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luoghi da conoscere

Tunisia: i tanti volti del presente, del passato, le meraviglie del deserto e delle oasi.

16 Dicembre 2013 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Tunisia: i tanti volti del presente, del passato, le meraviglie del deserto e delle oasi.

Paese dalla spiccata vocazione balneare, permette di compiere escursioni ai margini del deserto o l’opportunità di avere una lettura più articolata della realtà ambientale, della vicenda storica e artistico-culturale che vi si è sviluppata nell’arco di almeno tremila anni.

L’Airbus 320 della Tunis Air si fa spazio agevolmente fra le fitte nuvole che coprono il cielo di Roma e di Fiumicino. E’ bello vedere il sole dopo aver attraversato lo strato di nubi che lo coprivano ai miei occhi. Parto nuovamente, ma questa volta il volo sarà breve. Non avrò neppure il tempo di allacciarmi le cinture che dopo meno di un’ora sarò già a destinazione. La mia meta di arrivo è Tunisi, tanto vicina a Roma da avere lo stesso tempo di volo che separa Roma a Milano. Ancora un viaggio stampa, ma questa volta non andrò a visitare un paese sconosciuto. Torno ancora una volta in Tunisia, un paese che conosco bene e che ha il potere di affascinarmi sempre. L’esotico a due passi da casa, si è sempre detto così ogni qualvolta si parlava del paese del nord Africa. Ed è proprio vero, Tunisi, infatti, dista soltanto 50 minuti di volo dalla capitale italiana e l’esotico è visibile ovunque. Dalla città di Tunisi alle rinomate zone costiere; dal magnifico deserto dalla sabbia color oro e dalle dune che il vento trasforma ogni volta che soffia, alle oasi, meravigliose macchie ricche di verde e di vita, che appaiono all’improvviso come miraggi in mezzo al nulla.
Torno volentieri in questo paese coraggioso che ha dato il via alla cosiddetta “primavera araba”, e che ha cambiato il vecchio regime con un altro eletto democraticamente.

Ecco, sarà interessante osservare la “nuova Tunisia” con gli occhi da turista e notare se, in questo frattempo, ci sono stati dei cambiamenti.
Il bel paese, proprio per la vicinanza con l’Italia, è sempre stato una delle mete predilette dei turisti italiani, ma non solo per questo.

In Tunisia sono in molti a parlare italiano, e non soltanto gli addetti al turismo, ma anche i normali cittadini o negozianti hanno amato parlare la nostra lingua, e così, ai nostri connazionali è sempre sembrato di trovarsi “a casa propria”.

Infine, il rapporto qualità-prezzo è sempre stato ottimo e le strutture alberghiere sempre di un livello elevato, a parità di categoria, rispetto a tante altre destinazioni.

E proprio il grande sviluppo alberghiero, avvenuto negli ultimi anni, era la dimostrazione di quanto la Tunisia fosse apprezzata, non solo dai nostri connazionali, ma anche dagli stranieri che, anche in inverno, venivano – e continuano a venire – per trascorrere le vacanze, grazie al clima mite, agli alberghi dotati di centri benessere, beauty farm e thalassoterapia.

Ma oltre a tutto ciò, anche in inverno si possono ammirare le bellezze naturalistiche, artistiche, storiche e monumentali di tutta la regione.
L’immagine più accreditata della Tunisia corrisponde spesso, agli occhi del turista italiano, a quella di Paese dalla spiccata vocazione balneare, con spiagge contornate di palme e di moderne strutture ricettive.

Più raramente è anche il paese dove è possibile compiere escursioni ai margini del deserto o avere l’opportunità di avere una lettura più articolata sia della realtà ambientale della Tunisia, sia della vicenda storica e artistico-culturale che vi si è sviluppata nell’arco di almeno tremila anni.
Il succedersi di tante dominazioni ha determinato non una semplice sovrapposizione rispetto alle civiltà preesistenti, ma l’assimilazione e la rivisitazione delle diverse espressioni artistiche e culturali: come accadde per Roma nei confronti di Cartagine e per la civiltà cristiana, che s’innestò sulla precedente tradizione imperiale cercando autonomia creativa ad esempio nell’arte del mosaico.
Un altro evidente e significativo fenomeno di sedimentazione è rappresentato dall’elemento berbero, precedente all’arabizzazione della regione, che esprime la matrice comune delle più interessanti manifestazioni della cultura tradizionale tunisina.
Ogni viaggio, offrendo conoscenze nuove, di arte e natura, di storia e ambiente, rappresenta un’incomparabile occasione di arricchimento personale. Un viaggio in Tunisia può essere anche la scoperta dei caratteri socioculturali di un popolo che negli ultimi cinquant’anni ha vissuto profonde trasformazioni, sospeso fra la riproposizione dei modelli propri dell’Islam e le spinte ad una incongruente modernizzazione di stampo occidentale.
La Tunisia consente di vivere un’esperienza intensa che porta a scoprire le sue bellezze.

Anche in pochi giorni si può passare da spiagge di sabbia finissima contornate da vegetazione tipicamente mediterranea a distese desertiche di rara bellezza e dall’aria misteriosamente magica, attraversando aride regioni semi-desertiche ravvivate sporadicamente da verdi palmeti.
Le importanti testimonianze artistiche e culturali delle città visitate e le affascinanti immagini, i colori, le sensazioni provate ammirando anche il nulla così straordinariamente pregnante delle regioni desertiche hanno il potere di riempire gli occhi e il cuore e stentano ad affievolirsi al ricordo.
La luce è molto più intensa e ogni cosa riverbera in maniera insolita per il nostro sguardo impigrito dai grigiori monocromatici delle città.

I nostri occhi sembrano liberarsi improvvisamente dalle cortine di smog che abitualmente li offuscano e correre finalmente verso orizzonti sconfinati.

La mente spazia, il cuore si allarga a comprendere il tutto e l’anima si ritempra in un tripudio di emozioni che coinvolge tutti i nostri sensi, avvicinandoci sempre più ad una dimensione spirituale.
E’ una sensazione di estrema calma e pace con sé stessi quella che si prova trovandosi nel deserto ed immergendosi in una magica atmosfera che finalmente appaga il nostro spirito quasi sempre inquieto.

Ma vediamo di conoscere un po’ più da vicino la meta del nostro viaggio.

Spesso un attento esame delle caratteristiche geografiche di un territorio può fornire la chiave per comprendere le vicissitudini storiche di cui è stato teatro e il susseguirsi delle diverse civiltà e culture che lo hanno caratterizzato nel tempo.

Non fa eccezione la Tunisia che, pur essendo parte integrante del Nord-Africa, si protende con le sue coste verso l’Europa, dalla quale la separa un braccio di mare che nel tratto Capo Bon-Marsala non raggiunge i 140 km.

Per la sua posizione la Tunisia può quindi essere considerata il più europeo degli stati africani, anche se la metà meridionale del Paese si estende in territorio sahariano.

