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personaggi da conoscere

IO NON CI TENGO NE' CI TESI MAI... ETTORE PETROLINI di marcello de santis

17 Agosto 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere, #marcello de santis

IO NON CI TENGO NE' CI TESI MAI... ETTORE PETROLINI di marcello de santis

Marcello De Santis, sempre puntuale e preciso nei dettagli e nelle notizie, con il suo saggio, questo mese, ci racconta la storia del varietà e del suo capostipite Ettore Petrolini, considerato il principe dell'avanspettacolo... (Franca Poli)

Partiamo dalla fine.
L'attore, per una grave forma di angina pectoris, è costretto, a malincuore, a lasciare il teatro. E' l'anno 1935, alla fine di giugno; Petrolini muore a soli 52 anni, nel pieno della sua maturità artistica e del suo successo. Stava male da tempo; i medici venivano spesso al suo capezzale e visitarlo. Un giorno, quello che lo aveva appena visitato gli disse che lo trovava senz'altro meglio; e Petrolini, col suo sorriso eternamente canzonatorio, fece forse la sua ultima battuta: meno male, dotto', così moro guarito. E forse ci sarebbe stata bene anche una delle sue frasi celebri, che pronunciava con nonchalance sui palcoscenici di tutto il mondo:
L'uomo e' un pacco postale che la levatrice spedisce al becchino.

Poi però venne il prete, stava proprio male, sarebbe morto di lì a poco. Venne dunque il prete per dargli l'estrema unzione con l'olio santo in mano; Petrolini lo vide entrare ed avvicinarsi al suo letto; fece l'ultima battuta della sua vita:adesso sì che sono fritto!
Uomo di teatro, ma di quel teatro diciamo così di seconda categoria, meglio definito come teatro di varietà, o meglio teatro di avanspettacolo che dal varierà era appunto derivato. Ma perché questo termine: avanspettacolo? Ce lo siamo mai chiesto?
E sì che tutti quelli della mia età sono stati spettatori di queste rappresentazioni allegre e spensierate sui palcoscenici dei teatri anche dei piccoli paesi, in quegli anni dell'immediato dopoguerra, dove si faticava a riemergere e a ricostruire - oltre che sulle macerie delle bombe - anche sulle anime dei padri e delle madri vittime della guerra; spettacoli in cui un capo-compagnia detto capocomico allestiva serate teatrali con balletti di procaci (e non sempre, talvolta vere e proprie "buzzicone" - grassone - come si dice a Roma) ragazze appena appena scollacciate, schetch o scenette messe nelle mani o nella faccia di un qualche comico agli inizi (o alla fine) della carriera, talvolta aiutato dalla famosa "spalla", qualche cantante ancora dilettante alla ricerca di una gloria che per qualcuno sarebbe arrivata (ma per tanti no); e con qualche ragazza acerba pure se ben tornita di cui qualcuna sarebbe poi diventata attrice e (qualcuna) anche grande attrice. Insieme ad essi una decina di orchestrali più o meno all'altezza della situazione, ma che per tirare avanti avrebbero venduto l'anima al diavolo; del resto i capocomici non erano sempre esigentissimi; e debbo dire, neppure gli spettatori lo erano.
E i giovanotti accorrevano in massa, per vedere da vicino, talvolta con le braccia appoggiate sulle tavole della passerella (i più fortunati), le mani allungate a cercare di toccare almeno i piedi delle ballerine poco-vestite. Ma c'erano anche i "signori bene" che deploravano i costumi scollacciati delle attricette di varietà.

Nella mia città, allora ancora paese, che le bombe avevano devastato in maniera atroce, c'erano tre sale cinematografiche.
Il cine centrale, ricavato da un locale che presentava un ambiente molto molto alto, in cui a una platea circolare facevano corona due gallerie; e quante volte da ragazzini ci siamo andati, e tutti di corsa a cercare un posto qualsiasi nella seconda galleria (che era una novità un po' per tutti, anche per i grandi; ma in effetti scomodissima ché si vedeva male, molto male.)
Sapete, c'era allora un sacerdote cui noi - bambini - abbiamo voluto tutti bene, si chiamava don Amato, che ci chiamava a messa la domenica, alle nove e mezza, la messa dei ragazzini, e poi con cinque lire a testa ci portava a questo "cine centrale", così si chiamava (ricordo sempre l'inaugurazione con una fila per quattro lunga tutto il corso, con un film con Tyron Power: Il canale di Suez): don Amato ci portava a vedere Stallio e Ollio, Zorro, oppure Tarzan o Gianni e Pinotto, oppure gli indiani con i cow boy.
Poi c'era il Cinema Giuseppetti, sulla strada che portava a casa mia.
E ultimo, un cinema all'aperto, l'Arena Italia, gestita dal papà di un mio caro compagno di scuola di quando andavamo alle medie e poi al liceo; poi diventato uno dei pochi amici che mi sono rimasti, dopo più di cinquant'anni); l'unico che portava a Tivoli l'avanspettacolo; d'estate, con 25 lire, cinema e varietà.
Due spettacoli al giorno. Mio padre quando poteva ci portava tutta la famiglia, all' Arena Italia, d'estate.
L'abbinamento cinema-varietà derivava direttamente da una abitudine degli anni 20/30 del 1900, quando, con l'affermarsi del cinema nacquero come funghi le sale cinematografiche più o meno grandi (quelle piccole e piccolissime venivano chiamate pidocchietti, ricordate? e qui poi col tempo passavano solo film in terza e quarta visione); gli impresari e i titolari di dette sale pensarono bene di presentare degli spettacoli di teatro, l'avanspettacolo, appunto, tra una proiezione e l'altra, per attirare più spettatori possibile.

Non vidi mai recitare Ettore Petrolini, ché il grande comico romano, quando io vidi la luce nel 1939, ci aveva lasciato già da tre anni. Vidi però altri grandi attori di palcoscenico cosiddetto leggero; e con me bambino, sette otto anni, i miei genitori e una platea sempre piena, quando la gente non stava anche in piedi, e sì che l'Arena Italia aveva una capienza eccezionale con la platea di circa tre/quattrocento posti; e una gradinate a semicerchio amplissima, molto più capiente della platea, che saliva fin lassù... La domenica poi c'era costantemente il tutto esaurito nei due spettacoli, uno pomeridiano (per pomeridiano si intendeva il primo, che cominciava per questione di luce (essendo all'aperto), alle sei e mezza o giù di lì); e l'altro serale.
Vidi senz'altro i fratelli De Vico; e Derio Pino e Grazia Cori; Vici de Rol; Nino Lembo; forse Trottolino (al secolo Vico D'Ambrosio)...
ei cantanti non ricordo molto, assistetti anni dopo a esibizioni di Claudio Villa, Giorgio Consolini e Luciano Tajoli e altri; mi sembra venissero con le ultime compagnie di avanspettacolo. Più tardi negli anni questo genere di spettacolo vide protagonisti personaggi che divennero poi grandi grandissimi attori, parliamo di Macario, Nino Taranto, Renato Rascel il piccoletto, Walter Chiari, Aldo Fabrizi e Totò, e tanti altri.Ma vennero dopo; prima di loro, il principe dell'avanspettacolo era Ettore Petrolini, considerato da molti il caposcuola della generazione dei comici.

Vennero poi: la rivista, più articolata e più curata anche nei particolari, più elegante, per dire così; e quindi la commedia musicale; da lì al teatro di prosa, e ancora al cinema il passo fu breve; e tutte queste ultime forme di spettacolo debbono qualcosa a quella primitiva forma, e a chi per primo lo ha preso e condotto per mano: Ettore Petrolini.

Nacque a Roma da una famiglia popolare, suo padre faceva il fabbro; suo nonnoSalvatore il falegname, con la bottega in Via Giulia, un quartiere al centro di quella Roma che ospitava solo popolino, non certo nobili e ricchi. Proprio nella bottega del nonno Ettore cominciò a improvvisare le sue scenette comiche.
Ettore se ne andava in giro come tutti i ragazzi ed era attirato dai teatrini del tempo, che erano allestiti con tavole sistemate alla bell'e meglio su assi di sostegno dentro dei baracconi semoventi; e qui fu subito preso dalla voglia di fare teatro, di calcare quelle tavole sconnesse e pure tanto desiderate; palchi improvvisati con rappresentazioni improvvisate, farse e scenette a braccio, senza una trama precisa; lasciata all'estro di chi si esibiva. Salì sul palco e si provò. Andò bene, anche perché la sua mimica facciale era speciale. Aveva trovato la sua strada; da allora prese anche a scrivere le cose che doveva recitare, fu così che divenne oltre che attore anche autore dei testi, scrittore e sceneggiatore delle sue cose.

Mussolini gli volle dare un tangibile riconoscimento per la sua arte popolare e gli fece conferire una medaglia. Lui se la spillò al petto e facendo il verso alla celebre frase del dittatore (me ne frego!) esclamò: e io me ne fregio!
Non era un ragazzo quieto e tranquillo, tutt'altro, il suo carattere ribelle costrinse la madre a ritirarlo dalla scuola; la strada lo portò a farsi due anni di riformatorio, aveva 13 anni, e quando uscì, a 15, prese il coraggio (che non gli mancava di certo) a quattro mani e se ne andò di casa, deciso a farsi una vita sul palcoscenico.
Ormai giovane com'era stava entrando nel giro e cominciava a conoscere. Fu così che si presentò a un agente teatrale, Giulio Fabi, ... che mi giudicò uno scemo e mi disse: - Portami quattro scudi... e ti mando subito nella compagnia di Angelo Tabanelli (detto il Panzone) che agisce a Campagnano (presso Roma). Mamma me ne vado a fare teatro, mi servono quattro scudi. La madre gli dette i soldi e un bacio in fronte. Partì, raggiunse in diligenza il paese nell'alto Lazio e raggiunse la compagnia. Fece il suo debutto con un incidente, mise un piede su una tavola traballante e cadde e si lussò un piede. Ma la gente rise a crepapelle e chiese il bis. Mi accorsi che ero veramente votato all'arte comica...

(dal suo libro Modestia a parte, uscito nel 1932).

Si era esibito già sui modesti palcoscenici dei teatrini di Trastevere tutti locali di terz'ordine; faceva il macchiettista, e strappava applausi; quindi acquisì una certa esperienza; era l'anno 1900. La gioia più grande in queste sue prime esibizioni l'ebbe al Gambrinus (usava un nome d'arte Ettore Loris); era questo una birreria di Roma che accoglieva le compagnie di poco più che guitti. Si esibì al fianco della stella della compagnia, la chanteuse Diana Paoli, ebbe un grande successo, oscurando persino l'attrice. Il direttore del locale, il signor Stern, lo insignì di una medaglia. Ricorda Petrolini:
... una medaglietta con su scritto:«La direzione della birreria Gambrinus a Petrolini». Sì, Petrolini. Perché al Gambrinus volli debuttare con il mio vero nome. Gongolavo dalla gioia. E in casa, presso la mia famiglia, facevo compassione a tutti!

La sua vita è stata piena fin dall'inizio della carriera; raccontarla tutta richiederebbe spazio e tempo; non è questo il nostro scopo, il saggio deve essere breve e dunque ci atterremo al nostro scopo, pur evidenziando le cose essenziali e importanti. Gli inizi furono avventurosi anzichenò, racconta infatti nel suo libro Un po' per celia, un po' per non morire che vide la luce nel 1936 (nello stesso anno sarebbe morto): ... in fondo a quei bottegoni c'era sempre un palcoscenico arrangiato alla meglio: poche tavole, molti chiodi, e quattro quinte, fondale di carta, con quasi sempre dipinto il Vesuvio (in eruzione, naturalmente), ed ecco l'elenco artistico: prima esce lei, poi esce lui, poi escono tutti e due insieme, ricomincia lei... e così via di seguito fino a mezzanotte: il tutto intercalato da uno "sminfarolo" al pianoforte. Simpatico questo attributo del pianista: sminfarolo, che nel dialetto romanesco di allora stava a indicare uno strimpellatore di un qualsivoglia strumento, che suona ad orecchio.
Grande Petrolini! Che nel 1907, a 23 anni va in America Latina, dove raggiunge la fama che lo seguirà al ritorno a Roma. Lavora ancora con la compagna Ines Colapietro che aveva conosciuto quattro anni prima a Roma e che diventerà anche sua compagna di vita.

La sua fama vola e il suo nome comincia a essere noto, inventa diversi personaggi che colloca in sketch che prendono in giro anche gente che non poteva essere toccata dalla sua satira pungente. Nasce il personaggio di Gastone dove ridicolizza un viveur che si spandeva in Italia grazie alla verve e alla estetica troppo carica del vate Gabriele D'Annunzio; nascono i salamini, nasce Nerone (nel 1918) satira pesante che sotto le spoglie degli antichi romani, in effetti aveva come bersaglio, nemmeno troppo velato, il fascismo di Mussolini.
Intanto anche il cinema si era accorto di questo personaggio la cui mimica inconfondibile lo aveva levato ai punti più alti del teatro. Girò così diversi film, negli anni venti, muti per l'occasione, dove mise in mostra tutto il suo modo di parlare senza parlare grazie alla grande arte della mimica facciale e corporale; e grazie anche alle mille espressioni che era capace di tirare fuori e plasmare colla sua faccia.
Ma la sua vita era il teatro: Ritornò al cinema dieci anni dopo, con altri due film, stavolta col sonoro, uno dei due era quel Nerone che aveva portato fino ad allora sulle scene.

Intanto la sua attività non era solo recitativa, ma scriveva anche le opere che rappresentava (Chicchignola, per il teatro e il cinema) e tutta una serie di macchiette che va da Nerone, come detto, a Gastone, da Fortunello a Giggi er Bullo. E poi cominciava a cantare quella bislacca canzone, dopo essersi presentato alla sua maniera come un signore chic, un po' decadente e un po' demodé (la commedia fu presentata a Bologna per la prima volta nell'anno 1928).
Gastone, artista cinematografico, fotogenico al cento per cento, numero di centro per "varieté" "danseur" "diseur", frequentatore dei "Bal-tabarins", conquistatore di donne a getto continuo, uomo incredibilmente stanco di tutto, uomo che emana fascino, uomo rovinato dalla guerra.

Gastone, son del cinema il padrone,
Gastone / Gastone.
Gastone, ho le donne a profusione / e ne faccio collezione,
Gastone / Gastone.

Sono sempre ricercato / per le filme più bislacche,
perché sono ben calzato / perché porto bene il fracch
e.
Con la riga al pantalone…
Gastone, / Gastone.

E andava avanti così per due atti con battute e frasi celebri.

... E' una mia trovata e me la scimmiottano tutti i comiciattoli del varietà
... Quante invenzioni ho fatto io!
Discendo da una schiatta di inventori, di creatori, di deformatori…

... Mio padre, per esempio, ha inventato la macchina per tagliare il burro
...Mia madre? Anche lei una grande inventrice: anzitutto ha inventato me.
Poi aveva il senso dell'economia sviluppato fino alla genialità: figuratevi, io mi chiamo Gastone. Ebbene, lei mi chiamava semplicemente Tone… per risparmiare il gas…
... A me, m'ha rovinato la guerra, se non c'era la guerra a quest'ora stavo a Londra.
Dovevo andare a Londra a musicare l'orario delle ferrovie.
Perché io sono molto ricercato… ricercato n
el parlare, ricercato nel vestire, ricercato dalla questura…

... Che ve ne pare? Che bel talento.
Ma io non ci tengo né ci tes
i mai.

Petrolini è un artista a tutto tondo, ed è molto amato dal suo pubblico; è tanto popolare che persino il regime fascista in qualche modo teme di rimproverargli qualcosa, per le sue parodie e sui suoi sberleffi nemmeno troppo velati sul regime. E' il periodo d'oro di Marinetti e dei Futuristi.

L'attore sbeffeggia anche loro, e fa il verso ai loro versi maltusiani, (versi che si rifacevano alle teorie di Thomas Malthus, economista inglese, teorico del coitus interruptus per la limitazione delle nascite; avevano dunque la caratteristica di troncare l'ultima parola dell'ultimo verso).
Per tornare un attimo alla presa in giro del regime fascista, ricordiamo questo:

Parlamento è quella cosa
che ci vanno tutti quanti,
i più bischeri e birbanti
vann
o pure al minister.

In uno di questi, l'attore definisce se stesso così: ricordate?

Petrolini è quella cosa
che ti burla in ton garbato,
poi ti dice: ti à piaciato?
se ti
offendi se ne freg.

