luoghi da conoscere
Tunisia: oasi e deserto, le parti più affascinanti di un paese che non ha solo belle località balneari, siti archeologici e interessanti città.
Assaporare la magia e la poesia del deserto. Rivivere il mistero e il fascino dei Tuareg, o uomini blu, e tornare indietro nel tempo pensando ai carovanieri che si addentravano nell’”oceano” di sabbia a dorso di dromedari, denominate le navi del deserto, avventurandosi in un mondo meraviglioso ma ostile e pieno di insidie per chi ha l’ardire di sfidarlo. Queste sono le sensazioni che evoca il deserto, ma oggi il Sahara tunisino attira tanti turisti che vogliono provare l’ebrezza di viaggiare in fuoristrada osservando scenari ricchi di malia o partecipando a safari o a Rally che mettono a dura prova le forze psico fisiche dei partecipanti, oppure che vogliono immergersi in un mondo di silenzio per ritemprarsi dal caos e dallo stress delle città. Parlare di deserto sahariano vuol dire ammirare la bellezza naturale di quel vasto territorio di 9mila metri quadri, che inizia dal Mar Rosso per arrivare sull’Oceano Atlantico, e che attraversa vari paesi del nord e centro Africa.
Il deserto più vasto del mondo, la cui sabbia è ricca di segreti tali da far capire che in un tempo lontanissimo quel territorio ha subito la glaciazione, poi è stato ricco di acqua per la presenza del mare, di fiumi e di laghi e, infine, che è stato ricoperto da rigogliose foreste, aveva un clima sub tropicale e gli abitanti vivevano di caccia e di allevamento.
Il deserto ci attrae perché possiamo goderne il silenzio, possiamo entusiasmarci davanti alla bellezza del diverso colore della sabbia e subire il fascino delle dune dalla diversa altezza. Inoltre, perché ci permette di ammirare nel cielo le numerose e grandi stelle, talmente luminose da sembrare così vicine da poter essere toccate le dita.
Il deserto tunisino ci permette di emozionarci anche davanti alle oasi, macchie di intenso verde che spiccano come sicuri rifugi nell’immenso giallo ocra della sabbia.
Il deserto, però, non è tutto uguale. Esiste il quello di roccia (l’hommada), che ha forme diverse per via del vento che le ha modellate. C’è quello costituito da ciottoli e ghiaia (il serir) e poi c’è l’Erg, il più bello, che si trova nel Sahara centrale ed è formato da dune di sabbia.
Deserti sì, ma mai uguali a sé stessi e vivi. Ogni giorno sono in movimento e un panorama che avevamo già visto, il giorno dopo potrebbe essere già diverso. Nel deserto, nonostante il caldo clima, c’è vita e non solo nelle oasi. Ci sono delle piccole città e villaggi sorti proprio a ridosso o dentro questo mare di sabbia.
Il nostro viaggio alla scoperta di alcune Oasi e del vero deserto
Dormiamo a Tozeur e la mattina dopo ci avventuriamo con la jeep 4 x 4 alla volta dell’oasi più piccola, quella di Mides, che è composta da profondi canyon e si trova vicino al confine con l’Algeria. E’ molto bella quest’oasi di montagna, i cui canyon sono profondi 60 mt e che un tempo era un’antica fortezza di frontiera dei romani e si chiamava Mades. C’è anche una piccola cascata che 3 mesi fa è cambiata a causa della caduta di un grande masso.
Ma è comunque bella e refrigerante. L’acqua che scende dalla montagna va a finire in una specie di laghetto che diventa ruscello con piccolissime cascatine dovute ai massi che sono nel letto dello specchio d’acqua. Palme e piante varie fanno da contorno a questo idilliaco scenario.
E’ qui e a Tamerza che si raccolgono, da ottobre a dicembre, i migliori datteri tunisini.
Sono molto ghiotta di questo fantastico e benefico frutto, che amo mangiare ogni mattina, e proprio quando mi trovo sul bordo del canyon, la mente torna indietro nel tempo e mi fa rivivere l’emozione di un lontano freddo dicembre e alcuni venditori di datteri, quelli non trattati e ancora attaccati ai rami, che mi vendettero non ricordo quanti chili di quell’energetico frutto.
Ricordo ancora lo stupore in aeroporto quando gli addetti al controllo mi videro con un borsone stracolmo di datteri incartati alla “meno peggio”. Chissà cosa avranno pensato! Probabilmente che li avrei venduti in Italia!
La meraviglia inaspettata di Chebika…
Lasciamo Mides e andiamo in una che, a mio avviso, è una delle Oasi più belle della Tunisia: Chebika, piccolo villaggio e antico posto di guardia romano, le cui case sono costruite con argilla e pietra. Si trova in alto e ci sono montagne colorate per via dei metalli che la compongono, un antico villaggio abbandonato, piccoli e stretti siq che conducono nel punto più alto dal quale è possibile osservare ed ammirare rocce colorate, ruscelletti ed una cascata, situata in una gola, che forma un piccolissimo e cristallino lago la cui acqua è di un colore così azzurro da sembrare il mare.
Lo circondano alte palme e qualche pianta acquatica. Alcune piccole rane saltano da una parte all’altra di queste piante che hanno lo stesso colore degli animaletti. Su una roccia un romantico e grande cuore con la scritta “welcome”.
E’ un luogo fuori dal tempo, particolare, unico ed uno dei più belli che si possano visitare. C’è acqua, tanta per essere qui, ed è preziosa. Infatti, dall’alto scende per andare ad irrigare i piccoli villaggi nei dintorni.
Lasciamo Chebika con gli occhi ancora pieni di bellezze naturali e felici per averla potuta vedere. E’ ora di pranzare e lo facciamo sotto le tende in un grande giardino di Tozeur.
Nel deserto è difficile vedere l’orizzonte…
Le sorprese non mancano in questo viaggio organizzato dal Ministero del Turismo tunisino, dall’Ente del Turismo e dalla Tunis Air, e il pomeriggio risaliamo nelle jeep e ci dirigiamo alla volta di Ong Ejmel. E’ bellissimo osservare quanto sia diverso il paesaggio desertico. Si passa dalle piccole dune a spazi composti di ciottoli e si ha l’impressione che qualcuno si sia divertito a “spalare” la sabbia e a formare dei mucchi qua e là.
Cespugli brulli e più o meno alti affiorano in mezzo alla sabbia ed è incredibile come la mente pensi immediatamente che nel deserto non si riesca a vedere nessun orizzonte. Penso che se qualcuno si avventurasse da solo in questa distesa color oro, sicuramente perderebbe l’orientamento se non avesse una bussola con sé.
