personaggi da conoscere
Due fratelli del mare e del cielo
Mario Visintini: Parenzo 26 aprile 1913 – Monte Bizén 11 febbraio 1941
Licio Visintini: Parenzo 12 febbraio 1915 – porto di Gibilterra 8 dicembre 1942
Due fratelli cresciuti fra la gente d'Istria, in una terra impervia, sferzata dal vento, che i potenti si sono a lungo contesa. Erano nati a Parenzo, città che dagli scogli sembra sorridere a Venezia e all'Italia, fin da piccoli hanno respirato il patriottismo del popolo che aveva nelle vene lo stesso sangue del concittadino Giuseppe Picciola, di Fabio Filzi e Nazario Sauro istriani anche loro, sentirono i racconti delle imprese compiute dagli italiani durante la prima guerra mondiale e questi echi, questi ricordi, quello stesso ambiente, contribuirono a formarne il carattere deciso, ad accrescere in loro l'amor di Patria che li vide disposti all'estremo sacrifico.
“Due stelle d'oro illuminano la bandiera dell'italianissima Parenzo....” scriveva nel 1953 Enrico Pagnacco su La Porta Orientale.
Parenzo, che ha visto nascere questi due eroi morti per la Patria, ora non è più italiana. Antico insediamento romano, ricca di vestigia storiche, città in cui ogni pietra trasuda la sua italianità, purtroppo oramai è dimenticata da tutti così come è dimenticato il sacrificio della maggioranza dei suoi abitanti e di tanti italiani, costretti ad abbandonare Istria e Dalmazia dopo aver subito persecuzioni e lutti.
Licio Visintini, era entrato come allievo presso l'Accademia Navale di Livorno nel 1933 e nel 1937 era stato promosso Guardiamarina. Dopo un periodo trascorso su unità di superficie con cui partecipò ad alcune missioni durante la guerra di Spagna, fu imbarcato prima sul sommergibile Narvalo e poi sull'Atropo e partecipò alle operazioni militari in Albania dell'aprile 1939.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale prese parte alla prima missione dei sommergibili italiani in Atlantico, al termine della quale chiese ed ottenne di essere trasferito presso la X Flottiglia MAS di La Spezia dove, superato un periodo di duro addestramento, divenne Operatore dei Mezzi d'Assalto. Promosso Tenente di Vascello nel 1941, fu Comandante della famosa squadra di operatori denominata "dell'Orsa Maggiore", che portò a termine con successo un'operazione contro la base navale inglese di Gibilterra. In un secondo tentativo, effettuato nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1942, mentre si avvicinavano alle corazzate nemiche, a causa della deflagrazione di cariche esplosive lanciate in mare dalle imbarcazioni di vigilanza, trovò la morte accanto al suo fedele compagno, Sottocapo Palombaro Giovanni Magro. Nel corso della sua carriera fu decorato con due medaglie d'argento nel 1941 e con la medaglia d'oro alla memoria nel 1942, con la seguente motivazione:
«Ufficiale il cui indomito coraggio era pari alla ferrea tenacia, dopo lungo difficile e pericoloso addestramento violava, una prima volta quale operatore di mezzi d’assalto subacquei, una delle più potenti e difese basi navali nemiche, costringendo l’avversario a nuove e severissime misure protettive. Inflessibilmente deciso ad ottenere risultati più cospicui, si sottometteva a nuova ed intensa preparazione, in una vita clandestina e di clausura, fino al momento in cui con sovrumano disprezzo del pericolo ed animato da sublime amor di Patria, ritentava l’impresa, nonostante il nemico avesse predisposto tutto quanto la tecnica poteva escogitare per opporsi all’ardimento dei nostri uomini. Penetrato una seconda volta nella base avversaria vi incontrava eroica morte, legando il suo nome alle tradizioni di gloria della Marina italiana. — Gibilterra, 8 dicembre 1942»
Mario Visintini, respinto alla visita medica sostenuta per entrare all'Accademia Aeronautica, ma determinato a diventare aviatore, si iscrisse a un corso per piloti civili, ottenendo il brevetto che gli permise di entrare a far parte della Regia Aeronautica come allievo ufficiale pilota di complemento e ottenere così il suo brevetto militare nel dicembre 1936.
E' stato il primo degli Assi dell'Aeronautica, con il maggior numero di abbattimenti in Africa Orientale, tra tutte le forze belligeranti, fu l'Asso dei biplani da caccia con il maggior numero di abbattimenti della Seconda guerra mondiale, durante la quale ottenne 16 vittorie aeree, sotto le insegne della Regia Aeronautica, che si sommano alle innumerevoli vittorie ottenute durante la guerra civile in Spagna, con l'Aviazione Legionaria. A questa cifra si devono aggiungere gli aerei distrutti al suolo durante i mitragliamenti degli aeroporti di Gedaref, Gaz Regeb e Agordat, che, secondo fonti britanniche, costarono alla RAF e alla SAAF "decine di aerei distrutti " (per l'esattezza 32 aerei incendiati da solo ed in cooperazione).
Visintini era un ottimo pilota, con grandi doti di abilità e precisione, meticoloso e calcolatore tanto da essere soprannominato il "cacciatore scientifico". Non era un pedante sgobbone, era estremamente preciso nel portare a termine le sue operazioni. Ottenne vittorie su vittorie, soddisfazioni su soddisfazioni, ma la notorietà ottenuta non lo esaltò, era un combattente coscienzioso e sempre pronto a partite per primo, egli aveva il senso di responsabilità e l'esperienza di un vecchio soldato e il più bel premio che potesse ricevere fu il comando di una squadriglia. L'11 febbraio del 1941, si stava combattendo in Africa Orientale, quando due dei suoi giovani piloti furono costretti ad atterrare in un campo di fortuna fortemente esposto all'offesa nemica, Visintini si alzò immediatamente in volo per andare in loro soccorso e riportarli alla base e fu nello svolgimento di questa azione che, a causa delle avverse condizioni atmosferiche, si andò a schiantare contro il monte Bizén. Dove non erano riusciti i caccia nemici, solo il destino poté abbattere il “Falco” del capitano Visintini.
Aveva già ottenuto sul campo una medaglia di bronzo e una d'argento ma la motivazione che accompagna la Medaglia d'oro concessa alla memoria , è il compendio di una vita offerta alla Patria e ai commilitoni
“Superbo figlio d'Italia, eroico, instancabile, indomito, su tutti i cieli dell'impero stroncava la tracotanza dell'azione aerea nemica in 50 combattimenti vittoriosi durante i quali abbatteva 16 avversari e partecipava alla distruzione di 32 aerei, nell'attacco contro munitissime basi nemiche. In cielo ed in terra era lo sgomento dell'avversario, il simbolo della vittoria dell'Italia eroica protesa alla conquista del suo posto nel mondo.”
Il bersagliere dimenticato
Mi piace raccontare storie poco conosciute, ricordare eroi che hanno dato la vita per l'Italia e che sono stati dimenticati, ed eccomi di nuovo qui a parlare oggi di Zamboni Aurelio, nato il 30 dicembre del 1919 a Cologna, frazione di Berra, un piccolo comune del Ferrarese che sorge sull'argine destro del Po.
Apparteneva a una numerosa famiglia di origine contadina e, come tanti giovani del suo tempo, aiutava il padre Giuseppe a sbarcare il lunario facendo il carriolante durante i lavori di bonifica del territorio. Giovane animato di alti ideali, appena ventenne, nel febbraio del 1940 lasciò la sua casa per arruolarsi nel 9° reggimento bersaglieri, il cui motto era “Invicte, acriter, celerrime” e lui da quel giorno si sentì proprio invincibile. Agli ordini del maggiore Luigi Togni col XXVIII battaglione combatté dapprima sulle Alpi francesi, prendendo parte alle azioni che il 24 giugno portarono alla conquista del forte francese di Traversette. Promosso caporale, verso la fine di agosto del 1941, si trovò in Africa Settentrionale dove venne inquadrato nella divisione motorizzata Trieste.
Gli eventi bellici in Africa Settentrionale, in particolare in Cirenaica, prima che vi giungesse la divisione "Trieste", si erano svolti con alterne fortune per l'Italia. Dopo la debole offensiva condotta da Graziani, i comandi avversari presero l'iniziativa lanciando l'operazione "Compass", dotati di moderni mezzi corazzati, avanzarono per milletrecento chilometri in due mesi, annientando la X armata italiana, facendo prigionieri circa 115.000 soldati dei 150.000 totali. Conquistarono Tobruk, buona parte della Cirenaica fino a Giarabub, costretta alla resa dopo quattro mesi di duro assedio. A organizzare una controffensiva venne in aiuto degli Italiani il Comando Supremo delle Forze Armate tedesche al comando del tenente generale Edwin Rommel che, con operazioni veloci e di sorpresa, riconquistò i territori perduti.
Molto brevemente questo ero lo scenario che trovarono i bersaglieri della Trieste al loro arrivo in Libia e furono subito impiegati con compiti difensivi a pochi km da Tobruk. La nuova violenta controffensiva nemica portò alla finale ritirata delle forze dell'Asse con i Bersaglieri che resistettero con coraggio per coprire il ripiegamento del grosso delle forze, contando innumerevoli morti, feriti e dispersi.
