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personaggi da conoscere

Un duello del duce

6 Luglio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Un duello del duce

Un giorno di ottobre del 1921, Benito Mussolini è ancora solo un onorevole fra tanti. Ha forti contrasti con Francesco Ciccotti Scozzese, ex compagno del partito socialista ed ex amico. Ciccotti è stato segretario della Camera del Lavoro labronica nel 1902. I due hanno continui scontri e diverbi, Mussolini definisce il Ciccotti - già nominato "Cagoia" da D'Annunzio - "lercio basilisco". Ci si decide per un duello proibito.

Le trattative sono lunghissime, tutte le questure d'Italia si mobilitano per impedire lo scontro. I due iniziano il contrasto a Milano, poi scappano, inseguiti dalla polizia, cercando un posto tranquillo dove potersi sfidare. Una delle macchine inseguitrici, vicino a Piacenza, ha un incidente e finisce contro un carro di fieno. Il pilota della macchina di Mussolini è lo spericolato Aldo Finzi, che ha partecipato con D'Annunzio al volo su Vienna. Vagano per le città dell'Emilia e della Toscana in cerca di un luogo dove convocare Ciccotti. Finiscono ad Antignano, nella villa Perti, oggi scomparsa.

La sfida ha luogo al pian terreno, nel salone, i padrini di Mussolini sono il colonnello Basso e l'onorevole Finzi. Al quattordicesimo assalto Ciccotti entra in affanno, ha una crisi respiratoria. Viene fatto distendere sul letto, i medici gli praticano una iniezione di olio canforato, poi dichiarano l'insufficienza cardiaca e impediscono la continuazione del duello. Mussolini si arrabbia, pensa a uno stratagemma di Ciccotti per sottrarsi alla tenzone.

Ha una ferita a un braccio e la giovane siciliana Elvira, parente del padrino di Ciccotti (il livornese Cesare Guglielmo Pini) lo cura. "Ferito", dice Mussolini guardandola intensamente, "ma curato da una bella infermiera", e le dona la sua spada.

La polizia li sorprende.

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Ranieri de Calzabigi

4 Luglio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Ranieri Simone Francesco Maria de Calzabigi (1714 – 1795) nacque a Livorno, dove probabilmente studiò, perfezionandosi a Pisa. Col nome di Liburno Drepanio fu membro dell’Accademia Etrusca di Cortona e dell’Arcadia. Prestò servizio in un ministero a Napoli, dove fu coinvolto in un processo per veneficio, cioè omicidio a mezzo di veleno. Per questo motivo lasciò Napoli per recarsi a Parigi dove conobbe Giacomo Casanova, del quale divenne amico e che lo aiutò ad affinare le sue arti amatorie. Introdusse alla corte del re di Francia un gioco già praticato a Genova e a Livorno dove, nel 1749, sotto le logge della Dogana, aveva avuto luogo la prima estrazione. Il Calzabigi perfezionò il lotto e lo vendette al re di Francia per fargli riempire le casse dello stato . A Parigi scrisse la “Lulliade”, poema eroicomico, parodia della carriera di Jean Baptiste Lully, vale a dire il fiorentino Gianbattista Lulli, ballerino e compositore del Re Sole, collaboratore di Molière, padrone del melodramma d’oltralpe, poi naturalizzato francese. La “Lulliade” allude alla Querelle des Bouffons, la guerra dei buffoni, cioè la controversia fra la freschezza della musica del Pergolesi e l’artificiosità del Lully. Tale polemica divise in due Parigi e contrappose gli enciclopedisti ai sostenitori del re. Nel 1755 Calzabigi pubblicò una ristampa dei lavori dell’amico Pietro Metastasio. Dalla Francia passò a Vienna, dove conobbe C.W.Gluck - operista, esponente del classicismo, ispiratore di Salieri e di Mozart – per il quale scrisse i più importanti libretti. “Orfeo ed Euridice”, “Alceste” e “Paride ed Elena” Calzabigi si pone come innovatore, sia lui sia il Metastasio possono essere ricondotti alla stessa radice culturale, il classicismo, prima arcadico e poi illuminista, che sottomette la musica alla poesia. Dopo Vienna, Calzabigi si recò nuovamente a Napoli, dove concluse la sua vita.

Ranieri Simone Francesco Maria de Calzabigi (1714 - 1795) was born in Livorno, where he probably studied, specializing in Pisa.

With the name of Liburno Drepanio he was a member of the Etruscan Academy of Cortona and Arcadia. He served in a ministry in Naples, where he was involved in a poisoning process, that is, murder by means of poison. For this reason he left Naples to go to Paris where he met Giacomo Casanova, of whom he became a friend and who helped him to refine his amatory arts. He introduced to the court of the king of France a game already practiced in Genoa and Livorno where, in 1749, under the lodges of the Customs, the first extraction had taken place. Calzabigi perfected the lotto game and sold it to the king of France to have him fill the state coffers.

In Paris he wrote the "Lulliade", a heroicomic poem, parody of the career of Jean Baptiste Lully, that is to say the Florentine Gianbattista Lulli, dancer and composer of the Sun King, collaborator of Molière, master of the French melodrama, later naturalized French.