Ma lo spettacolo della diversità continua ed ecco che, ad un tratto, la sabbia diventa come un grande ed unico tappeto. Ciò che si vede ora è una distesa enorme e le dune sono più alte così come le discese diventano sempre più ripide. La sabbia è soffice, impalpabile come borotalco e le jeep devono “prendere la rincorsa” per superarle. Qualche jeep non ce la fa e rimane sospesa a metà della duna o s’insabbia.
La nostra è una carovana di jeep – siamo 63 giornalisti provenienti da tutta Europa – e chi sta dietro deve fermarsi e aspettare che chi è rimasto “intrappolato” venga aiutato dagli addetti a questo lavoro per riprendere il percorso.
E’ emozionante vedere come questa 4 x 4 riesca a superare queste “colline” dorate mettendosi anche di traverso e lasciando anche la via percorsa dalle altre auto. Mi diverte questo andare su è giù perché mi ricorda un po’ le montagne russe, lo “sballottamento” da una parte all’altra un po’ meno, ma a bordo si ride.
Il set di Star Wars…
Il nostro autista è molto bravo, e dopo averci fatto provare l’emozione di una discesa veramente ripida e lunga, riesce a portarci su una duna molto alta dove ci attende una bella sorpresa. Siamo nel bel mezzo del deserto e in cima alla duna c’è una tavola imbandita per offrirci un cocktail che si protrae fino al tramonto.
E’ un momento incantevole, di grande suggestione e bellezza. Siamo gli unici esseri umani in quel posto dove camerieri vestiti nella maniera tradizionale ci offrono bevande e assaggini. Ci regalano anche il manto con cappuccio che portano i tunisini berberi.
Il mio è bianco, ma è talmente lungo e largo che mi sento un po’ “Cucciolo”, il più piccolo dei sette nani. Ma è caldo e non m’importa nulla se sono buffa con il “burnus”. Fa freddo perché c’è molto vento”, ma i brividi li ho perché mi trovo lì, in un incredibile ed inimmaginabile scenario di grande poesia.
Ma ogni cosa ha la sua fine e così, quando fa buio, ci rechiamo nel sito che ha ospitato il film “Star Wars”. E’ buffo rivedere le piccole e strane case viste nella pellicola, così come siamo buffi quando facciamo la fila per farci fotografare a fianco delle persone che indossano i costumi dei vari personaggi del film: Lord Dart Fener, Luke Skywalker, Obi Wan Kenobi, la principessa Layla e i soldati.
Forse non siamo cresciuti…ma questo ritorno all’essere quasi adolescenti non mi dispiace affatto. Giovani e meno giovani ci tengono ad avere anche questo ricordo impresso nelle schede delle macchine digitali.
Si torna a Tozeur, questa volta senza attraversare il deserto ma lungo una strada che porta direttamente in albergo.
Il mattino dopo lasciamo definitivamente Tozeur, le cui case ricoperte da mattoncini sono una prerogativa del luogo come le tante palme che producono i datteri, i famosi Deglat en Nour – il cui significato è “dita della luce”. La popolazione vive di agricoltura, artigianato e commercio. Oggi è una delle località più note della Tunisia e stanno sorgendo alberghi di buon livello per soddisfare la richiesta di posti.
Qui, fra novembre e dicembre si svolge il Festival delle Oasi con danze popolari, corse di cammelli e processioni. Un evento sicuramente da non perdere.
Riprendiamo il cammino e ci avviamo verso Douz, la più sahariana delle città delle oasi del sud, definita la porta del deserto. Ogni anno si svolge il Festival Internazionale del Sahara all’interno del quale trovano spazio antiche tradizioni, la cultura berbera, concerti, spettacoli di danza e gare sportive. Un’altra manifestazione che sarebbe piacevole e interessante vedere.
Il lago dei miraggi…
Attraversiamo Chott el Djerid, meglio conosciuto come il lago salato, una vasta depressione che in parte è sotto il livello del mare e che nacque circa 1.5 milioni di anni fa. Un tempo doveva esserci stato il mare che poi si è prosciugato. L’acqua piovana che cade in inverno evapora velocemente, così ciò che si vede ora è una specie di grossa pellicola o crosta molto luccicante che da l’impressione che ci siano tanti cristalli o diamanti disseminati ovunque.
E’ un deserto di sale dove ci sono anche delle zone con l’acqua e in alcuni punti il sale si è divertito a generare forme strane. Sono i sedimenti che nei giorni molto caldi donano al lago salato un aspetto molto suggestivo ed è facile, per effetto della rifrazione della luce, avere l’impressione di vedere cose che in realtà non ci sono. Sono i miraggi per i quali è famoso Chott el Djerid.
Un concerto a Timbajine…
E’ molto lunga la strada che divide in due parti il lago salato e la percorriamo perché ci porterà a Timbajine, una montagna rocciosa che da lontano somiglia un po’ ad Ayers Rock, in Australia, o a Monument Valley, in Arizona. Su questa montagna è stato preparato per noi un concerto dal titolo “musica e silenzio” ed è così suggestivo e strano ascoltare – oltre al sibilo del vento – il suono del liuto, del violoncello, del sassofono e di altri strumenti, oltre alla voce di un tenore e a quella calda di un attore tunisino che declama testi che parlano di amore.
E’ inaspettata l’emozione che mi provoca il trovarmi sulle pendici di questa montagna, seduta su un sasso ad ascoltare in silenzio, non solo con le orecchie, ma anche con il cuore e la mente questo scenografico spettacolo. Intanto, nuvolette di sabbia finissima si alzano in maniera non uniforme sulla montagna per effetto del vento.
E’ strano osservare che si alzano un po’ da una parte e un po’ dall’altra, alcuni sembrano dei mulinelli, ma la sabbia è talmente sottile che gli abiti e i capelli sono pieni di quella che sembra essere polvere tanto è composta di minuscoli granelli.
E’ bello il concerto e magnifico il contesto nel quale si svolge. Si ascolta e si riflette. Sensazioni indimenticabili e particolari che non mi era mai capitato di provare altrove. Di nuovo brividi sotto il giaccone e non di freddo.
Il campo tendato. Non per tutti ma per chi riesce a “sopravvivere” senza gli agi di un albergo…
Procediamo ancora per arrivare nel campo tendato. Di nuovo il paesaggio è solo desertico ma la sabbia è color oro, bellissima. Ancora dune e ancora jeep in difficoltà. Scendiamo per toccare quella sabbia finissima che lasciamo scendere dalle mani.
E’ tiepida e vola via velocemente. Il mio autista tiene la mano ben salda sul cambio e supera ogni difficoltà. E’ una sfida continua questo salire e scendere dalle collinette. Il vento soffia forte e le dune sembrano “vive” perché la sabbia si muove e crea continue onde in superficie.
