personaggi da conoscere
Tobias Smollett a Livorno
“Nel secolo XVIII dimorò certamente a Montenero lo storico e letterato inglese Tobia Smollett, al quale i medici avevano consigliato un clima più mite e più confacente alla sua malferma salute. Egli prese stanza nella villa oggi dei signori Gamba, che situata in amenissimo luogo fra i poggi ed il mare, riparata dai venti di greco e di levante, e quasi sulla spiaggia, riuniva tutte le migliori condizioni igieniche. In questa villa a romantic and salutary abode, come la chiama un biografo dell'illustre scrittore britanno, lo Smollett preparò per la stampa il bello e soave lavoro The Expedition of Humphrey Clinker, che fu poi pubblicato in tre volumi nel 1771 e ricevuto con gran favore.”
Ancora una volta è Pietro Vigo a parlarci del soggiorno livornese di Tobias Smollett (1721 – 1771), letterato scozzese, creatore di Roderick Random e di Humprey Clinker. Teorico del romanzo razionale, di un picaresco mitigato dal realismo, strenuo avversario del romance, da lui considerato ignorante e superstizioso, nell’ultima parte della vita, per motivi di salute, soggiornò prima a Pisa e poi a Livorno, per la precisione a Villa del Giardino o Villa Gamba, fra Antignano e Monteburrone e qui, appunto, scrisse “The expedition of Humprey Clinker”. “Il Giardino” era una residenza di origine medicea che il Piombanti attesta possedere due sorgenti d’acqua potabile.
Smollett fu sepolto nella città labronica e ancora oggi la sua tomba a obelisco, ben visibile nell’antico cimitero degli inglesi, è una delle mete più ricercate dai turisti britannici. Tuttavia, come riportato nel sito mercantilivornesi.wordpress.com, uno scambio del 1898 fra il capitano James Buchan Telfer e il vice console britannico a Livorno, Montgomery Carmichel, sul periodico “Notes and Queries”, mette in dubbio che Smollett abbia veramente vissuto a Montenero - propendendo piuttosto per Pisa, definendo Livorno “an unattractive seaport town”, una città portuale priva d’interesse” - e persino negando che vi sia davvero sepolto.
louisstott.wordpress.com
Pietro Vigo, Montenero in www.infolio.it
mercantilivornesi.wordpress.com
“In the eighteenth century the English historian and literate Tobias Smollett certainly lived in Montenero, the doctors had recommended him a milder climate more suited to his ill health. He took up room in the villa that today is of the Gamba, which is situated in a very pleasant place between the hills and the sea, sheltered from the east winds, and almost on the beach, and had all the best hygienic conditions. In this villa a romantic and salutary abode, as a biographer of the illustrious British writer calls it, Smollett prepared for printing the beautiful and sweet work The Expedition of Humphrey Clinker, which was then published in three volumes in 1771 and received with great favor."
Once again it is Pietro Vigo who talks to us about the stay in Livorno of Tobias Smollett, (1721 - 1771) Scottish scholar, creator of Roderick Random and Humprey Clinker. Theoretical of the rational novel, of a picaresque mitigated by realism, strenuous opponent of romance that he considered ignorant and superstitious, in the last part of his life, for health reasons, he stayed first in Pisa and then in Livorno, to be precise at Villa del Giardino or Villa Gamba, between Antignano and Monteburrone and here, in fact, he wrote The expedition of Humprey Clinker. "Il Giardino" was a residence of Medici origin which Piombanti certifies having two sources of drinking water.
Smollett was buried in the Labronic city and still today his obelisk tomb, clearly visible in the ancient English cemetery, is one of the most sought after destinations by British tourists. However, as reported on the mercantilivornesi.wordpress.com website, an 1898 exchange between Captain James Buchan Telfer and the British vice consul in Livorno, Montgomery Carmichel, in the periodical "Notes and Queries", doubts that Smollett really lived in Montenero - rather leaning towards Pisa, defining Livorno as "an unattractive seaport town" - an uninteresting port city "- and even denying that he is really buried there.