Quando sul palcoscenico recitava le sua filastrocche senza senso, piene zeppe di rime, assonanze e quant'altro, la gente andava in visibilio, e scrosciavano applausi a scena aperta. Ecco un'altra definizione del suo personaggio:

Sono un tipo estetico, asmatico, sintetico, simpatico, cosmetico.
Amo la Bibbia, la Libbia, la fibbia delle scarpine delle do
nnine
carine, cretine.
Sono disinvolto, raccolto, assolto "per inesistenza del reato".
Ho una spiccata passione per il Polo Nord, il Nabuccodonosor,
i lacci delle scarpe, l'osso buco e la carta moschicida.
Sono omerico, isterico, ge
nerico, chimerico.

Grande Petrolini.
Era solito ricordare le sue uscite sul palcoscenico, davanti a un pubblico che
magnava le fusaje (i lupini) e poi tirava le cocce (le bucce) sur parcoscenico al lume de certe lampene (lampade) ch'er fumo spargeva da pertutto un odore da bottega de friggitore...
A cinquantadue anni se ne andava.

Voglio chiudere questo breve saggio con un suo esilarante poemetto dal titolo La canzone delle cose morte, poco conosciuto, almeno per chi non è addentro alle sue cose, che ci mostra un Petrolini anche poeta di vaglia. E' una chicca, un poco lunga, ma scorre da sé e tutta d'un fiato; fantastica!

"Signore e signori, so che molti supercritici dopo essersi divertiti a sentirmi, vanno dicendo: "Sì, ma in fondo dice un mondo di stupidaggini." Ebbene, signori, ora basta. Vi dirò delle cose profonde filosofiche, scientifiche, dense di pensiero, di dottrina e di cultura."

Bello è d'intorno il rapido cadere
delle morte energie, che non han fine.
Bello è nel cuore il lento soggiacere
delle passioni, mentre imbianca il crine.

E qualcosa s'en va, senza che mai
faccia ritorno al vivere fatale.
Volgiti indietro, e la miseria udrai,
la miseria che piange, in sulle scale.

Tanto gentile e tant'onesta pare
la donna mia, mentr'ella altrui saluta,
che al vederla così bene vestuta,
quindici lire le si posson dare.

Va per i cieli denzi un nembo scuro
ed è l'anima mia che le va dietro.
O dolcezza di un tempo meno duro,
O durezza di più di mezzo metro.

Su per le calli, torturando i calli,
le valli, gli avalli e le convalli
rammento te, mazza di S.Giuseppe,
quando Letricia mia, quando vedrai
Pape Satan, Pape Satan Aleppe.

Volgiti indietro, la miseria udrai,
la miseria che piange sulle scale.
(E' commovente eh?)
Rotto è questo mio cuore.

E' rotto e frale,
è rotto, è rotto; è rotto, è rotto, è rotto
ed io me ne strapongo sopra e sotto.
A stracci, a pezzi, a morsi, a cenci, a ciocchi,
a minuzzoli, a pugni, a mani, a sacchi.

A falde, a spoglie, a spolverini, a ciocche,
a spicchi, a foglie, a picchi, a pocchie, a pacchie,
a quadri, a cubi, a tondi, a perle, a fiori.
Le donne, i cavalier, l'armi e gli amori.

Nel mezzo del cammin di nostra vita
arma la poppa e salpa verso il mondo
là dove chiederai: è lei, è lei quel tal signore
che sedeva accanto a me sul tranvai?

E quest'amore, per cui piangete o donne
e lacrimate forte
che il Re di Creta
è condannato a morte.

Presso la culla
in dolce atto d'amore.
A l'ombra dei cipressi
e dentro l'urne.

Se mi scappa, chi mai l'afferrerà?
Amor che null'amato, amar perdona
se tu le mani ormai ti sei lavate
ti consegno il mio cuor dentro una biscia

floscia, s'inguscia, nella grascia, ambascia,
all'uscio dell'angoscia cresce ed esce,
ripasce e poscia pasce e pesce piglia
quella biscia che in cuor freddo bisciò.

Tutto di verde mi voglio vestire.
Tore è partuto e sola ti ha lasciato.
Quando Rosina scende giù dal monte.
A marechiaro ci sta una finestra

dove ognuno ci fa una fermatina, e se ne va
e se ne va per la via vagabonda
allegra o moribonda, mesta o cogitabonda
o bionda, o bella bionda
sei come l'onda.

Ancora sul letto di morte ebbe a dire, atteggiando la sua faccia a uno che per l'occasione è molto dispiaciuto (e gli riusciva benissimo):
Che vergogna morire a cinquant'anni!"

marcello de santis

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“EVA SE VA”

7 Agosto 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

“EVA SE VA”

Quella che vorrei scrivere non è l'ennesima biografia di Eva Duarte Peron, troppe ce ne sono e tutti, a grandi linee, sappiamo chi fu e come divenne la donna più amata di Argentina. Ciò che vorrei riuscire brevemente a raccontare è, invece, l'essenza di Evita, moglie che amò il suo uomo, madre che amò il suo popolo, che si dedicò alla gente comune, ai diseredati, donna che è rimasta nel cuore dell'Argentina e a cui il tempo e la storia non hanno offuscato il prestigio conquistato, né tolto l'amore di un'intera nazione. Eva scrisse nella sua autobiografia “Razòn de mi vida”: “Ho scoperto nel mio cuore un sentimento fondamentale che mi domina completamente lo spirito e la volontà: questo sentimento è l’indignazione dinanzi all’ingiustizia. Da che io lo ricordi, ogni ingiustizia mi fa dolere l’anima come se mi conficcassero dentro qualcosa. Di ogni età conservo il ricordo di qualche ingiustizia che mi fece indignare, dilaniando il mio intimo”.

Evita si portò dentro gli stenti e la miseria che conobbe fin da bambina, i sacrifici le forgiarono un carattere forte e volitivo e seppe non arrendersi mai, le sue origini illegittime e modeste la portarono ad affrontare i pregiudizi dei paesani prima, dell'alta borghesia argentina poi, e a schierarsi sempre dalla parte delle classi meno abbienti.

Eva era una bambina piccola di statura, una brunetta pallida e magrolina, i capelli castano scuri erano tagliati corti, aveva gli occhi nocciola e le labbra rosse. Di carnagione scura, ma con una venatura pallida e una pelle trasparente del colore e della dolcezza della magnolia, era l'immagine stessa dell'innocenza, soffriva della sua povertà, ma si riteneva fortunata rispetto a qualcuno che era ancora più povero di lei: gli indios ad esempio. Erano pochi quelli rimasti dopo le varie “epurazioni “ susseguitesi nel corso del tempo e qualcuno si era stabilito nella pampa. Facevano i carrettieri per vivere, erano Coliqueo originari del Cile e a scuola lei non aveva mai sentito parlare della loro storia, dei villaggi distrutti, i libri di testo sorvolavano su questi argomenti e liquidavano la partita con poche parole sulle tradizionali decorazioni del loro vasellame. Solo gli occhi di una bambina sensibile come Evita potevano notarli per le strade, ignorati da tutti, e scorgere disegnata sui loro corpi la fame, gli stenti, la stessa miseria che più tardi seppe scorgere nella gente del suo popolo e che cercò in ogni modo di lenire.

Intorno al 1930 l'Argentina era cambiata, dicono i biografi Navarro e Fraser ché, una distesa di terra vasta come il Belgio, la Svizzera e i Paesi Bassi messi insieme, si trovava nelle mani di 1804 proprietari soltanto, terre che avevano ricevuto in eredità dai loro antenati. Arrivate per successione da quei conquistatori che le avevano sottratte agli indios o guadagnate nel corso di guerre civili. Così per diritto di nascita quei 1804 oligarchi vivevano agiatamente fra Argentina e Europa arricchendosi con la vendita della carne. Gli altri argentini, quelli che non possedevano la terra, vagavano in cerca di lavoro, di cibo, transumanti , emigranti nella loro stessa patria ed erano poverissimi e affamati, così per la maggior parte si concentrarono lungo la costa e intorno a Buenos Aires dove si trovavano i primi insediamenti industriali. Eva stessa scriverà, ancora, nella “Razòn de mi vida”: “La ricchezza della nostra terra non è che una vecchia menzogna per i suoi figli. Durante un secolo nelle campagne e nelle città argentine sono state seminate la miseria e la povertà. Il grano argentino non serviva che ad appagare i desideri di pochi privilegiati … ma i peones che seminavano e raccoglievano questo grano non avevano pane per i loro figli”.

Eva crescendo cercò riscatto dalla miseria della sua infanzia nel mondo dello spettacolo e non si arrese alle prime difficoltà, studiò recitazione e dizione e ottenne qualche particina a teatro. Furono anni duri, di sacrifici e ancora privazioni, ma lei resisteva e viveva al ritmo del suo cuore fiero e testardo. I suoi progressi in ambito artistico furono determinati dal suo grande impegno personale e da un orgoglio fuori dal comune e col tempo riuscì a ottenere un po' di successo. Era divenuta la voce della radio, conosciuta e amata dagli ascoltatori che la chiamavano “senorita radio”. Recitava con voce acuta e rotta, dolorosa e candida, senza affettazione, una voce qualunque, simile a quella delle donne che l'ascoltavano rapite. Nella vita tutto è già segnato e predisposto dal destino, tutto è come un'eco che risponde: i suoni, la luce, i profumi, i colori e anche gli amori, fu poco dopo che Eva conobbe l'uomo della sua vita. Quando nel gennaio del 1944 un forte e terribile terremoto distrusse la città di San Juan, causando oltre diecimila vittime, l'Associazione radiofonica argentina promosse un festival per raccogliere fondi a favore dei senzatetto. Gli attori, per organizzare la raccolta delle offerte, si riunirono nell'ufficio del colonnello Juan Domingo Peron, segretario del Lavoro e degli affari sociali, lui stringeva la mano e sorrideva a ognuno di loro. Le spalle larghe, il passo elastico, quando Evita se lo vide venire incontro si sentì colpita dal calore del suo sguardo e sentì scorrere nel palmo della sua mano la vibrazione di un'energia che sembrava essere diretta a lei soltanto. Era alto, massiccio, vitale. Indossava l'uniforme bianca con berretto e stivali neri. Quando si tolse per un attimo il cappello, lei potè scorgere una folta chioma di capelli neri cosparsi di brillantina che li teneva perfettamente in ordine. Il suo sorriso era smagliante, aperto come il suo cuore e illuminava un viso rude e virile. Eva vide da subito in lui l'uomo argentino per eccellenza: muscoloso, dal portamento fiero, un uomo chiaro, onesto, facile da capire. Un uomo vero. Ammaliata dai suoi modi e dal suo discorso rispose alla sua stretta di mano dicendogli “Se è vostro desiderio il bene del popolo io vi starò accanto fino alla morte” profetiche parole. Evita si innamorò dell'affascinante colonnello, vedovo, aveva 48 anni, era dunque molto più grande di lei in età che ne aveva appena compiuti 26, ma da allora si schierò al suo fianco in ogni battaglia, in ogni situazione. Anche Peron aveva notato quella bella ragazza pallida ed emozionata e più tardi ebbe a raccontare nella sua biografia “aveva la pelle bianca, ma quando parlava il volto le si infiammava, le mani diventavano rosse a furia di intrecciarsi le dita. Quella donna aveva del nerbo...non era stato il suo fisico ad attrarmi ma la sua bontà.” La stessa sera, al festival, Evita si trovò seduta vicina a Peron e da quel momento tutti poterono constatare che il colonnello non si interessò minimamente allo spettacolo in scena, sembrava rapito dallo sguardo dalla donna che gli stava accanto e gli parlava. Eva evidentemente parlò al suo cuore e cosa disse per far sì che Peron socchiudesse quella porta cigolante, dai cardini arrugginiti non ci è dato saperlo, però da quella sera non si lasciarono più. Fu amore travolgente dal primo istante, Eva indossava un vestito nero, guanti neri lunghi fino al gomito e un cappello nero con la piuma bianca, Peron ne fu ammaliato, dopo la festa disertò l'invito degli organizzatori del festival e se ne andò con lei verso un destino che non ha ancora finito di far parlare e sognare.

Insieme hanno formato una coppia felice e affiatata. Peron rideva con Eva, si divertiva, è conosciuto l'episodio in cui, quando abitarono al palazzo dei presidenti, Peron e la moglie scesero il maestoso scalone scivolando e ridendo ciascuno sulla sua ringhiera come bambini. Evita lo aveva conquistato col suo carattere irruente e focoso, lo aspettava sotto casa di notte, lo riempiva di sfuriate ed era molto gelosa. Una volta, durante una tournée elettorale, abbandonò impettita la sala gremita di gente, perchè un gruppo musicale cantava davanti a Peron la samba preferita dalla sua povera moglie defunta. Lui non temeva le sue esplosioni di collera, perchè poi nell'intimità Evita ritornava a essere docile e innamorata. L'amò perché al di là delle carezze che sapeva fargli, faceva assegnamento su di lei, Eva possedeva un'esperienza umana che al colonnello, vissuto sempre nel bozzolo dell'esercito, mancava. Eva conosceva la gente, la capiva e sapeva sempre dirgli a chi credere e a chi no. Si fidò di lei, della sua tenerezza, della sua lealtà e del suo fiuto politico. Lei lo amava sopra ogni cosa, in maniera estrema, e Peron ricambiava pienamente l'amore di Evita, per lei affrontò il peggiore degli scandali, quello di portarla in pubblico, di non trattarla come un'amante clandestina e l'esercito, che non era mai riuscito a digerirla, gli si rivoltò contro. L' 8 ottobre 1945, proprio il giorno del suo cinquantesimo compleanno, in una riunione tenutasi al ministero, nel corso di confuse trattative che nascondevano losche manovre, a Peron vennero revocati i mandati e fu praticamente costretto a dimettersi e poco dopo venne arrestato con il progetto di ucciderlo. In quei giorni pioveva, così come pioverà in ogni attimo triste della loro vita. Eva pianse, piangeva singhiozzando, senza curarsi dei presenti e quando glielo portano via gli si aggrappò a un braccio finché un poliziotto non la staccò con la forza. Evita non potè vedere Peron pregare il suo accompagnatore di prendersi cura di lei, non poté nemmeno vedere il marinaio che scorgendolo salire a bordo della cannoniera Independencia pianse a sua volta come un bambino, perché tutti avrebbe voluto sapere imprigionato ma non il leader del popolo. Terminate le lacrime, Eva tirò fuori di nuovo la sua grinta e si dedicò anima e corpo a parlare con il popolo per le strade e la gente l'ascoltava, scendeva nelle piazze a protestare e il coro delle voci acclamanti Peron aumentava: “Oligarcas a otra parte viva el macho de Eva Duarte”. Eva stava diventando lo stendardo della rivolta. In realtà lei scrisse poi nella “Razon de mi vida” come in quei giorni si fosse sentita “ben piccola cosa”, lei voleva con tutto il cuore salvare soltanto la vita del suo uomo e non aveva intenzioni velleitarie. Ciononostante il 17 ottobre fin dal mattino presto attraversò in macchina i quartieri popolari chiamando gli operai allo sciopero e verso mezzogiorno non si contavano più le migliaia di lavoratori che si aggiravano per la città, al porto, alla Casa Rosada, all'ospedale a cercare Peron. Era piena di vita, di forza, trasmetteva coraggio a chi la ascoltava. Non si era mai visto un simile assembramento in tutta la storia dell'Argentina. Un mare umano o meglio un Rio de la Plata che dilagava per le strade: tutti gli operai, ma proprio tutti, erano scesi in strada dalla capitale e dalla periferia, alcuni suonavano dei tamburi dando al corteo un ritmo inquietante. Faceva caldo e i dimostranti si erano tolti le camicie, fu così che il giornale “La Prensa” per descriverli coniò il termine dispregiativo “descamisados” ma che da quel giorno servì a designare in maniera inequivocabile il popolo peronista e in quel mare di corpi Evita nasceva come la venere di Peron e Peron aveva vinto, fu rilasciato e si candidò alle elezioni.