Sulle eroiche gesta del caporale Aurelio Zamboni nel 9° Bersaglieri, che cadde eroicamente il 15 dicembre 1941, riporto qui di seguito la testimonianza del tenente Alberto Tortora, che compilò la proposta di Medaglia d'Oro al Valor Militare e così descrisse gli eventi nel suo racconto Piuma insanguinata:
«Pomeriggio afoso di dicembre, molesto più che mai, per i vortici di sabbia che il vento solleva. La linea è tutta una perfetta amalgama di cuori, acciaio e fuoco, barriera insormontabile e compatta contro cui il più forte numero, la corazza e la tenace insistenza di quei mercenari assetati di sangue si dovranno infrangere inesorabilmente. Da ore una "Breda", rovente come il cuore di chi la impugna, continua, più delle altre, a vomitare fuoco, a sgranare briciole di morte. Il caporale Zamboni, figlio generoso della forte terra di Ferrara, tenacemente avvinto alla sua arma, incurante delle pallottole che radono il ciglio della postazione battuta dal nemico, è instancabile nel farla cantare e quella melodia di morte dà molto fastidio alle feroci orde nemiche che tentano invano di spegnerla vomitando su di essa torrenti di fuoco... Tanta è la foga con cui lo Zamboni "picchia", che nessuno può pensare che egli sia ferito: un rivo rubino irrora la sua fronte limpida ed ogni tanto egli abbassa la testa per asciugare col braccio la ferita senza staccare il pugno dalla testata. Se ne accorge il porta munizioni, che gli manda l'infermiere per medicarlo, ma un violento spintone che lo fa ruzzolare a terra è la risposta dello Zamboni. "Va via - dice secco - che adesso ho da fare." E continua a sparare. Nel frattempo, visti inutili i tentativi di sopraffare quell'arma terribile col fuoco delle mitragliatrici, il nemico incomincia a tempestare la piazzola con i mortai e le artiglierie. I primi colpi cadono intorno senza quasi efficacia, mentre la "Breda", rossa, fumante continua imperterrita a cantare seminando morte. D'un tratto un sordo schianto terribile. Una vampata. Qualche lamento. Una granata ha colpito in pieno la postazione e le adiacenze del camminamento che portano ad essa. Un ammasso umano informe con qualche lieve sintomo di vita. Sei figli di Lamarmora giacciono esanimi con le carni orribilmente straziate; altri sette gravemente colpiti emettono lamenti flebili. Non sono trascorsi due minuti forse e sono appena giunti alcuni bersaglieri per dar soccorso ai feriti, che, tra i corpi senza vita, superbamente bello nello spirito, sorge Zamboni intriso di sangue gridando: "Coraggio, ragazzi! I bersaglieri del 9° non hanno mai paura!" Lo si crede miracolosamente illeso, ma la realtà è ben diversa. "Taglia qui - dice con voce calma ed imperiosa all'infermiere mostrandogli il braccio destro penzoloni appena sostenuto da un lembo di carne - mi dà fastidio". E deve incutere coraggio a quel chirurgo improvvisato che, titubante, con un temperino si accinge a recidergli il braccio. "Accendi una sigaretta e dammela" - gli chiede dopo. E poichè l'infermiere si appresta a curargli anche una gravissima ferita ad un ginocchio orribilmente maciullato e dal quale sgorga copioso il sangue, aggiunge: "Pensa a curare gli altri, che son più gravi". Disteso accanto ai corpi dei camerati caduti continua a fumare pronunziando alte parole di fede e di incoraggiamento per coloro che si lamentano per lo strazio delle carni ferite. Intanto sulla linea la battaglia, violenta, continua. Il nemico, superiore in numero e mezzi, preme senza ottenere successi. Il fuoco è ancora nutritissimo ed intorno continuano ad esplodere proiettili di ogni arma e calibro. Un porta feriti, dopo che gli altri sono stati medicati, torna presso Zamboni ed alla meglio gli lega la gamba per arginare il sangue, proprio nel momento in cui dalle postazioni, impetuosa, una ondata travolgente di fluttuanti piume balza all'assalto. Il grido di "Savoia!" riaccende sul suo volto un lampo di indomita energia ed imprecando contro la sorte maligna che lo tiene inchiodato, si erige sul busto seguendo con l'anima i camerati lanciati verso la vittoria. Poi d'un tratto si guarda intorno cercando istintivamente, con il cuore in gola, un'arma, una bomba. Invano. Gli occhi cadono sul suo braccio amputatogli poco prima, che giace sulla terra intrisa di sangue, e con un'energia misteriosa riesce a carpirlo ed a lanciarlo con violenza verso il nemico, gridando: "Non ho bombe, o vigliacchi, ma ecco la mia carne e che vi possa arrecare danno! Viva il 9° Bersaglieri!". In quel lembo di carne è tutto se stesso. Infatti poco dopo, quando ancora si ode più lontano il fragore della battaglia, egli, limpidamente cosciente, sereno, mentre la sua fronte si copre di un'aureola di gloria, purissimo tra i puri, sale nel cielo degli Eroi. La "Breda" infranta, fredda e silenziosa, lo segue verso il suo luminoso destino.»
Il 2 marzo 1949 il Ministro della Difesa conferì alla memoria del caporal maggiore Aurelio Zamboni, del 9° reggimento bersaglieri, la Medaglia d'Oro al Valore Militare e, per le gesta di quei giorni, a tutto il 9° reggimento Bersaglieri venne assegnata la medaglia di bronzo. In centro a Cologna, sorge un monumento di marmo eretto in ricordo del bersagliere che rese onore a tutto il paese e che raffigura Zamboni mentre scaglia il proprio braccio contro il nemico.
Ernesto Che Guevara
Ernesto Che Guevara, nato il 14 giugno 1928 a Rosario in Argentina, ho davanti a me una sua fotografia e mi sorge spontaneo un apprezzamento: era davvero bello, anche i fotografi che lo ritrassero all’epoca dissero di lui che non avevano mai visto un volto altrettanto fotogenico. Il destino però, non lo volle fotomodello ma guerriero, o forse fu perché nel suo sangue, irlandese per parte di padre e basco per parte di madre, scorrevano i cromosomi della ribellione, della lotta, della rivolta. Di fatto, a causa di una montatura mediatica, negli anni in cui ero giovinetta, divenne l’icona dei moti studenteschi, della contestazione giovanile, di una generazione che rimase abbacinata dalla sua bellezza, dal suo coraggio, ma che in realtà non lo conosceva per niente. Nulla c’entrava Che Guevara con “fate l’amore e non fate la guerra”, fu eretto artatamente a icona della pace, della libertà, quando lui in realtà era un guerrigliero, un eroe estremo, sempre pronto a combattere e a uccidere, hanno trasformato il suo rigore, la sua intransigenza in fascino da operetta, la sua passione in mito. Qualcuno disse che quella foto rappresentava la determinazione di cambiare il mondo a favore dei più deboli e al tempo stesso l’innocenza di chi crede ciecamente in un ideale e per esso è pronto a morire, per questo motivo la logica irrazionale di una certa ideologia ne fece sia l’eroe simbolo dei guerriglieri urbani pronti a entrare in clandestinità, che l’idolo dei figli dei fiori armati di chitarre.
Tornò utile, all’uopo, la sua tragica ed eroica morte avvenuta in giovane età quando, da invincibile, era divenuto vittima e fu sfruttata questa fotografia che lo rese immortale, scattata per caso il 5 marzo 1960 da Alberto Korda, mentre si stavano svolgendo i funerali delle vittime dell’esplosione di un mercantile che trasportava armi a Cuba, e portata in Italia da Feltrinelli qualche anno più tardi. Un basco con la stellina militare al centro, i capelli lunghi al vento, lo sguardo profondo perso a scrutare l’orizzonte, l’espressione contrita piena di rabbia e di dolore, uno sguardo intenso che resterà vivo per sempre, le labbra ben disegnate, morbide e addolcite dalla cornice dei baffi.
E da allora per oltre quarant’anni Che Guevara è stato oggetto di tutte le svalutazioni commerciali possibili, la sua immagine ha subito la peggiore delle mercificazioni: è stata ridotta a logo per una maglietta e non solo, è finita ovunque si potesse stampare: su poster, portachiavi, bandiere, berretti, zaini, bandane, fibbie, orologi, e tatuaggi in un’apoteosi infinita di business, che hanno confinato il Che a una marionetta, un simulacro, da tirar fuori alla bisogna, quando c’era necessità di dar corpo a teorie assolutamente vuote e di animare masse oramai spente, alla faccia della lotta e della rivoluzione.
“Da molto tempo mi sbarri il passo, Ernesto Che Guevara. Ecco il tuo cadavere steso di traverso sul sentiero dove cammino. Posso scavalcarlo. O tirarlo per i piedi. O gettarlo nel burrone. Posso chiudere gli occhi e passare oltre, facendo un tranquillo scarto, come un vecchio cavallo che conosce la strada. Questo scarto l’ho fatto, ed ho camminato dal giorno della tua morte. Era dieci anni fa. Poi ho vissuto e mi sono allontanato da te. Non volevo essere complice dei fabbricanti della tua mitologia. Ti ho abbandonato a loro. Perché avrei dovuto cacciare i mercanti da un tempio che non era il mio?” (L’incipit di “Una passione per Che Guevara” di Jean Cau, Firenze 2004)
In realtà Che Guevara ha pienamente rappresentato il nazionalismo rivoluzionario, era un coraggioso antimperialista che piaceva anche a Peron e che ben poco aveva a che spartire con i movimenti comunisti che non hanno fatto che alimentarsi di slogan e utopici discorsi. L’obiettivo della guerriglia, quando cominciò la lotta contro la dittatura di Batista a Cuba, non era la rivoluzione socialista, ma l’introduzione di riforme radicali tese all’indipendenza nazionale. E in seguito fu lo stesso Peron a ospitarlo in Spagna e a metterlo in contatto coi guerriglieri algerini, siamo lontani dai concetti odierni di destra e sinistra. Il 24 settembre 1955 Guevara, in una lettera alla madre, in merito alla deposizione di Peron aveva scritto:
“Ti confesso con tutta sincerità che la caduta di Perón mi ha profondamente amareggiato; non per lui, ma per quello che significa per tutta l’America Latina…(…) l’Argentina era il paladino di tutti noi che pensavamo che il nemico stesse al nord.”
