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personaggi da conoscere

Pascoli a Livorno

21 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Pascoli a Livorno

Penso a Livorno, a un vecchio cimitero

di vecchi morti; ove a dormir con essi

niuno più scende; sempre chiuso; nero

d'alti cipressi.

Tra i loro tronchi che mai niuno vede,

di là dell'erto muro e delle porte

ch'hanno obliato i cardini, si crede

morta la Morte,

anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,

sopra quel nero vidi, roseo, fresco,

vivo, dal muro sporgere un sottile

ramo di pesco.

Figlio d'ignoto nocciolo, d'allora

sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?

Ed ora invidi i mandorli che indora

l'alba negli orti?

O i cipressi, gracile e selvaggio,

dimenticati, col tuo riso allieti,

tu trovatello in un eremitaggio

d'anacoreti?”

Giunge improvvisa, nel 1887, a Giovanni Pascoli (1855 – 1912) la notizia che il ministero lo ha trasferito da Massa a Livorno, dove ha ottenuto un incarico presso il liceo Niccolini Guerrazzi. Sgomento, si confida col Carducci che lo esorta comunque ad andare verso il cambiamento. Sappiamo tutto del trasferimento grazie agli scritti della sorella Maria, “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”.

Dopo l’uccisione del padre e gli altri tragici lutti familiari, Giovannino ha preso con sé Ida e Maria, le due sorelle, e con loro si trasferisce nella città costiera. Il 31 ottobre parte in treno, le sorelle lo raggiungono su un barroccio carico di mobili, con la gabbia dell’uccellino Ciribì. La gattina di famiglia sfugge dal canestro e non si fa trovare. Sarà un bravo vicino a riconsegnarla la settimana successiva.

Dal luminoso alloggio campestre di Massa, si ritrovano catapultati al quarto piano di uno squallido appartamento in via Micali. Giovanni comincia a insegnare al liceo, dà anche molte lezioni private ma i soldi non bastano mai, fra cambiali da pagare, mobili da acquistare e libri indispensabili per l’insegnamento e gli studi.

La famiglia vive in grandi ristrettezze, Giovanni non si integra subito sul luogo di lavoro e si sente poco stimato dai colleghi. Continua ad aspirare, come tutti gli insegnati livornesi, a un posto in Accademia, ma intanto accetta anche un incarico in un collegio di Ardenza. Ha solo una mezz’ora d’intervallo nella quale corre a casa per mangiare un boccone ma finisce, come ci racconta Maria, per addentare pane e salame in carrozza. Prende anche in casa uno studente che prepara senza successo per gli esami.

Il tempo libero è poco, con due sorelle a carico c’è da pensare solo a sbarcare il lunario. Nonostante ciò, è qui che prende corpo parte della raccolta Myricae, poi pubblicata dall’editore Raffaello Giusti, è qui che si delinea al poetica pascoliana, antiretorica, aderente alle cose.

Ed è in questo periodo che Giovanni s’innamora di Lia, una giovane cantante figlia di un musicista che abita davanti al liceo. In una poesia ce la descrive con le vesti troppo corte per l’età.

“Lia giovinetta, ardisci dunque, parla;

di’: « Cara madre, corta è piú la gonna

che non convenga; or pensa ad allungarla.

Fiere pupille seguono moleste

i passi miei di giovinetta donna;

ond’io vorrei piú schermo della veste ».

Troppo io so bene quale a me talora

da te derivi immemore malia,

che gli occhi avvallo, e il volto trascolora;

di che tu avvampi, o giovinetta Lia!

Vicissitudini familiari, la possibilità poi evitata che la sorella Ida sposi un giovane non gradito, gli fanno volgere le spalle all’amore per concentrarsi sui doveri di famiglia.

Anche se gravata da pensieri economici, la vita dei fratelli è serena. Frequenta casa il poeta Giovanni Marradi; Pietro Mascagni musica la lirica “Sera d’ottobre”.

“Lungo la strada vedi sulla siepe

Ridere a mazzi le vermiglie bacche:

nei campi arati tornano al presepe

tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento

Passo tra foglie stridule trascina:

nei campi intuona una fanciulla al vento:

fiore di spina!”

Sono frequenti le incursioni alla fiaschetteria in via Maggi, insieme a Carducci, o le passeggiate fino a piazza Cavour per acquistare dolci che allietano le serate. La casa si riempie di uccellini ma il preferito resta sempre Ciribì.

Quando i problemi economici un poco si acquetano, si trasferiscono tutti in una villetta con giardino, sempre in via Micali. Giovanni vince il Veianus, un concorso olandese di poesia latina, ma è costretto a impegnarsi la medaglia per risolvere il problema di una certa cambiale e le sorelle finiscono per mettersi nelle mani di un usuraio.

Il soggiorno labronico termina nel 1895 con una nomina in altra città. Livorno, che lo aveva accolto con freddezza, gli tributa stima e onori, richiamandolo nel 1911 per fargli tenere un discorso all’Accademia in occasione del cinquantenario dell’unità d’Italia.

Il legame con la città resta e se ne sentono gli influssi in numerose poesie, fra le quali Il conte Ugolino.

“Ero all'Ardenza, sopra la rotonda

dei bagni, e so che lunga ora guardai

un correre, nell'acqua, onda su onda,

di lampi d'oro. E alcuno parlò: «Sai?»

(era il Mare, in un suo grave anelare)

«io vado sempre e non avanzo mai».

E io: «Vecchione,» (ma l'eterno Mare

succhiò lo scoglio e scivolò via, forse

piangendo) «e l'uomo avanza, sì; ti pare?»

E l'occhio, vago qua e là mi corse

alla Meloria...”

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Averardo Borsi

19 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Averardo Borsi

Averardo Borsi (1858 – 1910), padre del più famoso Giosuè, nato a Castagneto Maremma, era uno dei tanti letterati che orbitavano attorno al Carducci, indiscusso maestro dell’epoca. Chiamò il figlio Giosuè proprio in onore dell’amico poeta.

A Livorno si trasferì nel 1885 e, per vivere, si adattò a fare mestieri umili come il contabile e il tabaccaio. Fu grazie all’amicizia con Giuseppe Bandi se cominciò a farsi conoscere per i propri articoli e se divenne comproprietario de “La Gazzetta livornese” e “Il Telegrafo”, che diresse con piglio moderno, riconoscendo il valore della pubblicità e dell’impaginazione.

Oltre che del Carducci, fu intimo amico del Pascoli e di D’Annunzio. Sua figlia Laura, attrice della compagnia Novelli, ebbe un bambino dal rampollo di D’annunzio, Gabriellino, un piccolo che morì presto, gettando nello sconforto tutta la famiglia e, in particolare, il giovane Giosuè.

Averardo Borsi è famoso anche per i suoi duelli con Felice Cavallotti, dovuti a continui diverbi e per i quali fu anche arrestato.

Morì a Firenze, per un attacco di peritonite.

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Collodi e Livorno

9 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Collodi e Livorno

"La campanella suonò:

il fischio della locomotiva

Lacerator di ben costrutte orecchie

echeggiò sotto la soffitta della Stazione; gli sportelli delle carrozze,

l'un dopo l'altro, fortemente sbattendo,

si chiusero - e il convoglio,

flottando con respiro sordo e affannoso, si pose in moto alla volta di Livorno!"

È risaputo che i fiorentini benestanti amano farsi le vacanze a Livorno. Fra questi c'era anche Carlo Collodi (1826 - 1890), l'autore dell'indimenticato Pinocchio, che soleva "annoiarsi terribilmente" dalle nostre parti per tutto luglio e agosto.

Ricordiamo qui una sua opera meno conosciuta: "Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno". Pubblicato nel settembre del 1856 per l'editore Mariani, fu venduto ai viaggiatori come opuscolo informativo, nel primo anno di funzionamento della Ferrovia Leopolda che, appunto, collegava Firenze a Livorno.

Costruita negli anni 40 del XIX secolo, la ferrovia partì proprio da Livorno, con un binario unico, e suscitò le ire (e i tumulti) dei barcaioli dell'Arno che vedevano scemare il lavoro. Delle tre stazioni della ferrovia, la nostra - la dismessa stazione San Marco - è l'unica a non essere ancora stata oggetto di riqualificazione, nonostante numerose proposte.

Fra romanzo d'appendice ingarbugliato e autoironico, e manuale d'informazioni utili per i viaggiatori, il volumetto tascabile scritto dal Collodi, è una guida storico - umoristica che si colloca nella letteratura, allora all'avanguardia, dedicata ai viaggi su strade ferrate. Descrive, con brio tutto toscano, le peripezie dei pionieri del treno a vapore, fra tradizione contadina e nuovo che avanza, in uno stile di contaminazione letteraria sul modello di Sterne.

Le descrizioni che riguardano la città non sono propriamente lusinghiere, sia per quanto riguarda l'arte:

"In fatto di monumenti e di cose antiche, Livorno ha ben poco da presentare all'occhio dell'artista e dell'amatore. E ciò si capisce facilmente: imperocché nelle città consacrate quasi esclusivamente al commercio e all'industria, le belle Arti non vi respirano a modo loro e raramente vi ottengono la Carta di soggiorno!"

che le persone:

"La donna livornese, e particolarmente la donna del popolo ha, in generale, fattezze regolari, begli occhi, bei denti - e molti capelli. Il maschio non presenta nulla di singolare che lo distingua - seppure non si vogliano eccettuare i barcaioli e i saccaioli, nei quali l'esercizio quotidiano di una vita affaticata, sviluppa ordinariamente delle forme robuste e delle tendenze ercoline!"

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IL CRISTO VELATO (2)

7 Maggio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #luoghi da conoscere, #personaggi da conoscere, #marcello de santis

IL CRISTO VELATO (2)

IL CRISTO VELATO (2)
di
marcello
de santis

IL DISINGANNO


La statua del Disinganno è' opera dell'artista Francesco Queirolo (Genova 1704 - Napoli 1762) che lavorò alla Cappella dei Sansevero dove, dove oltre a eseguire sculture, provvide anche alla decorazione della stessa .
Ho scelto di pubblicare un particolare di essa, la parte superiore, perché vista così da vicino si può ammirare e comprendere la difficoltà del suo autore nel realizzare la rete (di marmo) che avvolge la persona. Si trova a destra dell'altare, rappresenta appunto un uomo che tenta invano di sciogliersela di dosso, con l'aiuto di in genietto con le ali; cerca di liberarsi dall'inganno rappresentato dalla rete che lo ha fatto suo prigioniero.
Il Principe di Sansevero ha voluto nella statua vedere suo padre Antonio (1683-1757) chiamato dal desiderio di avventure per perseguire le quali abbandonò in gioventù la famiglia; rinunciò per questo alla successione, mantenendo per sé solo il titolo di duca di Torremaggiore, e che tornò all'ovile solo in tarda età, pentito, al punto che prese i voti e si chiuse in convento.

