personaggi da conoscere
Tenente Colombo della mia giovinezza
Considerando il livello di vita dell'età moderna, essa in genere va ben oltre gli 80. Ma il nostro caro amato tenente Colombo, l'aveva superato questo limite; seppure di soli tre anni. Si può dire dunque che non fosse eccessivamente vecchio, anche se la sua età, indubbiamente l'aveva.
Il fatto è che dopo una vita avventurosa e piena di entusiasmo, per il suo lavoro di attore, e di successi, dovuti alla fama conseguita nel mondo intero per il suo personaggio principe, Peter Falk , negli ultimi anni non stava affatto bene.
"Si trascinava dietro, e con fatica" quello che per lui era diventato "il residuo d'esistenza", nel vero senso della parola. In maniera povera e trasandata. Chissà, forse nella sua mente, con l'aiuto della quale non cercava più di risolvere i suoi tanto amati casi polizieschi, già sognava un mondo nuovo - magari tra angeli o demoni, chi può dirlo? - dove potesse indossare ancora il raffazzonato impermeabile beige, per non toglierselo più.
Ricordo una volta che, la sempre invisibile/presente signora Colombo (che invisibile era anche quando pareva che stesse per apparire sulla scena là per là, magari proprio per rimbrottarlo per la sua sciattezza, magari per dirgli: ma su tenente (lo chiamava così, a casa) vestiti bene!) l'aveva obbligato a mettersene addosso uno nuovo, di impermeabile, gliel'aveva comprato con tanto amore, era marrone, un po' più scuro di quello solito - lo ricordo con simpatia quell'episodio della lunga serie - lui faceva del tutto per non indossarlo; se lo toglieva ad ogni occasione, lo posava da qualche parte, su una sedia, su un divano, con la scusa di fare le dovute indagini su un omicidio, per dimenticarsene (per fare finta di…) e buonanotte al secchio.
C'era, nei pressi, sempre un giovane vice ispettore, creato appositamente dalla produzione, non tanto per aiutarlo nelle indagini - che anche dall'aspetto e dai modi di fare costui si era subito rilevato per gli spettatori come un imbranato, un giovane bello e aitante, sì, dotato di acume moderno e di metodi pseudo-scientifici rispetto ai modi tradizionali del tenente - ma, più che per questo, dicevamo, per richiamare l'attenzione di Colombo sulla sua sbadataggine.
- tenente, il suo impermeabile!
- ah, grazie, senta, mi faccia la cortesia, me lo porti in macchina!
Macchina! Se macchina poteva definirsi quello scassatissimo mezzo di trasporto, (e con quale altro nome indicarlo!) scrostato, sbuffante, scoppiettante, ma in qualche modo efficiente, cui si era affezionato quanto e più del suo soprabito sgualcito e sporco.
Caro tenente Colombo, che hai catturato la mia/nostra attenzione, lungo tutti gli anni settanta, con quella lunga serie di telefilm polizieschi, con il tuo modo di fare tanto modesto quanto efficace! Ognuno di noi ti veniva dietro nei tuoi ragionamenti mentali, che cercavamo di immaginare, e che tu, quasi sempre, scena per scena, ci facevi indovinare, guidandoci passo dopo passo perché volevi proprio che noi ti seguissimo pedissequamente; e così fino alla risoluzione dei gialli, trasformandoci in quello che anche ognuno di noi diventava vicino a te: un investigatore.
L'indiziato, che tu capivi subito chi fosse, parlando con te pensava di trovarsi, meno male, davanti a uno scombinato ispettore di polizia, un tonto come tanti. E man mano che le storie andavano avanti, alla buona come sempre, ci portavi ad esclamare, col tuo sorriso strano - dovuto anche al fatto che, fin da bambino (a tre anni, a causa di un tumore), ti avevano dovuto asportare l'occhio destro e l'avevano sostituito con una protesi - come usava fare Scherlock Holmes:elementare Watson, riferendosi alle spiegazioni che dava al suo assistente dottore.
E anche noi pensavamo: Elementare! Grazie tenente Colombo, non ci avevamo pensato!
Quante volte nella mia lunga età ho visto e rivisto tutti quegli episodi. Anche adesso che sono stati trasmessi e ritrasmessi (e qualche network li dà ancora), talvolta girando col telecomando, mi capita di trovarti ancora su un canale che ripropone una storia di quelle antiche, magari già iniziata, forse giunta alla metà o verso la fine, ma non importa; piuttosto che andare avanti alla ricerca di qualcosa che mi soddisfi, (e che non c'è mai), mi fermo qua, dove il mio/nostro grande amico Colombo sta portandosi la mano destra alla fronte, e si ferma, sulla soglia di una porta, sconcertando l'assassino (che sa essere lui, ma questi non sa che Colombo sa) che pensa: e mo che altro sta architettando sto rompiscatole? Caro tenente Colombo!
Ricordo, una volta, un'attrice - che interpretava la parte di se stessa anche nella finzione scenica - non ti disse che eri sciatto, ma ti regalò una cravatta nuova; fece di più, te la mise intorno al collo e provvide persino a farti il nodo, come farebbe una brava moglie. Ti ridevano gli occhi, mostravi contentezza, ma noi dentro sapevamo che non vedevi l'ora di uscire da quella reggia di casa, per togliertela e rimetterti la tua, vecchia bandiera degna del tuo regale stazzonato impermeabile beige. Caro tenente Colombo! Ci hai lasciato un vuoto dentro che non si potrà mai riempire.
Mi dicono che negli ultimi tempi giravi, solo - e sconosciuto ai passanti - per le vie di Los Angeles, con indosso, al posto dell'impermeabile, la tua malattia (n.d.r. dal 2008 soffriva di Alzheimer), come un barbone, la mente non ti reggeva più, non ci stavi più con la testa, dicono, (che male mi ha fatto apprenderlo dai media!). Solo il corpo - pure se malridotto - ti permetteva ancora di guardare - con quell'occhio buono che ti ha aiutato tutta la vita - e fare passi incerti alla ricerca di te stesso, che avevi purtroppo smarrito da qualche tempo. E lo cercavi - inconsapevole - per le strade di Los Angeles.
marcello de santis
Ceccardo Ceccardi
Ceccardo ROCCATAGLIATA CECCARDI
(1871-1919)
Nessuno m'intende!
Sono un eterno sognatore, ingenuo e fanciullo, a dispetto dei miei quarant'anni.
Solo i miei compagni d'osteria di messer Savani, oste e vivandiere amico, mi sono vicini, nei momenti di nera… e sono tanti questi momenti, in questa mia disgraziatissima avventura che gli ottimisti chiamano "vita".
Permettete che mi presenti: sono il poeta e generale Ceccardo!
Cari Manfredo e Ubaldo e Peppino! E tutti voi altri, amici, che soffrite al mio soffrire! Avventure! Quante avventure contano i miei anni, studi avventizi che mai ho portato a buon fine, collaborazioni a giornali e riviste che durarono il tempo d'una rosa (per il mio caratteraccio - dicono - ma che posso farci? Io sono fatto così).E le mie disgrazie familiari e politiche e sociali! Ed economiche. Tutte le disgrazie, mi si sono scaraventate addosso!
- Nacqui in una tetra notte di tempesta, e tempesta fu tutta la mia vita!
Ah, se io scrissi qualche bel verso nessuno saprà mai a che prezzo l'ho potuto e saputo scrivere!
Ma la mia poesia vivrà.
Quando ci rivedremo/ il tempo avrà nevicato
sul nostro capo, o amore:/ avremo quasi passato
il mare, e sarà il cuore/ più sincero e pacato.
Ma non avremo più remo:/ io ne l'onda infinita del sogno,
tu della vita,/ lo avremo infranto/ oh amore
A dispetto dei molti che non capiscono o non vogliono capire; vivrà insieme a me, in questa caotica avventura che è la mia vita. E vivrà dopo di me. Vivrà soprattutto per mia madre che mi volle poeta. Divenni fanciullo prima, ragazzo poi, grazie a te, madre! Che mi leggevi e rileggevi Shelley e Leopardi, e mi facevi entrare nel cuore il Parini e le sue Grazie. Grazie, madre! Che mi hai voluto dotto, e che mi hai sognato poeta. Il tempo pagherà, quando io non sarò più, sarò poeta allora, e tu la lassù ne avrai gioia. Ma io, allora, dove sarò?
Come eri bella e altera, madre mia! Che bel nome madre mia, il tuo: Giovanna Battistina Ceccardi! Il tuo cognome sarà sempre unito al mio; e i posteri sapranno il perché. Sapranno il perché di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Il tuo esempio e i tuoi insegnamenti m'hanno reso quello che sono.
Tre in matematica, bocciato e ribocciato in questa materia arida e a me lontana; ma sette e otto nelle classiche. E lo devo a te, madre! Oggi cerco disperatamente una o due foglie d'alloro per cingerne il capo, ma tutto mi è contro, nessuno che m'intenda! E i denari mi sfuggono. E intorno ho solo miseria e disgrazie.
