magico, scolpisco la penna

per pitturare la tua anima

e la mia voce innocente intona i tuoi canti.

All’alba

Una voce ti diceva:

terra senza voci

voci che non sanno scavare il pozzo delle melodie

melodie che non rimano con le parole

parole senza profumo,

questa terra non sa piantare le lettere,

parole stonate

suoni senza fiamme:

fiamma, fumo e solo tenebre.

Terra che non sa contare

conto che ripudia l’aritmetica

racconto che non brilla. (da “Ode Nascente”, 2009)

Il senegalese Cheikh Tidiane Gaye non vuole essere etichettato come poeta della migrazione. Noi lo definiremmo piuttosto poeta borderline fra decolonizzazione e integrazione, fra passato e futuro. Forse è proprio il presente a stargli stretto.

Nato in Senegal nel 1971, ha pubblicato testi in prosa e poesia, fra i quali “Il giuramento”, “Mery principessa albina”, “Il canto del Djali”, “Curve alfabetiche”, “Rime abbracciate”, “Ode nascente”, “Prendi quello che vuoi ma lasciami la mia pelle nera.” Dichiaratamente s’ispira a Leopold Sèdar Senghor, primo presidente del Senegal e poeta di lingua francese, il quale, insieme all’antillano Aimè Cesaire, fu l’ideologo della negritude. Per negritudine s’intende la riscoperta della cultura africana, delle sue caratteristiche peculiari, come il senso del ritmo e la forza del sentimento. Il popolo nero va alla ricerca di sé, delle proprie radici, della propria specificità, all’indomani della diaspora che l’ha reso apolide, ramingo o non bene adattato.

I cuori, le mani, i piedi battono,

battano tutti i piedi, le mani, i cuori

il sorriso degli uomini che accoglie la vera parola,

parola partorita nel dolore

parola che si radica nel cemento del nostro essere,

parola esaltata dall’euforia,

parola scolpita nella corteccia dei baobab millenari,

parola dalle auroree lettere tagliata al tramonto delle lacrime,

parola che sorride:

negritudine.”

Ma in Tidiane Gaye quest’unicità viene proiettata nel futuro e usata come ponte per la creazione di una nuova società sincretica che, alla base, ha solo i principi dell’umanità e dell’universalismo. Come fa notare Adriana Pedicini, Tidiane Gaye è un umanista, mette l’uomo e la sua parola all’interno di un cerchio vitruviano, considera l’interculturalità un potente mezzo d’integrazione, arricchimento e superamento delle barriere. Alla base di tutto c’è la lingua italiana, usata come strumento unificatore che si auto rigenera in qualcosa di nuovo, a prescindere da tutte le conoscenze stratificate nei secoli, e si evolve, arricchendosi di espressioni frutto di altre culture e altre esperienze. Questo può piacere o non piacere – può anche stupirci che Tidiane Gaye ammetta di non conoscere Pinocchio o scriva Ungheretti al posto di Ungaretti – ma è comunque espressione di un moderno movimento interculturale, frutto di esportazione e di globalizzazione, al quale dobbiamo abituarci e che non possiamo più ignorare.

Tramite questa fusione, questo melting pot di culture e lingue, si giunge, secondo la visione ottimistica e piena di speranza di Tidiane Gaye, all’incontro con l’alterità, alla comprensione dell’altro da sé, alla fratellanza autentica, all’amore.

Di questo compito quasi messianico si fa carico il vate, lui stesso, che, dichiarando “non sono poeta” e “non sono profeta”, in realtà assume entrambe i ruoli. Sarà lui, in qualità di traghettatore, di bardo, di aedo o, meglio, di djali, a farsi carico di questo compito luminoso: unire tramite la parola poetica i cuori degli uomini, fino a portarli in quel luogo dove le differenze sono valore e non scontro. Insomma, nel luogo sacro della fraternità.

NON SONO POETA

Lascio presto in mattinata

la mia casa di paglia

i miei sandali, cuoio di capra

proseguo il vento, le corde invisibili

nei meandri delle sonorità plurali

canto il mio villaggio, la terra dei miei avi.

Quando canto, è pane che offro

all’orecchio che mi ascolta

alla lingua che mi applaude e alle mani

che mi parlano e mi lodano.

Non sono poeta

il mio alessandrino è orfano di emistichi

la mia prosa, erba secca per illuminare le notti senza nomi

oscure e curiose.

Non sono poeta

quando canto le mie parole penetrano i cuori,

indovino le parole nei cespugli

sorgenti dei miei fertili pensieri

che procurano latte e formaggio.

Taglio le mie sillabe nel fuoco della purezza,

sono l’angelo delle maschere, invisibile la notte

nelle tenebre delle parole

che tracciano i gloriosi canti dei guerrieri.

Non sono poeta,

lo sarò. (Da Il canto del Djali, 2007)

Gaye canta l’Africa, intesa come continente e non come singolo paese di provenienza. Più volte, infatti, afferma di voler eliminare i confini, mere convenzioni tracciate a tavolino. La sua Africa è tutto ciò che sta a sud del Sahara, dal quale, tuttavia, spira un vento che brucia e soffoca ma anche accarezza e perdona. L’Africa è odore, sapore, densità, colore acceso. È cose terrene e tangibili - e sono le parti più belle, le poesie più vibranti – come il miglio, il baobab, la kora, strumento musicale fatto di zucca e pelle. “Nel mio paese il sangue dei leoni inonda i pozzi/ la bravura delle donne si misura nella larghezza delle loro mani”.

LA MIA AFRICA

Mi sdraierò sul tuo petto

e nelle tue braccia fresche abbracciami,

mi darai il tuo pane e il tuo riso

basterà a me solamente la tua bellezza nera

quando a mezzogiorno

la luce brillante della tua pelle

coprirà la mia ansia

offrendomi l’ombra, dolcezza del tuo sorriso

canto fresco;

luna dei miei sogni

cantami e coccola la mia anima.

Impediscimi tutto

il tuo vento del Sahara

la tua spiaggia morbida come fragola

impediscimi tutto

ma non i tamburi sulla chiara luna

quando ascoltando l’uomo dalla barba bianca,

illuminando i sorrisi spenti

nella caduta delle lingue deboli,

sarò la voce imprendibile

la bocca sonora di una terra

dove la speranza cade

come gradine.

Mi sdraierò sotto i tuoi piedi

non mi basterà il tuo sguardo;

alzami con le tue lunghe fresche braccia

ospitami nella tua tana, nido umido;

all’alba sorrideremo al mondo

perché questa terra è sempre in piedi. (Da Canto del Djali, 2007)

L’Africa, in questo caso, è edenico rimpianto, madre accogliente pensata con struggente nostalgia. Ma l’Africa è anche navi negriere cariche di schiavi , è barconi che sfidano le onde nel buio, centri di accoglienza pieni di facce attonite, è l’isola di Lampedusa implorata, invocata, pregata.

La terra di cui parla Tidiane Gaye non è solo la sua di provenienza ma, per estensione, anche tutte le nazioni che soffrono come la sua ha sofferto, in primo luogo la martoriata Palestina. Dove c’è un popolo sperso che soffre, là c’è la patria di Tidiane Gaye e, tramite la sua poesia, tramite la lingua che affratella, viene offerta la possibilità di risanare le ferite, far scaturire l’amore, unire il passato al presente costruendo il futuro, ricollegare i vivi ai morti. “Accosterà la tolleranza alla mia spiaggia”.

Ma l’Africa è anche donne meravigliose, esaltate con accenti da Cantico di Salomone, donne amate e madri, sacre come donai nella loro terrestre fisicità, sineddoche di tutta una terra.

RAMATA

Il tuo nome è linfa nutriente

i tuoi piedi, recinto dei tuoi versi

il tuo corpo una vita

le tue strofe riempiono i calici

e inondano i laghi della bellezza

il tuo corpo svelto

è l’ospite delle mie notti,

la luna si nasconde

per offrirmi il calore della tua pelle

specchio della tua memoria,

riflesso della tua lingua.

