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luoghi da conoscere

Marechiaro

11 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia, #luoghi da conoscere

Marechiaro

Il parapetto dal quale ci si affaccia nel breve specchio di mare su cui si apre la celebre finestrella, è un posto che pare che il cielo abbia creato solo per gli innamorati. Tutto è incanto, tutto è poesia, tutto è amore, nel silenzio dei pensieri che riportano ai versi della poesia di Salvatore Di Giacomo.
Io ci sono stato, tanti anni fa, e a mirare la lapide che ricorda la canzone, io che sono un amante incallito delle canzoni di Napoli, ho avuto un balzo al cuore, e confesso che ho represso a malapena una lacrima.

Quanno sponta la luna a Marechiare
pure li pisce nce fanno a ll’ammore,
se revoteno ll’onne de lu mare,
pe la priezza cagneno culore,
quanno sponta la lu
na a Marechiare…

A Marechiare ce sta na fenesta,

« Quando spunta la luna a Marechiaro,
anche i pesci vi fanno l'amore.
si rivoltano le onde del mare.
per l' allegrezza cambiano colore…

a marechiaro ci sta una finestra…

… e dalla mente alle orecchie il passo è breve, e così giungono gradite immediatamente le note della musica del grande Paolo Tosti.
Salvatore non amava molto questi suoi versi, tanto che non hanno mai trovato posto nelle raccolte delle sue poesie.
Era il 1885, sono passati quasi centoventi anni, ma la canzone, nel frattempo, ha varcato l'oceano (per le Americhe) e gli oceani (per il mondo), è andata a cullare le anime degli innamorati ovunque essi si trovino.
Francesco Paolo Tosti ne fu stregato immediatamente, e da quel grande autore che era, ci mise mano e creò la meraviglia delle meraviglie.
All'epoca il musicista, che non era napoletano - era nato ad Ortona - ma che aveva studiato presso il Conservatorio di San Pietro a Majella a Napoli, dove si diplomò in violino e composizione nel 1866, aveva poco meno di 40 anni, ed era già noto come autore di celebri romanze, che all'epoca si eseguivano nelle famose periodiche. Il musicista, in effetti, dopo aver fatto un po' di tutto in gioventù, si mise a cantare, avendo una bella voce da tenore; allora si trovava a Roma, e qui ebbe modo di conoscere e frequentare due suoi conterranei: il vate Gabriele D'Annunzio e il pittore Francesco Paolo Michetti.
Qui insegnò canto a quella che sarebbe diventata più tardi regina d'Italia, Margherita di Savoia, e a Londra, dove si trasferì più tardi, alla corte della regina Vittoria; Edoardo VII per le sue benemerenze lo fece baronetto e gli conferì, cosa che lui accettò, la cittadinanza inglese.
Per completare la sua figura di musicista, va detto che compose più di cinquecento romanze, interpretate da tutti i più grandi suoi contemporanei, ricordiamo tra questi l'indimenticabile Enrico Caruso.
Ma una sola musica gli conferì fama nazionale e internazionale: Marechiaro.

A Marechiare ce sta na fenesta,
la passione mia ce tuzzulea,
nu carofano addora ‘int’a na testa,
passa ll’acqua pe sotto e murmulea…
a Marechiare ce sta na fenesta…

a mare
chiaro ci sta una finestra
scriveva il poeta Salvatore Di Giacomo, che poi vi spiegheremo meglio, non era mai stato sul posto e non conosceva quell'angolo di paradiso che era marechiaro,

… dove ci batte la passione mia
un garofano odora dentro una testa
passa l'acqua là sotto e mormora…
a mare chiaro ci sta una fi
nestra…

Il poeta, invece, ne aveva appena 25, di anni, e come detto non sapeva di marechiaro.
S'immaginò una luna che spunta su quel piccolo specchio di mare incantato, e… tutto il resto che descrisse nei suoi versi.
Napoli all'epoca è - e del resto ancora oggi -, la città per eccellenza del sole e dell'amore; e ciò fin dall'antichità non poteva che generare musiche e versi che poi sono entrati nella storia della sua storia.
Sta nascosto - quel posticino incantato - sulla collina di Posillipo nel quartiere che porta il nome, appunto di Marechiaro, che altri due grandi - poeta e musicista appunto: Ernesto Murolo e Salvatore Gambardella - alcuni anni dopo (1904) avrebbero descritto così

…. Pusilleco addiruso,
addó' stu core se n'è ghiuto 'e casa,
ce sta nu pergulato d'uva rosa...
e nu barcone cu 'e mellune appise.
...'Ncopp''o Capo 'e Pusìlleco addiruso

… Posillipo, profumato,
dove questo cuore se n'era andato, da casa,
ci sta un pergolato di uva rosa…
e un balcone coi melo
ni appesi…
… sul capo Posillipo profumato