Mio figlio malato - la tisi l'uccide - mia moglie che amo, lontana (spesso litigo con le sue sorelle, e questi litigi mi fanno fuggire)… e io, che mi trasformo allora in eterno viandante in cerca di me stesso. E di pace.
Io, grullo e sognatore, fuori dalla realtà, forse; senza armi, se non la mia poesia e la mia eterna canna di bambù - che è la mia carta d'identità, la mia cravache - che roteo vorticosamente sopra la testa, per calarla sulle spalle ai prepotenti.
E gli amici. Quelli veri!
Mio buon Savani, che "grande volerci bene" fra di noi, oste della malora! Quante serate davanti ad un bicchiere di vino, con le carte in mano, a declamare versi tra una bevuta e l'altra!
E tu, e gli amici, i soli che mi capivano! E le fughe da casa, col quadro di Carducci stretto al petto! E Genova, Genova coi suoi caruggi, coi suoi vicoli sporchi e neri, che salgono dal porto alle stelle. Vico delle pietre, vico chiuso della rana, vico degli stoppieri, vico cicala, vico boccadoro…
Quanta nostalgia! E quante osterie! le osterie che erano casa nostra. E le panchine, col mio piccolo Tristano (triste nome, quasi un presagio… quasi un destino…) per mano… la sua mano nella mano di un padre disgraziato.
La mia barba incolta, la vecchia palandrana sempre più logora, e unta; e i riposi forzati in stanze fredde e gelide.
E la pazzia!
Che tenta di rapirmi…
"… radi capelli scuri scomposti, naso informe di un rosso purpureo, una camicia spiegazzata quasi uscente dai pantaloni malamente sorretti, sotto un ventre prominente, da quando quelle sciarpe scozzesi multicolori come usavano i carrettieri d'una volta…
Sembra un tragico clown…"
marcello de santis
Sergio Corazzini
Sergio CORAZZINI
(1886-1907)
Non vorrei morire… non ancora…
Mio Dio! Mi trema la mano, e la penna riesce solo a graffiare questo foglio ancora bianco, con fatica, senza niente scrivere… Il mio petto è in fiamme, questo male al polmone mi soffoca, mi sfianca, mi strazia ogni giorno di più. Non mi riesce non solo di scrivere, ma anche soltanto di pensare.
Voglio lasciare questo ospedale. M'hanno detto i medici che l'aria di questo mare verde di Nettuno mi gioverà senz'altro, ma io non sento alcun beneficio. Non voglio chiudere i miei vent'anni in sanatorio, non voglio, no! Non voglio.
Desidero tornare a Roma, a casa mia; se deve succedere l'irreparabile, che avvenga a casa mia, tra i miei libri, tra le mie cose, tra i miei versi.
Ho appena fatto in tempo a respirare l'aria del nuovo secolo, e già debbo salutare la vita…
Vorrei farlo senza piangere… ne sarò capace?
Caro Fausto Maria Martini abbi cura della mia memoria, e i versi che lascio e che tanto amo, leggili… Leggeteli tutti, e fatelo spesso, nei vostri lunghi silenzi; le mie Dolcezze siano le vostre, cari amici, Le piccole foglie morte vi facciano compagnia; il Libro inutile, fate che non sia inutile; se non per me che non ci sarò più.
E, nell'attesa, L'amaro calice sia amaro solo per me.
Amici, salutatemi tutti, mandate un grazie per la loro dolcezza nei miei riguardi ai grandi Palazzeschi e Govoni, - vedete, li nomino coi loro cognomi, i cari Aldo e Corrado, - ché loro sono già grandi poeti.
(Nell'anno 1906, Sergio ha solo vent'anni, la malattia del giovane poeta si aggrava, e allora a casa si decide di ricoveralo e curarlo presso l'ospedale Fatebenefratelli di Nettuno. I sanitari della casa di cura fanno tutto il possibile per lui, ma non cè niente da fare. La tisi allora era un male incurabile, ed era molto espansa per ogni e dove.
Fu qui che Sergio Corazzini prende a corrispondere con i poeti già noti Aldo Palazzeschi e Corrado Govoni.
Corrado Govoni, che il poeta aveva conosciuto e frequentato seppure per breve tempo, a Roma al Caffè Sartoris, così lo ricorda dopo la sua morte:
Il povero indimenticabile Sergio lo vedo sempre come a vent'anni, con quella sua andatura incerta, a corto respiro come il volo dell'allodola prima di prendere quota, o come quella di una bella ragazza troppo ammirata: con quella sua bella faccia un po' reclina, gli occhi sorridenti, e la voce così soave e calda in quella bocca sensuale.)
La mia anima è triste, la mia anima è dolce.
Bene mi hanno fatto, specie in questi ultimi tempi, le parole di conforto di Corrado Govoni; le sue Fiale sono gemme preziose da tenere in uno scrigno d'oro. E la presenza epistolare del caro Aldo Palazzeschi è stata una delle più belle esperienze della mia breve vita. Ho i suoi Cavalli bianchi, qui, sul comodino. E di tanto in tanto leggo qualcuna delle sue galoppate senza suoni.
Caro Aldo, caro Corrado, vogliatemi bene anche quando non ci sarò più. Abbiate nel cuore, come io ho le vostre, le mie modeste raccolte di versi.
Ho risolto il dubbio dell'amico Jammes, il caro Francis Jammes. Gli scrivevo: Io non sono un poeta, io non sono che un piccolo fanciullo che piange… Caro Francis Jammes! T'ho letto, studiato, amato; e ti ho riposto dentro la mia anima. Le tue cose… le tue cose tristi e dolci, la tua chère douceur de tes elegies, sono diventate cose mie; e non poteva essere altrimenti, tanto mi sento a te simile.
Lascerò, spero, anch'io un piccolo segno in questo nostro mondo letterario che va lentamente cambiando; un piccolissimo segno.Che resti!Non sarò stato inutile, allora…
Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ha che le lagrime da offrire al Silenzio.
…
Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.
Sono stanco, stanco di soffrire; il mio cuore è in affanno; non attendo che l'alba, ormai… Ieri ho scritto un'ultima esile poesia, esile come lo sono io in questo momento, ma penso che dia un ritratto di quello che sono e di ciò che mi sento.
Il mio cuore è una rossa/ macchia di sangue dove
io bagno senza possa/ la penna a dolci prove
eternamente mossa.
E la penna si move/ e la carta s'arrossa
sempre a passioni nove.
Giorno verrà, lo so/ che questo sangue ardente
a un tratto mancherà/ ché la mia penna avrà
uno schianto stridente…/ e allora morirà…
E' il mio testamento letterario, abbiatelo caro…
marcello de santis
Guido Gozzano
Guido GOZZANO
(1883-1916)
"… appena un lieve sussurro all'apice… qui… la clavicola…/
e con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro./ Nutrirsi…
non fare più versi… nessuna notte più insonne.../ non più sigarette..
non donne… tentare bei cieli più tersi:/ Nervi… Rapallo… San Remo…
cacciare la malinconia; / e se permette faremo qualche radioscopia…
Leggo ancora i miei versi, in lunghi silenziosi colloqui con me stesso, stando disteso sulle foglie e sull'erba di questo prato, in questo caldo agosto che passo qui, alla casetta; lo stagno coi pesci rossi, e laggiù, il Meleto della mia infanzia. Ho appena trentadue anni, e sono già otto anni che mi rilevarono questo male al polmone. Ogni tanto sembra regredire la fiamma che brucia dentro il mio petto, ma non è così; avanza, purtroppo! E a me non resta che assistere impotente; e seguire con amarezza il corso della malattia.
"… mio cuore monello giocondo che ride pur anco nel pianto…"
E che cosa ho ancora da dirti, mio cuore!
Questo: di essere contento di vivere ancora qualche tempo, godendo questo nostro, mio e tuo, angolo di paradiso. Anche se non è più nostro il Meleto, - mio cuore - gustiamo ancora un poco la gioia di essere insieme.
Qui, l'aria è buona; abbiamo vagato tra il mare di Liguria a respirare iodio, e l'aria buona delle colline - balsamiche, a detta dei medici - per immettere ossigeno dei polmoni, che può far bene…".
Ma le crisi, ciò nonostante, continuano - più o meno leggere - ma continuano… e più o meno crudeli.
Ah, quest'edera al balcone, i glicini, gli oleandri, i limoni!
E noi, tu e io, mio povero cuore, costretti ad attendere…
Trentadue anni! e nell'attesa, vivo di ricordi…
Mia madre, giovane e bella, elegante nella sua figura minuta, che sempre mi è stata vicina, quand'ero fanciullo, oggi ha bisogno di me, nel suo male. Oggi è rimasto soltanto un fantasma, della donna di ieri.
L'immobilità l'ha toccata, e adesso sono io che l'assisto. Sono io il faccendiere di casa. Da tempo, oramai, io vivo per lei, e… per i miei versi. E nei miei versi ho descritto le cose di casa mia, quelle cose "di pessimo gusto" che ornano ancora le antiche stanze adorate.
Il mio sogno di laurea è svanito da molti anni. E sono avvocato; ma solo di nome.
Poeta? Non so.
Ho scritto tantissimi versi, ma sempre col cuore; per quel che mi resta di questa dolcissima vita, e crudele.