Caruso a Livorno

Enrico Caruso (1873 – 1921), già legato alla città labronica per il suo rapporto privilegiato con l’opera di Mascagni Cavalleria Rusticana, nel 1897 conobbe a Salerno il direttore d’orchestra Vincenzo Lombardi, che gli propose di accompagnarlo nella stagione estiva a Livorno. Caruso dimorò nella villa del soprano Ada Giachetti, interprete con lui dell’opera, sposata con il triestino Botti e madre di un bambino. La Boheme non era ancora mai stata rappresentata a Livorno.
Il 14 agosto 1897 Puccini fu accolto in trionfo, con la banda e con una profusione di torce accese, il cui fumo intenso fece anche temere per un momento un incendio. Il Goldoni era strapieno, le signore sfoggiavano abiti lunghi, piume, gioielli, gli uomini erano in frac. La Giachetti fu insuperabile e per Caruso fu un successo, ripetuto già l’anno seguente, dove nel luglio, al teatro Politeama, cantò in una stessa giornata addirittura due opere, I Pagliacci e Cavalleria Rusticana.
Trasportati dalla musica, dalla passione comune, dall’atmosfera romantica dell’opera lirica, Ada ed Enrico s’innamorarono perdutamente. Ada era un poco più vecchia di Enrico, aveva un viso ovale ma pieno, occhi grandi, sorriso enigmatico, per undici anni fu la sua compagna, la sua allenatrice, la madre di quattro figli di cui sopravvissero solo Rodolfo e Enrico Junior.
Ma la vita li allontanò, Ada fuggì con Romiti, l’autista, col quale poi intentò causa a Caruso, perdendola e finendo condannata al carcere e a un risarcimento pecuniario.
Enrico Caruso (1873 - 1921), already linked to the Labronic city for his privileged relationship with the work of Mascagni Cavalleria Rusticana, in 1897 met the conductor Vincenzo Lombardi in Salerno, who proposed to accompany him in the summer season in Livorno. Caruso lived in the villa of the soprano Ada Giachetti, interpreter of the work with him, married to Botti from Trieste and mother of a child. La Boheme had never been represented in Livorno yet.
On August 14, 1897 Puccini was welcomed in triumph, with the band and with a profusion of burning torches, whose intense smoke also made them fear a fire for a moment. The Goldoni was overflowing, the ladies sported long dresses, feathers, jewels, the men were in tails. Giachetti was unsurpassed and for Caruso it was a success, already repeated the following year, where in July, at the Politeama theater, he sang even two operas in the same day, I Pagliacci and Cavalleria Rusticana.
Transported by music, by common passion, by the romantic atmosphere of the opera, Ada and Enrico fell madly in love. Ada was a little older than Enrico, had an oval but full face, large eyes, enigmatic smile, for eleven years she was his partner, his coach, the mother of four children of whom only Rodolfo and Enrico Junior survived.
But life drove them away, Ada fled with Romiti, the driver, with whom she then filed a lawsuit against Caruso, losing and ending up being sentenced to prison and financial compensation.
Madama Sitrì
"Viaggio d'andata senza ritorno
Bella Livorno,
Mi fermo qui
Verso l'inferno o al paradiso
Come al bordello
Madame Sitrì"
(Bobo Rondelli)
Quella di Madame Sitrì era una casa di tolleranza livornese che non aveva niente da invidiare alle famose maison di Roma o Milano. Un bordello lussuoso, vicino al mare, con grandi saloni, specchi, morbidi divani e poltrone dove erano mollemente adagiate le più belle ragazze sulla piazza, discinte, velate, sorridenti, allegre per contratto, pronte a offrirti un bicchiere di spumante e a farti dimenticare guai e mogli brontolone. Ragazze raffinate, che sapevano trattare i clienti facoltosi, i maggiorenti della città, i cadetti dell'Accademia Navale, addirittura i rampolli di Casa Savoia, spesso persino qualche professore di liceo, sbeffeggiato dai suoi ragazzi appostati fuori, o qualche gesuita che, per l'occasione, si era tolto la tonaca.