… è un piccolissimo porticciolo di pescatori, dove s'affaccia questa finestrella, che ha sul davanzale dei garofani in vaso; è la casa di Carolina, che dorme, e un innamorato rischiarato da una pallida luna le porta la serenata.
Il padre, il giovanissimo Salvatore lo voleva medico, ma lui non amava stare tra morti e pezzi di cadaveri (come ne vedeva nelle lezioni di anatomia che era costretto a seguire, a malincuore), e abbandonò la causa paterna.
Era il 1880, quando prese la grande decisione di cambiare il suo destino.
Cominciò così a scrivere articoli e saggi, fece il giornalista, anche alle dipendenze di Matilde Serao e di Edoardo Scarfoglio, che lo inviavano a girare, per scrivere articoli, per Napoli dove ebbe modo di stare vicino alla gente e alla città vera, povera e sofferente, praticando per lavoro il tribunale, gli ospedali, e i vasci (i bassi, nei vicoli) maleodoranti e miseri.
Parallelamente a questa attività giornalistica, che però, pur ritenendola migliore delle tristi lezioni di anatomia dell'università, non lo soddisfaceva ancora, si dette alla poesia.
Che, grazie alla conoscenza dei vari musicisti del tempo, Mario Costa, per il quale scrisse Era de maggio, Enrico De Leva, cui dette le parole per la musica di 'e spingole francese, lo fecero conoscere nell'ambiente della canzone d'autore napoletana.
Non ci soffermeremo di più nella descrizione della vita del poeta, ma vorremmo invece dire della storia tutta particolare della nascita dei versi della poesia/canzone, che vale la pena riportare.


La Finestrella di Marechiaro

Chi dice ca li stelle so’ lucente
nun sape st’uocchie ca tu tiene nfronte,
sti doie stelle li saccio io sulamente,
dint’ a lu core ne tengo li pponte,
chi dice ca li stelle so’
lucente….

chi dice che le stelle sono lucenti
non conosce gli occhi che tu tieni in fronte
queste due stelle le conosco solo io…

La storia, o la leggenda, ci riporta che Salvatore Di Giacomo non era mai stato a Marechiaro; ma che si immaginò una finestrella con un vaso di garofani sul davanzale, e pensò che dietro quei vetri e quelle tendine bianche poteva benissimo starci una ragazza innamorata a dormire, mentre il suo spasimante stava a portarle la serenata; il tutto, chiaramente, sotto una luna piena che si specchiava nel breve tratto di mare sottostante.

Scétete Caruli’ ca ll’aria è doce,
quanno maie tanto tiempo aggio aspettato?
P’accunpagnà li suone cu la voce,
stasera la chitarra aggio purtata…
Scé Caruli’ ca ll’ari
a è doce!…

svegliati carolina, che l'aria è dolce
quado mai ho atteso tanto tempo
per accompagnare i suoni con la voce
stasera la chitarra l'ho portata…

Un'altra versione (riportata da Antonio Soccol, con il contributo di quel grande esperto di storia della canzone napoletana che è Antonio Raspaolo) racconta invece che il poeta scrisse di getto i primi versi della poesia - che poi il maestro Francesco Paolo Tosti avrebbe trasformato in canzone (e che canzone!) - trovandosi in una trattoria o un'osteria lassù, a Marechiaro, appunto, con degli amici.
L'aneddoto lo scrive lo stesso Di Giacomo, sul Corriere di Napoli, nell'anno 1894:

Facemmo una gita lungo tutto il golfo di Napoli, io ed alcuni amici, meta era l'Acquario di Via Caracciolo. Decidemmo là di fare un giro per il golfo a bordo di un vaporetto messo a disposizione dalla stazione Zoologica. Finimmo per trovarci a Marechiaro, e ci recammo a mangiare qualcosa in una osteria nei pressi del piccolo porticciolo.

l poeta vide la piccola finestra lassù, ci dipinse con i suoi versi un po' di luna, e forse (vide? non vide?) una ragazza che dava un po' d'acqua a un vaso di garofani.
Nacque la bellissima poesia, che non ha eguali nelle poesie napoletane.

Marechiaro

Quanno spónta la luna a Marechiaro,
pure li pisce nce fanno a ll'ammore...
Se revòtano ll'onne de lu mare:
pe' la priézza cágnano culore...
Quanno sponta la luna a Marechiaro.

A Marechiaro ce sta na fenesta:
la passiona mia ce tuzzuléa...
Nu garofano addora 'int'a na testa,
passa ll'acqua pe' sotto e murmuléa...

A Marechiaro ce sta na fenesta....

Chi dice ca li stelle só' lucente,
nun sape st'uocchie ca tu tiene 'nfronte!
Sti ddoje stelle li ssaccio i' sulamente:
dint'a lu core ne tengo li ppónte...

Chi dice ca li stelle só' lucente?