Se da un lato la particolare posizione ha reso quest’area una tappa obbligata per le popolazioni interessate a spingersi nel bacino occidentale del Mediterraneo, provocandone il coinvolgimento nelle lotte per la supremazia nella navigazione e nei commerci del mondo antico, dall’altro le caratteristiche orografiche hanno determinato una certa vulnerabilità del Paese ad Oriente, direzione dalla quale provennero prima gli Arabi e poi i Turchi Ottomani.

Secondo quanto riportato da Virgilio nell’Eneide Cartagine fu fondata nell’814 a.C. da Didone, sorella di Pigmalione, che tentava di sottrarsi alla tirannia del fratello. I Fenici del Libano, diventati qui i Punici, inventori di una delle più antiche scritture alfabetiche, diedero vita ad un’economia basata su fini commerciali.

Le prime presenze dei Romani sono datate al 264 a.C.; Cartagine è sempre stata strutturalmente molto legata alla storia dell’Urbe, del resto la Sicilia è in posizione strategica e gli antichi toponimi presenti sulla costa tunisina rappresentano le tracce nettissime della colonizzazione romana in quest’area.

Profondamente romanizzato e cristianizzato, il territorio tunisino ha costituito la porta di ingresso e la terra di passaggio ideale per conquistatori e invasori fino alla sua completa arabizzazione, rimanendo comunque, anche dopo la recente occupazione coloniale europea, una delle strade preferenziali non solo verso l’Africa ma anche verso lo stesso Oriente.

L’arabizzazione della Tunisia, che già i Romani indicavano con il nome di Africa e gli Arabi con quello di Ifriqiya, ebbe inizio con la seconda metà del VII secolo; sviluppatasi con ritmi piuttosto lenti, influenzò la nuova civiltà e la nuova lingua, che risentirono se non in minima parte della successiva dominazione turca.

Hammamet

La nostra avventura ha inizio dalla penisola del Capo Bon: un territorio molto fertile quasi interamente favorito da microclimi ideali per le coltivazioni.

Nel tratto iniziale, il litorale presenta un susseguirsi di brevi pianure costiere che si alternano a tratti dominati da scoscese falesie; poi, dopo Hammamet, la fascia costiera va gradualmente allargandosi in un’estesa pianura, al cui interno permangono ancora zone incolte o adibite a pascolo.

Lo sviluppo della zona è stato caratterizzato da profonde trasformazioni: un tempo a vocazione essenzialmente agricola (fino al 1930 Nabeul e Hammamet erano i principali centri di produzioni di agrumi di tutto il capo Bon), la penisola è oggi un comprensorio turistico assai attrezzato e frequentato da una clientela internazionale.
Nessuna località della Tunisia interpreta più compiutamente di Hammamet l’immagine turistica del Paese, proponendosi quasi come il simbolo delle vacanze.

Clima dolcissimo (la temperatura in inverno è di 12°, con minime di 3° e massime di 20°), giardini che evocano piantagioni tropicali, numerosi e confortevoli alberghi celati discretamente tra cipressi, aranci e bouganville, oppure allineati lungo bellissime spiagge dalla sabbia fine.

E’ curioso pensare come quella che oggi è diventata la maggiore località turistica della Tunisia, visse pressoché fuori dal tempo fino agli anni ’20 di questo secolo, quando il miliardario rumeno G. Sébastian vi si stabilì facendovi costruire una villa sontuosa, celebrata all’epoca come una delle migliori opere dell’architettura contemporanea.

Così, nel giro di pochi anni, Hammamet si trasformò in un punto di ritrovo per scrittori, pittori ed artisti, tra cui André Gide, Georges Bernanos, Paul Klee, Frank Lloyd Wright.

Dopo la guerra (nel corso della quale la villa e il parco che la circonda furono requisiti e adibiti a quartier generale del maresciallo Rommel), la costruzione dei primi grandi alberghi, ha trasformato Hammamet in una grande stazione balneare.

La città vecchia, con i bastioni e la casbah che la sovrasta dal lato della spiaggia, conserva un aspetto caratteristico e per molti aspetti affascinante, con le stradine tortuose, le bianche case e le piccole corti interne.

Nonostante la posizione settentrionale e un po’ decentrata rispetto al restodella Tunisia, Hammamet costituisce un eccellente punto di partenza per escursioni di uno o più giorni nel resto del Paese.

Sidi Bou-Said

Una piacevole gita da consigliare è senz’altro quella alla scoperta di Sidi Bou-Said, villaggio andaluso di 700 anni fa. Si tratta di un antico insediamento di marabout (gli antichi monaci guerrieri) disposto a dominio del mare sulle pendici del Gebel Manar, sulla cui sommità fu edificato dagli Arabi un ribat, un monastero fortificato a presidio del golfo.

Luogo santo per i Musulmani, il villaggio trae fascino dall’architettura particolare delle sue abitazioni, dalle stradine lastricate, dai giardini appartati e dai patii, dalle case le cui bianche facciate sono impreziosite da stipiti scolpiti, dall’azzurro delle finestre, delle inferriate e delle porte, in un contrasto cromatico che si rinnova nel gioco dei volumi. Bouganville di ogni colore interrompono il bianco e azzurro delle case.

Dall’alto della cittadina si gode di un panorama mozzafiato: il Golfo di Tunisi e il piccolo porto si aprono alla nostra vista come un santuario della bellezza e della calma, che riesce ad infondere.

Il sole si riflette sul mare che sembra senza confini. L’impressione è quella di trovarsi all’alba della vita.

Sembra quasi che il tempo passi nel “dolce far niente”, anche se non è così perché i numerosi negozi, e bancarelle pullulano di turisti che fanno acquisti.

I bar sono il ritrovo preferito per gli incontri, dove gente cordiale ti saluta e ti invita a parlare.
Sidi Bou-Said deve il suo nome all’asceta che al principio del XIII secolo ne fece la base di diffusione del sufismo (nome con il quale viene storicamente definito il misticismo musulmano).
A partire dal XVIII secolo principi, ministri e notabili fecero a loro volta delGebel Manar il luogo prediletto dei loro soggiorni estivi costruendovi palazzi e residenze.

Restaurato secondo un progetto di rivalorizzazione dell’architettura tunisina e rivitalizzato nel tradizionale artigianato locale, in tempi recenti è divenuto un centro molto frequentato da scrittori, artisti, musicisti e poeti.

Tunisi e Cartagine

Trovandosi così vicini a Tunisi e a Cartagine non si potranno certamente tralasciare lo splendido Museo nazionale del Bardo nella capitale, il più importante dei musei archeologici del Maghreb e uno dei più ricchi al mondo per quanto riguarda i mosaici romani, costruito in un’ala di un antico palazzo del Bey e che conserva anche delle antiche statue e oggetti di epoca preistorica, punica e musulmana.

Tunisi è da scoprire come una bella donna perché è una scoperta continua.

Passeggiando nell’elegante e larga Avenue Bourguiba, delimitata da alti alberghi, è interessante osservare i vari stili dei palazzi che la contornano.

Si va dallo stile Liberty allo stile arabo, dall’Art Decò al classico e al moderno.

La strada principale è piena di bei negozi, di caffè, di pasticcerie e di ristoranti, di Chiese e del Teatro Municipale, in tipico stile Art Nouveau.