I miei giovani anni trascorsi in cure - inutili? - ora qua, ora là, stanno per finire. Lo sento.
E niente, niente ho creato di definitivo, se non i miei versi, i poveri miei versi…
Non l'affetto per la cara Amalia.
Non la stima degli e per gli amici e poeti. Non la corsa alla laurea, presto interrotta.
E il viaggio in India a cercare un po' di salute per i miei polmoni malati; sena risultati concreti; è stata solo un'esperienza letteraria, da terapeutica che si pensava.
I miei frammenti raccolti nelle ore che inseguivo con ansia, ora sono fissati sulla carta, e resteranno a mio ricordo; perenne, spero…
le miniature, / i dagherotipi: figure sognanti in perplessità, //
il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone /
e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto, //
il cucù dell'ore che canta, le sedie parate a damasco /
cremisi... rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!»
****
"Una cocotte!..."
"Che vuol dire, mammina?"
"Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!"
Co-co-tte... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d’ovo e di gallina...
…
Un giorno - giorni dopo - mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
"O piccolino, non mi vuoi più bene!..."
"È vero che tu sei una cocotte?"
Perdutamente rise... E mi baciò
con le pupille di tristezza piene.
Ho pudore del mio male: i dottori dicono che forse potrei metterci una pezza andandomi a chiudere in quella prigione nevosa, sterilizzata e mondana, che è il Santuario di Davos.
Non vado, io soffro il freddo.
Preferisco morire ad Aglié o a Torino, a Sturla o a Rapallo…
marcello de santis
Filippo Tommaso Marinetti
Filippo Tommaso MARINETTI
(1876-1944)
Accademico d'Italia, alfine!
A cinquantasei anni questo riconoscimento viene a premiare la mia rivoluzionaria attività rivolta a cambiare la vecchia letteratura, la vecchia poesia. In una esplosione di versi mai tentata ed ottenuta da alcuno. Quanto tempo è passato da quel primo "manifesto" del 1909!
Questa data passerà alla storia della letteratura e delle arti mondiali per aver fatto sussultare e ribaltare dalle fondamenta il mondo letterario arcaico, vecchio, consunto, un mondo letterario che ci stava affossando tutti.
Ho bruciato - veramente - i vecchi musei zeppi di scartoffie ammuffite, fitte di sdolcinature e di marciume.
Ho distrutto definitivamente gli antichi e barbuti professori, rimbambiti, che si parlavano addosso; e si scrivevano addosso tutto l'ottocentume imperante.
Ho sepolto poeti, scrittori, attori, musicisti sedicenti tali, che stavano naufragando da tempo immemorabile in un mare di idee inaridite e sciocche; idee non più pensabili, non più sopportabili.
Io! Io ho generato un nuovo universo letterario!
Io! Io sono l'artefice del rinnovamento artistico!
E al mio fianco hanno combattuto - è proprio il caso di usare questa parola, ché le nostre indimenticabili "serate futuriste" a Roma, al teatro Costanzi, a Trieste, a Milano al Lirico, e dovunque ci siamo proiettati, si sono chiuse con vere e proprie battaglie tra noi e un pubblico sbigottito e giornalisti increduli…
E tutti noi, là sul palco, tanti amici poeti e pittori e musici
Ah, le nostre poesie urlate al vento della follia!
Paolo Buzzi, con i suoi "Aeroplani", Giampiero Lucini con le sue "Revolverate".
E Palazzeschi, che ha appiccato il fuoco ai fondali velati di sonni e crepuscoli, con il suo imperituro L'incendiario.
Come era buono, il caro Aldo Palazzeschi! Così fine, così timido, tanto che sul palco non riusciva a far sentire la sua flebile voce, tremolante, fioca; neppure un terzo dei suoi versi meravigliosi e rivoluzionari riuscivano ad arrivare alla platea ,si perdeva infatti nel boato degli urli e dei fischi degli spettatori. Che non se ne accorgevano, ma così facendo partecipavano in prima persona - da attori!- alle esplosioni letterarie del futurismo.
Che variazioni di atmosfera, che emozioni! Che fantastiche novità nei versi più o meno liberi dei nostri grandi poeti, che splendide sensazioni si ricavavano dai colori di Umberto Boccioni, e di Giacomo Balla; colori sbattuti sulle tele a ricercare velocità, fughe in avanti.
Quale terremoto nei ghirigori della musica di Russolo!
Un manipolo di portenti, di artisti con la "A" maiuscola; tutti dietro di me, tutti a seguirmi con la spada sguainata a colpire le stelle; e la luna! Quante volte abbiamo gridato quell'esclamazione diventata celebre Uccidiamo il chiaro di luna!
Il nostro vento di follia cosciente ha attecchito, ha dato i suoi frutti, vicino e lontano.
Era nato "il futuro"!
I tempi erano maturi, e noi l'avevamo capito prima degli altri.
Il novecento era come un monello di appena una decina d'anni, ma era già pronto a correre, a galoppare!
Ma per spingerlo a questo genere di galoppo ci voleva qualcuno che ne strigliasse bene i cavalli.
Arrivammo noi!
Che botte per le strade!
Quanta frutta, quanti ortaggi, quanti cespi di verdura volavano intorno alle nostre figure, a noi che imperterriti combattevamo rispondendo con le poesie, con i racconti, con la musica, nuovi! Rispondevamo a colpi di letteratura futura!
I nostri proclami declamati a gran voce (tranne quella del malcapitato Palazzeschi, come ho detto) in tutti i principali teatri d'Italia! Abbiamo distrutto la sintassi, abbiamo creato "parole in libertà", abbiamo gettato alle ortiche la metrica classica, le rime, le assonanze; avevamo creato nuovi versi, versi liberi di volare…
E sulle tele i colori nuovi in movimento, a rincorrersi, scandito il tempo da musiche nuove.
Eppoi i manifesti, per quelli lontani, per coloro che non potevano seguirci da vicino: a Londra Mosca Madrid Parigi.
I manifesti!
Della danza, della pittura, della letteratura, della musica. E ancora, del teatro, della moda, della cucina… e tanti tanti altri, tanti che quasi non li ricordo più tutti.
Il mondo era nostro; il mondo ci capiva, il mondo… capiva che era giunto il momento di scrollarsi di dosso tutto il vecchio e il decrepito che si portava ancora appresso. E lo ha fatto con un coraggio degno della nostra forza e della nostra lucida follia.
Dopo di me, il vuoto… l'arte andrà avanti…
… e non si volerà indietro…
marcello de santis
Byron a Livorno
“Nel 1822 per lo spazio di sei settimane dimorò a Montenero Lord Giorgio Byron, il più celebre fra i poeti della moderna Inghilterra. Egli abitò la villa Dupouy ora De Paoli, e secondo quello che si dice, la camera in cantonata tra il fronte principale e il lato occidentale della villa medesima. In fondo a questa camera è una piccola alcova dove trovavasi il letto occupato dal Byron. (…) Insieme al Byron era venuto a Montenero il conte Ruggero Gamba con suo figlio Pietro e la figlia Teresa maritata al conte Guiccioli, con seguito di domestici delle parti di Romagna, sui quali tutti, perché appartenenti alla società segreta dei Carbonari, teneva una gran vigilanza la polizia toscana, per la quale era ospite poco gradito anche Lord Byron di cui si conoscevano non solo le idee ardentemente liberali, ma altresì la vita disordinata e scorretta e l'indole intollerante di ogni freno e di ogni sottomissione” Pietro Vigo.
George Gordon Byron (1788 – 1824) da Pisa, dove risiedeva sui Lungarni, venne a Montenero nel 1822. Lo storico Pietro Vigo, nella sua guida di Montenero, ne dà ampio resoconto.
Al prezzo di cento francesconi il mese, Byron prese in affitto villa Dupouy, dal banchiere Francesco Dupouy, con stalle, rimesse, giardini, cisterne e pozzi d’acqua pulita.
A Montenero Byron scrisse parte del suo “Child Harold” e l’iscrizione per la tomba della figlia allegra.
Un gruppo di americani ancorati al porto di Livorno lo invitò a bordo e gli tributò onori da grande celebrità.
Pietro Vigo riporta una contesa scoppiata il 28 giugno, verso le 17, fra le persone al servizio di Byron e quelle al servizio della contessa Guiccioli. Furono coinvolti anche i Gamba, s’impugnarono coltelli e pistole, Pietro Gamba rimase contuso. Questa rissa diede occasione alla polizia toscana di sfrattare gli invisi conti Gamba, col pretesto di clamori e intemperanze che disturbavano il quieto villaggio di Montenero. A tal proposito, Byron scrisse al governatore la seguente lettera, che Vigo dichiara di aver trovato solo nella traduzione italiana.
