luoghi da conoscere
Lamartine a Livorno
“Perché balzate sulla spiaggia spumeggiante,
Onde in cui nessun vento ha scavato solchi?
Perché agitate la vostra schiuma fumante
In leggeri turbinii?
Perché dondolate le vostre fronti che l’alba asciuga,
Foreste, che stormite prima dell’ora del risveglio?
Perché dai vostri rami spargete come pioggia
Quelle lacrime silenziose di cui vi bagnarono la notte?
Perché rialzate, oh fiori, i vostri calici pieni,
come fronte chinata che l’amore risolleva?
Perché nell’ombra umida esalare questi primi
Profumi che il giorno respira?”
Alphonse de Lamartine (1790 – 1869), scrittore, storico e politico francese, autore tra l’altro de Le meditazioni poetiche, aveva dei cugini a Livorno e venne a visitarli. Ancora una volta è Pietro Vigo a riportarci le sue parole.
“Abitavo presso Livorno nella villa Palmieri sulla strada di Montenero; a sinistra vedevo le cime selvose dei Monti di Limone, a dritta il mare, di faccia Montenero. Sulla sommità di questo capo, addossato allo scoglio ed a verdi querce s'innalza una chiesa come un tempio greco in vista del mare, ed è un pellegrinaggio pei naufraghi scampati dalle procelle pei voti innalzati alla stella del mare. Mi piaceva tanto questo luogo che vi ascendevo sovente. Sulla strada è la villa, un tempo splendida, allora deserta dove Lord Byron si trattenne una o due estati qualche tempo prima della mia dimora in Livorno.
Ero solito fermarmi col cavallo dinanzi alla porta del suo giardino, come per cercarvi l'assente figura del gran poeta che in certo modo consacrò quella solitudine. Poco più oltre lasciavo la strada guidando i cavalli verso la locanda di Montenero per inoltrarmi solo nei boschi d'onde scorgesi il mare. Là passavo intere giornate in compagnia dei miei pensieri, con un libro in mano, nel cui margine, andava scrivendo le poesie ispiratemi dal cielo e dal mare. I cespugli a piè delle verdeggianti querce di Montenero conservarono per qualche tempo le pagine strappate dai libri e dagli album, dove mi provai a notare alcuni canti, spesse volte interrotti dal sonno, dal capriccio, e dal tramonto del dì, e che lasciava in brani sull'erba o sulla sabbia in ludibrio del vento ».
Vigo afferma che tre dei componimenti delle “Armonie poetiche e religiose” siano stati scritti nei nostri boschi. Pare che una folata di tramontana abbia fatto volare gli appunti de L’Inno al mattino, al punto che il poeta li aveva ormai dati per persi. La mattina dopo, però, una bambina scalza, figlia di un arsellaio, glieli riconsegnò inzuppati d’acqua di mare. Sembra che il padre li abbia ripescati e fatti leggere a dei frati Cappuccini che gli consigliarono di riportarli all’autore francese. Come ricompensa, Lamartine offrì all’uomo tanti scudi quante erano le pagine e comprò alla bimba un vestito nuovo.
Riferimenti
Pietro Vigo, Montenero www.infolio.it
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GILDONE
Girovagando con Flaviano, debbo dire, ho scoperto tante facce del Molise, che sfuggono ad un visitatore poco attento. Con le sue fotografie apre una finestra sulla realtà, sui paesaggi, sui personaggi e abbiamo così potuto ammirare scorci panoramici stupendi, monumenti, palazzi medievali, castelli e vissuto tanta storia. Questa piccola regione è come un diamante grezzo e ogni volta ne mettiamo a nudo un pezzo importante. Oggi ci troviamo a Gildone, un'altra piccola realtà in provincia di Campobasso.
Il borgo antico sorge su un colle da cui si gode un'ampia veduta e il paesaggio è quello tipico della collina molisana con campi coltivati alternati a boschi che coprono buona parte del territorio. Il centro del paese è rappresentato dal classico borgo medievale con stradine strette e ben tenute, dove è facile incontrare persone anziane, sole, sedute in attesa di un figlio lontano, perse nei ricordi di un tempo quando tutto intorno erano bambini schiamazzanti, chiasso, vita
Le prime notizie del paese risalgono al XII secolo quando era “Celidonia” divenne poi Celdrone e infine Geldone nel XII secolo. Fra le principali attrattive del paese senz'altro la chiesa parrocchiale di San Sabino, edificio di antica origine trasformato nella struttura attuale in epoca barocca, interessanti opere di scuola napoletana si possono ammirare all'interno della chiesa di Sant'Antonio Abate. Lungo una strada del centro, una particolare cappella, una Edicola sacra, mostra ai passanti l'affresco di cinque santi: San Pietro, San Cristoforo col bambino sulle spalle, San Paolo e nelle due lunette San Rocco e San Sebastiano. In località Morgia della Chiusa è venuto alla luce un sepolcreto sannitico cronologicamente collocato tra la fine del V e gli inizi del III secolo a.C., composto da 23 tombe disposte su tre raggruppamenti diversi.