C’è anche una piazza, una volta Piazza dell’Indipendenza ed oggi dedicata a Mohamed Bouazizi , attivista tunisino, divenuto simbolo delle sommosse popolari in Tunisia, dopo essersi dato fuoco per protestare contro le condizioni economiche del suo paese.

La sua morte ha dato il via a quella che è stata definita la “Primavera Araba”, con la sommossa che ha portato alla fuga il presidente Ben Ali, al potere per 23 anni. In onore di Bouazizi, anche l’aeroporto di Tunisi ha preso il suo nome e in ogni città della Tunisia c’è una piazza che porta il suo nome

Alla fine del lungo viale alberato, ci si immette in quello che è il souk più colorato che si possa immaginare.

Nei vicoli, in entrambi i lati, si trovano piccoli negozi che espongono ogni genere di merce: ceramiche, abbigliamento, spezie, scarpe.

I colori degli oggetti dell’artigianato locale danno un tocco di vivacità e diversità dagli altri souk che si possono trovare nei paesi del nord Africa e del Medio Oriente.

Il souk, molto vasto, circonda la Grande Moschea Ezzitouna, una delle più antiche del Maghreb, le sue cupole sono ricoperte di intarsi di marmo.

A Tunisi c’è da visitare il quartiere della Kasbah, così chiamata perché era l’antica cittadella reale, che oggi non esiste più.

C’è una Moschea almohade, edifici in stile arabizzante e un antico palazzo dei Bey.

Ci sono poi le “Diar”, case antiche, che conservano il fascino speciale delle dimore dallo stile andaluso e italiano, i sobborghi con la caratteristica Piazza Alfaouine e il Museo della Ceramica, situato in una splendida Moschea-mausoleo del XV° secolo, Sidi Qacem El Zelliji. E poi c’è la Moschea di Sidi Mehrez, che ricorda le moschee di Istanbul e le Medersas, antichi collegi musulmani, dotati di eleganti portici e patii.

Non si può mancare di visitare le vestigia dell’antica Carthago, che tanta parte ebbe nelle vicende storiche puniche e romane. Non è rimasto molto della città, purtroppo. Ci sono alcune rovine di case, colonne e statue sopravvissute alla distruzione romana, mentre nel bel Museo sono conservati resti dell’epoca punica, romana e islamica.

Ci sono statue, sarcofagi, manufatti in ceramica, in marmo, mosaici, anfore che conservano ancora i colori originari e i disegni risalenti al 500 a.C., biberon, urne cinerarie, oggetti in vetro soffiato, un frammento in ceramica di epoca romana con scene erotiche e un Tanit, il simbolo di Cartagine, risalente all’800 a.C. con i segni che rappresentano una piramide, il sole e l’orizzonte.

Il Museo è stato costruito sulla collina di Byrsa il cui nome significa “pelle del toro”, e dall’alto è possibile vedere una parte della capitale.

Vicino al Museo di Byrsa si può ammirare un’antica cattedrale francese, dallo stile bizantino-moresco e che oggi è utilizzato come centro culturale.

Fra le rovine è possibile vedere alcuni resti di quelle che erano le Terme di Antonino, le Ville Romane.

Sousse

Costeggiando il mare verso sud si incontrano dapprima la plurimillenaria Sousse e poi Monastir, all’estremità meridionale del golfo di Hammamet, dove l’ampia curva delle spiagge cede il posto a calette scogliose.

La Medina di Sousse spicca con la massa bianca di casette cubiche, isolate e protette da un bastione merlato, sulle quali sembra vegliare la casbah, avvolta in fortificazioni color ocra.

Il dinamismo del moderno abitato che si estende verso il porto, con la zona alberghiera sulla costa e il grande centro di talassoterapia con spiaggia privata, è forse un’eco lontana dell’epoca aghlabide, il periodo di maggior splendore nella storia della Tunisia musulmana, della quale Sousse conserva preziose testimonianze.

La Grande Moschea dell’XI secolo, per le merlature e le massicce torri rotonde sembra somigliare ad una fortezza.

Lo ksar er-Ribat, allestito dai famosi Morabiti, è uno dei più importanti monumenti dell’Islam maghrebino; dall’alto della torre di vedetta si gode di una splendida vista panoramica della città, mentre all’interno la copertura del vestibolo è un autentico prototipo delle volte a crociera ogivali e la sala dipreghiera al piano superiore costituisce la più antica moschea africana tuttora esistente.

All’inizio del IX secolo la costruzione faceva parte di una serie di analoghi edifici costieri cui era affidato il compito di assicurare la difesa dell’Islam contro le incursioni dei Cristiani.

I ribat, erano infatti abitati da una sorta di monaci-guerrieri che dividevano il proprio tempo tra la preghiera e la lotta agli infedeli; impegnati nella guerra santa ma anche guardiani dell’ortodossia, essi propagavano l’Islam ed accoglievano i pellegrini in viaggio verso la Mecca.

Ben presto, tuttavia, la nascita di una potente flotta musulmana e l’erezione di cinte fortificate intorno alle città costiere privarono i ribat della loro funzione militare, favorendo così la tendenza a trasformarsi in centri religiosi.

Vicino a Sousse c’è la bella città di Port El Kantoui, dotata di un porto con 340 posti barca. Le sue abitazioni sono di grande eleganza e in stile arabo-andaluso.

Numerosi ristoranti dove si può mangiare dell’ottimo pesce, alberghi, negozi e luoghi di divertimento, oltre ad un campo da golf, ne fanno una delle località più belle della costa. Il suo nome significa “primo porto-giardino del Mediterraneo”.

Monastir

Le scogliere coralline, le rocce sul mare, i giardini e gli uliveti caratterizzano l’aspetto di questa città, il cui clima particolarmente mite la rende adatta ai soggiorni in qualsiasi periodo dell’anno.

Monastir era il centro economico e politico di tutta la Tunisia e rimane tuttora l’unica zona nel centro del Paese a godere di un aeroporto.

Base d’appoggio nella campagna africana di Giulio Cesare, l’antica Ruspina era difesa da una triplice cinta muraria della quale sono state rinvenute alcune tracce.

La zona assunse nuovamente importanza nell’VIII secolo con la costruzione del ribat: la tradizione secondo la quale chi era di stanza per tre giorni nel ribat di Monastir era certo di andare in Paradiso favorì l’afflusso dei fedeli.

Nell’XI secolo, quando Mahdia sostituì Kairouan nel ruolo di capitale, Monastir divenne la città santa della Tunisia, anche se nei secoli successivi decadde rapidamente, riacquistando importanza solo con i Turchi che, dopo averla contesa agli Spagnoli, ne fecero una loro piazzaforte.

La regione centrale

Per chi arriva dalla circostante regione stepposa, una zona dal clima caldo e molto secco, animata solo da qualche ciuffo di artemisia e dai rami spinosi dei giuggioli, Kairouan appare come un accampamento che spunta improvvisamente in mezzo al deserto, producendo l’effetto di una città del passato.

Ed effettivamente proprio da un accampamento ebbe origine: Uqba ibn Nafi vi fermò la sua carovana (da cui Kairouan) e, dopo aver dato ordine, secondo la leggenda, a serpenti, scorpioni e altri animali ostili di liberare il luogo, vi fondò la città dalla quale sarebbe poi partito alla conquista del Maghreb.