“I miei amici conte Gamba e famiglia hanno ricevuto l'ordine di lasciar la Toscana in termine di quattro giorni, come pure il mio corriere, svizzero di nascita. Non farò alcuna osservazione sopra quest'ordine, almeno per ora. Io lascerò in lor compagnia questo territorio, non essendo luogo di dimora adatto per me quel paese che ricusa un rifugio agli sventurati ed un asilo ai miei amici. Ma siccome io ho qui un capitale considerabile in mobilia ed altri articoli che richiedono qualche tempo per disporre l'allontanamento, sono a pregarla di una dilazione di qualche giorno in favore dei miei amici, come pure del mio corriere, il quale mi accompagnerà se ciò vien permesso, ed io suppongo che un giorno o due di più sarà cosa di piccolissima conseguenza.
Siccome io accompagnerò i miei amici qualunque volta essi partano, chiedo il permesso di pregarla d'onorarmi d'una sua risposta.”
Ma il poeta inglese non ottenne ciò che chiedeva. Come non la ebbe vinta nella disputa dell’acqua.
Byron era molto difficile in fatto d’acqua, la digeriva solo se purissima e cristallina, ma la siccità portò all’esaurimento dei pozzi. Byron, allora, si rifiutò di pagare la pigione e fece causa a Dupouy, nel tribunale di Livorno. Perse e dovette pagare le rate arretrate, gli interessi e le spese giudiziarie.
Mentre ancora era a Montenero, ricevette una lettera in versi da Goethe, che si fece tradurre da Enrico Mayer, giovane scrittore di padre tedesco. Rispose che sarebbe partito presto alla volta della Grecia, dove si combatteva per l’indipendenza. Partì, infatti, dal porto di Livorno, sull’Ercole e raggiunse Missolungi, dove morì nel 24, ma non in battaglia, bensì di meningite.
Nel 1900 gli fu intitolata una via di Montenero.
Riferimenti
Pietro Vigo, “Montenero”, 1902 dal sito www.infolio.it
Francesco Domenico Guerrazzi
Avere in casa un libro di Francesco Domenico Guerrazzi (1804- 1873) voleva dire essere arrestati. Eppure, i suoi romanzi, animati da tensione patriottica risorgimentale e da spirito pessimistico, conobbero un enorme successo di popolo.
Il Guerrazzi venne alla luce nel 1804, nella vecchia Livorno, mentre in città dilagava l’epidemia di febbre gialla; la sua nascita non fu ben accolta dai genitori e questo lo immalinconì per tutta la vita, contribuendo a forgiare il suo carattere triste, solitario, vendicativo, attaccabrighe. Studiò presso i Barnabiti ma non amò la scuola, considerandola tetra, litigò col padre e fuggì da casa. Fu coinvolto in risse con gli ebrei ed espulso dall’università
Per tutta la sua esistenza fece avanti e indietro dal carcere, sempre per motivi politici, subì processi, condanne e il confino. Fervente mazziniano affiliato alla Giovane Italia e ardente repubblicano, ebbe gran parte nei moti del 48, diventando persino dittatore per quindici giorni, durante la rivoluzione toscana. Fu incarcerato nel Forte della Stella insieme a Carlo Bini, con cui aveva fondato l’Indicatore Livornese, poi soppresso dal regime.
Teorico della rivoluzione, ma anche piuttosto realista in politica, vide sempre disattese le sue aspirazioni, sviluppando una crescente amarezza e disillusione. Solo l’educazione dei nipoti lo distolse, in parte, dal suo impegno.
Oltre che alla politica attiva, si dedicò anche alla scrittura, intesa sempre come veicolo d’idee risorgimentali e civili. Conobbe Byron e la sua poetica, soprattutto quella degli inizi, ne fu influenzata.
I suoi testi più famosi sono “L’Assedio di Firenze”, “La Beatrice Cenci” e “La Battaglia di Benevento”, si può dire che con lui nacque il romanzo storico risorgimentale.
“Nella sua fantasia esuberante e violenta”, spiega il Cappuccio, “nel suo gusto del truce, del macabro, dell’orrendo, nei modi stessi dell’espressione convulsa ed enfatica, si rispecchiano, più forse che in nessuno degli altri scrittori italiani dell’Ottocento, certi aspetti estremi del romanticismo europeo, da Byron a Victor Hugo”.
Ciò non toglie che i suoi romanzi andavano a ruba nonostante il prezzo elevatissimo. Passavano di mano in mano, e piacevano per gli ideali ma anche per il sensazionalismo, a onta di quella che il Sapegno definisce “turgida oratoria tribunizia”. Anche Carducci fu un ammiratore del Guerrazzi, che difese la tradizione linguistica italiana, fu di orientamento classicista e non disdegnò nemmeno tratti umoristici. Il successo si attenuò nella seconda metà dell’ottocento, con l’affermarsi del positivismo.
Guerrazzi visse gli ultimi anni alla “Cinquantina”, una fattoria presso Cecina, dove si prese cura dei nipoti fino alla sua morte, avvenuta nel 1873.
Ardengo Soffici
ARDENGO SOFFICI (1879-1964), fiorentino di Rignano sull'Arno, ad un certo punto della sua vita, come moltissimi altri giovani fiorentini dell'epoca, venne affascinato dalla figura carismatica di quell'istrione che rispondeva al nome di Filippo Tommaso Marinetti, il quale giunse in Italia dalla vicina Francia, con in tasca il suo Manifesto del Movimento Futurista, che, nel 1909, aveva pubblicato oltralpe, e che, di lì a poco, avrebbe abbacinato le menti e i cuori di tanti artisti italiani prima ed europei dopo.
Quando il buon Filippo cominciò la sua avventura in Italia, Ardengo, già pittore di buon nome, aveva poco più di trent'anni. Ma fu folgorato, come tanti altri, anche lui. E divenne un futurista, ma, come si definiva lui: un futurista oltre il futurismo.
Ardengo Soffici fu un pittore di vaglia e un valido scrittore, nonché critico apprezzato.
Il periodo che lo vide rivoluzionario durò lo spazio di un mattino, ché presto "tornò all'ordine" come amava dire, cioè a quella pittura personale intimistica, e talvolta paesaggistica, nata nel ritiro del suo Poggio a Caiano. Dove visse a lungo e dove è stato sepolto.
In una intervista del 1957 alla RAI affermò: "Anche oggi dopo 55 anni di pittura, il mio lavoro è una specie di identificazione tra me e il paese in cui vivo…
Fu una vita piena, la sua, (quando morì aveva 85 anni) e fu grazie a lui che l'Italia conobbe i pittori e gli artisti d'oltralpe, gli impressionisti (Medardo Rosso) e i cubisti (Picasso).
Soffici conobbe e frequentò tutti gli artisti di quella Firenze del primo novecento, ma fu assiduo di uno solo, Giovanni Papini, col quale fondò la rivista letteraria Lacerba, che vide la luce nel 1913, per permettere agli artisti che lo desideravano di dar voce alle loro aspirazioni futuriste (e non).
Uno di questi che nulla aveva a che vedere coi futuristi era Dino Campana, da Marradi.
Ricordo che la rivista era appena nata, quando si presentò a Firenze alla redazione del giornale, un tale che si dichiarò mio lontanissimo parente, ma che io non conoscevo affatto; si presentò come Dino Campana, disse che scendeva da Marradi e trasse di tasca una sua operetta, dal titolo "Il più lungo giorno" che voleva sottoporre a un giudizio nostro, perché esaminassimo la possibilità di pubblicare qualche parte di essa su Lacerba, appunto.
Debbo dire che là per là non presi in considerazione né quel signore, era sporco e malmesso, né la sua opera; ma mi sembra di ricordare addirittura che io non fossi in sede, però potrei sbagliarmi. Insomma, questo strano personaggio lascia un manoscritto ancora più strano di lui, scritto su carta comune, con molte correzioni.
Avevamo molto da fare io e Papini, con i nuovi scrittori francesi; ero appena tornato da Parigi, dove avevo visitato l'Esposizione Universale, e avevo esposto là le mie opere, ricevendo favorevoli consensi, e poi amicizia, dei e coi vari Braque, Picasso, Matisse, tra i pittori, ed Apollinaire tra i poeti; per dire dei già celebri colleghi francesi.
E il caso volle che quel manoscritto andasse smarrito.
Quello che accade poi ha dell'inverosimile, ma voglio raccontarvelo.
Dopo qualche tempo quel tale, Dino Campana appunto, torna da Marradi, in ancora più cattivo stato d'animo della prima volta e con un aspetto da paura (pareva che ce l'avesse col mondo intero, e non si sa per cosa), e a Papini richiese indietro il manoscritto. Ma il buon Giovanni non ce l'aveva, e lo mandò da me.
Stessa richiesta fece a me, ma io, in tutta onestà, non ricordavo di averlo avuto, nonostante lui insistesse che l'aveva messo proprio "nelle mie mani". E a malincuore lo licenziai, ma quel signore dette in escandescenze, e inveiva contro i letterati fiorentini.
E forse aveva proprio ragione, Campana, ad avercela col Soffici, perché il manoscritto della sua opera, "Il più lungo giorno" che prima di essere stampato cambiò titolo in Canti orfici, opera che improntò di sé quella prima parte del novecento letterario italiano, fu ritrovata dopo circa sessant' anni, precisamente nell'anno 1971, tra le carte del pittore nella sua casa di Poggio a Caiano; e per puro caso, dalla vedova di lui, che stava spostando carte e documenti da una stanza all'altra (manoscritto importantissimo che attualmente si trova nel Gabinetto Viesseux di Firenze).