Il tuo corpo è una sinfonia

una sillaba, una casa,

il tuo corpo è labbra

la forma della tua bocca un bacio

la tua fronte liscia e libera,

i tuoi denti bianchi

si nutrono del sorriso del sole

nella vela dei venti

e nella notte delle lune

la tua bocca è ode e lirica

le tue treccine, pittura e poesia

la tua andatura, il cammino epico del tuo popolo. (Da Ode Nascente , 2009)

A MIA MADRE

Non ti ho perduta, ti sognavo

la tua ombra, mia custode, salvatrice dei miei passi

tu mi dicevi: dormi vicino al mio cuore allattato dal mio seno.

La tua saggezza è tramandata

sono cresciuto per vincere le paure degli uomini.

Mi ricordo, tu mi portavi sulla schiena morbida

frullando le spighe di miglio

sono cresciuto per coltivare la forza degli uomini.

Tu, madre mia, cantante mia, cantavi la notte per addormentarmi

sono cresciuto per salvarti dall’incubo.

Tu, mia maestra, mi hai insegnato le prime lettere dell’alfabeto

sono cresciuto per insegnare la lingua all’uomo.

Madre, sei il mio custode invulnerabile alle grida delle iene

avvicinati e non abbandonarmi

la vita ha spaccato il cordone ombelicale

ma il cuore è unito a te per sempre.

Il prezzo della sofferenza è sorridere al mattino

ascoltare la tua voce

fuggire dalle tue paure,

ti canto quando il sole si allontana dalle nuvole

quando la luna si risveglia

la notte, quando le stelle ballano

ballerò sulla punta dei piedi

dai miei occhi ti guarderò, ti dirò di perdonarmi

e ti ringrazierò di avermi partorito.

Ecco mia madre nel sogno

che mi rispondeva col sorriso sulle labbra:

Figlio mio, adora tua madre e tuo padre

sono per te lo specchio. (Da Canto del Djali, 2007)

Sempre Adriana Pedicini fa notare il sincretismo linguistico, l’uso di neologismi e i richiami alla lingua wolof, e noi aggiungiamo il contrasto fra parole ricorrenti, come onde che si accavallano di continuo, tornando a riproporsi senza mai essere le stesse: ad esempio miele e vipera. Il miele è connesso alle origini, alla terra, alla lingua, la vipera è ciò che fa male, inganna, sfrutta, deporta.

Difficile giudicare la poesia di Tidiane Gaye col nostro metro perché essa ha i ritmi, gli enjambement, gli accenti della produzione del suo paese. La prosodia ci mostra un verso elastico, a volte stretto, a volte allungato fino a riempire tutto il foglio e assumere i connotati della prosa. La parola è mezzo espressivo ma anche fine, ha valore conoscitivo, scopre il senso segreto delle cose. Il Verbo crea, ha potere sulla materia e sullo spirito, la parola del griot, del cantore, dà vita alla nuova religione che ha al centro l’uomo, il nuovo umanesimo che risarcisce e rimargina.

TAM-TAM

Le mani affogate nell’acqua salata

mi inchino davanti all’albero e recito i versi del nonno.

E dirò:

Spirito, taglia questo legno nella purezza del latte

i suoni del vento, delle onde del mare,

medito sulla voce invisibile del cuore

accompagno la voce dei griot,

la lingua dei saltigue diventi la memoria del cammello

precipiti durante la morte del re

la nascita del bambino

e... lentamente la gioia del popolo.

Tam-tam

nella tua pelle di sale

m’inchino davanti all’albero e recito i versi del nonno.

E dirò:

Voglio sentire i tuoi ritmi per adorare il fiore rosa

aprire gli occhi del cielo ballando con le belle perle

nelle serate d’estate sotto la piena luna

voglio sentire il ricordo della notte stellata

alle grida mute delle iene e dei leopardi

il verbo che dice “Bevi la parola per illuminare il cuore”

la pianta che fiorisce

la montagna che crolla

la collina che si inchina

i laghi che svuotano il ventre del coccodrillo. (Da Il canto del Djali , 2007)

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Mino Milani, "Vita e morte di Nino Bixio"

5 Ottobre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni, #personaggi da conoscere

Mino Milani, "Vita e morte di Nino Bixio"

Mino Milani

Vita e morte di Nino Bixio

Mursia 2011

pp 196

16,00

Credo si possa ragionevolmente affermare che una delle maggiori colpe addebitabili alla nostra classe politica – supportata in questo da alcuni storici - sia di aver avallato l’idea che la storia dell’Italia moderna inizi con il 1945, e ciò che c’è immediatamente prima (un secolo e mezzo, diciamo, lasciamo da parte l’Impero romano, i Comuni e il Rinascimento) sia riconducibile al folclore di “La Bella Gigogin”, “Il Piave Mormorava” e “Faccetta Nera”.

Reazione comprensibile, dopo l’opposto tentativo del fascismo di inserirsi nell’alveo della storia nazionale come continuatore del Risorgimento prima e risanatore della guerresca “vittoria mutilata” poi.

Accade così, per esempio, che, in genere, poco si conosca dell’avventura che portò all’unità d’Italia (aldilà dell’oleografia dello sbarco a Marsala, di Teano, e del telegrafico “obbedisco”) e di molti suoi protagonisti.

È il caso di Nino Bixio, normalmente identificato benevolmente nel primo collaboratore di Garibaldi (col quale, invece, ebbe un rapporto a fasi alterne) e, malevolmente, nel massacratore di Bronte (dove, in effetti, le cose andarono un po’ diversamente da come un certo revisionismo storico-cinematografico ci vuol far credere).

Mi coglie un’improvvisa curiosità per il personaggio quando leggo, in un articolo che di altro parla, che morì a Sumatra a 52 anni; siamo dalle parti di Sandokan (e Yanez, soprattutto), indimenticato eroe della mia adolescenza, e così decido di approfondire. Una rapida ricerca in rete mi fornisce l’elenco di opere – anche recenti - sui fatti di Bronte, ma, praticamente, due sole biografie (tra l’altro anche in ottiche opposte fra loro, come dirò); vado in libreria, e trovo solo quella di Milani, nella ristampa del 2010.

Vi anticipo l’impressione finale, pur senza “svelare” nulla: Bixio è uomo contraddittorio sotto molti aspetti, e questo lo rende certamente interessante.

Figlio del suo tempo e di un modo di essere e pensare molto “tradizionale” (“comandando e ubbidendo, ho sempre avuto a base della mia condotta che chi mi è superiore ha ragione era uno dei suoi motti preferiti), è, però, modernissimo - almeno per l’Italia di allora - per spirito imprenditoriale (che lo porta a indebitarsi con mezzo mondo, pur di realizzare il sogno di una nave “sua”) e apertura verso il nuovo, che, nel suo caso, vuol dire l’estremo Oriente.

Combattente abile ed intelligente, spregiudicato sul campo di battaglia, è anche, alla bisogna, politico accorto e “moderato”, come quando riesce a realizzare l’accordo giudicato impossibile (e comunque destinato a durare poco) tra Cavour e Garibaldi, in nome di quel superiore interesse dell’Italia al quale si sente votato

Innamorato dolcissimo della moglie (nel libro vi sono toccanti brani di lettere) è anche uomo violento, vittima, come egli dice della benda sanguignache, in certi momenti, gli cala sugli occhi, fino a togliergli quasi il lume della ragione.

Sul vapore diretto in Sicilia ferisce un garibaldino che rifiuta il rancio perché non uguale a quello degli Ufficiali; a Palermo impone l’ordine a colpi di frustino e sciabola alla indisciplinata truppa del Generale La Masa, che, al suo arrivo, si vede apostrofare così: Ma che Generale La Masa, lei è il Generale La Merda; a Paola, per far imbarcare per primi i suoi uomini alla volta del continente, si azzuffa con i mercenari austro-tedeschi della Brigata Eber, già al servizio dei Borboni, rischia di essere buttato in mare, e nella rissa ci scappa un morto.

