Overblog Tutti i blog Blog migliori Letteratura, poesia e fumetti
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
Pubblicità
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

luoghi da conoscere

L’eccidio di Palazzo D’Accursio e la “donna del mistero”

15 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

L’eccidio di Palazzo D’Accursio e la “donna del mistero”

C’è una storia, tutta bolognese, legata all’assalto di Palazzo d’Accursio del 21 novembre 1920, che molti ignorano ma che io proverò ugualmente a raccontare, anche se è non importante ai fini storici.

Cominciamo dalla location, come si dice, per i bolognesi Palazzo d’Accursio, da secoli centro del potere cittadino, è semplicemente “e Palàz”, già residenza degli Anziani, massima autorità governativa fin dal 1336: la Sala Rossa, una delle più suggestive e storiche del palazzo comunale di Bologna, dove oggi si celebrano i matrimoni con rito civile, conserva questo nome per via del colore delle sue pregiate tappezzerie . Anticamente vi era conservato il “Pallione della peste” (pallione sta per grande palio, cioè grande drappo) Il Pallione rappresentante la Madonna del Rosario col Bambino e i Santi protettori di Bologna (Petronio, Domenico, Francesco d’Assisi, Ignazio, Francesco Saverio, Procolo e Floriano) Si tratta di un’opera realizzata da Guido Reni su un grande drappo di quella seta che rappresentò fino al sec. XVIII una delle principali attività produttive di Bologna. Basti pensare che alla fine del secolo XVI la produzione della seta dava da vivere a circa 24.000 persone su 60.000 abitanti, con una fiorente attività che impiegava notevole mano d'opera, alimentava una forte corrente di esportazione e aveva contribuito a dare lustro alla città in Italia ed in Europa.

Veniamo ai fatti, fu proprio all’interno della Sala Rossa che avvenne l’omicidio del consigliere comunale di opposizione Giulio Giordani, mentre in piazza succedeva una vera e propria strage, con morti e feriti. Il biennio rosso 1919-20 fu caratterizzato da una serie di lotte operaie e contadine che stavano conducendo l’Italia sull’orlo di una rivoluzione simile a quella bolscevica del 1917. Erano anni di grande crisi economica cominciata nel corso della prima guerra mondiale e peggiorata dopo la sua fine. Il reddito nazionale procapite aveva avuto una forte contrazione causando un generale impoverimento della popolazione. Il debito pubblico e l’inflazione erano fuori controllo e ne facevano le spese in particolare le classi medie, cui si era ridotto enormemente il potere d’acquisto, dal momento che, come notò per esempio Einaudi, non avevano nessun potere contrattuale forte a differenza di contadini e operai che con scioperi e occupazioni riuscivano invece a tutelare i loro interessi. Il 21 novembre in Piazza Vittorio Emanuele II, l’attuale Piazza Maggiore, si festeggiava la vittoria elettorale dei socialisti e l'elezione a sindaco di Ennio Gnudi. Nei giorni precedenti i fascisti, guidati da Leandro Arpinati e Arconovaldo Bonaccorsi, avevano promesso lo scontro con manifesti provocatori, annunciando per la domenica una “grande prova in nome dell’Italia”, nel caso i socialisti avessero provato ad "issare il loro cencio rosso sul palazzo comunale". Infatti, quel pomeriggio, un nutrito gruppo di fascisti armati proveniente da via Rizzoli e dall'Archiginnasio fu bloccato dalla Guardia Regia in Piazza Nettuno. Improvvisamente, dal caffè Grande Italia, all'angolo tra piazza Nettuno e via Rizzoli, vennero sparati colpi d'arma da fuoco (non si è mai saputo bene da chi), mentre la folla presente in piazza, in preda al panico, cercò rifugio nel cortile di Palazzo d'Accursio. Avvenne allora che le "guardie rosse", un gruppo di armati comunisti e massimalisti che presidiavano il palazzo, chiusero il portone sparando e gettando dall'alto bombe a mano, così che dopo la raffica di spari e scoppi durata per una decina di minuti, nella piazza oramai vuota, restavano a terra solo ombrelli, bastoni, cappelli, e i cadaveri di dieci persone, che i pompieri ricoprivano con teli e si contavano una sessantina di feriti. Nel frattempo, una delle “guardie rosse”, di cui non si riuscì mai a conoscere l’identità, entrata nell'aula consiliare, sparò dal settore riservato al pubblico contro i consiglieri di minoranza: l'avvocato Giulio Giordani, ex ufficiale dei Bersaglieri, mutilato di guerra, venne ferito a morte e l'avvocato Cesare Colliva, suo collega, ricevette due proiettili in faccia.Il tragico avvenimento ebbe risonanza nazionale. La salma di Giordani, primo grande martire della rivoluzione fascista, fu esposta in un'aula del tribunale e vegliata da picchetti di camicie nere armate. Le esequie, celebrate nei giorni successivi, videro sfilare i fascisti con il gonfalone comunale, tra due silenziose e imponenti ali di folla. Successivamente la piazza davanti al tribunale venne intitolata al consigliere ucciso.