Arriviamo al campo che è quasi buio e ognuno prende posto nella tenda assegnata. Siamo al campo Mars ma ci sembra di essere sulla luna. Non c’è la corrente elettrica, ci sono solo 4 toilette senza doccia e nelle tende una candela e una piccola torcia sono l’occorrente per poterci vedere in quel buio totale.
Una specie di water closet è stato ricavato in una parte della tenda ed è riparato dagli sguardi degli altri. Ma non c’è acqua, solo segatura da gettare all’interno e salviette detergenti per poterci lavare.
Anche il ristorante dove ceniamo è illuminato dalle candele. E’ un eco-campo tendato che viene utilizzato nel periodo meno caldo. E’ tutto ordinato e si sopravvive tranquillamente anche senza fare la doccia per un giorno.
Ma io, che mi definisco un po’ Mary Poppins perché vado sempre in giro con un borsone pesante, ho con me 2 bottiglie piene di acqua… e così la doccia non mi è mancata.
Durante la notte piove, sì piove e siamo in pieno deserto! E’ incredibile e impensabile! Accade così raramente, ma l’abbiamo avuta ed è stato un bene per le piante ei piccoli animali che vivono in quell’ambiente selvaggio. Ma, al mattino, la sabbia è asciutta e il sole ci fa nuovamente compagnia.
La sabbia riprende il suo colore brillante e noi ci rimettiamo in marcia in fila indiana per percorrere a ritroso il tragitto che ci porterà lontano da questo mondo silenzioso, che solo i motori delle jeep e le voci umane riescono a rompere.
Non è un addio, il richiamo del deserto è troppo forte per non pensare di tornarci al più presto. E il Sahara tunisino è il più vicino e ancora da scoprire.
Liliana Comandè
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Reportage Tunisia. Il deserto, un paesaggio immerso nel silenzio | Travelling Interline
di Liliana Comandè. Oasi e deserto, le parti più affascinanti di un paese che non ha solo belle località balneari, siti archeologici e interessanti città. Assaporare la magia e la poesia del ...
In giro per l'Italia: UNA SETTIMANA A BARIVECCHIA...TRA SACRO E PROFANO
Come promesso, Giacinto Reale ci ha invitato ancora una volta insieme a lui a visitare la sua Bari. Trascorreremo una settimana addirittura, immersi nella tradizione, intenti alla visita ai monumenti, ma soprattutto all'insegna della buona cucina. Si parte allora, destinazione Barivecchia, e preparatevi ad allargare la cinta dei pantaloni (Franca Poli)
UNA SETTIMANA A BARIVECCHIA….TRA SACRO E PROFANO di Giacinto Reale
Se avete un po’ di tempo, passiamo qualche giornata – già calda, in questa primavera - nella parte vecchia della mia Bari, della quale vi ho già raccontato qualcosa. Immaginiamo di starci una settimana, e vediamo cosa ci riserva ogni singolo giorno: - lunedì: giorno dedicato alle anime sante del Purgatorio, che pregano per i viventi e si aggirano, protettive, per i bassi e le viuzze. Per loro conserveremo un po’ di magro, mentre noi, anche per riprenderci da qualche eccesso del giorno di festa, ci accontenteremo di fagioli, lenticchie, fave…solo legumi, insomma. Possono bastare, e, alla fine, capirete perché; - martedì: giorno di S. Antonio delle 13 grazie. Per strada ci potrà capitare di incontrare qualche bambino vestito col saio, in onore al Santo, o in segno di riconoscenza per una grazia ricevuta. Sosta obbligata, quindi, davanti alla statua del Santo (ce n’è una, molto bella, nella chiesa di S Marco dei Veneziani), mentre tutt’intorno si spargono gli odori di saporiti piatti rigorosamente a base di pasta: vermicelli aglio e olio, spaghetti al sugo di cozze, etc; - mercoledì: giorno dedicato a San Nicola, che è anche il protettore di Bari. I vicoli sono pieni di gente che gioiosamente canta: “Sanda Necole jobbre bone tu faciste / tre fangiulli resuscitaste / tre donzelle maretaste / la viddua conzolaste / conzolisce la casa mè / famme la grazzie pè caretà” (“San Nicola opere buone tu facesti / tre fanciulli rsuscitasti / tre donzelle maritasti / la vedova consolasti / consola la casa mia / fammi la grazia, per carità”). La gioia prosegue al rientro a casa, dove ci aspetta la “tiedd’o furnne che patane, rise e cozze” (“tegame al forno con patate, riso e cozze), il piatto tipico della città. È leggero e il bis è quasi d’obbligo; - giovedì: giorno di Santa Rita e dei santi Medici, Cosma e Damiano. Per loro ci sono, qua e là nella città vecchia, alcune edicole votive, particolarmente curate dalle categorie professionali (per esempio, macellai e caffettieri) che ai due martiri del III secolo si affidano. Devozione speciale hanno anche gli ammalati (non c’è Ospedale che non ne abbia, in corridoio, una statua) Se poi le speranze sono proprio poche, non resta che il ricorso a Santa Rita, “la Santa degli impossibili”: basta avere fede e sperare nell’indomani. Per ora, accontentiamoci di “strascennat’e cime de cole” (orecchiette e cavolfiore…più o meno) o “megnuicche e cime de rape” (gnocchi e cime di rapa…più o meno; in effetti, si tratta di una pasta fatta in casa, spruzzata di acqua di mare – vibrione permettendo -); - venerdì: giorno triste, dedicato alla Madonna Addolorata, la cui statua, tutta vestita di nero, possiamo ammirare nella cripta della Cattedrale. Anche a tavola occorre essere “in tono”: “cecuere, cecuer’e fave, cime de rape stefate e cime de rape verde verde” (ceci, ceci con le fave, cime di rapa stufate, e cime di rapa verdi verdi –cioè lessate, con solo un filo d’olio a condirle); - sabato: giorno riservato alla Madonna di Pompei: obbligatorio recitare almeno un rosario; tollerato –recita durante - un pensierino a quello che poi ci aspetta a tavola, o meglio, in cucina. Sì, perché il sabato è il giorno per eccellenza dedicato alla “preparazione”: fettine di vitello (trasformate nelle classiche braciole) , cotenna (anche questa a mò di braciola), qualche pezzo di agnello, salsiccia e un po’ di filetto bollono nelle grosse pentole, immersi nel ragù che si mette a cuocere alle prime luci dell’alba e sino a mezzanotte è ancora sul fuoco, mestato e rimestato con un lungo cucchiaio di legno, nel timore che possa bruciare sul fondo del grande tegame di creta e perdere così il suo sapore. Alla domenica, quel ragù inonderà abbondanti piatti di pasta, ma, alla fine, non ne rimarrà traccia, perché carne e sugo spariranno, anche grazie al sapiente uso della “scarpetta”, una capace mollica di pane con la quale si può cogliere fino all’ultimo boccone dell’elaborata salsa. La sera della domenica, di norma, a letto senza cena. Se ne riparla il giorno dopo, ma, come abbiamo visto all’inizio, solo con un po’ di legumi. Buona passeggiata, e buon appetito!