È questo il prezzo forse da pagare per un uomo che in battaglia è una vera forza della natura, un trascinatore di chi è con lui, che si circonda di leggende ormai difficili da svelare: all’ingresso a Palermo si fece largo a colpi di revolver e di spada, uccidendo nove Borbonici”, dopo Mentana, catturato dai nemici, riesce a fuggire (e si guadagna la medaglia d’oro al valor militare), innumerevoli le occasioni in cui si rialza da terra e riparte all’attacco, dopo che il suo cavallo è caduto sotto di lui, una volta colpito – dicono alcuni- addirittura da 160 colpi di fucile.

Insomma, si può concordare con Milani quando afferma: Bixio era un uomo d’azione: aveva un bisogno fisico e morale di agire. Se lo ripeteva e lo diceva agli amici, un po’ snob, forse: “Do or die”.

Inutile fare qui la cronistoria di una vita intensissima; inutile e anche difficile, perché Milani, con una scelta tutta “letteraria”, in linea con il suo essere scrittore e non storico di professione, procede per flashback, affastellando ì fatti senza rispetto della scansione temporale.

Ultimo degli otto figli del Direttore della Zecca di Genova, di carattere ribelle e insofferente (terrore della scuola nel ricordo – probabilmente esagerato - di un suo compagno), a 13 anni viene imbarcato dal padre, come mozzo, su una nave in partenza per le Americhe; al suo rientro, “surroga” un fratello destinato a diventare prete, e si arruola in Marina, acquisendo, a bordo, le conoscenze di base che gli saranno poi utili per comandare una nave, finché viene a sua volta “surrogato” da un altro marinaio assoldato da un altro suo fratello che vuole restituirgli la libertà.

Il mare, però, gli è entrato nel sangue, e, una volta congedato, inizia una lunga serie – con ruoli di responsabilità stavolta - di viaggi su vari battelli, vivendo le avventure che all’epoca sono consuete per chi va per mare: naufragi, assalti di pirati, litigi col comandante con conseguente abbandono in mare, etc.

Rientrato in Europa, a Parigi conosce Mazzini e ne abbraccia con entusiasmo le idee, fino a convertirsi in capo militare, per far seguire alle parole i fatti: Prima Guerra di Indipendenza, Repubblica Romana, Seconda Guerra di Indipendenza.

Viene fuori così la sua natura determinata e audace, fino alla temerarietà: ferito, premiato con ricompense al valore, promosso sul campo. D’Annunzio lo paragonerà a Giovanni delle Bande Nere, e un altro suo biografo nostro contemporaneo, Marcello Staglieno – col quale Milani si prende letteralmente a piattonate, accusandolo in più occasioni di errori e superficialità - vedrà in lui un antesignano di Italo Balbo, comandante di squadre fasciste e trasvolatore dell’Atlantico.

Nel 1860 è con Garibaldi alla spedizione dei Mille; è lui che, all’inizio, materialmente sequestra i due vapori indispensabili all’impresa, e, quasi verso la fine, a Maddaloni, con fermezza ed intelligenza, sventa ogni possibilità di rivincita dei borbonici di Von Mechel.

E poi, e poi… pur sintetizzando al massimo, ci sarebbe da scrivere per pagine intere: la Terza Guerra di Indipendenza, la Presa di Roma, il laticlavio senatoriale, e, soprattutto l’ostinata volontà di trasformarsi in imprenditore, dirigendosi, con una sua nave (non a caso chiamata “Maddaloni”) verso i ricchi mercati dell’Oriente fino allora chiusi all’Italia. La morte lo coglie a Sumatra, nel 1873, per febbre gialla

Potrebbe finire qui; in fondo, scopo del pezzo era solo quello di sollecitare all’approfondimento quanti, come me, hanno curiosità – non disgiunta da simpatia - per queste personalità “eccessive e fuori della norma”, che, molto spesso, si portano appresso una immeritata cattiva fama.

È il caso di Bixio, affidato “in negativo” alla memoria collettiva soprattutto per i fatti di Bronte e, segno dei tempi moderni, per il film “revisionista” (si potrà dire, in questo caso?) di Florestano Vancini.

La vicenda è, sommariamente, abbastanza nota: a Bronte, paesino siciliano sulle pendici dell’Etna, il 2 agosto si scatena una rivolta (filoborbonica? ultragaribaldina? delinquenziale e basta? chi lo sa… le tesi sono discordi) che fa 16 vittime “borghesi”, compreso il prete, il notaio, e i due figlioletti del locale barone.

Garibaldi invia immediatamente truppe al comando di Bixio, che procedono ad oltre un centinaio di arresti sommari, mentre un Tribunale condanna a morte 5 giudicati colpevoli e l’ordine viene ristabilito.

Questa la sintesi: credo che a giustificare l’azione di Bixio basterebbe la sola valutazione dell’effetto che avrebbe avuto l’episodio – mentre ancora la guerra è in corso - se non ci fosse una energica reazione. E poi, a volerla dire tutta: nessuna “decimazione” o esecuzione sommaria: 5 morti contro 16 vittime, e dopo un processo “regolare” per quanto tempo e circostanze consentono.

Il resto: la Ducea di Nelson e le pressioni britanniche, le uova negate al condannato per ultima cena, la durezza proclamatoria di Bixio, sono “contorno”, che ognuno condisce come vuole.

Giunto alla fine, inevitabile la domanda: che senso e che utilità può avere oggi leggere una simile biografia ?

Io credo che l’abbia, e mi affido alle parole di un suo contemporaneo, Giuseppe Guerzoni:

Era uomo di impeti… non di rancori. Che si avesse l’obbligo di fare una cosa in un dato tempo e si pensasse alla fame, al sonno, alla stanchezza, e al male, non lo poteva capire. I fiacchi, i deboli, gli svogliati, li aborriva. Era talvolta eccessivo, perché credeva tutti eguali a lui, era ingiusto perché sognava tutti gli uomini perfetti. Però, non era un violento. Non era un provocatore, il provocato era sempre lui

Oggi, che minacciosi scenari di guerra si affacciano ad Est ed in Oriente, non posso non pensare che uomini come Bixio siano, comunque, preferibili, proprio per la loro “umanità”, ad un futuro fatto di droni e missili “fire and forget”.

Poi, ognuno scelga come vuole…..

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Pierluigi Spagnolo, "Bobby Sands il combattente per la libertà. Una storia irlandese"

1 Ottobre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #personaggi da conoscere

Pierluigi Spagnolo, "Bobby Sands il combattente per la libertà. Una storia irlandese"

Bobby Sands Il combattente per la libertà. Una storia irlandese

Pierluigi Spagnolo

Editrice L'Arco e La Corte

pp. 119

Leggere la storia di Bobby Sands è come ricevere un pugno nello stomaco. Nel libro vengono descritte e approfondite la figura e la vita di Robert Sands, giovane irlandese di Belfast, morto nel 1981 mentre era detenuto nel carcere britannico di Long Kesh, dopo uno sciopero della fame durato 66 giorni e vengono portate alla luce attraverso citazioni e racconti le condizioni disumane della sua prigionia. Bobby, nato a Rathcoole, un quartiere di Belfast, il 9 marzo del 1954, era cresciuto in una famiglia cattolica e fin dalla prima giovinezza si vide costretto a subire l'astio, il risentimento, il rancore settario di un paese diviso da conflitti, tuttora esistenti, che affondano le loro radici in motivazioni non solo religiose, ma anche culturali, nazionali, sociali e politiche. Crebbe in una città spesso messa a ferro e fuoco dalle parti in lotta, divisa da steccati, frammentata da barricate erette non solo sulle strade, imparò a convivere coi problemi di una terra presidiata dall'esercito britannico e dilaniata dal conflitto fra cattolici e protestanti, ma vedendo la madre piangere, soffrire per le enormi ingiustizie, non si abituò e non accettò mai tale assurda realtà. Insieme alla sua famiglia fu costretto a cambiare casa più volte a causa delle vessazioni dei vicini che, appena scoprivano la loro appartenenza religiosa, li umiliavano e li perseguitavano. Come lui tanti erano i giovani cattolici irlandesi che, alla disperata ricerca di un lavoro, si trovarono di fronte a porte sbarrate: fabbriche, cantieri, negozi sui cui ingressi erano affissi cartelli con la esplicita scritta :”Non si assumono cattolici”. A soli diciotto anni, per reazione a queste sopraffazioni Bobby si arruolò volontario nel Movimento Repubblicano, decisione questa che decretò l'inizio della sua fine. La militanza lo portò, in due anni, a subire due arresti e affrontare altrettante condanne, con la seconda gli furono comminati 15 anni di carcere per la presunta partecipazione a un attentato avvenuto nell'ottobre del 1976, seguito da un conflitto a fuoco con la polizia inglese. Fu condannato sulla base di prove assolutamente indiziarie, senza testimonianze e senza che lui rendesse mai una confessione diretta, nonostante le torture e le sevizie subite durante gli interrogatori.