“Le tombe sono tutte a fossa, senza copertura... riempite di terra e pietre; Lo scheletro è disteso supino talora con testa reclinata... la maggior parte delle tombe presenta uno o due vasi deposti ai piedi... Le tombe maschili sono caratterizzate da un piccolo coltellino posizionato sulla spalla, da rasoi, da piccole asce, in tre casi da cinturoni di bronzo e in tre casi da punte di giavellotto. Le tombe femminili hanno le fibule (i fermagli per i vestiti) sia di bronzo che di ferro, talora con decorazione a filigrana...” (Fonti e bibliografia: Di Niro A., "Gildone. Necropoli sannitica, in Conoscenze V", Campobasso, 1989 )
Salendo sulla collina che sovrasta il paese, in zona “Montagna” si arriva a un'altezza di circa 1000 metri sul livello del mare e si trovano i resti di una lunga struttura muraria che costituisce la “fortificazione di Gildone”. Le mura sono visibili per ampi tratti e sono realizzate con grossi blocchi, sovrapposti e intercalati con pezzi di minore grandezza, purtroppo lo stato di conservazione non è ottimale e la parte visibile non supera il metro di altezza. Dalla sommità si gode una splendida vista sulla valle del torrente Carapelle e sul percorso del tratturo Castel di Sangro-Lucera.
Un'importante festa si tiene ogni anno a Gildone il 13 giugno in onore di Sant'Antonio di Padova, patrono del paese. La “devozione del pane”, è una ricorrenza particolarmente suggestiva che vede, durante la processione del santo, portato a spalle per le vie del paese, tutte le donne sfilare in corteo reggendo in equilibrio sulla testa grandi cesti di vimini ornati di gigli e ricolmi di pane. Le massaie più esperte riescono a trasportarne fino a 15 kg, sfilando con passo sicuro. La pratica di tale tradizione risale agli anni '30, quando fu inviata in paese una levatrice che veniva da Rovigo, tale Amabile Tezzon, la quale, nel giorno della processione, fece trovare, al passaggio del santo, una cesta di pane e dopo la benedizione lo distribuì ai poveri, in ricordo del gesto compiuto dalla madre del piccolo Tommasino miracolato dal Taumaturgo. Da allora la commissione organizzatrice adottò questa iniziativa e divenne consuetudine. Ancora oggi il pane benedetto, preparato il giorno prima con la farina (un tempo donata dai paesani) ora offerto dai fornai del paese, viene distribuito a tutti i partecipanti. Queste tradizioni popolari legate alla fede servono a tenere uniti i gildonesi che di generazione in generazione mantengono vive le loro usanze e nell'occasione di queste ricorrenze cercano di rientrare in paese o di osservarle anche se si trovano all'estero, per quel senso di comunanza e vicinanza che, più si è lontani, più si fa forte. Da Gildone sono emigrate migliaia di persone, i primi partirono già nel 1880, il paese è passato da una popolazione media che sfiorava 3000 abitanti agli attuali 850 circa. Il fenomeno fu intenso fino al 1915, quasi si esaurì durante il ventennio fascista, per ricominciare verso la fine degli anni 40. L'origine di tale fuga dalle proprie case fu la diffusa povertà e il grande desiderio di migliorare le condizioni economiche della famiglia. I gildonesi, e i molisani in generale, partivano dal porto di Napoli per affrontare lunghi viaggi che li portavano negli Stati Uniti, in Brasile, Argentina, Canada e Australia. Erano viaggi verso una “terra promessa” ignota, spesso senza progetti concreti di ritorno in Italia. Diverso era invece il sogno di chi emigrava verso altre regioni italiane o in Europa, almeno all'inizio lasciava al paese la famiglia sperando di tornare e potersi costruire una casa, in realtà pochi poi hanno fatto ritorno definitivo, col tempo le famiglie li hanno raggiunti e si sono stabiliti nel paese di emigrazione.
Poesia di Gianni Rodari Il treno degli emigranti.
Non è grossa, non è pesante la valigia dell'emigrante... C'è un po' di terra del mio villaggio, per non restar solo in viaggio... un vestito, un pane, un frutto e questo è tutto. Ma il cuore no, non l'ho portato: nella valigia non c'è entrato. Troppa pena aveva a partire, oltre il mare non vuole venire. Lui resta, fedele come un cane. nella terra che non mi dà pane: un piccolo campo, proprio lassù... Ma il treno corre: non si vede più.
INGIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: PESCOPENNATARO
Le fotografie con cui oggi Flaviano Testa ci presenta questo piccolo paese dell'alto Molise, raccontano meglio di altre la solitudine e l'abbandono che vive questo luogo incantevole per la natura che lo circonda. Oggi in paese si contano poco meno di trecento abitanti e..... due gatti. Sul suo territorio sono venuti alla luce reperti risalenti al Paleolitico. Al museo civico della Pietra “Chiara Marinelli”, si può ammirare un'importante collezione Preistorica, frutto di una ricerca trentennale e di uno studio costante ed appassionato, vi sono esposti oltre 1600 manufatti in selce e calcare, molti dei quali di straordinaria fattura. Vi è una sezione interamente dedicata ai numerosi scalpellini pescolani, che si sono resi famosi in tutto il mondo per la loro maestria, realizzando opere in pietra finemente lavorate.