Scétate, Carulí', ca ll'aria è doce...
quanno maje tantu tiempo aggi'aspettato?!
P'accumpagná li suone cu la voce,
stasera na chitarra ag
gio purtato...

Scétate, Carulí', ca ll'aria è doce!..

marcello de santis

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Il collegio dei Barnabiti

6 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #luoghi da conoscere

Il collegio dei Barnabiti

I chierici regolari di San Paolo sono detti Barnabiti e pospongono al loro nome la lettera B. Quello dei Barnabiti è uno degli ordini regolari più antichi, il cui nome deriva dalla casa madre, presso la chiesa di San Barnaba a Milano. Sottostanno a voti di carità, di ubbidienza, di castità, e al giuramento di non ricoprire cariche di nessun genere.

Risale al XVII secolo la presenza a Livorno dell'ordine. Durante la peste del seicento, si distinsero come soccorritori e fu loro concessa come ricompensa la possibilità di costruire la chiesa di San Sebastiano, protettore, appunto, degli appestati.

Nel 1779 divennero custodi della Biblioteca comunale di San Sebastiano, ma la loro funzione precipua fu di educatori. Il loro collegio istruì la migliore gioventù labronica, non tutta, però, solo quella appartenente alle famiglie più facoltose, com'è ancora nello spirito dei collegi Barnabiti d'Italia.

Nell'ottocento, la loro scuola, considerata da molti giovani tetra e oppressiva, formò, e mise in contatto fra loro, molte di quelle che sarebbero poi diventate le personalità di spicco della cultura risorgimentale labronica, da Carlo Bini a Francesco Domenico Guerrazzi.

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Foscolo a Livorno

4 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Foscolo a Livorno

È opinione accreditata, ci dice lo storico Pietro Vigo, che Ugo Foscolo (1778- 1827) abbia soggiornato nei pressi di Montenero nella villa detta del Buffone, un edificio di origine medicea che sorge sulla strada che da Ardenza porta a Montenero e che appartenne ai principi armeni Mirman Aructium. Si reputa che il Foscolo vi soggiornasse nel 1813, benché Vigo affermi che:

Non sapremmo per altro dir con sicurezza in qual mese ed anno il Cantor dei sepolcri abbia dimorato sulle nostre colline, ma dal bellissimo saggio sui poemi narrativi o romanzeschi italiani scritti dal Foscolo in inglese e poi tradotto, attingiamo con certezza che il Foscolo è stato a Livorno e nei suoi dintorni. Si legge infatti sul finire di quello scritto. «E non sono molti anni che noi trovammo presso Livorno una brigata di galeotti i quali tornavano sul far della notte dai loro lavori e incatenati due a due, mentre passavano lenti lungo la spiaggia cantavano le litanie con malinconica devozione, ripetendo quei versi dei quali il Tasso vestì la preghiera dei crociati che si preparano alla battaglia.”

Riferimenti

Pietro Vigo, “Montenero” in www.infolio.it

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La prima mortadella non si scorda mai

20 Agosto 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #ricette, #luoghi da conoscere

La prima mortadella non si scorda mai

Recentemente la rivista statunitense Forbes ha eletto la regione Emilia Romagna come regina della cucina nel mondo. Non c'era bisogno di un parere tanto autorevole per decretare tra i cibi migliori in assoluto il parmigiano reggiano, il prosciutto di Parma e i tortellini, ma io oggi desidero spezzare una lancia verso il salume tipico emiliano che viene considerato il parente povero del prosciutto famoso nel mondo. Parlo della mortadella di Bologna, esclusa dalla lista degli alimenti “in” pur essendo oramai apprezzata anche in America, che ne importa più di 400 tonnellate ogni anno.

Sono ormai lontani i tempi rappresentati nel film di Monicelli “La mortadella”, in cui Sofia Loren, veniva bloccata in aeroporto, perché cercava di portarla clandestinamente a New York, contravvenendo al divieto di importazione, eliminato soltanto nel 2000. Debbo dire che recentemente la mortadella, nostra rosea “eroina”, punteggiata di bianchi lardelli, con le sue paciose rotondità, ha vissuto un momento di vera celebrità e il suo nome è comparso su TV e giornali grazie all'ex primo ministro Romano Prodi cui era stato attribuito il nomignolo di “mortadella”appunto. Soprannome immeritato peraltro, essendo lo stesso originario di Reggio Emilia, per cui più adatto sarebbe stato “stracotto di somarina”, tipico piatto della sua città.

Inspiegabilmente la mortadella risulta essere un salume sottovalutato forse per la sua forma da grosso salame o per il prezzo tutto sommato economico, eppure ha una sua storia di gran rispetto e vanta di essere sempre stata sulle tavole dei potenti come pregiata leccornia.