Fin qui la storia, da ora in poi la leggenda. Circa un anno dopo, una donna venne trovata morta nel parco di una villa alla periferia di Bologna. Un delitto misterioso e dai lati oscuri. Adolfo Pasquali stava portando le mucche al pascolo sul colle dell’Osservanza, quando vide il suo cane allontanarsi di corsa come se avesse fiutato una pista. Era il 27 ottobre 1921 e, proprio grazie al cane, il Pasquali trovò, in una grotta artificiale situata nel parco di villa Frank , già tristemente nota per un altro omicidio irrisolto, il cadavere di Maria Buriani. Era in stato di decomposizione, i resti in parte bruciati, e aveva gli arti inferiori staccati dal corpo. Si trattava di una ragazza di poco più di vent’anni, che lavorava come domestica presso una famiglia bolognese che ne aveva denunciato la scomparsa da una decina di giorni. Addosso al cadavere fu rinvenuto un solo orecchino uguale a quello lasciato a casa dei suoi padroni, che fu utile proprio ai fini dell’identificazione. A terra nella grotta c’era un fiasco impagliato che, stranamente, conteneva residui di benzina e non di vino. Questa fu la prova regina, durante il processo, per condannare un certo Galli Angelo per l’omicidio della ragazza, poichè proprio qualche sera prima era stato visto riempire un fiasco di benzina. In molti sapevano degli incontri nella grotta dove poi era stata trovata, e, quindi, ogni sospetto era più che autorizzato. Il movente sarebbe stato quello di porre fine alla tresca che intratteneva con la Buriani, divenuta troppo invadente e petulante e che osava importunare la di lui moglie. Succede però che il Galli fosse un ex rapinatore convertitosi alla causa del sol dell’avvenire e durante il processo cominciò a girare una strana voce in città, cioè che il vero movente fosse coprire l’assassino di Palazzo d’Accursio, di cui la donna, anch’essa attivista, conosceva forse il volto, avendo insieme al Galli partecipato agli scontri dell’anno precedente. Si tratta solo di una leggenda metropolitana o c’è un fondo di attendibilità? Chi può dirlo. La verità giace nel profondo della grotta e si confonde con la storia di quella giovane donna, spregiudicata per alcuni, ingenua per altri, infelice per molti e si trascina in un vortice di misteri, rimanendo un caso controverso proprio per la matrice dell’omicidio che alcuni vorrebbero affondare negli sconvolgimenti politici dell’Italia alle soglie del ventennio fascista.

Mostra altro
Pubblicità

In giro per l'italia: Bologna dei misfatti

15 Agosto 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #luoghi da conoscere, #franca poli

In giro per l'italia: Bologna dei misfatti

Bologna, come molte altre città, ha la sua lunga tradizione criminale. Storie vecchie e più recenti di uomini o donne che scelsero di vivere fuori dai canoni della legge e, se lo fecero per personale inclinazione, per fame o per soldi, non ci è dato sapere. Vi parlerò di alcuni personaggi poco noti che, però, rientrano nella storia della mia città e comincerò col raccontare brevemente la vicenda di Girolamo Lucchini, il primo “grande “ fuorilegge che Bologna ricordi.

Siamo verso la fine del Settecento, quando, per sfuggire a una condanna inflittagli dalla repubblica della Serenissima, Girolamo Ridolfi, alias Giovanbattista Rossi, alias Girolamo Lucchini, si trasferì a Bologna. Appartenente al ramo cadetto della famiglia Ridolfi, era entrato a 16 anni nei corazzieri della Repubblica di Venezia. Insofferente alla disciplina, aveva lasciato il corpo militare per condurre una vita di espedienti, che lo portarono a diventare un ottimo falsario. Dotato di un buon sangue freddo, insuperabile maestro con la lima, nonché grande conoscitore delle leggi fisiche e della meccanica, divenne anche un abile ladro. A Bologna, esattamente nel 1772, conobbe Berenice Seracci, vedova Nanetti, una donna di mezza età con una figlia che viveva modestamente, riscuotendo l'affitto per un appartamento lasciatole dal marito in Via dell'Abbadia e facendo lezioni a domicilio ai rampolli dell'aristocrazia bolognese. L' incontro fu fatidico a entrambi: per lei significò l'inizio di una vita da amante clandestina e complice nello smercio di refurtiva e monete false, e per lui significherà invece la morte, perché sarà proprio la sua Berenice a tradirlo. L'occasione fu quella del colpo grosso, quello che avrebbe cambiato per sempre le loro vite. I bolognesi con problemi di liquidità si recavano presso il numero 11 di quella che oggi è Via dell'Indipendenza, al Monte di Pietà per impegnare i loro beni, altri invece nel sicuro caveau facevano custodire averi e ricchezze. Fu così che Lucchni, frequentatore del luogo per lo smercio dei suoi falsi d'autore, pensò e mise a punto un furto da vero maestro, mai tentato prima da nessuno. Dopo mesi di preparazione fra le mura domestiche, aveva forgiato una chiave artigianale molto speciale, munita di tre diverse file di dentature; con una lima e una scala, si mise di fronte a una finestra del Monte di Pietà e segò senza mai fermarsi, le sbarre della finestra per un giorno e mezzo. Lavorò alacremente tra il sabato 24 gennaio 1789 e la domenica 25, finchè riuscì a entrare, a svaligiare la cassaforte e ad avere tra le mani finalmente, lui abile falsario, gioielli e monete vere. Inizialmente venne accusato del furto il direttore del Monte, nonostante il Lucchini, ladro d'onore, avesse lasciato sul posto attrezzi atti allo scasso, proprio allo scopo di evitare addebiti verso gli impiegati. Una volta chiarito ogni malinteso e scagionato l'innocente, il Legato Pontificio bolognese emise un editto di impunità per il colpevole che si fosse consegnato e promise un premio in denaro a chi avesse aiutato le autorità nelle ricerche. Nessuno avrebbe mai scoperto nulla, le indagini erano a un punto morto, ma una soffiata portò la Polizia del Papa nella casa di Lucchini, dove furono arrestati il conte e Berenice. Li condussero nel duro carcere del Torrone, ma, dopo averli pressati con pesanti interrogatori per un'intera settimana, gli inquirenti non erano ancora riusciti a raccogliere nessuna prova confermante la loro colpevolezza e stavano per rilasciarli, senonché Berenice, mai arrestata prima di allora, ebbe un crollo emotivo e, assicuratasi dell'impunità promessa dall'editto del Legato, tradì il suo uomo. Ne confessò l'ardito piano e svelò il luogo dove era nascosta la refurtiva, sotto il pavimento della loro abitazione, presso il Ponte della Carità. Per Lucchini, che invece resisteva a interrogatori e torture, fu l'inizio della fine, vistosi scoperto dal ritrovamento della refurtiva, confessò il furto, ma si ostinava a negare di essere anche un falsario di monete. Quando gli fecero scegliere tra ammettere tutte le sue colpe e vedere Berenice torturata sotto i suoi occhi, crollò anche lui cosi ammise ogni addebito e, come ogni volgare ladro, fu condannato a morte mediante impiccagione. Un'appassionata difesa tenuta dall'avvocato Magnani, riuscì a far commutare la pena, considerata disonorevole per un nobile, con la decapitazione. Sentenza che venne eseguita il 26 febbraio del 1791 presso la piazza del Mercato, attuale Montagnola, e il buon Lucchini così entrò nella leggenda. Il “colpo grosso” aveva suscitato grande scalpore in città e nell'immaginario collettivo, lasciando una traccia che diventò una leggenda nei racconti popolari bolognesi.