L'abitato sorge a oltre 1200 metri di altitudine e soffre di forti nevicate durante l'inverno, precipitazioni a cui gli abitanti sono abituati e i cui disaggi sanno affrontare con tranquillità. Si ricorda un episodio accaduto durante la seconda guerra mondiale nei pressi del paese. Le truppe inglesi avevano occupato il territorio e impiegavano alcuni soldati indiani che, per approvvigionamenti e altro, aiutandosi con dei muli, facevano la spola fra Pescopennataro e Agnone. Successe che, durante uno dei viaggi, una squadra composta da circa venti uomini venisse sopraffatta da una bufera di neve e perdesse l'orientamento, poiché la strada era completamente coperta di neve e non si vedeva niente intorno. Giunta la sera, mentre vagavano in quel deserto di dune bianche, stremati dal freddo e dalla fame, decisero di accendere un fuoco per scaldarsi e di uccidere i muli per sfamarsi. Quando oramai avevano perso le speranze di potersi porre in salvo, furono raggiunti da alcuni soccorritori partiti da Pescopennataro, così sotto l'abbondante coltre di neve rimasero solo i muli, che nei giorni successivi divennero una riserva di carne fresca per gli abitanti del paese.
Fra i monumenti più importanti che si possono ammirare in centro al paese, la chiesa di San Bartolomeo Apostolo, la porta arcuata medievale, detta "Porta di sopra" e la fontana di Piazza del Popolo, opera dell'architetto De Lallo.
La vera attrattiva resta comunque lo splendido scenario naturale: le località Rio Verde e la Pescara con piste per lo sci di fondo, l'area boschiva che si estende fino a monte San Luca, ricca di rare specie arboree come l'abete bianco, fanno di Pescopennataro, chiamato anche “il paese degli abeti bianchi”, la piccola Svizzera del Molise. Un tempo i maestosi boschi di abete bianco erano ricchezza di tutto l'Appennino, oggi, a causa delle mutate condizioni climatiche, dello sfruttamento del territorio, la specie è divenuta rara e deve essere preservata per consentire ai visitatori di godere ancora di uno scenario affascinante e suggestivo attraverso una rete di sentieri naturalistici che si snoda all'interno delle abetaie esistenti. Dalle sorgenti di Rio Verde sgorgano fresche acque oligo minerali e a fine inverno si possono ammirare panorami mozzafiato con le cime circostanti ancora innevate mentre i prati si tingono di verde intenso e si coprono di candidi bucaneve. Di recente sono state attrezzate in zona vie per l'arrampicata sportiva e per l'alpinismo, che richiamano appassionati da ogni parte d' Italia.
La notte di sant'Antonio Abate, fra il 16 e il 17 gennaio, si accende un grande fuoco in piazza attorno al quale, da tutti i partecipanti, vengono consumate patate e salsicce cotte alla brace, mentre durante il mese di agosto si tiene un'importante serie di festeggiamenti con intrattenimenti musicali, sagre ed eventi che richiamano turisti e paesani emigrati. Per circa quindici giorni il paese torna vivo, pieno di gente, le strade si fanno rumorose e le finestre e le porte delle case abbandonate si aprono... poi tutto torna nel silenzio.
Accademia labronica
La Biblioteca Labronica, intitolata a Francesco Domenico Guerrazzi, è la principale collezione pubblica di Livorno, in cui sono conservati autografi e manoscritti di Leopardi, Galilei, Foscolo, D'Annunzio, una edizione dell'Encyclopedie stampata nella città, e più di seicento volumi pubblicati a Livorno fra il 1644 e il 1900.
Essa deriva dall' Accademia Labronica fondata da Giuseppe Vivoli nel 1816, con l'appoggio del Granduca Ferdinando III di Lorena, rifinita negli statuti del 1837.
L'Accademia aveva lo scopo "di promuovere in Patria il gusto e la cultura delle Scienze, delle Lettere e delle Arti", nelle adunanze dei membri si poteva scrivere "a libera scelta sopra qualsivoglia elemento" senza però entrare nel merito della religione o della politica
(Che ne pensate? Non è anche, forse, proprio lo spirito di questo blog?)
I soci costituirono una biblioteca e scrissero gli Atti dell'Accademia. Il primo presidente fu Pietro Parenti e il primo segretario Francesco Pistolesi. Alla metà dell'ottocento la biblioteca constava già di settemila volumi messi a disposizione del pubblico nel 1843 e poi donati al Comune nel 1852.
Ebbe fra i suoi membri molti cittadini illustri da Angelica Palli a Enrico Mayer.
Cessò la sua attività nell'ultimo decennio del XIX° sec.