In giro per Bologna: Il Santuario di San Luca.
C’è un colle che domina Bologna: il colle della Guardia, dove sorge il santuario della Beata Vergine di San Luca. Una speciale devozione riservano i bolognesi a questa Madonna, anche quelli più atei hanno sempre in cuore che forse da lassù qualcuno li guarda e li protegge. All’interno del santuario è conservata un’icona che rappresenta una Madonna nera con il bambino. Secondo la leggenda sarebbe stata dipinta da San Luca, in realtà si tratta di una fantasia, in quanto la datazione dell’icona la fa risalire al XII secolo. Si narra sia stata reperita a Costantinopoli, nella chiesa di Santa Sofia, e che nella parte retrostante del quadro fosse indicato che doveva essere posizionata sul colle della Guardia. Fu consegnata per questo motivo al pellegrino Teocle Kmynia diretto in Italia, affinché ritrovasse il luogo dove volevasi dovesse essere collocata. Racconta la leggenda che il pellegrino si recasse a Roma, ma nessuno sapeva indicargli il luogo che stava cercando e che giunto, fortunosamente, sotto il palazzo dell’ambasciatore bolognese Pascipovero, ottenne finalmente le giuste informazioni e proprio lo stesso ambasciatore lo indirizzò a Bologna e gli consegnò le credenziali necessarie per recarsi al senato e dal vescovo. Così nel 1160, dopo tanto peregrinare, la Madonna venne portata e deposta sul monte seguita da una lunghissima processione. L’abitudine di seguirla in processione, ancora oggi, accomuna molti bolognesi che accompagnano a piedi la Madonna ogni anno quando scende in città e poi risale. Cerimonia che si svolge fin dal lontano 1433, quando durante l’estate violenti nubifragi si abbatterono sulle campagne, tanto da minacciare i raccolti e i fedeli la portarono per la prima volta in processione. Le piogge cessarono e da allora il rito si ripete e l’immagine sacra viene condotta a spalla per tutto il percorso lungo oltre 3 km e mezzo con un dislivello di 250 m. Degno di nota il tragitto che va dalla città al santuario: un porticato lungo oltre tre chilometri, composto da 666 archi, ciascuno contrassegnato con un numero progressivo. Il portico inizia a porta Saragozza con i primi 306 archi che conducono fino alla Certosa di Bologna, mentre gli altri 360 sono quelli situati in salita nel tratto collinare che va dal Meloncello, fino alla cima del colle della Guardia, questi ultimi sono intervallati da 15 cappellette che illustrano i misteri del rosario. Nel 1087 una giovinetta, tal Angiola, era fuggita di casa, nascondendosi nei boschi del colle della Guardia per non sottostare alle nozze combinate per lei dalla famiglia. Poco più tardi venne raggiunta da un’altra fanciulla, Angelica. Insieme si dedicavano alla preghiera e fu costruito un eremitaggio per tutte le ragazze che avessero desiderato unirsi a loro. Tra le prime ad arrivare, Azzolina e Beatrice da Guerzi, che portarono il supporto e le cessioni dell’ordine dei Canonici di Santa Maria del Reno, così all’arrivo dell’icona iniziarono il culto della Madonna di san Luca e nel 1194 venne costruita una chiesa a lui dedicata. Venerare la madonna di San Luca, come ho già detto, è un atto di devozione che appartiene ai bolognesi. Fin dalle prime opere per finanziare la costruzione del portico che doveva giungere al santuario parteciparono tutti i cittadini: donne, servitori, artigiani e nobili. La prima pietra venne posata il 28 giugno 1674 e nel giro di due anni fu coperto il tratto di pianura. Il tratto in salita fu iniziato nel 1706 e terminato nel 1715. Il compito di congiungere i due pezzi di porticato fu affidato all’architetto Carlo Francesco Dotti che realizzò lo scenografico arco del Meloncello che li unisce e da cui parte la salita. Perché proprio 666 archi? C’è chi sostiene che 666 sia il numero del demonio e che il lungo porticato rappresenti il serpente, che tortuoso si arrotola ai piedi della Madonna, schiacciato e sconfitto. Non tutti ricordano che un tempo si poteva salire fino al santuario in funivia. La funivia di San Luca fu inaugurata il 14 maggio 1931 in occasione dell'Esposizione del Littoriale (il nome che avevano dato allo stadio oggi Dall’Ara) la funivia per San Luca può ben dirsi quindi figlia del Ventennio. Realizzata con tecniche definite all'epoca decisamente innovative, fu collaudata nel 1930 e aperta al pubblico il 21 aprile del '31 sotto la direzione dell'ingegner Ferruccio Gasparri. La gestione venne affidata alla SACEF (Società Anonima Costruzioni ed Esercizio Funivie) che ne aveva ottenuta la concessione nel '28. Aveva due cabine che portavano 18 passeggeri ognuna: mentre una saliva l'altra scendeva, cosicché ce n'era sempre una pronta a partire in tutte e due le stazioni distanti tra loro 1372 metri. Un unico pilone alto 25 metri sosteneva le campate dei cavi il più grosso dei quali (quello di sostegno) aveva un diametro di 46 millimetri. Nel corso degli anni successivi al 1960 problemi di costi di gestione e manutenzione portarono alla chiusura dell’impianto senza che nessun ente pubblico muovesse un dito per salvarlo. Dopo vari tentativi effettuati da parte del direttore degli impianti, si arrivò all'epilogo. "Da domani ferma la funivia per San Luca", titolò il Resto del Carlino del 7 novembre 1976. I bolognesi si allarmarono e protestarono, ma ormai era troppo tardi. Quelle poche righe sul Carlino furono l'insolito epitaffio per la nostra funivia, di cui restano oggi solamente alcune malinconiche cartoline illustrate, un pilone desolato ancora in piedi a mezza costa e forse un po' di nostalgia per chi come me ricorda di esserci salito e di aver goduto del panorama mentre si “volava” sospesi nel vuoto.