Nella foto: busto bronzeo di Lucchini fatto forgiare dall'avvocato Magnani - immagine reperita dal web

Mostra altro

In giro per l'Italia: Carovilli

24 Luglio 2014 , Scritto da Flaviano Testa Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Carovilli

Fotografie di Flaviano Testa

Le fotografie sono quelle di Flaviano Testa e oramai abbiamo imparato a conoscere i suoi scatti e il fascino che riesce a trasmettere consentendoci di avvicinarci a luoghi dimenticati da Dio e dagli uomini. Ci ha presentato attraverso le sue fotografie alcuni dei paesi più caratteristici del Molise illuminando col suo attento obiettivo angoli e scorci panoramici di grande fascino. Oggi è la volta di Carovilli, un paese dell'alto Molise che sorge sulle pendici del monte Ferrante. Un luogo fresco che profuma di montagna e semplicità. Le specialità del posto sono il tartufo bianco e i formaggi locali, piaceri genuini, gusto della naturalezza come passeggiare per il tratturo montano che lo attraversa. Il paese sorge a oltre 800 metri di altezza sul livello del mare, nel cuore della provincia di Isernia, sprofondato in una distesa vastissima di boschi con una ricca vegetazione di cerri, carpini, noccioli e agrifogli. Minimale, elegante, il fascino di Carovilli è nascosto nella cura per i dettagli: un balcone fiorito, un tetto di tegole rosse che d'inverno si copre di neve, una ragnatela di strade fatte di pietra. Semplici e graziose le facciate delle piccole case, dalle quali arrivano i profumi della cucina di montagna, a base di funghi, formaggi e insaccati, del pregiato tartufo bianco locale e del caciocavallo prodotto ancora artigianalmente. Le origini di Carovilli, come quelle di molti paesi molisani, risalgono al periodo sannita, nel paese si conservano ancora residui delle antiche mura che cingevano la città. La frazione di Castiglione conserva i ruderi della chiesa di San Nicola, caratteristica la piazza principale con la fontana di Bacco giovane, una gemella è ubicata a Camerino e da visitare la chiesa di San Domenico dei Serpari. Un'oasi di verde, una passeggiata rilassante, ringraziamo Flaviano Testa in attesa delle prossime fotografie.

In giro per l'Italia: Carovilli
In giro per l'Italia: Carovilli
In giro per l'Italia: Carovilli
In giro per l'Italia: Carovilli
In giro per l'Italia: Carovilli
In giro per l'Italia: Carovilli
In giro per l'Italia: Carovilli
In giro per l'Italia: Carovilli
Mostra altro

Le stanze al genio

17 Luglio 2014 , Scritto da Raffaella Saba Con tag #raffaella saba, #luoghi da conoscere

Le stanze al genio

Quanti musei, quante chiese e attrazioni mi mancano da visitare a Palermo? Direi che ho perso il conto, anche perché per una che ne vedo, due le chiudono e quattro ne aprono. Decido di andare a vedere una casa museo gestita dall’associazione culturale Le stanze al Genio, nata a Palermo nel 2008 con l’intento di valorizzare e rendere fruibile al pubblico un patrimonio storico e culturale costituito da maioliche antiche e oggetti di vario tipo (scatole e giochi di latta, scatole di pennini e colori, piatti e altro ancora).

Prendo nota del numero di telefono e chiamo per fissare un appuntamento. Ricordatevelo! Non andate sotto quella casa-museo ad muzzum, non vi aprirà nessuno altrimenti. E poi è una coccola: una visita personalizzata non te la garantisce nessuno, a fronte di un biglietto dal costo identico a quello di ogni museo che si rispetti. Dove si trova? La Casa si trova in via Garibaldi 11, una delle vie più antiche del centro storico di Palermo dove hanno sede i più antichi berrettifici della città nel cuore del quartiere della Kalsa. La sede si trova all’interno di una abitazione privata in una parte del piano nobile di Palazzo Torre, ora Piraino. L’edificio, costruito tra il 1500 e il 1600, appartenne alla famiglia Fernandez di Valdez, ora passato di proprietà.

Alla collezione appartengono quasi 2300 pezzi di rara bellezza e fattura. Iniziata più di trenta anni fa ora rappresenta la più vasta collezione di maioliche di tutta Europa. La maggior parte sono della prima metà dell’Ottocento mentre alcune sono datate tra la metà del Cinquecento e del Seicento; solo cinque sono del Novecento. La guida mi spiega una caratteristica rappresentata dalla dimensione: più sono piccole le mattonelle più sono antiche. Mi accoglie nella prima sala, un disimpegno con una pavimentazione di recente fattura e una ricca collezione alle pareti di pezzi rigorosamente fatti a mano, esempi di scuole siciliane e napoletane dove si possono riconoscere anche le famiglie degli artigiani che forgiavano simili maioliche. I colori catturano l’attenzione per le loro sfumature. Mi viene spiegato che è impossibile riprodurle in scala industriale perché il colore veniva fatto a mano, la maiolica dipinta e poi cotta in forno. La cornice di legno che riveste le maioliche serve a proteggerle dall’umidità.