Pochissimo tempo dopo si sposarono e, terminata la campagna elettorale, Peron fu eletto presidente ed Evita divenne la sua ombra. Due passi sempre dietro di lui, discreta ma determinante, iniziò l'opera che la rese la madonna dei poveri. Timida nei gesti e nelle parole ascoltava e, quando aveva capito, all'improvviso suggeriva una soluzione inaspettata, piccola, concreta ed efficace a cui semplicemente nessuno aveva pensato. Eva si rivelò un'ottima intermediaria tra gli operai e il presidente, le richieste dei sindacati arrivavano a lui attraverso lei di cui si fidavano e da cui ottenevano risultati che andavano ben oltre le loro aspettative. Occupò il posto che era stato del marito alla Secretaria del Lavoro e contribuì in modo determinante alla linea politica del marito, gestendone l’immagine e con la sua stessa attività verso la classe operaia e il mondo femminile. Nel 1947, grazie anche alla sua mediazione, in Argentina il voto fu esteso alle donne . Tradizionalmente, alla moglie del presidente era riservata la gestione della “Sociedad de beneficencia”, l’oligarchia borghese si rifiutò di concederle il ruolo di presidentessa con la giustificazione che fosse troppo giovane e inesperta. L'ente fu chiuso con un atto governativo e venne istituita, nel 1948, la “ Fundación María Eva Duarte de Perón”. La Fondazione distribuiva ogni anno enormi quantità di macchine per cucire, per favorire l’occupazione femminile, memore della madre che cuciva i vestiti per la sua famiglia Eva volle rendere ogni donna capace di pensare ai propri figli e all'uopo fece istituire scuole professionali di taglio e cucito. L'attività principale della Fondazione fu quella di sostenere le famiglie più bisognose, trovare e creare alloggi per anziani e donne, ospitare nelle case-scuola moltissimi bambini che venivano tolti dalla strada. Le casse traboccavano di donazioni e i lavoratori stessi si autotassavano volentieri rinunciando a un giorno di paga l'anno ben sapendo che i loro soldi nelle mani di Evita avrebbero portato il bene alla nazione. In meno di due anni furono spesi per opere sociali oltre 50 milioni di dollari. Evita si occupava di tutto in prima persona, riceveva e ascoltava chiunque si rivolgesse a lei, fece costruire scuole, ospedali, asili per l'infanzia, case di riposo, e alloggi per i lavoratori con affitto basso nelle vicinanze dei siti industriali. Nel 1948 nacque Evita city: 4000 abitazioni furono messe a disposizione delle famiglie più povere, persone abituate a vivere in tuguri malsani, incredule, si videro assegnare alloggi nuovi, completamente arredati, tavoli, letti, scarpe, medicine, vestiario e tutto quanto necessitasse loro. Evita non era più soltanto la voce gentile delle trasmissioni radiofoniche, diventò la signora dei miracoli, la “madona de america”. Riceveva in media dodicimila lettere al giorno, venivano lette e classificate dai suoi assistenti che avrebbero potuto anche rispondere, ma lei si interessava personalmente di ogni richiesta e convocava chi le aveva scritto. A volte, addirittura, per compiacere una bambina che le aveva richiesto semplicemente una bambola si recava direttamente a casa, bussava alla porta e consegnando il pacco, contenente il biondo oggetto dei desideri, diceva sorridendo “buongiorno signorina, è questo che mi hai chiesto?” Iniziava a lavorare alle sette del mattino e i primi a essere convocati erano i ministri, i funzionari, per costringerli ad alzarsi e spesso li aveva lasciati solo poche ore prima. Lavorava per giornate intere senza risparmiarsi, non si muoveva dalla sua scrivania, riceveva centinaia, migliaia di persone, venute da lontano che puzzavano per il viaggio, ognuno aveva l'odore della sua terra, odore di bestiame, di vino, di sudore di sporcizia, di malattia. Nella sua stanza c'erano sempre pronti bollitori con biberon pieni di latte per i bambini. Niente cipria, niente trucco per gli occhi che brillavano di emozione o di gioia mentre ascoltava i racconti e le richieste dei suoi poveri. Costretta dentro i suoi semplici tailleurs, Eva attraversava l'ufficio con passo rapido e sicuro, risplendeva di una luce irradiata dai suoi capelli, dal pallore del suo viso ogni giorno più magro, non aveva bisogno di nulla per apparire, perché finalmente era se stessa e si sentiva certa di essere al suo posto, di stare facendo il suo lavoro e ogni gesto le veniva spontaneo. Nelle fotografie non la si vede mai in posa, è sempre con lo sguardo diretto all'interlocutore, ma i bambini no, loro la guardano con occhi spalancati e vedono una donna giovane che alle tre del pomeriggio ancora non ha pranzato che dimentica di bere il bicchiere di latte che le hanno posato sulla scrivania, una donna stanca ma che non una volta si è alzata dalla sedia per andare in bagno, ci dovrà andare più spesso solo quando sarà costretta dalle perdite di sangue abbondanti segno della sua malattia oramai avanzata. E le donne venute dalla pampa la vedevano dimagrire, impallidire e si domandavano perché di tanto in tanto si alzasse dalla sedia, e, poggiandovi un ginocchio sopra, si piegasse in due Si guardavano incredule ”si ammazza di lavoro, si direbbe che soffra” dicevano. Lei non si dava tregua e trascurava la sua salute. Eva rispondeva a ogni richiesta donando sempre di più, sapeva bene che i poveri chiedono meno di ciò che abbisogna loro e non lo faceva semplicemente per farsi amare, ma perché guidata dalla sua profonda sensibilità. Era in grado di cogliere al volo una situazione, una reale necessità e cercava di risolvere una vicenda umana nel suo complesso: se una donna chiedeva un letto, si informava di quanti figli avesse e donava anche per loro, se una moglie chiedeva lavoro per il marito e la vedeva circondata di cinque sei figli, voleva sapere dove abitassero e le prometteva una casa popolare e proprio mentre la donna se ne andava contenta, pensando che finalmente non avrebbero più dormito in una capanna, la fermava e le diceva “ma ce li hai i soldi per l'autobus?” una preoccupazione che solo chi si è trovato senza soldi per tornare a casa può avere e così Evita rivelava la sua antica povertà. Molti bambini malati di scabbia venivano ricoverati nella casa presidenziale ricca di stanze e di bagni per una notte o per qualche giorno, il tempo necessario affinchè il medico potesse provvedere a farli lavare, disinfettare e potesse curarli. Entravano cenciosi e malaticci e uscivano curati e profumati con la certezza che migliorare la propria condizione si può e si deve lottare per questo. La Fondazione continuerà a lavorare e a distribuire aiuti ai poveri anche quando Evita non ci sarà più. Una donna addetta alla liquidazione della fondazione, Adela Caprile, racconterà di aver visto montagne di masserizie accatastate su scaffali alti fino al soffitto, pentole e tegami ma anche pantaloni per bambini, scarpe e medicinali. E dichiarerà ”Mai si è potuto imputare a Eva di essersi intascata un solo peso. Mi piacerebbe poter dire la stessa cosa delle persone che con me hanno collaborato alla liquidazione di quell'organismo.” Hanno provato in tanti a criticare l'opera di Evita, a strumentalizzarla per demonizzare il peronismo, ad additarla negativamente di fare della politica un uso demagogico allo scopo di asservire il popolo. In realtà anche i peggiori detrattori non sono riusciti a distruggere il valore umano e sociale delle opere di Eva Peron. Hanno dovuto ammettere che, se è vero che la Fondazione ha stretto un grande numero di argentini attorno a Evita,e di conseguenza a Peron, è altrettanto vero che innumerevoli furono le famiglie argentine sottratte alla miseria, all'ignoranza, alla fame, alla malvivenza, dalla bionda ragazzina venuta pochi anni prima da un piccolo paese di provincia.

Quando finalmente, nel 1951, Evita avrebbe potuto raccogliere i frutti del suo lavoro, acclamata dal popolo, dalle donne che avevano costituito un partito e candidarsi alla vice presidenza per sedersi a fianco al marito, ben altri furono i problemi reali da affrontare. Evita aveva trascurato molto la sua salute per dedicarsi anima e corpo alla Fondazione, aveva ignorato i dolori sempre più forti di cui soffriva all'addome, segnali che il suo corpo le aveva inviato, oramai occhiaie profonde le cerchiavano gli occhi, era vistosamente dimagrita così quando decise di farsi visitare, la diagnosi fu terribile, aveva un cancro che non le lasciava speranze di vita. Ancora una volta però Eva non si arrese e la malattia, anche se ormai in uno stadio avanzato, non le impedì di essere a fianco al marito durante la campagna elettorale con la stessa passione e l'impegno di sempre fino a crollare esausta fra le sue braccia durante un comizio. Evita votò per il marito dal suo letto di malattia e quando Peron, grazie a un plebiscito popolare, fu proclamato presidente per un secondo mandato riuscì con un ultimo immane sforzo fisico a essergli accanto il giorno della nomina e si sedette per una volta nella poltrona del vice presidente che avrebbe dovuto essere sua come richiesto a furor di popolo. Volle anche partecipare alla sfilata della vittoria: una folla oceanica fece ala al corteo che attraversava le vie di Buenos Aires verso la Casa Rosada, i lavoratori, gli emarginati in festa che l'acclamavano non potevano immaginare che non l'avrebbero mai più rivista viva. Era il suo addio, sorrideva e mandava baci ai suoi descamidsados dalla macchina, la malattia aveva avuto il sopravvento, il 26 luglio 1952 Evita morì, all'età di 33 anni. Chiuse gli occhi per sempre e non potè vedere l'immenso dolore dell'intera Argentina. Un dolore autentico, vera disperazione, per le strade la povera gente sentiva di aver perso la sua madona de america, non si trovava un fiore per tutta Buenos Aires, la camera ardente allestita al Ministero del lavoro dove lei era solita ricevere i suoi poveri, fu inondata e sommersa di mazzi colorati, la folla afflitta e silenziosa in una processione che raggiunse i tre km, per 13 giorni continuò a sfilare sotto una pioggia incessante , quella stessa solita pioggia dei loro giorni più tristi. Davanti alla bara donne, uomini e bambini in lacrime, si straziavano rappresentando la sofferenza di un'intera nazione. L'Argentina era stata colpita al cuore e faticava a riprendersi. La morte di Evita ebbe ripercussioni anche sul potere di Peron che di lì a poco fu costretto da un colpo di stato a lasciare il paese. La salma imbalsamata di Eva venne portata in Italia e, per diverso tempo, riposò sotto falso nome in un cimitero di Milano. Solo dopo vent'anni il suo corpo fece ritorno in Argentina, ma il dolore del popolo era ancora vivo e ora riposa finalmente nella sua terra, fra la sua gente nel cimitero della Recoleta. Il peronismo però non morì con lei, visse ancora per molto tempo, negli anni 70 i militari furono costretti a richiamare Peron e oggi a distanza di tanto tempo, di nuovo una peronista è al governo, per un secondo mandato.

Onesta, diretta, dal cuore ardente, Evita è la donna più importante nella storia del secolo scorso, era stata peronista molto prima dello stesso Peron per una questione di sentimenti, di sensibilità e per il profondo rifiuto verso le ingiustizie sociali. Durante l'ultimo accorato appello fatto dal balcone della Casa Rosada al suo popolo aveva chiesto “prendetevi cura del generale”, così nel suo ultimo colloquio privato col marito aveva chiesto “ non dimenticarti degli umili”e ancora le sue ultime parole furono per la madre” pobre vieja... Eva se va” non un pensiero per se se stessa, pensò sempre agli altri fino all'ultimo dei suoi respiri. “Eva se va” …. Eva ora appartiene alla storia.

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Edith Piaf, l'oiseaux de Paris

19 Maggio 2014 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #personaggi da conoscere, #marcello de santis, #musica

Edith Piaf, l'oiseaux de Paris

di Marcello de Santis

Edith Piaf, Parigi 1915 - Grasse 1963

L'oiseau de Paris, l'uccellino, il passerotto di Parigi quella sera si esibiva in uno dei tanti cabaret che avevano reso caratteristica e famosa la città della Senna, era al Club des Cinq, il Club dei Cinque, a Montmartre. Tra gli avventori, seduto a un tavolo d'angolo, c'era un bel ragazzo, conobbe il suo nome quando ebbero modo di si avvicinarsi: Marcel.

Glielo presentarono, o si presentò lui stesso con la simpatica faccia tosta, non sappiamo bene, e parlarono, là per là la cosa finì lì; almeno per quella sera; in cui lei piccolina ma elegante nel suo solito amatissimo abito nero e lui molto apparente nel suo vestito stretto a mettere in mostra la sua figura di atleta. Quando si rividero in America di lì a qualche tempo, s'innamorarono. Il passerotto di Parigi aveva poco più di trent'anni; era il 1948.

Ma come erano diversi, come lontane le loro personalità, il loro carattere, lei riservata e minuta, Edith Piaf, il cui nome cominciava a risplendere nei cieli della canzone francese; lui un giovane pugile già con una certa fama, Marcel Cerdan. Marcel era sposato, sua moglie Marinette gli aveva dato tre figli; ma al cuore non si comanda; fu un amore grande, ma tragico.

Marcel, campione algerino di pugilato, nato nel 1916, morì giovanissimo nel 1949 alla età di 33 anni in un incidente aereo; campione di Francia, campione d'Europa, Ebbe diversi record di vittorie consecutive sul ring, la più clamorosa fu di ben 47. Lo chiamavano il bombardiere marocchino per la sua esplosiva potenza.

Da campione d'Europa porta a termine 23 vittorie di fila, interrotte non per supremazia dell'avversario, ma per una ingiusta squalifica dell'arbitro. Poi riprese e ne fece altre 37 consecutive, un vero fenomeno del ring. C'è la guerra, parte come tanti giovani, e va a vincere anche il campionato inter-alleato dei pesi medi.

21 settembre 1948: conquista il titolo di campione del mondo, l'anno dopo a giugno viene sconfitto nella difesa del titolo da quel grande che fu Jack la Motta, il toro del Bronx.

E' il suo ultimo incontro, ché il 27 ottobre, muore.

Cerdan aveva preso un aereo della Air France, rotta Parigi-New York, per raggiungere il suo passerotto che si esibiva là. L'aereo si schianta nella notte dal 27 al 28, contro una montagna dell'isola di São Miguel nell'arcipelago delle Azzorre.

L'uccellino di Parigi che pareva tremare nelle ali ad ogni apparizione sulla scena, con quello sguardo smarrito, eternamente sofferente, non aveva ancora finito di soffrire, non era nemmeno alla metà dei dolori che avrebbero costellato la sua vita donna e di artista.

Marcel non sapeva i dolori della sua amata, sapeva solo il suo improvviso amore per quell'esserino fragile e indifeso con una voce meravigliosa ma già piena di destino. Marcel, che era nato ad Algeri e che si portava appresso tutta la sua miseria, ma anche - come si disse di un grande di spagna - Garçia Lorca, "si portava la morte addosso"; con una faccia che già mostrava i pugni che aveva preso, e la rabbia di chi ne avrebbe ancora dati tanti per la conquista della gloria che non arrivò.

In una Parigi dove gli esistenzialisti dovevano ancora arrivare, Edith Piaf fu acclamata come l'antesignana di questi nuovi artisti, come Juliette Greco e Jean Paul Sartre, e in qualche maniera Jacques Prévert. Venne a scompigliare le carte di una Parigi intellettuale o che a tale si atteggiava, dove i parigini impazzivano o quanto meno si lasciavano irretire dal gonnellino di banane della dea nera che scuoteva ancheggiando sul palcoscenico mentre cantava, quella Josephine Baker che, scuotendo voluttuosamente il corpo d'avorio e il seno nudo, cantava J'ai deux amour:

J'ai deux amours

mon pays e Paris

(io ho due amori, il mio paese e Parigi).

Edith fu naturalizzata francese e si esibì alle Folies Bergères alla fine degli anni venti del novecento.

Raggiunge un successo incredibile con la canzoneJ'ai deux amours che compose per lei Vincent Scott.

Questa minutissima giovane cantante dal viso triste, nasce a Parigi in una fredda giornata di dicembre del 1915, nel quartiere popolare di Menilmontand, con il nome di Edith Giovanna Gassion. Era destino che da grande dovesse fare la cantante, era scritto, come si direbbe oggi, nel suo DNA. Infatti già all'età di sette anni cominciò a cantare con la sua voce già forte e decisa, per la strada; dove i suoi genitori si esibivano per tirare avanti la carretta. Il padre Louis Alphonse faceva il contorsionista, l'acrobata anche, pensate, e la mamma Annette - che era italiana di origine, era toscana di Livorno, girava con il marito e tratteneva la gente cantando. Il suo nome d'arte era Line Marsal, era dedita all'alcol, e - racconta la storia - talvolta per arrotondare il misero ricavato della loro povera arte, si prostituisse.