A gestirla era una signora elegante, non priva di cultura e dal piglio imprenditoriale, capace di mantenere l'ordine fra i clienti e dirigere le ragazze con bonaria fermezza.
Alla figura di Madama Sitrì e alla sua celebre casa chiusa si sono ispirati Aldo Santini, Giuseppe Pancaccini e Bobo Rondelli, il quale le ha dedicato una celebre canzone.
I bordelli furono chiusi nel 58, dalla legge Merlin.
Elisabeth Seton

La chiesa episcopale statunitense si staccò da quella anglicana durante la rivoluzione americana, quando fu imposto ai dissidenti di giurare fedeltà alla monarchia britannica. A questa confessione apparteneva Elisabeth Anne Bayley (1774 – 1821) una quieta ragazza di ottima famiglia, ricca ed elegante, gentile, mite, paziente, intelligente, che faceva vita ritirata ed era amante della lettura e soprattutto della Bibbia.
Sposò il giovane William Magee Seton, di cui era molto innamorata, e la coppia mise al mondo cinque figli. Furono anni felici, ma durarono poco. Il suocero di Elisabeth morì, lasciando al figlio un’azienda malandata e sette fratellastri di cui occuparsi. La ditta fece bancarotta e William si ammalò di tubercolosi.
Per curare la salute sempre più malferma di William, la famiglia si trasferì in Italia. Nel novembre del 1803 sbarcò a Livorno ma fu subito messa in quarantena a causa della febbre gialla che imperversava in America.
Purtroppo il marito peggiorò fino a morire. Fu sepolto nel cimitero degli inglesi. Il console britannico aiutò la giovane vedova che trovò conforto nell’accettazione della “volontà di Dio” e nella preghiera, frequentando numerose chiese livornesi fra le quali il Santuario di Montenero. Qui Elisabeth, orfana di madre, sentì fortissimo il richiamo della materna figura della Madonna e, durante la celebrazione della messa, ebbe una specie di epifania che la spinse a convertirsi al cattolicesimo.
L’anno successivo tornò in America, dove fu battezzata e cresimata e dove cominciò il suo apostolato in favore dei poveri e soprattutto delle vedove con figli piccoli. Nel 1809 fondò la comunità de “le figlie della carità”, improntata alla spiritualità di San Vincenzo de Paoli, che considera la missione apostolica come un’azione volta anche a risolvere i problemi materiali delle popolazioni sofferenti.
Anche lei affetta da tubercolosi, morì a soli quarantasei anni a Emmitsburg, dove è la casa madre dell’ordine da lei fondato. Nel 1975 fu canonizzata da Paolo VI e divenne la prima santa statunitense.
Il sacerdote della parrocchia livornese Anna Seton di piazza Maria Lavagna, è intervenuto nel 2004 con un escavatore nell’antico cimitero degli inglesi, in un terreno che non permette l'ingresso di tali mezzi, ed ha riesumato le spoglie del marito, non cattolico bensì protestante, di Elisabeth, danneggiando gravemente la tomba.
The American episcopal church broke away from the Anglican church during the American revolution, when dissidents were forced to swear allegiance to the British monarchy. To this confession belonged Elisabeth Anne Bayley (1774 - 1821) a quiet girl from an excellent family, rich and elegant, kind, gentle, patient, intelligent, who lived a withdrawn life and was a lover of reading and above all of the Bible.
She married the young William Magee Seton, with whom she was very much in love, and the couple gave birth to five children. Those were happy years, but they didn't last long. Elisabeth's father-in-law died, leaving his son a run-down company and seven half-brothers to take care of. The firm went bankrupt and William fell ill with tuberculosis.
To take care of William's increasingly ill health, the family moved to Italy. In November 1803 she landed in Livorno but was immediately put into quarantine because of the yellow fever that was raging in America.
Unfortunately her husband got worse until he died. He was buried in the English cemetery. The British consul helped the young widow who found comfort in accepting the "will of God" and in prayer, attending numerous churches in Livorno including the Sanctuary of Montenero. Here Elisabeth, motherless, felt very strong the call of the maternal figure of the Madonna and, during the celebration of the mass, she had a kind of epiphany that pushed her to convert to Catholicism.