I decori riproducono modelli geometrici, floreali e alcuni imitano lo stile della stanza che andavano a decorare. Infatti mi mostra alcuni esempi nella seconda sala, la cucina, dove trovo mattonelle per una sala degli arazzi. Si prosegue poi nella sala-soggiorno (chiamata anche Sala dei fiori per la presenza di un dipinto sul soffitto che richiama il tema) per finire nella sala-salotto (detta Sala neoclassica, perché sul tetto sono presenti evidenti richiami allo stile dell’epoca). Ogni maiolica ha la sua storia e la sua particolarità (dalla scuola di provenienza, alla sua prima posizionatura fino ad arrivare alla vendita per asta e al suo attuale posizionamento). Ci si potrebbe passare delle ore.

La visita è durata all’incirca quaranta minuti. Non vi resta che prendere appuntamento!!

Mostra altro
Pubblicità

'Ma quant'è bella Napule

15 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia, #luoghi da conoscere

'Ma quant'è bella Napule

Assunta Castellano parla in questa poesia dialettale della sua Napoli, città che ama e che sente pulsare dentro insieme al cuore. Napoli va capita “si 'a saje guarda' comm''a na 'nnammurata” e non te ne distacchi più.

“Napule è mille culure” dice Pino Daniele in una sua famosissima canzone, ma Napoli non è solo mille colori, Napoli è mille sapori, mille profumi, mille contraddizioni, mille emozioni. Ad ogni stagione presenta un nuovo vestito e ti affascina, ti innamora ”si pure chiove...nc'e' sta sempe 'o sole..'o stesso sole ca puorte dinto 'o core... si te' ncontra'... cu 'a nnamurata toja!!!” (Franca Poli)

'Ma quant'è bella Napule

Assunta Castellano

Ma quant'è bella Napule

si 'a saje guarda'

comm''a na 'nnammurata

ca tutt''e jorne

se 'mbelletta

e gghiesce..

e tutt''e vvote..

cagna nu vestito..

mo' e' sgargiante

cu tanta sciure 'mpietto

dimane invece po'

se veste a' lutto..

'O cielo cagne..

e cagne pure 'o mare..

pure 'e prufume

cagneno...

so delicate e ddoce

mprimmavera

cu 'e primme viole

cu 'a faccella nfosa..

mentre 'a staggione

se carreca 'e culure...

'e sciure arance

e frutte avvelutate

si po' trase l'autunno..

e che culure

dinto 'a sti campagne..

e che tramonte 'e fuoco

te cunsegna...

a Napule pure vierno

e' sempe allero..

si pure chiove..

nc'e' sta sempe 'o sole..

'o stesso sole

ca puorte dinto 'o core..

si te' ncontra'..

cu 'a nnamurata toja!!!

Mostra altro

In giro per l'Italia: Sciacca.

13 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Sciacca.

Mi scrive Vincenzo, Enzo per gli amici, mandandomi alcune fotografie della sua Sciacca, da cui vive lontano e che gli manca. Descrive il suo paese natio con l'affetto e la nostalgia di chi è costretto a convivere con il ricordo di un cielo che mai è così azzurro a Bologna.

Sciacca é tutta bella:circondata dalla natura, ha davanti a sé la distesa infinita del mare più azzurro d'Italia, alle spalle la domina il monte San Calogero, dove sgorgano da millenni meravigliose acque termali e poco lontano troverai le antiche città greche di Eraclea Minoa, Selinunte e la famosa Valle dei Templi dove ancora si respira la storia che fece grande la mia terra.”

Sciacca si trova in Sicilia, in provincia di Agrigento per l'esattezza, si affaccia sul Mediterraneo dalle coste occidentali dell'isola, un paese che ha origini antichissime, il che è convalidato dal ritrovamento di scheletri umani, alcuni segni grafici e dalla ceramiche rinvenute nella grotte del monte Cronio (San Calogero) che risalgono al periodo di transizione tra l’età della pietra e quella dl bronzo. Sciacca assunse importanza e conobbe periodi di splendore sotto il dominio dei Greci per le Terme di Selinunte , ancora oggi famose per le spiccate proprietà terapeutiche di fanghi, bagni, vapori e inalazioni . La leggenda vuole che fosse Dedalo, esperto di labirinti, l'artefice delle grotte, che raccolgono i vapori da un'attività vulcanica attiva nel sotterraneo del monte.

Arrivati al porto si potranno contare varie centinaia di natanti, pescherecci e piccole imbarcazioni dove migliaia di residenti sono impegnati nella pesca, una delle principali attività del paese. Immagini d’altri tempi, fatte di uomini che lavorano tra mare e terra senza fermarsi e grida e chiacchiere che si confondono nell’aria densa di salsedine

continua Vincenzo poi ci parla dei monumenti che arricchiscono la sua città. “Palazzo Scaglione è una dimora settecentesca che racchiude le opere d'arte e gli oggetti raccolti dal collezionista Francesco Scaglione. Vi sono esposti quadri di artisti siciliani, incisioni, ceramiche, monete e reperti archeologici. Poi c'è la Piazzetta Scandaliato, una meravigliosa piazza-belvedere da dove si ha una magnifica vista sul mare e il porto variopinto, brulicante di navi. Ad ovest si erge la settecentesca chiesa di San Domenico e, sul lato più lungo, l'ex collegio dei Gesuiti, oggi sede del Comune.