Erano artisti, si fa per dire, artisti di strada, anche perché erano tanto poveri che non avevano neppure una casa fissa; forse un ricovero ce l'avevano, alla via Bellavilla, rue de Belleville; qui nacque Edith, questa la storia, ma c'è anche una leggenda da tenere presente: leggenda che ci racconta che la bimba nacque "davanti al numero 27 di quella via", sul marciapiede, e nell'occasione la mamma fu aiutata da un flic, un poliziotto di quartiere che svolgeva là il suo servizio, anche se il certificato di nascita indica il vicino ospedale. I signori Gassion erano poverissimi; non potevano permettersi di allevare un figlio; il signor Louis Alphonse dovette partire per la guerra, e allora dovettero, per forza di cose, affidare la neonata alla nonna di lei, alla signora Acha, che faceva l'ammaestratrice di pulci; che non si curò minimamente della ragazzetta. Fortunatamente restò da lei solo per poco più di un anno, ché - sempre secondo la leggenda, la nutriva con biberon pieno non di latte ma di vino; "il vino uccide i microbi" si giustificò quando gliela tolsero definitivamente. Ma il padre la tolse dalla padella per calarla sulla brace, come dice un vecchio detto; di ritorno dalla guerra la tolse alla signora Acha e la portò da sua madre Louise, che - udite udite - faceva la tenutaria di un bordello, in una paesino del nord della Normandia; la signora Louise, grazie al cielo, in qualche maniera si prese cura della bambinae la portò con sé e con sua madre ad esibirsi in strada. E - narra la storia - la gente si fermava e donava l'obolo che lei passava a pietire allungando la mano che stringeva un cappello - perché apprezzava più la voce di quella ragazzina, più che le piroette e lo spettacolo dei due artisti; uno scricciolo da niente, e tale sarebbe rimasta anche col passare degli anni.

Adesso Edith è una cantante famosa, la più famosa di Francia; e anche la più amata. Adesso può nutrirsi come si deve, eppure quando sgrana lo sguardo cantando davanti al suo pubblico invisibile seduto in platea all'oscuro, mentre la luce della ribalta è tutta per lei, pare tornare a guardare il film della sua vita, di quand'era bambina... a quando doveva ingoiare - e non le piaceva - il vino di nonna Acha, ma anche il buon latte delle mucche della Normandia di nonna Louise (e allora un breve sorriso le illuminava il viso emaciato).

Allora si chiamava Edith Gassion, oggi il suo nome era Edith Piaf. Piaf... che nel dialetto (argot) parigino voleva dire passerotto. Era piccola piccola, stava in una mano, pensate non raggiungeva il metro e mezzo (per l'esattezza appena 1.47).

Con tanta mestizia si diceva, guardando le foto che le scattavano tutti mentre si esibiva, mentre passeggiava, in ogni momento di questa sua nuova realtà: "io son l'oiseau de Paris", sono il passerotto di Parigi; e il nomignolo se lo portava appresso come la sua ombra, come il suo eterno dolore, come il suo destino. Anche in America dove la chiamavano little sparrow, piccolo passero, ché quello appariva anche agli occhi degli americani, un uccellino dalla voce dolce e amara, piena di ricordo e nostalgia, piena di tutto.

Ma non riusciva ad essere felice, nonostante tutto.

Non lo sappiamo, è vero; ma come non pensare che quando lo spettacolo della sua vita terminava, quando si ritirava per riposare nelle sue camere d'albergo, stremata dalla fatica che la scena comportava, la mente le tornasse eternamente alla sua infanzia!

Quante disavventure, mamma mia! Proviamo ad elencarle, sperando di non dimenticarne nessuna: quando a cinque anni di età stava da nonna Louise fu colpita da una fastidiosa cheratide che la rese cieca per qualche tempo, se ne presero cura le prostitute della casa di appuntamenti. Poi incidenti di macchina vari, l'ultimo insieme a Georges Moustaki le devastò il volto; una malattia al fegato molto grave che la porterà a stare a lungo in coma a rischio della vita; e alcuni interventi chirurgici, ricordiamo quello dell'anno 1960, durante un concerto al Walford Astoria di New York, Edith perde i sensi, cade sul palco perdendo sangue dalla bocca; ha un male allo stomaco, viene nuovamente operata; e nuova operazione, stavolta in Francia, a causa di un altro collasso durante un concerto a Stoccolma. Ultimo ma non ultimo un tentativo di suicidio.

Fu sulla strada insieme alla sorellastra Simone, fino a 15 anni, tra esibizioni nei caffè, nelle strade di Parigi, nei campi di militari; e negli infimi alberghetti dove dormivano. Intanto la voce si era affinata, e cominciava e vedersi quello che poi diverrà nel tempo il suo inimitabile stile canoro.

Un tale Louis Dupont la mette incinta, nasce un figlio che lei abbandona e che morirà di meningite a pochi mesi. Siamo alla fine della sua vita di strada, grazie al cielo.

E grazie a un altro Louis, il signor Leplée, che diventa Edith Piaf. Siamo nell'anno 1935, Edith ha 20 anni.

Leplée gestisce un locale alla moda, e la nota esibirsi in un angolo di strada a Pigalle, quartiere poco raccomandato frequentato dalla malavita parigina, e le fa firmare un contratto per il suo cabaret. Le cambia nome, diventa La Mome Piaf (stesso significato: piccolo uccellino), le dà nuovi rudimenti di canto, di movimenti sulla scena, di abbigliamento (abito nero, che porterà per sempre), Piaf comincia la sua nuova vita.

Con lo sguardo al passato, quando sotto la luce della scena scrutava il vuoto davanti a sé, a cercare i sogni non realizzati, gli incubi ricorrenti, gli amori tempestosi e sfortunati; a mettere insieme ricordi svaniti che si mescolavano a invenzioni della sua fantasia.

La morte di Marcel Cerdan - scandaloso per l'epoca, essendo lui sposato con figli - fu il colpo finale alla sua fragilità; il senso di colpa per averlo chiamato lei a raggiungerla in America dove era per lavoro, e lei a consigliargli quell'aereo che si schiantò addosso a un monte delle isole Azorre, la portò a bere dissolutamente, cade in depressione, si droga ogni volta che ne sente il bisogno, quasi sempre, fa un uso scellerato di morfina.

Ricordiamolo, era il 1949.

Il 28 ottobre, a New York, il giorno dopo l'incidente l'oiseau de Paris, il little sparrow Americano, dedica al suo uomo che non c'è più la più bella e la più triste canzone del suo repertorio; l'Hymne a l'amour; col suo abito nero, curva più che mai sul suo eterno dolore, lo sguardo sempre là nel vuoto dei sogni e dei ricordi.

Non vogliamo qui parlare dello sviluppo della sua carriera, che molto ci sarebbe da dire; degli incontri con artisti famosi accenneremo appena; il primo fu Charles Trenet, poi ancora Maurice Chevalier, e Gilbert Becaud. E che dire dei suoi amori, tutti senza fortuna? Uno breve brevissimo, con l'attore Paul Meurisse, che le aprì la porta del cinema; il giornalista Henry Contet, finito quasi prima di nascere; nel 1944 si lega a Ives Montand, è lei che lo lancia e lo fa diventare famoso, ma poi finisce come doveva finire.

I successi seguono ai successi, è la volta de La vie en rose, che per lei non è mai stata di colore rosa, tutt'altro.

Quand il me prend dans ses bras

Il me parle tout bas

Je vois la vie en rose

Il me dit des mots d’amour

Des mots de tous les jours

Et ça me fait quelque chose

Quando mi prende fra le sue braccia, / egli mi parla sottovoce, / desidero una vita in rosa.... / Mi dice parole d'amore, / parole di tutti i giorni, / e, ciò, mi fa un certo non so che....

Marcel è morto da due anni, l'artista intreccia una relazione con Charles Aznavour, ma sarà una amicizia affettuosa da parte di tutt'e due. Altro incidente d'auto, tutt'e due rischiano la vita. Sposa Jacques Pills, cantante, che la lascerà per i suoi eccessi di alcol e droghe che le procureranno una forma molto accentuata di delirium tremens per la quale malattia viene ricoverata a lungo in Ospedale. Continuano i successi, nascono tra le altre canzoni Les amants d'un jour, Gli amanti di un giorno, Mon Manège À Moi che noi conosciamo meglio con il titolo Tu me fais tourner la tête, Tu mi fai girare la testa; e poi "Milord", scritta dal suo nuovo amore George Moustaki.

Charles Dumont cantautore francese, scrive per lei l'ultima canzone importante della sua vita; "Non, Je Ne Regrette Rien", la canzone che sarà e resterà per sempre il simbolo della sua vita.

Le resterà poco da vivere, Edith Piaf è stanca, malata, fisicamente malmessa, una grave forma di artrite deformante l'ha rattrappita tutta, e che le procura sofferenze indicibili.

Cade in coma, una anomala forma di "pace" cui la cantante ha sempre anelato e che adesso ha - seppure malamente - raggiunto.

Voglio qui postare una breve recente poesia di un mio amico poeta, Franco Conti, che ha voluto ricordare la grande piccola cantante così:

EDITH PIAF

(L'existentialisme dans la musique:

Vivre la vie avec passion)

E via

dispiega ancora al vento

il tuo canto infinito

piccolo uccello

dalla grande anima,

hai vissuto una breve stagione

ai confini dell'esistenza

la somma di mille vite

nell'intenso abbandono alla passione.

Penso a te

come a un bianco gabbiano

che solca i mari d'inverno

riscaldato dal sole dell'anima.

Te ne sei andata

dopo un breve volo

con le ali bruciate

dalle intense emozioni

ma la tua voce

canta ancora nel tempo,

canta ancora di una vita in rosa

sotto il cielo di Parigi

e sotto i cieli

dove vivono uomini

che sanno vivere, amare, soffrire.

Oh oui, la tua voce

chante encore et pour tojours

l'ymne à l'amour...

...NOUVEAU EXISTENTIALISME

Nouveau existentialisme

signifie vivre la vie avec passion:

dans l'amour que c'est l'expression de l'ame,

dans l'espace du temps et du monds possibles,

dans le souffle doux des reves qui font susurrer une chanson d'amour...

Franco Conti

(da 'Metamorfosi del divenire: Poetiche di vita' - Cap. IV - Musica: Il canto del-l'anima - pag.92 - Editrice Montedit, 2011)

***

Due suoi amici Simon Berteaut, e il suo recente marito Théo Satrapo, che aveva la metà dei suoi anni, la portano nella villa di Simone sulla Costa Azzurra; qui soffre per mesi, atrocemente; qui muore l'11 ottobre dell'anno 1963; non aveva ancora cinquant'anni. Muore dopo che per una vita intera erano falliti i suoi tentativi di mentire a se stessa per cambiare - nella fantasia - in belle le cose brutte che avevano costellato la sua ingrata esistenza.

Non! Rien de rien

Non! Je ne regrette rien

Ni le bien qu'on m'a fait ni le mal

Tout ça m'est bien égal!

No! Niente di niente / No! Non rimpiango niente

Né il bene che mi hanno fatto né il male / Mi va tutto bene ugualmente!

marcello de santis

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Henry Rider Haggard, ovvero chi viene prima di Wilbur Smith?

7 Aprile 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Le miniere di re Salomone

Henry Rider Haggard, 1985

Edizione di riferimento

Donzelli editore, 2004

pp 230

21, 80

Sappiamo tutti che Henry Rider Haggard (1856 – 1925) è considerato a pieno titolo, grazie al ciclo di Ayesha - in particolare al best seller “She”, ma anche a racconti gotico avventurosi come “La signora di Blossome” - il precursore del fantasy e della letteratura d’immaginazione, alla stregua di Lovecraft, Poe, Verne e Stevenson.

Ma ci siamo mai chiesti chi c’era prima di Wilbur Smith, delle cacce, delle savane infuocate, delle lotte tribali fra zulu, del romanzo d’avventura per eccellenza? Ancora lui, Henry Rider Haggard, con la sua famosissima opera “Le miniere di re Salomone”, e il personaggio leggendario di Allan Quatermain.

Sia in “She”, che ne “Le miniere di re Salomone”, l’avventura trova il suo nucleo centrale nel rapporto con la natura selvaggia, incontaminata e vergine ma, soprattutto, nell’esplorazione e nella scoperta di mondi nascosti, “perduti”, in gran voga nel periodo vittoriano, ripresa da Kipling, Conan Doyle, Rice Burroughs, e amplificata in seguito da Holliwood (si pensi a film come “Il mondo perduto: Jurassic Park”). In Haggard si tratta di caverne, contenenti segreti e misteri rimasti sconosciuti ai più (come non pensare alle miniere di Moria?) fin troppo ovvi simboli di discesa nell’inconscio. Non stupisce che il ciclo di Ayesha abbia attirato l’attenzione di Freud e Jung.

I tòpoi della letteratura fantastica sono molti, come l’invecchiamento improvviso di Ayesha in “She”, che ci ricorda quello di Morgana in Excalibur, o lo Spirito della Fiamma che riporta alla scena finale di “Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta”. Anche qui è l’abuso di magia che corrompe e distrugge invece di vivificare e rafforzare. Altro topos è l’agnizione, con il riconoscimento di Umbopa /Ignosi come legittimo re dei Kukuana ne “Le miniere di re Salomone”.

Henry Rider Haggard nasce nei pressi di Norfolk, dove trascorre un‘infanzia poco felice a causa della salute malferma e delle difficoltà di apprendimento. Frequenta circoli parapsicologici e si convince di essere egli stesso dotato di facoltà straordinarie. Parte per il Natal dove verrà catturato dal fascino dell’Africa meridionale. Scrive “Le miniere di re Salomone” per dimostrare di saper inventare una storia alla pari con “L’isola del tesoro” di Stevenson, dopo che alcune sue novelle non hanno incontrato il successo da lui sperato. Il romanzo è dell’85 e diventa subito un best seller, seguito da “She”, nell’87.

Rider Haggard viaggia per il mondo, visita l’Egitto, come Wilbur Smith, e il Messico, traendo spunti per nuovi libri e imparando a confezionare velocemente romanzi d’intrattenimento e di successo. Il personaggio di Quatermain dà vita ad altre narrazioni, per la maggior parte inedite in italiano.

Quatermain, detto “Macumazahn”, colui che scruta nella notte, è il modello de “il grande cacciatore bianco”, non anticolonialista ma comunque giusto e buono con gli indigeni. Predatore infallibile ma non sanguinario, si definisce sempre “un uomo mite”, addirittura “un po’ vile”, e trova l’eccesso di massacro vagamente “nauseante.”

Haggard è un colonialista convinto, sente la supremazia bianca come indiscutibile e sono sgraditi per il nostro palato moderno certi suoi atteggiamenti di superiorità verso gli indigeni e certe scene di caccia che hanno la spietatezza di quelle di Hemingway senza averne la bellezza ma, almeno, senza il compiacimento cruento dell’autore di “Verdi colline d’Africa”.

Avventura, poca sottigliezza psicologica, nessun conflitto interiore, grandi scene di caccia e di guerra come si addice alla più tipica letteratura d’evasione. E, tuttavia, a tratti, è presente un’insolita riflessione filosofica sull’uomo, sul suo posto nel ciclo della vita e sulla sua caducità.

Eppure l’uomo non muore finché il mondo, allo stesso tempo sua madre e sua tomba, resta. Il suo nome è certo dimenticato, ma il suo respiro agita ancora le cime dei pini sulle montagne, il suono delle sue parole riecheggia ancora nell’aria; i pensieri nati dalla sua mente li ereditiamo oggi; le sue passioni sono la nostra ragione di vita; le sue gioie e i suoi dolori sono nostri amici… la fine, dalla quale fuggiva atterrito, sarà di certo anche la nostra! Certo l’universo è pieno di spiriti, non velati spettri da cimitero, bensì gli inestinguibili e immortali elementi della vita, che, nati una volta, non possono mai morire.” (pag 143)

Da ricordare che il nostro Emilio Salgari pubblicò con lo pseudonimo di Enrico Bartolini un adattamento del romanzo, dal titolo “Le caverne dei diamanti” nel 1899. Memorabile anche il film del 1950 con Stewart Granger nei panni di Quatermain, e Debora Kerr, sebbene, a detta dello stesso narratore, “non c’è una sola sottana in tutta la storia.”

We all know that Henry Rider Haggard (1856 - 1925) is fully considered, thanks to Ayesha's cycle - in particular to the best seller "She", but also to adventurous Gothic tales such as "The Lady of Blossome" - the precursor of fantasy and imaginative literature, like Lovecraft, Poe, Verne and Stevenson.

But have we ever wondered who was there before Wilbur Smith, the hunts, the savannahs, the tribal struggles between Zulu, the adventure novel par excellence? He,  Henry Rider Haggard, with his famous work "King Solomon’s Mines", and the legendary character of Allan Quatermain.

Both in "She" and in "King Solomon’s Mines", adventure finds its central core in the relationship with wild, uncontaminated and virgin nature but, above all, in the exploration and discovery of hidden "lost ” worlds, In vogue in the Victorian period, created by Kipling, Conan Doyle, Rice Burroughs, and later amplified by Hollywood (think of films like" The Lost World: Jurassic Park "). In Haggard these are caves, containing secrets and mysteries remained unknown to most (how can we not think of the mines of Moria?) All too obvious symbols of descent into the unconscious. It is not surprising that Ayesha's cycle attracted the attention of Freud and Jung.