The following year she returned to America, where she was baptized and confirmed and where she began her apostolate in favor of the poor and especially widows with young children. In 1809 she founded the community of "the daughters of charity", based on the spirituality of Saint Vincent de Paul, who considers the apostolic mission as an action also aimed at solving the material problems of suffering populations.
She also suffered from tuberculosis and died at the age of forty-six in Emmitsburg, where the mother house of the order she founded is. In 1975 she was canonized by Paul VI and became the first American saint.
The priest of the Livornese parish Anna Seton of Piazza Maria Lavagna, intervened in 2004 with an excavator in the ancient English cemetery, in a land that does not allow the entry of such vehicles, and exhumed the remains of her husband, a non-Catholic but Protestant, seriously damaging the tomb.
Yorick
Quando talor frattanto,
forse, sebben così;
giammai piuttosto alquanto
come perché bensì;
Ecco repente altronde,
quasi eziandio perciò,
anzi, altresì laonde
purtroppo invan però!
Ma se per fin mediante,
quantunque attesoché,
ahi! sempre, nonostante,
conciossiacosaché!
Nel ritratto di Corcos, Pietro Francesco Leopoldo Coccoluto Ferrigni (1836 – 1895), in arte Yorick figlio di Yorick, (con un doppio omaggio prima a Shakespeare e poi a Sterne), ci appare come un uomo massiccio, infagottato in un cappottone, con i baffi folti.
Nato a Livorno, fu un enfant prodige, dalla memoria strepitosa, che a tre anni sapeva leggere e a nemmeno sedici si era già iscritto all’università grazie ad una dispensa granducale. Vicino alle idee liberali di Ricasoli, partecipò alla seconda guerra d’indipendenza e fu poi segretario particolare di Garibaldi, rimanendo ferito a Milazzo.
Scrittore ironico di nonsense, le sue rime più famose furono “Parole per musica” del 1881, che mettevano in ridicolo le melensaggini dei libretti d’opera.
Giornalista di razza, fondatore de Il Fanfulla, ogni giorno su la Nazione pubblicava un articolo, abbastanza ponderoso, denominato “Cronache dai Bagni”, dove raccontava, a chi non poteva godere dei piaceri della Livorno balneare, la vita che si svolgeva negli stabilimenti sul nostro litorale. I suoi pezzi avevano grande riscontro e successo di pubblico e furono anche tradotti in inglese dal Morning Post.
Yorick descriveva una città che d’estate cambiava fisionomia e si riempiva di una folla chiassosa. Ormai non c’erano più le stanzette dei bagni Baretti. Ora i Pancaldi, i Palmieri, Lo Scoglio della Regina e gli altri stabilimenti avevano ampi spazi aperti, dove i frequentatori passeggiavano e s’immergevano nelle acque limpide senza più privacy.
I lettori si divertivano con i pettegolezzi, con le disavventure dei malcapitati fiorentini che “si facevano spennare nei ristoranti”, con gli inglesi che sguazzavano e si tuffavano, con i francesi che muovevano le braccia all’impazzata senza avanzare di un passo nell’acqua. Immaginavano le grazie delle donne che si bagnavano indossando tuniche ampie e mutandoni alla caviglia, mostrando comunque sempre più pelle che non con gli abituali corsetti e crinoline, accendendo la fantasia maschile o rivelando qualche difettuccio di troppo. Le mamme ostentavano le figlie, auspicando di maritarle, e i giovanotti in bolletta speravano in una dote. La talassoterapia era ambita come cura, mentre il sole era bandito ed evitato a ogni costo.
“I nostri ospiti riveriti vengono qui per bagnarsi”, dice Yorick, “per ballare, per passeggiare e per discorrere … tutte occupazioni da sfaccendati”.
Ricordo di Ivo Garrani
Ricordo di Ivo Garrani
di
marcello de santis
A marzo se ne è andato il grande attore Ivo Garrani. Aveva 91 e si è spento nel sonno nella sua abitazione.