Pascoli a Livorno
“Penso a Livorno, a un vecchio cimitero
di vecchi morti; ove a dormir con essi
niuno più scende; sempre chiuso; nero
d'alti cipressi.
Tra i loro tronchi che mai niuno vede,
di là dell'erto muro e delle porte
ch'hanno obliato i cardini, si crede
morta la Morte,
anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,
sopra quel nero vidi, roseo, fresco,
vivo, dal muro sporgere un sottile
ramo di pesco.
Figlio d'ignoto nocciolo, d'allora
sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?
Ed ora invidi i mandorli che indora
l'alba negli orti?
O i cipressi, gracile e selvaggio,
dimenticati, col tuo riso allieti,
tu trovatello in un eremitaggio
d'anacoreti?”
Giunge improvvisa, nel 1887, a Giovanni Pascoli (1855 – 1912) la notizia che il ministero lo ha trasferito da Massa a Livorno, dove ha ottenuto un incarico presso il liceo Niccolini Guerrazzi. Sgomento, si confida col Carducci che lo esorta comunque ad andare verso il cambiamento. Sappiamo tutto del trasferimento grazie agli scritti della sorella Maria, “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”.
Dopo l’uccisione del padre e gli altri tragici lutti familiari, Giovannino ha preso con sé Ida e Maria, le due sorelle, e con loro si trasferisce nella città costiera. Il 31 ottobre parte in treno, le sorelle lo raggiungono su un barroccio carico di mobili, con la gabbia dell’uccellino Ciribì. La gattina di famiglia sfugge dal canestro e non si fa trovare. Sarà un bravo vicino a riconsegnarla la settimana successiva.
Dal luminoso alloggio campestre di Massa, si ritrovano catapultati al quarto piano di uno squallido appartamento in via Micali. Giovanni comincia a insegnare al liceo, dà anche molte lezioni private ma i soldi non bastano mai, fra cambiali da pagare, mobili da acquistare e libri indispensabili per l’insegnamento e gli studi.
La famiglia vive in grandi ristrettezze, Giovanni non si integra subito sul luogo di lavoro e si sente poco stimato dai colleghi. Continua ad aspirare, come tutti gli insegnati livornesi, a un posto in Accademia, ma intanto accetta anche un incarico in un collegio di Ardenza. Ha solo una mezz’ora d’intervallo nella quale corre a casa per mangiare un boccone ma finisce, come ci racconta Maria, per addentare pane e salame in carrozza. Prende anche in casa uno studente che prepara senza successo per gli esami.
Il tempo libero è poco, con due sorelle a carico c’è da pensare solo a sbarcare il lunario. Nonostante ciò, è qui che prende corpo parte della raccolta Myricae, poi pubblicata dall’editore Raffaello Giusti, è qui che si delinea al poetica pascoliana, antiretorica, aderente alle cose.
Ed è in questo periodo che Giovanni s’innamora di Lia, una giovane cantante figlia di un musicista che abita davanti al liceo. In una poesia ce la descrive con le vesti troppo corte per l’età.
“Lia giovinetta, ardisci dunque, parla;
di’: « Cara madre, corta è piú la gonna
che non convenga; or pensa ad allungarla.
Fiere pupille seguono moleste
i passi miei di giovinetta donna;
ond’io vorrei piú schermo della veste ».
Troppo io so bene quale a me talora
da te derivi immemore malia,
che gli occhi avvallo, e il volto trascolora;
di che tu avvampi, o giovinetta Lia!”
Vicissitudini familiari, la possibilità poi evitata che la sorella Ida sposi un giovane non gradito, gli fanno volgere le spalle all’amore per concentrarsi sui doveri di famiglia.
Anche se gravata da pensieri economici, la vita dei fratelli è serena. Frequenta casa il poeta Giovanni Marradi; Pietro Mascagni musica la lirica “Sera d’ottobre”.
“Lungo la strada vedi sulla siepe
Ridere a mazzi le vermiglie bacche:
nei campi arati tornano al presepe
tarde le vacche.
Vien per la strada un povero che il lento
Passo tra foglie stridule trascina:
nei campi intuona una fanciulla al vento:
fiore di spina!”
Sono frequenti le incursioni alla fiaschetteria in via Maggi, insieme a Carducci, o le passeggiate fino a piazza Cavour per acquistare dolci che allietano le serate. La casa si riempie di uccellini ma il preferito resta sempre Ciribì.
Quando i problemi economici un poco si acquetano, si trasferiscono tutti in una villetta con giardino, sempre in via Micali. Giovanni vince il Veianus, un concorso olandese di poesia latina, ma è costretto a impegnarsi la medaglia per risolvere il problema di una certa cambiale e le sorelle finiscono per mettersi nelle mani di un usuraio.
Il soggiorno labronico termina nel 1895 con una nomina in altra città. Livorno, che lo aveva accolto con freddezza, gli tributa stima e onori, richiamandolo nel 1911 per fargli tenere un discorso all’Accademia in occasione del cinquantenario dell’unità d’Italia.