LA PUDICIZIA

Anche qui siamo di fronte a una statua coperta da un velo leggero,
così sottile da sembrare un velo vero, come nel Cristo del Sammartino.
Opera di Antonio Corradini, eseguita nell'anno 1752, vuole rappresentare - per volere del Principe Raimondo - la sua adorata madre Cecilia Gaetani dell'Aquila che, morendo giovanissima nel dicembre del 1910, lo aveva lasciato piccolissimo, quando aveva appena un anno.
Corradini, celebre artista alla corte dell'imperatore a Vienna, viene chiamato nel 1751 a Napoli per eseguire i lavori della oggi famosa Cappella. Ma il destino aveva deciso per lui; non poté realizzare quanto chiamato a fare, essendo stato colto dalla morte nello stesso anno in cui terminò la Pudicizia, il 1752.
Opera questa di incredibile leggerezza, non ha eguali, anche se esistono invero molte altre statue velate nella storia dell'arte, alcune realizzate dallo stesso Corradini (che - pare - sia stato anch'egli un affiliato della massoneria). Non stiamo qui a ricordare i simboli nascosti che si sono voluti cercare e trovare nella statua velata della Pudicizia, ché lo stesso personaggio del committente, il Principe Raimondo, portava necessariamente a fare. Il principe, infatti, come detto anche più sopra, era dotato di una cultura eccezionale, e all'epoca era considerato, tra le altre cose, un vero e proprio genio. Matematica, lingue, medicina; e chimica soprattutto.
Giovanissimo studente era stato un inventore di provata abilità ed efficienza; tra le sue invenzioni si ricorda il fucile a retrocarica; e un cannone di lunga gittata che realizzò per poter colpire le navi della flotta da guerra inglese che ponevano d'assedio Napoli. Ma si dice che fosse il primo ad avere scoperto la radioattività, in esperimenti che gli lasciarono il tremore delle mani fino alla sua morte.
L'arte medica era un'altra delle sue infinite doti; la metteva a disposizione anche per i nobili malati che curava, sperimentando su di loro dopo aver studiato i sintomi dei loro mali, le sue trovate chimiche; e poi esaminando le reazioni ai suoi medicamenti. Fu così che gli venne in mente, una mente sensazionale sotto tutti gli aspetti, di far costruire, per poter meglio studiare il corpo umano, le famose macchine anatomiche nelle quali fece riprodurre l'apparato circolatorio con tanto di vene arterie e capillari, sia di una persona di sesso maschile che di una di sesso femminile, questa addirittura in stato interessante.
Eccole qui sotto le foto di queste altre due altre meraviglie. Sono gli scheletri di un uomo e di una donna conservati nei sotterranei della Cappella; sono chiusi in due bacheche di vetro per preservarli da qualsiasi cosa o persona che potrebbe danneggiarli.
Come si può vedere, sono realizzati fin nei minimi particolari vene, venuzze e capillari del sistema circolatorio. Sono opera di un medico di Palermo, tale Giuseppe Salerno, che li realizzò sotto la direzione e il controllo costante del principe in persona, e risalgono agli anni 1763-1764, quando il principe aveva 54 anni, che li ha fatti "costruire" mettendo a disposizione del medico due elementi veri: le ossa e i crani, intorno ai quali ha elaborato e sistemato l'intricato sistema di vene.
Come le altre opere presenti della cappella - ma questa più delle altre - presenta il più grande mistero di cui è impregnato l'ambiente sacro: quali materiali sono stati utilizzati per la composizione del delicatissimo apparato circolatorio? Quali procedure segrete?
Non è chi non veda - e non c'è bisogno di ricordarlo - che le due composizioni hanno richiesto degli studi approfonditi del corpo umano, sia da parte del medico chiamato a eseguire l'opera, che soprattutto da parte del Principe Raimondo, il quale sappiamo quanto fosse meticoloso e attento a che tutto fosse perfetto al massimo grado.
Le illazioni riguardo alla elaborazione ed esecuzione delle due figure sono diverse, e tutte misteriose ancora oggi.
Forse che il principe abbia fatto usare una sostanza sconosciuta, da lui scoperta in laboratorio, che il medico ha infiltrato nel corpo vero di due cadaveri, sostanza che ne avrebbe metallizzato i vasi sanguigni?
Se così fosse, ci troveremmo allora avanti a due scheletri di cadaveri del settecento. (E una storia, vera o leggenda, narra che il principe avesse fatto uccidere due suoi servi - almeno questo credeva il popolo: erano scomparsi, guarda caso, proprio allora, due servi del principe; del resto era voce corrente tra il popolino che egli avesse fatto uccidere ben sette cardinali per usarne la pelle a coprire delle sedie - e quindi avesse provveduto con l'aiuto del medico Giuseppe Salerno a imbalsamare i due corpi, usando materiali da lui studiati e realizzati, la cui composizione il principe si è portata nella tomba.
Oppure le due opere sono frutto semplicemente di un'arte sopraffina, applicata alla bisogna con materiali comuni all'epoca, la cui combinazione (arcana) sia stata cercata e creata all'uopo del principe in persona? Fatto sta che a ben vedere tutto l'apparato circolatorio dei due rasenta la perfezione assoluta in ogni minima parte, se si tiene conto che trecento anni fa circa le conoscenze del corpo umano non erano certamente quelle di oggi.
Insomma: ai suoi tempi il principe era considerato, fin da quando giovanissimo venne a Napoli dal suo paese, una specie di negromante; la sua persona era circonfusa di qualcosa di arcano; tanto che faceva addirittura paura quando andava a passeggio per una Napoli che egli considerava città arretrata e ignorante, avvolto nella sua cappa di mistero; era additato addirittura come uno stregone; il mistero ancora oggi prende il visitatore nella Cappella, che resta a dir poco allibito da ciò che scorre davanti ai suoi occhi.
Quando ci accingiamo ad uscire, non possiamo non ritornare ancora là dove dorme il Cristo. Gettiamo un ultimo sguardo al corpo nella sua interezza, ci giriamo intorno con lo sguardo, e ci viene voglia di allungare una mano e toccare; anche se sappiamo che è vietato. Restiamo suggestionati ancora una volta - e sì che c'eravamo fermati a lungo ad ammirare l'opera poco prima - restiamo suggestionati dalla realtà del velo così aderente al viso e al corpo, che possiamo vedere attraverso di esso addirittura le ferite infertegli durante la crocifissione.
Tutto è talmente perfetto che non possiamo non tornare a pensare alla personalità del Principe e alle conoscenze (che a quel tempo dovevano essere necessariamente limitate) di cui abbiamo letto da qualche parte prima di entrare nella Cappella: e ci viene spontaneo pensare che quel marmo sia diventato marmo dopo la creazione della statua, grazie a qualche astruso potere alchemico messo in atto dal di Sangro.
Ma quali strumenti misteriosi aveva a disposizione?
Che cosa mai si era inventato in grado di marmorizzare un velo trasparente?
Il nostro desiderio è incontrollabile, non tanto per il gesto semplice in sé di renderci conto della "realtà" della scultura, ma con l'inconscio impulso di sollevare il velo e constatare coi nostri occhi se quel signore che sta là sotto stia dormendo; e il nostro sguardo corre al torace, e lo fissiamo, a vedere se per caso si solleva o meno, se respira o meno; e poter gridare: è vivo! è vivo! Poi però ci tratteniamo e seguiamo il flusso lento e pensieroso degli altri visitatori che si avviano ad uscire, e noi con loro, portandoci appresso tutti i misteri che nel nostro giro non siamo riusciti a svelare. Neppure in parte.
Voglio chiudere questo breve saggio riportando una domanda che si pone Giuseppe Di Stadio, e che si sono posti tanti studiosi del Signore di Sansevero, purtroppo ancora oggi senza risposta. Giuseppe Di Stadio è un giovane napoletano, egittologo e studioso di storia; in particolare ricercatore delle evoluzioni dei Regni partenopei dal 500 al 1861. Ha al suo attivo anche un romanzo storico. Potete leggere di lui e dei suoi saggi - e vi garantisco che ne vale la pena - sul blog che ha su internet intitolato mry hr - l'amato da horus.
Si chiede dunque Di Stadio: Come è possibile che uno studioso del 1700 sia riuscito ad acquisire conoscenze così sviluppate ed approfondite in tutti i campi del sapere umano? Come ha potuto mettere in pratica i suoi studi realizzando le opere che oggi ammiriamo con i nostri occhi incantanti e sbalorditi?

fine
marcello de santis

La pudicizia

La pudicizia

IL CRISTO VELATO (2)
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Il Cristo Velato