Ancora due secoli fa la regione intorno a Kairouan costituiva un’immensa area a economia quasi esclusivamente pastorale, dove prevaleva una popolazione di beduini nomadi e seminomadi che nei mesi estivi si trasferivano con le proprie greggi di ovini, caprini e dromedari verso il Sahel o i più fertili rilievi del Tell tunisino.

Del campo militare Kairouan conserva ancora oggi l’aspetto, con le alte fortificazioni e le case sorte all’ombra dei santuari.

La città è infatti un luogo santo, che ha nel minareto della Grande Moschea, alto sulla steppa circostante, il punto di riferimento e di adunata dell’Islam maghrebino. Da visitare anche la Medina e monumenti molto belli come la zavia Sidi Saheb. Oggi Kairouan è anche il centro principale dell’artigianato del tappeto.

Il Jerid e le oasi

Attraversando l’importante regione estrattiva del sud-ovest tunisino, in particolare il grande comprensorio minerario di Gafsa e delle zone circostanti, dalle quali proviene oltre il 30 % delle esportazioni del Paese (fosfati e petrolio), si giunge alle oasi del Jerid, il paese delle palme.

Tozeur, Nefta, el-Oudiane ed el-Hamma du Jerid situate lungo la lingua di terra che separa lo chott el-Jerid da quello di el-Gharsa, al limite fra la zona delle steppe e quella più propriamente desertica, sono le oasi di questa regione dal clima tipicamente predesertico (le temperature possono raggiungere punte massime estive oltre i 49° e minime invernali fino a –4°).

Dai palmeti di questa zona provengono i migliori datteri del Paese, appartenenti alla specie universalmente apprezzata deglet en-Nour (dita di luce, per la trasparenza color ambra che acquistano con la maturazione). Le palme da datteri (che possono vivere fino a 100-150 anni e raggiungere anche i 20-25 m. d’altezza, con un tronco di quasi un metro di diametro e foglie lunghe 4-5 m.), producono fra le 25000 e le 30000 tonnellate di frutti, in parte esportati; alla loro ombra crescono inoltre alberi da frutto e ortaggi di ogni genere, coltivati in giardini irrigati accuratamente secondo una normativa stabilita già nel XIII secolo.

Tozeur

L’oasi di Tozeur è una delle più belle di tutta l’Africa nord-orientale: irrigata da 200 sorgenti, con il suo splendido palmeto occupa oltre 1.000 ettari.

Costeggiando il braccio principale dei canali d’irrigazione dell’oasi si raggiunge una delle zone più pittoresche: ai piedi di rocce corrose, in un piccolo spazio circolare ciuffi di palme si specchiano nell’acqua delle sorgenti e, volendo, si può salire sulle colline circostanti da dove il panorama abbraccia le varie diramazioni del fiume, il palmeto, Tozeur e, all’orizzonte, lo chott el-Jerid e il Sahara.
A Tozeur le case del centro, anche quelle più recenti, sono molto caratteristiche con le loro facciate a mosaici decorate a motivi geometrici ottenuti con mattoni sporgenti e rientranti di color ocra: si tratta di un tipo di decorazione, di origine berbera, simile a quella dei tappeti e dei tessuti locali.

È interessante visitare il Museo Etnologico Dar Cherait per avere uno spaccato della vita sociale e domestica locale: al suo interno è possibile ammirare i costumi tipici delle feste e dei matrimoni, i gioielli, l’henné, le ceramiche e le armi. Il giardino botanico e lo zoo offrono poi al visitatore la possibilità di osservare da vicino tutte le specie vegetali e animali di cui è ricca la Tunisia

La medina di Tozeur è un gioiello architettonico del XIV secolo ben conservato che è consigliabile visitare al mattino presto quando la luce già intensa ed il cielo terso donano alle tipiche tonalità ocra dei mattoni dei riflessi decisi.

Aggirarsi fra i vicoli nelle prime ore della giornata consente di apprezzare maggiormente la bellezza del luogo e il silenzio è il complice perfetto. Svoltando un angolo può capitare di sorprendere dei bambini intenti nei loro giochi, di intravedere una donna con l’abito tipico che sta rincasando o un uomo a dorso di un asino.

Chott el-Jerid

Lasciata Tozeur la strada s’inoltra nello Chott el-Jerid, immensa distesa di sale dai riflessi argentei e violacei che appare priva di ogni forma di vita. La strada corre su una lunga penisola di sabbia che attraversa il lago salato e in alcuni punti è viva la sensazione di trovarsi sospesi su una superficie acquea senza fine. I riverberi abbacinanti del sole allo zenit acuiscono l’emozione e il paesaggio assume caratteristiche irreali.

A causa dell’eccessiva luce si prova infatti qualche difficoltà a tenere gli occhi aperti ma ciò che si vede è talmente insolito e bello da valere la pena di sopportare per un po’, anche perché è possibile assistere al fenomeno dei miraggi! I cambiamenti cromatici dello chott el-Jerid nei diversi momenti della giornata sono spettacolari ed occorrerebbe sostarvi a lungo per apprezzarne il fascino, peccato avere troppo poco tempo a disposizione; si possono però raccogliere quante più immagini ed impressioni possibile mentre si è sul posto per serbarle poi tra i ricordi più cari.

Allontanandosi a malincuore, solo dopo diverse decine di km appaiono le prime palme che segnalano la lunga sequenza di oasi distribuite fino a Kebili a “pelle di leopardo” ai lati dell’asfalto: vere oasi di vita nel paesaggio ostile all’insediamento umano formato dagli chott, dalle hammada pietrose e dalle immense distese di sabbia del Grande Erg.

La regione degli chott, che taglia in due la Tunisia all’altezza del golfo di Gabès, è infatti una zona di depressioni che corre da est a ovest per circa 350 km.: queste distese ricoperte da un velo d’acqua (sempre molto salmastra) solo nelle zone più basse e nella stagione delle piogge, risultano in larga parte poco stabili e difficilmente praticabili.

All’apparire delle prime oasi sulla strada per Kebili è molto interessante fermarsi ad ammirare le dune di finissima sabbia bianca pietrificata che, con le loro grotte e concrezioni particolari, incuriosiscono e stimolano la voglia di arrampicata.

Sembrano rocce e invece si tratta di collinette di sabbia (fortunatamente più facili da scalare delle classiche dune), piccoli rilievi che spuntano impertinenti sulla superficie quasi totalmente piatta del territorio circostante.

Douz

Arrivati a Douz si ha l’impressione di trovarsi in un territorio di frontiera; si è effettivamente ai confini del deserto vero e proprio, da qui partono le piste per le escursioni nel Sahara.

L’oasi di Douz ospita ogni settimana un animato mercato frequentato da allevatori nomadi di cammelli ed è proprio a dorso di questi animali e dei loro cugini dromedari che è possibile compiere delle passeggiate nel deserto, particolarmente deliziose al tramonto.