Ivo Garrani
La sua morte stranamente è passata quasi in sordina, eppure la sua figura e il suo talento hanno riempito il cinema, il teatro e la televisione italiana per tantissimi anni.
Io lo ricordo con simpatia - era uno dei miei preferiti; lo ammiravo in particolare nei primi sceneggiati tv, quelli che risalgono all'epoca d'oro, agli anni 50/60, dico; tratti dai grandi romanzi.
Ero ragazzo allora, erano i miei dodici/tredici/ quindici anni, ed ero appassionatissimo di quelle che oggi si chiamano fiction, ma che con questo americanismo perdono tutto il loro fascino; parlo di quelle storie recitate talvolta in diretta; e in bianco e nero.
Era un uomo di una bravura pressoché ineguagliabile, sempre puntuale e modesto nella vita, tanto che non ha fatto mai parlare o sparlare di sé. Cominciò a recitare a teatro nel 1943 con la compagnia di un altro grande del teatro Carlo Tamberlani. E da allora ha recitato accanto a tutti i più grandi attori italiani.
Nel tempo ha girato numerosi film, molti di successo di pubblico e di critica (ricordiamo uno per tutti, Il Gattopardo di Luchino Visconti), poco meno di un centinaio.
Era anche uno dei più bravi doppiatori; ha prestato la voce non ad attori di grido di Hollywood, ma pur sempre importanti nel firmamento della cinematografia americana; ricordiamo ad esempio Edmond O' Brien e Rod Steiger, John Payne e John Barrymore. Senza dimenticare che prestò la sua voce anche a due italiani, Rossano Brazzi e Mario Adorf.
Ma il suo successo e la sua fama, come ho già accennato più sopra, la si devono alla sua lunga attività televisiva, che lo ha fatto conoscere al grande pubblico: Umiliati ed offesi (1958), Capitan Fracassa (1958), Delitto e Castigo (1963) e tanti tanti altri. Fino a che nel 2001, ormai quasi settantenne, l'ho ritrovato in uno dei tanti personaggi che sono passati, nel tempo, nella soap opera tutta italiana Un posto al Sole.
Addio, Ivo.
marcello de santis
Buffalo Bill a Livorno
Il 17 marzo del 1906, alle sette del mattino, una strana carovana si ferma alla stazione San Marco di Livorno.
Comprende carri, cavalli, diligenze. Il circo, perché di circo si tratta, è il grandioso, celeberrimo, “Wilde West Show” di William Frederick Cody (1846 - 1917), meglio conosciuto come Buffalo Bill. Dopo la sua vita avventurosa, infatti, Buffalo Bill ha fondato un circo di successo nel 1883, che ha intrapreso una grande tournèe in Europa.
Lo spettacolo si ferma a Livorno fino al 20 marzo, con due rappresentazioni il giorno, una alle quattordici e una alle venti e attira grandi folle che fanno la fila per prenotare i biglietti. I livornesi rimangono affascinati dall’imponente spiegamento di mezzi: 700 uomini, di cui 100 pellerossa, 500 cavalli. È tutto un vorticare di costumi, di penne, di frecce, di lance, viene riproposta la battaglia di Little Big Horn, con la mitica resistenza del generale Custer, e persino un attacco alla diligenza con sparatorie e inseguimenti in puro stile western.
Pare anche che, durante il soggiorno livornese, il rude avventuriero sia entrato in un bar, abbia ordinato un ponce e, spavaldamente, abbia cercato di buttarlo giù tutto di un fiato, ma si sia dovuto immediatamente ricredere e sorseggiarlo con calma, pena i lucciconi agli occhi.
Lamartine a Livorno
“Perché balzate sulla spiaggia spumeggiante,
Onde in cui nessun vento ha scavato solchi?
Perché agitate la vostra schiuma fumante
In leggeri turbinii?
Perché dondolate le vostre fronti che l’alba asciuga,
Foreste, che stormite prima dell’ora del risveglio?
Perché dai vostri rami spargete come pioggia
Quelle lacrime silenziose di cui vi bagnarono la notte?
Perché rialzate, oh fiori, i vostri calici pieni,
come fronte chinata che l’amore risolleva?