Il legame con la città resta e se ne sentono gli influssi in numerose poesie, fra le quali Il conte Ugolino.
“Ero all'Ardenza, sopra la rotonda
dei bagni, e so che lunga ora guardai
un correre, nell'acqua, onda su onda,
di lampi d'oro. E alcuno parlò: «Sai?»
(era il Mare, in un suo grave anelare)
«io vado sempre e non avanzo mai».
E io: «Vecchione,» (ma l'eterno Mare
succhiò lo scoglio e scivolò via, forse
piangendo) «e l'uomo avanza, sì; ti pare?»
E l'occhio, vago qua e là mi corse
alla Meloria...”
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: TUFARA
TUFARA è un piccolo centro del Molise simile a tanti altri che abbiamo visitato attraverso l'obiettivo curioso e attento di Flaviano Testa, si stende sulla valle del Fortore a un'altezza di circa 400 metri sul livello del mare, conta meno di mille abitanti e soffre una emigrazione emorragica costante.
Territorio collinare e clima sufficientemente mite offrono la possibilità di coltivazioni di cereali e ulivi che si alternano a pendii boschivi fino al centro del paese che si trova arroccato su una rupe di tufo. Il toponimo deriva infatti dal tipo di roccia sulla quale è edificato il paese. Nei pressi si trova uno dei boschi più belli e conosciuti della zona: il bosco Pianella, noto soprattutto per la varietà delle specie arboree che vi dimorano. Un'area che in passato è stata dotata di un camping, e attrezzata alle esigenze turistiche con campi da tennis e piazzali attrezzati per pic-nic.
'abitato di Tufara è dominato dal castello medievale edificato dai Longobardi, che originariamente doveva servire alla sorveglianza militare del territorio ed era considerato di notevole importanza strategica, perché posto sulla via di collegamento fra la Puglia ed il Ducato di Benevento, in prossimità del tratturo Celano-Foggia. Oggi appare come un imponente edificio che domina la piazza antistante il centro storico, si trova infatti nel cuore dell' abitato. Le cortine murarie si alzano su tre lati e sul quarto, dove si apre l'attuale ingresso, vi sono due torri. L'accesso è ubicato sul lato più corto a nord ed è preceduto da una scalinata molto ripida ricavata nella roccia. All'interno presenta due splendide sale, una adibita a piccolo museo e l'altra a sala consiliare del Comune.
Stabilire con precisione quando sia sorta Tufara è molto difficile, comunque chiare testimonianze archeologiche, mostrano come il territorio sia stato abitato sin dal III-II sec. a.C. Si presuppone che le origini dell'attuale abitato non vadano oltre il X secolo. Chiara testimonianza sono alcuni ritrovamenti di vasi in ceramica e di una particolare ascia, chiamata “bipenne”, risalenti al periodo alto medioevale.
A Tufara, come in altri centri del Molise, il 17 gennaio, festa di Sant'Antonio Abate, vengono accesi i tradizionali “fuochi” , un'usanza di origini pagane che aveva la funzione di propiziare i raccolti. La manifestazione più caratteristica del paese però è anche una delle più antiche di tutto il Molise: rituale che ha luogo l'ultimo giorno di carnevale di ogni anno. Nel pomeriggio ha inizio il corteo con al centro il diavolo, una maschera nera, con le corna, la lingua penzolante e vestito con una casacca formata da sette pelli di capra. Cammina, in catene agitando un tridente, con movimenti invitanti, seducenti che suscitano timore e superstizione, scortato da tre uomini vestiti da frati. Lo precedono due figuranti con lunghe falci, con il viso dipinto di bianco, che gridano a ogni passo “Ah la morte!”. Il corteo si dipana per tutte le vie del paese e a sera,all'interno del castello, viene allestito un tribunale che giudica tutte le gravi colpe di Carnevale , un fantoccio dalle sembianze umane. Durante il processo i giurati, aggirandosi tra la folla, chiedono al pubblico quali colpe addebitare al Carnevale, mentre un altro figurante, che rappresenta la madre, si dispera e giura che si sta compiendo un’ingiustizia. Giunge inevitabile la condanna a morte. Dopo l'esecuzione per fucilazione, il fantoccio viene gettato dal torrione del castello e afferrato dal diavolo che lo scaraventa poi nel vuoto da un'altra rupe. Muore il pupazzo ma non la speranza, poiché la madre con in mano il filo del destino, conocchia e fuso, ha già pronto un altro neonato che darà continuità al rito.
Il significato di questa importante tradizione si è in parte perduto, rappresentava un tempo la passione e morte di Dioniso, Dio della vegetazione, un dio che ogni anno moriva e rinasceva come i raccolti. In seguito, con l'avvento del Cristianesimo, venne banalizzata e declassata a semplice maschera carnevalesca. Una manifestazione che merita sicuramente di essere vist , molti emigranti ritornano in paese attirati da uno speciale richiamo al quale non sanno sottrarsi, poiché assistere al rito risulta davvero emozionante e suggestivo, riporta in un mondo arcaico, in armonia con la natura, chiara espressione di riti atavici, rozzi, misteriosi e magici.