Mi fu ordinato di allargare le gambe e di poggiare sulla pianta dei piedi e delle mani, faccia verso il muro; un poliziotto visibilmente ubriaco continuava a sferrarmi violenti pugni sui reni, fianchi, collo, sulla schiena, in effetti dappertutto. L'altro agente mi teneva per i capelli sputandomi in faccia raffiche di domande (...) iniziarono a sferrare violenti calci sulle gambe e le mie parti intime, così forte da farmi mancare il respiro e farmi cadere due volte solo per essere pestato di nuovo e rimesso contro il muro.(...)

Vi risparmio la durata e l'intensità dell'orribile trattamento che gli riservarono prima di processarlo, carcerazione preventiva che durò in queste condizioni per undici lunghi mesi. La condanna, come già detto, venne emessa senza che vi fossero legami accertati fra Bobby e l'attentato, la rabbia con cui accolse la severissima e immeritata sentenza, gli causò l'aggravio di pena di un ulteriore periodo di sei mesi. In realtà il ragazzo fu condannato non per la certezza della colpa, bensì per la certezza della sua appartenenza all'I.R.A., la più nutrita e meglio organizzata milizia del Movimento Repubblicano Irlandese. L'esercito di liberazione, che combatteva nell'Ulster (Irlanda del Nord) per porre fine alla presenza britannica sull'isola, per difendere la minoranza cattolica e ricongiungersi alla Repubblica d'Irlanda già libera e sovrana. Bobby aveva, innegabilmente, partecipato a quelli che comunemente venivano definiti “the trubles”, cioè i disordini, i problemi di ordine pubblico, ma è altrettanto certo che nessuno cadde mai sua vittima o morì sotto i colpi della sua pistola. L'Europa ha ignorato per anni la realtà di Belfast, del Nord Irlanda, ultima colonia inglese del vecchio continente, permettendo così l'instaurarsi di una vera e propria “apartheid”. La Gran Bretagna, in modo subdolo e ipocrita, giustificava, agli occhi del mondo, l'utilizzo del suo esercito quale deterrente a movimenti violenti, per favorire la convivenza tra due diverse comunità, in realtà con la sua massiccia presenza e con il suo atteggiamento, spesso brutale, da esercito di occupazione alimentò violenze e dissensi. Bobby Sands aveva iniziato a lavorare molto presto come apprendista carrozziere per contribuire ad innalzare il modestissimo tenore di vita della sua famiglia, ma amava leggere, trai suoi autori preferiti Kipling e Oscar Wilde.

Grande appassionato di poesia, ne compose molte negli ultimi anni della sua breve vita trascorsi in carcere, dove scrisse anche un “diario”, una raccolta di pensieri vergati di nascosto su un rotolo di carta igienica e fatti uscire clandestinamente dalla cella. Il libro venne pubblicato poi col titolo “Un giorno della mia vita” in cui si ha uno spaccato esatto e fedele di quello che succedeva all'interno.

“ …i soffocanti mesi estivi, quando le celle si trasformavano in forni e il puzzo della della spazzatura e del cibo ormai rancido diventava insopportabile. Era allora che migliaia di vermi bianchi uscivano fuori dai mucchi di rifiuti, striscindo e contorcendosi tutti (...) mi stavano strisciando sui capelli, sulla barba, su tutto il corpo. Erano ripugnanti,e, a prima vista facevano paura (….)”

Come tutti i ragazzi della sua età amava la chitarra, aveva una passione per il canto e portava lunghi capelli neri, che gli cadevano ribelli sulle spalle, capigliatura che gli valse il nomignolo di “Geronimo”. Dotato di un fisico forte e muscoloso era uno sportivo, praticava con successo attività in cui eccelleva per il suo spirito agonistico, come il rugby e il football, suoi sport preferiti. Era un lottatore inarrestabile e non si arrendeva di fronte a nulla, caratteristica che gli costò molte persecuzioni dagli aguzzini del carcere in cui fu detenuto e fu proprio questa sua incrollabile determinazione a portarlo alla morte. Nei durissimi anni di reclusione Bobby divenne l'emblema della guerra contro il Regno britannico, lui e gli altri “prigionieri politici” ingaggiarono una lotta senza frontiere con le autorità inglesi, protestavano per le inumane condizioni di trattamento del carcere e per attirare l'attenzione del mondo indifferente sul quello scorcio di Irlanda. Nel libro non mancano le testimonianze di altri detenuti e i documenti sulle torture subite dai prigionieri in quello che fu un vero e proprio “lager” inglese.

Che trovino un nome a questo tipo di tortura pensai (…) le percosse, l'acqua gelida degli idranti, la fame, le privazioni, che provino a dare un nome a questo terribile incubo..”

Così Bobby, risolutamente, un giorno mise in pratica l'estremo atto di protesta iniziando uno sciopero della fame che lo portò alla morte alle ore 1 e 17 minuti del 5 maggio 1981, quando aveva solo 27 anni e ormai, completamente disidratato, pesava una cinquantina di chili. Poco meno di un mese prima durante le elezioni suppletive per un seggio circoscrizionale era stato candidato ed eletto, ma nemmeno questo era servito a farlo desistere e a interrompere la sua battaglia. Oramai aveva deciso: il mondo doveva sapere e seppe, ampie furono le testimonianze a livello internazionale di cordoglio e sdegno. Il Papa Giovanni Paolo II mandò in dono una croce pastorale d'oro massiccia che gli fu messa tra le mani il giorno del funerale svoltosi il 7 maggio nella chiesa di San Luca a Belfast, ove parteciparono oltre centomila persone giunte da ogni dove per portare un fiore al “digiunatore, morto per la fame di libertà”.

Questo è il personaggio che esce dalle pagine del libro, un giovane controverso valutato un “terrorista senza scrupoli” dagli Inglesi , Margaret Thatcher ebbe a pronunciare tali parole anche il giorno della sua morte, e ritenuto, al contrario, dai propri sostenitori un moderno martire per la libertà. Chi era dunque Bobby Sands?

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Giovanni Guareschi

17 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

Giovanni Guareschi

La poesia bisogna sentirla, non capirla.” (Guareschi da “Diario Clandestino” pag.35)

Ho una “passione” segreta per Giovannino Guareschi scaturita inizialmente dai film tratti dalle sue opere, in particolare dalla saga “Peppone e Don Camillo”, poi dalla lettura dei suoi libri e non solo. A poco a poco ho apprezzato l’uomo che faceva satira politica, a cui alcune “denunce” sono costate il carcere e non sotto il regime fascista ma proprio nei primi anni dell’Italia democratica .

Guareschi sapeva colpire a destra e a sinistra con i suoi articoli pungenti nel “Bertoldo” prima, nel “Candido” poi, e con i suoi molteplici racconti. Non temette infatti le grane che gli vennero dal dire apertamente verità scomode: le polemiche con il presidente Einaudi per una vignetta sul “Candido” gli costarono nove mesi di carcere che si andarono ad aggiungere agli altri dodici, comminatigli per la pubblicazione delle lettere autografate da De Gasperi in cui lo stesso avrebbe chiesto agli inglesi un’azione di bombardamento allo scopo di eccitare gli animi alla rivolta contro i nazi-fascisti. Pena scontata con testardaggine e senza volersi abbassare a chiedere la grazia, in 13 mesi e 9 giorni, cioè fino al raggiungimento degli sconti previsti per buona condotta.