Le sue origini si perdono nella notte dei tempi, si parla della sua presenza già all'epoca degli antichi Romani da qui deriva, pare, l'etimologia del suo nome, “farcimen murtarum” da mortaio, ovvero dall'attrezzo usato per tritare finemente la carne di maiale e preparare la ben nota polpa. Nel Medioevo era già considerata un cult e soltanto la corporazione dei Salaroli aveva il privilegio di confezionare la vera mortadella e apporvi il marchio originale di “garanzia”, come si direbbe oggi DOC. I luoghi di commercializzazione erano le botteghe dei Lardaroli, prosperanti all'epoca dei Comuni, dove si vendeva tutto il commestibile, dai prodotti della terra agli animali vivi. Negli statuti della corporazione sono indicate la qualità della carne e le modalità di macellazione, ma non viene mai indicata la ricetta della mortadella, tenuta segreta nei secoli e tramandata oralmente soltanto ai membri.

La prima ricetta scritta risale al 1600 ad opera dell'agronomo Vincenzo Tanara che descrive le parti di carne grassa e magra da usare, le spezie, il pepe e quant'altro. È falso credere vi siano mischiate carni diverse, la vera mortadella di Bologna è fatta esclusivamente con carne suina e lardo. Da notare che in quei tempi era esclusivamente ottenuta da maiali autoctoni, più simili ai cinghiali che ai maiali odierni frutto di incroci, e risultava più scura, come si evince da quadri antichi raffiguranti il prezioso salume. Già prezioso perché a quei tempi l'utilizzo delle spezie, e del pepe in particolare, era molto costoso e la mortadella si pagava allora nove volte più del pane, tre volte e mezzo più del prosciutto e via di seguito. Costosa e prelibata dunque la mortadella da comparire solo sulle tavole dei potenti, è documentato, come facesse parte del pranzo di nozze di Lucrezia Borgia con il duca d'Este. Tanto pregiata da essere tutelata e protetta con leggi che tendevano a punire le contraffazioni e le imitazioni, una sorta di anticipazione del marchio odierno di “origine protetta”. Primo salume nella storia dunque a fregiarsi di un “disciplinare di produzione”, quando nel 1661 il legato di Bologna cardinale Farnese ordinò alla Compagnia dei Salaroli di “ fabbricar mortadelle d'isquisita perfettione”.

Poi arrivò l'ottocento, l'insediamento dei primi nuclei industriali, l'utilizzo di macchinari, l'alta produzione, e la mortadella, come molti nobili, decadde e divenne un prodotto popolare.

Si stima che, ai primi del Novecento, gli addetti alla lavorazione in varie imprese fossero già oltre un migliaio, resta famosa a Bologna una delle prime aziende produttrici “Alessandro Forni”, che inventò la mortadella in scatola. Scatole di latta che consentivano una migliore conservazione e l'esportazione in tutto il mondo. Non sarà sfuggito a chi ha letto “Le avventure di Gordon Pym” , il romanzo del 1837 di Edgar Allan Poe, che tale alimento era citato dal protagonista, imbarcatosi da clandestino, che nella stiva della nave si era “abbondantemente servito di mortadella”.

Oggi ne vengono prodotte milioni di tonnellate all'anno, conosciuta e apprezzata a merenda per un rustico panino, se volete gustarne appieno il sapore, venite a Bologna e fatevela affettare con la “coltellina”, le fette restano più spesse e la mortadella si scioglie in bocca, infine ricordate che è ingrediente imprescindibile per il ripieno dei famosi tortellini... ma di questi parleremo un'altra volta.

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In giro per l'Italia: Positano

18 Agosto 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Positano

Durante il periodo delle ferie, Flaviano Testa ci invia le sue fotografie, sempre accattivanti, da un posto di villeggiatura e, guardando le immagini, pare di poter davvero ammirare gli splendidi panorami di Positano, un paese del sud Italia situato nella splendida cornice della costiera amalfitana.

Famoso fin dall'antichità per la bellezza dei luoghi e per la mitezza del clima, Positano fu apprezzato già dagli antichi romani per trascorrervi periodi di villeggiatura, dove praticare il loro "otium",come attestano numerosi rinvenimenti anche recent, fra cui quello di una villa con accesso dal mare.

Arroccato su un promontorio, ha tipiche scalinate che lo percorrono e, dall'alto del paese, arrivano fino alle spiagge. Il piccolo centro nacque come villaggio di pescatori poi, verso la seconda metà del Novecento, il luogo così riservato e incantevole è stato preso d'assalto da un turismo di élite e si è gradualmente trasformato nel centro turistico che oggi tutti conosciamo. Gli abitanti hanno, con splendido spirito di iniziativa, saputo affrontare il cambiamento e, conservando la loro innata semplicità, si sono trasformati da pescatori in disegnatori di moda. Gli abiti in stile “Positano”, confezionati con fibre naturali, linee semplici, e tinte vivaci, sono diventati il cult delle signore del jet set che frequentavano la costiera negli anni 50.