Insomma, il fatto è che io non ce l'avevo e glielo dissi; e glielo ripetei alla noia. Ma lui continuò a dare in escandescenze, e nulla potei contro quella sua rabbia incontrollata. Gridava che aveva solo quella copia, e che se non l'avesse avuta indietro sarebbe tornato con un coltellaccio e ce l'avrebbe fatta vedere!
Mi sembra che in seguito ci inviasse anche lettere di minaccia, ma ciò non fece altro che acuire la nostra indifferenza e quella di tutto il mondo letterario di Firenze, che aveva cominciato a conoscerlo da questo increscioso episodio, che noi raccontavamo; e non solo indifferenza, ma da parte di qualcuno anche disprezzo.
Insomma, venimmo a sapere poi che era un labile di mente… Ricordo, ci definì "sciacalli".
In una delle tante lettere che giunsero in redazione quel signore si definiva "di una intelligenza superiore alla media (Sapete, - scrisse a Papini - essendo voi filosofo sono in diritto di dire tutto: del resto vi sarete accorto che sono un'intelligenza superiore alla media…). E ci definiva, noi letterati fiorentini e in particolare noi della redazione di Lacerba: … una massa di lecchini, finocchi, camerieri, cantastorie, saltimbanchi, giornalisti e filosofi come siete a Firenze…
Poi Campana nel giro di pochi giorni fu costretto a riscrivere la sua opera a memoria, (secondo la critica successiva, anche servendosi di appunti che aveva conservato) ma insomma fu così. E fu così che si accentuò la sua instabilità mentale, tanto che qualche anno dopo finì in una casa di cura vicino a Firenze, dove stette quattordici lunghissimi anni senza scrivere più una riga, cucinando per gli altri reclusi, malati di mente come e più di lui, che apprezzavano le sue polpette…
Abbiamo detto che Ardengo Soffici fu un pittore di vaglia. La sua pittura risentì delle esperienze francesi, (molto influì su di lui Cezanne). Ma a questa sua principale attività si affiancò come abbiamo detto anche quella di scrittore e critico, nonché redattore prima ne La Voce (1908), poi in Lacerba.
Il lavoro alla rivista Lacerba mi dava molto da fare, e io cercavo e trovavo però il modo e il tempo di coltivare la pittura che era la mia principale occupazione. Si avvicinavano tempi bui per l'Italia, tirava una brutta aria, ed io ero allineato con le idee del fascio, lo ammetto, che tendeva a rigenerare un po' tutto di questa nostra terra di poeti e artisti, non tollerando l'arte e tutto ciò che veniva da fuori, respingeva l'esotismo in ogni maniera si presentasse. Insomma, era un movimento politico rivoluzionario, sotto questo aspetto, e io ne ero un seguace attento e scrupoloso. Ma non ero rigido come richiedeva il partito, ma ero piuttosto aperto elle nuove indicazioni e proposte che venivano dalla Francia, tanto che tornato da Parigi, vi avevo vissuto e studiato, e lavorato, per alcuni anni, per l'esattezza dal 1900 al 1907, come ho detto, importai artisti come Degas e Cezanne. Fui proprio io a scoprire e far conoscere agli italiani il genio di Cézanne, fui io a organizzare nel 1910 a Firenze, la prima grande mostra degli impressionisti.
Le opere di Soffici, ormai artista tra i più importanti d'Italia, vengono esposte in una mostra a Londra, insieme ai grandi di quel 900 italiano molto prolifico sotto l'aspetto dell'arte pittorica; come De Chirico, Boccioni, Carrà, Modigliani e Morandi; e Rosai, e molti altri.
A Parigi collaborai a diverse riviste, e per un lungo periodo non me la passai bene, feci, come si dice, la fame, ma tiravo avanti, ne andava della mia carriera. Là conobbi anche artisti e letterati come Guillaume Apollinaire, Max Jacob, e altri. E anche scrittori italiani, come Vailati e Papini.
Scriverà poi nel suo libro Giornale di Bordo, di cui più sotto parleremo: A Parigi, in una camera oscura del Boulevard Saint Michel, ho sofferto il freddo e la fame. Ho passato una notte di pioggia su una panchina del Quai Voltaire. Una donna straniera ha calpestato il mio cuore dalle parti di Vaugirard: altre donne l’han calpestato un po’ dappertutto. Un amico, due amici, tre amici mi hanno fatto soffrire. Ho pensato seriamente alla morte nella foresta di Saint Germain, a Basilea sul ponte del Reno, in riva al mare nel golfo di Genova; più d’una volta in questa vecchia casa campagnola. Sono stato infelice sotto tutti i cieli. Sia benedetta la vita.
Con Giovanni Papini la simpatia e la condivisione di idee fu immediata, … pur se i nostri caratteri erano agli antipodi. Anche il caro Giovanni ha sofferto molto l'indifferenza nei suoi confronti da parte dei letterati italiani; non ne hanno grande stima, ma sbagliano, e di grosso, Papini è un grande, e il futuro lo dirà. Tornati a Firenze abbiamo creato, come ho detto, la rivista Lacerba, dopo che avevo militato per qualche tempo con la Voce.
Ma quello della Voce era un periodo ormai superato; io là facevo i disegni per la testata della rivista. Era il 1908, e scrivevo ogni tanto qualche articolo di critica letteraria o saggio.
Va a Milano richiamato colà da una mostra di pittori futuristi; ma ne rimane deluso, e si arrabbia molto a vedere "i suoi canoni" gettati la vento. Ne scrive (male) su La Voce, e ne subisce subito le conseguenze: i pittori della mostra, tra i quali c'era lo stesso Marinetti, il giovanissimo Umberto Boccioni, e altri, risposero per le rime, e decisero di andare a Firenze per incontrare quel signore, che non conoscevano. Con loro c'era anche il buon Palazzeschi, che tutto aveva fuorché il carattere combattivo proprio dei suoi compagni. Obiettivo: il caffè delle Giubbe Rosse ove era solito stazionare il gruppo de La Voce.
Ricordo, adesso con simpatia, che Boccioni, cui fui indicato da qualcuno, mi affrontò a brutto muso, e volarono dei ceffoni, tra noi due, si scatenò una rissa non da poco tra me e i vociani che vennero in mio soccorso, e quegli scatenati di futuristi. Ma finì lì, poi simpatizzammo, ascoltammo le loro idee rivoluzionarie e fu così che sia io che Papini lasciammo La Voce e fondammo Lacerba per accogliere tutte le voci letterarie, anche quelle futuriste. Instaurando rapporti e discussioni costruttive intorno alla letteratura.
Come letterato Ardengo Soffici fu uno scrittore di buon livello, e il Giornale di Bordo, che vide la luce a Firenze nell'anno 1915 per le edizioni della Libreria della Voce, per la quale rivista letteraria egli lavorava come vignettista, ne è la dimostrazione più efficace.
Un eminente saggista italiano, nel 1987, definisce il libro come prosa antinarrativa di derivazione impressionistica, e non poteva essere altrimenti, se consideriamo lo stile pittorico dell'artista fiorentino. Del resto era quello il periodo in cui molti poeti e scrittori d'avanguardia usano per esprimersi il frammento lirico, di cui anche il nostro fa largo uso, per mezzo dei quali frammenti Il Soffici fa un'opera in parte biografica, in parte di vita corrente, ritraendo gli artisti che lo circondavano nella Firenze di allora.
Lo diceva lui stesso: voglio una letteratura breve, efficace, essenziale, che giunga al sodo senza giri di parole inutili, e perifrasi intellettuali superflue.
Va da sé che in un'opera con questi scopi, indagatori e descrittivi di una realtà reale, non può non parlare, oltre che dei poeti, pittori e scrittori a lui vicini, anche dei colleghi della Voce, che non apprezzano i suoi giudizi, né tanto meno dagli amici/nemici del futurismo milanese.
Che lo ritengono fin troppo ironico.
Conseguenza di questo suo modo di giudicare: futurismo: l'unico movimento cui possiamo associarci. Per poi aggiungere, quasi a rinnegare quanto detto: «Siamo per l’eleganza, la raffinatezza e lo spirito, contro la violenza il virtuosismo e la serietà».) è l'isolamento in cui venne a trovarsi di lì a poco.
Scrisse: Malinconia di non somigliare a nessuno, d’essere in disaccordo con tutti! Orgoglio immenso di sentirsi soli, tremendamente…
Io cercavo altro, nella pittura. Ho combattuto per le idee futuriste, non lo nego. Ma io cercavo sì di ricostruire, come affermavano loro, ma vedevo una ricostruzione che tenesse conto delle basi dei grandi pittori del passato.
Ardengo Soffici morì a Vittoria Apuana, nei pressi di Forte dei Marmi, nel 1964
marcello de santis
Canta Napoli
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Gegé di Giacomo, (Napoli 1918- Napoli 2005) Aveva 87 anni quando se n'è andato, era l'aprile del 2005; Gegè era tornato a Napoli, dove era suo desiderio finire la sua vita.