Nelle storie che raccontava Guareschi c’è un realismo tangibile, selezionato dalla vita di tutti i giorni dei paesi emiliani del dopoguerra, nei quali sapeva vedere e descrivere le sfumature dei gesti e dei pensieri di un popolo diviso fra comunisti inneggianti la rivoluzione e democristiani attaccati alla tonaca e al campanile. Storie viste, forse, con un po’ troppa giuliva illusione di un mondo sempre buono e disposto alla comprensione. Vicende umane narrate come lo scorrere del grande Fiume che costeggia i paesi della bassa e placido e indifferente porta tutto verso il mare e che, spesso, per l’imprevedibilità della vita, diventava lui stesso protagonista.

Guareschi non fu solo Peppone e Don Camillo: nel 1963 realizzò un cortometraggio dal titolo “La rabbia” curato insieme a Pier Paolo Pasolini, il nobile intento era quello di commentare fatti di cronaca con ottiche diverse da destra e da sinistra, ma il lavoro ebbe scarso successo e poca risonanza. Qualche anno orsono ricomparve, restaurato a un Festival del cinema, magicamente solo nella parte riguardante il regista, i commenti “scomodi” di Guareschi erano stati tagliati. Ancora, dopo tanto tempo, risulta difficile accettare la sua voce “fuori dal coro”. I suoi articoli gli avevano attribuito l’etichetta di fascista, io non so se lo fosse, di certo era un uomo scomodo, capace di assumersi personalmente la responsabilità dei propri gesti e delle proprie parole, capace di andare sempre contro corrente, di analizzare e giudicare qualunque atteggiamento o azione che si rivolgesse contro “la persona” da qualunque parte venisse. Maggiormente se la prese con gli appartenenti al partito comunista, è vero, coniando anche un termine polemico per definirne gli aderenti: i “trinariciuti.” Cioè persone con tre narici, non umani nemmeno nei caratteri somatici, cercando così di ridicolizzare chi segue solo le direttive del partito senza usare il cervello. Criticava questo modo di “non essere” così come era stato ostile nei suo diari al regime tedesco che lo aveva internato dopo il 1943. Non dimentichiamo infatti che Guareschi è stato in un lager nazista per quasi due anni. Arrivato a Czestochowa, sotto gli occhi delle guardie un bambino gli offrì una mela su cui Guareschi vide il segno dei dentini e pensò al figlio lontano. Scrisse in seguito “Lo zaino non mi pesa più, mi sento fortissimo. Lo debbo rivedere, il mio bambino: il primo dovere di un padre è quello di non lasciare orfani i suoi figli. Lo rivedrò. Non muoio neanche se mi ammazzano!”. (da “Chi sogna nuovi gerani? Autobiografia” pubblicata postuma a cura dei figli nel ’93).

E non morì, soprattutto non morì il suo animo ribelle, conservò vivo lo spirito d’osservazione e l’occhio critico dimostrandolo ampiamente nel dopoguerra. Andrea Baroni che, alternandosi al colonnello Bernacca, ci ha raccontato per tanti anni le previsioni del tempo, lo ricorda come compagno di internamento. Racconta che ricevevano acqua calda al mattino. Poi una sbobba di rape (la domenica fiocchi d’avena) 5 patate lesse e un pezzo di pane. Il cibo era scarso, ma in due anni, con precisione tedesca, non è mai saltata una razione. In quanto ufficiali che si erano rifiutati di collaborare, Hitler li definiva traditori e internati militari, non prigionieri, così la Croce Rossa non poteva intervenire sui termini della prigionia, ma di contro non erano costretti a lavori forzati, avevano molto tempo libero e, per non oziare, il grande Guareschi pensò di tenere occupati i prigionieri. Racconta Baroni: “A Sandbostel: Giovanni Guareschi baracca 29, Andrea Baroni baracca 28. Era bravissimo, faceva teatro con i prigionieri. Un giorno lo fermo: “Potrei recitare anche io?”. Mi guarda: “Con questa voce dove vuoi andare? Non ci sono gli altoparlanti a teatro!”

Nonostante il grande successo di pubblico, gli intellettuali radical chic e la critica lo snobbarono, sottolineando il suo linguaggio semplice, le sue storie troppo “naif”. Solo una rivisitazione “postuma” lo ha ampiamente rivalutato. Guareschi non era un semplice umorista, ma un uomo che aveva saputo affrontare disagi, tradimenti, (non ultima l’infondata attribuzione al servizio della CIA) e riusciva a portare nei suoi racconti le vicende umane che lo avevano segnato profondamente. La rivista “LIFE” lo definì "il più abile ed efficace propagandista anticomunista in Europa". Basti ricordare per esempio il manifesto elettorale che diceva “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no.” (Manifesto elettorale 1948, da Mondo Candido 1946-1948, a cura di C. e A. Guareschi) Indro Montanelli che ne fu amico personale ebbe a dire : "C'è un Guareschi politico cui si deve la salvezza dell'Italia. Se avessero vinto gli altri non so dove saremmo andati a finire, anzi lo so benissimo".

Guareschi era nato a Fontanelle di Roccabianca il 1º maggio 1908, giornalista, scrittore, umorista, disegnatore, vignettista ha pubblicato 20 milioni di copie in 80 lingue con oltre 100 milioni di lettori in tutto il mondo, eppure fu circondato da tanta solitudine culturale e istituzionale al momento della sua morte, avvenuta a Cervia dove si trovava con la figlia e il nipote nell’estate del 1968. Pochissime le personalità che si recarono al paese per le esequie. Enzo Ferrari fu uno dei pochi illustri ai funerali, a fargli apprezzare l’opera di Guareschi era stato proprio il figlio Dino,scomparso già da una decina d’ anni, ma per il quale portò a vita il segno del lutto sul viso.

Anche Giovannino Guareschi oramai riposa al cimitero dei galantuomini. È un luogo poco affollato. L’abbiamo capito ieri, mentre ci contavamo tra di noi vecchi amici degli anni di gioventù e qualche giornalista, sulle dita delle due mani.”

Baldassarre Molossi, storico direttore della Gazzetta di Parma terminò con queste amare parole il suo articolo il giorno dopo i funerali. Spero serviranno queste poche righe a far conoscere, soprattutto ai più giovani che avranno la pazienza di leggere, un bravo scrittore che seppe trasfondere tanta umanità nei suoi libri, un uomo caparbio che pagò sempre in prima persona le sue scelte, affrontando grandi battaglie e senza mai ricavarne un soldo bucato, in un tempo in cui in Italia ci si occupava di politica per passione e non per denaro e ci si animava al punto da avere il coraggio di difendere e propagandare le proprie idee.

L’Unità ebbe a scrivere il giorno successivo alla sua morte che era morto uno scrittore che non era mai nato. Io rispondo oggi con un motto che fu di Guareschi nel Candido “Contrordine Compagni “

Giovanni Guareschi
Giovanni Guareschi
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“All'uomo più veloce , l'animale più lento”

4 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

“All'uomo più veloce , l'animale più lento”

Non saprei stilare una classifica dei migliori piloti di autovetture da corsa, ma posso affermare con certezza che Tazio Nuvolari fu sicuramente uno dei più grandi di tutti i tempi. Improbo fare confronti con gli odierni piloti, che guidano autovetture dalle sofisticate apparecchiature elettroniche, dotate di potenti motori turbo che scivolano su lucidi asfalti auto drenanti, quelli erano anni fatti di strade polverose, di mani sporche di grasso, di rumore assordante del motore che spaccava i timpani e di smisurato coraggio. Ferdinand Porsche lo definì “il più grande pilota del passato, del presente e dell’avvenire”, Nuvolari è rimasto nell'immaginario collettivo per tanto tempo come unico, insuperabile e, ancora dopo molti anni dalla sua morte, Lucio Dalla trovò parole stupende per scrivere una canzone a lui dedicata. Ascoltando queste note si riesce quasi a vederlo sfrecciare in una nuvola di polvere, concentrato nella guida della sua auto mentre taglia il traguardo:

Nuvolari è basso di statura, Nuvolari è al di sotto del normale, Nuvolari ha cinquanta chili d'ossa, Nuvolari ha un corpo eccezionale, Nuvolari ha le mani come artigli, Nuvolari ha un talismano contro i mali, Il suo sguardo è di un falco per i figli, i suoi muscoli sono muscoli eccezionali! Gli uccelli nell'aria perdono l'ali quando passa Nuvolari!