Nel tempo sono fiorite attività di fabbri che producono il ferro battuto e di cestai che, sfruttando i rami giovani e flessibili degli alberi di castagno, costruiscono ceste per trasportare merci o che vengono adibite ad originali culle per bambini, insomma l'economia del piccolo centro oggi è rivolta esclusivamente al turismo, con la proficua attività di calzolai che lavorano il cuoio e di bravi ceramisti.

Positano, che ha ammaliato il mondo intero quando i primi viaggiatori scorsero questo piccolo borgo di pescatori, con le case bianche aggrappate alla roccia, nel tempo è divenuto meta di viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo.

Numerose sono le leggende riguardo al nome di Positano, alcuni lo fanno risalire addirittura al Dio del mare Poseidone, “Posidan” per i Greci che avrebbero fondato il primo nucleo abitativo. Una leggenda vuole, invece, che il nome derivi da un avvenimento accaduto all'incirca nel XII secolo, quando l'equipaggio di una nave, con a bordo un quadro raffigurante la Madonna, trovandosi in difficoltà proprio di fronte alla costa di Positano, udì una voce proveniente dal dipinto stesso pronunciare le parole ”Posa posa”. Deposto il quadro sulla spiaggia, la nave potè riprendere il suo viaggio e gli abitanti iniziarono la costruzione di una chiesa dedicata alla Madonna dell'Assunta.

Dalla parte alta del paese, in mezzo a coltivazioni a terrazze di alberi di limoni e viti, si possono ammirare panorami mozzafiato che spaziano dalla pianura del Sele, fino a Paestum, per giungere con lo sguardo all'isola di Capri, davvero un piccolo angolo di paradiso di cui parlò lo scrittore francese Astolphe de Custine, scrivendo “in questo paesaggio incomprensibile, solo il mare è orizzontale, e tutto ciò che è terra ferma è quasi perpendicolare”.

In giro per l'Italia: Positano
In giro per l'Italia: Positano
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In giro per l'Italia: Riccia

6 Agosto 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Riccia

Sul finire dell'estate in Molise si assiste a uno degli appuntamenti più amati “la festa dell'uva di Riccia”. Una sagra voluta per celebrare la vendemmia, che attira ogni anno migliaia di visitatori per vedere sfilare i carri fatti con chicchi d'uva, ballare, cantare e stare in allegra compagnia. Flaviano Testa ci conduce, attraverso l'obiettivo della sua macchina fotografica, lungo le vie del paese per goderci lo spettacolo.

E ora un po' di storia e origine della festa preso dal Sito Ufficiale del Comitato Sagra dell'Uva di Riccia
www.sagradelluva-riccia.net

“La "Sagra dell'Uva" di Riccia è passata attraverso più di mezzo secolo, dalle sue prime edizioni, agli inizi degli anni trenta, fino ai nostri giorni, testimone dell'impegno e del sacrificio di molti riccesi che, grazie ad essa, hanno raccontato di questa piacevole terra e della sua gente cordiale. Riccia è infatti l'unico paese della nostra regione che ancora conserva intatta la suggestiva tradizione della Festa dell'Uva, organizzata nel passato anche in centri quali Campobasso, Agnone e Casacalenda. La celebrazione della vendemmia, tenuta da ormai diversi decenni nella seconda domenica di settembre, cade in concomitanza con la festività della Madonna del SS. Rosario.
L'origine della sagra cittadina si colloca, come già ricordato, agli inizi del 1930, quando, in conseguenza delle direttive del governo fascista, furono adottate misure affinché si svolgessero Feste dell'Uva in tutti i Comuni d'Italia, allo scopo di esaltare il lavoro dei campi e di valorizzarne il prodotto: "… in ogni città o grossa borgata dovrà formarsi un Comitato, sotto la guida del potestà, del quale facessero parte le autorità civili, militari ed i rappresentanti delle associazioni produttive e di partito", come ci ricorda Antonio Santoriello in "La Sagra dell'Uva a Riccia tra passato e presente".
La festa diventa subito spettacolo tra le strade del paese con giovani e giovanissime che ballano con costumi folcloristici, mostrando cesti pieni di uva e distribuendo dell'ottimo vino rosso autoctono, il cui vitigno, oggi, sembra quasi essere del tutto scomparso: a saibell. Nettare di Bacco così scuro da lasciare sulla bocca e nel bicchiere il rosso intenso e profumato del proprio carattere. Dopo un periodo di relativa immobilità, l'innovazione della festa arriva sul finire degli anni '60, grazie alla presenza del parroco della Chiesa del Rosario, Don Ciccio Viscione: non più una semplice devozione nella parrocchia dei prodotti viticoli, ma una vera e propria sagra con l'allestimento dei carri allegorici a sfilare per le strade cittadine, che diventano così protagonisti e motivo predominante della Sagra di Riccia.
Il Carro dell'Uva, piccola opera d'arte realizzata con chicchi di uva che vengono pazientemente incollati uno ad uno, dopo un'accurata selezione per grandezza e sfumatura di colore per realizzare l'effetto policromo, assume significati diversi. Il Carro diventa il simbolo del duro lavoro nei campi, con la rappresentazione di scene di vita contadina abilmente ricostruite, nella cornice fatta di mezzi e di strumenti della civiltà rurale di un tempo e non più in uso; lo stesso si trasforma in generoso e complice traguardo per tutti coloro che si accalcano nella fiumana di gente pronta e desiderosa di ricevere un assaggio dei tanti prodotti tipici della campagna riccese, dai grappoli di uva alla piacevole carne sulla brace, dai piatti colmi di cavatelli al sugo di salsiccia alla pizza di grano duro, tutti preparati come si faceva una volta, durante il tragitto della sfilata. E, naturalmente, l'intenso e prelibato vino locale. Ed infine il carro si adatta all'originalità del presente, alla trasgressione e all'ironia alternativa dei più giovani che vogliono entrare nella tradizione popolare con le proprie immedesimazioni. Diversi sono infatti i carri ritenuti "fuori tema" che sfilano ogni anno, ma che comunque conquistano per simpatia e genuina teatralità.
Della sfilata fanno parte anche numerosi gruppi folcloristici, sbandieratori, majorettes, e, in alcuni anni, anche pistonieri. Il ballo al seguito del carro non è solo spettacolo ma coinvolge gran parte della gente, proveniente da tutta la regione e anche da quelle limitrofe, specie giovani e ragazze che si lasciano volentieri trasportare dalle antiche tradizioni popolari; i canti poi, quelli che si facevano nei campi e che riecheggiavano nelle contrade cittadine al tempo dei raccolti, sono eseguiti oggi con gli strumenti di allora, la fisarmonica e l'organetto.
La festa della vendemmia è ormai divenuta una tradizione tramandata di generazione in generazione, testimonianza di valori che hanno sfidato il tempo e che hanno confermato, da parte dei riccesi, le qualità umane e di attaccamento alla propria terra. Ogni anno la Sagra dell'Uva di Riccia coglie l'occasione di arricchire il nostro animo della sua storia e cultura, ma anche dei suoi solidi valori.”