Perché nell’ombra umida esalare questi primi
Profumi che il giorno respira?”
Alphonse de Lamartine (1790 – 1869), scrittore, storico e politico francese, autore tra l’altro de Le meditazioni poetiche, aveva dei cugini a Livorno e venne a visitarli. Ancora una volta è Pietro Vigo a riportarci le sue parole.
“Abitavo presso Livorno nella villa Palmieri sulla strada di Montenero; a sinistra vedevo le cime selvose dei Monti di Limone, a dritta il mare, di faccia Montenero. Sulla sommità di questo capo, addossato allo scoglio ed a verdi querce s'innalza una chiesa come un tempio greco in vista del mare, ed è un pellegrinaggio pei naufraghi scampati dalle procelle pei voti innalzati alla stella del mare. Mi piaceva tanto questo luogo che vi ascendevo sovente. Sulla strada è la villa, un tempo splendida, allora deserta dove Lord Byron si trattenne una o due estati qualche tempo prima della mia dimora in Livorno.
Ero solito fermarmi col cavallo dinanzi alla porta del suo giardino, come per cercarvi l'assente figura del gran poeta che in certo modo consacrò quella solitudine. Poco più oltre lasciavo la strada guidando i cavalli verso la locanda di Montenero per inoltrarmi solo nei boschi d'onde scorgesi il mare. Là passavo intere giornate in compagnia dei miei pensieri, con un libro in mano, nel cui margine, andava scrivendo le poesie ispiratemi dal cielo e dal mare. I cespugli a piè delle verdeggianti querce di Montenero conservarono per qualche tempo le pagine strappate dai libri e dagli album, dove mi provai a notare alcuni canti, spesse volte interrotti dal sonno, dal capriccio, e dal tramonto del dì, e che lasciava in brani sull'erba o sulla sabbia in ludibrio del vento ».
Vigo afferma che tre dei componimenti delle “Armonie poetiche e religiose” siano stati scritti nei nostri boschi. Pare che una folata di tramontana abbia fatto volare gli appunti de L’Inno al mattino, al punto che il poeta li aveva ormai dati per persi. La mattina dopo, però, una bambina scalza, figlia di un arsellaio, glieli riconsegnò inzuppati d’acqua di mare. Sembra che il padre li abbia ripescati e fatti leggere a dei frati Cappuccini che gli consigliarono di riportarli all’autore francese. Come ricompensa, Lamartine offrì all’uomo tanti scudi quante erano le pagine e comprò alla bimba un vestito nuovo.
Riferimenti
Pietro Vigo, Montenero www.infolio.it
Mayer e le carte foscoliane
Enrico Mayer (1802 – 1877) - livornese di padre tedesco e madre francese, membro dell’Accademia Labronica, pedagogo e fondatore di scuole, amico di Mazzini, del Vieusseux, di Angelica Palli, di Byron - insieme a Gino Capponi e Piero Bastogi, acquistò a Londra, per 60 lire, delle carte appartenute a Ugo Foscolo.
La sfortunata figlia del poeta, Lady Floriana, che con il padre aveva condiviso gli ultimi anni di stenti, peregrinazioni e miserie, per poi morire di mal di petto subito dopo, le aveva lasciate in consegna al canonico Riego, suo protettore dopo che Foscolo, affetto da manie di grandezza, l’aveva ridotta sul lastrico.
Le carte costituivano un prezioso corpo critico di commenti alla Divina Commedia che Mayer consegnò all’Accademia livornese e sono tuttora conservate nella Biblioteca Labronica.
Marina Plasmati, "Il viaggio dolce"
Il viaggio dolce
Marina Plasmati
La lepre Edizioni
pp 166
16,00
“Era come se avesse il mondo dentro al cuore, non davanti agli occhi”
“Il viaggio dolce” è quello che il protagonista del romanzo di Marina Plasmati sta per compiere di lì a breve, fatale ed ultimo. Il protagonista resta sempre “l’ospite di riguardo”, persona schiva che se ne sta chiusa in camera senza disturbare, parlando sottovoce, con mite gentilezza. Ma noi sappiamo bene chi è, anche se non viene mai nominato, è Giacomo Leopardi, e questo bellissimo romanzo costituisce quasi una versione in prosa delle sue poesie immortali.