È consigliabile arrivare in tempo per vedere il sole che scompare all’orizzonte proprio dietro le dune e scoprire, dopo una prima fase di sconcerto e di disagio (avvertito maggiormente da chi si trova alla prima esperienza), che l’avventura è, non solo divertente, ma anche estremamente emozionante.

I tramonti nel deserto hanno infatti un fascino particolare, incomparabile, che ammalia. Subito dopo che il disco solare si è dipinto di un intenso color amaranto, i raggi crepuscolari si diffondono nel cielo dispiegando una magica tela rosata che persisterà molto a lungo sospesa sull’orizzonte, finché la prima stella della sera, proprio come uno spillo, giungerà a forare il tessuto ormai blu cobalto della volta celeste.

A Douz, tipico villaggio del deserto che conserva gelosamente i suoi usi e costumi tradizionali, si svolge ogni anno il Festival International du Sahara, una manifestazione culturale particolarmente interessante, nel corso della quale si può assistere a spettacoli di folklore nomade, matrimoni tradizionali, caccia con i levrieri, combattimenti di cammelli, hockey su sabbia, la “fantasia”.

Nel panorama culturale tunisino numerose sono anche le feste regionali, spesso legate o sovrapposte a festività religiose, che si tengono durante tutto l’anno in Tunisia.
Abitanti di queste regioni desertiche sono le popolazioni nomadi maghrebine più o meno sedentarizzate, come i Berberi, il cui complesso di cultura e tradizioni è vivo da secoli. All’interno della composita società tunisina, infatti, dove sono tuttora evidenti inclinazioni profondamente diverse che vedono accostarsi l’aspirazione mercantile delle città costiere, lo spirito intellettuale di Tunisi, il misticismo di Kairouan, l’intraprendenza delle genti della steppa o l’indipendenza dei nomadi costretti a una forzata sedentarizzazione, emerge tuttavia, nonostante le sedimentazioni culturali avvicendatesi nel corso dei secoli, un substrato comune, precedente all’arabizzazione del territorio, che affonda le radici nell’elemento berbero, con la sua particolare organizzazione sociale, i suoi valori, i simboli, le feste, le musiche e i canti.

Non a caso, proprio nelle regioni meridionali, dove la presenza di popolazioni di origine berbera è più massiccia, più autentiche e più gelosamente custodite sono quelle tradizioni culturali che altrove si manifestano in forma più standardizzata quando, addirittura, non sono state adattate a esclusivo uso del turista.

Le più interessanti manifestazioni popolari riguardano la musica e le danze dove, su una base che si rifà molte volte alla tradizione andalusa, si sono sovrapposte influenze provenienti dall’Oriente; ed è in occasione delle principali feste che è possibile vedere, indossati dalle donne, anche costumi e ornamenti tradizionali, tra cui spiccano i gioielli berberi.

Djerba

L’immagine della Tunisia turistica e balneare è indissolubilmente legata a quella di Djerba, l’isola dei Lotofagi che, non a caso, Ulisse e compagni fecero tanta fatica ad abbandonare. Le spiagge che disegnano il profilo dell’isola nell’azzurro del mare, la vegetazione lussureggiante e i tipici menzel (le casette con le cupole bianche) che spuntano tra una palma e l’altra costituiscono il fascino dell’isola.

Nota fin da epoche remote, sembra che i Fenici vi avessero un emporio commerciale, anche se non esiste alcuna prova certa che avvalori quest’ipotesi. Posta sotto il controllo prima di Cartagine e poi di Roma, dopo la decadenza di quest’ultima subisce un lungo periodo di vicissitudini: invasa prima dai Vandali e poi dai Bizantini, viene conquistata dagli Arabi nel 667 e successivamente devastata dall’invasione hilaliana dell’XI secolo.

Alle lotte degli abitanti di Jerba e i Musulmani ortodossi fece seguito una lunga resistenza contro i diversi padroni del Mediterraneo (Normanni di Sicilia, Aragonesi, Spagnoli); a partire dalla seconda metà del XV° secolo l’isola diventò un covo di pirati e per porre fine alle loro incursioni venne organizzata nel 1560 una spedizione, comprendente truppe fornite dalla Spagna, dalla Francia e da Napoli, che nello scontro col corsaro Dragut, appoggiato dalla flotta turca, si trasformò in una clamorosa disfatta per le truppe cristiane.

La maggior parte degli abitanti di Jerba è costituita da Berberi che si stanziarono sull’isola fin da un’epoca anteriore alla conquista araba e che parlano ancora l’omonima lingua. Nell’isola non esistono veri e propri agglomerati urbani se si eccettua Houmt-Souk (da Houmet es-Souk, che significa il quartiere del mercato), capoluogo amministrativo dell’isola; tutti gli altri centri sono insediamenti di mercati, attorno ai quali si raccolgono tutte le abitazioni con i relativi giardini.

Le palme, elemento essenziale del paesaggio di Jerba sono assai numerose soprattutto lungo la costa, dove formano una sorta di anello. Gli olivi, talora antichissimi, occupano tutta la parte interna del perimetro delimitato dalle palme, i fichi danno frutti estremamente saporiti, parte dei quali viene fatta seccare per l’inverno.

I frutteti abbondano: meli, mandorli, albicocchi, aranci, mandarini, limoni e melograni sono così fitti che alla loro ombra è possibile coltivare ogni sorta di verdura, dando quasi l’idea di un lussureggiante giardino.
Il turismo, settore molto importante per l’isola, ha conosciuto uno sviluppo rapidissimo divenendo una delle principali risorse economiche dell’isola; le infrastrutture alberghiere sono in generale di buon livello e distribuite in modo da evitare agli ospiti l’impressione di congestione urbanistica, anche se la continua espansione, dove non regolamentata e rallentata, rischia di portare rapidamente alla diffusione di un’architettura un po’ anonima, con l’abbandono degli edifici antichi e delle coltivazioni tradizionali.

Nonostante la massiccia invasione dei turisti, Houmt-Souk ha saputo conservare l’aspetto di animato emporio commerciale particolarmente attivo. I souk, al centro dell’abitato, ospitano soprattutto sarti e mercanti di tessuti, mentre altre corporazioni di artigiani si raggruppano nelle strade vicine. Tutt’intorno si aprono piazzette collegate fra loro da passaggi a volte e vicoli, gli spaziosi cortili sono circondati da gallerie sulle quali si aprono piccoli ambienti d’abitazione o botteghe artigiane.

Particolarmente interessanti sono i banchi delle spezie dagli odori inebrianti: dal peperoncino al coriandolo, dalla cannella allo zenzero, dallo zafferano al sesamo, all’anice e così via è una girandola di stuzzicanti sapori e colori sfavillanti che è un piacere di rara intensità per la vista e l’odorato.
Vagabondare senza meta e mercanteggiare nei souk è una delle esperienze più interessanti e divertenti di un viaggio in Tunisia.

Il prezzo va sempre contrattato: si tratta di un rituale indispensabile che si svolge secondo regole ben precise, acquisibili solo con la pratica. Il prezzo proposto dal commerciante può essere il doppio, o anche più di quanto egli valuti la sua merce, ma esiste comunque una soglia al di sotto della quale nonscenderà e spetta alla contrattazione individuarla.