Il Che si batteva per combattere l’oligarchia, le ingiustizie e per liberare il suo continente dall’occupazione americana.
Fra i giovani di destra si coltivava il mito di Che Guevara molto prima dei movimenti studenteschi del ’68, lo ricorda lo scrittore e storico fiorentino Franco Cardini, allora iscritto al Movimento Sociale e poi alla Giovane Europa di Jean Thiriart, che disse di essere stato tacciato in famiglia come comunista per questo motivo. Racconta Mario la Ferla in “L’altro Che” che la destra ha amato e onorato questo personaggio prima che la sinistra se ne appropriasse indebitamente. Subito dopo la sua morte, a prendere posizione furono i fascisti reduci della Federazione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale dedicandogli il pezzo “In morte di un rivoluzionario”. A quei tempi “l’idea” non aveva ancora subito le mutazioni delle svariate destre italiane che l’hanno soffocata sicuramente più del comunismo e poteva liberamente esternare l’“amore” puro ispirato da questo paladino morto per la sua fede ideale, così come faceva per Marinetti, Celine e Drieu la Rochelle. E furono Pierfrancesco Pingitore e Dimitri Gribanovski, a comporre la ballata, cantata da Gabriella Ferri “Addio Che”, portandola in scena al Bagaglino, il popolare cabaret romano e a onorarlo, fra i primi, come mito, come l’eroe che “non muore nel suo letto” e “non vede finire la sua rivoluzione.” Per concludere questa carrellata di ricordi, a Valle Giulia, insieme ai giovani di sinistra, erano presenti un gran numero di ragazzi delle organizzazioni di destra che mostravano l’immagine del Che; gli intellettuali aderenti alla Giovane Italia e, qualcuno dei miei amici se lo ricorda, avevano scritto un articolo intitolato “Il fascista Che Guevara”; infine nel 1968, il primo a sceneggiare un film sulla sua epopea fu Adriano Bolzoni, reduce di Salò. Dunque il sostegno della destra per il Comandante fu senz’altro più consapevole di quello sbandierato successivamente dalla sinistra per molti anni.
Dopo la pubblicazione avvenuta nel 2005 di alcuni testi “segreti” di Che Guevara, diritti che comprò Mondadori dagli eredi, si scatenò un’aspra polemica a sinistra sul milione e mezzo di dollari pagati da Mondadori (famiglia Berlusconi) e quindi sul suo diritto di censura sui pensieri inediti del Che. Lo scrittore Roberto Sarti scrisse “…concedere i diritti esclusivi a un’impresa capitalista significa lasciare ad essa carta bianca su cosa può o può non essere pubblicato, sulla base di una mera logica commerciale. L’errore sta quindi nella privatizzazione delle opere del Che, e poco importa che a pubblicarle sia Mondadori o Feltrinelli. Tale censura non può non avere a che fare con le crescenti critiche che il Che aveva cominciato a formulare verso le esperienze di “socialismo reale” dei paesi dell’Est europeo con cui era entrato in contatto dopo la vittoria della rivoluzione cubana. Il nostro giudizio scandalizzerà tanti epigoni dello stalinismo presenti anche in Italia, che pensano che la difesa della rivoluzione cubana può passare solo attraverso la raffigurazione di un paese senza difetti, dove un partito d’acciaio, monolitico, guida dal 1959 la popolazione verso le gioie del socialismo. La realtà è un’altra e i comunisti non devono avere paura della realtà, né nasconderla. Sarebbe un pessimo servizio che renderemmo alle classi oppresse. “
Dopo la presa del potere i rivoluzionari cubani, serrati dall’embargo degli Stati Uniti, applicarono il sistema suggerito dai sovietici e, in quei primi anni, Che Guevara era sinceramente convinto che quella fosse la strada da percorrere, ma, che il maggiore intoppo fosse proprio questa pesante cooperazione, cominciò a rendersene conto gestendo il ministero dell’industria e osservando i problemi del settore, dove venne accusato di introdurre misure capitaliste. Dopo la stabilizzazione del potere a Cuba , Che Guevara aveva viaggiato in tutta Europa, aveva visitato i paesi “non allineati” e aveva preso pienamente visione delle condizioni del popolo dove vigeva il sistema di “socialismo reale”. Criticava il metodo utilizzato dall’Urss che produceva disuguaglianze. Gli inediti rivelarono una posizione durissima di Guevara: “L’internazionalismo è rimpiazzato dallo sciovinismo (da poca potenza o da piccolo paese), o dalla sottomissione all’Urss, mantenendo le discrepanze tra altre democrazie popolari”.
È evidente che negli ultimi anni Che Guevara aveva sviluppato dubbi, perplessità e un certo scetticismo sul ruolo dei paesi ad economia di “socialismo reale” , il 24 febbraio 1965 da Algeri, dove era intervenuto al secondo Seminario economico di solidarietà afroasiatica, pronunciò un vibrante discorso pieno di accuse ad ampio raggio sullo ”scambio ineguale” che mandò su tutte le furie la delegazione sovietica: “Come si può parlare di “reciproca utilità” quando si vendono ai prezzi del mercato mondiale le materie prime che costano sudore e sangue e patimenti ai paesi arretrati, e si comprano ai prezzi del mercato mondiale le macchine prodotte dalle grandi fabbriche automatizzate di adesso? Se stabiliamo questo tipo di relazione tra i due gruppi di nazioni, dobbiamo convenire che i paesi socialisti sono, in un certo modo, complici dello sfruttamento imperialista. (…) I paesi socialisti hanno il dovere morale di farla finita con la loro tacita complicità con i paesi occidentali sfruttatori.”
Tornato a Cuba, oramai disilluso, il 14 marzo successivo, dopo un lungo colloquio con Fidel Castro, consegnò a un amico una lettera per i genitori, in cui si diceva pronto ad abbandonare la vita politica e, preso nuovamente dal sacro fuoco della rivoluzione svanì nel nulla, si allontanò “per combattere l’imperialismo, dovunque esso sia”. L’idea era quella di “creare due, tre, molti Vietnam”, in clandestinità, passò dal Congo alla Tanzania, per approdare in Bolivia onde soddisfare il suo perenne desiderio di sfida: non era uomo fatto per i trionfi e per il potere, ma per l’azione.
“Cari vecchi, sento di nuovo sotto i talloni le costole di Ronzinante, riprendo la strada,impugnando lo scudo…”
Che Guevara aveva sperato dunque, nei suoi ultimi anni, in una diversa realizzazione del socialismo, la sua fine prematura ha interrotto ogni ricerca e, sulle conseguenze terribili che ebbe la sua missione in Bolivia, di sicuro c’è che aveva rotto con lo stalinismo. Il Che era andato per far nascere un movimento guerrigliero in una zona poco popolata, con l’aiuto soltanto di un gruppo di uomini fidati composto da sedici cubani, trenta boliviani, due argentini e tre peruviani. Non ebbe alcuna base d’appoggio nelle città, dove invece esisteva un forte movimento operaio politicizzato, da cui volle restare indipendente e per questo fu abbandonato, boicottato dalla direzione del Partito comunista che, dopo il suo ultimo viaggio a Mosca, lo bollava come “trotskista”. Questo l’imperdonabile “errore” che gli costò la vita. Infatti, dopo dieci mesi, l’appoggio della popolazione locale era praticamente inesistente e fu tradito da una campesina, proprio una di quegli umili per cui si batteva. Una vecchia contadina che aveva scoperto i guerriglieri, “ci sono poche speranze che mantenga il silenzio”, si legge nel “Diario”. Il giorno dopo, presso la Quebrada del Yuro, i diciassette uomini superstiti dell’iniziale gruppo di guerriglieri che aveva iniziato l’avventura boliviana con il Che vennero sorpresi da cinque battaglioni di ranger. Caduti in un’imboscata, dopo tre ore di combattimento, alcuni morirono e gli altri vennero fatti prigionieri, anche Che Guevara fu ferito alla gamba destra e, con la carabina fuori uso, fu catturato. La mattina successiva venne ucciso, crivellato di colpi, aveva una vita intensa e lunghissima di eventi alle spalle, ma solo trentanove anni.
“Una rivoluzione si vince o si muore” a Cuba era andata in un modo, in Bolivia nell’altro. Era il 9 ottobre 1967, ed ecco un’altra fotografia diventare famosa e fare il giro del mondo, quella che riprende il suo corpo ormai esanime adagiato su una barella nella lavanderia dell’ospedale di Vallegrande. Ritratto in una luce plumbea, così inerme, abbandonato, vinto, a molti ricordò il Cristo Morto del quadro di Mantegna.