Ma a Sciacca si sanno anche divertire, la città è nota fra l'altro per il suo storico carnevale. Una festa popolare che crea colore fra le vie pullulanti di persone, divertimento assoluto, spensieratezza e la maestà dei carri allegorici richiama nella città termale visitatori provenienti da tutta Italia. Una preparazione che inizia cinque mesi prima: inni, recite, coreografie, spettacolari movimenti dei pupi in cartapesta e la sfilata dei carri allegorici nel pieno centro storico. Tutta la popolazione e i turisti si radunano a ballare, mangiare e bere intorno a “Peppe Nappa”, maschera simbolo e re incontrastato del carnevale di Sciacca.

Nell'artigianato saccense occupa il primo posto l'arte della ceramica. Grazie al ritrovamento a Sciacca di forni per la cottura e pezzi di maiolica, è possibile affermare che Sciacca era centro di produzione e di commercializzazione di ceramica fin dai tempi più remoti. Attualmente decine di botteghe producono, con le stesse antichissime tecniche: vasellame, ceramiche di arredamento, pezzi per l'arredo urbano, piastrelle, statuette, oggetti religiosi e tanti altri svariati prodotti.

Enzo conclude la sua lettera con un brano della poesia “Spartenza” di Salvatore Equizzi, un poeta siciliano. Spartenza non significa semplicemente partenza, ma anche distacco, partenza senza speranza e con queste parole ci vuole significare la sofferenza di tanti siciliani che sono costretti a lasciare la loro terra

Vola lu trenu, vola e pari a mia c'avissi l'ali e tagghiria li venti, pirchì mi porta luntanu di tia, di la me casa e di li miei parenti.....

"Va bene, bando alle malinconie, torno alla spiaggia e vi aspetto ...tutti!" Enzo

(Franca Poli)

In giro per l'Italia: Sciacca.
In giro per l'Italia: Sciacca.
In giro per l'Italia: Sciacca.
In giro per l'Italia: Sciacca.
In giro per l'Italia: Sciacca.
Mostra altro

Visitando Lisbona

6 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

Visitando Lisbona

Una città grande e piccola a un tempo, si stende su erte colline e improvvise discese presentando al visitatore attento un paesaggio romantico e malinconico, alternando scorci panoramici da mozzare il fiato a quartieri nuovissimi e moderni. Una città vecchia e contemporaneamente viva che ti fa sentire subito a casa, che ti lascia un ricordo intenso e un forte desiderio di tornarci. Quando te ne vai sorvolando l'estuario del Tago ti sembra ancora di sentire le note del fado, il canto più dolce e struggente che hai mai ascoltato. Una musica che si sposa con la storia di un piccolo paese divorato dall’immensità dell’oceano e che, come scrisse il poeta portoghese Fernando Pessoa, esprime: “La stanchezza dell’anima forte, l’occhiata di disprezzo del Portogallo a quel Dio cui ha creduto e che poi l’ha abbandonato.”

Adagiata sulla riva destra dell’immenso fiume Tago, Lisbona da secoli incanta chi approda alle sue rive. La sua dolce e pacata tristezza sono il suo fascino, la sua intensa vita notturna, il suo carattere popolare, ma fiero e indomito, la rendono una delle città più suggestive e al tempo stesso più difficili da capire. Non basta chiudersi in un museo o aspettarsi semplicemente di girarla: Lisbona bisogna viverla, camminare tra i vicoli dell'Alfama per scoprire di sentirsi come a casa, in uno dei tanti quartieri storici delle nostre città. Le salite e le discese con le scalette, le stradine in cui a stento passa una macchina, il castello coi merli in cima alla montagna, mi hanno ricordato Campobasso in cui ho vissuto tanti anni. L’Alfama, è il quartiere più antico della capitale portoghese, ha resistito anche al terribile terremoto del 1755 che distrusse gran parte della città. Un meraviglioso colorato e rumoroso intrico di strade strette, vicoletti acciottolati (becos), salite e discese ripide, vecchi negozi e localini caratteristici. La collina dell’Alfama si estende tra il Castello di Sao Jorge e il fiume Tago che sfocia poi nell’Oceano Atlantico. E' la zona più panoramica di Lisbona, ricca di “miradouros“, i nostri belvedere, ovvero di splendide terrazze vista mare che si affacciano sui tetti di palazzi antichi. Palazzi e piazzette coloratissimi decorati da azulejos le tipiche maioliche portoghesi con l’azzurro, il giallo e il verde acqua marina, come toni dominanti. Spianate dalle quali si può gustare estasiati una splendida vista della città assolutamente imperdibile. Sono bellissimi e meritano senz’altro una visita la Cattedrale di Lisbona, la chiesa di Sant’Antonio da Sé, il monastero di Sao Vincente da Fora e il suddetto Castello di Sao Jorge che offre tra i suoi merli una delle viste più belle di Lisbona e un cortile ombreggiato da pini, con prati verdi dove riposare e godere il sole, mentre pavoni liberi fanno la ruota e passeggiano tra i turisti. Dietro la chiesa di San Vincenzo si svolge ogni sabato la “Feira da ladra” un grande, variopinto mercato delle pulci tutto particolare dove scovando tra inutili cianfrusaglie si possono trovare anche interessanti libri antichi, vinili, scarpe fatte a mano, fotografie, orecchini, stracci, orologi, specchi e quanto di più strano si possa immaginare di vedere tra una enorme distesa di bancarelle gestite da un altrettanta variopinta umanità che va dalle studentesse che vendono abiti dismessi per racimolare qualche soldo, ai ladruncoli che cercano di smaltire la refurtiva. Per completare la visita a questo quartiere popolare dall’aria dimessa ma ricco di sorprese, non poteva mancare una serata ad ascoltare il fado in un locale caratteristico in compagnia di un buon bicchiere di porto. Il fado (dal latino “fatum”, destino) rappresenta la canzone popolare portoghese ispiratrice di un profondo e intimo sentimento di struggimento e malinconia: “la saudade.” Una sensazione di cocente nostalgia dovuta alle partenze, ai viaggi lontani, a un amore perduto o a un triste destino al quale non si può sfuggire. Un sentimento che pervade la cultura portoghese ed è palpabile visitando la capitale in cui il fado risuona ovunque nelle vecchie stradine. E' facile infatti sentirne le note provenire dall'androne di un palazzo antico e scoprire che nel cortile interno una ragazza canta sola con la sua chitarra ricordando la grande Amalia Rodriguez, famosa interprete di queste canzoni. Impossibile non cedere alla tentazione di fare un giro col caratteristico tram 28, tutto giallo e dagli interni in legno, anche se i residenti lo sconsigliano perchè pieno di borsaioli a caccia di portafogli dei turisti. Dal finestrino si vedono scorrere i quartieri più antichi e suggestivi della città, affrontando salite che risulterebbero difficili anche a piedi e si scoprono a ogni angolo gli empori, le lanterne in ferro battuto e le case con i panni stesi e tutto sembra così vicino da poterlo toccare. Mentre il tram serpeggia lungo le stradine secondarie di Graça, si possono scorgere le graziose guglie gemelle della chiesa de Sao Vicente de Fora e mentre si scende guardando dal lato sinistro appaiono le vedute fugaci del mosaico dei tetti rossi di Alfama, anche se stupiti e sorpresi dal continuo mutare dei panorami non può sfuggire la presenza improvvisa di ragazzi che si aggrappano pericolosamente alle porte del tram per evitare di salire e pagare il biglietto. Dalle strette vie del centro storico, all'aperta e spaziosa visuale che Praça do Comércio offre sull'estuario del Tago, i monumenti, le tombe, il suggestivo e moderno ponte del 25 aprile, il lungomare di Belem, con la sua fortezza protesa a difesa della città, Lisbona è tutta da vedere, ma il tempo scorre e i giorni della vacanza sono finiti troppo in fretta, lascio qui un pezzo del mio cuore, ma parto contenta immaginando mia figlia che si aggirerà fra questi quartieri e come una cantilena parlerà il portoghese con gli ospitali abitanti godendo del sole e del clima atlantico...a presto.

Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Mostra altro

In giro per l'Italia: Genova

3 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Genova

Mi scrive Mattia e ci invita a trascorrere una tre giorni nella sua bella e poco conosciuta città: Genova. La Superba” ha una storia gloriosa alle spalle, grande repubblica marinara è una città intrigante, tutta da scoprire. Con la sua guida sicura ci inoltreremo nel centro centro storico, sul lungomare e seduti in qualche ristorantino scopriremo anche un'ottima cucina ascoltando le note di canzoni che hanno preso vita fra i vicoli del porto ad opera dei numerosi cantautori a cui Genova ha dato i natali.

ZENA... LA MIA CITTA'

Vi aspetto all'arrivo in stazione - Piazza Principe- da qui facilmente vi accompagnerò per raggiungere a piedi il famoso Acquario. L'attesa che potrebbe occorrere prima di entrare sarà ampiamente ricompensata dalla visita del più grande acquario d'Italia, il secondo in Europa (superato solo da quello di Valencia per importanza). In 10000 metri quadri di esposizione, 70 vasche, potrete ammirare acrobatici delfini, placide tartarughe, timide stelle marine, feroci squali, simpatici pinguini, foche giocherellone e coloratissimi pesci pagliaccio. Riemergendo dall'acquario vi ritroverete al centro del Porto Antico, una delle zone più turistiche della città. Sarete colpiti dalla presenza in porto del Neptune un vecchio galeone che da qualche anno è attraccato alla banchina, si tratta di un vero veliero in stile piratesco usato per il film “Pirati” di Polanski. Prima di lasciare il Porto Antico, saliremo sul Bigo, l'ascensore progettato dall'architetto Renzo Piano, ispirandosi a una gru per il carico e scarico merci del porto. Arriveremo a un'altezza di 40 metri e potremo ammirare, con una rotazione di 360 gradi, il suggestivo panorama di Genova coi suoi tetti di ardesia, le grandi chiese, le piazze, le colture a terrazze e spostando lo sguardo giù, il mare profondo e di un blu intenso. Se non ho sbagliato i tempi, potrebbe essere ora di fare uno “spuntino”, ci dirigeremo allora alla vicina piazza Fossatello presso il Forno Genovese dove assaggeremo le specialità della casa: focaccia condita con formaggio crescenza, pesto, olive, pomodorini e origano, una delle nostre delizie per il palato. Da qui passeremo velocemente attraverso i “carruggi” i tradizionali, stretti e ombrosi vicoli del cuore di Genova e non mancherò di portarvi a Via del Campo, cantata e resa famosa dal grande Fabrizio De Andrè. Prima di sera faremo in tempo a visitare la meravigliosa cattedrale di San Lorenzo, il più importante luogo di culto della città e vedremo anche il museo del tesoro, situato negli ambienti sotterranei della cattedrale. A questo punto si sarà fatta l'ora per la vostra prima cena genovese, e voglio offrirvi un'atmosfera intima, caratteristica a pochi passi dalla cattedrale, dove troveremo locande e trattorie che conciliano modernità e tradizione. Dopo cena, raggiungendo Piazza delle Erbe e gli innumerevoli vicoli che da lì si diramano, potremo assistere all'inizio della “movida” locale che ruota attorno al folto numero di enoteche, chupiterie, irish pub dove, durante il fine settimana, sono di rito convivialità e “sballo”. La seconda giornata a Genova sarà all'insegna dello shopping, vi condurrò attraverso la pedonale via San Vincenzo, al Caffè degli Orefici dove gusteremo un caffè prelibato e fantasioso al pistacchio o all'amaretto. Poi seguendo il corso arriveremo in Piazza XX settembre, principale arteria della città, centro dello shopping griffato, tutta negozi, uffici e palazzi imponenti, fino al Ponte Monumentale, altro luogo simbolo da non mancare. Da qui in un soffio potremo ammirare il Teatro Stabile, uno dei più importanti d'Italia, Piazza della Vittoria e il signorile palazzo Ducale. Giunti alla fine di via XX come la chiamano i genovesi, ci troveremo nei pressi di Porta Soprana, di fronte alla casa natia di Cristoforo Colombo. Per un veloce spuntino ci fermeremo presso il Mercato Orientale, un'esplosione di colori e profumi, fra commercianti che cantano in genovese e altri