The "Lulliade" alludes to the Querelle des Bouffons, the war of the buffoons, that is, the controversy between the freshness of Pergolesi's music and the artificiality of Lully. This controversy divided Paris into two and set the encyclopedists against the king's supporters.

In 1755 Calzabigi published a reprint of the work of his friend Pietro Metastasio. From France he moved on to Vienna, where he met C.W.Gluck - an opera worker, exponent of classicism, inspirer of Salieri and Mozart - for whom he wrote the most important librettos. "Orpheus and Eurydice", "Alceste" and "Paride and Elena".

Calzabigi stands as an innovator, both he and Metastasio can be traced back to the same cultural root, classicism, first Arcadian and then Enlightenment, which submits music to poetry.

After Vienna, Calzabigi went again to Naples, where he ended his life.

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Doris Duranti

31 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #cinema, #personaggi da conoscere

Doris Duranti

Doris Duranti (1917- 1995) al secolo Dora Durante, fu una delle prime dive del cinema italiano, attrice del filone dei “telefoni bianchi”, stagione cinematografica che va dal 1936 al 43, cosiddetto dalla presenza sul set di sofisticati telefoni bianchi, segno di benessere economico, a differenza dei più comuni telefoni neri. Ricorrenti in questi film erano gli accenni al divorzio, allora proibito, e all’adulterio, punibile col carcere. Fu anche denominato cinema déco per la forte presenza di oggetti di arredamento che richiamavano quello stile - insieme moderno, decorativo e kitsch - fatto di lacche, di legni intarsiati, di pelle di squalo o di zebra, di linee a zig zag, a V, a raggi. Nel cinema dei telefoni bianchi si rifletteva un’Italia entusiasta, rappresentata dallo stile architettonico razionalista, una società che voleva apparire benestante e urbanizzata, laddove, invece, era ancora rurale e affamata. L’ambientazione borghese richiamava le commedie statunitensi di Frank Capra.
Doris era bella di una bellezza aggressiva ed esotica - infatti, il ruolo che la fece conoscere fu quello di un’africana - si muoveva in modo elegante, era adatta a parti da femme fatale e peccatrice.
Nel film “Carmela”, tratto da un racconto di Edmondo de Amicis, si mostrò a seno nudo, dando scandalo, e anche il via alla famosa querelle con Clara Calamai, sua eterna rivale, che aveva fatto lo stesso ne “La cena della beffe”. Per tutta la vita, Doris ci tenne a dire che era stata ripresa in piedi, col seno naturalmente svettante e alto.
Proprio sul set di Carmela conobbe il gerarca Alessandro Pavolini, ministro della cultura, sposato con tre figli. Fu amore a prima vista, un amore prima osteggiato e poi approvato da Mussolini stesso. Alla caduta del regime, Pavolini, prima di essere ucciso, riuscì a farla fuggire in Svizzera, dove venne incarcerata e tentò il suicidio tagliandosi le vene. In seguito, sposò un poliziotto e con lui si trasferì in Sudamerica. Al ritorno in Italia, conobbe Mario Ferretti, famoso giornalista, ed emigrò con lui a Santo Domingo, dove aprì un ristorante e dove morì nel 1995.
Si ricordano, in particolare, i suoi ruoli in “Cavalleria rusticana”, tratto da una novella di Verga, “La contessa di Castiglione”, “Resurrezione”, trasposizione del romanzo di Tolstoj. Ha lavorato anche con i registi Alessandro Blasetti e Giuseppe Patroni Griffi.
“Calafuria”, del 1943, è ambientato nella nostra città ed è una delle sue più riuscite interpretazioni.
In vecchiaia, pubblicò un libro di memorie da cui il regista Alfredo Giannetti trasse il film televisivo: “Doris, una diva del regime.”

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Palazzeschi e i Pancaldi

23 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #luoghi da conoscere, #personaggi da conoscere

Palazzeschi e i Pancaldi

Aldo Palazzeschi (1885 – 1974) ha dedicato ai nostri bagni Pancaldi un pezzo memorabile, pubblicato in Stampe dell'Ottocento, F.lli Treves, Milano, 1936
È davvero una stampa la sua, descritta con gli occhi stupiti di un bambino che, il primo d’Agosto, in una giornata torrida, sudato fradicio, viaggiando in carrozza e in vagone ferroviario insieme ai genitori e alla donna di servizio, giunge alla “porta a mare” di Livorno, dove vede per la prima volta la distesa azzurra, spumeggiante, le creste bianche delle onde.
Durante il viaggio sua madre ha chiacchierato tutto il tempo con una dama vistosa, la quale ha descritto nei minimi particolari la vita che si svolgerà sullo stabilimento mondano e lussuoso, luogo “di tutte le delizie e le primizie”, spettegolando sulle signore che lo frequentano, sul numero dei vestiti, delle scarpe e dei cappelli di questa e quella.
Non è difficile immaginare l’aria calda e salmastra, il sole rovente dal quale le signore si proteggevano con l’ombrellino, le tende gonfie di vento dello stabilimento balneare, le marchese, le contesse, le attrici, le cantanti ingioiellate che, passeggiando, sfoggiavano ogni giorno una toelette nuova - in primis una principessa che arrivava addirittura con ventotto bauli, cento vestiti e duecento paia di scarpe. All’alba si facevano duelli segreti e, dopo, se ne parlava con un brivido d’emozione.
Oltre e sopra tutto, indifferente, il mare.