Un eroe o un martire, era un santo o le sue mani grondavano sangue? Poco importa, il Che era sicuramente onesto, simpatico, colto, amava la fotografia e sapeva ballare il tango, pochi soldi, quattro stracci e molti libri il suo bagaglio. Esaltato e ingovernabile, quando gli fu diagnosticato un enfisema polmonare, promise di fumare un solo sigaro al giorno e la mattina successiva, raccontavano i suoi uomini, si presentò con un sigaro lungo cinquanta centimetri che gli pendeva dalle labbra. Un po’ folle, ma generoso, audace, fino alla fine dei suoi giorni si è donato agli altri con disprezzo della vita. “Un uomo che ha agito secondo il suo pensiero e che è stato fedele alle sue convinzioni…” aveva scritto di sé in una lettera ai suoi cinque figli. Era stato un padre e un marito latitante, ma la sua scelta era quella di vivere in assoluta austerità, rubando ore al sonno e alla sua vita privata per essere sempre al servizio del popolo. Anche da ministro faceva la fila alla mensa come tutti gli altri, e combatteva con forza le storture del socialismo reale, prima fra tutte la burocratizzazione.
Che Guevara, un Don Chisciotte all’assalto dei mulini a vento, immagine che gli calza a pennello e da lui stesso evocata nella lettera ai genitori, era un romantico “condottiero del XX secolo”, pieno di contraddizioni e tormentato dall’asma, ma che correva incontro al nemico senza fiato e senza paura. Fu sicuramente un rivoluzionario autentico e non si può che rendergli onore da ogni parte per le sue scelte: abbandonò cariche di Stato, retribuzioni importanti e privilegi, per continuare la sua strada di ribelle, ritirandosi fra monti e boschi, accettando sacrifici e stenti per portare fino in fondo la sua lotta contro l’oro.
“Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui”. (E.Pound)
Fu guidato solo da sentimenti leali, da ideali autentici, lottò fino alla fine per contrastare l’imperialismo che, di qualunque origine esso sia, soffoca le identità nazionali.
“Ogni nostra azione è un grido di guerra contro l’imperialismo, è un appello vibrante all’unità dei popoli contro il grande nemico del genere umano, gli Stati Uniti d’America…”(Che Guevara)
Silvana Pampanini
Era bellissima, e sfido chiunque a dichiarare - tra quelli della mia età - che nella sua giovinezza non abbia ammirato, desiderato ed amato l'attrice.
Basti pensare al film che ricordiamo al di sopra degli altri, girato a fianco dell'altra stupenda ragazza che si chiamava Delia Scala, per andare con la mente alle due bellezze acqua e sapone - il termine allora ancora non si usava - di cui lei forse era la "maggiorata", e la prima maggiorata del cinema italiano per le sue forme procaci.
Ma quello che più è rimasto nei nostri occhi, di allora, è il suo viso pulito e paffuto con due labbra ineguagliabili a quei tempi, labbra che chiedevano baci, baci e baci.
Silvana se n'è andata qualche giorno fa, il giorno dell'Epifania.
Non lo sapevo, ho visto per caso, girando tra i vari canali Rai, in un programma dal titolo "attori e divi italiani" , un omaggio a..., e c'era lei, ospite di Tiberio Timperi, ma mai avrei immaginato...
E vedendola là con la sua molta età, ho gustato i vari filmati mostrati nel programma. Quant'era bella!
Era del '25, quindi era nel suo novantunesimo anno di vita, certo, non era più la splendida ragazza che a ventuno anni vinse il concorso di Miss Italia. Ma conservava nel viso, un poco sfatto, e nel suo modo di esprimersi, tutta la grazia e l'avvenenza di allora.
Nella prima metà degli anni cinquanta era lei (insieme a Silvana Mangano di Riso amaro) a rappresentare la bellezza italiana; la Loren e la Lollobrigida erano di là da venire. Aveva studiato musica al conservatorio, e questo le fu utile, ché le fecero incidere dei dischi, mai più riproposti in avvenire.
Arrivò il 1951, e il suo film per eccellenza Bellezze in bicicletta, diretto da Carlo Campogalliani, con Totò, Carlo Croccolo e Aroldo Tieri, in cui pedalava con la sua amica Delia Scala, lei bruna e Delia bionda, lei statuaria, Delia più minuta ma vivacissima, tanto da diventare una delle più stimate e apprezzate soubrette del teatro italiano.
Non ricorderemo qui tutti i film che ha girato, sono circa una settantina, e Silvana appare a fianco dei più grandi attori dello schermo, anche stranieri. Pensate, quando lavorò in Francia veniva chiamata Nini Pampan.
Mentre leggete vi invito ad ascoltate la sua voce nella canzone bellezze in bicicletta che allora divenne un successo nazionale.
Se n'è andata, sola, senza nessuno intorno, non un collega, non un amico, non un ammiratore. La camera allestita nella Protomoteca in Campidoglio a Roma, è restata sempre vuota, neppure un rappresentante delle autorità statali.
Peccato.
Addio cara Silvana, mito per noi ragazzi che nel 1951 avevamo poco più di una decina d'anni.
Ti rendo omaggio io, con questo modesto saggio, al posto di chi ti ha dimenticato.
Marcello de Santis
Giosuè Borsi
“Città giovine e forte, che il divino
mare accarezza, il vasto ed alto sole,
a Te che cresci in opulenza, vale!
A Te, per carità di Te, m’inchino!”
(Dal sonetto “Alla città natale” di Giosuè Borsi)
Giosuè Borsi (1888 – 1915) nacque a Livorno, nella casa di via degli inglesi. Dovette il suo nome al Carducci, amico del padre. Studiò al liceo classico Niccolini Guerrazzi e si laureò a Pisa.
Cominciò a poetare presto, con versi, manco a dirlo, d’ispirazione carducciana. In un periodo di sperimentazione e di avanguardia come quello, la sua posizione si attestò su forme tradizionali, classicheggianti, imitatorie.
Scrisse commedie, novelle, racconti per l’infanzia, ma anche pezzi critici e giornalistici. Suo padre fu direttore de Il Telegrafo, prima, e del Nuovo giornale di Firenze poi. Con lo pseudonimo di Corallina, fu cronista e confezionò pezzi, come inviato, sul terremoto di Messina e sulla biennale d’arte di Venezia.
Era elegante, molto ricercato nei salotti, fece vita dissoluta di cui poi si pentì. Ebbe successo come conoscitore e fine dicitore di Dante. Ma la morte del padre e della sorella Laura lo gettarono nello sconforto, al punto che, quando morì anche l’amatissimo nipotino, figlio di Laura, Giosuè tentò il suicidio.
Pur essendo cresciuto in ambiente anticlericale e agnostico, le sventure della vita lo orientarono verso il cristianesimo. Divenne terziario francescano, cioè un laico che s’impegna a vivere nel mondo lo spirito di San Francesco.
Fra il 1912 e il 13 scrisse Le confessioni di Giulia, dedicate alla donna amata, intesa in versione angelicata e dantesca.
Fu interventista nella prima guerra mondiale perché considerava la morte sul campo come l’espiazione di una vita di peccato.
Pochi giorni prima di morire, scrisse una lettera alla madre, considerata il suo più alto momento letterario.
“Tutto dunque mi è propizio”, diceva, “tutto mi arride per fare una morte fausta e bella, il tempo, il luogo, la stagione, l’occasione, l’età. Non potrei meglio coronare la mia vita.”
“Sono tranquillo, perfettamente sereno e fermamente deciso a fare tutto il mio dovere fino all'ultimo, da forte e buon soldato, incrollabilmente sicuro della nostra vittoria immancabile. Non sono altrettanto certo di vederla da vivo, ma questa incertezza, grazie a Dio, non mi turba affatto, e non basta a farmi tremare. Sono felice di offrire la mia vita alla Patria, sono altero di spenderla così bene, e non so come ringraziare la Provvidenza dell'onore che mi fa.
Non piangere per me mamma, se è scritto lassù che io debba morire. Non piangere, perché tu piangeresti sulla mia felicità. Prega molto per me perché ho bisogno. Abbi il coraggio di sopportare la vita fino all'ultimo senza perderti d'animo; continua ad essere forte ed energica, come sei sempre stata in tutte le tempeste della tua vita; e continua ed essere umile, pia, caritatevole, perché la pace di Dio sia sempre con te. Addio, mamma, addio Gino, miei cari, miei amati.”
Riuscirà nel suo intento: morirà in un assalto a Zagora. Nella sua giacca, insieme a medaglie insanguinate, saranno ritrovate una foto della madre e la Divina Commedia.
L’associazione culturale Giosuè Borsi è nata nel 2004 come continuazione del gruppo omonimo, attivo a Livorno dal 1988, in occasione del primo centenario della nascita del poeta. Inizialmente si è occupata di custodire i cimeli del concittadino, prima conservati in un piccolo museo, ora chiuso. Con il riconoscimento del Comune di Livorno, ha la custodia etica del Famedio di Montenero, che raccoglie resti e ricordi dei livornesi illustri. L’associazione, con sede in via delle Medaglie d’Oro 6, mantiene vivo il ricordo di Giosuè Borsi (1888 – 1915) e promuove conferenze e studi sulla storia della città e sui suoi personaggi dimenticati. Pubblica con cadenza semestrale la rivista La Torre e ha provveduto a far ristampare numerose opere di borsiane.