Si deve ribattere sempre con prezzi molto inferiori a quelli richiesti senza timore di reazioni verbali, che del resto fanno parte del rito, e prendendo tranquillamente tempo. I prodotti artigianali più convenienti sono i tappeti, le ceramiche, i lavori in rame, i monili in argento, i profumi e le graziosissime gabbie per uccelli di Sidi bou-Said, praticamente dei palazzi in miniatura decorati da balconi, riccioli, cupole, belvedere.

Gabes e Matmata

Gabes è una grande oasi marittima nella quale vale la pena soffermarsi per visitare il suo palmeto e i souk molto colorati, mentre Matmata è qualcosa di incredibile per chiunque abbia la fortuna di poterla visitare

In mezzo ad una zona desertica, dove sorgono alcune sparute case in paesini berberi, tutte rigorosamente di colore bianco in modo da spiccare sul suolo color ocra, in alcune cavità della terra ci sono le cosiddette case dei trogloditi, antiche abitazioni-caverne scavate nella roccia.

Dall’alto si notano soltanto quelle che sono le porte e sono visibili, nel cortile che raccoglie queste abitazioni, alcuni oggetti di uso quotidiano All’interno, le case hanno una temperatura fresca – se si è in estate – e abbastanza calda, nel periodo invernale. Alcune famiglie ancora ci vivono e accolgono i visitatori offrendo loro una tazza di thé e la gentilezza della loro ospitalità. Matmata è veramente un posto unico e impensabile!

El Djem

Appena si arriva a El Djem si ha l’impressione di trovarsi in una città italiana. In questo piccolo centro sorge un Colosseo che è terzo al mondo, per grandezza, dopo quello di Roma e quello di Capua. La città fa parte del Governatorato di Mahdia ed ospita alcune delle più belle, e meglio conservate, rovine romane dell’Africa. La città fu costruita dai romani su un insediamento punico ed era un centro molto importante per la coltivazione dell’olio di oliva.

A El Jem c’era una diocesi romana che esiste tuttora ed è retta da un vescovo cattolico. Il suo Colosseo era in grado di accogliere 35 mila spettatori seduti. Si presume che sia stato utilizzato per spettacoli di gladiatori e corse dei carri. L’anfiteatro nel 1979 è stato dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.

Tabarka

Esiste una parte della Tunisia che si sta facendo conoscere da qualche anno e che è completamente diversa da quella più nota ai turisti. E’ la zona situata a nord del paese, che viene comunemente definita la Tunisia verde. E non a torto. A meno di tre ore di macchina dalla capitale, infatti, il paesaggio ètotalmente differente da quello che si è abituati a vedere nella parte sud-est della regione.

E’ una Tunisia molto mediterranea ma anche un po’ alpina, ricca di foreste e di laghi che mai si immaginerebbe di trovare in quella parte di Africa. E’ un territorio nel quale si alternano lunghe spiagge, scogliere, piccoli porticcioli e paesaggi montani. E’ la parte che unisce in maniera egregia il mare alla montagna e che regala al turista un ambiente ancora naturale, incontaminato, e paesaggi singolarmente opposti.

Chilometri e chilometri di coste si contrappongono ad un entroterra particolarmente ricco di boschi nel quale scene di vita pastorale e campi coltivati si avvicendano a centri abitati, a Fortezze monumentali e a stazioni balneari. E’ una terra che sa di passato, di storia che si incrocia con quella dei romani; di battaglie combattute per la difesa di una regione che faceva gola ai nemici per la ricchezza dei suoi fondali e del suo entroterra.

Fra le città più belle della Costa del Corallo, così viene definito il nord della Tunisia, vi è Tabarka, antico porto fenicio dominato dal monumentale “Forte dei Genovesi”, oggi cittadina balneare apprezzata dai sub per le immersioni nelle sue limpide acque, ricche di fauna ittica e, naturalmente, di banchi di corallo disseminati sui suoi fondali. Lo sviluppo turistico di Tabarka è proprio legato alle attività subacquee, qui si organizzano, infatti, gare internazionali, corsi di sub e di fotografia subacquea.

Luogo ideale per le immersioni, può essere anche il punto di partenza per una escursione ai siti archeologici di Dougga, l’antica Thugga, nella quale sorge il più grande complesso di rovine romane della Tunisia, oppure di Bulla Regia (ricca di splendidi mosaici), di Chemtou e di Utica.

Allontanandosi dalla costa, l’entroterra di Tabarka offre un ambiente naturale costituito dalla foresta della Krumiria nella quale, a 800 metri di altitudine, si trova la stazione termale di Ain Draham (Fonte d’Argento). Tabarka, quindi, si propone come nuova meta di turismo balneare, ma anche culturale e ecologico. Da molti anni, inoltre, vi si svolgono importanti manifestazioni che richiamano un folto numero di turisti provenienti da ogni parte del mondo. Fra questi vanno ricordati la Festa del Corallo e il Festival del Jazz, che si propone come uno dei più importanti eventi di musica internazionale.

Tunisia, terra dai mille volti e dalle innumerevoli bellezze che si svelano pian piano agli occhi dei visitatori. Tunisia, paese che riserva tante sorprese ancora tutte da scoprire. Tunisia, che affascina con i suoi panorami, le sue gole profonde, il suo deserto con le dune dorate, le sue oasi verdi con i palmizi carichi di datteri, le rovine delle città romane, i miraggi nel lago salato, i tramonti caldi e ammalianti, i bazar profumati di spezie, la sua storia che si confonde con le leggende e i suoi miti. Tunisia, una nazione che non stanca mai.

Liliana Comandè

Tunisia: i tanti volti del presente, del passato, le meraviglie del deserto e delle oasi.
Tunisia: i tanti volti del presente, del passato, le meraviglie del deserto e delle oasi.
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Egitto: nuovi e vecchi itinerari per scoprire il passato

15 Dicembre 2013 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Egitto: nuovi e vecchi itinerari per scoprire il passato

Paese la cui magnificenza e gloriosa storia sono ancora visibili ovunque e affascinano chiunque abbia la fortuna di visitarlo.

Bastano poche ore di volo per lasciarsi alle spalle lo stress metropolitano ed il consumismo di massa e ritrovarsi in Egitto, nel magico mondo dell’infuocato deserto, affascinante per i suoi misteri e i miti, ingentilito dal nastro argenteo del Nilo, con le rive affollate da verdi palmizi, tra il colore della gente e quello delle feluche dalle grandi vele. E’ così, soprattutto davanti all’isola Elefantina, uno dei luoghi più emozionanti della nostra Terra.

L’Egitto, paese dove il mito si confonde con la realtà, è certamente l’unico luogo al mondo dove il gran libro della storia è ancora aperto sul passato.

Questo paese può essere riproposto, in chiave ancora più affascinante e suggestiva e un viaggio nel paese dei Faraoni, può diventare l’occasione per un’indimenticabile vacanza non solo all’insegna della comodità ma anche della scoperta di tutto ciò che di più misterioso e invitante può ancora offrire questo paese dove il tempo si è fermato.