“Il mare era calmissimo, profondamente azzurro, e pareva adagiato vittoriosamente dopo una gara col cielo a chi lo fosse di più; nel cielo non era che il sole e riempiva tutto col suo calore, e nel mare un gruppettino di vele bianche in fondo, cinque o sei, e certe spumettine candide verso la riva, fiocchetti di cotone, che apparivano e sparivano come dalle fessure di una veste.”

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Yorick

21 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #poesia, #luoghi da conoscere, #personaggi da conoscere

Quando talor frattanto, forse, sebben così; giammai piuttosto alquanto come perché bensì;

Ecco repente altronde, quasi eziandio perciò, anzi, altresì laonde purtroppo invan però!

Ma se per fin mediante, quantunque attesoché, ahi! sempre, nonostante, conciossiacosaché!

Nel ritratto di Corcos, Pietro Francesco Leopoldo Coccoluto Ferrigni (1836 – 1895), in arte Yorick figlio di Yorick, (con un doppio omaggio prima a Shakespeare e poi a Sterne), ci appare come un uomo massiccio, infagottato in un cappottone, con i baffi folti. Nato a Livorno, fu un enfant prodige, dalla memoria strepitosa, che a tre anni sapeva leggere e a nemmeno sedici si era già iscritto all’università grazie ad una dispensa granducale. Vicino alle idee liberali di Ricasoli, partecipò alla seconda guerra d’indipendenza e fu poi segretario particolare di Garibaldi, rimanendo ferito a Milazzo. Scrittore ironico di nonsense, le sue rime più famose furono “Parole per musica” del 1881, che mettevano in ridicolo le melensaggini dei libretti d’opera. Giornalista di razza, fondatore de Il Fanfulla, ogni giorno su la Nazione pubblicava un articolo, abbastanza ponderoso, denominato “Cronache dai Bagni”, dove raccontava, a chi non poteva godere dei piaceri della Livorno balneare, la vita che si svolgeva negli stabilimenti sul nostro litorale. I suoi pezzi avevano grande riscontro e successo di pubblico e furono anche tradotti in inglese dal Morning Post. Yorick descriveva una città che d’estate cambiava fisionomia e si riempiva di una folla chiassosa. Ormai non c’erano più le stanzette dei bagni Baretti, ora i Pancaldi, i Palmieri, Lo Scoglio della Regina e gli altri stabilimenti avevano ampi spazi aperti, dove i frequentatori passeggiavano e s’immergevano nelle acque limpide senza più privacy. I lettori si divertivano con i pettegolezzi, con le disavventure dei malcapitati fiorentini che “si facevano spennare nei ristoranti”, con gli inglesi che sguazzavano e si tuffavano, con i francesi che muovevano le braccia all’impazzata senza avanzare di un passo nell’acqua. Immaginavano le grazie delle donne, che si bagnavano indossando tuniche ampie e mutandoni alla caviglia, mostrando comunque sempre più pelle che non con gli abituali corsetti e crinoline, accendendo la fantasia maschile o rivelando qualche difettuccio di troppo. Le mamme ostentavano le figlie auspicando di maritarle e i giovanotti in bolletta speravano in una dote. La talassoterapia era ambita come cura, mentre il sole era bandito ed evitato a ogni costo. “I nostri ospiti riveriti vengono qui per bagnarsi”, dice Yorick, “per ballare, per passeggiare e per discorrere … tutte occupazioni da sfaccendati”.

****

 

Quando talor frattanto, forse, sebben così; giammai piuttosto alquanto come perché bensì;

Ecco repente altronde, quasi eziandio perciò, anzi, altresì laonde purtroppo invan però!

Ma se per fin mediante, quantunque attesoché, ahi! sempre, nonostante, conciossiacosaché!

In the portrait of Corcos, Pietro Francesco Leopoldo Coccoluto Ferrigni (1836 - 1895), aka Yorick son of Yorick, (with a double tribute first to Shakespeare and then to Sterne), appears to us as a massive man, bundled up in a coat, with bushy mustache.

Born in Livorno, he was an enfant prodige, with an amazing memory, who at three years of age knew how to read and had enrolled in university at sixteen thanks to a Grand Ducal dispensation. Close to Ricasoli's liberal ideas, he participated in the Second War of Independence and was then particular secretary to Garibaldi, being injured in Milazzo.

An ironic nonsense writer, his most famous rhymes were "Words for music" of 1881, which ridiculed the melancholy of opera librettos.

Pure journalist, founder of Il Fanfulla, every day on the Nation he published an article, quite ponderous, called "Cronache dai Bagni", where he told, to those who could not enjoy the pleasures of seaside in Livorno, the life that took place in the bathhouses on the coast. His pieces had great success and  were also translated into English by the Morning Post.

Yorick described a city that changed its physiognomy in the summer and filled with a rowdy crowd. By now the rooms in the Baretti bathrooms were no more, now the Pancaldi, Palmieri, Lo Scoglio della Regina and other bathhouses had large open spaces, where visitors strolled and immersed themselves in the clear waters without more privacy.