Il presidente dell’associazione, Carlo Adorni, ha curato un’antologia intitolata Omaggio a Giosuè Borsi, con prefazione del compianto professor Loi, di cui abbiamo un ammirato ricordo come nostro insegnante di storia. L’antologia, edita nel 2007 dalla casa editrice “Il Quadrifoglio” e corredata di bellissime foto, contiene versi da varie raccolte - fra le quali Primus Fons - alcune interpretazioni dantesche - di cui Borsi era appassionato e fine dicitore - il famoso Testamento spirituale, esempio elevato di scrittura religiosa, e L’ultima lettera alla madre, il suo momento poetico più alto.
Come evidenza Loi, Arte, Patria e Religione furono i tre motivi ispiratori dell’opera borsiana, seppur egli non sia stato poeta “di grande ala”. Dopo una vita di piaceri, vissuta con senso di colpa, dopo essere cresciuto all’ombra degli ideali carducciani e classicisti paterni, dopo aver bramato per se stesso l’amore della donna e la gloria dell’artista, Borsi ebbe una profonda conversione spirituale che lo avvicinò al cristianesimo. Il testamento spirituale è una conferma di quanto egli abbia sentito, pur nella sua beve esistenza, la vanità e il peso delle cose terrene. Il dolore lo ha colpito, attraversato, prostrato, con colpi ripetuti e brutali: la morte del padre, della sorella Laura e del nipotino nato dalla relazione di questa con il figlio di D’Annunzio.
Ma nella sua morte in battaglia, ricercata, ambita, desiderata, c’è molto di decadente, l’ultima pennellata wildiana o dannunziana data ad una vita artistica, sublimata, però, e illuminata, dalla spiritualità, da una ricerca di purezza francescana. La morte è bella, è fausta, perché consegna alla gloria, rende leggendari, redime dai peccati e, tuttavia, in questa morte intesa come coronamento più che come rinunzia, scompare il terziario francescano, il rinunciante, e riaffiora il superuomo nietzschiano.
“Lascio la caducità, lascio il peccato, lascio il triste ed accorante spettacolo dei piccoli e momentanei trionfi del male sul bene: lascio la mia salma umiliante, il peso grave di tutte le mie catene, e volo via, libero, libero, finalmente libero, lassù nei cieli dove è il padre nostro, lassù dove si fa sempre la sua volontà.”(pag 172)
Renato Fucini
Renato Fucini – Opere
A cura di Davide Puccini
Edizioni Le Lettere.
Per conoscere Renato Fucini dobbiamo rivolgerci a Davide Puccini, saggista, fine studioso, ma soprattutto appassionato di letteratura italiana. La sua operazione deriva dalla necessità di riproporre un autore ormai dimenticato, di cui non si trovano più le opere.
L’unico libro ancora in circolazione contiene circa 5000 errori su 1000 pagine. I testi di Fucini sono stati mal compresi, rovinati dai parenti, dagli stampatori, di edizione in edizione. Puccini ha dovuto risalire ai manoscritti, contenuti nelle biblioteche fiorentine, e compiere un’opera certosina di ricostruzione dell’originale.
Il volume è ponderoso, consta di circa 700 pagine e raccoglie tutte le opere pubblicate in vita da Renato Fucini, non le postume, ritenute inferiori. Comprende cento sonetti in vernacolo pisano più altri in lingua, tutte le novelle raccolte ne Le veglie di Neri (1882), All’aria aperta (1897) e Nella campagna toscana (1908) e il saggio Napoli ad occhio nudo (1878).
Davide Puccini ha dedicato cinque anni di lavoro all’opera di Fucini e, come abbiamo detto, ha affrontato la materia soprattutto dal punto di vista filologico. Spesso gli stampatori non comprendevano i vocaboli del vernacolo pisano. Sceglievano la lectio facilior, correggevano bimbino con bambino, sterzatori (chi puliva un albero su tre) con sterratori, rovinando un testo che aveva valore proprio per la precisione etnografica: Fucini, infatti, non sceglieva mai i suoi termini a caso, ma li usava perché erano tipici del luogo di cui stava narrando o poetando.
Nel volume sono contenute molte pagine di bibliografia, Davide Puccini ha rintracciato tutte le edizioni – al punto che è stato in grado, al termine dell’esposizione, di valutare al primo sguardo un libriccino di nostro possesso e datarlo agli inizi del novecento come edizione contenente almeno una trentina di errori.
Ma Puccini ha compiuto anche un’opera di rivalutazione contro quella critica che, dopo la morte di Renato Fucini, ne decretò la lenta decadenza e il ridimensionamento a esponente “minore della letteratura.”
In vita, Fucini ebbe grande successo. A Firenze, allora capitale d’Italia, al caffè Michelangelo, meta di artisti come Edmondo de Amicis (che ha scritto la prefazione proprio all’edizione in nostro possesso) la lettura dei sonetti in vernacolo, che scriveva per divertirsi, ebbe il successo che oggi hanno gli interventi di Benigni. Poi li pubblicò a sue spese e fu un best seller.
Fucini era consapevole dei propri limiti, sapeva di non avere il respiro lungo del romanziere, bensì il fiato corto del novellatore e, tuttavia, una volta pubblicate, le sue opere ebbero risonanza anche fuori della Toscana, furono adottate nella scuola fino agli anni trenta e Croce ne scrisse in modo lusinghiero. Ma dopo, lentamente, su Fucini calò l’oblio e non solo, fu oggetto delle critiche di molti personaggi famosi come Cassola, che lo stroncò nella prefazione ad un edizione BUR. Nel sessantotto fu considerato reazionario, poco attento alla questione sociale, laddove, invece, egli fu mazziniano e garibaldino, impregnato degli ideali risorgimentali che vedeva traditi. Nei sonetti, ma soprattutto in novelle come “Vanno in Maremma”, si sente tutta la sua dolente partecipazione alla miseria degli umili, la comprensione del fenomeno dall’interno, evitando il difetto della letteratura popolaresca (come quella, ad esempio, di Lorenzo il Magnifico).
Fu accusato anche di aver scelto una lingua troppo facile, il toscano, non si capisce cosa avrebbe dovuto fare, visto che le sue novelle sono ambientate principalmente in maremma.
I sonetti sono classici come struttura ma originali come contenuto, perché dialogati, mossi, con battute e vari personaggi fra i quali Neri Tanfucio, lo pseudonimo adottato da Fucini per pubblicare, che ritroviamo ogni volta come personaggio differente. Le poesie sono d’ambiente pisano e fiorentino, popolate di caratteri umili, beceri, degradati; sono spassose, ferocemente allegre ma sempre con una nota amara e triste. (Vedi La mamma, il bimbo e l’amia)
La lingua è un vernacolo che, spesso, ha più del livornese che del pisano. Puccini cita i fenomeni del labdacismo (la elle che diventa erre) e dell’ipercorrettismo (dove si sbaglia per paura di sbagliare).
Renato Fucini nacque nel 1843 a Monterotondo, nella Maremma grossetana, dove il padre David, medico, si era stabilito per la cura delle febbri malariche, ma era livornese di famiglia e si sentiva molto legato alla città labronica, dove frequentò le scuole elementari dei Barnabiti. Visse a Livorno dal 1849 al 1853 - nella città appena riconquistata dagli austriaci dopo i moti del 48 - e, proprio leggendo un poemetto manoscritto in vernacolo livornese, ebbe l’idea di compiere la stessa operazione con quello pisano. Fucini frequentava i macchiaioli a Castiglioncello, dove possedeva una casa, e, in particolar modo, fu amico di Giovanni Fattori, al quale fornì ispirazione per il quadro “Lo staffato”. Ma le sue frequentazioni sono più ampie e non riguardano solo l’ambito toscano. Oltre al già citato Edmondo de Amicis, fu amico anche di Verga, di cui assorbì il naturalismo.
Un discorso a parte merita Napoli ad occhio nudo, reportage commissionatogli da P.Villari, il primo in Italia a far conoscere l’esistenza di una “questione meridionale”. Senza dilungarci, diremo che Fucini seppe cogliere al primo sguardo l’essenza della città, con la quale entrò subito in empatia, comprendendo il fenomeno della camorra in modo non superficiale e raccontando gli aspetti più crudi, dai “talponi” (confronta il livornese tarpone), cioè le pantegane che affollavano fogne e vicoli, al cimitero con 365 fosse, una per ogni giorno dell’anno, in cui i morti erano gettati dall’alto con una carrucola, senza tante cerimonie.
In conclusione, se il saggio sull’umorismo di Pirandello è ancora di là da venire, possiamo affermare, tuttavia, che quella di Fucini fu senz’altro una comicità che “fa pensare”.
Fucini morì a Empoli, nel 1921 per un cancro alla gola.
Ranieri de Calzabigi
Ranieri Simone Francesco Maria de Calzabigi (1714 – 1795) nacque a Livorno, dove probabilmente studiò, perfezionandosi a Pisa.
Col nome di Liburno Drepanio fu membro dell’Accademia Etrusca di Cortona e dell’Arcadia. Prestò servizio in un ministero a Napoli, dove fu coinvolto in un processo per veneficio, cioè omicidio a mezzo di veleno. Per questo motivo lasciò Napoli per recarsi a Parigi, dove conobbe Giacomo Casanova, del quale divenne amico e che lo aiutò ad affinare le sue arti amatorie.