Fu veramente un pilota fuori dalla norma e non solo con le auto, la sua storia, divenuta leggenda, ci rimanda l'immagine di un uomo magro e basso con occhi e capelli scuri, un sorriso serrato, ma accattivante, uno scavezzacollo, istintivo, spericolato, capace di superare sempre ogni limite. Un uomo appassionato e appassionante, infervorato e impaziente. E queste sue qualità le dimostrò non solo correndo, ma anche nelle sue scelte di vita. Le sue specialità furono la tecnica per affrontare le curve e lo scarso rapporto che aveva con l'uso dei freni. La testimonianza che rese Enzo Ferrari dopo essere salito in auto con lui la prima volta, fu di aver avuto l'impressione che Nuvolari sbagliasse l'impostazione delle curve, ma poi si era reso conto che il pilota era tranquillo, “non sembrava uno che rischiasse di andare fuori strada ogni volta.” Nuvolari prendeva tutte le curve affrontandone l'interno senza toccare mai i freni e usando al contrario l'acceleratore premendolo o lasciandolo per stringere o allargare la traiettoria, in una sorta di derapata che lo faceva poi trovare dritto all'uscita della curva. Una tecnica che il patron del cavallino rampante definì da infarto. Un uomo dicevamo pieno di entusiasmo, non poteva non attirare, durante la sua brillante carriera, l'attenzione di un altro grande uomo il poeta soldato Gabriele D'Annunzio che lo volle ospite al Vittoriale in più di una occasione. Li legavano la comune passione per il rischio, la brama per i motori sempre più potenti, (il Vate aveva un' Isotta Fraschini), la febbre per la velocità e il coraggio di tentare ogni volta l’impossibile. Si stimarono e si capirono da subito, fin dal primo incontro restarono a parlare per sette ore. Non ci è dato sapere cosa si dicessero, ma mi piace immaginare che si raccontassero le loro imprese o discorressero di donne e che Tazio, sorridendo, lo mettesse a parte di quella scommessa che una volta vinse convincendo una signorina a salire in auto con lui durante una gara, per baciarla poi mentre sfilava a 150 all'ora sotto le tribune. Impresa che gli valse, da quella volta in poi, la presenza della moglie a ogni Gran Premio. In seguito D'Annunzio, come amava fare coi personaggi che gli erano cari, gli affibbiò un nomignolo e Tazio divenne per tutti il “mantovano volante”. Gli fece dono di una sua fotografia autografata e di un ciondolo d'oro a forma di tartaruga dicendogli “all'uomo più veloce, l'animale più lento”. Tazio da allora considerò quella piccola tartaruga il suo simbolo, lo teneva costantemente appuntato alla maglia, lo fece stampare sulla carta da lettere e diede disposizione affinché venisse dipinto sulla fiancata del suo aereo personale. Ne fece addirittura riprodurre alcune copie che regalò poi alle persone care o da lui ritenute “importanti”. Quel piccolo amuleto restò appuntato al petto del pilota per tutta la vita e morendo lasciò come disposizione di volerlo addosso anche per il funerale insieme agli abiti della sua tenuta da corsa: il maglione giallo con le iniziali, i pantaloni azzurri, il gilet di pelle marrone, il fiocco tricolore al collo, il caschetto bianco, la cintura nera di coccodrillo e a fianco il suo volante preferito. Lo stesso che nel 1946, durante una corsa, gli rimase fra le mani e che passando dal rettilineo del via mostrò al pubblico in delirio. Il grande “Nivola”, soprannome attribuitogli “vox populi, non si dette per vinto nemmeno in quell'occasione, portò l'auto ai box sterzando con una chiave inglese, fece sostituire il volante e terminò una gara oramai compromessa, rimontando fino alla tredicesima posizione. In quegli anni non vinceva più come un tempo, ma era sempre lui a “dare spettacolo”.