Il romanzo racconta gli ultimi mesi di vita del poeta, quelli trascorsi in Campania, a villa Ferrigni, presso il cognato dell’amico Ranieri, e la Plasmati li ricrea attingendo direttamente ai testi leopardiani. Sono le stesse vicende e gli stessi protagonisti descritti in “Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi”, di Antonio Ranieri, senza la malignità piccata del biografo ottocentesco ma con il rispetto e compassione della studiosa.
Il paesaggio è lo stesso de “La ginestra”, il penultimo canto prima della morte, nato proprio in quei luoghi estremi e ripubblicato qui in appendice, insieme al “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani”. La ginestra è un fiore povero e tenace, dal profumo persistente, bello nonostante la sua ruvida semplicità, buono come le persone che abitano quei luoghi, capace come loro di strappare la propria esistenza al deserto - “contenta del deserto” - di sentirsene comunque pago, ma destinato, alla fine, a soccombere come ogni altra cosa. La ginestra ci parla della forza e dell’ostilità di una natura splendida e matrigna e di come l’uomo debba, con un atto di supremo coraggio, guardare in faccia la realtà, “nulla al ver detraendo”, riconoscendo negli altri esseri umani la stessa sua condizione e unendosi a loro per sopportarla. Il vulcano tiene in scacco gli abitanti, può risvegliarsi da un momento all’altro e distruggere tutto, come ha già fatto con Pompei, che il protagonista visita a dorso di mulo, può seppellire l’umana vanagloria in un soffio.
Ma per quanto cattiva, la natura resta vagheggiata, proprio perché tutto è così labile, caduco, effimero. Negare i valori della vita, tenersene lontani, serve solo a farli amare di più e il famoso pessimismo cosmico altro non è che un disperato richiamo di vita e d’amore.
“Appena usciti dalla vista della villa, un panorama quasi senza orizzonte si aprì al loro sguardo: colline e vigneti a destra, macchie di alberi da frutta a sinistra, prati di fiori davanti, il vulcano inquieto alle spalle e il mare quieto in lontananza. L’estate rinvigoriva i colori, i sapori e gli odori di tutto il paesaggio con una forza impetuosa. La terra partoriva dappertutto virgulti e germogli di erbe, piante e fiori: l’aria ribolliva d’insetti rumorosi, impazziti alla ricerca di cibo, il cielo risuonava di canti di uccelli affannati al lavoro del nido, la luce stessa splendeva carica di un’intensità abbagliante. Tutto, persino il deserto di cenere e lava, sembrava esplodere di nuova vita.” (pag 88)
Esplosione e rigoglio che fa da contrasto alla violenza dello “sterminator Vesevo”, all’aridità del deserto di lava, al nulla che sta per inghiottire il poeta, al quale si può opporre solo una stoica rassegnazione, una dolcezza quieta, un amore sotterraneo e mai sopito per la vita, quella che rinasce alla fine nel grembo di Silvia. Quest’uomo schivo e triste, timido e amareggiato, persino un poco capriccioso a causa dei mali che lo affliggono, è l’essere più solo e più assetato di vita:
“sognava la gloria e l’amore, volava col pensiero oltre ogni confine, creava con la fantasia mondi infiniti e nel frattempo vedeva la vita vera, la vita della carne e del sangue, fuggire lontano e non voltarsi indietro: la piangeva, la cercava nella pagina, la innalzava nei versi, talvolta, oppure la rincorreva per guardarla dalla finestra nella vita degli altri, rimpiangendone disperatamente l’assenza. (pag 25)
Tanta sofferenza è il risultato di una mente superiore rinchiusa in un corpo brutto e malato, è il risultato, soprattutto, di una sensibilità acutissima e dolorosa. “Un nonnulla lo poteva turbare fin nel profondo, in modo incomposto, eccessivo.” (pag 39)
Alla villa egli conversa con ospiti più o meno eruditi, ospiti che si rivelano di vedute ristrette, di animo coriaceo e fanno risaltare, per contrasto, la sua nobiltà sdegnosa. A un altro livello, invece, si muovono Cosimo e Silvia, due giovani servitori che si piacciono fra loro. Essi rappresentano tutto quello che il poeta vagheggia ed ha perso, rappresentano la materia stessa degli Idilli. Lei, ingenua, fresca e dalla voce ammaliante come Teresa Fattorini, la compianta e mai dimenticata Silvia di cui è ignara omonima. Lui giovane, forte, garzoncello scherzoso con ancora tutta la vita davanti, con le promesse in fiore, con il cuore buono e gentile. Infine c’è Pasquale, più vecchio, portatore di una saggezza antica. A loro, epitome di tutto ciò che di prezioso c’è, ciò che egli sta per lasciare, va l’affetto dell’ospite di riguardo.