Readers amused themselves with gossip, with the misadventures of the unfortunate Florentines who "lost their money in restaurants", with the British splashing and diving, with the French moving their arms wildly without taking a step forward into the water. They imagined the graces of the women, who got wet wearing large tunics and knickers at the ankle, however showing more and more skin than with the usual corsets and crinolines, turning on the male fantasy or revealing some flaws. The mothers flaunted their daughters hoping to marry them and the poor young men hoped for a dowry. Thalassotherapy was sought after as a cure, while the sun was banned and avoided at all costs.

"Our revered guests come here to bathe," says Yorick, "to dance, to walk and to talk ... all idle occupations."

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Lamartine a Livorno

19 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #saggi, #ida verrei, #personaggi da conoscere

Lamartine a Livorno

Perché balzate sulla spiaggia spumeggiante,
Onde in cui nessun vento ha scavato solchi?
Perché agitate la vostra schiuma fumante
In leggeri turbinii?
Perché dondolate le vostre fronti che l’alba asciuga,
Foreste, che stormite prima dell’ora del risveglio?
Perché dai vostri rami spargete come pioggia
Quelle lacrime silenziose di cui vi bagnarono la notte?
Perché rialzate, oh fiori, i vostri calici pieni,
come fronte chinata che l’amore risolleva?
Perché nell’ombra umida esalare questi primi
Profumi
che il giorno respira?”

Alphonse de Lamartine (1790 – 1869), scrittore, storico e politico francese autore tra l’altro de Le meditazioni poetiche, aveva dei cugini a Livorno e venne a visitarli. Ancora una volta è Pietro Vigo a riportarci le sue parole.


“Abitavo presso Livorno nella villa Palmieri sulla strada di Montenero; a sinistra vedevo le cime selvose dei Monti di Limone, a dritta il mare, di faccia Montenero. Sulla sommità di questo capo, addossato allo scoglio ed a verdi querce s'innalza una chiesa come un tempio greco in vista del mare, ed è un pellegrinaggio pei naufraghi scampati dalle procelle pei voti innalzati alla stella del mare. Mi piaceva tanto questo luogo che vi ascendevo sovente. Sulla strada è la villa, un tempo splendida, allora deserta dove Lord Byron si trattenne una o due estati qualche tempo prima della mia dimora in Livorno.
Ero solito fermarmi col cavallo dinanzi alla porta del suo giardino, come per cercarvi l'assente figura del gran poeta che in certo modo consacrò quella solitudine. Poco più oltre lasciavo la strada guidando i cavalli verso la locanda di Montenero per inoltrarmi solo nei boschi d'onde scorgesi il mare. Là passavo intere giornate in compagnia dei miei pensieri, con un libro in mano, nel cui margine, andava scrivendo le poesie ispiratemi dal cielo e dal mare. I cespugli a piè delle verdeggianti querce di Montenero conservarono per qualche tempo le pagine strappate dai libri e dagli album, dove mi provai a notare alcuni canti, spesse volte interrotti dal sonno, dal capriccio, e dal tramonto del dì, e che lasciava in brani sull'erba o sulla sabbia in ludibrio del ven
to ».


Vigo afferma che tre dei componimenti delle “Armonie poetiche e religiose” siano stati scritti nei nostri boschi. Pare che una folata di tramontana abbia fatto volare gli appunti de L’Inno al mattino, al punto che il poeta li aveva ormai dati per persi. La mattina dopo, però, una bambina scalza, figlia di un arsellaio, glieli riconsegnò inzuppati d’acqua di mare. Sembra che il padre li abbia ripescati e fatti leggere a dei frati Cappuccini che gli consigliarono di riportarli all’autore francese. Come ricompensa, Lamartine offrì all’uomo tanti scudi quante erano le pagine e comprò alla bimba un vestito nuovo.


Riferimenti
Pietro Vigo, Montenero www.infolio.it

Si ringrazia Ida Verrei per la traduzione

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Pascoli a Livorno

16 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #poesia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Penso a Livorno, a un vecchio cimitero

di vecchi morti; ove a dormir con essi

niuno più scende; sempre chiuso; nero

d'alti cipressi.

Tra i loro tronchi che mai niuno vede,

di là dell'erto muro e delle porte

ch'hanno obliato i cardini, si crede

morta la Morte,

anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,

sopra quel nero vidi, roseo, fresco,

vivo, dal muro sporgere un sottile

ramo di pesco.

Figlio d'ignoto nocciolo, d'allora

sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?

Ed ora invidi i mandorli che indora

l'alba negli orti?

Od i cipressi, gracile e selvaggio,

dimenticati, col tuo riso allieti,

tu trovatello in un eremitaggio

d'anacoreti?”

 

Giunge improvvisa, nel 1887, a Giovanni Pascoli (1855 – 1912) la notizia che il ministero lo ha trasferito da Massa a Livorno, dove ha ottenuto un incarico presso il liceo Niccolini Guerrazzi. Sgomento, si confida col Carducci che lo esorta comunque ad andare verso il cambiamento. Sappiamo tutto del trasferimento grazie agli scritti della sorella Maria, “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”.