Introdusse alla corte del re di Francia un gioco già praticato a Genova e a Livorno dove, nel 1749, sotto le logge della Dogana, aveva avuto luogo la prima estrazione. Il Calzabigi perfezionò il lotto e lo vendette al re di Francia per fargli riempire le casse dello stato.
A Parigi scrisse la Lulliade, poema eroicomico, parodia della carriera di Jean Baptiste Lully, vale a dire il fiorentino Gianbattista Lulli, ballerino e compositore del Re Sole, collaboratore di Molière, padrone del melodramma d’oltralpe, poi naturalizzato francese.
La Lulliade allude alla Querelle des Bouffons, la guerra dei buffoni, cioè la controversia fra la freschezza della musica del Pergolesi e l’artificiosità del Lully. Tale polemica divise in due Parigi e contrappose gli enciclopedisti ai sostenitori del re.
Nel 1755 Calzabigi pubblicò una ristampa dei lavori dell’amico Pietro Metastasio. Dalla Francia passò a Vienna, dove conobbe C.W.Gluck - operista, esponente del classicismo, ispiratore di Salieri e di Mozart – per il quale scrisse i più importanti libretti. Orfeo ed Euridice, Alceste e Paride ed Elena.
Calzabigi si pone come innovatore, sia lui sia il Metastasio possono essere ricondotti alla stessa radice culturale, il classicismo, prima arcadico e poi illuminista, che sottomette la musica alla poesia.
Dopo Vienna, Calzabigi si recò nuovamente a Napoli, dove concluse la sua vita.
Armando Gill
Armando Gill è considerato il primo cantautore italiano, e guarda caso, è un napoletano verace.
Il suo nome era Michele, Michele Testa, e improntò di sé la prima metà del novecento (nacque nel luglio del 1877 a Napoli, dove morì nella notte dell'ultimo dell'anno del 1944). Infatti, fu Gill il primo a comporre sia la musica che le parole delle sue canzoni, e il primo, da bravo attore e cantante, a presentare i suoi brani al pubblico, ottenendo un immediato e imperituro successo.
Vi chiederete, ed è logico, a cosa si deve quello strano cognome d'arte, Gill; è presto detto: Michele era un ammiratore di un famoso (o quasi) personaggio della corte di re Filippo II di Spagna, uno spadaccino imbattibile, che si chiamava Martino Gill. Lo aveva conosciuto, questo signore, leggendo un giornalino che usciva a Napoli settimanalmente ad opera della casa editrice Sonzogno. Filippo II era il re di Spagna, figlio di Carlo V e di Elisabetta di Portogallo, e regnò nel 1500. Lo ricorderà qualcuno per la sua Invincibile armata; un re cattolico per eccellenza, divenuto celebre non a caso per la feroce repressione che attuò verso ebrei e arabi.
La più celebre canzone di Armando Gill scritta in lingua fu Come pioveva, che nacque nell'anno 1918. E nacque proprio con essa il modo tutto particolare del cantante di presentarsi al pubblico. Un sorriso con il suo sguardo strabico e il suo annuncio: Come pioveva, versi di Armando, musica di Gill, cantati da se medesimo. Da allora questo divenne il suo slogan, ad ogni nuova canzone si proponeva così: versi di Armando, musica di Gill, cantati da se medesimo.
Chi non ricorda le parole della canzone, che durò e dura ancora nel tempo, e che, in anni più vicini a noi, ha portato al successo Achille Togliani, accompagnato dall'orchestra del maestro Cinico Angelini.
C'eravamo tanto amati
per un anno e forse più,
c'eravamo poi lasciati...
non ricordo come fu...
ma una sera c'incontrammo,
per fatal combinazion,
perché insieme riparammo,
per la pioggia, in un porton!
Elegante nel suo velo,
con un bianco cappellin,
dolci gli occhi suoi di cielo,
sempre mesto il suo visin...
Ed io pensavo ad un sogno lontano
a una stanzetta d'un ultimo piano,
quando d'inverno al mio cor si stringeva...
...Come pioveva ... come pioveva!
In occasione del lancio di questa canzone, Armando Gill dimostrò di essere anche un bravo manager di se stesso. Infatti, poco prima dell'avvenimento, si era nell'estate di quell'anno 1918, s'inventò quella che per molti era una stramberia: propose alla sua casa discografica, ed ottenne, di fare affiggere sui muri di tutta la città dei manifesti con un ombrello. Solo un ombrello, senza nessuna scritta. Che sia una pubblicità? Per una nuova marca di ombrelli? Nessuno lo sa.
Passa una settimana, ed ecco nuovi manifesti: all'ombrello vengono aggiunte due parole: Come pioveva. Dopo qualche giorno, viene aggiunto, sotto all'ombrello e a Come pioveva, il nome di Armando Gill. Ottenuta in tal modo la curiosità della gente, solo alcuni giorni appresso tappezzò i muri, vicino e sopra a quelli degli ombrelli, di manifesti con il testo della canzone.
Eppoi, il bum finale, con il suo slogan
signori, come pioveva,
versi di Armando,
musica di Gill,
cantati da sé medesimo.
Armando Gill fu forse il personaggio della canzone napoletana (e italiana) che ebbe il maggior numero di caricature, dovute alla sua figura che si prestava più di altri ad essere ritratta.
Ne proponiamo una che lo presenta così come era solito uscire sul palcoscenico, e cioè
in frac e papillon bianco, il monocolo che gli mascherava una accentuata forma di strabismo, e la immancabile gardenia all'occhiello della marsina.
Nel 1918 nacque anche la più celebre tra le sue canzoni in dialetto napoletano: Zampugnaro 'nnammurato.
Riportiamo qui l'ultimo ritornello divenuto subito celebre al primo ascolto. Grazie anche a una musica che, come nessun'altra, è riuscita a fondersi con le parole, ha contribuito a portare i versi a far parte della canzone classica napoletana. E' una vera poesia, nella quale il poeta si è servito con perizia di una metrica precisa e ben studiata, con endecasillabi e quinari, con sestine quartine, e anche con rime baciate e alternate. E, sia la storia che narra la canzone che l'atmosfera creata dalle parole e dalla musica, ci riportano indietro nel tempo, alle ballatette medievali.
E' una storia che si svolge in una Napoli del primo novecento, in cui un povero ragazzo parte per la città con la sua zampogna, al fine, spera, di rimediare soldi per mettere su casa e sposarsi con la sua innamorata che lascia al paese, triste e pensieroso.
Con quei primi versi di ogni ritornello "ullero ullero" che vogliono significare il suono del suo strumento, che sembra piangere...
Nella grande città conosce il lusso della casa della nobiltà, di una signora che lo chiama a suonare, specchi, tappeti, lampade. Ma la bellezza della signora oscura ogni cosa bella della casa. Il ragazzo si innamora. E si dimentica della sua ragazza, che ha lasciato al paese ad aspettarlo. Quando torna il giorno appresso, per ricevere il compenso, il giovane crede di trovare ad aspettarlo la signora, che, erroneamente, ha pensato ricambiare il suo sentimento. Viene pagato e si sente dire: andate e scordate la signora, quella è una donna sposata.
Ullèro, ullèro, sturduto overo,
Avette ciento lire e 'sta 'mmasciata:
"Scurdatavella, chella è mmaretata"
Deve tornare a casa, dove l'aspetta la sua innamorata. Ma Filomena lo aspetterà invano. Lo zampognaro, innamorato della signora, resta - nella neve - a soffrire, appuntunato, impalato, sotto il balcone della bella signora di città.
ullero ullero
Sta sotto a nu barcone appuntunato,
Poveru zampognaro 'nnammurato!
Armando, studente alla facoltà di legge, già sentiva dentro il bisogno di scrivere versi, ma anche di avere una facilità d'improvvisare non comune. Non finì mai l'università, perché alla laurea preferì studiare l'arte dello spettacolo, al teatro Eden, dove qualche anno dopo debuttò. Con quel nome d'arte, appunto, per non mettere in imbarazzo, in caso di non riuscita, i suoi cari.
Un aneddoto riporta che qui, proprio all'Eden, andò una volta il grande attore siciliano Angelo Musco, a vedere Armandi Gill, e rimase estasiato dalla bravura del comico napoletano. A fine spettacolo volle lasciargli una sua fotografia con questa dedica: «Ad Armando Gill, principe e suvrano de lu Varieté, che mi ha fatto ridere a mia che lazzo l'arte di far ridere».
Da lì partì per esibirsi nei vari teatri di Napoli, teatri che allora ospitavano spettacoli di varietà, dove presentava le sue canzoni, ora tristi e sentimentali, più spesso comiche e ridanciane, di cui scriveva parole e musica. Era anche, come detto, un improvvisatore eccezionale.
Cominciò quasi per caso, poi col tempo diventò un'abitudine finire tutte le sue esibizioni con queste improvvisazioni estemporanee. Chiedeva al pubblico un argomento, e su quello, facendosi accompagnare da una musica, che era sempre la stessa, per la verità, costruiva e cantava storielle e boutades in versi e in rima, raccogliendo applausi a scena aperta e risate a non finire.
E' del 1918, anno davvero fortunato per il cantante napoletano, la canzone E quatte 'e maggio, in cui, con una musica tra dolce e triste, narra di avere, prima una bella botteguccia (puteca, putechella), che gli dava quel poco per tirare avanti, niente di più, poi una bella casetta, 'a casarella, cu 'nu muorzo ‘e luggetella, con una piccola (un morso di) loggetta, e, infine, una bella innamorata. Costretto a lasciare tutt'e tre le cose, la prima per l'esosità dell'esattore inviato dal padrone di casa a riscuotere il fitto.