28 Aprile 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere, #marcello de santis

Il Cristo Velato

IL CRISTO VELATO

prima parte
di
marcello de santis



Il principe di Sansevero, uomo per eccellenza del settecento, ha lasciato in eredità al mondo dell'arte una delle più belle opere del secolo, quella Cappella, impregnata di atmosfera d'incanto, che porta il suo nome e che contiene quanto di più interessante un ambiente artistico possa offrire all'occhio curioso del visitatore; sculture, statue e sarcofagi, ritratti e sepolcri di famiglia. E tra tutte le opere d'arte presenti spicca per la sua immensa leggerezza il Cristo velato.
Ma andiamo con ordine.
Tutto ciò che circonda la figura misteriosa del Principe, ha dell'incredibile. Discendeva dai duchi di Borgogna, e il nome de Sangro sta a indicare "di sangue reale" (de sang real).
Raimondo de Sangro, Principe di Sansevero nato a Torremaggiore in provincia di Foggia nel 1710 morto a Napoli nel 1771. Fu inventore e scienziato, nonché un esimio rappresentante dell'Accademia della Crusca; a quarant'anni, già uomo coltissimo, entra a far parte della Massoneria napoletana, e in breve diventa Gran Maestro della Loggia dei Rosacroce. Pensate: il conte di Cagliostro, quando ebbe modo di venire nella capitale partenopea, frequentò gli ambienti della Massoneria, e ivi conobbe, presumibilmente, il Principe Raimondo. E quando venne posto sotto processo a Roma dal Tribunale dell'Inquisizione, confessò sotto tortura che le sue conoscenze alchemiche gli furono insegnate a Napoli da un principe molto ferrato in chimica. E chi poteva essere costui, se non il Principe di Sansevero?
La sua figura ancora oggi desta rispetto; ma soprattutto timore, al ricordo dei suoi poteri paranormali. Era chiamato anche principe alchimista per le sue ricerche nel campo e le sue molteplici attività segrete. Lo consideravano stregone e adoratore di Satana. La gente ne aveva paura. Stregone a tal punto che fece sparire anche il suo corpo dopo morto; meravigliosa la lapide sul suo sarcofago: vuoto, ché il cadavere non c'è.
Chi vuole vedere e rendersi conto di persona del tetro fascino che ci tramanda questo personaggio non deve far altro che recarsi a Napoli e visitare la Cappella in questione. Che, va detto, era nata come sepolcreto di famiglia dei duchi di Sangro. Si trova a due passi da piazza San Domenico Maggiore dove c'è l'omonima chiesa che risale alla fine del duecento, tra Montecalvario e San Gregorio Armeno, la strada dei presepi, nel cuore del centro storico di Napoli.
Aneddoti intorno a questo monumento, e più intorno al Principe, si sprecano.
Il primo che vogliamo riportare riguarda proprio la nascita della Cappella.
Eccolo dunque: si vuole che verso la fine del millecinquecento, passò da quelle parti, prigioniero in manette, un uomo; che pare fosse innocente. Guardie lo scortavano, lo portavano in carcere. Proprio nel momento in cui transitavano davanti alla costruzione in fieri, un muro di cinta, che circondava la chiesetta, crollò con gran fragore; tra le macerie spuntò un quadro di una deposizione.
La cosa fu riportata al duca Giovanni Francesco di Torremaggiore che aveva commissionato la costruzione; questi abitava il palazzo che si trovava poco lontano (oggi è al civico 9 della piazza); per rispettare un voto che aveva fatto durante una sua grave malattia, ordinò che là dove era crollata la muratura fosse eretta una Cappella dedicata alla vergine Maria. L'ordine fu eseguito, e nacque là un piccolo edificio chiamato Santa Maria della Pietà, o Pietatella. Era l'anno 1590.
Una ventina d'anni dopo pensò a darle una sistemata un figlio di Giovanni Francesco, Alessandro; sino a che, passato da allora poco più di un secolo, la cappella - che all'origine era collegata al palazzo da un passaggio soprelevato, oggi non più esistente perché crollato nei primi del novecento, fu ampliata e prese il nome dall'attuale Principe Raimondo di Sangro, il Principe dei misteri, sconvolgente e affascinante all'un tempo; che oltre ad ampliarla la abbellì poco alla volta e fino a portarla allo splendore in cui la vediamo oggi.
Misteri intorno alla cappella sono infiniti, tutto là dentro ha un'aria di segreto, di arcano. Uno dei più curiosi misteri è quello del pavimento.
Come ci narra Isabella Dalla Vecchia, è un labirinto originato da una sola linea continua spezzata, che dà l'impressione di un fondo a sbalzo; l'idea del disegno è opera del principe in persona, che ideò questa alternanza di croci uncinate (svastiche) e di quadrati concentrici, perfetti; tutti visti in prospettiva.
Un'opera piena di simbolismo: il chiamato, l'iniziato deve percorrere il labirinto per giungere alla verità. Oggi della pavimentazione è rimasta solo una parte, ché il pavimento originale è stato danneggiato dal crollo avvenuto verso la fine dell'ottocento. Ma da quel poco che possiamo ammirare esso rimanda al personaggio del principe (massone e rosacroce): un labirinto come percorso iniziatico da seguire per poter uscire a riveder le stelle per prendere in prestito le parole di Dante, per giungere cioè alla verità.
Non è solo nella Cappella dei Sansevero che esiste un pavimento con il labirinto; il disegno ha un valore antico quanto il mondo; leggo su Un altro giro di giostra, Tiziano Terzani, Longanesi: ... i primi labirinti risalgono a più di 4500 anni fa; ... un labirinto del 2500 avanti Cristo, scolpito nella roccia si trova in Sardegna... uno dei primi labirinti su muro è a... Lucca, sulla facciata della cattedrale.
Serviva, dice Terzani, ai fedeli, che prima di entrare, ci passavano un dito sopra facendolo scorrere sul percorso necessario per arrivare al centro; e purificarsi così prima di entrare nella casa di Dio.
Racconta ancora Terzani che dopo le Crociate, arrivare a Gerusalemme in pellegrinaggio era un'impresa pressoché impossibile, per atti di pirateria e aggressioni, spesso con morti, cui si poteva incappare sulle strade. Per cui i fedeli avevano come meta ultima nuove cattedrali in sostituzione di Gerusalemme; e scrive: ... percorrere il labirinto intarsiato nel pavimento di queste cattedrali era per il fedele la conclusione del cammino simbolico che non aveva potuto compiere realmente.
E aggiunge a conclusione del breve scritto sui labirinti, che il più noto e il più bello di essi si trova nella cattedrale di Chartres, in Francia, (la cui costruzione iniziò nel 1194 e terminò nel 1220.)
Torniamo al Cristo velato, una delle più significative opere che troviamo nella chiesa, e situata al centro della cappella.
Opera di Giuseppe Sammartino artista napoletano che attraversò tutto il secolo XVII; visse infatti i suoi 73 anni dal 1720 al 1793.
Il Principe Raimondo commissionò al giovanissimo scultore - all'epoca quegli aveva appena compiuto 35 anni - un Cristo morto coperto da un sudario.
E un sudario copre in effetti il marmo che rappresenta il Cristo, giacente su un letto con la testa reclinata su due cuscini; ma agli occhi del visitatore tutto pare fuorché marmo, sembra un tessuto finissimo, un velo vero e reale.
Sembra quasi che a coprire il corpo non sia un velo di marmo, ma un peplo di seta o altro tessuto leggero e trasparente.
Forse neppure il principe si aspettava un'opera così perfetta.
O forse sì; narra infatti una leggenda che sia stato proprio lui a insegnare all'artista il modo di coprire il corpo con un velo vero, e quindi a calcificare lo stesso in tenui cristalli di marmo grazie alla sua scienza alchemica.
Sia come sia, l'effetto di realtà è straordinario; il Cristo pare dormire, e sembra quasi vederlo respirare sotto la leggerezza del drappo trasparente, tanto che il visitatore si aspetta da un momento all'altro il suo risveglio.
Ma non è l'unica cosa strabiliante che troviamo nel complesso.
La Cappella è tutto un arcano; mistero c'è nelle varie statue, sono 18, che si seguono a destra e a sinistra entrando nella chiesa; una sola di esse è al centro ed è il Cristo velato.
Hanno tutte un nome queste statue, e tutte indicano qualcosa che pare avere a che fare con l'alchimia, la scienza del principe Raimondo: la forza, l'amore, la volontà, l'istruzione, e così via. E sono tante, le statue.
E' opportuno ricordare che il Principe Raimondo, settimo dei principi di Sansevero, era un uomo di eccezionale cultura, e studioso di scienze esoteriche. E può a buona ragione definirsi uomo dal multiforme ingegno, data la sua poliedrica personalità. Si dice che molte di queste sue conoscenze e anche di alcune sue "magie" le avesse applicate alle sculture presenti.
Perché è impensabile - quasi impossibile - che gli artisti che le hanno prodotte, per bravi che fossero, abbiano eseguito delle cose così stupefacenti che fanno necessariamente pensare a interventi di forze sconosciute; ed è forse proprio quello che voleva il principe.

C'è ancora una leggenda: quella che vuole che il velo che copre il corpo deposto sul letto di morte, all'origine sia stato un peplo vero; e che sia stato posto a coprire il corpo di marmo della statua, opera; e che solo un magico intervento di Raimondo abbia trasformato lo stesso peplo da seta pura in marmo; e che solo lui sapesse, all'occorrenza o a un suo intimo desiderio, ritrasformare il marmo in seta.


Ma è il momento di parlare - oltre che alla delicatezza del velo del Cristo - di almeno altre due statue a dir poco strabilianti per la sua realizzazione: il Disinganno e la Pudicizia.
Ne parleremo nella seconda parte del saggio.

fine prima parte

marcello de santis

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Istantanee

19 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #fotografia, #personaggi da conoscere

Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)
Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)

Domenica delle Palme. Che si fa? Il tempo è splendido e, complice il primo giorno di ora legale, sembra che la giornata proprio non debba finire.

In giro, famigliole che spingono passeggini vuoti e stringono rami d’ulivo benedetto. I bambini, rigorosamente a piedi, cinque metri davanti ai genitori, si esibiscono in scatti degni di Mennea, giusto così, per testare la resistenza cardiaca di papà e mamma. I nonni al seguito urlacchiano e ondeggiano, cercando di afferrare quei diavoli, destinati a perpetuare la famiglia, prima che attraversino la strada congestionata dal traffico.

«Fermatevi, il semaforo è rosso!», sbraita scompostamente una signora di una certa età.

Macché, i nipotini si bloccano solo perché, accanto a loro, in attesa che scatti il verde, una bambina regge nella sinistra un cono sul quale svettano tre enormi palline frastagliate di coloratissimo gelato. A ogni secondo che passa, tutto quel ben di Dio sembra assumere un’inclinazione sempre più pericolosa. La nonna invita la nipotina a tenere il cono più dritto e le passa un cucchiaino di plastica. Scatta il verde. Chissà come andrà a finire.

All’incrocio, dieci metri più in là si è fermata un’ambulanza. È arrivata a sirene spiegate. C’è un uomo, seduto per terra, la schiena appoggiata al palo della luce. I soccorritori gli parlano. Lui si rialza infastidito e s’incammina, solo e ciondolante, nella direzione opposta da dove è venuta l’ambulanza. L’uomo gira l’angolo e scompare.

Più avanti, l’ingresso dello spazio espositivo. La curiosità prende il sopravvento e il passo rallenta, come per magia.

«Toh, guarda, c’è la mostra “Robert Capa in Italia, 1943 – 1944”. Settantotto immagini dell’Italia del Sud durante la guerra. Che facciamo? Entriamo a dare un’occhiata?»

Ma sì, che vuoi che sia. Ogni tanto, qualche sprazzo di cultura non fa male. E poi, vuoi mettere, domani in ufficio, raccontare ai colleghi che sei stato alla mostra di un fotografo ungherese che ha cambiato nome - «Perché Robert Capa non è il suo nome vero, e no, e no!», dirai, sicuro di te - e ha girato il mondo in lungo e in largo? E va bene che anche tu, fino a che non incollavi il naso al vetro dell’ingresso non sapevi nemmeno dell’esistenza di quel tizio, però, mica lo devi dire ai tuoi colleghi questo.

E poi, tutto sommato, una mostra fotografica la si può apprezzare anche se sai poco o niente di uno sconosciuto che per passione, e anche per mestiere, ha catturato momenti di quello che ora per noi è soltanto storia. Acqua passata, ti verrebbe da dire. Ma ti trattieni.

Davanti alla biglietteria c’è un po’ di coda. Un ragazzo si lamenta con la ragazza accanto a lui. Il biglietto d’ingresso costa esattamente la metà di quello che avrebbero speso in un locale non lontano da qui: «Risto-fusion cino-eurasiatico-oceanico. Formula “all you can eat”.», ci tiene a sottolineare enfatizzando la pronuncia inglese.

Con pochi Euro in più si sarebbero potuti rimpinzare fino al mal di pancia, altro che. Al termine del pranzo avrebbero persino ricevuto due birre omaggio. E invece no. Gli tocca la mostra.

«Che ci posso fare io se il prof ci ha consigliato di venirla a vedere? E poi così si accumulano più punti per l’esame, no?», gli risponde la sua amica, masticando rumorosamente una gomma americana. Universitari, dunque. «Annàmo bene!», penso io.

Finalmente staccano il biglietto e, dopo una rampa di scale, al primo piano, ecco il pannello che introduce il visitatore alle opere esposte. Una serie di fotografie, scattate dal 1943 al 1944 da Robert Capa, fotografo al seguito dell’esercito anglo-americano sbarcato in Italia. Immagini rigorosamente in bianco e nero. Con il passe-partout bianco che reca, in rilievo, colore sul colore, il nome svolazzante dell’autore. Chiaroscuri che sembrano voler scavalcare la cornice a tutti i costi, per prendere posto sui divanetti al centro della sala e iniziare a conversare con il pubblico.

Ma non si può. Perché nel primo spazio dedicato allo sbarco in Sicilia, una mamma si aggira zigzagando con il suo bimbetto - avrà sì e no un anno - che le trotterella accanto. Poi, di colpo, si blocca davanti a una serie di fotografie e lo prende in braccio, invitando la signora che lo accompagna (un’amica, una zia?) a farsi dare il cinque dal bambino.