“POSSIAMO VENDERE IL NOSTRO TEMPO MA NON POSSIAMO RICOMPRARLO” (Fernando Pessoa)
Lisbona ti cattura, se ci vai ci torni, avrai per sempre negli occhi il suo cielo, le sue strade, i rumori delle piazze, la nostalgia dei suoi colori e delle sue ombre e i sorrisi dei portoghesi che prendono la vita senza lasciarsi prendere.
“E dopotutto ci sono tante consolazioni! C’è l’alto cielo azzurro, limpido e sereno, in cui fluttuano sempre nuvole imperfette. E la brezza lieve [...] E, alla fine, arrivano sempre i ricordi, con le loro nostalgie e la loro speranza, e un sorriso di magia alla finestra del mondo, quello che vorremmo, bussando alla porta di quello che siamo.”(Pessoa)
Così se corrisponde al vero quello che dice il poeta: “a melhor maneira de viajar è sentir” allora possiamo dire che viaggiare per Lisbona è davvero sentirla, conoscerla,viverla. Percorrendo le sue strade si viene investiti dalla sua luce, si è catturati dal suo mistero, da tutta Lisbona e dalla sua lunga storia, una città che, pur modernizzandosi con nuovi quartieri, conserva una straordinaria atmosfera di luogo antico, con strette viuzze, saliscendi, giardini, ma anche dai sapori di un tempo con gli squisiti piatti della cucina tradizionale e con i suoi gradevoli vini. Ci sono piccole taverne, dei buchi, coi muri tappezzati di azulejos , tavoli vecchi di legno tarlato con le gambe dondolanti, bettole, che sono là da tanti anni, da secoli chissà, ma dove si gusta pesce fresco cotto ai ferri, bacalhau, sardinas o arroz de peixe, una sorta di risotto in umido e i pasteis de nata, vere delizie alla crema e dove si beve un buon vino. Vini rossi, famosi nel mondo, ma anche ottimi bianchi e specialissimi vini verdi, più leggeri, poco alcolici e piacevolmente frizzanti, una vera delizia per dissetarsi senza effetti collaterali.
“Há em Lisboa um pequeno número de restaurantes ou casas de pasto [em] que, sobre uma loja com feitio de taberna decente, se ergue uma sobreloja com uma feição pesada e caseira de restaurante de vila sem comboios. (Pessoa)
Lisbona è una città dove è piacevole passeggiare, raggiungere le colline su cui sorge, sette come i colli di Roma, aggrappandosi alle vecchie maniglie dello sferragliante tram numero 28 che si inerpica, strettoia dopo strettoia, verso la cima dove sorge il castello di Sao Jorge che si trova sul promontorio più alto. Da lassù si gode uno splendido panorama: Lisbona, ranquilla, dormiente, si stende ai nostri piedi, con l’Oceano a fare da immensa cornice, si vedono tutti i quartieri e, sulla riva del Tago, la statua del Cristo Re, uguale a quella del Brasile. Nel cielo si staglia una cupola, candida e tonda, è la cupola del Pantheon nazionale portoghese, la chiesa di Santa Engracia. È un luogo dove, se si presta attenzione col cuore, si sentono risuonare le note del fado, la malinconica musica tipica di Lisbona e si può udire la voce della regina di tale genere Amalia Rodriguez i cui resti mortali sono ospitati all'interno insieme a quelli di altri personaggi famosi. La cupola del Pantheon, così poderosa, preannuncia un interno solenne e sontuoso che ricorda la magnificenza delle nostre chiese. La costruzione di questo importante monumento ha una storia tormentata che passa attraverso lutti, leggende e tempeste, tant'è che il detto popolare “obras de Santa Engrácia “ sta proprio a indicare un lavoro che non conosce termine. La chiesa originaria, di cui oggi non resta nulla, fu eretta nel 1568, ma una tempesta nel 1681 la rase completamente al suolo. L’anno seguente venne posata la prima pietra dell’attuale edificio. Il progetto della ricostruzione, affidato al maestro João Antunes, vide la conclusione solo nel 1966, per ordine dell’allora Presidente del Consiglio António de Oliveira Salazar. Erano trascorsi ben 284 anni. È d'obbligo fermarsi per una foto, godersi il panorama e ascoltare una voce che, davanti a tanta meraviglia, si fa spazio dentro di noi “Siediti al sole. Abdica e sii re di te stesso.” (Pessoa)
Poco lontano si erge la chiesa di San Vincente de Fora eretta nel 1582 ad opera dell'italiano Filippo Terzi che, seguendo i canoni dell'epoca, si ispirò alle chiese romane del Rinascimento. In zona ogni martedi e ogni sabato si tiene la “fera da ladra” un mercatino dell'usato tutto speciale dove, aggirandosi in un formicaio di persone intente a osservare ogni genere di articoli, si possono comprare mobili e vestiti usati, vecchi dischi, quadri, ceramiche, lampadari, libri e persino cuccioli di ogni tipo. Il quartiere dell'Alfama è un pittoresco labirinto di stradine, piazzette e scalinate che risale all'epoca dei visigoti, anche se il definitivo attuale tracciato fu opera dei musulmani. Tutto il quartiere si veste