Chissà se prima di morire abbia voluto dare una ripassata di spazzole sui magici piatti della sua magica batteria... e magari, perché no, ripetere al ritmo di esse, magari con il filo di voce che gli era rimasta, un sshhhh... canta napoli... come aveva fatto mille volte nel corso delle sue serate musicali, seduto al suo strumento che dominava come pochi al mondo. Se si esclude il grande Gene Krupa, che suonò con l'orchestra del mitico Benny Goodman, e, guarda caso, era un virtuoso proprio come lui; e come lui era uno dei pochissimi, anzi rarissimi, giocolieri della batteria.
Prima di Gene Krupa, narra la storia della musica, non esistevano o quasi gli "assolo" di batteria, o quanto meno erano rarissimi, anche perché lo strumento all'interno di una band o di una orchestra era considerato di secondaria importanza. Lui fu il primo ad esibirsi da solo facendo impazzire i suoi fans.
Noi ricordiamo Gegè come batterista del complesso di Renato Carosone, ma pochi sanno che,prima che col grande Renato, Gegè ha suonato per anni con altre orchestre dirette da illustri maestri, basti ricordare, tra gli altri, i maestri Gino Conte e Nello Segurini; erano gli anni della seconda guerra mondiale, e Gegè era un giovanotto pieno di idee e di belle speranze di circa 25 anni. Fu solo verso la fine del 1949 che Gegè incontra Renato Carosone; i due erano coetanei, Renato era un pianista di valore, con alle spalle già una quindicina di anni di esperienza di pianoforte, e aveva appena due anni di più; intendersi fu facile. Renato avrebbe valorizzato la sua grande personalità, e lo avrebbe condotto per mano alla fama, e come batterista e come cantante. Carosone, infatti, che cercava musicisti e strumentisti per mettere su un complesso musicale, conosce e ingaggia all'occasione un chitarrista di talento, olandese di nascita, il suo nome è Peter Van Wood.
Van Wood è un chitarrista giovanissimo, è un ragazzo dal sorriso accattivante che si presenta subito mettendo sul tavolo tutta la sua arte: fa sentire a Renato le sue variazioni e i suoi equilibrismi, trattando le corde del suo magico strumento, sa fare l'eco e il riverbero, e mostra il suo curriculum che non è niente male: ci sono in prima pagina i suoi concerti all'Olimpia di Parigi (1947) e alla Carnegie Hall di New York (1948). Resta con Carosone fino alla fine del '54 quando lo lascia per formare un quartetto di cui sarà direttore e primo attore. E si dedica quasi esclusivamente a suonare nei night club più importanti d'Europa.
Tanti i suoi successi, canzoni di cui scrisse musica e parole: Tre numeri al lotto, Mia cara Carolina, e poi quel motivetto che in brevissimo tempo vola sulle ali del successo; parliamo di Butta la chiave, dove il chitarrista-cantante, ormai italiano e napoletano d'adozione, presenta un dialogo tra il cantante (lui) e la sua chitarra (che con riverberi particolari sembra parlare e rispondere all'innamorato che canta).
Gelsomina... Apri il portone... va bene, butta la chiave allora...
Butta la chiave, butta la chiave,
cara piccina, lasciami entrare, butta la chiave del porton.
Mamma che freddo, freddo da cani,
fammi salire, non si può stare tutta la notte sul porton.
Se il tuo perdon questa sera avrò,
mai più, mai più ritarderò.
Poi lascia definitivamente la musica per l'astrologia, di cui è uno studioso altrettanto appassionato, pur continuando a suonare per sé e per gli amici e ad incidere dischi, muore a Roma nel 2010, alla venerabile età di 83 anni, dopo aver sofferto a lungo per un brutto male..
Ma torniamo a Gegé: a Carosone serviva un terzo elemento, e lo trovò appunto in Gegè, e con questi due compagni di viaggio, Peter e Gegè, mette su il primo complesso della sua carriera, che chiama Trio Carosone, riesumando il nome che ha già utilizzato nei primi anni della sua avventura musicale. Il Trio Carosone infatti ha una storia antica, e non tutti la conoscono.
Il primo complesso era formato da tre persone, dallo stesso Renato, che aveva si è no sedici anni, e chiamò a collaborare con sé il fratello Ottavio e la sorella Olga.
Poi avvenne questo: Carosone, appena diciassettenne, dopo anni di studio al pianoforte, viene invitato a recarsi in Africa dal titolare di una compagnia di artisti di vario genere, che cercava un pianista, appunto, perché suonasse lo strumento e facesse anche da direttore della piccola orchestrina che la compagnia si portava appresso. E alla fine di quella imprevista (per il nostro artista) tournée, la compagnia rientra in Italia, ma Renato decide di restare laggiù perché nel frattempo ha ricevuto una richiesta di far parte di un complesso jazz ad Addis Abeba.
Accetta immediatamente, tutto è buono per accumulare esperienza (e un poco di denaro, che non fa mai male) e lui non si tira indietro; da questo momento le scritture si susseguono, il suo nome comincia a fare cartello e viene corteggiato e ricercato da vari impresari.
Torna a Napoli alla fine della guerra, siamo nel 1946, con esperienza da vendere e con tante idee nella testa, che bolle come le viscere del Vesuvio. Intanto si è sposato con Lita che gli darà un figlio, Pino. Il padre di Renato è un impresario che lavora per il Teatro Mercadante di Napoli, e lo vorrebbe là, nella sua città, magari proprio al Mercadante, ma Carosone non se la sente; parte per Roma, dove ottiene successi come solista col suo strumento fatato. Già affermato, torna a Napoli per la seconda volta, e stavolta la cosa è definitiva.
Qualcuno che lo ha sentito suonare e cantare, e lo conosce per la fama che comincia a circolare anche nella città del Vesuvio, un signore che ha intenzione di aprire un nuovo night club a Napoli, gli chiede di formare un complesso musicale. Siamo nell'anno 1949. Carosone ha 29 anni.
Renato, perché non metti su un complessino?
E Renato non se lo fa ripetere due volte. E comincia a pensarci su seriamente. Intanto già conosce Van Wood, che ha 22 anni. Gli viene in aiuto lo stesso signore che lo assume per questa nuova avventura, segnalandogli Gegè di Giacomo, un simpatico ragazzo che si presenta dietro dei grossi occhiali da vista che gli calano costantemente sul naso, e che lui si tira su con l'indice della mano. E senza batteria.
Immagino che in quell'incontro tra i due, presente l'amico Peter, si sia svolto un dialogo press'a poco così:
E tu chi si'?
J' songo Gegè.
Ebbe' che vuò?
Ma comme, j' sono 'a batteria.
E addo' sta 'o strumento?
' o strumento? ... mmhhh...
Renato è perplesso e Gegè lo nota, non si scompone più di tanto; servendosi di una sedia, un cabaret che prende da sopra un tavolo, e due o tre bicchieri diversi tra di loro, di un fischietto tirato fuori dalla tasca alla maniera di un giocoliere, cerca e trova due pezzi di legno e improvvisa una batteria
Eccolo lo strumento, Rena', stamm' a senti'...
E comincia a fare il suo pezzo che lascia esterrefatti ed estasiati sia Renato Carosone che Peter Van Wood.
Il Trio Carosone è nato.
Renato e i suoi due amici raggiungono un successo enorme in brevissimo tempo, lui è già conosciuto come solista al pianoforte, ma adesso, con questo trio fantastico, viene richiesto da i night club di Napoli, di Roma, e di tutta Italia, e in breve comincia a girare il mondo.
La radio e i dischi contribuiscono al successo, presto viene la televisione, e il trio Carosone è richiestissimo; molte le apparizioni, poi sostituite dal quartetto e quindi dal quintetto e, infine, complesso definitivo, dal sestetto, che prenderà il nome di "Renato Carosone e il suo complesso".
La fama aumentava ad ogni performance e ad ogni apparizione sul mercato dei dischi; anche perché alle canzoni celebri napoletane, che riproponeva ed interpretava con arrangiamenti particolari da lui stesso studiati, cominciò ad aggiungere canzoni nuove, sempre in napoletano, ma con una verve e con un piglio tutto particolare, affidandone alcune alla voce sbarazzina di quel grande personaggio che sedeva alla batteria, sempre con quegli occhialoni calati sul naso, che si tirava su con l'indice della mano destra, Gegè Di Giacomo.
Renato componeva la musica delle canzoni, e le parole le scriveva quel grande paroliere napoletano che risponde al nome di Nisa, al secolo Nicola Salerno, che aveva nella testa e davanti agli occhi la voce e le movenze del batterista, il quale inventò l'idea fantastica di iniziarle con quel
sssshhhhhh... canta napoli, napoli...
Il successo strepitoso di quel ... canta napoli... nacque per caso.
Il complesso di Renato Carosone si esibiva al Caprice di Milano; era l'anno 1954; e la storia dice anche il giorno: la del 13 maggio; gli strumentisti stavano suonando l'introduzione alla canzone la pansé (Nisa-Carosone) quando Gegè se ne uscì con un inaspettato ... canta napoli... napoli in fiore... e poi attaccò al momento opportuno a cantare.