«Sapessi come gli piace dare il cinque. Dài il cinque, dài, dài il cinque!» e il bambino, succhiottando il cucciotto si dimena, un po’ confuso. L’amica-zia ora si è messa a cantargli: «Batti batti le manine…»

Di Robert Capa manco l’ombra.

Seconda sala. Una donna si aggira chiedendo ad alta voce alla sua amica: «Dov’è la foto controversa? Dov’è? Non mi dire che non l’hanno esposta?», delusissima e contrariata, si dirige come un treno verso l’uscita.

La foto controversa. Quella del miliziano colto nel momento in cui viene colpito dal fuoco nemico. Scattata nel 1936. Durante la Guerra di Spagna. Da tempo oggetto di diatribe: è un fotomontaggio; il miliziano era in posa; non l’ha scattata Robert Capa…

Ma questa mostra espone le foto dell’Italia dal 1943 al 1944, non della Guerra Civile in Spagna.

Non esageriamo. Mica si vorrà studiare la storia per andare a una mostra che espone qualche foto inchiodata alla parete? Che approccio barboso e vetusto! Certo, ci fosse una “App” scaricabile sull’Iphone, magari un’occhiatina di tanto in tanto, tra una ricetta veloce e un consiglio da parte dell’avatar-personal trainer di bilanciamento corpo-mente… Ma così, così è da parrucconi! Pretendere che si sappia pure collocare immagini statiche in un contesto dinamico di “prima” e “dopo”.

Cerco di passare oltre.

Due giovani donne bloccano la visuale dei ritratti dei prigionieri di guerra tedeschi. Si stanno confidando. O meglio, una, quella con i capelli corti, parla come una mitraglietta dei suoi patimenti sentimentali.

«Sai, su WhatsApp io gli ho scritto come mai non si facesse vivo. Proprio così: “Perché non ti fai più vivo con me?” in modo che lo leggessero tutti.»

L’amica cerca di abbozzare, ma quella con i capelli corti non cede di un millimetro: «Perché sai, io i miei due anni di indipendenza mica me li gioco così, sai? E no, cara mia, ciascuno per la sua strada piuttosto, ma questi giochetti. Con me poi…»

Io inizio a rosicare. Come sempre, d’altronde, in queste occasioni. Rosico, rosico da matti, perché vorrei, in questo preciso istante, essere grande amica di Paolo Virzì o di Carlo Verdone. Poterli chiamare, subito, sui due piedi e dire loro, piena di entusiasmo: «Ho un soggetto meraviglioso per il tuo prossimo film! Ascolta qui…». Invece no.

(«Vedi di non montarti troppo la testa! Chi ti credi di essere?», starete pensando. Avete ragione, ma lasciatemi sognare per qualche secondo, non costa nulla…)

Più in là, una coppia di fidanzati fissa la foto di una camera operatoria in un ospedale da campo. I medici attorno al soldato ferito hanno facce serie, concentrate nell’emergenza. Vestono solo i pantaloni della divisa e i grembiuli operatori. Sotto quei rettangoli bianchi annodati con le fettucce, i torsi nudi e le schiene rivelano una magrezza bellica, da soldati ben nutriti e curati, certo, ma comunque al limite, dati i tempi.

«Che selvaggi! Guarda qui!», dice lei incredula, «Nemmeno i camici si mettevano. Ma come si fa?» e si allontana.

C’era la guerra, verrebbe da dirle. In un ospedale da campo arrivava di tutto. I medici operavano in condizioni d’urgenza proibitive. E non si potevano permettere il lusso di lavare anche le camicie e i camici operatori.

Non paga, la ragazza si avvicina a un’altra foto. Il funerale di alcuni liceali morti combattendo a fianco delle forze di resistenza napoletane. Le bare costruite alla bell’e meglio, inchiodate in modo precario e troppo piccole. I piedi dei giovani morti spuntano dal legno, fasciati. La ragazza scuote la testa. «Ma cos’è ‘sta roba?», chiede disgustata e se ne va.

Al termine del percorso, la sala raccolta e buia con il video delle più belle foto scattate in tutto il mondo da Robert Capa. Lo studente incontrato all’ingresso si accorge, con disappunto, che non c’è un solo posto libero.

«Adesso ci si deve pure mettere in fila per vedere il video!», sbuffa insofferente e inizia a chiacchierare con la ragazza che lo accompagna e un altro giovanotto che li ha raggiunti.

Un poco disturbano con la loro conversazione ad alta voce, ma nessuno dice niente. Così, tra brandelli di conversazione su Twitter, profilo Facebook e pettegolezzi (e meno male che non si sono scattati un selfie!), in sala scivolano chiaroscuri di una catena di storie del mondo.

L’universitario fa capolino di nuovo per capire se il video è al termine e se possono sperare di vederlo (ricordate il prof e i punti validi per l’esame?), proprio nel momento in cui i marines americani sbarcano in Normandia.

«Sono arrivati allo sbarco in Sicilia…», informa i suoi amici, «o in Normandia… insomma, tanto fa lo stesso. C’è il mare e quei cosi, lì, come si chiamano… ma sì dài…»

I suoi amici non capiscono.

«Ma dài, sì, quei cosi… quelle travi di ferro incrociate, quelle che inibiscono lo sbarco, che si usano anche per strada!»

La sua amica ride a crepapelle e ripete la definizione “inibitori di sbarchi”, manco fosse una barzelletta.

Il video scorre. E con lui uomini e donne in bianco e nero, assieme a Robert Capa dietro l’obiettivo.

Lo schermo sbiadisce. Si riaccende la luce. Dal pubblico in sala si alza un ragazzo che raggiunge gli universitari in attesa fuori.

«Ecco,», lo apostrofa il fan dei risto-fusion, «come si chiamano quelle travi di ferro incrociate che inibiscono gli sbarchi?»

Il suo interlocutore si concentra, prende fiato, gonfia il petto e da sotto la barba, con voce baritonale: «Croci di Sant’Andrea!», esclama sicuro con un (neanche tanto) malcelato rimprovero rivolto a quel poveretto che non sapeva come si chiamassero quegli aggeggi. I suoi amici ridacchiano per la brutta figura che ha appena rimediato il ragazzo. Non sapeva che si chiamano “Croci di Sant’Andrea!”… Ma come! Che ignorante!

Li sfioro per guadagnare l’uscita.

«Guardi che si chiamano “cavalli di Frisia”», mi verrebbe da dire loro.

Ma lascio perdere. A che serve? Anzi, niente niente rischio di sentirmi dire di farmi gli affari miei. Meglio preservare la salamoia nella quale siamo immersi, tutti gelosamente per conto nostro, senza spazio per le contaminazioni, senza possibili suggerimenti, senza aiutini, né giustificazioni.

Che poi, domani, al prof glielo si dice che si è stati alla mostra fotografica di Robert Capa (con tanto di esclamazione enfatica: «Eccezionale, prof, me-ra-vi-glio-sa!»), così ne tiene conto per i punti dell’esame.

Almeno quello, perché per il resto, quella mostra… sai che pizza! Molto meglio il risto-fusion cino-eurasiatico-oceanico con formula “all you can eat” e birre omaggio all’uscita.

Persino quello che aveva intenzione, il giorno dopo, di raccontare ai colleghi l’exploit culturale ci sta ripensando. Robert Capa, poveretto, perdere la vita a soli quarantun anni perché ha messo il piede su una mina antiuomo. Che sfiga! Anche se scattava foto non male, il tipo, persino senza Photoshop.

Però, domani ai colleghi in ufficio cosa racconterà? «Sono andato a vedere delle foto in bianco e nero»? Non erano state nemmeno ritoccate. Nemmeno un pochino. Questione di un click a casaccio e vai. Ma così son bravi tutti a fare foto.

…Se qualcuno tra voi avesse i recapiti di Paolo Virzì o Carlo Verdone, me li potrebbe fornire…?

Didascalia:

Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)

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E CHI NON BEVE CON ME, PESTE LO COLGA...! di marcello de santis

13 Marzo 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #personaggi da conoscere, #cinema, #marcello de santis

E CHI NON BEVE CON ME,  PESTE LO COLGA...! di marcello de santis

Voglio cominciare questo saggio riportando per esteso un "pezzo di vita" che fa parte di una mia plaquette in prosa, ancora inedita, che è molto significativo al riguardo. Lo riporto anche con quelle poche frasette in tiburtino, (disseminate qua e là), il dialetto della mia città, allora ancora paese, facilmente fruibili (per ogni evenienza ne riporto la traduzione in italiano):

... tappa obbligata, per me e fratimu micchittu (mio fratello piccolo), pure se mamma e papà continuavano a camminare su a corzereno, (via colsereno) erano "li quadri del giuseppetti, al trevio (i quadri del cinema).

Là ci fermavamo a immaginare, attraverso essi, le scene del film in programmazione; a volte anche papà si fermava, specialmente se era un film di indiani o uno di quelli strappalacrime con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, per esempio Catene; si fermava allora pure mamma, e vedevo la sua mente immaginare le scene più drammatiche del film; quando faceva tappa pure lei mi s’accendeva in cuore la speranza: ci andiamo!
... papà Decio ci provava quasi sempre, pure se talvolta era tardi; deviava nel breve vicolo dov'era la sala cinematografica, e all'uomo dei biglietti (papà era conosciutissimo e benvoluto da tutti grazie alla sua dedizione ai malati, facendo l'infermiere/amico di tutti al locale ospedale) domandava: “se fa in tempo?” e quello, “vai, Decio, entréte, ‘nte proccupa’…” (entrate pure, non ti preoccupare); e quasi sempre quel giovanotto, “no’ lli fa li bigghietti, Decio… è guasi fenitu...” (non li fare i biglietti Decio, è quasi finito); e non era vero…
Per cui quando lui si fermava davanti ai quadri, il cuore mi batteva forte; i miei nove/dieci anni azzardavano un "papà, ciannàmo? - ci andiamo?", o era lui che diceva a mamma: “nanna, te va? me sa che è bellu!”, mamma non diceva mai di no; se rispondeva di sì, prendevo a correre sopr’alli sérgi co lli tacchitti co la mezzaluna de ferittu, che faceanu le lure (sopra l'acciottolato della strada fatta di sampietrini con i tacchetti di ferro delle scarpe, i cosiddetti ferretti fatti a mezzaluna, che battendo sui sampietrini facevano le scintille) ed ero il primo ad arrivare davanti alla porta del cinema; entravo subito nella grande sala della biglietteria per soffermarmi a lungo sui tanti cartelloni dei film che sarebbero seguiti in altri giorni.