Arriva l’esattore,
dice: "'A mesata è ppoca!
mettitece 'a si-loca
e 'un ne parlammo cchiú!"
La seconda per il padrone di casa che si presenta di persona, esigentissimo, e vuole cacciarlo per affittare la casa a un prezzo più alto.
Vene ‘o padrone ‘e casa,
dice: "'A mesata è ppoca!
Mettimmoce 'a si-loca
e 'un ne parlammo cchiú..."
E la terza, la sua ragazza, che aveva educato alle buone maniere con tanta dedizione e che, a un certo punto, ha cambiato carattere per colpa di cattive compagnie che l'hanno inciuciata, l'hanno traviata;
Primma, ‘na rosa semplice,
m''a faceva felice..
mo vo' 'e bbrillante e ddice
ca manco niente so'...
In tutt'e tre le strofe della canzone l'autore si rassegna
E aggiu lassato chella putechella,
speranno 'e ne truvà n'ata cchiú bbella!
E aggio lassato chella casarella
speranno 'e ne truvá n'ata cchiú bbella!
E i' lasso pur'a essa e bonasera!
e me ne trovo a n'ata cchiú sincera.
Il quattro di maggio è una data essenziale per quella canzone, dunque, perché tutti e tre gli avvenimenti della storia raccontata da Armando Gill si verificano in questo giorno.
Prendiamo le notizie relative a questa data dalla esplicativa esegesi sulla canzone che fa l'amico Raffaele Bracale, nel suo saggio QUATTRO DI MAGGIO: ‘E QUATTE ‘E MAGGIO, Viaggio "dentro" il Dialetto Napoletano & Dintorni; che invito i lettori, e in particolare gli appassionati di cose napoletane, a leggere, saggio in cui lo scrittore e cultore di Napoli tratta, con perizia e grande conoscenza dell'argomento, la storia del 4 maggio. Io qui mi limito a dire le cose essenziali.
Il quattro di maggio era il giorno in cui a Napoli, un tempo, era usanza che gli affittuari di quartini traslocassero, a seguito o meno di sfratto.
Bisogna fare un passo indietro di alcuni secoli; nella seconda metà del 500, narra Raffaele Bracale, questi traslochi si facevano il 10 di agosto; ma era un mese troppo caldo, e gli operai addetti alle masserizie si ribellarono e costrinsero così le autorità ad emanare un decreto che spostò la data al 1° maggio. Ma quel giorno ricorreva la festa dei santi Filippo e Giacomo, e i napoletani, a questi devotissimi, non videro la data di buon occhio. Così ognuno prese a traslocare come e quando gli faceva comodo. Con grande confusione di persone masserizie carretti e carrettini.
Ai primi del '600 il viceré Pedro Fernandez de Castro decretò che traslochi e sfratti avvenissero il 4 di maggio. E la data era anche quella in cui si esigeva il pagamento dei fitti.
Ecco dunque il titolo della canzone, e la data in cui il povero attore di essa è costretto a lasciare 'a putechella, 'a casarella, e 'a bella 'nnammurata.
Armando aveva poco più di quarant'anni quando scrisse le tre grandi canzoni di successo.
Leggo che abbandonò l'università a un anno dalla laurea, e noto che ha avuto qualcosa in comune con me: anch'io mollai a tre esami dalla laurea, anch'io facevo giurisprudenza, anch'io per dedicarmi a qualcos'altro, lui all'arte della poesia e del teatro, io all'arte del lavoro (ché, quando lo si fa bene, il lavoro è davvero un'arte.)
Era un intrattenitore entusiasmante, un discreto cantante e un fine dicitore. Qualcosa di lu, e del suo modo di vivere la vita e l'arte cui si era dedicato, ce lo dicono i pronipoti Maria Rosaria e Gaetano De Maio Testa, figli della signora Lavinia Testa Piccolomini, che era nipote di Armando Gill, in quanto figlia di suo fratello Gustavo.
Per esempio, della sua abitudine di scrivere le canzoni di notte (di giorno era preso dal palcoscenico), e di farle ascoltare ai suoi cari per sentirne il parere, alla moglie Assunta e perfino al suo cane Florì. Ci raccontano un aneddoto, che la loro madre Lavinia visse in prima persona, in quanto era sempre presente dietro le quinte durante i suoi spettacoli. Mentre era sul palco in una sua performance, sentì provenire da uno dei palchetti laterali dei rumori e un parlottare inconsueto; rivolse là lo sguardo e vide che due coniugi altercavano o discutevano durante la rappresentazione disinteressandosi di lui. Li richiamò, bonariamente, e, improvvisando parole in versi, li riportò alla realtà del teatro, suscitando risate e risatine tra il pubblico, che applaudì a lungo, e applaudirono gli stessi coniugi.
Oltre a colpire gli spettatori con le sue canzoni, che poi erano quasi tutte storie e storielle di vita quotidiana, e che quindi il pubblico sentiva come proprie, amava intrattenere lo stesso, coinvolgendo, di volta in volta, ora quello ora quell'altro tra i presenti, colloquiando con loro con versi improvvisati, accompagnati da una musica di sottofondo. E questo faceva anche alle periodiche cui amava partecipare e di cui era un assiduo frequentatore. Nelle case dei signori di allora era ricercato e molto apprezzato, non si faceva mai pregare, presentava un suo pezzo comico musicale e poi il consueto botta e risposta con i presenti, ai quali le cantava e le suonava, sempre improvvisando, come se la sentiva.
Ebbe un contratto col Salone Margherita, e cominciò a lavorare e realizzare così il suo sogno di sempre. Verso la fine del secolo, scrisse le prime canzoni, solo i versi però, ché le musiche le affidò a musicisti di professione. Solo più tardi prese a scriversi le musiche da solo. Ma non sapendo di musica, affidò i suoi motivi all'amico di sempre, Alfredo Mazzucchi, che provvide da quel momento a trascriverli per lui sugli spartiti. Le sue prime opere vennero affidate alla casa editrice Bideri, che all'epoca era la più rinomate di Napoli.
Scoppia la guerra, Gill ha un difetto alla vista, è fortemente strabico, ma questo non basta per farlo riformare. E' arruolato in marina. S'imbarca come tanti altri della sua età, e parte. Non passa molto tempo che viene dato per disperso, con l'arrivo della notizia che la sua nave è affondata. Notizia falsa, ma nessuno lo sa.Fioccano i necrologi, Gill è entrato prepotentemente con la sua simpatia nei cuori di tutti. Lui sente queste notizie che lo riguardano, si prepara in silenzio alla sua rentrée nel mondo dei vivi, che non ha mai lasciato, e, dopo qualche tempo, eccolo apparire sui cartelloni del teatro Trianon come capocomico di una rivista, dal titolo che è tutto un programma: Gill l'affondato.
Ormai Armando Gill è sulla cresta dell'onda e gli spettacoli su susseguono, e non solo nella sua città, ma anche a Roma e in altre città italiane.
Riporto un fatto accaduto a Roma al Ristorante Alfredo alla Scrofa, fatto poi diventato aneddoto, in occasione di un incontro casuale con l'altro grande del palcoscenico, il romano Ettore Petrolini.
Qui i due grandi attori si incontrano per caso. L'artista romano fa l'ordinazione al cameriere improvvisando in versi. ll napoletano, di rimando (che aveva riconosciuto Petrolini), lo imita ad alta voce (i due tavoli erano vicini, ognuno dei due personaggi era là con amici e compagni), in un botta e risposta memorabile (vedi Mario Mangini). Al termine della scenetta da palcoscenico, con versi inventati là per là, Petrolini si ritiene sconfitto nella disputa letteraria improvvisata, si rivolge al Gill, con un "Gill, sei tu!?, Che te possino!!!"
Non posso chiudere questo breve saggio sul grande Armando Gill, senza dire dell'altra bella canzone-storiella che ebbe un grande successo quando fu ascoltata per la prima volta, era l'anno 1924, e che poi fu portata al successo dal grande cantante Roberto Murolo: E allora?
Un giovinotto napoletano prova ad "abbordare" una signora milanese sul tram che dal centro di Napoli porta su a Posillipo (all'epoca c'erano due linee, la 1 e la 2, che facevano il tragitto Napoli-Posillipo. Il tram partiva dalla piazzetta di Santo Spirito e, scendendo per Santa Lucia, percorreva via Chiatamone per immettersi sulla riviera di Chiaia, giunto a Mergellina, ancora una fermata, per poi salire su a Posillipo).
La signora, che sale alla fermata di via Partenope, sembra "starci", ma in effetti pensa solo di poter approfittare per farsi pagare alcuni conti. Colloquiando col giovine che spera in una facile conquista, vista la disponibilità di lei, accenna al suo desiderio di vedere Frisio (ma lo sapeva almeno cos'era? Frisio: era una zona sulla salita di Posillipo dove c'erano famosi ristoranti). Vorrei vedere Frisio... non visto mai finora...
Nel tram di Posìllipo, al tempo dell'está,
un fatto graziosissimo, mi accadde un anno fa;
Il tram era pienissimo, 'a miezo, 'a dinto e 'a fora,
quando, alla via Partènope, sagliette na signora!