There are many topoi of fantastic literature, such as Ayesha's sudden aging in "She", which reminds us of Morgana's in “Excalibur”, or the Spirit of the Flame that brings us back to the final scene of "Indiana Jones and the Raiders of the Lost Ark" . Here too it is the abuse of magic that corrupts and destroys instead of vivifying and strengthening. Another topos is agnition, with the recognition of Umbopa / Ignosi as the legitimate king of the Kukuana in "King Solomon’s Mines".

Henry Rider Haggard was born near Norfolk, where he spent an unhappy childhood because of poor health and learning difficulties. He attended parapsychological circles and was convinced that he himself had extraordinary faculties. He leaves for Natal where he is captured by the charm of southern Africa. He writes "King Solomon’s Mines" to show that he can invent a story on par with Stevenson's "Treasure Island", after some of his short stories have not met the success he hoped for. The novel is from 1985 and immediately became a best seller, followed by "She" in 87.

Rider Haggard travels the world, visits Egypt, like Wilbur Smith, and Mexico, drawing inspiration for new books and learning how to quickly make entertainment and hit novels. Quatermain's character gives life to other narratives, mostly unpublished in Italian.

Quatermain, called "Macumazahn", the one who peers into the night, is the model of "the great white hunter", not anti-colonial but still fair and good with the natives. Infallible but not bloody predator, he always defines himself as "a mild man", even "a little cowardly", and finds the excess of massacre vaguely "sickening."

Haggard is a convinced colonialist, he feels white supremacy as unquestionable and has certain attitudes of superiority towards the natives. Some hunting scenes have the ruthlessness of those of Hemingway without having their beauty but, at least, without the bloody complacency of the author of "Green Hills of Africa".

Adventure, little psychological subtlety, no internal conflict, great hunting and war scenes as befits the most typical escape literature. And, however, at times, there is an unusual philosophical reflection on man, on his place in the cycle of life and on his transience.

 

"Yet man does not die as long as the world, at the same time as his mother and grave, remains. His name is certainly forgotten, but his breath still agitates the tops of the pines on the mountains, the sound of his words still echoes in the air; we inherit the thoughts born from his mind today; his passions are our reason for living; his joys and sorrows are our friends ... the end, from which he fled, terrified, will certainly be ours too! Of course, the universe is full of spirits, not veiled cemetery ghosts, but the inextinguishable and immortal elements of life, which, once born, can never die. "

Emilio Salgari published with the pseudonym of Enrico Bartolini an adaptation of the novel, entitled "The caves of diamonds" in 1899. Also memorable is the 1950 film with Stewart Granger as Quatermain, and Debora Kerr, although, according to the narrator himself, "there is not a single skirt in the whole story."

Henry Rider Haggard, ovvero chi viene prima di Wilbur Smith?
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Giosuè Borsi

6 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Giosuè Borsi

“Città giovine e forte, che il divino

mare accarezza, il vasto ed alto sole,

a Te che cresci in opulenza, vale!

A Te, per carità di Te, m’inchino!”

(Dal sonetto “Alla città natale” di Giosuè Borsi)

Giosuè Borsi (1888 – 1915) nacque a Livorno, nella casa di via degli inglesi. Dovette il suo nome al Carducci, amico del padre. Studiò al liceo classico Niccolini Guerrazzi e si laureò a Pisa.

Così descrive se stesso:

Nere chiome; occhi bruni e lunghe ciglia,narici aperte; impube avida bocca,

voce grave, parola che somigliauna dritta saetta quando scoccaErto busto; esil corpo che s’abbiglia

Con cura forse troppo vana e sciocca.

Cominciò a poetare presto, con versi, manco a dirlo, d’ispirazione carducciana. Il padre, Averardo, nato a Castagneto Maremma, era uno dei tanti letterati che orbitavano attorno al Carducci, indiscusso maestro dell’epoca. Chiamò il figlio Giosuè proprio in onore dell’amico poeta.

In un periodo di sperimentazione e di avanguardia come quello, la posizione di Giosuè si attestò su forme tradizionali, classicheggianti, imitatorie.

Voci

Chi sussurra così? L’onda del mareOggi somiglia un pianto doloroso,

e par che pianga e pare

che dica. – Io non avrò nessun riposo.Chi gorgheggia così’

Quel rosignolo,

la sera, piange tantoperché si sente soloe per compagno ha il canto.Chi mormora così? Sono le frondeD’un alberello in fiore:sanno che al mondo quel che nasce muore,e il vento passa, ascolta e non risponde.E questo canto flebile e tranquillo?Senti: - fiorin fiorello,io canto sempre come canta il grilloche tutti i giorni inventa uno stornello!E tace il cuore e ascolta l’ansimare,il canto, il gorgheggiare anche , e il sussurro…si lamenta la terra, il cielo, il mare…Una vela è lontana nell’azzurro.

Scrisse commedie, novelle, racconti per l’infanzia, ma anche pezzi critici e giornalistici. Con lo pseudonimo di Corallina, fu cronista e confezionò pezzi come inviato sul terremoto di Messina e sulla biennale d’arte di Venezia.

Era elegante, molto ricercato nei salotti, fece vita dissoluta di cui poi si pentì. Ebbe successo come conoscitore e fine dicitore di Dante. Ma la morte del padre e della sorella Laura lo gettarono nello sconforto, al punto che, quando morì anche l’amatissimo nipotino, figlio di Laura, Giosuè tentò il suicidio.

Pur essendo cresciuto in ambiente anticlericale e agnostico, le sventure della vita lo orientarono verso il cristianesimo. Divenne terziario francescano, cioè un laico che s’impegna a vivere nel mondo lo spirito di San Francesco.

Fra il 1912 e il 13 scrisse “Le confessioni di Giulia", dedicate alla donna amata, intesa in versione angelicata e dantesca.

Fu interventista nella prima guerra mondiale perché considerava la morte sul campo come l’espiazione di una vita di peccato.

Pochi giorni prima di morire, scrisse una lettera alla madre, considerata il suo più alto momento letterario.

“Tutto dunque mi è propizio”, diceva, “tutto mi arride per fare una morte fausta e bella, il tempo, il luogo, la stagione, l’occasione, l’età. Non potrei meglio coronare la mia vita.”“Sono tranquillo, perfettamente sereno e fermamente deciso a fare tutto il mio dovere fino all'ultimo, da forte e buon soldato, incrollabilmente sicuro della nostra vittoria immancabile. Non sono altrettanto certo di vederla da vivo, ma questa incertezza, grazie a Dio, non mi turba affatto, e non basta a farmi tremare. Sono felice di offrire la mia vita alla Patria, sono altero di spenderla così bene, e non so come ringraziare la Provvidenza dell'onore che mi fa.Non piangere per me mamma, se è scritto lassù che io debba morire. Non piangere, perché tu piangeresti sulla mia felicità. Prega molto per me perché ho bisogno. Abbi il coraggio di sopportare la vita fino all'ultimo senza perderti d'animo; continua ad essere forte ed energica, come sei sempre stata in tutte le tempeste della tua vita; e continua ed essere umile, pia, caritatevole, perché la pace di Dio sia sempre con te. Addio, mamma, addio Gino, miei cari, miei amati.”

Riuscirà nel suo intento: morirà in un assalto a Zagora. Nella sua giacca, insieme a medaglie insanguinate, saranno ritrovate una foto della madre e la Divina Commedia.

L’associazione culturale Giosuè Borsi è nata nel 2004 come continuazione del gruppo omonimo, attivo a Livorno dal 1988, in occasione del primo centenario della nascita del poeta. Inizialmente si è occupata di custodire i cimeli del concittadino, prima conservati in un piccolo museo, ora chiuso. Con il riconoscimento del Comune di Livorno, ha la custodia etica del Famedio di Montenero, che raccoglie resti e ricordi dei livornesi illustri. L’associazione, con sede in via delle Medaglie d’Oro 6, mantiene vivo il ricordo di Giosuè Borsi (1888 – 1915) e promuove conferenze e studi sulla storia della città e sui suoi personaggi dimenticati. Pubblica con cadenza semestrale la rivista “La Torre” e ha provveduto a far ristampare numerose opere di borsiane.

Il presidente dell’associazione, Carlo Adorni, ha curato un’antologia intitolata “Omaggio a Giosuè Borsi” con prefazione del compianto professor Loi, di cui abbiamo un ammirato ricordo come nostro insegnante di storia. L’antologia, edita nel 2007 dalla casa editrice “Il Quadrifoglio” e corredata di bellissime foto, contiene versi da varie raccolte - fra le quali Primus Fons - alcune interpretazioni dantesche - di cui Borsi era appassionato e fine dicitore - il famoso Testamento spirituale, esempio elevato di scrittura religiosa, e L’ultima lettera alla madre, il suo momento poetico più alto.

Come evidenza Loi, Arte, Patria e Religione furono i tre motivi ispiratori dell’opera borsiana, seppur egli non sia stato poeta “di grande ala”. Dopo una vita di piaceri, vissuta con senso di colpa, dopo essere cresciuto all’ombra degli ideali carducciani e classicisti paterni, dopo aver bramato per se stesso l’amore della donna e la gloria dell’artista, Borsi ebbe una profonda conversione spirituale che lo avvicinò al cristianesimo. Il testamento spirituale è una conferma di quanto egli abbia sentito, pur nella sua beve esistenza, la vanità e il peso delle cose terrene. Il dolore lo ha colpito, attraversato, prostrato, con colpi ripetuti e brutali: la morte del padre, della sorella Laura e del nipotino nato dalla relazione di questa con il figlio di D’Annunzio.

Ma nella sua morte in battaglia, ricercata, ambita, desiderata, c’è molto di decadente, l’ultima pennellata wildiana o dannunziana data ad una vita artistica, sublimata, però, e illuminata, dalla spiritualità, da una ricerca di purezza francescana. La morte è bella, è fausta, perché consegna alla gloria, rende leggendari, redime dai peccati e, tuttavia, in questa morte intesa come coronamento più che come rinunzia, scompare il terziario francescano, il rinunciante, e riaffiora il superuomo nietzschiano.

“Lascio la caducità, lascio il peccato, lascio il triste ed accorante spettacolo dei piccoli e momentanei trionfi del male sul bene: lascio la mia salma umiliante, il peso grave di tutte le mie catene, e volo via, libero, libero, finalmente libero, lassù nei cieli dove è il padre nostro, lassù dove si fa sempre la sua volontà.”(pag 172)

Riferimenti

Carlo Adorni, “Omaggio a Giosuè Borsi”, edizioni il quadrifoglio, Livorno, 2007

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I fratelli Grimm

4 Febbraio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Jacob Ludwig Karl Grimm (1785 - 1863) e Wilhelm Karl Grimm (1786 – 1859) erano fratelli, legatissimi al punto che, quando uno dei due si fece una famiglia, prese l’altro a vivere con sé. Le numerose delusioni li portarono poi a chiudersi in un loro mondo fantastico, un po’ come capitò a Tolkien nell’ultima parte della vita. Nati ad Hanau, vicino a Francoforte, furono linguisti e filologi, padri fondatori della germanistica, autori di un importantissimo dizionario che venne completato postumo solo negli anni sessanta. Jakob è anche famoso in glottologia per la celebre legge che da lui prende il nome: la prima rotazione consonantica (Erste Lautverschiebung).

Nel mondo, però, sono conosciuti soprattutto per aver raccolto e rielaborato le fiabe della tradizione popolare tedesca in “Fiabe” (Kinder- und Hausmärchen, 1812-1822) e “Saghe germaniche” (Deutsche Sagen, 1816-1818). Pubblicarono, tuttavia, anche fiabe francesi e di altri paesi.

Il loro operato fa parte del movimento ottocentesco di riscoperta e rivalutazione del folklore popolare. In un periodo in cui la crescente alfabetizzazione portava alla scomparsa della tradizione orale, influenzati dal romanticismo di Clemens Brentano e da von Arnim, i Grimm compirono le loro ricerche col preciso intento di recuperare, non tanto favole per bambini, quanto racconti che contenessero lo spirito di un intero popolo, favorendo la nascita di una identità germanica.

Era forse giunta l’ora di riunire queste fiabe, dato che coloro che le devono conservare sono sempre di meno…”

La stessa azione compì Elias Lönrot nel 1835 in Finlandia con il Kalevala.

Le fiabe che riproposero erano in versione originale non destinate a un pubblico infantile. Quello che è giunto fino a noi è un adattamento edulcorato, depurato dei particolari più cruenti, risalente alle traduzioni inglesi del 1857. Le due sorellastre di Cenerentola, ad esempio, nella versione originale si tagliano calcagno e alluce nel tentativo di entrare nella famosa scarpetta. Sembra, però, che una certa censura sia stata condotta anche dai Grimm per quanto riguarda contenuti sessualmente espliciti.

Le stesure nel corso degli anni furono molteplici, i Grimm modificarono le storie per venire incontro ai gusti della nuova borghesia tedesca e perché s’imbatterono continuamente in versioni diverse. Si sforzarono, comunque, di rendere i racconti così come li avevano ascoltati, in uno stile semplice, mimetico del linguaggio popolare, senza abbellimenti e persino un po’ scarno. Molto diverse le due trasposizioni di Cenerentola, quella barocca, aristocratica, di Perrault e quella brulla, sanguinosa, dei Grimm. Dobbiamo, infatti, precisare che l’opera dei Grimm era stata preceduta nel seicento da quella del nostrano Gianbattista Basile (con “Lo cunto de li cunti” 1643 – 46) e da quella dal francese Perrault.

Le storie hanno un’ambientazione cupa, oscura, fatta di orchi, streghe che mangiano bambini, genitori che li abbandonano nel bosco, madri (e non matrigne!) che pretendono il cuore delle figlie, lupi che divorano. È un mondo di case nella foresta, di animali parlanti, di arcolai, di fusi che addormentano, di paglia che diventa oro, di specchi magici, di mele avvelenate. I protagonisti sono esponenti del popolo o dell’aristocrazia, l’intento è edificante, con il lieto fine che premia sempre il comportamento retto e onesto.

Se Vladimir Propp ne ha analizzato la struttura ricorrente, se non è impossibile ricollegarle alle teorie degli archetipi e dell’inconscio collettivo di Jung, è ormai famosissima l’interpretazione freudiana che ne ha dato Bruno Bettelheim. Certo è che le fiabe – tutte, non solo quelle dei Grimm - assolvono un compito consolatorio per i bambini.

Attraverso la narrazione i piccoli superano le paure, oggettivandole, acquistando fiducia in un lieto fine, risolvendo conflitti edipici, rivalità fraterne, sensi di colpa latenti, primi turbamenti sessuali inconsci, timore dell’abbandono, riti di passaggio all’età adulta e alla maturità psicofisica. Imparano altresì a distinguere ciò che è bene da ciò che è male, a schierarsi dalla parte dell’eroe positivo, a fidarsi dell’aiuto esterno, a non demoralizzarsi di fronte a difficoltà e a sentimenti d’inadeguatezza, ad accettare l’esistenza del male, considerandolo superabile. Nelle favole dei Grimm chi non è degno, chi non si comporta come dovrebbe, va incontro a una brutta fine, e l’apparente mancanza di pietà nella punizione è soltanto giustizia agli occhi dei piccoli.

Il bambino trae molta più consolazione e giovamento dall’ascolto di una fiaba che da un ragionamento logico. Attraverso le immagini fantastiche e la narrazione, rielabora in modo subliminale e istintivo i precetti, assimilandoli senza sforzo.

Anche nelle fiabe attuali, quelle dei libriccini cartonati in vendita negli scaffali degli autogrill, la parola più ricorrente è PAURA. Esorcizzare i terrori infantili, e vincere l’ansia da prestazione dei bambini, sembra essere lo scopo principale del mondo fiabesco.

Per concludere, ricordiamo che un’operazione simile a quella dei fratelli Grimm è stata compiuta dal nostro Italo Calvino nel 1956 con le fiabe della tradizione popolare italiana.

Jacob Ludwig Karl Grimm (1785 - 1863) and Wilhelm Karl Grimm (1786 - 1859) were brothers, very close to the point that, when one of the two started a family, he took the other to live with him. The numerous disappointments then led them to shut themselves in their fantasy world, a bit like what happened to Tolkien in the last part of life. Born in Hanau, near Frankfurt, they were linguists and philologists, founding fathers of German studies, authors of a very important dictionary which was completed posthumously only in the sixties. Jakob is also famous in glottology for the famous law that takes his name: the first consonantal rotation (Erste Lautverschiebung).

In the world, however, they are known above all for having collected and reworked the tales of the German popular tradition in "Fairy Tales" (Kinder- und Hausmärchen, 1812-1822) and "Germanic Sagas" (Deutsche Sagen, 1816-1818). However, French and other fairy tales were also published.