Tazio Nuvolari era nato a Castel d'Ario in provincia di Mantova il 16 novembre del 1892 da una famiglia benestante di agricoltori. La passione per i motori gliela aveva trasmessa lo zio Giuseppe che forniva al nipote biciclette e moto e che per primo gli insegnò a muoversi con agilità sulle due ruote, facendolo sedere sulla sua motocicletta per insegnarli a guidare. Tazio aveva allora solo tredici anni, ma una notte, preso dalla frenesia dei motori, “rubò” l'auto del padre e partì percorrendo un tratto di strada in campagna illuminata solo dalla luna. Fece ritorno poco dopo, orgogliosamente incolume e con l'auto intatta, in seguito raccontò schernendosi: “Andavo solo a trenta all'ora!” Data la sua costituzione mingherlina e la sua bassa statura si pensò anche che avrebbe potuto avere una carriera da fantino, ma fu proprio il calcio di un cavallo a rompergli una gamba e a lasciargli una leggera zoppia come ricordo per tutta la vita. In realtà Tazio preferiva il cavallo a due ruote, con un motore rombante che sentiva ruggire fra le gambe e che sapeva governare a dovere. Iniziò a guidare la motocicletta ancora ragazzino, scorrazzando per il paese e facendo acrobazie che lasciavano tutti a bocca aperta, acquisendo una notevole abilità che lo portò a essere scelto come autiere, durante il servizio di leva, prestato dal 1912 al 1913. Quando poi scoppiò la prima guerra mondiale fu richiamato alle armi e gli fu affidata la guida delle autoambulanze. Tazio non aveva paura di niente, correva come un matto per recuperare i feriti e un giorno finì fuori strada, per fortuna senza gravi conseguenze, così il suo ufficiale comandante, nel fargli il cicchetto che gli spettava azzardò anche un “Dammi retta, lascia perdere, l'automobile non fa per te “. Nessuna previsione fu mai così errata. Il suo carattere impaziente e impulsivo si mostrò anche quando, tornato dalla guerra per una licenza, conobbe in paese Carolina, una ragazza di cui si innamorò perdutamente, così per non aspettare permessi e consensi la “rapì” nella più classica delle fuitine e la sposò solo civilmente il 10 novembre a Milano. Fu una scelta fuori dal comune per l' epoca, ma la sua serietà in campo sentimentale non fu mai smentita e la moglie rimase il suo grande amore per tutta la vita. Dalla loro unione nacquero due figli e Giorgio, il primogenito, venne alla luce già prima della fine della guerra nel settembre del 1918. La passione di Tazio per i motori continuò anche dopo la fine del conflitto, nel 1920 ottenne la licenza di corridore motociclista e in giugno dello stesso anno esordì al Circuito Internazionale di Cremona. La prima vittoria alla guida di una motocicletta arrivò l'anno successivo. Aveva fatto esperienza correndo con moto di sua proprietà, era diventato un vero pilota professionista e, trascorso ancora qualche anno in un crescendo di vittorie, si coronò col titolo di campione italiano della classe 500. Entrato come motociclista nella scuderia della Freccia Azzurra, nel 1926 a Stoccarda ebbe un pauroso incidente. Era arrivato in ritardo e non aveva provato il circuito, così a causa di un fondo stradale scivoloso, sbandò e a tutta velocità andò a schiantarsi con la moto contro un albero. Quando lo raccolsero, aveva perso i sensi e in un primo momento lo diedero per spacciato. Giunto all'ospedale, di una sospetta commozione cerebrale, e choc traumatico, furono confermate solo numerose fratture in varie parti del corpo che non gli impedirono, comunque, di ripartire l'indomani stesso in treno per far ritorno in Italia. Lo spirito fiero e indomito non si era fiaccato e ai giornalisti che gli confessarono di averlo creduto morto rispose: “Se mi danno per cadavere, aspettate sempre tre giorni prima di piangere, non si sa mai.” La sua passione per i motori lo aveva portato ad alternare corse in moto e corse automobilistiche, essendosi messo in luce per alcune gare vinte in Italia e all'estero proprio con le auto, venne contattato dall'Alfa Romeo per un provino all'autodromo di Monza. Nuvolari era l'ultimo di tutti i piloti chiamati per il test e l'auto arrivò nelle sue mani che era al limite, Tazio non si scoraggiò e, per fare bella figura, spinse al massimo l'acceleratore, ma qualcosa non funzionò a dovere e alla curva di Lesmo sbandò, distrusse l'autovettura e venne ricoverato in ospedale con gravi ferite e fratture. Di lì a poco doveva disputarsi il Gran Premio motociclistico delle Nazioni a cui non intendeva assolutamente rinunciare, così, appena una settimana dopo lo spaventoso incidente, si preparò a gareggiare sopportando dolori atroci in tutte le parti del corpo. Per resistere meglio indossò un pesante busto di cuoio che lo teneva bloccato alla sella e si fece bendare stretto, in modo da essere quasi “ingessato ” nella posizione di guida. Uno dei medici che lo aveva aiutato e visto salire stoicamente sulla motocicletta, ebbe a pronunciare una frase che restò famosa nel tempo: “E' matto come un cavallo, dovremmo ricoverarlo in manicomio”, ma “Nivola”mise tutti a tacere e tagliò il traguardo da vincitore. Grazie al crescente successo incominciò a guadagnare a sufficienza per pensare di aprire una sua scuderia a dispetto dell'Alfa Romeo che, dopo il disastroso provino, non lo aveva messo sotto contratto. Così nell’inverno tra il 1927 e il 1928 decise di puntare esclusivamente sull’automobile e, comprate quattro Bugatti grand prix, fondò la scuderia Nuvolari. Le prime soddisfazioni non tardarono ad arrivare e nove giorni dopo la nascita del suo secondogenito Alberto, l'11 marzo 1928 festeggiò vincendo la sua prima prestigiosa gara internazionale nel Gran Premio di Tripoli. Tazio, tra il 1928 e il 1929, iniziò a inanellare una serie di successi, in ogni gara riusciva sempre a mettersi in luce in qualche modo correndo come un matto, duellando con i piloti più affermati senza mai arrendersi e anche se le sue Bugatti erano di cilindrata inferiore, quando non vinceva, riusciva comunque a dare del filo da torcere ai campioni in carica. Tutti iniziarono a capire di che stoffa era fatto il pilota di Mantova e allora il patron dell'Alfa Romeo si dovette ricredere e lo ammise in scuderia dicendo: “Prendiamolo, questo Nuvolari, e che Dio ce la mandi buona!” Nel 1930 Tazio correva la sua prima Mille Miglia con un'Alfa Romeo e si trovò a sfidare il suo eterno rivale, ma anche amico, Achille Varzi, che lo conosceva dai tempi delle gare motociclistiche e che, per un breve periodo, aveva corso per lui nella sua scuderia. Nuvolari voleva battere a ogni costo il suo antagonista di sempre, così, durante la corsa, che si teneva anche nelle ore notturne, tallonò il suo avversario a fari spenti e li riaccese un attimo prima di superarlo sul rettilineo di arrivo e tagliare il traguardo per primo, beffandolo irrispettosamente. Da quel momento in poi la sua rivalità con Varzi divenne insanabile, si fronteggiarono spesso, alternandosi sul podio infiammando il pubblico italiano diviso fra il preciso, rigoroso, a tratti gelido Varzi e il fantasioso, prode e sorprendente “Nivola”. Anche Mussolini, oltre al Vate divenne un fan accanito del “mantovano volante” e lo invitò a Roma a Villa Torlonia. Già appassionato di automobili, proprietario di un'Alfa Romeo spider che amava guidare a forte velocità, seguiva le corse nutrendo per il campione grande stima e rispetto: “Ecco un italiano a cui tutti gli italiani dovrebbero ispirarsi”. In quello stesso periodo l'Alfa abbandonò le corse e il parco auto fu ceduto a Enzo Ferrari che sostituì alle autovetture il simbolo del quadrifoglio con il cavallino rampante avuto in dono dalla madre di Francesco Baracca. Tazio con la sua Alfa -Ferrari stravinse sette gare con vittoria assoluta nel 1931, i successi continuarono nel 1932, un anno trionfale, che lo vide su sedici gare disputate, sette volte vincitore assoluto, tre volte secondo, tre volte terzo, una volta quarto, una sesto e una sola volta ritirato. E ancora più ricco di trofei fu il 1933: undici vittorie in tutto. Quello fu anche l'anno del divorzio da Ferrari, di cui Nuvolari voleva diventare socio, ma il patron del cavallino, che non era meno testardo di lui, gli indicò tranquillamente la porta, inutile dire che Tazio, rimessosi in proprio, si fece preciso dovere di vincere e ci riuscì, quasi sempre, fino all'avvento delle “tedesche “. La ruota stava girando e la superiorità dei bolidi tedeschi diventava schiacciante, per fare fronte comune Tazio fece pace con Ferrari e riuscì ancora una volta a stupire tutti con una vittoria impossibile, proprio nel G.P. di Germania del 1934. Nel 1935 riuscì ancora a battere il record assoluto di velocità con 330,275 km/h e, nel 1936, nonostante l'ennesimo brutto incidente che lo vide correre nelle gare successive con due vertebre incrinate e pieno di ammaccature, riuscì a dare smacco ai tedeschi in diversi gran premi. Ancora una volta si trovò contro il suo avversario di sempre Achille Varzi, che era passato nelle scuderie tedesche. Arrivò il 1937 un'annata nera in assoluto per l'asso del volante; i tedeschi, pressoché invincibili la facevano da padroni su ogni circuito. L’Alfa di Nuvolari prese fuoco ed egli si salvò lanciandosi in corsa dall’abitacolo. Il resto della stagione registrò un altro incidente in prova, poche corse disputate e una sola vittoria, ma il dolore più grande per Nivola fu la morte prematura del suo primogenito che si spense a causa di una miocardite a soli 19 anni, mentre lui era in viaggio. Un avvenimento che lo segnò profondamente e forse per la prima volta in vita sua le spalle si piegarono un poco sotto il peso della sconfitta. L'anno successivo capito che oramai con le auto italiane non sarebbe più riuscito a mantenere i suoi abituali livelli, decise di abbandonare le corse, fece un viaggio negli Stati Uniti con la moglie, ma dopo poco venne contattato dalla Auto Union e passò sotto contratto con i tedeschi. Tazio da quel giorno aggiunse alla sua normale tenuta da corsa un nastrino tricolore che teneva al collo in bella vista, per dimostrare a tutti il suo immutato amor di Patria e l'orgoglio di essere Italiano anche se era passato a correre per il Terzo Reich. Con la nuova macchina, costruita da Porsche, Nuvolari ottenne nuovamente grandi successi, coronò il sogno di vincere ancora il G.P. di Monza in Italia e, con le sue performance, mandò in visibilio gli spettatori tedeschi. Durante le prove nel circuito di Donnington, in Inghilterra, un cervo sbucò all'improvviso nella pista, Tazio, che sopraggiungeva a 130 all'ora, non riuscì a evitarlo e lo colpì in pieno, mantenne però il controllo della vettura evitando di finire contro il parapetto di un ponte che aveva di fronte. Lo spettacolare incidente gli valse anche le simpatie del pubblico inglese che, recuperato il cervo, gli fece recapitare la testa. Nivola, soddisfatto, ne fece un trofeo da appendere al suo studio. Nel successivo 1939 a Belgrado consegnò l'ultima vittoria alle Silberpfeil (Frecce d'argento) era il 3 settembre e la seconda guerra mondiale era cominciata da due giorni. Solo la guerra era riuscita a fermare Nuvolari, ma nel 1946 Tazio riapparve sulla scena, indomito anche se invecchiato e stanco. Soffriva di disturbi allo stomaco causati dai gas di scarico, ma a fiaccarlo definitivamente fu la malattia che gli strappò anche il secondo figlio, appena diciottenne. Disperato, si aggrappò alle corse per sopravvivere o cercando forse una fine non meno disperata. Solo un mese dopo la sepoltura del suo ultimo erede, a Marsiglia, in spregio a ogni pericolo, correndo contro la sorte e sperando forse a una curva di incontrare la fine, toccò invece nuovi record di velocità. Nel 1947, quando aveva già 55 anni, compì l'impresa che, anche se non lo vide vincitore, lo riportò nel cuore degli Italiani, se mai lo avevano dimenticato. Si correva la Mille Miglia, Tazio si portò in testa resistendo alla pioggia, all'estenuante susseguirsi delle ore alla guida, sopportò gli accessi di vomito sempre più forti, ma quando la pioggia insistente aveva oramai riempito l'abitacolo della sua piccola spider, fu costretto a fermarsi, aprire lo sportello per liberarsi dell'acqua e, anche se ripartì subito dopo, oramai era stato superato. L'anno successivo si vide l'ultimo colpo di coda di un campione che non voleva desistere, non aveva un'autovettura sua e non correva per nessuna casa automobilistica, ma si presentò a Brescia per salutare gli amici in partenza per la Mille Miglia, qualcuno gli offrì una Ferrari e non si fece ripetere l'invito. Tazio correva sempre più veloce per sfuggire al peso del suo dolore che non lo abbandonava mai e a Pescara fu primo assoluto, a Roma arrivò con dodici minuti di vantaggio sul secondo, a Livorno venti, a Firenze trenta, ma non voleva arrendersi all'idea che la macchina, sottoposta a ritmi insostenibili, stava cedendo. Durante la strada perdeva pezzi, prima un parafango, poi il cofano, erano saltati gli attacchi dei sedili e gli rendevano la postazione guida incerta e traballante, Giunto nei pressi di Reggio Emilia, il tracollo: cedette il perno di una balestra e fu costretto a fermarsi. Fu negato a lui ma soprattutto agli Italiani il lieto fine di una favola che li aveva fatti sognare come nessuno prima e come pochi dopo nella storia delle corse. L'incredibile carriera di Nuvolari si chiuse nel 1950, in 30 anni tra auto e moto aveva disputato 353 corse, conquistando 105 vittorie assolute e 77 di classe e facendo registrare per 100 volte il giro più veloce. Fu sette volte campione italiano e conquistò cinque primati internazionali di velocità. Tazio, oramai malato, smise di correre senza mai annunciare pubblicamente il proprio ritiro. Passati poco più di tre anni “Nivola”, “ il mantovano volante”, se ne andò per sempre, in silenzio, alle sei del mattino dell'11 agosto 1953, era un martedì. Il giorno dei suoi funerali sulla piazza gremita di oltre cinquantamila persone venute da ogni dove per tributargli l'ultimo saluto, dalla facciata della basilica di Sant'Andrea a Mantova pendeva uno striscione scritto dai suoi ammiratori “Correrai più veloce per le vie del cielo.”