Questo non è solo un paese ormai sicuro, ma anche un paese ospitale. La gente accoglie i forestieri con il sorriso e la gentilezza.

Sorseggiare il tradizionale tè alla menta è un piacere del quale non bisogna privarsi perché offre al turista la possibilità di capire il vero spirito di una terra, culla della civiltà mediterranea. Era cara già ai nostri antenati Romani.

Dopo averla conquistata, infatti, non ne fecero una delle tante province dello sterminato impero. Lo stesso imperatore, invece, se ne prendeva cura personalmente, come il più prezioso dei suoi gioielli.

Ed il passare dei secoli non ha mai cancellato le caratteristiche di questo Paese e del suo popolo, anzi, gli operatori intendono valorizzarle per offrire ai clienti quanto di meglio c’è sul mercato turistico: natura, storia, cultura, ma anche il contatto con gente erede di una civiltà raffinata, la stessa di Cleopatra, dolce e femminile al punto di far breccia nei duri cuori, prima di Cesare, poi di Antonio.

Ma lasciamo stare la storia, anche se, come maestra di vita, rappresenta un faro per un viaggio all’insegna del divertimento e della cultura, qual è quello in Egitto.

IL FASCINO DEL MISTERO

Le proposte? I tour, alla scoperta dell’ Egitto classico, tra Luxor e Aswan, lungo strade comode, sicure ed asfaltate che costeggiano il Nilo e attraversano paesi e città permettendo di osservare la popolazione.

Quella di offrire un itinerario “via terra”, a differenza della tradizionale crociera, è una scelta qualificante, che permette di assaporare fino in fondo la realtà locale.

Le navi, comunque, sono comode, lussuose ed affascinanti. Scivolano sulle tranquille acque del Nilo, offrendo i lunghi silenzi della natura, interrotti solo dalla maliarda melodia delle chiome dei palmizi che si lasciano accarezzare dal tiepido vento africano.

E’ un viaggio, questo, che aiuta ad evadere dalla realtà e dallo stress della vita in città per entrare in una dimensione di vita diversa, quella della storia che si confonde con il mito, dei culti egizi e della magia che li caratterizza.

Negli occhi del turista non si è ancora spento il fascino delle grandi piramidi, quando incontrano Karnak, con il grande tempio in onore di Ammone, il più importante dio degli antichi egizi.

Il fascino del mistero coglie il visitatore quando si trova davanti al grande viale costeggiato da sfingi. All’interno, poi, c’è la solennità delle grandi colonne, l’imponenza delle statue, l’eleganza dei bassorilievi. Tutto ricorda la grandezza della città, la potente Tebe, capitale del paese, del quale questo tempio era l’espressione religiosa più altisonante.

Era qui, appunto, che i Faraoni, celebravano con le loro consorti i grandi riti della fertilità, accompagnati dai sacerdoti, mentre le note dei musici si levavano al cielo insieme agli incensi bruciati in onore del grande dio.

Dall’altra parte del fiume, c’è la Valle dei Re, con le sue tombe ricche di decorazioni, scavate sulle arroventate balze del deserto. Ognuna di loro è una pagina di ricordi, quelli di un popolo capace di dettare legge al mondo e di uomini che concepivano la vita ultraterrena come la più bella occasione per conoscere la spiritualità.

E Filae? E’ un angolo dolcissimo sulle rive del tranquillo Nilo. La sua scoperta, tra le rocce che danno al fiume le sembianze di una selvaggia costa marina, provoca una forte emozione.

Ciò che appare subito è un’ elegante costruzione, in stile egizio, affacciata sull’acqua trasparente. Gli imperatori romani, soprattutto il raffinato Adriano, la scelsero come rifugio quando, volendo sfuggire agli affanni della vita romana, intendevano ritrovare se stessi per dialogare con l’anima e con gli dei.

Ma qui c’è anche il grande tempio in onore di Iside, dea che, per gli antichi egiziani, era la madre di tutti gli esseri umani. La struttura è spettacolare. Bassorilievi e geroglifici, poi, sono gli eterni testimoni di quella che fu la grande civiltà dell’antico Egitto.

Il viaggio continua toccando altre mete. C’è Edfu, per esempio, con i lunghi silenzi del grandioso tempio. Ma anche Komombo, regno del “dio coccodrillo”, santo e vorace. Anche qui c’è la ricchezza delle antiche strutture, il fascino delle antiche memorie. E si respira ancora l’atmosfera magica tra il colore e la simpatia della gente nei mercatini locali, profumati di spezie.

LE SORGENTI DI MOSE’

C’è un altro tour che, dal Cairo, porta al monastero di Santa Caterina, nel Sinai. Il turismo proverà non solo il fascino di ammirare il canale di Suez, ma anche le sorgenti di Mosè.

Per chi, poi, è in cerca di forti emozioni, c’è la possibilità dell’ascensione del Monte Sinai per assistere allo spettacolare sorgere del sole. E’ questo un tour che permette di abbinare il fascino della storia e dell’ambiente con quello di unasplendida vacanza marina sulle bianche spiagge di Sharm El Sheikh, nel Mar Rosso.

Oltre all’ Egitto classico c’è anche la possibilità di un inconsueto tour tra il Cairo, la costa mediterranea e l’interno del deserto, con le oasi di Siwa e Baharya, ricche di storia e tradizione, verdeggianti per le migliaia di palme che le popolano, fresche per le numerose sorgenti ma anche cariche di fascino per i misteri del passato.

Egitto, magico paese dal fascino unico e inconfondibile, dove si avverte la storia di un popolo glorioso e avanzato, che ha lasciato testimonianze di estrema bellezza avvolte ancora dal mistero della loro costruzione.

Liliana Comandè

Egitto: nuovi e vecchi itinerari per scoprire il passato
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Cuba, uno dei paradisi, è ancora qui

13 Dicembre 2013 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Un viaggio attraverso la storia, la natura, i colori e il calore della gente.

Cuba è senza confini. La spiaggia fa da cornice ad uno dei mari più belli del mondo. Ed oltre, ancora c’è l’infinito. Una natura estremamente generosa le ha permesso di apparire come una bella fotografia incorniciata tra i tropici.
Qui il calore ispanico rincorre il fascino della natura selvaggia. Le sabbie, alcune ancora vergini, sono popolate unicamente dalle palme, mentre dai fondali marini si ergono barriere coralline, i cui coralli e pesci trasformano le sue profondità in giardini ricchi di colori. L’ambiente, sia marino che floreale è ancora incontaminato e si alterna alla bellezza dei suoi palazzi coloniali.

La preistoria, sopravvissuta alla furia distruttrice dei coloni, offre ancora oggi ai turisti i segni degli antichi abitanti dell’isola. I reperti delle popolazioni precolombiane e gli edifici ultramoderni fanno di Cuba un’isola fuori dal tempo, ideale per una vacanza di sogno all’insegna della storia, della natura e del divertimento.

A Cuba c’è solo l’imbarazzo della scelta. Trascorrere una vacanza tutto mare, tra candidi arenili baciati dal sole e accarezzati dalla calda brezza dei Caraibi, oppure effettuare un tour affascinante fra lussureggianti foreste, fiumi dalle acque limpide, villaggi e città, pagine ancora aperte su antiche storie, anche quelle mitiche dei pirati o degli antichi abitanti – i Tainos?