Arrivavano poi papà e mamma con Renato per mano (mio fratello più piccolo, aveva sei-sette anni) e si entrava in sala tutt'insieme.
Papà qualche volta però s’avvicinava alla cassa e faceva ugualmente i biglietti, (noi piccoli, eravamo piccoli, e non pagavamo ancora).
Quando invece non rispondeva alla mie parole “papà annàmoci, è propriu bellu, me l’à dittu ‘ncompagnu meu de scola che l'à vistu” (non era vero…) e continuava a camminare sottobraccio a mamma parlando dei fatti loro, ci rimanevo male da morire “stasera no” categorico; “ma te dico che è bello, dài…” “no!”.
M’ammusea... m‘arabbiéa subbitu (mettevo su il muso, m'arrabbiavo...)
Non correvo più, andavo dietro a loro a testa bassa, non vedevo l’ora che arrivassimo al pratosangiovanni, (dov'era casa nostra, una vasta distesa con poche case in fondo, subito fuori la porta sangiovanni) dove, al buio, potevo mascherare il mio dispiacere. Mi mettevo subito a letto, accendevo la radio, abbassavo il volume; e ascoltavo, senza sentire, fino a che arrivava “siparietto, a cura di nicola adechi…” e mi calmavo al suono di quella bellissima voce; il mio rancore ingiustificato s’ammorbidiva nel profumo dei sogni che fluttuava nel buio sotto la coperta…
Ma torniamo alla frase celebre che ho messo nel titolo:
... chi non beve con me peste lo colga!... che è passata alla storia del cinema.
A pronunciarla, la frase, fu un grande attore italiano che all'epoca - siamo nel 1941 - e per molti anni ancora, fu ai vertici del cinema italiano. Il suo nome è Amedeo Nazzari, affascinante, bello. E i più giovani e i giovani che non lo conoscono e non lo hanno conosciuto, non possono certo negare, guardando la foto posta più sopra, quanto ho appena detto, nevvero?
Interpretava il personaggio di Neri Chiaramantesi, nella Firenze dei Medici rappresentata con ottimi effetti e costumi dal regista Alessandro Blasetti nel film La cena delle beffe.
Io, quando uscì il film, avevo appena due anni, e chiaramente non l'ho visto, ma più tardi ricordo di aver assistito a tutti o quasi i film di questo grande attore, che quando girò la pellicola aveva già 34 anni, non era quindi giovanissimo. Pare di stare ai tempi nostri, dove gli attori moderni di vent'anni e anche meno sono già dei veterani dello schermo, non so con quanto talento e con quanto merito.
Però anche di questo film, molto più tardi, forse verso i sedici/diciott'anni, ne debbo aver visto - c'era ormai la tivu che di tanto in tanto cominciava a riproporre vecchie pellicole - almeno degli spezzoni; e senz'altro debbo aver gustato e memorizzato la famosa frase: ... e chi non beve con me, peste lo colga!
Ricordo i vari pomeriggi, sul tardi, dopo aver studiato, in giro per il paese coi miei compagni di liceo ripassavamo a voce alta la lezione per l'indomani ascoltando e integrando quello che ognuno di noi ripeteva. E quasi sempre per un motivo o per l'altro, o anche senza alcuna ragione, semplicemente per smorzare la tensione che si creava, ci scappava da parte mia o degli altri, la frase ... e chi non beve con me, peste lo colga!
Era diventato, usando un termine di oggi, un tormentone!
Ma ormai era tardi per la nostra gioventù, per poter amare gli attori di quegli anni, che per noi erano già sorpassati; cominciavano ad arrivare i film di cowboy e indiani, di Stanlio e Ollio, di Gianni e Pinotto; e gli eroi americani, da Gary Cooper ad Alan Ladd, da James Stewart a Tyron Power; e le belle attrici.
Quelle che ci rimanevano impresse erano non tanto "quelle brave", che forse ancora non comprendevamo a fondo la bravura di un artista, ma le prosperose e sensuali: da Jane Mansfield, a Rita Hayworth, alla dolcissima affascinante Marilina).
Qui le attrici nostrane, e in quel film "La cena delle beffe" alcune veramente brave erano state riunite, qui da noi, dicevo, colpivano di più se facevano piangere i nostri genitori; con le loro storie romantiche o drammatiche, per esempio. E giustamente i loro nomi sono rimasti nella storia del cinema.
Ricordate? Nel film in questione oltre a Nazzari c'era il grande Osvaldo Valenti; e tra le protagoniste femminili il meglio del tempo: Luisa Ferida, Clara Calamai, la donna del primo nudo sullo schermo, Valentina Cortese, giovanissima, aveva solo 19 anni; e la "in seguito divenuta" grandissima" Lilla Brignone.
Torniamo ad Amedeo Nazzari.
Nella vita doveva fare l'ingegnere; gli studi per diventarlo li aveva intrapresi, e lo sarebbe diventato se la passione per il teatro non lo avesse rubato a questa professione. Veniva da una famiglia agiata, lui era nato in Sardegna dove il nonno materno, da cui poi prese il nome d'arte, era un magistrato che agiva a Vicenza, e che a Cagliari fu trasferito con tutta la famiglia.
Aveva appena sei anni quando gli morì il padre; la madre decise di trasferirsi a Roma, dove Amedeo studiò in un collegio. Studia e comincia a recitare, in rappresentazioni scolastiche; poi col tempo - lasciati definitivamente gli studi universitari - si dedica al teatro e lo affronta come unico scopo della sua vita.
Qui diciamo solo del suo esordio come attore professionista: avviene nell'anno 1927; e non nel cinema, ma in una compagnia teatrale; cui seguiranno altre compagnie più importanti.
Amedeo ha solo vent'anni, ma la sua prestanza fisica e la sua voce calda e profonda lo fanno notare subito al pubblico. Fece anche dei film, agli esordi, e anche di un certo successo, questo va detto; ma noi preferiamo fare un salto in avanti per arrivare direttamente al'anno 1941, al film per eccellenza, per lui, ché ne decretò la notorietà:
La cena delle beffe,
di Sem Benelli.
- e alla famosa frase ... e chi non beve con me, péste lo cólga!, dove il suo accento spiccatamente sardo ne accentuava la drammaticità;
- alla famosa scena del seno nudo di Clara Calamai (pochi secondi appena che scatenarono le ire e i fulmini della Chiesa e il "vietato ai minori di 18 anni" "imposto" dalla censura sui quadri del film);
- e infine alla presenza tra i protagonisti di due attori Valenti e Ferida - amanti nella vita, (cosa anche questa da scandalo).
Il 1949 è l'anno più importante per la carriera dell'attore. Viene chiamato dal regista Raffaello Matarazzo come attore principale per un film che ha in programmazione. Amedeo accetta, e resta in attesa che si trovi l'interprete femminile. Eccola alfine: è una stupenda ragazza di poco più di vent'anni, sconosciuta ai più, con un fisico statuario dalle forme prorompenti; si chiama Yvonne Sanson, ed è arrivata a Roma dalla Grecia dove è nata. Ha al suo attivo una sola pellicola, un film drammatico al fianco del grande Aldo Fabrizi, girato a Roma, dal titolo: Il delitto di Giovanni Episcopo, tratto da un'opera di Gabriele D'Annunzio, sotto la direzione di Alberto Lattuada. Lattuada aveva notato questa giovane bellissima, dotata di un fascino che lo aveva profondamente stregato, e la vuole nel suo film. Film che, va detto, ha un buon successo di critica e di pubblico. E dunque, Yvonne sarà l'interprete femminile del film di Matarazzo; si intitolerà "Catene"; il partner, come detto, scelto già dal regista, è Amedeo Nazzari. "Catene" sarà, pensate, il film più visto dagli italiani nei due anni 49 e 50.
Amedeo Nazzari viene chiamato per un film dopo l'altro, è l'attore del momento, e con lui Yvonne Sanson. Tanto è il successo conseguito da Catene, che nascono uno appresso all'altro "Tormento", uscito l'anno successivo (i soggettisti sono gli stessi di Catene, uno è Gaspare Di Maio; indovinate chi era l'altro? Ma sì, il poeta napoletano Libero Bovio); nel 51 i due girano l'ennesimo dramma, "I figli di nessuno", e l'anno seguente "Chi è senza peccato". Tutti con la direzione dello stesso regista Raffaello Matarazzo.
Il successo è impensabile, la gente corre ai botteghini e le sale straripano addirittura. Allora si facevano spettacoli uno appresso all'altro, si cominciava dalle tre del pomeriggio e si andava avanti senza interruzioni fino a mezzanotte e oltre; tra l'una e l'altra proiezione qualche breve presentazione, i famosi "prossimamente sui nostri schermi", e la solita Settimana Incom, il Cinegiornale d'attualità e informazione settimanale, dieci minuti circa di notizie con servizi interessantissimi. La ricordate?
E quanti, quanti spettatori! Fuori delle sale e all'interno, davanti della biglietteria, c'era costantemente la fila, molti in attesa per entrare al momento dell'inizio del film, ma la gran parte per entrare subito, e basta. E quanta gente restava in piedi per tutti e tre gli spettacoli. Alla fine si vedevano all'uscita le donne con gli occhi rossi e i fazzoletti in mano o ancora sul viso. E a casa il giorno appresso non si faceva altro che parlare del film, raccontare la trama a chi ancora non c'era stato, descrivere le mosse, le azioni, le scene più tragiche della narrazione.
Vennero ancora "Torna" nel 1953 e "L'angelo bianco" del 55. Per finire la serie con "Malinconico autunno" uscito tre anni dopo.
Amedeo e Yvonne dominarono la cinematografia italiana nel decennio 1949-1959, lui con lo sguardo ammaliatore e lei con la sua caratteristica acconciatura che portò in diversi film, in cui si presentò quasi sempre come una moglie appassionatamente innamorata del marito, o una madre che si fa monaca per pagare il fio delle sue infelici azioni, o una donna che per salvare il proprio uomo non esita a tradirlo. Una serie di film con tratti a tinte fosche, melodrammi che non potevano essere se non a lieto fine, inneggiando alla vittoria dei buoni e alla sconfitta dei cattivi. Pensate: questi dieci film complessivamente ebbero circa quaranta milioni di spettatori.
Yvonne Sanson girerà altri film, altri ne aveva girati anche prima dei melodrammi all'italiana appena ricordati; erano quelli anche film d'autore, come si dice; lavorò infatti con Alberto Lattuada a fianco di Renato Rascel ne "Il cappotto", con Rossellini, con André Cayatte, con Dino Risi, per nominarne solo alcuni; ma non ebbero, i film, - almeno per la visibilità e la fama - il successo della serie "Catene e c."; forse perché non aveva più al suo fianco il grande Amedeo? Ed è per questo che la sua stella ha smesso di brillare nel cielo della filmografia italiana? Fatto sta che gli anni 70 segnano la fine per i due artisti.
Yvonne muore a Bologna, dove si era ritirata da anni e dove viveva vicino alla figlia Gianna, a seguito di un aneurisma; è l'anno 2003; ha 77 anni.
Segue il suo partner col quale ha diviso i più grandi successi della sua carriera per un lungo decennio pieno di gloria e di soddisfazioni, dopo quasi 25 anni dalla morte di lui.
Una nota necessaria, che nessuno sa (o forse soltanto i cinefili): Yvonne Sanson recitava con la voce di una giovane attrice e doppiatrice italiana, che risponde al nome di Dhia Cristiani.
Yvonne Sanson fu la donna più amata degli italiani, più delle due maggiorate per eccellenza Sofia e Gina (la Loren e la Lollobrigida), ma ciò non bastò a ripetere il successo dei film d'amore e di passione girati al fianco di Nazzari.
Effettivamente formavano una coppia ormai collaudata e insuperabile.
Una cosa non ho detto, se il pubblico non lesinava la sua approvazione per queste storie, la critica fu davvero amara per i due attori e ancora più per i film; fu distruttiva; stroncava i film ad ogni uscita; li descriveva come fotoromanzi trasportati su pellicola, a dispetto dell'immenso successo commerciale.
Amedeo Nazzari dal canto suo, che agli esordi aveva girato molti film in divisa, (la divisa che ne esaltava il fisico da atleta e il suo indubbio fascino) continua ad avere offerte di lavoro; ma pure ad essere scomodo per la produzione, ché vuole sempre intervenire nella sceneggiatura per cambiare dialoghi battute e scene, che lui ritiene non adatte al suo personaggio.
Lavora con registi importanti, accanto ad attrici famose e bellissime, ma comincia ad avere forti delusioni dal suo mondo; doveva girare il Gattopardo, ma il ruolo del principe di Salina viene affidato a Burt Lancaster (per ottenere finanziamenti americani), salta anche il rifacimento de La figlia del Capitano (che lui aveva girato tanti anni prima) per il ruolo principale del quale viene scelto un altro attore americano, Van Heflin.
Rifiuta infine di lavorare a fianco di Marilyn Monroe, in un ruolo che poi sarà assegnato ad Yves Montand.
Sentite come racconta la cosa lo stesso Nazzari: è l'anno 1965.