a festa con addobbi e fiori per la ricorrenza di Sant'Antonio, il patrono, la festa più importante di Lisbona e del Portogallo intero. Sì, lui, quel santo che noi amiamo chiamare di Padova ma che proveniva proprio da Lisbona. In questo quartiere, il più popolare, il “fado” acquisisce la sua massima espressione, le migliori interpretazioni si possono ascoltare nelle taverne dei pescatori che si affacciano, con le pareti inclinate una verso l'altra, sulle strette stradine che lo attraversano. I portoghesi furono un popolo di marinai e di conquistatori e a ogni angolo di Lisbona pare di sentire l'eco ormai spento di antiche gesta che portarono i suoi abitanti a lasciare il porto sul Tago e a partire alla conquista di nuovi mondi. Fu allora che nacque il termine “saudade” quando, lontano da casa, i marinai manifestavano un sentimento così tipicamente portoghese che è interpretato come un misto di malinconia, tristezza e nostalgia. Il “fado”, vero specchio dell'anima, la canzone più genuina dell'espressione popolare, racconta perfettamente la saudade. Le parole del “fado” rivelano fondamentalmente i sentimenti del popolo: il dolore, la disperazione e la tristezza, ma anche felicità e allegria. I fadisti si vestono di nero e si accompagnano con una chitarra, a dodici corde, corta e tozza, per sgranare le note cadenzate di una musica tanto bella quanto triste. Scendendo dai quartieri di Alfama e Bairro Alto ci si trova in Praça do Rossio, situata nel quartiere de la Baixa, punto d'incontro dei cittadini e luogo di passaggio obbligatorio per accedere ai caffè più eleganti, ai negozi: si presenta ai nostri occhi un quadro pittoresco con i tanti fiorai che affollano la zona e costituiscono una suggestiva immagine che invita a fare quattro passi in piena contemplazione. Accanto si trova la praça da Figueira, sede di uno dei più importanti mercati di Lisbona, la rua Augusta si collega alla Praça do Commercio, che abbina l'armonia della sua architettura con il grande spazio che la contraddistingue. Al centro vi è il monumento equestre del re Giuseppe I che fu l'artefice della ricostruzione della città dopo il tremendo terremoto del 1775, che rase al suolo molti quartieri della città. Tre dei suoi lati sono occupati da edifici con porticato, mentre nella parte sud si affaccia sul Tago, da una bella scalinata con due colonne in stile veneziano. È solo il primo giorno, vi è ancora tanto da vedere, magari un bel panorama dall' elevador di Santa Justa, il convento del Carmen, tanti interessanti musei e poi Belem con la sua famosa torre, costruita in mezzo al fiume per controllare l'accesso delle navi in città, dichiarato patrimonio dell'Umanità, come l'antistante monastero dos Jeronimos, capolavoro costruito grazie alle ricchezze che Vasco de Gama aveva riportato dalle sue spedizioni oltremare. Tanti sono i monumenti, le opere d'arte di cui è possibile trovare notizia in ogni guida turistica che si rispetti, ma io sono venuta per godermi l'aria fine che vi si respira, quella luce rosa che pervade la città verso il tramonto, per godermi la compagnia di mia figlia e per capire il mistero di questa città e quella strana attrazione che ti pervade, che te ne fa sentire la mancanza e che ti spinge a tornare. La spiegazione l'ho trovata in questi giorni in un libro “L’anno della morte di Ricardo Reis”, di Josè Saramago, dove si legge: “Non dimenticare che siamo a Lisbona, da qui non partono strade”. Così il fantasma di Pessoa spiega a Reis perchè quando si arriva si ha l'impressione di essere giunti definitivamente a destinazione. Da Lisbona non si va in nessun posto, c'è l'Oceano intorno e davanti il Tago immenso quanto il mare, qui c'è tutto quello che ci si aspetta. È questo, forse, insieme alla mancanza della persona che più conta nella mia vita, che provoca quella profonda nostalgia che oggi mi stringe il cuore. C'è una bella poesia che il poeta Eugenio de Andrade ha dedicato alla sua città dove la vede come una “varina”, personaggio tipico di Lisbona ormai scomparso, la pescivendola che corre verso il Tago.
“Qualcuno dice lentamente: La conosci, Lisbona…? La conosco. E’ una giovane scalza e leggera, un vento improvviso e chiaro nei capelli, una piccola ruga intorno ai suoi occhi, la solitudine si apre nelle sue dita e sulle sue labbra, scende le scale, tante scale, tante scale fino al fiume. Io la conosco. E tu, la conosci?” (Eugenio de Andrade)
Visconti e Livorno
“Che tu sia benedetta per gli attimi di felicità che mi hai regalato”
Si conclude così “Le notti bianche” di Luchino Visconti, film del 1957, basato su un breve romanzo di Dostoevskij, sceneggiato da Suso Cecchi D’amico e ambientato, anziché a San Pietroburgo, a Livorno.