In giro per l'Italia: Riccia
In giro per l'Italia: Riccia
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Manzoni a Livorno

4 Agosto 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

È arcinoto che Alessandro Manzoni (1785 – 1873) venne in Toscana per “risciacquare i panni in Arno”.

Come riporta Giulietta, la primogenita ventenne, nel suo diario, dal 10 al 25 luglio del 1827, la famiglia al completo, composta di tredici persone, compresi i domestici - spostandosi con due carrozze, di cui una nel corso del viaggio finì in una scarpata - giunse a Livorno.

Durante il soggiorno a Genova, dove aveva preso i bagni di mare, Manzoni era stato messo sull’avviso riguardo al caldo “oltraggioso” della nostra città e a certe zanzare che davano la febbre e rovinavano la pelle, per cui vi arrivò già prevenuto. Non contribuì a ingraziarlo verso di noi un disguido organizzativo per il quale fu sballottato da un albergo all’altro. Si fermò quindi in via Ferdinanda, cioè via Grande.

Scrivendo all’amico Tommaso Grossi, si lamenta della confusione:

tale è la folla, l’andare, il venire, l’entrare, l’uscire, il gridare, il favellare.”

Sebbene le finestre della camera d’albergo dessero sul retro, esse si affacciavano su una chiostra che apparteneva al Caffè Greco, allora il primo di Livorno, e gli schiamazzi toglievano il sonno a tutta la famiglia.

Sappiamo che nel viaggio Manzoni aveva portato parecchie copie del romanzo, da poco stampato in una stesura antecedente alla revisione linguistica. Il libro, infatti, aveva avuto successo ma non era facilmente reperibile in Toscana. Le vendette quasi tutte.

It is well known that Alessandro Manzoni (1785 - 1873) came to Tuscany to "rinse clothes in the Arno".

As reported by Juliet, the eldest 20-year-old sister, in her diary, from 10 to 25 July 1827, the complete family, made up of thirteen people, including servants - moving with two carriages, one of which during the journey ended in an escarpment - came to Livorno.

During his stay in Genoa, where he had taken sea baths, Manzoni had been warned about the "outrageous" heat of our city and certain mosquitoes that gave a fever and ruined the skin, for which he arrived already prevented. An organizational misunderstanding for which he was tossed about from one hotel to another did not contribute to ingratiate him. He then stopped in via Ferdinanda, that is, via Grande.

Writing to his friend Tommaso Grossi, he complains of the confusion:

 

"Such is the crowd, the going, the coming, the entering, the going out, the shouting, the talking."

 

Although the windows of the hotel room faced the back, they looked out onto a cloister that belonged to the Caffè Greco, then the first in Livorno, and the cackling took the whole family off sleep.