Da quel momento ad ogni canzone da lui eseguita, Gegè introduceva la sua esibizione con
.. ssssshhhhh... canta napoli...
canta napoli... napoli a sospiro... ('o suspiro)
canta napoli... napoli in fiore... (la pansè)
canta napoli... napoli in farmacia... (pigliate 'na pastiglia)
canta napoli... napoli matrimoniale... (t'è piaciuta)
canta napoli... napoli petroliera... (caravan petrol)
a stigmatizzare la Napoli che scaturiva dai testi delle canzoni.
Quando Peter Van Wood lascia il complesso, Carosone ha necessità di rivedere le cose; il trio infatti non esiste più; ecco allora che mette su un quartetto, che poi si trasforma in quintetto, fino ad assestarsi definitivamente in sestetto: pianoforte, batteria, chitarra, sassofono, clarino, contrabbasso.
I successi si susseguono ai successi, da maruzzella (1955, Enzo Bonagura parole, e Carosone musica) a 'o sarracino (1958, testo Nisa), da torero (1958, Nisa) a tu vuo' fa' l'americano (1958, Nisa) ) a caravan petrol (1959, Nisa), per ricordarne solo alcuni, e applausi a scena aperta quando esegue per la prima volta Pianofortissimo, che Renato aveva composto per eseguire da solista.
Caravan petrol!... Caravan petrol!... Caravan...
M'aggio affittato nu camello,
m'aggio accattato nu turbante,
nu turbante â Rinascente,
cu 'o pennacchio russo e blu...
Cu 'o fiasco 'mmano e 'o tammurriello,
cerco 'o ppetrolio americano,
mentre abballano 'e beduine
mentre cantano 'e ttribbù...
Comme si' bello
a cavallo a stu camello,
cu 'o binocolo a tracolla,
cu 'o turbante e 'o narghilè...
Gué, si' curiuso
mentre scave stu pertuso...
scordatello, nun è cosa:
Ccá, 'o ppetrolio, nun ce sta...
Alláh! Alláh! Alláh!
Ma chi t''ha ffatto fá? ...
Renato Carosone decide di ritirarsi dalla scena, è il settembre del 1960, e lo fa in diretta Tv, ha appena quarant'anni. Posso dire, io c'ero, davanti al teleschermo, avevo finito il liceo e frequentavo i primi anni dell'Università a Roma, iscritto alla facoltà di giurisprudenza; e fui sorpreso non poco dell'annuncio:
"preferisco ritirarmi ora sulla cresta dell'onda, che dopo, assalito dal dubbio che la moda jè-jè e le nuove armate in blue jeans possano spezzare via tutto questo patrimonio accumulato in tanti anni di lavoro e di ansie".
Stavano uscendo i famosi urlatori (Tony Dallara e company) e avanzavano quattro giovani inglesi che avrebbero occupato la scena internazionale a lungo, The Beatles.
Fu così che Gegè rimase solo; in dubbio se continuare o lasciare anche lui.
Decide per la prima soluzione; e da solo partecipa al Festival della Canzone Napoletana l'anno appresso, interpretò due canzoni, ma senza successo. Cosa che si ripeté nel 1962.
Nonostante tutto, mise su un complesso, Mister CantaNapoli e il suo complesso; al Teatro Massimo di Milano Gegè dette uno spettacolo indimenticabile, suonò la batteria con le mani, i gomiti, le braccia, sedendocisi sopra, e poi - riprese le sue bacchette - prese a batterle su ogni cosa gli capitasse a tiro, muovendosi sul palcoscenico, le chitarre, il pavimento, sul contrabbasso facendo con questo ingombrante strumento un vero e proprio dialogo musicale. Tra le altre canzoni, quella sera, cantò O pellirossa, una canzone scritta per lui dall'amico Renato, quasi un omaggio al suo vecchio capitano, che faceva così
Tumba Catumba Tumba CatumbaUè! Uè!
So' Catumbo o pellirossa
'o cchiù bello d''a tribù.
io me faccio nu tatuaggio
col rossetto di mammà!
So Catumbo o pellirossa,
tengo a lancia e a pippa 'e gesso.
Cca nisciuno me fa fesso!
Songo 'o meglio d' 'a tribù!
Chi me chiamma: Freccia nera
Chi me chiamma: Penna gialla
Uh! Ma ll'anema d' 'a palla!
Nun capisco niente cchiù!
Ma i bei giorni erano ormai andati. Chiuse così anche lui.
Renato riapparve quindici anni dopo, e vicino a lui anche Gegè, ma per un breve flash; riapparve vicino all'amico di sempre Renato, che voleva rientrare nel mondo dello spettacolo. Gegè viveva ormai stabilmente a Milano. Ritornò nella sua città, perché malato, negli anni novanta (era stato per una quarantina d'anni a Milano), e per l'occasione, Carosone, che lo sapeva gravemente malato, gli scrisse - dedicandogliela - una canzone: Addo sta Gegè. Che non fece in tempo ad incidere; Renato Carosone, infatti, per una strana sorte, morì quattro anni prima di Gegè, nel maggio del 2001.
I funerali, a causa delle sue gravi condizioni di salute, non videro presente Gegè; che due anni dopo fu costretto su una carrozzina; fino alla fine. La Regione Campania nel 2003 consegnò, al nipote del grande Salvatore di Giacomo, in una cerimonia svoltasi nella casa del cantante a Poggioreale, il premio Carosone.
Due anni dopo, nel 2005 Gegé ci lasciò per sempre insieme alle sue canzoni scenette.
marcello de santis
Il trio Lescano
Tre sorelle ungheresi di nascita, ma vissute a lungo in Olanda, che rispondevano ai nomi di Alexandrina Eveline, Judik, Catharina Maje; il loro cognome era Leschan, che, una volta affacciatesi alla ribalta della musica leggera, quasi per caso del resto, venne cambiato in Lescano.
E anche i nomi furono italianizzati, si chiamarono da quel momento Alessandra Giuditta e Caterinetta. Era il 1936 quando si provarono a cantare in coro.
Si deve al maestro Carlo Prato, che era allora il direttore artistico della sede EIAR, Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche di Torino, la sola radio italiana dell'epoca fascista, nata nel dicembre del 1927, che ha lavorato in regime di monopolio fino l 1957, quando divenne RAI, Radiotelevisione Italiana. Carlo dunque prese le tre sorelle sotto la sua ala protettrice e le preparò, provando e riprovando per farne appunto un trio. Impostandone la voce, e lavorando su ognuna di esse, separatamente prima, e insieme poi.
Carlo Prato era di Susa, e, quando conobbe le sorelle Lescano, aveva appena 35 anni, ma aveva un fiuto impareggiabile per gli artisti in fieri; era un buon pianista, poi diplomatosi in composizione, e quindi anche in direzione d'orchestra, e per non farsi mancare niente si mise a cantare, per hobby più che altro, ma all'occasione non si tirava indietro e si esibiva.
Tra le altre cose, - a tempo perso diceva lui -, era anche un talent scout, uno scopritore di talenti; a lui deve la sua fama Ernesto Bonino; e più tardi il duo Fasano, due sorelle, Dina e Delfina, che furono per tanti anni nell'orchestra del maestro Cinico Angelini, insieme a Achille Togliani ,Carla Boni, Nilla Pizzi e Gino Latilla.
Nel 1936, le ragazze avevano: Alexandrina 26 anni, Giudik 23, e Catharin, la più piccola, appena 17 anni. Erano olandesi, essendo nate la prima a Gouda e le altre due a l'Aia. Pure essendo nate e vissute in Olanda (la madre era una cantante d'operetta, Eva de Leeuwe, olandese), le sorelle Lescano tennero la cittadinanza ungherese (quella del padre Alexander, che era di Budapest) fino a che non vennero naturalizzate italiane.
Il padre era un circense, e faceva il contorsionista; fino a che un bel giorno rimase invalido per essere incorso in un infortunio, e abbandonò la scena. Fu così che la signora de Leeuwe decise, per tirare avanti la famiglia, di creare un complesso famigliare di ballo acrobatico, al quale parteciparono solo le due sorelle più grandi; mentre Catherinetta fu lasciata in collegio ad Amsterdam. Il corpo di ballo a tre si chiamò The sunday Sisters e prese a esibirsi in Europa e in vari paesi del medio oriente.
La famiglia, dopo molto girare in Europa, giunse a Torino, come detto più sopra, furono viste dal maestro Carlo Prato, che decise di farne un gruppo musicale.
Il lavoro sulle ragazze non fu difficile, in quanto si rivelarono intonatissime e con delle voci che nel coro a tre s'integravano perfettamente; e non poteva essere altrimenti, dato che provenivano da una famiglia prettamente musicale; basti considerare che il nonno David, il padre della loro mamma, era un valente violinista, e altri tre zii erano virtuosi di pianoforte.
Nonno David era molto fiero delle sue nipotine, e visse ancora quattro anni (1854-1940), giusto il tempo di vederle al successo.