che strillano per decantare i loro prodotti. Quindi, tempo permettendo, vorrei farvi visitare il meraviglioso Parco di Genova-Nervi, ricco di alte palme e abitato da innumerevoli scoiattoli. La sera per finire in bellezza sosta a Boccadasse, un borgo di pescatori circondato da casette in tinta pastello, qui ci potremo accomodare in uno dei tanti ristorantini tipici che offrono meravigliose fragranti cene a base di pesce fresco. Il terzo giorno, lo trascorreremo tra palazzi e paesaggi, partendo da Via Balbi dove ammireremo grandi palazzi signorili. Qui si ergono i famosi “Rolli genovesi”, dimore appartenute a nobili famiglie che fanno oramai parte del patrimonio dell'Unesco e oggi sono sede di alcune facoltà dell'Università. Proseguendo a piedi sfoceremo in Via Cairoli e in Via Garibaldi dove si affacciano palazzi imponenti che raccontano le epopee familiari dei Doria, dei Pallavicini o degli Spinola. A seguire la visita ai Musei di palazzo Bianco, Palazzo Rosso e palazzo Reale e da non perdere assolutamente il museo di palazzo Tursi che conserva il violino di Nicolò Paganini,un altro genovese conosciuto in tutto il mondo. Faremo una sosta breve per rifocillarci presso il Caffè degli Specchi, caratteristico locale “zeniese” in stile Liberty definito dal poeta Dino Campana, “una grotta di porcellana”. Nel pomeriggio arriveremo a piazza Portello, dove con l'ascensore di Castelletto saliremo fino alla famosa “Spianata” da dove potremo godere nell'ideale ora del crepuscolo, di un panorama mozzafiato: Genova sarà ai vostri piedi, coi suoi campanili e i palazzi e il reticolo infinito di vicoli fino a perdere lo sguardo laggiù dove si staglia “La Lanterna” la torre simbolo della potenza marinara di Genova. L'ultima sera di fronte a un piatto di trofie al pesto, vi racconterò dei figli illustri della mia città: non solo Colombo e Paganini, ma anche Garibaldi e Mazzini, Andrea Doria, Renzo Piano per arrivare ai cantautori come Bindi, De Andrè, Lauzi, Tenco, Paoli e Fossati famosi nel mondo. Brindando con un bicchiere di Bianchetta del golfo del Tigullio, un vino DOC genovese, vi racconterò di Nietzsche che confessò a un amico” ogni volta che si va a Genova si riesce a evadere da sè”. Cosa aspettate a raggiungermi?

In giro per l'Italia: Genova
In giro per l'Italia: Genova
In giro per l'Italia: Genova
Mostra altro
Pubblicità

Il "suo" biancomangiare è ora anche un poco mio

2 Luglio 2014 , Scritto da Raffaella Saba Con tag #raffaella saba, #luoghi da conoscere

Il "suo" biancomangiare è ora anche un poco mio

Evelin è una ragazza timida e riservata, con una spiccata attitudine: l’empatia. Riuscirebbe a trovare il meglio anche nel peggiore dei nemici di ognuno di noi. Ci siamo conosciute per motivi di lavoro: lei e il suo compagno avevano un b&b in una strada parallela alla nostra. Abbiamo iniziato nello stesso periodo, mese più mese meno, trovando da subito un’idea comune: accogliere gli altri condividendo gli spazi della nostra casa era una forza e non una privazione.

Le circonvoluzioni della vita hanno portato lei e il compagno a intraprendere un’altra avventura lontano da Palermo. Ma è una lontananza fisica, non senti/mentale. Ora dipinge (ecco il suo blogartistico), pubblica libri di ricette (davvero squisite) e scrive nel suo blog dedicato a Palermo ricette, curiosità legate ai piatti che prepara, tradizioni e luoghi.

La seguo da tanti anni, sbavando dietro ogni singola foto di manicaretti deliziosi. Questa volta ho deciso di cimentarmi in una ricetta di un dolce siciliano. Ero alla ricerca di qualcosa di nuovo da proporre per la colazione ai miei ospiti. Qualcosa di semplice ma accattivante, magari qualcosa con una storia alle spalle da poter raccontare. Così mi sono imbattuta nel Biancomangiare.

Cos’è? Il piatto è di origine medievale, può essere dolce o salato. Il suo colore bianco richiama la purezza (per la storia del piatto cliccate qui). La versione dolce la preferisco alla salata. Lo sciroppo di pistacchio esalta il connubio di latte di mandorla e cannella e i miei ospiti hanno gradito anche la storia che si racconta attorno a questo dolce.