“All'uomo più veloce , l'animale più lento”
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Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"

20 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi, #pittura, #personaggi da conoscere

Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"

La verità di Caravaggio

Giuseppe Fornari

Nomos edizioni, 2014

pp 172

19,90

Docente non di storia dell’Arte, bensì di storia della filosofia, all’Università di Bergamo, Giuseppe Fornari affronta in questo saggio un’interpretazione personale dell’opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Confrontandosi,sia con alcune montature nate dall’enorme e crescente notorietà dell’artista seicentesco, sia con la critica storica prima, e con quella recente poi, egli elabora una teoria non scevra da convinzioni ideologiche personali.

Parte dall’assunto che “Caravaggio va cercato là dove egli voleva essere trovato”, cioè nelle sue opere e, per questo motivo, ne analizza molte in modo dettagliato e tecnico, a partire dai lavori giovanili, definiti “precaravaggeschi”, con la loro trasparenza vetrosa e il non rifiuto del colore, fino agli ultimi capolavori prima della morte.

I miti da sfatare sono due: lo psicologismo e il naturalismo. A Caravaggio non interessa la psicologia dei personaggi, ecco perché i suoi ritratti sono una delusione sotto questo profilo. Egli inserisce la figura umana nel complesso dell’azione, racconta un fatto così come si svolge, nella sua immediata e cruda verità, senza scandagliare l’animo dei protagonisti e senza cercare il contatto estremo con la realtà, bensì, piuttosto, l’allusione al simbolo religioso. (Fornari, infatti, a livello filosofico, riconduce lo sviluppo della cultura a esperienze estatico religiose). Il canestro di frutta, ad esempio, presenta pomi corrotti, in omaggio, sì, alla nuda oggettività di ciò che ci circonda, ma anche come simbolo barocco di caducità, di effimero, di corruzione.

Il segno determinato e determinante è quello della storicità, non dello psicologismo soggettivo, (che non è il segno nemmeno della psicologia di un Tiziano o di un Velazquez, che ci restituiscono il mistero metafisico dell’incarnazione dispiegato nella storia, non introspezioni di sapore otto o novecentesco) (pag 25)

Caravaggio si allontana progressivamente dai colori giovanili, mutuati dall’ambiente lombardo veneto, da Tiziano e da Tintoretto, attraversa l’esperienza plastica e religiosa di Michelangelo, e giunge all’uccisione dei colori, all’oscuramento della luce, del lumen che si abbuia e si condensa in un unico raggio salvifico, rappresentativo di pentimento e grazia (Vocazione di San Matteo).

Secondo Fornari, le opere di Caravaggio facevano discutere, sconcertavano i committenti e piacevano al grande pubblico per la loro profonda religiosità e non per il brutale verismo o per una “indagine galileiana” della materia. Tutto è luce e simbolo, in Caravaggio, anche la pastosità delle forme, anche i gesti che sono plastici ma rarefatti, allusivi. Il suo è un realismo, ci dice Fornari, dionisiaco e cristologico, che si sviluppa dalle prime alle ultime opere con sempre maggiore potenza, con meno manierismo e più drammaticità, grazie anche all’incontro con la cultura romana e la pittura piena di contenuti di Michelangelo Buonarroti. Anche Michelangelo è profondamente religioso, morale, spirituale. Le figure acquistano forza e si collocano in rapporto reciproco, in un tutt’uno che cristallizza l’azione, incarna l’agire divino nella storia (Conversine di San Paolo e Crocifissione di San Pietro), illuminate da una luce tagliente come un raggio laser. Immagini, insomma, a uno stesso tempo allegoriche e naturali.

Anche all’apogeo della fama, Caravaggio non smise mai di fare ricerca, non si accontentò di ingraziarsi i committenti con qualche opera di maniera. “Ambizioso, protervo e orgoglioso, e tuttavia portatore di una luce segreta”, egli era un temperamento rissoso, violento, malinconico, ossessionato dalla morte, com’era nello spirito del secolo, morte che non smette di additarci in ogni suo dipinto, in modo spietato (Morte della Vergine, Seppellimento di santa Lucia). La morte è mancanza, sottrazione, strazio lucido, tomba che ci inghiotte.

Ripreso poi anche da Goya è il tema della verità. La verità intesa non come naturalismo materialista ma come accettazione della dura realtà dei fatti, esclusione del bello, della diplomazia, della mitigazione. E tuttavia, mentre si rivive il fatto nell’azione, se ne scopre tutta la simbologia nascosta, la drammaticità evocativa e cristologica, la forza redentiva. (Resurrezione di Lazzaro).

Michelangelo ha improntato di sé un’epoca, si è proiettato verso di noi anche attraverso Velasquez, Rubens e lo stesso Goya. Concludiamo dicendo che, forse, solo la visione di questi classici intramontabili della pittura mondiale, potrà salvarci dall’abbrutimento e dall’effimero.

In anni stupidi e oscuri come quelli che stiamo vivendo, non dobbiamo mai dimenticarci di queste fantastiche creazioni, perché nel loro retaggio, nella ricchezza spirituale che ci trasmettono, e che le chiacchiere insulse da cui siamo circondati non riescono neanche a sfiorare, c’è forse la sola speranza per il nostro futuro.” (pag 9)

Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"
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