Dopo l’uccisione del padre e gli altri tragici lutti familiari, Giovannino ha preso con sé Ida e Maria, le due sorelle, e con loro si trasferisce nella nostra città. Il 31 ottobre parte in treno, le sorelle lo raggiungono su un barroccio carico di mobili, con la gabbia dell’uccellino Ciribì. La gattina di famiglia sfugge dal canestro e non si fa trovare. Sarà un bravo vicino a riconsegnarla la settimana successiva.

Dal luminoso alloggio campestre di Massa si ritrovano catapultati al quarto piano di uno squallido appartamento in via Micali. Giovanni comincia a insegnare al liceo, dà anche molte lezioni private ma i soldi non bastano mai, fra cambiali da pagare, mobili da acquistare e libri indispensabili per l’insegnamento e gli studi.

La famiglia vive in grandi ristrettezze, Giovanni non si integra subito sul luogo di lavoro e si sente poco stimato dai colleghi. Continua ad aspirare, come tutti gli insegnati livornesi, a un posto in Accademia, ma intanto accetta anche un incarico in un collegio di Ardenza. Ha solo una mezz’ora d’intervallo nella quale corre a casa per mangiare un boccone ma finisce, come ci racconta Maria, per addentare pane e salame in carrozza. Prende anche in casa uno studente che prepara senza successo per gli esami.

Il tempo libero è poco, con due sorelle a carico c’è da pensare solo a sbarcare il lunario. Nonostante ciò, è qui che prende corpo parte della raccolta Myricae, poi pubblicata dall’editore Raffaello Giusti, è qui che si delinea al poetica pascoliana, antiretorica, aderente alle cose.

Ed è in questo periodo che Giovanni s’innamora di Lia, una giovane cantante figlia di un musicista che abita davanti al liceo. In una poesia ce la descrive con le vesti troppo corte per l’età.

 

Lia giovinetta, ardisci dunque, parla;

di’: « Cara madre, corta è piú la gonna

che non convenga; or pensa ad allungarla.

Fiere pupille seguono moleste

i passi miei di giovinetta donna;

ond’io vorrei piú schermo della veste ».

Troppo io so bene quale a me talora

da te derivi immemore malia,

che gli occhi avvallo, e il volto trascolora;

di che tu avvampi, o giovinetta Lia!

 

Vicissitudini familiari, la possibilità poi evitata che la sorella Ida sposi un giovane non gradito, gli fanno volgere le spalle all’amore per concentrarsi sui doveri di famiglia.

Anche se gravata da pensieri economici, la vita dei fratelli è serena. Frequenta casa il poeta Giovanni Marradi; Pietro Mascagni musica la lirica “Sera d’ottobre”.

 

Lungo la strada vedi sulla siepe

Ridere a mazzi le vermiglie bacche:

nei campi arati tornano al presepe

tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento

Passo tra foglie stridule trascina:

nei campi intuona una fanciulla al vento:

fiore di spina!

 

Sono frequenti le incursioni alla fiaschetteria in via Maggi, insieme a Carducci, o le passeggiate fino a piazza Cavour per acquistare dolci che allietano le serate. La casa si riempie di uccellini ma il preferito resta sempre Ciribì.

Quando i problemi economici un poco si acquetano, si trasferiscono tutti in una villetta con giardino, sempre in via Micali. Giovanni vince il Veianus, un concorso olandese di poesia latina, ma è costretto a impegnarsi la medaglia per risolvere il problema di una certa cambiale e le sorelle finiscono per mettersi nelle mani di un usuraio.

Il soggiorno labronico termina nel 1895 con una nomina in altra città. Livorno, che lo aveva accolto con freddezza, gli tributa stima e onori, richiamandolo nel 1911 per fargli tenere un discorso all’Accademia in occasione del cinquantenario dell’unità d’Italia.

Il legame con la città resta e se ne sentono gli influssi in numerose poesie, fra le quali Il conte Ugolino.

 

Ero all'Ardenza, sopra la rotonda

dei bagni, e so che lunga ora guardai

un correre, nell'acqua, onda su onda,

di lampi d'oro. E alcuno parlò: «Sai?»

(era il Mare, in un suo grave anelare)

«io vado sempre e non avanzo mai».

E io: «Vecchione,» (ma l'eterno Mare

succhiò lo scoglio e scivolò via, forse

piangendo) «e l'uomo avanza, sì; ti pare?»

E l'occhio, vago qua e là mi corse

alla Meloria...”

 

******

 

Penso a Livorno, a un vecchio cimitero

di vecchi morti; ove a dormir con essi

niuno più scende; sempre chiuso; nero

d'alti cipressi.

Tra i loro tronchi che mai niuno vede,

di là dell'erto muro e delle porte

ch'hanno obliato i cardini, si crede

morta la Morte,

anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,

sopra quel nero vidi, roseo, fresco,

vivo, dal muro sporgere un sottile

ramo di pesco.

Figlio d'ignoto nocciolo, d'allora

sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?

Ed ora invidi i mandorli che indora

l'alba negli orti?

Od i cipressi, gracile e selvaggio,

dimenticati, col tuo riso allieti,

tu trovatello in un eremitaggio

d'anacoreti?”

Suddenly, in 1887, Giovanni Pascoli (1855 - 1912) got the news that the ministry had transferred him from Massa to Livorno, where he got an assignment at the Niccolini Guerrazzi high school. Dismayed, he confided in Carducci who urged him to go anyway. We know all about the transfer thanks to the writings of his sister Maria, "Along the life of Giovanni Pascoli".