Their work is part of the nineteenth-century movement of rediscovery and revaluation of popular folklore. In a period in which the growing literacy led to the disappearance of the oral tradition, influenced by the romanticism of Clemens Brentano and von Arnim, the Grimm carried out their research with the specific intent to recover, not so much fairy tales for children, as tales that contained the spirit of an entire people, favouring the birth of a Germanic identity.

 

"Perhaps the time had come to reunite these fairy tales, given that those who must preserve them are less and less ..."

 

Elias Lönrot did the same action in Finland in 1835 with the Kalevala.

The fairy tales they re-proposed were in the original version not intended for a child audience. What has come down to us is a sweetened adaptation, stripped of the bloodiest details, dating back to the English translations of 1857. The two stepsisters of Cinderella, for example, cut their heel and big toe in the original version in an attempt to enter the famous shoe. It seems, however, that some censorship has also been conducted by the Grimms regarding sexually explicit content.

The drafts over the years were multiple, the Grimm changed the stories to meet the tastes of the new German bourgeoisie and because they continually came across different versions. They endeavoured, however, to make the stories as they had listened to them, in a simple, mimetic style of popular language, without embellishments and even a little lacklustre. The two transpositions of Cinderella are very different: the baroque, aristocratic one, by Perrault and the bleak, bloody one, by the Grimm. In fact, we must specify that the work of the Grimm had been preceded in the seventeenth century by that of our local Gianbattista Basile (with "Lo cunto de li cunti" 1643 - 46) and by that by the French Perrault.

The stories have a dark, dark setting, made up of orcs, witches who eat children, parents who abandon them in the woods, mothers (and not stepmothers!) who demand the hearts of their daughters, wolves who devour. It is a world of houses in the forest, talking animals, spinning wheels, spindles that let you fall asleep, straw that turns into gold, magic mirrors, poisoned apples. The protagonists are representatives of the people or aristocracy, the intent is edifying, with the happy ending that always rewards righteous and honest behaviour.

 

If Vladimir Propp has analyzed their recurring structure, if it is not impossible to link them to the theories of archetypes and the collective unconscious of Jung, the Freudian interpretation that Bruno Bettelheim has given is now famous. What is certain is that fairy tales - all, not only those of the Grimm - perform a consoling task for children.

Through storytelling, children overcome fears, objectifying them, gaining confidence in a happy ending, solving oedipal conflicts, fraternal rivalries, latent guilt feelings, first unconscious sexual disturbances, fear of abandonment, rites of passage to adulthood and to psycho-physic maturity. They also learn to distinguish what is good from what is bad, to take sides with the positive hero, to trust external help, not to become demoralized in the face of difficulties and feelings of inadequacy, to accept the existence of evil , considering it surmountable. In the tales of the Grimm those who are not worthy, those who do not behave as they should, face a bad end, and the apparent lack of pity in punishment is only justice in the eyes of the little ones.

The child derives much more consolation and benefit from listening to a fairy tale than from logical reasoning. Through fantastic images and narration, he subliminally and instinctively reworks the precepts, assimilating them effortlessly.

Even in current fairy tales, those of the hardback booklets on sale in the shelves of the roadside restaurants, the most recurring word is FEAR. Exorcising childhood terror, and overcoming children's performance anxiety, seems to be the main goal of the fairy tale world.

To conclude, remember that an operation similar to that of the Grimm brothers was carried out by our Italo Calvino in 1956 with the fairy tales of the Italian popular tradition.

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Bram Stoker, "Dracula"

3 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Forse se Abraham (Bram) Stoker (1847 – 1912) non avesse sofferto di un’infermità che lo costrinse a letto fino agli otto anni, i temi del sonno senza fine e della resurrezione dal mondo dei morti non avrebbero tanto infiammato la sua fantasia. La guarigione miracolosa, la ripresa fisica di cui fu protagonista, capace di trasformare un infermo in un atleta, ha molto in comune col mito del vampiro che, attraverso il sangue, ringiovanisce, rigenera i propri tessuti, inverte il corso della natura.

Nato a Clontarf, in Irlanda - già terra di folletti e di banshee –Bram Stoker si laureò in matematica al Trinity College e fu critico teatrale per The Evening Mail. Sposò Florence Balcombe, per qualche tempo corteggiata anche da Oscar Wilde, dalla quale ebbe un unico figlio. Coltivò amicizie importanti con Arthur Conan Doyle, con il pittore preraffaellita Whistler, ed una, strettissima, con l’attore Henry Irving di cui fu segretario. Fin troppo facili le allusioni, certo è che il mito del vampiro si è sempre collocato in quell’aura di sessualità deviata, che va dalla pedofilia - si pensi ai bambini di cui si nutre Lucy Westenra e alla vampirizzazione di Claudia in Intervista col Vampiro - alla necrofilia, ma sempre in una prospettiva di decolpevolizzazione, depenalizzazione dell’atto erotico. Da Bram Stoker ad Anne Rice, giù giù fino a buona parte della saga di Stephenie Meyer, il sesso diventa orale, si fa dalla cintola in su, in una voluttà che, oltre al piacere estremo, sovrumano, fornisce conoscenza, vita eterna, sapienza, bellezza. Almeno fino a quando Bella Swan e Edward Cullen non decidono che si può provare anche a consumare il matrimonio, generando una piccola ibrida umana - vampira.

Il manoscritto di “Dracula” circolava già fra la cerchia degli amici di Stoker nel 1890 ma fu pubblicato solo nel 1897, dopo sette anni di studi approfonditi sulla cultura e sulle credenze dei Balcani. Il romanzo si situa in una tradizione sia antecedente che posteriore, fa da spartiacque, da pietra miliare. Si collega a Goethe, a The Vampyre di Polidori, alle opere di Ann Radcliffe, di Monk Lewis, di Maturin, di Mary Shelley, di Edgar Allan Poe e del di poco posteriore Rider Haggard. Racconta la ben nota storia del conte Dracula, un nosferatu, cioè un non morto della tradizione mitteleuropea. L’ispirazione era stata fornita a Stoker dall’ungherese Arminius Vambéry, (e, pare, anche da un incubo scaturito da una scorpacciata di gamberi), professore che lo aveva introdotto alla leggenda di Vlad Tepes Dracul, l’Impalatore. L’irlandese non visitò mai i luoghi che descrive nel suo romanzo, cioè Bistritza e la Transilvania, ma scrisse un romanzo molto realistico, quasi documentaristico nonostante l’argomento.

Le atmosfere sono cupe e oscure ma il tono è impiegatizio. Non bisogna dimenticare che il più famoso romanzo gotico è stato scritto dall’autore di “I doveri degli impiegati nelle udienze per i reati minori in Irlanda”. La lingua è appesantita da un’assillante cura del dettaglio e da un’eccessiva ripetitività dei termini. L’autore si dilunga per farci riflettere, l’imperfezione linguistica crea un senso di verità, di ansia crescente e anche di modernità inconsueta per l’epoca.

Ma quello che conta è la creazione di un personaggio mitico e archetipico. I personaggi minori non sono ben caratterizzati, solo Dracula spicca. Il vampiro è il male, è l’ignoto che si cela nella vita di ogni giorno e dentro di noi ma è anche l’eroe romantico byronico e satanico. Così come Lord Ruthven di Polidori s’ispirava proprio alla femminea, inquietante e diabolica figura di Byron, così come i moderni vampiri di Anne Rice – Louis, Lestat, Armand e la bambina Claudia, bambola immortale fissata in un’eterna immagine puerile - saranno circondati da un alone romantico, di malinconia, di disperazione senza confini, di eterno bisogno di redenzione mai soddisfatto, anche il conte Dracula è avvolto da un alone di solitudine e dolore. La stessa emarginazione e cupio dissolvi del mostro creato da Victor Frankestein.

“Io non cerco né gaiezza né allegria, né la voluttuosa luminosità della luce dl sole e delle acque scintillanti che tanto piacciono a chi è giovane e gaio. Io non sono più giovane. E al mio cuore, logorato dagli anni di lutto per i miei morti, poco si confà la gaiezza. E poi, i muri del mio castello si stanno disfacendo; molte sono le ombre, e il vento soffia freddo attraverso le merlature e le finestre infrante. Io amo l’oscurità e le ombre, e per quanto possibile vorrei restar solo con i miei pensieri.”

Il vampiro di Stoker, però, si discosta da quello di Polidori pur conservandone la malinconia aristocratica. Viene accentuato il legame con gli animali e le forze della natura, in particolare col lupo, legame che verrà poi ripreso dalla Meyer nella dicotomia vampiro Edward/ licantropo Jacob.

Il conte Dracula morirà per mano di Van Helsing e Jonathan Harker e la sua morte significherà espiazione. Il medesimo riscatto che, nel bellissimo film di Coppola, Dracula riceverà da Mina, reincarnazione della sua donna perduta. Il film, infatti, più che mai pone l’accento sul connubio amore e morte, eros e thanatos, così caro alle atmosfere romantiche e decadenti.

“Quel che mi consolerà finché vivrò è stato scorgere sul suo volto, proprio nel momento della dissoluzione finale, un’espressione di pace che mai avrei immaginato di poter vedere.”

Più che di opera letteraria vera e propria, possiamo parlare di mito, di archetipo che attraversa la tradizione, sia arricchisce, muta e, insieme, si fissa, a ogni riscrittura, a ogni adattamento cinematografico o teatrale. Le atmosfere sono le stesse, haunted and ghosted, rintracciabili in Emily Brönte, con le brughiere dello Yorkshire che si trasformano nei dirupi innevati dei Carpazi.

Ben presto ci siamo trovati racchiusi tra gli alberi, che in alcuni punti s’incrociavano ad arco sulla strada, tanto che pareva di passare in una galleria. Ancora una volta, grosse rocce si piegavano accigliate su di noi, scortandoci burbere a destra e a sinistra. Benché fossimo al riparo, sentivo il vento levarsi, gemeva e fischiava tra le rocce, e i rami degli alberi si scontravano tra loro al nostro passaggio. Si faceva sempre più freddo, e una neve impalpabile ha cominciato a cadere, ben presto noi stessi, e tutto intorno a noi, siamo stati ricoperti d’un bianco manto. Il vento penetrante ancora trasportava l’ululato dei cani, che tuttavia si faceva sempre più debole, man mano che procedevamo nel nostro cammino. Il verso dei lupi risuonava sempre più vicino, come se ci stessero accerchiando.

A ogni luogo (il castello del conte, la casa di Lucy Westenra, Carfax) corrisponde un’uccisione. La morte di Lucy, vittima innocente e inconsapevole, fa da discriminante fra chi è ignaro, e quindi in balia del male, e chi lo conosce per poterlo combattere. Lucy è il prototipo decadente dell’innocenza violata, della purezza corrotta, del fiore sgualcito dal profumo sottilmente erotico e proibito. Mina non è molto diversa nel libro ma acquista più spessore e valenza romantica nel film di Coppola, incarnando l’amore che va oltre la morte, diventando strumento attraverso cui opera la Provvidenza.

La struttura della narrazione sfrutta la forma epistolare ma non solo, utilizzando, oltre alle lettere, anche telegrammi e articoli di giornale, in un gioco di sfaccettature già molto moderno. L’io narrante è multiplo.

Il racconto, dunque, non è fatto per voce di un unico narratore, ma di molti, e questi non hanno come solo referente un ipotetico lettore, bensì di volta in volta se stessi (attraverso il diario, sorta di ripensamento e fissazione degli eventi), un altro personaggio (attraverso la lettura dei diari altrui e tramite lo scambio di lettere e telegrammi) e solo in ultima istanza il lettore che, come un accidentale spettatore o testimone, indirettamente viene a conoscenza degli eventi.” (Paola Faini)

***

Riferimenti

Riccardo Reim Introduzione a Stoker Dracula, Newton Compton, 1993, 2006

Paola Faini, Prefazione a Stoker Dracula, Newton Compton, 1993, 2006

Perhaps if Abraham (Bram) Stoker (1847 - 1912) had not suffered from an illness that forced him to bed until the age of eight, the themes of endless sleep and resurrection from the world of the dead would not have inflamed his imagination so much. The miraculous healing, the physical recovery of which he was the protagonist, capable of transforming an infirm into an athlete, has much in common with the myth of the vampire who, through blood, rejuvenates, regenerates his tissues, inverts the course of nature.

Born in Clontarf, Ireland - formerly land of goblins and banshees - Bram Stoker graduated from Trinity College in mathematics and was a theater critic for The Evening Mail. He married Florence Balcombe, for some time also courted by Oscar Wilde, with whom he had only one son. He cultivated important friendships with Arthur Conan Doyle, with the Pre-Raphaelite painter Whistler, and one, very close, with the actor Henry Irving of which he was secretary. Allusions are all too easy, it is certain that the myth of the vampire has always been placed in that aura of deviated sexuality, which goes from pedophilia - think of the children Lucy Westenra feeds on and Claudia's vampirization in Interview with the Vampire - to necrophilia, but always in a perspective of justification, decriminalization of the erotic act. From Bram Stoker to Anne Rice, down to most of the Stephenie Meyer saga, sex becomes oral, it is done from the waist up, in a voluptuousness that, in addition to extreme, superhuman pleasure, provides knowledge, eternal life, wisdom , beauty. At least until Bella Swan and Edward Cullen decide that you can also try to consume the marriage, generating a small human - vampire hybrid.

The manuscript of Dracula already circulated among Stoker's friends in 1890 but was published only in 1897, after seven years of in-depth studies on Balkan culture and beliefs. The novel is located in a tradition both antecedent and later, it acts as a watershed, a milestone. It connects to Goethe, to Polidori's The Vampyre, to the works of Ann Radcliffe, Monk Lewis, Maturin, Mary Shelley, Edgar Allan Poe and the slightly later Rider Haggard. It tells the well-known story of Count Dracula, a nosferatu, that is, an undead of the Central European tradition. The inspiration had been provided to Stoker by the Hungarian Arminius Vambéry, (and, apparently, even from a nightmare arising from a feast of prawns), a professor who had introduced him to the legend of Vlad Tepes Dracul, the Impaler. The Irishman never visited the places he describes in his novel, namely Bistritza and Transylvania, but wrote a very realistic novel, almost documentary despite the topic.

The atmospheres are dark and obscure but the tone is clerical. It should not be forgotten that the most famous Gothic novel was written by the author of "The duties of employees in hearings for minor crimes in Ireland". The language is weighed down by a nagging attention to detail and by an excessive repetitiveness of the terms. The author goes on to make us reflect, the linguistic imperfection creates a sense of truth, of growing anxiety and also of unusual modernity for the time.

But what matters is the creation of a mythical and archetypal character. The minor characters are not well characterized, only Dracula stands out. The vampire is evil, it is the unknown that is hidden in everyday life and within us but he is also the romantic byronic and satanic hero. Just as Polidori's Lord Ruthven was inspired by the feminine, disturbing and diabolical figure of Byron, as well as the modern vampires of Anne Rice - Louis, Lestat, Armand and the little girl Claudia, immortal doll fixed in an eternal childish image - will be surrounded by a romantic aura, of melancholy, of boundless despair, of an eternal need for redemption never satisfied, even Count Dracula is wrapped in an aura of solitude and pain. The same marginalization and cupio dissolvi of the monster created by Victor Frankestein.

 

I am not looking for gaiety or cheerfulness, nor the voluptuous brightness of the light of the sun and the sparkling waters that are so pleasing to those who are young and gay. I am no longer young. And my heart, worn out by the years of mourning for my dead, is not well suited to gaiety. And then, the walls of my castle are falling apart; there are many shadows, and the wind blows cold through the battlements and the broken windows. I love darkness and shadows, and as far as possible I would like to be alone with my thoughts. "

Stoker's vampire, however, differs from that of Polidori while retaining its aristocratic melancholy. The bond with animals and the forces of nature is accentuated, in particular with the wolf, a bond that will then be taken up by Meyer in the vampire dichotomy Edward / werewolf Jacob.

Count Dracula will die at the hands of Van Helsing and Jonathan Harker and his death will mean atonement. The same redemption that, in Coppola's beautiful film, Dracula will receive from Mina, reincarnation of his lost woman. The film, in fact, more than ever puts the accent on the union of love and death, eros and thanatos, so dear to romantic and decadent atmospheres.

 

"What will console me as long as I live was to see on his face, just at the moment of the final dissolution, an expression of peace that I never imagined I could see."

 

More than a literary work itself, we can speak of a myth, an archetype that crosses tradition, both enriches, changes and, at the same time, is fixed at every rewrite, at every cinematographic or theatrical adaptation. The atmospheres are the same, haunted and ghosted, traceable in Emily Brönte, with the Yorkshire moors that turn into the snowy cliffs of the Carpathians.