In giro per l’Italia: Agnone
Fotografie di Flaviano Testa
Agnone è un paese fantastico situato nell’alto Molise. La tradizione vuole che questa ridente cittadina sia sorta sulle rovine della città sannitica Aquilonia, distrutta dai Romani durante la conquista del Sannio: nella zona sono stati recuperati diversi reperti archeologici, come la stele funeraria di Vibia Bonitas, attualmente conservata al Teatro Italo Argentino, nel centro storico della città. Lo sguardo attento ed esperto di Flaviano Testa ci porta alla scoperta di alcuni particolari di momumenti e scorci che catturati con la macchina fotografica. Nel solo centro abitato si trovano tredici chiese, a testimonianza della forte influenza che esercitava nei secoli addietro il Vaticano in questo lembo dell'Alto Molise. Tra le chiese medioevali più belle certamente va compresa la chiesa di sant’Emidio di cui vediamo nelle fotografie due particolari del meraviglioso portale, prodotto artistico degli abili scalpellini agnonesi. Non meno interessante è l'architettura civile del paese: il centro storico è di chiaro stampo veneziano, infatt, avventurandosi lungo le stradine del borgo antico, ci si imbatte di frequente nelle caratteristiche botteghe veneziane e in piccole statue di pietra raffiguranti, per l'appunto, leoni veneziani. Interessante è la piazza principale del centro storico, piazza Plebiscito, anticamente detta piazza del Tomolo, nella quale confluiscono sette strade che partono da altrettante zone del borgo antico e che ospita una caratteristica fontana marmorea risalente al 1881 (anno della costruzione del primo acquedotto urbano agnonese). Nell’ultima foto Flaviano ci presenta Le campane di Agnone: un binomio inscindibile almeno come quello che vede indissolubilmente legata la vita, lo sviluppo e l’economia di Agnone e la Pontificia Fonderia Marinelli, vera e propria istituzione tra le tradizioni artigianali molisane: da oltre mille anni, infatti, i campanari di Agnone tramandano di generazione in generazione l’arte della fusione delle campane, e questa fonderia modello, celebre in tutto il mondo, si avvia ormai per il quarto secolo di storia. (Franca Poli)
Studentello di Via San Nicolao!
O dolce Lucca, quanti bei tramonti,
albe piovose e fredde ho ritrovato
lungo le Chiese, gli angoli, il selciato
ascoltando, rapìto, i tuoi racconti!
Quella dolcezza ha sempre accompagnato
i sogni che portavo giù dai monti
e se ora facessi due confronti
lo cambiere il presente col passato!
E che bimbe a passeggio sulle Mura!
Quanti sorrisi, quanti ricci al vento
e quanti baci dati con paura
che qualcuno spiasse quell'evento!
Un tenero rimpianto mi cattura
per questo sogno che si fa sgomento!
In giro per l'Italia: Frosolone
Flaviano Testa, nel raccogliere l’invito fatto per raccontare delle nostre città e delle tradizioni che arricchiscono i paesi italiani, mi ha inviato delle fotografie da lui scattate personalmente per accompagnarci in una visita guidata per le vie di Frosolone, nel Molise. Frosolone è un piccolo centro, dal fascino singolare, che si stende mollemente ai piedi di una montagna suggestiva nella verde provincia di Isernia. E’ un antico borgo di memorie storiche e antichissime tradizioni, che offre al visitatore e al turista del nostro tempo la sensazione di rivivere, insieme ai luoghi e alla gente del paese, suggestioni non molto diverse da quelle che dovevano provare gli antichi fondatori del paesino. Flaviano, che ama la sua terra e conosce i segreti della fotografia, ha saputo cogliere gli angoli nascosti dei vicoli e, con occhio attento, è andato oltre le mura dei palazzi antichi, offrendoci così l’espressione laboriosa degli artigiani dei coltelli all’opera per le strade. E’, infatti, la forgiatura delle lame un’usanza antica che ancora viene praticata a Frosolone da maestri artigiani. (Franca Poli)
fotografie di FLAVIANO TESTA
In giro per l'Italia: Bari vecchia
Giacinto Reale è un amico, un uomo colto e sensibile. La sua cultura si evince dai suoi articoli, la sua sensibilità la dimostra avendo raccolto il mio appello per parlare della sua città. Dalle sue parole traspare amore peri vicoli, per i muri, per le usanze, le tradizioni e la cucina di un luogo che ha lasciato oramai da tanti anni, ma che porta ancora nel cuore. Nel suo accompagnarci a spasso per Bari Vecchia, ha saputo cogliere odori e colori come solo il cuore “innamorato” di chi vi è nato e cresciuto avrebbe saputo fare. E’ un piacere avvicinarsi a luoghi sconosciuti quando tanta familiarità ci viene trasmessa dal nostro accompagnatore. Aspettiamo dunque il prossimo tour che l’amico Giacinto ci ha già promesso.(Franca Poli)
BARI VECCHIA
Fino a qualche (un bel po’, in verità) anno fa, avventurarsi per il dedalo di viuzze di “Bari vecchia” poteva essere un’avventura, per il rischio di perdersi tra stradine che giravano in tondo, e per la possibilità di essere oggetto delle attenzioni di qualche malandrino interessato alla borsa della vostra compagna o a un orologio da polso molto “appetitoso”. Ora la situazione è migliorata: sono bastati una bella imbiancatura generale alle mura, una discreta opera di dissuasione su qualche irriducibile malavitoso, un po’ di incentivi a bar, ristoranti, pub e locali che volessero lì iniziare l’attività. Il quartiere è così rinato a nuovo splendore (e i prezzi dei pochi appartamenti disponibili sono saliti di conseguenza) e “locali” e turisti si avventurano tra strade strette e tortuose per impedire al vento di mare di flagellare i passanti, case addossate le une alle altre per tenere al caldo la gente, archi che riparano dalle intemperie e ospitano edicole votive oggetto di culti secolari. Passeggiando, si è accompagnati dal chiacchierio delle donne che, davanti alla porta di casa, pelano patate, lavano pentole, preparano orecchiette che poi stenderanno al sole ad asciugare… Sedie e panchetti non mancano, e, se è estate e vi prende il coccolone, nessuno vi rifiuterà una sosta e un bicchiere d’acqua. Acqua che arriva fresca e buonissima dal “basso”, caratteristica casa a pianoterra, difesa da una porta che si sbarra solo a sera, quando “rientra” pure l’immaginetta di San Nicola (o anche il laicissimo ferro di cavallo) che vi è appesa e alla quale è affidata la protezione contro invidia e malocchio. A difendere l’intimità familiare, quando è necessario (nelle ore dedicate al riposino post prandium, per esempio) basta una porticina a vetri opachi o coperta da una tendina, sicuro riparo anche contro il maltempo, talora sovrastata da un balconcino con balaustre panciute, quasi barocche. Le inferriate di tali balconcini sono prudenzialmente spesso coperte da panni e da cartoni, che danno loro un’immagine vagamente spagnoleggiante, ma hanno lo scopo di impedire che qualche sguardo malizioso possa dalla strada indovinare le nascoste virtù delle bellezze meridionali che vi si affacciano. Dicevo delle immaginette “antimalocchio”… Ricordo di aver letto che, su una porta di via della Quercia, la stessa funzione è affidata ad una grezza testa di pietra coronata da un turbante che la fa sembrare, appunto, una ”cape du turchie” (“testa di turco”). L’immaginario popolare allude ad un turco malandrino che, chissà come e chissà perché, qui ebbe la testa mozzata dai fedeli cristiani, forse perché intenzionato a violare la sacra intimità domestica. Si è fatta quasi ora di pranzo, ed entro in uno di quei caratteristici locali di cui vi dicevo: orecchiette con le rape, braciola di cavallo e un buon vino locale mi accompagneranno ad un riposino indispensabile…prossimamente, però penso di tornarci, c’è ancora tanto da vedere e …da scrivere. (Giacinto Reale)
Indonesia:l'arcipelago della diversità e della bellezza
Bali, Lombok, Java, Jakarta, Sumatra… c’è ancora tutto un mondo da scoprire.