Fu fatto loro firmare un contratto con la Parlophon-Cetra, e nacque così il nome Trio Lescano (italiano, meglio Trio Vocale Sorelle Lescano, ma immediatamente abbreviato così come poi giunse al successo e alla fama). Incisero il loro primo disco coll'orchestra dell'EIAR diretta dal maestro Cinico Angelini; era il 22 febbraio 1936.
Spiccarono il volo, e cantarono con vari cantanti, Ernesto Bonino, Oscar Carboni, Silvana Fioresi e altri.
Le loro canzoni volarono dalla radio e si sparsero per tutta l'Italia; specialmente una sorpassò tutte le altre in notorietà, Tulipan, una canzone olandese, tradotta in italiano da Riccardo Morbelli, che ne curò anche l'arrangiamento.
Il successo delle sorelle Lescano fu dovuto al modo tutto particolare di interpretare le canzoni; quello swing che fino ad allora non si era registrato in nessuno dei cantanti sull'onda del successo. Un ritmo particolare che era un incrocio tra swing e jazz.
Il fascismo era alle porte, con tutta la sua parte deleteria; però va detto che, davanti al talento delle tre graziose cantanti, anche Mussolini ebbe ad applaudire.
Gli anni passavano veloci; la loro fama volava alto, grazie alle trasmissioni della radio.
Siamo nell'anno 1942. Fu proprio per l'intervento del capo del fascismo che ottennero la cittadinanza italiana; Mussolini intervenne presso il re Vittorio Emanuele, e la cosa fu fatta.
Venne la persecuzione degli ebrei, cui non si sottrassero neppure i fascisti di quell'Italia sciaguratamente alleatasi con la Germania e furono attivi come e quanto i tedeschi di Hitler; il Fuhrer aveva organizzato in larga scala la distruzione della razza ebraica e la ormai tristemente famosa "soluzione finale".
Venne a galla l'origine ebraica delle ragazze, si andò a spulciare tra le carte di famiglia e si scoprì che la madre Eva de Leeuwe era una ebrea olandese.
Ma la notizia non fu mai verificata, né è stato mai possibile dire se rispondeva alla realtà (non il fatto che fosse di razza ebraica, questo era vero) se si fecero ricerche in tal senso.
Sembra che di un loro arresto, avvenuto appunto nel 1942, ebbe a parlare in una intervista ai giornali, nel tardo 1985, una delle sorelle, precisamente Alessandra, arresto avvenuto proprio per motivi razziali. Ma la notizia - ripetiamo - non ebbe mai riscontri. Ad ogni modo sembra che una spiata effettivamente ci fu, ad opera delle sorelle Codevilla che costituivano un altro trio, il Trio Capinere, che non ebbe il successo delle Lescano; e che pare fossero invidiose di loro; era il 1942/1943.
L'accusa sarebbe stata di spionaggio, e, stando a quanto raccontato da Alexandra Leschan, le sorelle furono incarcerate a Genova. Attenzione, però, questa delazione non fu mai trovata nella storia; la si riporta per dovere di cronaca.
La storia del Trio Lescano andò avanti fino ai primi anni '50, quando, essendo il trio emigrato ormai da diversi anni in Sud America, si sciolsero definitivamente.
Successe questo: sei anni prima, nel 1946, dunque, la più piccola delle sorelle, Caterinetta, lasciò il gruppo vocale, sembra per sposarsi; e la ragazza venne sostituita con una giovanissima cantante italiana a nome Maria Bria, (nata nell'anno 1925, torinese, e ancora vivente).
Va detto che nessuno seppe della sostituzione di Caterinetta, Kitty, come la chiamavano confidenzialmente le sorelle. La voce del trio continuò così a volare per l'etere. La voce di Maria era una voce molto simile a quella della sorella uscita dal complesso vocale, ma il volto era e restò sconosciuto. Ripeto: per sei anni - dal '46 al, '52, nessuno seppe della sostituzione.
Sembrava essere ritornati ai primi tempi della radio, quell'EIAR che mandava in onda le voci ma nessuno conosceva i volti dei cantanti.
Torniamo alle origini del trio.
Prima di essere il Trio Lescano, le sorelle facevano le vocalist, cioè le coriste di contorno a cantanti già in auge nel panorama delle musica leggera italiana, prima fra tutte la cantante Maria Iottini, che cantava Maramao perché sei morto, celebre canzone del periodo fascista.
Quando passarono ad affrontare i microfoni come Trio, le loro canzoni raccolsero immediatamente un successo inatteso.
Abbiamo detto che furono messe sotto contratto dalla Parlophon Cetra; nel breve giro di sei anni dal '46 al '52, incisero la bellezza di più di trecento canzoni.
Le orchestrazioni del maestro Cinico Angelini della Rai di Torino, e poi anche di Pippo Barzizza e degli altri direttori d'orchestra che le diressero e arrangiarono le loro canzoni, erano basate su uno swing tutto personale; che i maestri presero dal jazz, per infonderlo nella musica che le sorelle pareva avessero nel sangue.
Abbiamo detto dei dischi incisi, trecentosessantacinque canzoni, tantissime, e molte di esse raggiunsero il successo. Pensate, della canzone Tulipan:... parlano d'amore i tuli tuli tuli pan...
vendette la bellezza di trecentocinquantamila copia, di quei primi dischi in vinile, sui quali la puntina di diamante seguiva i solchi che si restringevano man mano che la canzone andava avanti. E quando il disco si consumava a forza di essere sentito, frusciava ed acquistava un fascino particolare.
I successi furono molti, alcuni si ascoltano volentieri ancora oggi, Maramao perché sei morto, Ma le gambe, Pippo non lo sa, Tulipan, furono successi straordinari.
Sapete qual'era il compenso del trio? Mille lire al giorno, quelle mille lire che erano, e non per tutti, il salario di un lavoratore italiano, in un epoca in cui s'era affermata una canzone per la voce del cantante Gilberto Mazzi, che diceva così:
Se potessi avere
mille lire al mese,
senza esagerare,
sarei certo di trovare
tutta la felicità.
Un modesto impiego,
io non ho pretese,
voglio lavorare
per poter alfin trovare
tutta la tranquillità.
Una casettina
in periferia,
una mogliettina
giovane e carina,
tale e quale come te.
Se potessi avere
mille lire al mese,
farei tante spese,
comprerei fra tante cose
le più belle che vuoi tu.
Alessandra raccontò - intervistata nel 1985, aveva ormai settantacinque anni, e da lì a due anni sarà l'ultima delle sorelle Lescano a lasciarci (morì infatti nel 1987) - che quei soldi servirono per acquistare un appartamento a Torino, una balilla fuoriserie e tanti vestiti e scarpe; cose che non si sarebbero mai sognate di avere, quando facevano la danza nel circo.
Ma intanto in quella intervista ribadì i fatti del '43, dell'arresto a Genova, del carcere durato un mese, della liberazione per intervento del principe Umberto, e della loro fuga in Val d'Aosta, a raggiungere la madre.
Racconta Maria Brio:
... le sorelle rimaste non volevano cambiare il nome, ché avevano ancora contratti da rispettare...
... io frequentavo un maestro di canto perché volevo intraprendere la carriera di cantante solista...
... ci conoscemmo, mi proposero di unirmi a loro...
... accettai con entusiasmo...
... lavorai con loro, andai con loro nelle Americhe del Sud, e per sei anni fui la sorella invisibile...
... non presi una lira... ma mi piaceva troppo cantare...
E' vero, furono scattate a volte delle fotografie, ma Maria si era talmente immedesimata nella terza sorella, Kitty, non diede modo di dubitare sulla sua identità (falsa).
... cantavamo in varie lingue, io ne conoscevo alcune, non il tedesco o l'inglese, ma imparai presto, e nessuno dubitò mai.
Continua Maria:
... non andavamo più a cantare alla radio, quella radio che aveva lanciato il gruppo vocale originario e lo aveva fatto conoscere su vasta scala, adesso, dice, non ne avevamo più bisogno,
Il nuovo Trio cantava nelle piazze, nei locali.
Il Gruppo si sciolse, come detto, nell'anno 1952. Maria si era stancata di lavorare gratuitamente, (non venni mai pagata, racconta) pur con tutta la passione per la musica leggera e l'affetto che la legava ormai alle sorelle rimaste, e poiché le due Lescano superstiti, Sandra e Giuditta, non potevano esibirsi in due, decisero di porre fine al loro sodalizio. Eppoi, Judik si fidanzò e anche lei ventilò a più riprese il desiderio di ritirarsi:; ciò che fece,
Io lasciai così, a malincuore; tornai in Italia, mentre loro restarono in Venezuela, a Caracas precisamente; Caterinetta le raggiunse più tardi e tornarono a stare unite senza però più cantare. Io mi impiegai presso il Comune di Torino, dove lavorai per più di vent'anni; mi sposai ebbi figli e diventai nonna felice; e adesso bisnonna.
Catharina Leschan, la più giovane, morì a causa di un tumore nel 1965, aveva appena compiuto 46 anni. Alexandra, la più grande, morì in Italia a Fidenza, come abbiamo detto poco sopra, nel 1987. Dell'altra sorella Judik si sono perdute le tracce, e non se ne sa ancora oggi, nulla.
Scomparsa.
marcello de santis
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