 

We soon found ourselves enclosed in the trees, which in some places crossed each other and arched on the road, so much so that it seemed as if we were going through a tunnel. Once again, large rocks were frowning over us, escorting us grumbling to the right and left. Although we were sheltered, I felt the wind rise, moan and whistle among the rocks, and the branches of the trees collided with each other as we passed. It was getting colder, and an impalpable snow began to fall, very soon we ourselves, and all around us,  were covered in a white blanket. The penetrating wind still carried the howling of the dogs, which however became weaker and weaker as we progressed on our way. The sound of wolves rang ever closer, as if they were encircling us.”

 

Every place (the Count's castle, Lucy Westenra's house, Carfax) corresponds to a killing. The death of Lucy, an innocent and unaware victim, discriminates between those who are ignorant, and therefore at the mercy of evil, and those who know it to be able to fight it. Lucy is the decadent prototype of violated innocence, corrupt purity, the crumpled flower with a subtly erotic and forbidden scent. Mina is not very different in the book but acquires more depth and romantic value in Coppola's film, embodying the love that goes beyond death, becoming an instrument through which Providence operates.

The structure of the narrative exploits the epistolary form but not only, using, in addition to the letters, also telegrams and newspaper articles, in an already very modern game of facets. The narrating self is multiple.

 

"The story, therefore, is not made for the voice of a single narrator, but for many, and these do not have a hypothetical reader as their referent, but from time to time themselves (through the diary, a sort of rethinking and fixation of events ), another character (by reading the diaries of others and by exchanging letters and telegrams) and only in the last resort the reader who, as an accidental spectator or witness, indirectly learns of the events. " (Paola Faini)

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Omaggio a Giorgio Caproni

10 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi, #poesia, #personaggi da conoscere

Omaggio a Giorgio Caproni

Tra Livorno e Genova, il poeta delle due città

Omaggio a Giorgio Caproni

a cura di Patrizia Garofalo e Cinzia Demi

Edizioni Il Foglio, 2013

pp. 110

Ci sono saggi letterari che illuminano, arricchiscono, fanno dire: “Ecco, questo è proprio ciò che pensavo e sentivo”. Ce ne sono altri che grondano accademia, ad esempio quelli letti nei giorni dell’università, quando dovevi perdere un’ora, non per studiare il poeta o il romanziere in questione, ma solo per capire cosa intendesse il critico con la sua nebulosa accozzaglia di parole. Si finiva per telefonarci l’un l’altro fra studenti, chiedendo: “Ma tu cosa hai recepito?” Si cercava di ricostruire il filo del discorso, di “tradurre” il testo in un italiano comprensibile, mettendo faticosamente in relazione soggetto e predicato. Spesso, alla fine, una volta parafrasato e volgarizzato, il saggio era riassumibile in tre o quattro concetti cardine. Provavamo, allora, il bisogno di allontanarci da un mondo fatto solo di gente che si parlava addosso, e immergerci nella vita reale, nelle cose concrete.

Questa premessa per segnalarvi una raccolta di saggi su Giorgio Caproni - poeta più che mai alla ricerca del contatto totale fra parola e cosa – che contiene testi sia dell’uno e che dell’altro stampo. Per fortuna sono prevalenti di gran lunga quelli del primo tipo.

“Tra Livorno e Genova, il poeta delle due città”, a cura di Patrizia Garofalo e Cinzia Demi, è un omaggio a Giorgio Caproni, che si sviluppa in dodici saggi, alcuni frutto di due convegni organizzati da una delle curatrici, a Palermo e a Bologna, altri opera di studiosi e cultori e persino dello stesso figlio di Caproni. Molti emozionano, uno in particolare annoia perché scritto in un linguaggio intellettualmente auto compiaciuto.

La raccolta si apre con un’intervista che il figlio di Caproni, Attilio Mauro, ha rilasciato a Matteo Bianchi. Caproni figlio sostiene che scrivere versi è una pratica difficilissima, non è sufficiente mettere parole in colonna per essere poeti, non si deve rispecchiare un’epoca specifica, bensì avere intuizioni che scavalcano il tempo e restano valide a distanza di secoli. Il poeta raggiunge la maturità artistica attorno ai quaranta anni, dopo di che la creatività scema e si ripercorrono i propri passi con meri esercizi di stile.

Il secondo saggio, di Angelo Andreotti, si occupa della raccolta “Res amissa”, uscita postuma nel 1991 a cura del filosofo Giorgio Agamben. La res amissa è la cosa che si può perdere, la cosa che c’era ma di cui si è smarrito anche il ricordo, la cosa nascosta così bene da essere scomparsa e che permane solo come assenza, come nostalgia di un Dono ormai inconoscibile: forse la Grazia, forse la Vita, forse la Poesia stessa, in ogni caso il Bene.

“Gli ultimi versi della sua produzione poetica, e in particolare quelli di Res amissa, risultano franti, in parte anche sincopati, interrotti da trattini e parentesi, separati da spazi bianchi e puntini (di “canto spezzato parla Agamben”); e con questa disarmonia – con questo respiro affannato, ansioso – sembra voler negare al lettore la piacevolezza della lettura, o per lo meno imporgli un ritmo rigido, per nulla naturale”. (Angelo Andreotti)

Il terzo saggio, ancora a firma Matteo Bianchi, è indicativo di una tendenza che, ultimamente, si sta diffondendo nella critica, quella, cioè, di essere multimediale, di mescolare “alto e basso”. (La recente candidatura di Vecchioni al Nobel per la letteratura ne è un esempio.) In questo saggio, Bianchi accosta il testo di “Canzone”, di Lucio Dalla e Samuele Bersani, con la poesia di Caproni “Preghiera”. E, nonostante la disparità di valore, come dimenticare che la poesia è nata proprio con accompagnamento di musica? Come dimenticare il video nel quale Caproni stesso confessa di essersi avvicinato alla poesia da paroliere dei propri componimenti musicali?

Bianchi rimarca il rifiuto del classicismo in Caproni, il suo aggancio con la tradizione popolare di Genova e di Livorno, la facilità e, insieme, la sapienza estrema della rima, l’eco nei suoi versi di Cavalcanti e dei primitivi.

Il quarto saggio, di Fabio Canessa, si sofferma sui temi del congedo e del viaggio, cari al poeta livornese: il congedo è da una vita cara, amata e superiore alla poesia, una vita che nessuna parola riesce a rendere.

“Io son giunto alla disperazione calma,

senza sgomenti.”

“Nella musicalità affabulatoria orchestrata dagli enjambement, nel lessico discorsivo del tono colloquiale c’è tutta la “calma disperazione” dell’accettazione della vita e della morte.”

Anche il viaggio si fonde con il suo contrario, con “la negazione della partenza e il corto circuito fra passato, presente e futuro sfiora il nonsense.”

Nel quinto pezzo, Maurizio Caruso parla degli elementi che hanno ispirato il quadro di Caproni riprodotto sulla copertina.

Nel sesto, Cinzia Demi si occupa della raccolta “Il seme del piangere” (1959) e, in particolare, degli splendidi Versi livornesi. Se Genova è la città della maturità, dell’essere a pieno se stesso, Livorno è il luogo dell’anima, dell’infanzia, del re-incontro con la madre giovane. Il dolore è modulato con disincanto come in “Ad portam inferi” che qui riproponiamo per la sua semplice bellezza.

Chi avrebbe mai pensato, allora,

di doverla incontrare

un'alba (così sola

e debole, e senza

l'appoggio di una parola)

seduta in quella stazione,

la mano sul tavolino

freddo, ad aspettare

l'ultima coincidenza

per l'ultima stazione?

Posato il fagottino

in terra, con una cocca

del fazzoletto (di nebbia

e di vapori è piena

la sala, e vi si sfanno

i treni che vengono e vanno

senza fermarsi) asciuga

di soppiatto - in fretta

come fa la servetta

scacciata, che del servizio

nuovo ignora il padrone

e il vizio - la sola

lacrima che le sgorga

calda, e le brucia la gola.

Davanti al cappuccino

che si raffredda, Annina

di nuovo senza anello, pensa

di scrivere al suo bambino

almeno una cartolina:

"Caro, son qui: ti scrivo

per dirti ..." Ma invano tenta

di ricordare: non sa

nemmeno lei, non rammenta

se è morto o se ancora è vivo,

e si confonde (la testa

le gira vuota) e intanto,

mentre le cresce il pianto

in petto, cerca

confusa nella borsetta

la matita, scordata

(s'accorge con una stretta

al cuore) con le chiavi di casa.

Vorrebbe anche al suo marito

scrivere due righe, in fretta.

Dirgli, come faceva

quando in giorni più netti

andava a Colle Salvetti,

"Attilio caro, ho lasciato

il caffè sul gas e il burro

nella credenza: compra

solo un pò di spaghetti,

e vedi di non lavorare

troppo (non ti stancare

come al solito) e fuma

un poco meno, senza,

ti prego, approfittare

ancora della mia partenza,

chiudendo il contatore,

se esci, anche per poche ore."

Ma poi s'accorge che al dito

non ha più anello, e il cervello

di nuovo le si confonde

smarrito; e mentre

cerca invano di bere

freddo ormai il cappuccino

(la mano le trema: non riesce,

con tanta gente che esce

ed entra, ad alzare il bicchiere)

ritorna col suo pensiero

(guardando il cameriere

che intanto sparecchia, serio,

lasciando sul tavolino

il resto) al suo bambino.

Almeno le venisse in mente

che quel bambino è sparito!

E' cresciuto, ha tradito,

fugge ora rincorso

pel mondo dall'errore

e dal peccato, e morso

dal cane del suo rimorso

inutile, solo

è rimasto a nutrire,

smilzo come un usignolo,

la sua magra famiglia

(il maschio, Rina, la figlia)

con colpe da non finire.

Ma lei, anche se le si strappa

il cuore, come può ricordare,

con tutti quei cacciatori

intorno, tutta quella grappa,

i cani che a muso chino

fiutano il suo fagottino

misero, e poi da un angolo

scodinzolano e la stanno a guardare

con occhi che subito piangono?

Nemmeno sa distinguere bene,

ormai tra marito e figliolo.

Vorrebbe piangere, cerca

sul marmo il tovagliolo

già tolto, e in terra

(vagamente la guerra

le torna in mente, e fischiare

a lungo nell'alba sente

un treno militare)

guarda fra tanto fumo

e tante bucce d'arancio

(fra tanto odore di rancio

e di pioggia) il solo

ed unico tesoro

che ha potuto salvare

e che (lei non può capire)

fra i piedi di tanta gente

i cani stanno a annusare.

"Signore cosa devo fare,"

quasi vorrebbe urlare,

come il giorno che il letto

pieno di lei, stretto

sentì il cuore svanire

in un così lungo morire.

Guarda l'orologio: è fermo.

Vorrebbe domandare

al capotreno. Vorrebbe

sapere se deve aspettare

ancora molto. Ma come,

come può, lei, sentire,

mentre le resta in gola

(c'è un fumo) la parola,

ch'è proprio negli occhi dei cani

la nebbia del suo domani?

La Demi avvicina Caproni a Saba, anch’egli controcorrente per lo stile umile.

Annina è un archetipo femminile, una cavalcantiana e stilnovistica figura guida, che accompagna l’anima del poeta ormai vecchio attraverso una Livorno popolare, gioiosa, mattutina e non ancora bombardata. La madre diventa fidanzata del figlio ma non in un rapporto incestuoso, bensì atemporale, che ricongiunge e fonde le anime; così come la poesia “A mio figlio Attilio Mauro che ha il nome di mio padre”, contenuta in “Il muro della terra” (del 75), crea un legame astorico fra padre e figlio, dove il padre diventa figlio di suo figlio (quasi un’eco, ancora una volta, del paradiso dantesco e della Vergine Maria) e viene trasportato in quel futuro che non gli apparterrà.

Portami con te lontano

...lontano...

nel tuo futuro.

Diventa mio padre, portami

per la mano

dov'è diretto sicuro

il tuo passo d'Irlanda

l'arpa del tuo profilo

biondo, alto

già più di me che inclino

già verso l'erba.

Serba

di me questo ricordo vano

che scrivo mentre la mano

mi trema.

Rema

con me negli occhi allargo

del tuo futuro, mentre odo

(non odio) abbrunato il sordo

battito del tamburo

che rulla - come il mio cuore: in nome

di nulla - la Dedizione.

Il settimo saggio, scritto da Flora di Legami, è il più ostico, indigesto e compiaciuto. Si occupa delle raccolte “Il Franco Cacciatore “ (1982)“ e Il conte di Kevenhüller” (1986), già di per sé difficili per il linguaggio franto e l’ardua ricerca stilistica.

“Il franco cacciatore” è ispirato a un’opera di Weber, su libretto di Kind, ma s’inserisce in una tradizione che, come dice la di Legami, “da Dante a Boccaccio, da Petrarca a Poliziano, da Marino a Bruno, giunge alla modernità con Valery e Melville”. Le metafore venatorie e mitologiche e il motivo del viaggio sono la traccia per una discesa all’interno del sé alla ricerca di valori universali. “Bellezza e orrore, attesa e vuoto, vitalità e morte, parola e silenzio, sono i nuclei di un racconto, disposto sul metro della mitica caccia.” (Flora di Legami)

La caccia è nei confronti di Dio, la morte del cacciatore è il sacrificio della parola al silenzio. I continui punti di sospensione, le parentesi, le frasi spezzate indicano un’ indagine che si avvita su se stessa aspirando a un’inattingibile essenzialità.

“Atteone è segno del lavorio ininterrotto per dire l’indicibile.” “Per via di continui slittamenti inversioni e giochi di antifrasi, il poeta compone inediti arabeschi di sovversione logica, con cui rendere gli scarti disarmonici dell’esistere e del pensiero.”

“Il conte di Kevenhüller” (1986) è una sorta di “operetta morale” basata sulla caccia a una feroce Bestia che altri non è che la parola stessa.

“Se la parola è l’involucro in cui prendono forma e consistenza angosce, tremori, interrogazioni e dubbi di una ricerca esistenziale, nessuna meraviglia che proprio questa divenga la preda mitica del poeta cacciatore.”

Alla fine si ha un’infinita e ossimorica coincidenza di opposti, una myse en abyme fra vita e morte, cacciatore e preda.

L’ottavo saggio, di Rosa Elisa Giangoia, si riferisce al poemetto “Ballo a Fontanigorda” (1938), evidenziando il legame di Caproni con la val Trebbia, i suoi boschi, i suoi villaggi e la statale 45. Qui Caproni fu maestro elementare e partigiano. Qui la sua poesia, basata più “sul togliere parole che sull’aggiungerne”, arriva al definitivo superamento della concezione romantica e decadente di paesaggio come specchio dello stato d’animo e ritratto di luogo ameno e pittoresco. Il paesaggio non comunica emozioni, è uno spazio rarefatto, semplificato, è un luogo da cui tutti se ne vanno, lasciandoci soli con il bosco e il fiume, mentre, man mano, le certezze svaniscono e le risposte ridiventano domande.

Il nono saggio, di Gianfranco Lauretano, parte dalla raccolta “Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee” (1965) per mostrarci come dal ‘65 al ‘90 Caproni non abbia fatto che congedarsi da tutto, dalla vita, dalla famiglia, dagli amici, da quello che chiamava mézigue, cioè “me stesso”. Già da cinquantenne inizia a salutare, mentre la sua poesia sempre più si rastrema, mentre la storia lo delude, mentre il concetto di Dio, per lui ateo, diventa sempre più sfuggente e, insieme, paradossalmente desiderabile.

Il decimo saggio, del linguista Fabio Marri, ci mostra nei particolari come lavora il poeta Caproni, come la sua lingua facile, quasi elementare - se sottoposta ad analisi tecnica - sveli tutta la sua sapienza e l’artificio.

Il linguaggio è semplice ma composto anche di termini rari e aulici, di aggettivi inusuali, il senso letterale delle parole è trasformato e arricchito dalla loro forma fonica, dall’armonia all’interno della frase, dalla posizione nel discorso poetico, dalla disposizione sintattica. Il verso è agile, si allunga nell’enjambement, si dispiega in rime baciate, prima chiare, poi, con l’acuirsi del tormento interiore e della ricerca, sempre più scure. La rima serve ad accostare fra loro parole che possono fondersi o cozzare, come in Cavalcanti, Carducci, Pascoli, prima, e Ungaretti, Montale, Saba, Luzi, poi. Le parentesi, invece di isolare, evidenziano concetti fondamentali, epifanici, le frasi diventano esclamative e interrogative, a sottolineare riflessioni dolorose.

Tutto questo, a detta di Caproni stesso, senza formalismi forzati, senza ritorni anacronistici ad avanguardie superate, senza anticonformismo obbligato, ma anche senza nessuna musicalità consolatoria.

L’undicesimo saggio, di Paolo Ruffilli, mette in collegamento la poesia di Caproni con l’opera lirica settecentesca e con la cultura illuminista.