L’Indonesia, con le sue 14.000 isole allineate a semicerchio lungo l’immaginaria linea di confine che virtualmente separa l’Oceano Pacifico dall’Indiano, è un mosaico di popoli e culture in cui ogni isola è diversa dalle altre e, tuttavia, ciascuna di esse si riconosce nelle radici di una comune origine geologica che a tutte ha donato, con eguale generosità, una natura insospettatamente fertile e al tempo stesso selvaggia, che ovunque si sposa con una cultura antica, profondamente radicata nei culti magici e nelle tradizioni popolari, sopravvissuti miracolosamente intatti alle aggressioni del turismo internazionale.
Uno spensierato turismo balnearvacanziero, al quale l’Indonesia deve la sua straordinaria crescita economica e lo sviluppo di una mentalità imprenditoriale che hanno portato gli operatori turistici delle “località minori”, stanche di vivere all’ombra del mito balinese, a rivendicare, forse con un pizzico d’ingratitudine, una maggiore attenzione da parte delle autorità governative.
E’ vero, l’Indonesia non è solo Bali. E tuttavia, proprio al richiamo esercitato dall’indiscutibile fascino di Bali, l’isola degli dei, l’Indonesia deve molto. I flussi turistici e valutari diretti verso quest’isola “regina”, oltre a consentirle di giocare il ruolo di prima donna nelle programmazioni sull’arcipelago e di dotarsi di uno standard alberghiero di tutto rispetto, hanno altresì trainato lo sviluppo economico di un Paese altrimenti dedito ad un’agricoltura abituata a venerare la montagna come la vera divinità dispensatrice di una ricchezza faticosamente conquistata con un sapiente lavoro di terrazzamenti coltivati a riso (in Indonesia, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, la pesca è poco praticata se non per la ricerca del corallo, utilizzato a scopo ornamentale dal ricco artigianato locale).
Indiscutibilmente bella tra le belle, il primato di Bali è oggi insidiato dall’iniziativa degli operatori delle isole minori, consapevoli che vulcani, foreste, mare limpido, spiagge invitanti, antichi templi e, soprattutto, tradizioni e folklore locale sono “atout” comuni anche ad altre splendide destinazioni dell’arcipelago, colpevoli solo di essere rimaste ai margini delle iniziative promozionali che hanno portato l’inarrivabile sorella alla ribalta dei circuiti consigliati al turismo internazionale.
L’Indonesia è una Repubblica attualmente suddivisa in ventisei province, a loro volta ripartite in distretti (kabupaten) che fanno capo ad un ufficio governativo. La popolazione, che dopo aver subito la dominazione olandese, negli anni sessanta, ha finalmente ottenuto l’indipendenza, è un miscuglio di razze in cui convivono armonicamente influenze cinesi, indù e polinesiane.
LOCALITA’ TURISTICHE:
Il fascino di Bali è indiscutibile ed unico. Basta visitarla per comprenderne le ragioni: la sua tradizione induista, in un Paese altrimenti di stretta osservanza musulmana, ha eretto nel corso dei secoli più di mille templi ed accompagna, scandendone i lenti ritmi quotidiani dalla nascita sino alla morte, i riti millenari di un popolo la cui straordinaria vena artistica trova libero sfogo in danze, musiche e creazioni artigianali ispirate dalla sorprendente bellezza dei paesaggi balinesi.
L’ospite (Tamu, in lingua balinese) è sempre il benvenuto in un’isola che la sua gente considera proprietà degli dei, e resterà rapito dalle spiagge protese verso un mare ancora incontaminato, avamposti di un mondo che, nel suo interno, nasconde fresche colline vulcaniche ed insospettati tappeti di risaie dal verde accecante.
Partendo da Denpasar, centro amministrativo e commerciale dell’isola, si possono effettuare alcune interessanti estensioni. A Besakih, nell’interno, sorge il più antico santuario di Bali: un complesso templare situato a circa 1.000 metri di altezza, lungo le pendici del vulcano Gunung Agung.
Ai piedi del vulcano Batur, uno dei tanti rilievi vulcanici che movimentano i paesaggi indonesiani, si trovano l’omonimo tempio ed il villaggio Kintamani, entrambi distrutti e ricostruiti in seguito all’eruzione del 1926.
Altre escursioni da non perdere fanno tappa a Tampakiring, dove sorge il tempio di Gunung Kawi (risalente all’XI secolo), a Bedugul dove, su un promontorio che si affaccia sul lago Bratan, si può ammirare il tempio di Ulu Danu (dedicato a Dewi Danu, la dea delle acque) ed a Mengwi, ex capitale dell’isola, con il tempio di Pura Taman Ayun.
Con pochi minuti di volo da Bali, alla cui vicinanza deve parte della sua notorietà e da cui ha mutuato tradizioni religiose e stili architettonici, si raggiunge Lombok, che in lingua locale significa sincero.
Agli amanti del “diving” Lombok offre la possibilità di indimenticabili immersioni tra barriere coralline di rara bellezza, popolate da flora e fauna tropicali uniche al mondo. Questi sono gli ingredienti con cui quest’isola propone una vacanza balneare che gli amanti del “diving” non dimenticheranno e che tuttavia non esclude la possibilità di immersioni, questa volta a carattere culturale.
A Lombok, l’influenza di Bali è presente un po’ ovunque: dal Palazzo Taman Mayra, sede della corte reale del precedente regno balinese, con l’adiacente tempio di Pura Meru, al vecchio Palazzo d’Estate di Narmada, residenza estiva del re, circondato da splendidi giardini e da fontane con suggestivi giochi d’acqua.
Infine, la zona sud-orientale di Lombok, con i cui villaggi, permette di entrare in contatto con l’antica tribù dei Sasak, le cui donne, avvolte nei loro neri costumi tradizionali, sono depositarie di ancestrali tecniche di lavorazione di tessuti e terracotta.