We know that on the journey Manzoni had brought several copies of the novel, recently printed in a draft prior to the linguistic revision. The book, in fact, had been successful but was not easily available in Tuscany. He sold almost all of them.

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D'Annunzio a Livorno

31 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #personaggi da conoscere

D'Annunzio a Livorno

Gabriele D’Annunzio (1863 – 1938) conobbe Livorno in gioventù, quando il critico letterario Giuseppe Chiarini lo invitò per un colloquio.

Acquistò una villa a Castiglioncello, fra punta Righini e la baia del Quercetano, per trascorrere i suoi “ozi edonistici” e, dopo una notte d’amore, la ribattezzò Godilonda.

Lo si vedeva spesso all’Ippodromo di Ardenza, esiste una foto del 1907 che lo ritrae insieme all’amica, duchessa Massari.

Lo ritroviamo poi nel 1908 insieme a Mascagni fra gli invitati a un ricevimento organizzato da Guido Chayes.

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Goldoni e Livorno

27 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #teatro

È noto che Carlo Goldoni, il quale esercitava l’avvocatura a Pisa, nel 1748 incontrò a Livorno Gerolamo Medebach, capocomico di una affermata compagnia di attori, marito dell’avvenente Teodora, famosa per la sua bravura sul palcoscenico e per la sua beltà. Si presuppone, anche se non è provato, che abbia alloggiato a Montenero, nella casa di quest’ultimo. Qualcuno sospetta persino che i begli occhi di Teodora non l’abbiano lasciato indifferente. Fu così, in ogni modo, che conobbe l’ameno paesino in cui decise di ambientare la sua “Trilogia della Villeggiatura”.

Scritta e rappresentata nel 1761, è composta da “Le smanie per la villeggiatura”, “La villeggiatura” e “Il ritorno dalla villeggiatura”. La compagnia Medebach recitò nell’unico teatro esistente allora a Livorno, il San Sebastiano, in via delle Commedie.

Di là dall’intrigo d’amore, e dal tema della passione contrapposta alla razionalità illuminista, l’argomento della trilogia è la smania borghese di apparire più altolocati di quanto non si sia e di quanto non permettano le reali possibilità economiche. Quindi si smania per villeggiare a Montenero, per usare carrozze, servitù, bagagli, carte da gioco, argenterie, cavalli, candele, prendendo tutto a credito, nonostante le difficoltà finanziarie.

Montenero era, infatti, la località prediletta dagli abitanti di Livorno per passare le vacanze, nell’immaginario collettivo dell’epoca, doveva avere connotazioni arcadiche. Ne “Le Smanie” si accenna al fatto che i protagonisti spendono più in un mese a Montenero che in un anno a Livorno, che si può far economia in città ma non certo risparmiare in villeggiatura, dove non si deve sembrar meno sfarzosi degli altri.

Pietro Vigo conferma che Goldoni aveva della località solo un’idea superficiale e che non ricordava bene le distanze - oppure, pensiamo noi, non aveva particolare scrupolo di verità – poiché descrisse come lungo e faticoso un tragitto che, dice sempre Vigo, in carrozza non poteva durare più di trentacinque minuti.

Leggendo la trilogia della Villeggiatura vi si trovano accenni che hanno dato ragione a molti di negare non solo che il Goldoni abbia scritto o pensato commedie a Montenero, ma che vi sia stato anche per poco. E veramente, pur fatta ragione dei tempi nei quali la città più piccola e le comunicazioni assai meno facili e più dispendiose facevano troppo più seria ed importante di oggi una gita a Montenero, ci fa meraviglia di leggere che per venire a questo villaggio i ricchi livornesi ordinavano i cavalli alla posta e facevano calde raccomandazioni ai cocchieri, perché pascessero bene le loro bestie, pagando di tasca per esser più sicuri. Ci fa meravigliare e sorridere il leggere la risposta che il signor Filippo nelle Smanie per la villeggiatura dà a Brigida sua cameriera che aveva domandato con chi avrebbe fatto il viaggio da Livorno a Montenero: Tu andrai, come sei solita andare in mare in una feluca colla mia gente; dove, come osserva giustamente il Targioni-Tozzetti, i facoltosi livornesi per questa consuetudine di mandare i famigli in feluca, avrebbero dovuto, per un piccolo tratto di strada imbarcare e sbarcare i bagagli e le supellettili dal navicello per poi caricarli sopra un barroccio che li avrebbe trasportati sul monte. Sicché sarebbero venuti a sbarcare ad Antignano e di qui saliti a Montenero, la qual cosa, aggiungo io, era quasi impossibile in quei tempi, nei quali mancava la bella e comoda via detta delle Pianacce, costruita sotto Leopoldo II, e le comunicazioni fra Montenero ed Antignano non si facevano che per viottoli o per l'aspra via della macchia sotto il Monte Burrone, veramente inaccessibile, pel tratto che più s'accosta a Montenero, al trasporto di carri, bagagli e masserizie.”