Infine l’ultimo, di Massimo Scrignoli, evidenzia l’immagine ricorrente in Caproni della “stella nera”, luce spenta ma pur sempre luce, collegata al ricordo della perduta sorella minore, Marcella.

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Mary Shelley, "Frankenstein"

12 Luglio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

C’è una storia d’amore che lega un poeta e una scrittrice entrambi inglesi: Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822) e Mary Shelley (1797 – 1851)

Mary è figlia della femminista Mary Wollstonecraft, ed è cresciuta secondo i libertari principi dell’ideologia materna, Percy è sposato con Harriet, dalla quale ha dei bambini che gli verranno poi sottratti. Quando s’incontrano, Mary ha diciassette anni, s’innamorano, fuggono insieme e riescono a sposarsi solo dopo l’improvvisa vedovanza di lui. Mettono al mondo molti figli di cui solo pochi sopravvivono ai genitori. Trovano rifugio alle loro peregrinazioni in Italia, dove Percy muore tragicamente in barca a largo di Lerici. Lo bruciano sulla spiaggia di Viareggio, in puro stile romantico, lei torna in patria giurando che curerà le edizioni delle opere del marito e porterà il suo nome fino alla fine dei suoi giorni.

Lui è uno degli esponenti di spicco fra i Lake Poets, insieme a Wordsworth, Keats, Coleridge. Scrive “Ode to a Skylark” e la tragedia “the Cenci”, ma quella che lascia un graffio, una zampata, un’orma nell’argilla dell’immaginario collettivo e nella storia del fantastico è lei, Mary.

La sorellastra di Mary, Claire Clairmont, diventa l’amante di Lord Byron, il quale comincia a bazzicare la casa degli Shelley, villa Diodati sul lago di Ginevra, insieme ad un altro amico, John Polidori. Piove, le serate sono tediose e fredde, la compagnia passa il tempo leggendo novelle tedesche di fantasmi. Viene lanciata l’’idea di una gara a chi scrive la storia gotica più spaventosa ed intrigante. Nascono così “Il Vampiro” di Polidori, ispirato alla figura di Byron e primo esempio di succhia sangue raffinato e malinconico, e “Frankenstein” di Mary Shelley.

Sul principio lei non ha idee, ogni mattina si alza e dice che non le è venuto in mente nessun soggetto da cui trarre una trama interessante, mentre tutti gli altri già scrivono. Sente però gli uomini che discutono di principio della vita, di darwinismo, di galvanismo. Poi, una notte, ha un incubo, vede un essere terrificante, assemblato da uno studente che gli sta inginocchiato accanto. Si sveglia sconvolta, capisce che, se riuscirà a trasfondere sulla carta lo stesso spavento che ha provato nel sogno, creerà qualcosa di potente.

Ed è così, infatti. A soli diciannove anni, nel 1817, Mary dà vita ad una creatura che resterà nel mito collettivo: il mostro senza nome plasmato dallo scienziato Victor Frankenstein. Il romanzo esce in forma epistolare e anonima e solo in un secondo tempo si scoprirà che l’autore non è Percy Bysshe Shelley ma la sua giovane moglie. Sarà un successo, al pari del più tardo “Dracula” di Bram Stoker (1897).

Il personaggio di Victor s’ispira a Percy Bysshe, ha, come lui, amore per la scienza, passione e anima spirituale. L’orgoglio lo spinge ad atteggiarsi a creatore, a voler superare la natura dando origine ad un essere più forte, più sano, più intelligente e longevo del normale. Accadrà l’opposto: dai pezzi di cadavere cuciti insieme e rianimati tramite la corrente elettrica (che allora doveva apparire come qualcosa di fantascientifico e magico insieme) esce una creatura orribile, dall’aspetto spaventoso e dai modi animaleschi, incapace di trattenere gli impulsi omicidi. Ossessionato dalla sete di conoscenza, Victor si è spinto oltre il lecito e la natura si è ribellata, l’uomo non può competere con Dio, non può infrangere le leggi dell’ universo, pena la morte, la distruzione.

A unire ancora una volta Mary e suo marito è il sottotitolo del romanzo, “The Modern Prometheus”. Nel 1820 Percy scriverà, infatti, “Il Prometheus Unbound”. È interessante vedere come entrambi i coniugi si siano ispirati alla stessa figura ma usando aspetti diversi del mito. In Mary, Prometeo non si limita a rubare il fuoco per donarlo all’umanità ma lo usa per plasmare l’argilla e modellare l’uomo stesso. In entrambi i casi Prometeo è un simbolo di ribellione, di rivolta contro la volontà divina con tutte le conseguenze che ne derivano.

L’atmosfera del romanzo risente del romanticismo dei versi di Coleridge, in particolare “The Ballad of the Ancient Mariner”. Nella cornice fantastica del gotico si concretano angosce metafisiche e anticipazioni scientifiche distopiche, come quelle in seguito sviluppate da Wells nei suoi romanzi. (“The Time Machine” è del 1895)

Di là dalle implicazioni etiche, tuttavia, il testo ci colpisce per il profondo romanticismo della figura del mostro, che tutti tendiamo a chiamare Frankenstein, scambiandolo per il suo artefice.

Il mostro ha un’evoluzione: osserva gli esseri umani, impara da loro a parlare, legge Milton e il diario di Victor Frankenstein. Apprende la lingua, i sentimenti, le aspirazioni degli uomini, desidera frequentarli, conoscerli, aiutarli, farsi benvolere. Ma il suo aspetto lo condanna: tutti lo rifiutano, tutti fuggono atterriti davanti a lui, i suoi gesti gentili sono scambiati per aggressioni. Il dolore lo schiaccia, fa esplodere la rabbia ed egli ricomincia a uccidere, diventa completamente ciò che tutti credono sia. Solo e dannato vaga per il mondo, “Everywhere I see bliss, from which I alone am irrevocably excluded.

La figura ha una grande valenza romantica, avvolta com’è nella sua immensa solitudine, ispira orrore e compassione insieme, perché capiamo che la sua cattiveria deriva dal dolore e dai rifiuti subiti. Chiede, infatti, al suo creatore di fargli una sposa, una femmina della sua razza. Victor Frankenstein si mette all’opera, ma poi ci ripensa, non volendo produrre una genia di obbrobri. Quando il mostro lo scopre, il dispiacere lo sopraffa e per vendicarsi gli uccide l’amata moglie Elisabeth.

Proprio leggendo il diario del dottor Frankenstein, l’infelice essere scoprirà quanto il suo creatore sia deluso di lui, quanto lo disprezzi e lo abbia voluto diverso. Come un figlio non amato dal padre, si sente ferito, solo e disperato.

Ci sarà poi lo scontro finale, con la creatura che ucciderà il creatore (come nelle ultime scene di “Excalibur”, il film di John Boorman, dove Re Artù e il figlio Mordred - nato dall’incesto con Morgana - si ammazzano a vicenda.) È l’eterno mito del Doppelgänger, l’alter ego maligno che incarna ed esterna tutto ciò che di oscuro e cattivo si cela nella nostra anima, è Mr Hyde per dr Jekyll, è Gollum per Frodo, è Voldemort per Harry Potter.

Ma quanto dolore, quanto rimpianto nella creatura che distrugge il suo creatore. Ci viene in mente il primo “Star Trek” (di Robert Wise, 1979) dove l'antica sonda Voyager 6, partita centinaia di anni prima dalla Terra, cerca disperatamente di riunirsi all’umanità che l’ha costruita.

Lo stesso desiderio di unità, di riappacificazione con il padre/creatore, e, insieme, di cupio dissolvi, si ha nel romanzo della Shelley.

He is dead who called me into being; and when I shall be no more, the very remembrance of us both will speedily vanish. I shall no longer see the sun or stars, or feel the winds play on my cheecks. Light, feeling, and sense will pass away; and in this condition must I find my happiness.”

Da non dimenticare, il bel film che, nel 1994, Kenneth Branagh ha tratto dal romanzo, se possibile addirittura migliorandone e portandone a compimento la trama. Il mostro miserevole vi è interpretato da Robert de Niro, Elisabeth Lavenza è Helena Bonhan Carter e Victor Frankenstein lo stesso Branagh. Si ricorda, infine, anche la riuscitissima parodia girata da Mel Brooks: “Frankenstein Junior”.

There is a love story between a British poet and writer: Percy Bysshe Shelley (1792 - 1822) and Mary Shelley (1797 - 1851)

Mary is the daughter of the feminist Mary Wollstonecraft, grown according to the libertarian principles of maternal ideology, Percy is married to Harriet, from whom he has children who will then be stolen from him. When they meet, Mary is seventeen, they fall in love, they run away together and manage to get married only after his sudden widowhood. They bring many children into the world of which only a few survive their parents. They find refuge to their wanderings in Italy, where Percy tragically dies on a boat off Lerici. They burn him on the beach of Viareggio, in pure romantic style, she returns home by swearing that she will take care of the editions of her husband's works and will bear her name until the end of her days.

He is one of the leading exponents of the Lake Poets, along with Wordsworth, Keats, Coleridge. He writes "Ode to a Skylark" and the tragedy "the Cenci", but the one that leaves a scratch, a paw, a footprint in the clay of the collective imagination and in the history of the fantastic is her, Mary.

Mary's half-sister, Claire Clairmont, becomes the lover of Lord Byron, who begins to hang out at the Shelley house, Diodati villa on Lake Geneva, together with another friend, John Polidori. It's raining, the evenings are tedious and cold, the company spends time reading German ghost stories. The idea of ​​a competition is launched for those who write the most frightening and intriguing Gothic story. Thus were born Polidori's "The Vampire", inspired by the figure of Byron and the first example of a refined and melancholy blood sucker, and "Frankenstein" by Mary Shelley.

At the beginning she has no ideas, every morning she gets up and says that no subject has come to mind from which to draw an interesting plot, while everyone else is already writing. But she hears men discussing the principle of life, Darwinism, galvanism. Then, one night, she has a nightmare, she sees a terrifying being, assembled by a student who is kneeling beside him. She wakes up shocked, realizes that if she manages to spread the same fright she felt in the dream on paper, she will create something powerful.

And so it is. At only nineteen years old, in 1817, Mary gives life to a creature that will remain in the collective myth: the nameless monster shaped by the scientist Victor Frankenstein. The novel comes out in epistolary and anonymous form and only later it will be discovered that the author is not Percy Bysshe Shelley but his young wife. It will be a success, like Bram Stoker's later "Dracula" (1897).

Victor's character is inspired by Percy Bysshe, he has, like him, love for science, passion and spiritual soul. Pride pushes him to act as a creator, to want to go beyond nature giving rise to a stronger, healthier, more intelligent and long-lived being than normal. The opposite will happen: from the pieces of corpses sewn together and revived by electric current (which then had to appear as something sci-fi and magical together) comes a horrible creature, with a scary look and animalistic ways, unable to hold back the murderous impulses. Obsessed with the thirst for knowledge, Victor goes beyond the law and nature rebels, man cannot compete with God, he cannot break the laws of the universe, under penalty of death, destruction.

To unite once again Mary and her husband is the subtitle of the novel, "The Modern Prometheus". In 1820 Percy wrote, in fact, "The Prometheus Unbound". It is interesting to see how both spouses were inspired by the same figure but using different aspects of the myth. In Mary, Prometheus does not just steal the fire to give it to humanity but uses it to shape the clay and shape the man himself. In both cases Prometheus is a symbol of rebellion, of revolt against the divine will with all the consequences that derive from it.

 

The atmosphere of the novel is influenced by the romanticism of Coleridge's lines, in particular "The Ballad of the Ancient Mariner". In the fantastic frame of the Gothic, metaphysical anxieties and dystopian scientific advances materialize, such as those later developed by Wells in his novels. ("The Time Machine" is from 1895)

Beyond the ethical implications, however, the text strikes us for the profound romanticism of the figure of the monster, which we all tend to call Frankenstein, mistaking it for its author.

The monster has an evolution: he observes humans, learns from them to speak, reads Milton and the diary of Victor Frankenstein. He learns the language, the feelings, the aspirations of men, he wants to be in conctact with them, get to know them, help them, be liked. But his appearance condemns him: everyone refuses him, everyone runs away terrified in front of him, his gentle gestures are mistaken for aggression.

Pain crushes him, detonates anger and he begins to kill again, it completely becomes what everyone believes it is. Alone and damned wanders the world, "Everywhere I see bliss, from which I alone am irrevocably excluded."

The figure has a great romantic value, wrapped as it is in its immense solitude, it inspires horror and compassion together, because we understand that its wickedness derives from the pain and the waste suffered. In fact, he asks his creator to make him a bride, a female of his race. Victor Frankenstein gets to work, but then he thinks about it again, not wanting to produce a genius of shadowy men. When the monster discovers it, sorrow overwhelms him and in revenge kills his beloved wife Elisabeth.

Just by reading Dr. Frankenstein's diary, the unhappy being will discover how disappointed his creator is with him, how much he despises him and wanted him different. Like a son not loved by his father, he feels hurt, lonely and desperate.

Then there will be the final confrontation, with the creature that will kill the creator (as in the last scenes of "Excalibur", the film by John Boorman, where King Arthur and his son Mordred - born from the incest with Morgana - kill each other. ) It is the eternal myth of the Doppelgänger, the evil alter ego that embodies and external all that dark and evil is hidden in our soul, it is Mr Hyde for dr Jekyll, it is Gollum for Frodo, it is Voldemort for Harry Potter.

But how much pain, how much regret in the creature that destroys its creator. We are reminded of the first "Star Trek" (by Robert Wise, 1979) where the ancient Voyager 6 spacecraft, which left hundreds of years earlier from Earth, desperately tries to reunite with the humanity that built it.

The same desire for unity, for reconciliation with the father / creator, and, at the same time, for cupio dissolve, occurs in Shelley's novel.

"He is dead who called me into being; and when I shall be no more, the very remembrance of us both will speedily vanish. I shall no longer see the sun or stars, or feel the winds play on my cheecks. Light, feeling, and sense will pass away; and in this condition must I find my happiness. "

Not to forget, the beautiful film that, in 1994, Kenneth Branagh took from the novel, if possible even improving and completing the plot. The miserable monster is played by Robert de Niro, Elisabeth Lavenza is Helena Bonhan Carter and Victor Frankenstein himself Branagh. Finally, we also remember the very successful parody filmed by Mel Brooks: "Frankenstein Junior".
 

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Collodi a Livorno

8 Luglio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Collodi a Livorno

È risaputo che i fiorentini benestanti amano farsi le vacanze a Livorno. Fra questi c'era anche Carlo Collodi (1826 - 1890), l'autore dell'indimenticato Pinocchio, che soleva "annoiarsi terribilmente" dalle nostre parti per tutto luglio e agosto.
Ricordiamo qui una sua opera meno conosciuta: "Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno". Pubblicato nel settembre del 1856 per l'editore Mariani, fu venduto ai viaggiatori come opuscolo informativo, nel primo anno di funzionamento della Ferrovia Leopolda che, appunto, collegava Firenze a Livorno.
Costruita negli anni 40 del XIX secolo, la ferrovia partì proprio da Livorno, con un binario unico, e suscitò le ire (e i tumulti) dei barcaioli dell'Arno che vedevano scemare il lavoro. Delle tre stazioni della ferrovia, la nostra - la dismessa stazione San Marco - è l'unica a non essere ancora stata oggetto di riqualificazione, nonostante numerose proposte.
Fra romanzo d'appendice ingarbugliato e autoironico, e manuale d'informazioni utili per i viaggiatori, il volumetto tascabile scritto dal Collodi, è una guida storico - umoristica che si colloca nella letteratura, allora all'avanguardia, dedicata ai viaggi su strade ferrate. Descrive, con brio tutto toscano, le peripezie dei pionieri del treno a vapore, fra tradizione contadina e nuovo che avanza, in uno stile di contaminazione letteraria sul modello di Sterne.
Le descrizioni che ci riguardano non sono propriamente lusinghiere, sia per quanto riguarda l'arte:

"In fatto di monumenti e di cose antiche, Livorno ha ben poco da presentare all'occhio dell'artista e dell'amatore. E ciò si capisce facilmente: imperocché nelle città consacrate quasi esclusivamente al commercio e all'industria, le belle Arti non vi respirano a modo loro e raramente vi ottengono la Carta di soggiorno!"

che le persone:

"La donna livornese, e particolarmente la donna del popolo ha, in generale, fattezze regolari, begli occhi, bei denti - e molti capelli. Il maschio non presenta nulla di singolare che lo distingua - seppure non si vogliano eccettuare i barcaioli e i saccaioli, nei quali l'esercizio quotidiano di una vita affaticata, sviluppa ordinariamente delle forme robuste e delle tendenze ercoline!"

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