E sono anche gli unici in grado di capire davvero la poesia, che parla direttamente al cuore attraverso scorciatoie intuitive. La poesia è considerata dal Leopardi come appartenente alla sfera dell’istinto, connaturata alle società e agli individui più semplici. Le domande che si pongono le persone ingenue, come il pastore errante dell’Asia, sono le stesse dell’umanità di fronte al mistero dell’universo, della vita e della morte, di cui tutti noi, filosofi o analfabeti, siamo ignoranti.
“È la ginestra nostra quella, disse ad alta voce e la sua bocca si aprì al più semplice dei sorrisi.
Anche lui sorrise, continuando a fissarla.
Sì, è proprio lei, che ne dice?
“È bellissima, esclamò la ragazza con gli cocchi stupiti.” (pag 86)
È lo stesso stupore che ci coglie di fronte ai versi leopardiani, quando li leggiamo con umiltà e senza sovrastrutture, lasciandoci irrorare dalla loro bellezza.
Da notare l’uso del dialogo senza virgolette che trasforma le conversazioni in una sorta di indirekte rede, a metà fra l’agito e il pensato, fra narrazione e analisi del testo leopardiano.
La descrizione di questa Silvia rediviva ricorda il famoso quadro di Veermer e il romanzo di Tracy Chevalier.
“Il vento ricominciò a scherzare col vestito e i capelli, la veste aderì alle curve dei fianchi e disegnò il ventre gonfio di giovane ragazza. I capelli presero a svolazzare morbidi e giocosi sulla fronte e intorno alle orecchie. Un raggio di luce trasparente le colpì gli occhi chiarissimi e le illuminò le linee azzurrognole delle vene del petto e della nuca scoperta. La bocca risaltò di un rosso intenso, come le gote bagnate di sudore. Così, immobile, assorta in un sogno inondato di luce, la trovò l’ospite di riguardo, affacciandosi silenziosamente nella sua stanza.” (pag 84)
Lo stile è lirico e struggente, degna perifrasi di versi meravigliosi che sono nel cuore di tutti noi.
“Sentiva che non era di felicità che si trattava, ma di semplicità sottile e sapientissima, la semplicità del fiore, della lucciole, della rondinella, di ciascuna creatura una ad una. Sentiva che non era comprendere o ingannarsi il dramma, m vivere, semplicemente vivere, come fa il fiore, la lucciola, la rondinella, vivere, per poi svanire, come fa ogni creatura, una ad una. Sentiva che nessuna consolazione né reticenza era possibile, che nessuna ambizione era essenziale, tranne la vita, semplice e sapiente, quella del fiore, della lucciola, della rondinella, di ciascuna creatura, una ad una E in ogni sua creatura, una ad una, la natura continua a trasudare delitto e tralucere grazia, in ogni sua creatura, per sempre” (pag 109).
Patrizia Poli
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" Il viaggio dolce " è quello che il protagonista del romanzo di Marina Plasmati sta per compiere di lì a breve, fatale ed ultimo. Il protagonista resta sempre "l'ospite di riguardo", persona schiva
http://www.criticaletteraria.org/2015/05/marina-plasmati-il-viaggio-dolce.html
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