Lo intervistano:

"perché non sono mai andato a Hollywood?
Migliaia di persone me l'hanno chiesto. Eccolo lì, dicevano, il divo locale
che non vuole giocare la sua gloriuzza sulla grande roulette americana....
... niente di tutto questo, sono sardo tradizionalista,
un po' pigro, mi piace vivere come voglio...
... a Hollywood ci sono
andato veramente... nel 1959,
io e Irene (la moglie Irene Genna) ci siamo divertiti moltissimo;
ho incontrato tutti i miei idoli... a una festa mi si avvicinò un tale della Fox,
e mi fece questo discorso: signor Nazzari, perché non si st
abilisce da noi?
Stiamo preparando un musical per Marilyn Monroe,
ci manca il protagonista maschile, passi domani nei nostri studi e ne parliamo.
D'accordo, domani pomeriggio, risposi sforzando un sorriso.
Poi Irene ed io corremmo in albergo, facemmo i bagagli
e alla svelta prendemmo il primo ae
reo per l'Europa...

Ma siamo già verso la fine degli anni 60, quando la sua stagione di gloria è finita; si sta affermando un altro genere di film, la commedia all'italiana; e per i film passionali non c'è più spazio. Pian piano, sentendosi un intruso in mezzo a tanta compagnia, si tira indietro; per rispetto, afferma, del suo pubblico.
Qualche soddisfazione gli viene solo dalla televisione; fa apparizioni come ospite d'onore, fino alla partecipazione a "La donna di Cuori" diretta da Leonardo Cortese, nella miniserie "Squadra Omicidi tenente Sheridan" (1969) per Raiuno.
Sempre nel 1969 la RAI gli dedica uno spazio in prima serata in cui si ripropongono tutti i suoi film d'amore girati insieme alla sua grande partner Yvonne Sanson. Il programma a cura di Gian Luigi Rondi riottiene il grandissimo successo ottenuto negli anni cinquanta, con uno share, allora si chiamava indice di ascolto, altissimo.
Amedeo Nazzari è malato, soffre di insufficienza renale, è costretto ripetutamente a ricoveri in ospedale a Roma; qui muore il 6 novembre 1979.

marcello de santis

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FUTURISTI E VERSI MALTUSIANI

29 Gennaio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #personaggi da conoscere, #marcello de santis

FUTURISTI E VERSI MALTUSIANI

Torna a proporci un suo pezzo Marcello de Santis

Nei primi anni del novecento, scese in Italia dalla Francia Filippo Tommaso Marinetti, che venne a portare e a propagandare il Futurismo, che poi si allargò a macchia d'olio fino a giungere anche nella lontana Russia, (Majakovski e altri).
Tra le tante novità pazze in poesia che portò la nuova visione della letteratura, introdotte, grazie all'intento - sbandierato in serate futuriste in varie città d'Italia - di distruggere la letteratura tradizionale ormai vecchia e decrepita, venne di moda anche scrivere dei versi (quartine in ottonari, per lo più) con l'ultima parola tronca.
Il 5 febbraio 1909 dunque, Marinetti, scrisse il testo del Manifesto del Futurismo; e lo pubblicò a Parigi nell'anno 1909, il 20 di febbraio su Le Figaro.
Idee innovative che cominciavano con il primo articolo

1- Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo,
l'abitudine all'energia e alla tem
erità.

e finiva con l'undicesimo ed ultimo

11- Noi canteremo le locomotive dall'ampio petto,
il volo scivolante degli areoplani.
E' dall'Italia che lanciamo questo manifesto di violenza
travolgente e incendiaria col qua
le fondiamo oggi il Futurismo

Ne accolse le idee e ne fece ampia propaganda la rivista Lacerba, che nacque a Fi-renze nel 1913 per opera di Giovanni Papini e Ardengo Soffici, coadiuvati dal grande Aldo Palazzeschi. La rivista, che usciva ogni quindici giorni, divenne in questo modo la culla del Futurismo Italiano.
E' qui che nascono i primi versi maltusiani, nei quali pian piano non ci fu poeta e o scrittore che non si cimentasse.
Presero il nome di "maltusiani" derivando il vocabolo da Thomas Robert Malthus,un economista inglese poco conosciuto da noi, che nelle sue teorie sosteneva come necessaria la limitazione delle nascite, ma coll'astinenza sessuale.
All'epoca a questo fine era in voga il coitus interruptus, il più diffuso e conosciuto sistema anticoncezionale.
Le poesie di cui stiamo parlando nacquero spontaneamente derivando la non completezza dell'ultima parola dell'ultimo verso proprio da quel metodo.
E come l'uomo non conclude il rapporto sessuale tirandosi indietro al momento dell'orgasmo finale, allo stesso modo il poeta non conclude la poesia interrompendosi l'ultima parola.

La struttura è semplicissima: siamo di fronte a una quartina (cui ne segue un'altra) che sempre inizia con un nome, seguito da ... "è quella cosa", per spiegare poi nei tre versi rimanenti cos'è appunto quella cosa.
I due versi centrali, il secondo e il terzo, fanno rima tra di loro; il quarto ed ultimo finisce con una parola tronca; e quando questa non è una tronca è una parola accentata (blu, più, su, giù, ecc...).
Facendo degli esempi vedremo poi anche i temi delle quartine, che sono quasi sempre ironici, grotteschi, o riferiti a personaggi - politici e non - per prenderli in giro. E siccome fu il signor Malthus a propugnare l'interruzione del rapporto sessuale quando i partner erano giunti sul più bello, (per evitare una fecondazione indesiderata), vogliamo darvi un esempio di maltusiano in una delle tante quartine, in cui si definisce il verso che da lui prende il nome (e guarda caso proprio definendo il rapporto suddetto e l'organo relativo: il pungetto - pungolo; latino: stimulus):

Maltusiano è quella cosa
ch'ogni cosa agguanta e inguanta,
il pungetto be
ne impianta
ma si ferma sul più bel.
(da: Almanacco Purgativo, 1914)

E' giusto far risalire questa moda di poetare al sistema del coitus interruptus del dr Malthus; però non bisogna trascurare un fatto altrettanto importante: circa cento anni prima, si era nel 1834, un certo Ferdinando Ingarrica, che era un giudice del regno borbonico alla Gran Corte Criminale del Palazzo di Giustizia di Salerno, fece stampare a Napoli un bel pacchetto di anacreontiche in un libretto dal titolo: "Opuscolo che contiene la raccolta di cento anacreontiche su di talune scienze, belle arti, virtù, vizi, e diversi altri soggetti, composto per solo uso de' giovanetti".

Oltre che redigere testi di condanna per delinquenti destinati alla forca o ad altre pene, il giudice dunque era amante della poesia; in particolare di brevi poemetti didattici che facevano divertire il lettore per gli argomenti trattati; e che ebbero un gran successo in tutta Napoli.
Erano chiamati, questi versi, anacreontiche, dal nome del poeta greco Anacreonte, appunto, ed erano in voga già dalla metà del secolo XVIII; il divertimento, oltre che dall'argomento trattato, veniva anche dal modo in cui esso veniva esposto in poesia.
Sentite come il giudice descrive la Religione:

Religione tu a noi insegni
Come adorasi il Gran Dio;
Ah potessi ognora io
Colla faccia in terra star!

Chi seconda i tuoi prece
tti
Rasserena mente e core,
Vive ben; né mai timore
Della Morte debbe
aver

Dal nome del suo autore queste brevi poesie a un certo punto vengono chiamate Ingarrichiane". Come possiamo vedere dall'esempio appena fatto, si tratta di brevi composizioni in versi ottonari, che destano una certa comicità; già queste presentano l'ultimo verso sincopato, tagliato, troncato.
Il libro si diffuse rapidamente per tutta Napoli e destò interesse e riprovazione allo stesso tempo, e commenti e pareri non sempre positivi; anzi ce ne furono di duri e durissimi; ciò nonostante tantissime furono le poesie scritte da autori che preferivano non firmarsi, per sottrarsi appunto agli eventuali biasimi.
Mi è facile pensare che stante gli argomenti a volte scabrosi e più spesso trattanti temi politici o sociali, per mettere più o meno alla berlina questo o quel personaggio, versi per natura sarcastici - mordaci, per usare un termine del tempo - mi piace pensare dicevo, che venissero declamati anche da attori comici sui palcoscenici dei cafè chantant.
Insomma la cosa fece scalpore anzichenò; alcune case editrici minori ci misero su il carico da undici, come si dice: si appropriarono del fenomeno culturale e del libro fecero copie non autorizzate. Ciò che causò la disapprovazione della Corte che si sentì oltraggiata, tanto che i famigliari del giudice per ovviare in qualche modo al diffondersi della pubblicazione tentarono di ritirare dalla circolazione più copie possibile dell'Opuscolo.
Leggiamo un'altra composizione

"L'ubriaco"

L'Ubriaco è l'uom schifoso
Che avvilisce la natura;
Tutto dì la sepoltura
Per Lui aperta se ne sta.

Il far' uso del liquore
Con dovuta temperanza
L'Estro sveglia, e con possanza
Spinge l'Uomo a p
oetar.

Ma la cosa non si arrestò; il fenomeno si sparse per tutto il Regno di Napoli, e molte persone le imparavano a memoria per declamarle ad ogni occasione. E non solo le anacreontiche del giudice ma anche quelle apocrife che venivano ugualmente stampate; erano talmente ben fatte da parere farina del sacco dell'Ingarrica.
Come tutte le cose passeggere anche l'Ingarrica con i suoi versi matti venne dimenticato; anche se negli anni futuri talvolta veniva ricordato per il fatto di non avere scritto solo scemenze, ma "di aver detto verità sacrosante in forma sciocca".
Ma ritorniamo ai versi maltusiani che la rivista Lacerba, diffuse, come detto, visto che a cimentarsi col metodo furono moltissimi autori e sostenitori e rappresentanti del Futurismo.
Lacerba, nata come detto nel 1913, ebbe breve durata, ché già nel 1915 terminò le pubblicazioni. I suoi rappresentanti, i futuristi, e i suoi direttori, Papini e Soffici, erano soliti trovarsi al Caffè delle Giubbe Rosse, a Firenze, (insieme agli altri letterati che non condividevano le idee rivoluzionario del Futurismo), per declamare le loro opere e/o scambiarsi opinioni e/o preparare gli articoli da pubblicare e le serate da fare nei vari teatri della penisola. Non mancò per l'occasione una quartina sul famoso ritrovo per i letterati fiorentini, dove i futuristi erano i casinisti per eccellenza con le loro costanti escandescenze naturali:

Giubbe Rosse è quella cosa
che ci vanno i futuristi
se discuton non c'è cristi
non puoi pi
ù giocare a dam

Su Lacerba appaiono i primi versi maltusiani, che scrissero sia Giovanni Papini che Ardengo Soffici.
Questi, nella rubrica che teneva sulla rivista, proprio nel 1913 pubblicò per primo alcune poesie di Luciano Folgore.
Ecco una sua quartina che a qualcuno apparve blasfema.