Mario/Marcello Mastroianni vaga per le strade del quartiere Venezia, fra vicoli e canali, dopo aver passato una giornata in compagnia della famiglia del capoufficio. S’imbatte in Natalia/Maria Shell, ragazza straniera, la aiuta in un momento di difficoltà e se ne innamora. Lei, però, aspetta lo straniero/Jean Marais, che ama.
Mario cerca d’impedire che Maria e lo straniero possano incontrarsi di nuovo ma il destino fa sì che ella ritrovi colui che ha sempre atteso e la breve stagione di speranza si conclude troppo presto.
L’intrico dei canali e dei ponticelli ha ispirato la produzione, ma via Grande, via della Madonna e parte del quartiere Venezia sono stati ricreati a Roma, negli studi di Cinecittà, poiché il regista desiderava che lo sfondo apparisse volutamente finto, quasi come una scenografia teatrale. Persino la nebbia non è stata prodotta con fumogeni ma con kilometri di tulle.
Il film è stato ideato a Castiglioncello, nella villa di Suso Cecchi d’Amico.
Dino Risi e Livorno
Nel 1962 usciva “Il sorpasso” di Dino Risi, road movie a metà fra commedia all’italiana e denuncia sociale.
Il nullafacente Bruno Cortona, interpretato da Vittorio Gassman, scapestrato e smargiasso, trascina in un viaggio ferragostano senza meta, il mite e timido Roberto Mariani, Jean Louis Trintignant.
In viaggio verso nord, dopo essersi fermato a Castiglioncello, Cortona azzarda un sorpasso fatale nella famosa curva di Calafuria. Il buon Roberto Mariani resterà ucciso nell’incidente che ne consegue.
La storia è simbolica di una parte d’Italia gradassa e volgare che, nel pieno del boom economico, tenta di sopraffarne e contaminarne un’altra umile e onesta.
Livorno e l'antico Egitto
"Tu squarciasti il velo mistico
che nascose al Nilo in riva
del saper la luce viva"
(Angelica Palli)
Nell'ottocento Livorno era lo scalo dove transitavano i reperti archeologi provenienti dall'Egitto. Nei magazzini di San Marco si raccoglievano e sostavano, in attesa di acquirenti, oggetti provenienti da collezioni destinate poi ad arricchire i musei italiani ed europei. In particolare ricordiamo le collezioni Drovetti, Salt, Nizzoli e Anastasy.
La collezione Drovetti, portata in Italia dal console francese, arrivò a Livorno nel 1818 e rimase in deposito nei due magazzini dell'ebreo Morpurgo. Fu acquistata nel 1924 dal re di Sardegna e costituisce la base del Museo Egizio di Torino. Vivoli, il fondatore dell'Accademia labronica, si recò alla dogana per esaminarne il contenuto. Pare che comprendesse anche modelli in legno di edifici egizi.
Alcuni reperti, a volte, giacevano a lungo dimenticati, com'è stato nel caso del sarcofago in granito di Amenemhat Seneb, donato al granduca Leopoldo II dal console di Svezia in Egitto. Nonostante le numerose sollecitazioni, il sarcofago rimase a giacere nei magazzini Fernandez fino a quando non fu finalmente portato a Firenze.
Visitare le antichità ammassate nei depositi divenne uno svago alla moda. Pare che Angelica Palli, dopo una di queste visite, abbia sognato mummie tutta la notte.
Jean Francois Champollion (1790 - 1832), il fondatore dell'egittologia, primo a decifrare i geroglifici nel 1822, venne di persona a Livorno per trattare l'acquisto della collezione Salt, portata in Italia dal console inglese (cognato di un banchiere di Livorno) comprendente 4000 oggetti, fra i quali una bellissima testa scolpita.
Champollion negoziò l'acquisto dei reperti per il Louvre. Grazie all'interessamento dell'Accademia Labronica, di cui Champollion divenne "socio corrispondente", Angelica Palli conobbe il famoso egittologo e gli dedicò persino una poesia. In cambio, Champollion la rinominò "Zelmire". I due rimasero in contatto epistolare e le loro lettere sono conservate nella Accademia Labronica.
A Livorno Champollion incontrò il pisano Ippolito Rosellini (1800 - 1843), unanimemente considerato il padre dell'egittologia italiana. I due partirono poi insieme per una famosa spedizione.
Rosellini, a sua volta, acquistò molti pezzi sul mercato di Alessandria. Il 22 dicembre 1828, sulla nave "Cleopatra" (e non poteva esserci nome più adatto) arrivarono a Livorno settantasei casse piene di antichità acquistate o scavate in Egitto, che andarono ad arricchire la collezione granducale di Firenze, cosicché il Museo Egizio di Firenze è ora secondo solo a quello di Torino.
Riferimenti
Edda Bresciani, "Il richiamo della piramide" in "La piramide e la Torre", Pacini Editore
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