After the killing of his father and the other tragic family bereavements, Giovannino took Ida and Maria, the two sisters, with him and moved with them to the Tuscan city. On October 31, he leaves by train, the sisters join him on a cart loaded of furniture, with the bird cage of Ciribì. The family kitten escapes from the basket and is not found. He will be returned by a good neighbour  the following week.

From the bright country accommodation in Massa they find themselves catapulted to the fourth floor of a squalid apartment in via Micali. Giovanni starts teaching in high school, he also gives many private lessons but the money is never enough, including bills of exchange to be paid, furniture to buy and books essential for teaching and studying.

The family lives in a straitened financial situation, Giovanni does not immediately integrate into the workplace and feels little esteemed by his colleagues. He continues to aspire, like all Livorno teachers, to a place in the Academy, but in the meantime he also accepts an assignment in a boarding school in Ardenza. He has only half an hour's break in which he runs home to have a bite to eat but ends up, as Maria tells us, to bite bread and salami in a carriage. He also takes a student home whom he prepares for exams without success.

There is little free time, with two dependent sisters there is only room for making ends meet. Despite this, it is here that part of the Myricae collection takes shape, then published by the publisher Raffaello Giusti, it is here that  anti-rhetorical, adhering to things Pascoli’s poetry is outlined .

And it is in this period that Giovanni falls in love with Lia, a young singer, daughter of a musician who lives in front of the high school. In a poem he describes her with clothes too short for her age.

 

“Lia giovinetta, ardisci dunque, parla;

di’: « Cara madre, corta è piú la gonna

che non convenga; or pensa ad allungarla.

Fiere pupille seguono moleste

i passi miei di giovinetta donna;

ond’io vorrei piú schermo della veste ».

Troppo io so bene quale a me talora

da te derivi immemore malia,

che gli occhi avvallo, e il volto trascolora;

di che tu avvampi, o giovinetta Lia!”

 

Family vicissitudes, the possibility then avoided that his sister Ida marries an unwelcome young man, make him turn his back on love to focus on family duties.

Even if burdened by economic thoughts, the life of the brother and sisters is peaceful. The poet Giovanni Marradi frequented the house; Pietro Mascagni music the lyric "Evening of October".

 

“Lungo la strada vedi sulla siepe

Ridere a mazzi le vermiglie bacche:

nei campi arati tornano al presepe

tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento

Passo tra foglie stridule trascina:

nei campi intuona una fanciulla al vento:

fiore di spina!”

 

Incursions to the tavern in Via Maggi, along with Carducci, or walks to Piazza Cavour to buy sweets that cheer the evenings, are frequent. The house is filled with birds but the favorite is always Ciribì.

When the economic problems subside a little, they all move to a house with a garden, always in via Micali. Giovanni wins the Veianus, a Dutch Latin poetry competition, but is forced to bring the medal to the pawn to solve the problem of a certain bill of exchange and the sisters end up putting themselves in the hands of a usurer.

The Labronic stay ends in 1895 with a nomination in another city. Livorno, who had greeted him coldly, pays him esteem and honuors, calling him back in 1911 to have him give a speech at the Academy on the occasion of the fiftieth anniversary of the unification of Italy.

The link with the city remains and its influences can be felt in numerous poems, including Il Ugolino.

Ero all'Ardenza, sopra la rotonda

dei bagni, e so che lunga ora guardai

un correre, nell'acqua, onda su onda,

di lampi d'oro. E alcuno parlò: «Sai?»

(era il Mare, in un suo grave anelare)

«io vado sempre e non avanzo mai».

E io: «Vecchione,» (ma l'eterno Mare

succhiò lo scoglio e scivolò via, forse

piangendo) «e l'uomo avanza, sì; ti pare?»

E l'occhio, vago qua e là mi corse

alla Meloria...”

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Pietro Mascagni

30 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #musica, #personaggi da conoscere

Pietro Mascagni (1863 - 1945) era nato in piazza delle Erbe, suo padre aveva un'avviata panetteria sotto casa ed era molto conosciuto a Livorno. Alto, dinoccolato, sempre rasato, con l'aria da ragazzo, gli occhi chiari, il ciuffo ribelle, Pietro aveva un'anima labronica spontanea, immediata, incapace di tacere e poco diplomatica. Oscillava fra l'entusiasmo e l'abbattimento, l'euforia e la malinconia. Per tutta la vita si mostrò esuberante, lottando per non far trapelare la tristezza, il malumore.