Ed ecco uno stralcio da “Le smanie”

Sì, è pur troppo vero, chi vuol figurare nel mondo, convien che faccia quello che fanno gli altri. La nostra villeggiatura di Montenero è una delle più frequentate, e di maggior impegno dell'altre. La compagnia, con cui si ha da andare, è di soggezione. Sono io pure in necessità di far di più di quello che far vorrei. Però ho bisogno di voi. Le ore passano, si ha da partir da Livorno innanzi sera, e vo' che tutto sia lesto, e non voglio, che manchi niente.”

Riferimenti

Pietro Vigo, “Montenero” in www.infolio.it

Paola Boffoni, “Montenero: realtà e fantasia” in “Montenero, un colle a capo della città” centro studi Attilio Barucci, Livorno

It is known that Carlo Goldoni, who practiced advocacy in Pisa, in 1748 met in Livorno Gerolamo Medebach, head of a well-known company of actors, husband of the handsome Teodora, famous for her skill on the stage and for her beauty. It is assumed, even if it is not proven, that he stayed in Montenero, in the latter's house. Some even suspect that Theodora's beautiful eyes did not leave him indifferent. It was thus, in any case, that he knew the pleasant village in which he decided to set his "Holiday Trilogy".

Written and represented in 1761, it is made up of "Le smanie per la villeggiatura", "La villeggiatura" and "The return from the holiday". The Medebach company performed in the only theater then existing in Livorno, the San Sebastiano, in via delle Commedie.

Beyond the intrigue of love, and the theme of the passion opposed to the Enlightenment rationality, the topic of the trilogy is the bourgeois desire to appear more high-ranking than one is and the real economic possibilities allow. So one craves to vacation in Montenero, to use carriages, servants, luggage, playing cards, silverware, horses, candles, taking everything on credit, despite the financial difficulties.

Montenero was, in fact, the favorite place for the inhabitants of Livorno to spend their holidays, in the collective imagination of the time, it had to have Arcadian connotations. In "Le Smanie" there is mention of the fact that the protagonists spend more in a month in Montenero than in a year in Livorno, that you can save money in the city but certainly not save money on holidays, where you should not look less gorgeous than the others.

Pietro Vigo confirms that Goldoni had only a superficial idea of ​​the locality and that he did not remember the distances well - or, we think, he had no particular scruple of truth - since he described long and tiring a journey that, as Vigo always says, in a carriage could not last more than thirty-five minutes.

 

“Reading the holiday trilogy, there are hints that have given reason to many to deny not only that Goldoni wrote or thought comedies in Montenero, but that he was there even for a short time. And really, despite the reason of the times in which the smaller city and the much less easy and more expensive communications made a trip to Montenero more serious and important than today, it makes us wonder to read that the wealthy people of Livorno to come to this village ordered the horses at the post office and made warm recommendations to the coachmen, so that they could feed their beasts well, paying out of pocket to be safer. It makes us wonder and smile to read the answer that Mr. Filippo in the Smanie for the holiday gives to Brigida his maid who had asked him with whom he would have made the trip from Livorno to Montenero: You will go, as you usually go to sea in a felucca with my people; where, as rightly pointed out by Targioni-Tozzetti, the wealthy people of Livorno for this custom of sending their servants by felucca, would have had to, for a small stretch of road, embark and unload their luggage and belongings from the ship and then load them onto a barroccio that would have transported them to the mountain. So they would come to land in Antignano and from here go up to Montenero, which, I add, was almost impossible in those times, in which the beautiful and convenient via delle Pianacce, built under Leopoldo II, and the communications between Montenero, were missing and Antignano had only paths or the rough road of the scrub under Monte Burrone, truly inaccessible, due to the stretch closest to Montenero, to the transport of wagons, luggage and household goods. "

 

And here is an excerpt from "Le smanie".

 

Yes, it is too true, whoever wants to appear in the world, agrees that he does what others do. Our holiday in Montenero is one of the most popular, and most demanding. With the company, with which one has to go, I am in awe. I am also in need of doing more than what I would like to do. But I need you. The hours go by, you have to leave Livorno earlier in the evening, and I want everything to be quick, and I don't want anything to be missing. "

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Boccaccio e il Romito

19 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Boccaccio e il Romito

Si dice che Giovanni Boccaccio si sia ispirato alla località del Romito per la decima novella della seconda giornata del suo Decamerone, in cui si racconta della bella Chinzica, rapita da Paganin da Mare presso una certa torre di Montenero. Questa torre era l'antenata medievale del Castello del Boccale.

"Avvenne che, essendo il caldo grande, a messer Riccardo venne disidero d'andarsi a diportare a un suo luogo molto bello vicino a Monte Nero, e quivi per prendere aere dimorarsi alcun giorno, e con seco menò la sua bella donna."

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