Java è l’isola più popolata dell’arcipelago e la quinta per estensione. Il tour dell’isola non può che partire da Jakarta, la capitale dell’Indonesia. Affacciata sul Mare di Giava, Jakarta è una metropoli moderna che, oltre ad offrire ottime opportunità di shopping, conserva numerosi spunti d’interesse storico-culturale tra cui la Chiesa portoghese, che risale al 1693, lo Stadthuis, eretto nel 1627 per ospitare la sede della Compagnia delle Indie Orientali, e il Museo Centrale, voluto dagli olandesi nel 1778, in cui è possibile ammirare alcune delle più belle vestigia della cultura indugiavanese.
Per chi ama la vita notturna, la città offre una vasta scelta di locali notturni e di ristoranti tipici. L’itinerario giavanese può quindi proseguire con una sosta alla meno caotica, deliziosa Yogyakarta.
L’antica capitale del sultanato, distesa nelle fertili pianure del centro-sud dell’isola, oltre alla possibilità di visitare il Palazzo del Sultano e di ammirare le tecniche di realizzazione dei famosi batik e di altri oggetti tipici dell’artigianato locale, la città offre l’opportunità di effettuare un’escursione al vicino tempio di Borobudur, il più grande complesso buddista del Sud-Est asiatico, ed a Prambanan, dove si trova il più esteso gruppo di tempi induisti dell’isola, composto di oltre 240 edifici, tutti risalenti al IX secolo.
Infine, vale la pena approfittare di un viaggio in Indonesia per ammirare le foreste di sandalo di Sumba, i vulcani di Timor, i villaggi di Sumatra, con le sue case a forma di barca abitate dai Batak, uno dei popoli più antichi dell’arcipelago, e l’isola di Komodo, dove sopravvivono alcune colonie di varani, discendenti diretti dei dinosauri ed attualmente classificati tra le specie animali più antiche del mondo.
Per concludere, una sosta a Celèbes (Sulawesi). Partendo da Ujung Pandang, nella zona meridionale dell’isola, ci si può spingere fino a Tanah Toraya, la regione dei Toraya, alla scoperta di una popolazione vissuta, sino a tempi non remoti, in un isolamento che le ha permesso di conservare intatte le sue antiche tradizioni tribali, le sue interessanti tecniche edilizie ed i suoi antichi usi funerari.
In ricordo delle migrazioni per mare che dalla Malesia li spinsero sino a Celèbes, i Toraya vivono tuttora in curiose e tipiche case fatte a forma di barca.
Liliana Comandè
IN GIRO PER BOLOGNA: IL PALAZZO, LA PROFEZIA E IL PAPA
La maggior parte delle case antiche di Bologna aveva il portico con le colonne in legno. Col tempo le colonne vennero rivestite con mattoni o sostituite integralmente da strutture in cotto. In un gran numero di documenti della fine del XVII secolo e degli inizi del XVIII risulta come, in occasione di richieste di ristrutturazioni, i proprietari di edifici venissero invitati a sostituire le colonne in legno con elementi in pietra (arenaria o, appunto, cotto). Era in passato prassi consolidata quella di interporre tra la base della colonna in legno e la superficie del suolo un blocco di selenite, pietra che, per la bassissima porosità, proteggeva così il legno dalla risalita capillare dell’acqua piovana. Aggirandosi tra le vecchie case della città troviamo un palazzo, situato in via del Monte n. 8, che venne costruito tra gli inizi e la metà del XVI secolo su disegno di Jacopo Barozzi, detto il Vignola, per volere della ricca famiglia Boncompagni. Un palazzo che ha all’interno affreschi di pregio, colonne e capitelli in arenaria attribuiti ad Andrea Marchesi da Formigine, e che aveva nel portale l’elemento più importante e prezioso. Alcune foto di Alinari (primi anni del ‘900) mostrano le colonne, i capitelli e le decorazioni della casa ancora in un buono stato di conservazione. Nel 1960 il portale era ancora integro, mentre oggi, a causa degli inquinanti atmosferici, è molto deteriorato. C’è un’antica profezia, una delle tante che hanno scandito la vita dei cittadini bolognesi, che riguarda questo palazzo. Pare che un veggente avesse previsto, in tempi non sospetti, che quella casa sarebbe divenuta la dimora di un Papa. La profezia si avverò e questa costruzione, oggi nota come palazzo Benelli, infatti deve la sua importanza maggiormente al fatto che fu residenza di un Papa bolognese. Dentro quelle mura, nel 1502, ebbe i natali Ugo Boncompagni, figlio di un commerciante benestante. Ugo crebbe tra discreti agi, si laureò in legge, esercitò l’attività di docente, condusse una vita abbastanza spregiudicata ed ebbe anche un figlio senza contrarre matrimonio, che chiamò Giacomo. All’età di 36 anni, improvvisamente, si convertì. C’è chi è disposto a giurare che fu una scelta cinica, perché proprio allora il Senato cittadino gli aveva rifiutato un aumento di onorario come docente. Comunque, vocazione o no, Ugo intraprese la carriera ecclesiastica e divenne prete all’età di 40 anni e dopo trent’anni era addirittura salito al soglio pontificio col nome di Gregorio XIII. E la profezia sulla sua casa natale si era avverata. Ancora oggi questo Papa è ricordato come uno dei più importanti della storia moderna. Fu un energico promotore della Controriforma, in opposizione alla Riforma Protestante e fece istituire il calendario gregoriano, ancora universalmente in uso, che sostituì quello giuliano. Fu proprio in seguito alla sua nomina che venne affisso sull’architrave del portale di palazzo Boncompagni lo stemma papale a tutto tondo con l’arme della casata. Papa Gregorio, all’avanguardia su molte cose, fu mecenate degli esponenti più “illuminati” della comunità scientifica della sua epoca e aiutò il filosofo matematico Girolamo Cardano ad ottenere una cattedra all’Università di Bologna. Sotto il suo pontificato ci fu grande impulso allo sviluppo della scienza e delle arti, che favorì apertamente, sostenendo le idee e il lavoro di molti uomini di cultura. Contemporaneamente, come tutti i Papi era interessato al consolidamento del potere temporale della Chiesa e si fece promotore anche del movimento che, dopo il massacro di San Bartolomeo, nel 1572, dilagò per tutta la Francia portando all’uccisone per mano dei cattolici, di oltre trentamila persone, indiscriminatamente fra uomini e donne, di fede calvinista. Un vero olocausto, definito dagli storici, con buona pace di molti che hanno solo memorie recenti ,“il peggiore dei massacri religiosi del secolo” ( H.G. Koenigsberger- G.L. Mosse – C.Q. Bowler ). Una volta divenuto Papa Gregorio XIII, fece anche un’altra cosa per cui viene ancor ricordato, legittimò il figlio Giacomo e lo nominò comandante delle Guardie pontificie a Bologna. Si racconta che il cardinale Borromeo, che lo aveva caldamente sostenuto durante il Conclave, non fu d’accordo con lui in questa “circostanza” così lontana dai parametri religiosi e gli rinfacciò che se lo avesse saputo non avrebbe caldeggiato la sua nomina. Per niente intimidito, pare che Gregorio rispondesse: “Non ve ne fate cruccio, lo Spirito Santo lo sapeva benissimo eppure ha permesso la mia elezione!”