A Palermo il biancomangiare compare per la prima volta nello scritto di Giuseppe Pitrè in La vita in Palermo cento e più anni fa. Nel Settecento, dunque, il dolce era presente in città e caratterizzava il monastero di Santa Caterina (in piazza Bellini, esattamente di fronte alla Chiesa della Martorana). Si legge nel testo del Pitrè:

Tutti i pasticcieri della città gareggiavano nel comporre d’ogni maniera ghiottornie: ma chi poteva mai raggiungere la squisitezza delle feddi (fette) del Cancelliere, dei frutti di pasta dolce di mandorle della Martorana, del riso dolce del Salvatore? Tutti preparavano conserva di scursunera (scorzanera): ma nessuno attingeva alla perfezione di Montevergine, come nessuno a quella della cucuzzata (zucca condita) e del bianco mangiare (specie di gelatina di crema di pollo) di S.a Caterina. Molti menavan vanto del loro pane di Spagna ma in confronto a quello della Pietà, qualunque dolciere doveva andarsi a riporre, lasciando che questo si contrastasse il primato con lo Stimmate nella bellezza delle sfinci ammilati, che pure nel medesimo monastero assurgevano a squisitezza impareggiabile nella forma delle sfinci fradici, composte di uova e panna.”

Del dolce era ghiotto anche Don Fabrizio, il personaggio del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che durante il ballo, si siede ad un tavolo per parlare e gustare un prelibato dolce:

Mentre degustava la raffinata mescolanza di biancomangiare, pistacchio e cannella racchiusa nei dolci che aveva scelti, don Fabrizio conversava con Pallavicino e…”

Se ho scoperto il biancomangiare lo devo alle curiosità che ha scritto la mia cara amica nel suo blog, dove trovate la ricetta: ora non vi resta che provare.

Grazie Evelin!

Mostra altro

In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia

25 Giugno 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

Flaviano Testa ha pensato di farci conoscere, con le sue fotografie, un luogo fuori dal tempo e anche dalle mete turistiche di massa. In questo nostro mondo pieno di colori e di rumori, troviamo ristoro di fronte a queste belle immagini in bianco e nero che per un attimo ci trasportano nell’antichità.

Ai piedi del Matese, nei pressi di Sepino, sorge un’area archeologica di grande interesse e di particolare bellezza per la sua conservazione: Altilia-Saepinum. Altilia, con le sue rovine, è inserita in uno scenario unico: un paesaggio agrario nel quale sono state conservate le opere di edilizia rurale sei-settecentesca e si presenta oggi ricca di un fascino particolare grazie al restauro effettuato e ancora in corso. Il sito ha ottenuto il prestigioso riconoscimento a livello nazionale di “Meraviglia italiana”. È scudo blu internazionale, titolo concesso, secondo la Convenzione de L’Aja (1954), a protezione dei Beni Culturali, per la difesa dei quali vengono promosse azioni di protezione, prevenzione e sicurezza in tutte le situazioni rischiose, come i conflitti armati e le calamità naturali. Saepinum nacque in epoca remota, ancor prima della civiltà sannita, come luogo di scambi, di commercio e di sosta poiché in posizione strategica all’incrocio di due importanti vie di comunicazione, una giunta ai giorni nostri come “tratturo”, la Pescasseroli –Candela, e l’altra che collegava la pianura alla zona montana del Matese. Divenuta Municipio romano, mantenne l’antico assetto viario del precedente insediamento sannita, risalente a periodo antecedente il IV secolo a.C. Il primo tracciato completo della città fu costruito da Tiberio, negli anni tra il 2 a.C. e il 4 d.C. Il perimetro urbano fu circondato da mura nelle quali si aprivano quattro porte monumentali in corrispondenza degli assi stradali. La cinta muraria era di 1270 metri di lunghezza, provvista di 29 torri erette a difesa delle quali oggi ben 19 sono identificabili. All’interno la città, che ebbe la sua definitiva estensione in età augustea, presentava tutte le caratteristiche dell’insediamento romano con il foro all’incrocio tra cardo e decumano, edifici di culto e di commercio, terme, basilica, case di abitazione e teatro. Edificio questo fra quelli meglio conservati, addossato alla cinta muraria, la struttura era costituita da due parti: l'edificio scenico e la cavea. Del fronte scena oggi rimangono le tre porte di accesso al palco, due delle quali fanno parte di un casolare che ha preso il posto di gran parte dell'edificio scenico. Fra questo e le gradinate trovava posto l'orchestra, lo spazio per i musicisti (oppure per i gladiatori) e la capienza è stimata in circa tremila posti a sedere. Proprio su parte del teatro furono edificate nel XVII secolo le casette rurali che, oggi, conservate e restaurate, contribuiscono ad aumentare il fascino del luogo. Una di queste costruzioni ospita il Museo in cui sono conservati i reperti di maggiore interesse venuti alla luce durante gli scavi. Fuori dalla cinta muraria spicca il Mausoleo di Numisio Ligure: risalente alla prima metà del 1 secolo d. C., è il monumento funerario della famiglia di Publius Numisius Ligus, un importante magistrato della città. L'edificio, interamente ricostruito, è a forma di ara su una base quadrata e modanata. Sul prospetto un'iscrizione riporta la carriera del magistrato e l'episodio della prematura morte del figlio, in occasione della quale venne eretto il monumento. Nel IV secolo d.C. iniziò l’inarrestabile decadenza di Saepinum. Il disastroso terremoto del 346, la caduta dell’impero romano, le invasioni barbariche condussero la città a una grave crisi economica, gli edifici lasciati all’incuria crollarono e gli abitanti l’abbandonarono. In seguito, le scorrerie dei saraceni spinsero i pochi rimasti verso la collina dove sorge l’attuale Sepino. Intorno al XVI secolo i contadini tornarono a stabilirsi nella piana dove ripresero a lavorare le terre, recuperarono pietre e capitelli e si costruirono abitazioni e stalle sul vecchio insediamento oramai coperto da uno spesso strato di terreno. Le strutture della Saepinum romana sono state riportate alla luce per gran parte negli anni 50 e gli scavi sono ancora in corso.

In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
In giro per l’Italia: Saepinum-Altilia
Mostra altro
<< < 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 > >>