Padreterno è quella cosa
Che ti veglia giorno e notte
Ma che poi se ne strafotte
Del
le tue calamità.
(Luciano Folgore, 1913)

A questa ne seguirono altre; anche dei due direttori, che si decisero ad affrontare il fenomeno di petto; e fu proprio la rivista stessa a editare un Almanacco Purgativo con versi maltusiani. Fu scritto in occasione dell'esposizione di pittura futurista che si tenne a Firenze dal novembre 1913 al gennaio 1914. Costava cinquanta centesimi.
Sono andato a cercare un'antica mia copia dell'Almanacco, scartabellando tra i libri ben ordinati nelle varie scansie della mia libreria, lassù in alto, dove tengo i libri antichi e rari, ormai introvabili - gran parte sono opere degli autori di quell'ultimo quindicennio dell'ottocento e dei primi quindici anni del novecento- e alfine l'ho trovato.
Leggo nella prima di copertina: ... è uno di quei rari documenti che possono resti-tuire intatto il gusto, il sapore di un'epoca... Una pubblicazione scapigliata e burlesca, come la definisce Soffici, l'Almanacco è quindi il canto del cigno non solo di un gruppo d'avanguardia, ma di un'intera dimensione di vita che sarà di lì a poco sconvolta dalla guerra e mai più ricostituita.
L'ho riletto volentieri, ci sono voluti pochi minuti; e vi ho ritrovato ciò che avevo letto in gioventù: di tutto e di più; ma quello che a noi qui interessa sono le prime 60 pagine (il volumetto ne ha appena 150), in cui al centro di ogni pagina c'è stampigliato a grossi numeri e lettere il calendario di tutti i mesi, nella parte alta ci sono detti o frasi celebri di autori classici italiani e stranieri (Machiavelli, Leopardi, Balzac, Strindberg, Pascal, etc.) e in basso due per pagina affiancati maltusiani domenicali.
Ne riporto qualcuno;

nel mese di marzo

mezzogiorno è quella cosa
per cui sparasi il cannone,
tutti vanno a colazione
rim
ettendo l'oriol

nel mese di giugno

cimitero è quella cosa
dove stanno solo i morti
non si sono ancora accorti
che i lor car
i stanno altrov

nel mese di ottobre

moralista è quella cosa
che del fico vuol la foglia
ma se poi gli vien la voglia
vuole il fru
tto al femminil

L'ultima quartina maltusiana, che chiude questa breve raccolta in cui si sbeffeggia più di uno dei personaggio in voga allora, da Papini a Carrà a Prezzolini a Soffici, da Pratella a Russolo a D'Annunzio, è nella pagina del mese di dicembre, ed è dedicata al libro; eccola

almanacco è quella cosa
che si fa una volta all'anno
gli anni vengon gli anni vanno
ma ti r
esta l'almanacc

Ho chiuso con nostalgia questo volumetto che sa di antico, e che per un quarto d'ora mi ha riportato malinconicamente indietro negli anni, alla mia trentina, dico, quando ho cominciato a studiare a fondo quel periodo d'oro della nostra letteratura, compreso il bistrattato Futurismo, entrando in quel mondo sulla scia del grande poeta di Marradi, Dino Campana, coi suoi inimitabili e immortali Canti Orfici. Che ho amato come nessun'altra opera letteraria,
Ma bando alla melanconia, per dirla con un termine obsoleto o quasi, e torniamo a noi.
Uno degli autori futuristi che scrisse maltusiani più degli altri è Luciano Folgore
Luciano Folgore Roma 1888-1966. Pseudonimo dello scrittore Omero Vecchi, futurista, tra le sue opere Il canto dei motori, con la quale esordì nel 1912, ma si ricorda soprattutto per la sua vena satirica, per i suoi versi estrosi ed estemporanei e per i componimenti in quartine maltusiane
Molte delle quartine più sopra pubblicate sono le sue, ma qui ne vogliamo riportare un'altra molto bella e a doppio senso nemmeno troppo celato

l'obelisco è quella cosa
che si drizza sulle piazze
ne van matte le ragazze
perché dur
o e volto in su

Non mancarono, come già ai tempi del giudice di Salerno, Ferdinando Ingarrica, anche poeti da strapazzo, poeti dilettanti e non, che ne scrissero, e anche di belli; eccone uno di un anonimo molto simpatico:

La saliera è quella cosa
che ha la forma di un occhiale;
da una parte ci sta il sale
e dall’altr
a ci sta il pep.


Ettore Petrolini, Roma 1884-1936. L'attore romano partecipava spesso alle famose serate futuriste quando queste venivano organizzate nella capitale. Attore comico e drammaturgo e sceneggiatore; ma fu anche poeta e scrittore delle sue gag di avanspettacolo, e non mancò di scrivere versi maltusiani alla stregua dei futuristi. Ne scrisse molti nel suo Manuale dello chauffeur; mentre altri ne contiene l'altra sua opera Ti è piaciato?, in numero di ventisette, per l'esattezza; descrive tra i molti, ad es., la lingua l'amore il farmacista il cagnolino.
Leggete questo sulla moglie, una chicchera:

È la moglie quella cosa
che per lusso e per vestito
spende il doppio del marito
e si
chiama la metà.

Ce n'è uno nel quale si autodefinisce:

Petrolini è quella cosa
che ti burla in ton garbato,
poi ti dice: ti à piaciato?
se ti off
endi se ne freg

Ai giorni d'oggi la rivista Golem, quando era diretta da Stefano Battezzaghi (come ci informa Pier Paolo Rinaldi), ha riproposto diversi maltusiani parlando appunto di Ingarrica e dei Futuristi.
Versi maltusiani che si sono adeguati ai tempi moderni prendendo di mira personaggi attuali; e poteva mancare dunque il cavaliere per eccellenza?
Eccone uno il cui autore è l'autore de Il nome della Rosa.

Berlusconi è quella cosa
che ci dà TV ogni sera
poi per non patir galera
org
anizza Forzital.
(Umberto Eco)

Bene amici che mi leggete: ho detto tutto o quasi sull'argomento. Forse mi resta ancora una cosa, eccola.
Riporto le parole di una celebre canzone del 1918, Come pioveva, il cui autore è il celebre Michele Testa, in arte Armando Gill (Napoli 1877-1945) che ne scrisse anche la musica.
E come questa se ne contano a centinaia, a partire dagli anni cinquanta in avanti. Che cosa sono quelle parole tronche a fine quartina, se non residui o reminiscenze delle famose ingarrichiane o maltusiane?

C'eravamo tanto amati
per un anno e forse più,
c'eravamo poi lasciati
non ricordo come fu.

Ma una sera c'incontrammo
per fatal combinazion,
perchè insieme riparammo,
per la pioggia, in un porton.

Elegante nel suo velo,
con un bianco
cappellin,
dolci gli occhi suoi di cielo,
sempre mesto il suo visin.

marcello de santis

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Raphael Jerusalmy, "I cacciatori di libri": un'occasione mancata

6 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #recensioni, #personaggi da conoscere

Raphael Jerusalmy, "I cacciatori di libri": un'occasione mancata

ll poeta francese François Villon principalmente, e poi cardinali, rabbini, principi e re come Luigi XI e Cosimo dei Medici, papi, l'Inquisizione, mamelucchi, esseni, Parigi, Gerusalemme, l’immancabile donna che non si comprende con chi sta e perché, un complotto che ha come arma principale la conoscenza e tante altre cose si possono trovare nel libro di Raphael Jerusalmy I cacciatori di libri, edizioni e/o 266 p. 16,50 €.

L’autore è un ex agente del servizio segreto militare israeliano passato poi a promuovere missioni umanitarie, verrebbe da dire che i rimorsi sono tanti, e ora anche commerciante di libri antichi e romanziere. Il libro è incentrato sulla figura di François de Montcorbier meglio conosciuto come François Villon autore de Il lascito e Il grande testamento, forse uno dei primi poeti maledetti con una vita macchiata da furti, ruberie e anche sospetti di omicidio. Condannato a morte per una seconda volta la pena gli fu commutata e a 31 anni Villon scomparve e non se ne seppe più nulla. Da qui si dipana la narrazione di Jerusalmy in un crescendo (?) di coinvolgimenti a partire dall’incontro con il cardinale di Parigi che appunto gli garantisce la libertà se accetta una missione in Terrasanta. A un certo punto ci si ritrova immersi in libri, papiri, rotoli, pergamene contenenti lo scibile umano e che vanno non solo salvati ma diffusi per portare la conoscenza a tutti e combattere l’oscurantismo dominante. Un passaggio dal Medioevo verso orizzonti più aperti, più ampi verso il Rinascimento.

L’idea è buona ma la messa in pratica un po’ meno. Il libro soffre di una congenita lentezza, l’autore ha mancato l’obiettivo di rendere frizzante la narrazione. Sarebbe comunque ingeneroso fare paragoni con altri autori. Purtroppo il crescendo è lento, la carne al fuoco molta ma non sufficientemente condita e rivoltata a dovere per raggiungere una buona cottura. Debole come thriller e anche come romanzo picaresco. Comunque scritto bene e ricco di citazioni. A merito dell’autore va l’aver riportato alla memoria François Villon e le sue ballate. Comunque un’occasione mancata.