E allora?...
E allora io dissi subito: "Signora, segga qua!"
Rispose lei: "Stia comodo, vedrá che ci si sta...
si stríngano, si stríngano, per me c'è posto ancora..."
E quase 'nzino, 'ndránghete...s'accumudaje 'a signora!
E allora?...
E allora, dietro all'angolo, mi strinsi ancora un po'...
lei rise e poi, guardandomi, le gambe accavalciò...
Io suspiraje vedennole tanta na gamba 'a fora,
comme suspiraje Cesare p''e ccosce d''a signora!
E allora?...
E allor dissi: "E' di Napoli?" "No, mi sun de Milan!"
"Fa i bagni qua, certissimo!" "No, mi parto duman...
Vorrei vedere Frìsio, non visto mai finora..."
"Se vuole, io posso..." "Oh, grazie!..." E s'ammuccaje 'a signora!
E allora?...
...e allora il giovane la invita a scendere, chiama un taxi e, con questo, salgono per Posillipo, sulla vettura il ragazzo fa le prime mosse di approccio ma la signora lo ferma... oh no, meglio andare prima a mangiare qualcosa... e ottiene di farsi invitare a uno dei migliori ristoranti sulla strada che porta sulla collina, celebri già allora. Poi, gli promette, gli permetterà di accompagnarla all'Hotel Vesuvio, dove alloggia...
E allora, po', addunánnome ca dint''o trammuè,
'a gente ce guardava, dissi: "Signó', scendé'..."
E mme pigliaje nu taxi a vinte lire a ll'ora...
e a Frìsio ce ne jèttemo, io sulo, cu 'a signora!
E allora?...
E allora, senza scrupoli, mm'accummenciaje a lanzá...
ma lei, con fare ingenuo, mi disse: "Oh, ciò non sta...
Andiamo prima a Frìsio, mangiamo e, di buonora...
io sto all'Hotel Vesuvio, lei mi accompagna...e allora..."
E allora?...
E allora io feci subito "necessita virtù"...
Ma a Frìsio ce magnajemo duiciento lire e cchiù...
Turnanno, immaginateve, stevo cu ll'uocchie 'a fore...
Finché all'Hotel Vesuvio, scennette cu 'a signora...
E allora?...
... e allora, giunti all'hotel Vesuvio, la signora, che presenta il giovane come suo marito, lo fa salire in camera. Qui subito il ragazzo tenta di abbracciarla, quando si sente bussare alla porta. E' il cameriere che viene con il conto da saldare.
... e allora?
Be', e allora leggetevi più sotto il finale della storia; con tanto di morale.
Qui viene il graziosissimo ca, jenno pe' trasí,
a tutti presentávami: "Presento mi' marí'!..."
Mm'avea pigliato proprio pe' nu cafone 'e fora...
E ghièttemo 'int''a cammera e s'assettaje 'a signora!
E allora?...
E allora, mentre proprio 'a stevo p'abbracciá,
vicino 'a porta...Ttùcchete...sentette 'e tuzzuliá...
"Chi sarrá maje 'sta bestia? Si mandi alla malora!..."
Nu cameriere in smoking, cu 'o cunto d''a signora!...
E allora?...
E allora ce guardajemo, curiuse, tutt'e tre...
Lei prese il conto e..."Págalo: duemila e ottantatré..."
Cu na penzata 'e spíreto diss'io: "Mo, nun è ora!"
E il cameriere pratico: "Pardon, signor...signora!..."
E allora?...
E allora lei fa: "Sei stupido!..." "Qua' stupido, madá':
Ciento lirette 'e taxi, duiciento pe' magná...
Duimila e tanta 'e cámmera...e chesto che bonora!...
Ccá ce vó' 'o Banco 'e Napule, carissima signora!
E allora?...
E allora, senza aggiungere manco nu "i" e nu "a",
pigliaje 'o cappiello e, sùbbeto, mme ne scennette 'a llá...
Truvaje ancora 'o taxi: "Scioffer...pensione Flora!..."
E ghiette a truvá a Amelia ca mm'aspettava ancora...
E allora?...
E allora ebbi la prova di una grande veritá:
Ch''a via vecchia, p''a nova, nun s'ha da maje cagná!
Ci piace immaginare l'artista che si presenta davanti al suo pubblico con la marsina o col frac, la gardenia appuntata al petto, il papillon e il monocolo. E, con il suo fare aggraziato e accattivante, racconta questa storiella in musica, quasi fosse creata là per là davanti alla platea; e dopo le prime due strofe richiede con un gesto della mano, e aspetta che dai presente venga pronunciata in coro la domanda che si ripete ogni strofa:... e allora? Facendoli partecipare così alla creazione di una canzone davvero simpatica.
Armando Gill si ritira dalle scene in silenzio, così come vi è entrato. La gente da un bel pezzo l'ha quasi dimenticato. Non è neppure tanto vecchio, se è vero che ha compiuto appena 66 anni. Se ne va così un viveur e un tombeur de femmes, come si diceva a quel tempo. Era vissuto nel periodo di quella guerra, voluta dal fascismo, che produsse disastri immensi e morti innumerevoli in tutta Europa. Lui ne uscì presto, e, con la sua arte di autore ironico e sentimentale allo stesso tempo, si rivelò un vero signore del palcoscenico.
Decide di lasciare tutte le sue canzoni alla casa editrice che l'aveva lanciato, la Edizioni Bideri. Era l'anno 1944. L'ultimo dell'anno, a notte fonda. Era quasi il 1945.
marcello de santis
Guelfo Civinini

Guelfo Civinini (1873 – 1954) è nato a Livorno solo perché i genitori vi si rifugiavano per sfuggire alla malaria.
Ha vissuto principalmente a Roma, dove si è spento nel 54, ma la sua vita è stata particolare, piena attività che ne fanno un personaggio interessante, al di là della scrittura.
Corrispondente del Corriere della Sera, fu inviato di guerra in Libia e in Grecia, seguì l’impresa di Fiume di d’Annunzio e aderì al fascismo, diventando uno dei firmatari del “Manifesto degli intellettuali fascisti” ma, dopo le leggi razziali e il patto con la Germania, si distaccò dall’ideologia di Mussolini fino a diventare scrittore “non gradito” al governo.
Fra le due guerre viaggiò molto, soprattutto in Africa orientale, dove realizzò il documentario Aethiopia per conto dell’Istituto Luce. Organizzò persino una spedizione alla vana ricerca di un esploratore morto.
Comprò sull’Argentario la Torre di Santa Liberata, compiendovi degli scavi che portarono alla luce una villa romana.
Una figlia gli morì suicida nel 29.
La sua produzione parte dalle poesie crepuscolari di L’Urna e I sentieri e le nuvole - che lo fanno rientrare a pieno diritto nel Decadentismo, con una visione intimista, malinconica e sfiduciata - passa attraverso la produzione teatrale per sfociare nel verismo delle novelle, basate sui ricordi d’infanzia e sull’ambiente maremmano ma anche africano.
Rimane famoso soprattutto per aver scritto il libretto de La fanciulla del West musicata da Giacomo Puccini.
Guelfo Civinini (1873 - 1954) was born in Livorno only because his parents took refuge there to escape malaria.
He lived mainly in Rome, where he died in 54, but his life was particular, full of activities that make him an interesting character, beyond writing.
Correspondent of Corriere della Sera, he was sent to war in Libya and Greece, followed the business of Fiume of d'Annunzio and joined fascism, becoming one of the signatories of the "Manifesto of fascist intellectuals" but, after racial laws and pact with Germany, he detached himself from Mussolini's ideology until he became a writer "unwelcome" to the government.
Between the two wars he traveled extensively, especially in East Africa, where he made the documentary Aethiopia on behalf of the Istituto Luce. He even organized an expedition in vain to find a dead explorer.
He bought the Torre di Santa Liberata on the Argentario, carrying out excavations that brought to light a Roman villa.
A daughter died of suicide in 29.
His production starts from the twilight poems of L'Urna and The paths and the clouds - which make him fully fall into Decadentism, with an intimate, melancholic and disheartened vision - passes through theatrical production to flow into the realism of the novels, based on childhood memories and on the Maremma but also African environment.
He remains famous above all for having written the libretto of La fanciulla del West set to music by Giacomo Puccini.
Giuseppe Bandi
Giuseppe Bandi (1834-1894) è nato a Gavorrano. Il padre è un funzionario del governo granducale e il suo incarico porta la famiglia Bandi a stabilirsi in diverse città della toscana. Bandi diviene segretario della Giovane Italia e per questo motivo è arrestato nel 1857 e poi ancora l'anno successivo per aver favorito dei latitanti mazziniani.
Come tanti suoi coetanei romantici, alterna la poesia all'iniziativa politica. Partecipa alla seconda e poi alla terza guerra d'indipendenza, s'imbarca da Quarto con i mille e viene ferito a Calatafimi, esperienza che riporterà nelle pagine del suo libro più famoso: I mille, da Genova a Capua.
Dopo il 1870, unita ormai l'Italia, lascia l'esercito e si dedica al giornalismo, dirigendo la Gazzetta livornese, quotidiano conservatore. Nel 1877 fonda anche giornale della sera, Il Telegrafo, attuale Il Tirreno, monopolizzando l'informazione cittadina.
Scrive romanzi nel genere storico -guerrazziano che pubblica a puntate nelle appendici dei suoi e degli altri giornali.
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)