Suo padre non fu contento quando decise di dedicarsi completamente alla musica e s'iscrisse al conservatorio di Milano, dove divise una stanza con Giacomo Puccini, contribuendo a creare, forse, l'atmosfera goliardica e l'ambiente che furono d'ispirazione per la "Boheme". In conservatorio si trovò male, seguiva i corsi con irregolarità, ebbe a ridire col direttore Ponchielli, alla fine se ne andò e cominciò a lavorare come direttore d'orchestra in giro per l'Italia finché non gli fu offerto un posto fisso a Cerignola. Nel 1888 s'iscrisse a un concorso, indetto dalla casa editrice Sonzogno, per un'opera in un singolo atto. Chiese la collaborazione dell'amico Giovanni Targioni Tozzetti e di Guido Menasci, che riadattarono un dramma tratto dalla novella "Cavalleria Rusticana" di Verga. L'opera fu terminata il giorno della scadenza del concorso e vinse su 73 partecipanti. Fu un successo immenso, ripetuto in ogni teatro in cui fu presentata e mai più uguagliato da nessuna opera successiva, né "Iris", né "L'amico Fritz", né "Le Maschere" etc. Peccato che Verga accusò Mascagni di plagio, vinse la causa e ottenne un forte risarcimento. "Cavalleria Rusticana" è la prima opera musicale verista a pieno titolo, della "Giovane scuola italiana" - come "I Pagliacci" di Leoncavallo e la "Boheme" pucciniana - laddove le altre opere mascagnane sono, prima vagamente decadenti, secondo il gusto dell'epoca, poi espressioniste, soggettive, tese a riprodurre la realtà con gli occhi dell'anima. La sua musica è definita esasperata perché ricca di acuti e di declamato. Mascagni morì nella camera del suo albergo a Roma, nel 51 il suo corpo fu traslato al cimitero della Misericordia, dove si può ammirare il mausoleo.

Pietro Mascagni (1863 - 1945) was born in Piazza delle Erbe, his father had an established bakery downstairs and was well known in Livorno. Tall, lanky, always shaved, with a boyish air, clear eyes, a cowlick, Pietro had a spontaneous, immediate, unsophisticated and undiplomatic soul. It oscillated between enthusiasm and despondency, euphoria and melancholy. All his life he was exuberant, fightingagainst sadness, and bad mood.

 

His father was not happy when he decided to devote himself entirely to music and enrolled at the Milan conservatory, where he shared a room with Giacomo Puccini, helping to create, perhaps, the goliardic atmosphere and the environment that were the inspiration for the "Boheme". In the conservatory he was not happyl, he followed the courses with irregularities, he quarreled with the conductor Ponchielli, at the end he left and started working as a conductor around Italy until he was offered a permanent place in Cerignola.

In 1888 he enrolled in a competition, organized by the Sonzogno publishing house, for a work in a single act. He asked for the collaboration of his friend Giovanni Targioni Tozzetti and Guido Menasci, who adapted a drama based on the novel "Cavalleria Rusticana" by Verga. The work was completed on the day of the competition deadline and won out of 73 participants. It was an immense success, repeated in every theater in which it was presented and never again equaled by any subsequent work, neither "Iris", nor "Amico Fritz", nor "Le Maschere" etc. Too bad that Verga accused Mascagni of plagiarism, he won the case and got a strong compensation.

"Cavalleria Rusticana" is the first fully-fledged verista musical work of the "Young Italian school" - such as "I Pagliacci" by Leoncavallo and the "Boheme" by Puccini - where the other Mascagni works are, at first vaguely decadent, according to the taste of the era, then expressionist, subjective, aimed at reproducing reality with the eyes of the soul. His music is defined exasperated because it is rich in high notes and declaimed.

Mascagni died in the room of his hotel in Rome, in 51. His body was moved to the Misericordia cemetery, where you can admire the mausoleum.

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Giovanni Fattori

28 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #pittura, #personaggi da conoscere

Giovanni Fattori

"Il disegno del Fattori”, dice l’Argan, “non è il disegno accademico, generico ed evasivo; è, com’era nella cultura figurativa toscana del Quattrocento, un disegno che penetra, definisce, incide.”

Giovanni Fattori (1825 – 1908) è nato a Livorno ma si è poi trasferito a Firenze, entrando in contatto con il gruppo dei pittori che si riuniva al caffè Michelangelo, in via Larga (ora via Cavour).
Parte come romantico ma la sua maturità artistica e il suo momento più prolifico si concentrano dopo i quarant’anni quando, insieme a Telemaco Signorini e a Silvestro Lega, diventa uno dei principali artisti macchiaioli. Il fenomeno è precursore dell’impressionismo e si lega al quadro ideologico risorgimentale, del quale il pittore fa parte come fattorino del Partito d’Azione e del cui assedio di Livorno conserverà memoria indelebile.
Secondo la teoria macchiaiola, il pittore deve rendere il vero come lo percepisce il suo occhio, con chiazze colorate di luce e di ombra, senza pregiudizi culturali. Fattori, infatti, si considera “uomo senza lettere”, capace di cogliere il presente, il momento in atto. E, tuttavia, l’identificazione dell’artista col soggetto non si raggiunge mai, si ha sempre una testimonianza, un commento, una valutazione etica. Uno dei suoi temi preferiti è la vita militare, colta nella quotidianità, l’altro grande soggetto è il paesaggio rurale della Maremma, con butteri, erbaiole, acquaiole, buoi e cavalli.
Nella sua vita, Fattori è spesso in difficoltà economiche, torna a Livorno per assistere la moglie malata la quale, poi, muore di tubercolosi. Il pittore, allora, si dà a viaggiare, visitando l’Europa, gli Stati Uniti e il Sudamerica. Dalle nostre parti, soggiorna anche a Fauglia e a Castiglioncello, ospite di amici.
Verso la fine della sua carriera artistica si dedica all’acquaforte, tecnica consistente nell’incisione di una lastra di metallo tramite acido.
Muore a Firenze nel 1908.