Brasile: paese dalle tante bellezze
Natura, chiese e magia sono il mix affascinante di una nazione conosciuta soprattutto per l’allegria della sua gente.
Forse non esiste al mondo un altro paese ricco di contrasti e vario come il Brasile.
Un paese immenso, esteso per 8 milioni e mezzo di Kmq., 27 volte l’Italia, modernissimo per certi aspetti, come si può notare vedendo i grattacieli di San Paolo o la capitale Brasilia, gioiello di urbanistica ed architettura, “nata” il 21 aprile 1960 sul Planalto a 1100 metri d’altezza, laddove c’era una distesa di terra rossa punteggiata di radi alberi, oppure ricco di sapore coloniale, con chiese e palazzi in stile barocco lusitano, come si può vedere in città come Salvador de Bahia, Recife, Olinda e Ouro Preto.
O ancora, luoghi dove la commistione tra una natura selvaggia e i monumenti della civiltà trapiantata dall’Europa sorprende il visitatore, come a Manaus, nel cuore dell’Amazzonia.
Vetrina e quintessenza di questo mondo composito è Rio de Janeiro, porta del Brasile, per chi giunge in aereo e dall’altro può ammirarne l’ampia e sinuosa baia sovrastata dal Pao de Azucar, il Pan di Zucchero; approdo naturale, come fu anche per i navigatori portoghesi che qui giunsero cinque secoli fa.
Rio è famosa per il carnevale. Ma il suo spirito festoso aleggia tutto l’anno in luoghi celeberrimi come Copacabana, dove grandi alberghi e lussuose residenze si affacciano su una spiaggia perennemente affollata di bellezze femminili dalla pelle con differenti gradazioni di colore o di ragazzi che giocano al pallone sperando di emulare il “mitico Pelè.
Altra stupenda spiaggia è Ipanema. Ci si può fermare sorseggiando, in uno dei tanti bar, una “caipirinha”, tipica bevanda brasiliana a base di limonino e distillato alcolico di canna da zucchero, o gustando una “feijoada”, una fagiolata tutta speciale.
Si può salire al Corcovado per rendere omaggio alla gigantesca statua del Cristo Redentore e godere dall’alto la magnifica vista della città oppure sul Pan di Zucchero, all’ora del tramonto, per ammirare il suggestivo spettacolo della baia tutta illuminata dalle luci degli yacht e delle barche ormeggiate.
Merita una visita il Giardino Botanico, che ospita innumerevoli piante esotiche.
All’interno, in una foresta subtropicale al confine con l’Argentina e Paraguay, raggiungiamo le cascate di Iguazu, immensa massa d’acqua che precipita in uno strapiombo largo tre chilometri, sollevando nuvole di spruzzi. Qui, la natura, si esibisce in una delle rappresentazioni più belle del mondo.
Per molti, invece, il vero cuore del Brasile è costituito dal Nordeste, dove l’incanto della natura, il clima perennemente estivo, la presenza di città ex coloniali dal fascino ineguagliabile, la mescolanza delle razze, bianchi discendenti dei primi conquistatori, neri discendenti dagli schiavi africani, indios autoctoni, hanno creato un sorprendente cocktail di culture e di folclore, al di là degli inevitabili problemi sociali.
Il Brasile vanta ottomila chilometri di coste, dove si ritrova, appena fuori dalle città, un susseguirsi di spiagge, dune e scogliere contro cui si infrangono fragorose onde oceaniche; oppure la furia del mare si stempera dolcemente laddove promontori e scogliere, formando tranquilli bacini, fanno meglio assaporare l’aspetto selvaggio dei luoghi.
Da Ilheus, capitale mondiale del cacao, a Salvador de Bahia e, spostandoci ancora più su , verso Aracaju, Recife, Olinda, Natal, Fortaleza e avanti fino a Belem, abbiamo infinite spiagge, dove si incontrano piccoli villaggi di pescatori e alcuni villaggi turistici, spesso esclusivi, che appena scalfiscono la stupenda solitudine dei luoghi.
Visitiamo le città. Recife, con le belle chiese del centro storico, o la vicinaOlinda, rimasta intatta, sulla collina tra gli alberi, con antichi palazzi, conventi e una dominante cattedrale. O, ancora, la celebrata Bahia, con le spiagge, i forti portoghesi sul mare, il colorito Mercato Modelo, e l’affascinante parte alta, raggiungibile con un ascensore blu in “art decò”, che si raccoglie attorno alla piazza del Pelourinho, quartiere totalmente restaurato. Bahia è la patria del “candomblè”, miscuglio di magia e sincretismo religioso, per cui si venerano gli “orixas”, divinità di origine africana, accanto a santi cattolici, e i riti si stemperano in pratiche di magia, ma anche in feste e balli, come il samba.
Bahia è la più grande città sulla costa nord-orientale del Brasile e prima capitale coloniale. La città è una delle più antiche del paese e ill suo centro storico, chiamato Pelourinho, è noto per la suaarchitettura coloniale e per i monumenti storici. Dal 1985 l’Unesco l’ha dichiaratoPatrimonio dell’Umanità. Oggi è ricco di locali e di ristoranti dove si può mangiare, cantare e ballare all’insegna della più sfrenata e contagiosa allegria.
E ancora, Natal, con il grandioso forte dos Reis Magos e le infinite dune di sabbia dorata dove si possono effettuare escursioni a bordo di piccole jeep. E Fortaleza,con un fronte di moderni grattacieli lungo la spiaggia. Infine Belem, alla foce del Rio delle Amazzoni, porta verso l’immensa foresta amazzonica, dedalo di fitta vegetazione, fiumi e paludi, dove vivono tribù indigene isolate ed una fauna svariata: giaguari, tapiri, armadilli, rettili, aironi, pappagalli e scimmie. Nelle acque, caimani, delfini e tantissimi pesci, tra cui i piranha. La maggiore attrazione è costituita dal Pantanal, ai confini con la Bolivia, zona palustre estesa per 100 mila kmq, dove convivono 600 specie di uccelli.
Liliana Comandè
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Spunti di viaggio. Reportage Brasile, paese dalle tante bellezze | Travelling Interline
Di Liliana Comandè. Natura, chiese e magia sono il mix affascinante di una nazione conosciuta soprattutto per l'allegria della sua gente. Forse non esiste al mondo un altro paese ricco di contrasti
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