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ALDO MANUZIO UOMO ILLUSTRE DI BASSIANO

2 Dicembre 2014 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere, #marcello de santis

ALDO MANUZIO UOMO ILLUSTRE DI BASSIANO

Ecco a voi un altro pezzo di Marcello De Santis, sulla figura dell'illustre umanista Aldo Manuzio


Anche quest'anno io e mia moglie ci siamo fatti una lunghissima vacanza al mare, grazie al cielo; tre giorni, giovedì pomeriggio, tutto venerdì, e sabato mattina fino alla dieci e mezzo.
Un ottobre stupendo: il mare di Sabaudia era tutto nostro, noi... solo noi... bellissimo...
... giovedì sulla tarda mattinata le dune verdi come non le avevamo mai viste, il mare azzurro con cavalloni spumeggianti di bianco; e laggiù il promontorio del Circeo che ci salutava e ci faceva compagnia...
... bene o male alcune ore di sole ce le siamo godute; e io ho perfino fatto il bagno, e nuotato tre volte.
Tra una nuvoletta e l'altra (sabato mattina essa nuvoletta dell'impiegato - o di Fantozzi, se volete - alle dieci e mezzo in punto ha coperto il sole; e si è fermata a lungo; -tutt'intorno sereno serenissimo e celeste-; ci ha detto: basta così, potete andare.. e noi abbiamo ubbidito.. ... del resto ci aspettavano amici a Frosinone con un invito a pranzo...)
Poi venerdì mattina (11 ottobre) corsa in macchina alla spiaggia; cielo coperto e non, mezzo e mezzo; be', andiamo a farci un giro, e così siamo andati a visitare l'abbazia di Valvisciolo, situata in collina tra Sermoneta e Norma (Latina); il nome dell'abbazia si deve alla valle dove un tempo crescevano le visciole, specie di ciliegie selvatiche; stupenda meravigliosa fantastica: stile romanico-cistercense, secolo XII, facciata integra, un capolavoro dell'arte antica, fondata pare dai greci e restaurata dai templari il secolo appresso.
Il rosone della facciata è la meraviglia delle meraviglie. L'interno a tre navate divise da colonne e pilastri è senza affreschi, nudo, così com'era agli inizi; a rispecchiare il modo di vivere dei cistercensi, che hanno curato sempre la spiritualità senza fronzoli e ammennicoli, e non l'estetica. Una cosa di indescrivibile bellezza e leggerezza è il chiostro retrostante.
Dopo la visita all'abbazia, siamo saliti - per una serie di curve e tornanti - al piccolo paese di Bassiano; e girando per le anguste vie del borgo antico ho notato sulle mura delle case attaccate delle piccole maioliche che riportano ognuna una poesia; ho chiesto, e mi è stato riferito che sono poesie di un concorso letterario tenutosi lassù qualche tempo addietro; una cosa bellissima. Il paesino è abbarbicato su una collina, tutto racchiuso nelle mura di cinta del castello, conservate meravigliosamente così come erano nel milleduecento; fatte innalzare dai Caetani quando la popolazione era costituita in prevalenza da contadini e pastori.
La storia narra che il castrum, all'inizio di proprietà della famiglia Annibaldi, successivamente passasse ai Caetani appunto, che lo tennero fino al millecinquecento.
Passeggiare per l'antico centro è stata una splendida avventura; nel piccolo corso principale con ai lati, a sinistra vicoli scuri che scendono sotto archi angusti che sfociano in splendide viste sul verde della valle sottostante, e a destra scalette ripide che uniscono un piano all'altro del paesino, o scalinate ampie e ariose che portano lassù, alle case alte, e alle chiese, attraverso acciottolati puliti e ben conservati; bellissimo.
Ci sono andato con uno scopo ben preciso: visitare la casa natale di Aldo Manuzio, che io credevo fosse adibita a piccolo museo dell'illustre umanista - ma che ho scoperto solo sul posto non essere visitabile. Addossata alla facciata dove nacque, una lapide ne ricorda la nascita con la data; tutta qui la grandezza dell'uomo di paese che ha dato lustro alla popolazione; che oggi - a distanza di quasi cinquecento anni - ne va fiera. Però ho potuto appagare ugualmente il mio desiderio visitando il piccolo museo a lui dedicato - museo detto delle scritture - sito proprio sotto la sede del comune. Qui in quattro o cinque stanze ognuna collegata all'altra da una porta, nello stile delle ville e dei castelli del cinquecento - una volta l'ambiente, ci narra la signora Rosaria, colta e gentile, (e simpatica, il che non guasta), era adibito a carcere - si può fare un breve e al contempo lungo interessantissimo viaggio: partendo dalle prime forme di scrittura (o tentativi di scrittura - orientali) giù giù fino al medioevo, e in particolare al tempo dell'invenzione della stampa e, attraverso la storia, fino ai giorni nostri, ai quaderni dei ragazzini, e ai libri moderni, per intenderci; qua e là delle presse antiche, dei torchi, e calamai vetusti con penne e stili e pagine manoscritte, e poi alcuni esemplari di macchine da scrivere, stupenda e affascinante una macchina orientale, mi pare cinese, senza i tasti caratteristici delle nostre ma con una tavola fornita di caratteri particolari, e quindi una macchina da scrivere anni sessanta, uguale, perfino dello stesso colore che a me studente regalò mio padre, una Olivetti portatile, con tanto di custodia con manico, lettera 22.
Tutte cose che mi hanno fatto "vedere" la figura di questo stampatore italiano nativo di Bassiano (1449-1515).
La storia ci parla di Aldo Manuzio come stampatore ed editore; lo dice veneziano - perché nella città della laguna stazionò a lungo, e là lavorò e fece la sua molta esperienza in fatto di stampa (dopo il Gutenberg, inventore dei caratteri mobili, è stato il primo a portarla in Italia); ma pochi sanno che il grande Manuzio è di Bassiano.
Qui nacque nell'anno 1449, per morire a Venezia, la sua seconda patria, nel 1515, alla età di 66 anni. In gioventù andò a studiare fuori del suo paese che non offriva molto in fatto di istruzione; fu dunque a Roma per apprendere la lingua ancora in vigore, il latino; poi andò al nord a completare i suoi studi classici (studiò il greco a Ferrara).
Ebbe, tra gli altri compagni di studio, il grande Pico; e fu con lui a Mirandola (si era nel 1482, Pico aveva 19 anni e Aldo ne aveva già 33 anni, quindi non era più giovanissimo); Pico, in riconoscenza di tutta la stima che aveva per lui, lo nominò istitutore dei suoi due nipoti, principi di Carpi, quando egli si trasferì a Firenze, (dove studiò lettere; a Bologna giovanissimo aveva affrontato il diritto canonico, ma non si era trovato bene in questa materia e allora aveva optato per gli studi umanistici.)
E ancora: gli mostrò tutta la sua grande amicizia finanziando gran parte delle spese che Aldo dovette sostenere per le sue prime stampe ufficiali (pare fossero dei volumi delle opere di Aristotele.)
Molte cose ce le ha illustrate la nostra guida, quella mattina al museo: la signora Rosaria, che ci ha intrattenuti piacevolmente, me e mia moglie, ad ascoltare la storia in breve del suo illustre concittadino; e ci ha illustrato tra le altre cose, i segni, le parole, i simboli e le brevi frasi incisi sulle pareti di una delle stanze, e i disegni sbiaditi ma ancora visibili, tracciati con arnesi magari di fortuna che i carcerati rinchiusi in quella cella intesero lasciare ai posteri come testimonianza del loro passaggio e soggiorno colà; e testimonianza oltretutto di forme di scrittura.
Ma poi, tornato a casa, mi sono andato a rileggere a fondo la storia di Manuzio, che conoscevo fin dai tempi del liceo, lontano ormai più di cinquant'anni, che il tempo aveva offuscato ma che avevo ancora dentro come residuo di informazione diventata col tempo cultura.
Ed eccomi qua a narrare anche a voi, sperando di farvi cosa gradita.
Scopo principale della grande passione dell'illustre bassianese, la letteratura classica: latina e greca. Che lo portò a decidere una cosa impensabile per i più a quel tempo: stampare le opere che fino ad allora si tramandavano solo con scrittura manuale; che, come si può ben comprendere, venivano divulgate in pochissime copie (costavano molto, se non troppo); ed erano riservate solo ai signori più facoltosi e al clero (e non poteva essere altrimenti se è vero che gli amanuensi potevano lavorare quasi esclusivamente all'interno delle abbazie e dei monasteri).
Decise così di mettere su una tipografia, per attuare questo suo proposito che dette frutti inimmaginabili; e che frutti!
Scelse lo stato della Serenissima; era l'anno 1490.
Manuzio ci visse a lungo; è a Venezia infatti che si portavano gli studiosi per accedere ai molti preziosi volumi delle varie biblioteche, ed era a Venezia che sbarcavano gli studiosi greci che fuggivano dalla loro patria e in particolare da Costantinopoli a seguito della caduta dell'Impero Romano d'Oriente avvenuta del 1453.
Qui allacciò rapporti di amicizia (per interessi comuni) con letterati e scienziati di ogni nazione, ma anche con gli italiani, tra cui Pietro Bembo.
E così appena quattro anni dopo la sua venuta a Venezia, nel 1494 aprì la prima tipografia.
Le opere che uscivano dalle sue mani ebbero immediatamente un insperato? meglio un inaspettato successo, tanto che le edizioni della sua stamperia erano già riconoscibilissime tra le altre, e vennero indicate come "le dizioni aldine".
Nel 1505 sposò la signora Maria Torresano, la figlia di Andrea che era diventato suo socio nel lavoro. Maria gli dette figli, tra cui Paolo che seguì le orme dell'illustre padre.
Se in un primo tempo Aldo Manuzio tentò esclusivamente di stampare volumi di qualità altissima, e quindi destinati solo a casate nobili e signori facoltosi, non passò molto tempo che capì che la cultura doveva arrivare anche al popolo, fino ad allora escluso da qualsiasi possibilità di accedere ai libri.
E così nel 1500 si inventò una collana cui si poteva più facilmente accedere con volumetti che poteva acquistare anche la gente comune; avevano le dimensioni molto più piccole di quelle di quelli stampati fino allora (quelli che i bibliofili consideravano autentici tesori artistici); e il prezzo era di molto inferiore; bene o male alla portata se non di tutti, di molti; e per la prima volta usò - perché fosse facilmente leggibile - il carattere cui egli dette il nome di corsivo (o italico, perché introdotto per la prima volta in Italia da Aldo, appunto; o aldino, dal suo nome); carattere che aveva una leggera inclinazione a destra; ed era in ottavo, molto utile per le sue ridotte dimensioni; insomma col senno di oggi possiamo affermare che Aldo Manuzio inventò il libro tascabile.
Molte furono le opere che dette alle stampe, ben 130 edizioni in latino e in greco nei suoi lunghi venti anni di attività. Aristotele fu la prima, cui seguirono le opere di Tucidite, Sofocle, Euripide, e altri. Ma con l'inizio del nuovo secolo, il 1500, prese a stampare anche autori italiani.
E non poteva mancare l'opera per eccellenza: la Divina Commedia di Dante Alighieri, per la prima volta edita senza alcun commento, e in corsivo; siamo nel 1502; per la stampa il Manuzio si servì della collaborazione del grande umanista Pietro Bembo (che da allora fece usare il carattere che da lui prese il nome: il carattere Bembo).
Ma la meraviglia delle meraviglie uscì dalle sue mani tredici anni dopo; ancora la Commedia, ma stavolta - prima nel mondo - con illustrazioni.
Molto ci sarebbe ancora da dire intorno alla figura di questo umile/immenso uomo di Bassiano; ma lo scopo di questo mio modesto saggio è quello di far conoscere - a chi non lo avesse studiato a scuola - o far tornare alla mente - a chi nei lontani anni 50 ha fatto il liceo come me, un pezzo di storia che sui libri, ricordo, era considerata storia minore; e aveva poco spazio, quasi solo brevi righe per notizia; grande risalto si dava allora al Gutenberg e poco al Manuzio. Con questo mio scritto spero di avere invertito - anche se a distanza di più di cinquant'anni, la tendenza di allora, un po' superficiale.
Voglio chiudere ringraziando la signora Rosaria che, con le sue spiegazioni e illustrazioni quel fortunato per me venerdì 11 ottobre di quest'anno, mi ha riportato sui banchi di scuola guidandomi per mano dentro la vita di questo suo concittadino presente accanto a noi dentro quelle quattro o cinque stanze del piccolo museo delle scrittura..

marcello de santis

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