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Shelley a Livorno

27 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #poesia, #personaggi da conoscere

Il poeta inglese Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822), complice l’eredità del nonno e per ovviare alla salute malferma dovuta alla tisi che lo minava, scelse di trascorrere molta parte della sua vita in Italia, luoghi di elezione furono Napoli, Pisa (dove lo raggiunse Byron) e Livorno. A Livorno soggiornò tre volte, nel 1918, nel 19 e nel 22, anno della sua tragica morte in mare. Fu ospite di amici inglesi ma alloggiò anche a Villa Valsovano, dove compose la tragedia “The Cenci”, pubblicata nel 1819 - cui attinse anche il Guerrazzi – e le famose odi “To a Skylark” e “To Freedom”. Da giugno a settembre del 1819 Shelley e Mary Wollstonecraft si stabilirono a villa Valsovano. Mary era molto abbattuta, avendo visto morire due dei suoi tre figli in un anno. Solo nel maggio precedente erano venuti a Livorno con tutti e tre i bambini e due domestiche ma ora la casa era molto più triste. Shelley cercò rifugio nel lavoro e quell’estate, sul tetto della villa, compose “The Cenci”, tragedia dal gusto gotico, basata sulla storia di una famiglia realmente vissuta nel cinquecento. Ne furono stampate nella nostra città 250 copie, poi spedite a Londra. L’estate dopo erano nuovamente a Livorno e Shelley compose la famosa ode “All’allodola” della quale riportiamo alcuni versi centrali particolarmente belli e già, in pieno romanticismo prima maniera, precursori di quello che sarà il nostro decadente Gelsomino Notturno e di alcune liriche wildiane cariche di sensualità estetizzante.

“Like a rose embowered In its own green leaves, By warm winds deflowered, Till the scent it gives Makes faint with too much sweet these heavy-wingéd thieves: Sound of vernal showers On the twinkling grass, Rain-awakened flowers - All that ever was Joyous and clear and fresh - thy music doth surpass.”

Villa Valsovano si trova in via Venuti 23 e una lapide del 1962 ricorda il soggiorno di Shelley: “In questa casa già villa Valsovano dimorò da metà giugno a fine settembre 1819 nel suo più lungo dei soggiorni livornesi Percy Bysshe Shelley tornato a ritemprare le forze e lo spirito nella pace della nostra amena campagna a lui ispiratrice di stupendi carmi. Scrisse allora tra l’altro la tragedia “I Cenci”e nell’estate seguente alloggiando poco lungi la poetica epistola a Mary Gisborne e la celebre ode “a un’allodola.” Fu nel golfo di La Spezia, davanti a Lerici, che, tornando in barca proprio da una gita a Livorno, l’8 luglio 1822, Shelley naufragò in una tempesta. Il suo cadavere fu ritrovato dieci giorni dopo su una spiaggia nei pressi di Viareggio.

The English poet Percy Bysshe Shelley (1792 - 1822), thanks to his grandfather's legacy and as a result of the consumption that undermined him, chose to spend a large part of his life in Italy, the places of election were Naples, Pisa ( where Byron joined him) and Livorno.

He stayed in Livorno three times, in 1918, 19 and 22, the year of his tragic death at sea.

He was a guest of English friends but also stayed in Villa Valsovano, where he composed the tragedy The Cenci, published in 1819 – on which also Guerrazzi drew - and the famous odes "To a Skylark" and "To Freedom".

From June to September 1819 Shelley and Mary Wollstonecraft settled in villa Valsovano. Mary was very downcast, having seen two of her three children die in a year. Only in the previous May they had come to Livorno with all three children and two servants, but now the house was much sadder. Shelley sought refuge in work and that summer, on the roof of the villa, he composed "The Cenci", a tragedy with a Gothic taste, based on the story of a family that really lived in the sixteenth century. 250 copies were printed in that city, then sent to London.

The following summer they were back in Livorno and Shelley composed the famous ode "Allodola" of which we report some particularly beautiful central lines and already, in full romanticism first way, precursors of what will be our decadent Gelsomino notturno and some lyrics in the spirit of Wilde,  full of aestheticising sensuality.

 

"Like a rose embowered

In its own green leaves,

By warm winds deflowered,

Till the scent it gives

Makes faint with too much sweet these heavy-wingéd thieves:

Sound of vernal showers

On the twinkling grass,

Rain-awakened flowers -

All that ever was

Joyous and clear and fresh - thy music doth surpass. "

 

Villa Valsovano is located in via Venuti 23 and a plaque from 1962 recalls Shelley's stay:

In this Villa Valsovano lived from mid-June to the end of September 1819 in his longest stay in Livorno Percy Bysshe Shelley returned to restore his strength and spirit in the peace of our pleasant countryside inspiring him with wonderful poems. Among other things, he wrote the tragedy "I Cenci" and in the following summer, staying a short distance,  the poetic epistle to Mary Gisborne and the famous ode "to a lark."

It was in the Gulf of La Spezia, in front of Lerici, that, returning by boat from a trip to Livorno, on July 8, 1822, Shelley was wrecked in a storm. His body was found ten days later on a beach near Viareggio.

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