Cuba offre tutto questo: storia e natura, musica, ballo, colore e profumi, gioia di vivere il presente fra i ricordi del passato.

Iniziamo con l’Avana, la capitale. Non è una città anonima. C’è, innanzitutto, il calore e il folclore dell’animazione della gente. Ma anche la cultura qui è di casa: Hemingway, stella della letteratura del XX° secolo, abitò in quest’isola e qui trovò spunto per la sua creatività. Molti dei suoi romanzi sono nati a Cuba, scritti in una splendida casa (oggi diventata Museo) dove è ancora possibile vedere le sue stanze, i suoi vestiti e la sua barca “Anita” con la quale amava pescare il pesce marlin.

E qui scrisse Il vecchio e il mare , il romanzo che venne pubblicato per la prima volta nel 1952. E, proprio grazie a questo romanzo, lo scrittore americano ricevette nel 1953 il premio Pulitzer e il premio Nobel nel 1954. A ricordare ancora Hemingway ci sono i bar, fra i quali il famoso Floridita, e il bar-ristorante Bodeguita del Medio, dove lo scrittore si rifugiava anche per pensare alle sue pagine. Una delle mete da non perdere è anche il Giardino Botanico, con le rarissime essenze, i colori e i profumi delle piantagioni tropicali.

Ma l’Avana è una città che sa sorprendere anche per la sua architettura composta quasi esclusivamente da belle case coloniali, le cui facciate sono state quasi tutte restaurate e che costituiscono un vero gioiello di architettura dell’epoca.

Altro motivo di fascino? Le automobili, ancora quelle degli anni ’50-’60, che sono un insolito ed ritorno al passato, come l’auto del mitico eroe Ernesto Guevara, soprannominato “El Che”, ancora intatta ed esposta all’ammirazione dei turisti.
Negli ultimi anni anche l’Avana ha avuto una certa evoluzione e un’apertura al libero mercato.
Negozi, ristoranti e bar, sono sorti nel centro della città, mentre un grande mercato artigianale si trova nei pressi del “Malecon”.
El Malecon, il lungomare dell’Avana, con un sapore tutto speciale, ammaliante. Non si può stare all’Avana senza sedersi su uno dei muretti che separano la strada dalla spiaggia e dal mare. C’è un mondo che vive lungo tutto il Malecon. Dai bambini che giocano ai pescatori che tornano dalla pesca e tirano le reti a riva.

E’ un posto che possiede una magia particolare, soprattutto quando incomincia a tramontare il sole e il cielo incomincia a cambiare colore. Ho sempre visto il mare calmo a quell’ora della sera. Il mare incomincia a cambiare colore, entra in simbiosi con quello del sole e da azzurro diventa rossastro. Quando quest’ultimo, fulcro vitale per la vita, pian piano si immerge lentamente nell’acqua è come se volesse trovare quiete, la stessa che ci assale assistendo a questo straordinario e mai monotono spettacolo della natura.

I rumori sembrano essere tanto lontani, si è quasi fuori dal mondo. Alcune barche si stagliano all’orizzonte e i gabbiani volteggiano loro intorno per cercare qualcosa da mangiare. C’è calma, intorno, e si inspira profondamente per assaporare quel momento suggestivo, romantico, unico e indimenticabile.
Varadero, invece, chiamata dai cubani anche “Playa Azul”, è una scheggia di paradiso rimasta chissà come sulla Terra. E’ la spiaggia entrata nella hit parade degli angoli più belli del mondo. È stata scoperta dal miliardario americano Dupont De Nemours che, nel lontano 1925, qui volle far costruire la sua villa. Poi, su questa stretta penisola, che si allunga per oltre venti chilometri in un mare che ha pochi eguali al mondo, sono arrivati anche gli altri.

Oggi, con i suoi splendidi alberghi e luoghi di divertimento, è diventata una delle capitali del turismo mondiale. E non solo quello allegro e spensierato delle notti folli in discoteca, ma anche dell’altro, sensibile al richiamo di un mare trasparente i cui fondali sono come uno scrigno pronto ad aprirsi per rivelare agli ospiti i suoi preziosi segreti di storia e natura.

Cuba è tutta una sorpresa, qui le scoperte, spesso stupefacenti, non finiscono mai. Dalle spiagge affascinanti, dove il mare cristallino si confonde con l’azzurro del cielo ed i fondali sono il paradiso di chi scende negli abissi per cercare immagini e sensazioni forti, passando ai grandi silenzi delle lussureggianti foreste, mosse dal furtivo passaggio della fauna.

Chi vuole dimenticare il mondo caotico ed industrializzato deve invece andare a Cayo Largo, lunga e stretta isola la cui superficie è di appena 38 chilometri quadrati, adatta per una vacanza emozionante. Ci si troverà su un fazzoletto di terra, coperto da bianchissime spiagge, circondato da un fantasmagorico giardino. È quello della barriera corallina, le cui calde acque sono popolate da una miriade di pesci variopinti.

La natura, invece, trionfa a Playa Lindamar, sulla chilometrica Playa Blanca, sulla romantica Playa Los Cocos e sulla magica Playa Tortugas, per citare alcune incantevoli spiagge di questa isola a misura di sognatori capaci di sentire l’incanto della sinfonia delle palme accarezzate dal vento.

Si può gustarla passeggiando sulla battigia, mentre la risacca ci accarezza i piedi, oppure provando l’ebbrezza di farci trasportare dal vento che gonfia la vela di una barca o di un windsurf.

Cayo Largo è anche base di partenza ideale per chi cerca non solo una vacanza balneare ma anche quella dell’avventura. Da qui, infatti, si possono facilmente raggiungere isolotti popolati solo da tartarughe, iguane, fenicotteri, aironi e cormorani. Dar da mangiare alle iguane, animali dall’aspetto preistorico, è quanto mai emozionante! Queste strane creature amano molto il pane e le banane e saltano come cagnolini per prenderli dalle mani del guardiano o dei turisti che vogliono provare l’eccitazione di una cosa inusuale. Lo stesso vale per le tartarughe marine, che qui sono protette, ma che è possibile tenere fra le mani e provare una grande tenerezza.

Cuba è la meta ideale per chi cerca nella vacanza l’esaltazione dei sentimenti. E non solo quelli dell’amore per la natura. Questa terra, quasi sempre baciata dal sole, è fatta anche per chi ama l’atmosfera romantica, un po’ misteriosa, magicamente deliziosa. Dove trovarla? Anche in questo caso c’è solo l’imbarazzo della scelta. Santiago de Cuba, dalle suggestive stradine, offre non solo le immagini della sua antica cattedrale e degli edifici cinquecenteschi, risalenti alla colonizzazione di Diego Velasquez, ma anche l’emozione di un tuffo nel lontanissimo passato che solo una visita alla Valle della Prehistoria può offrire al turista.
Anche Camaguey, con la selva dei suoi campanili e le sue strade dai tetti rossi, o Trinidad, con il loro dedalo di viuzze romantiche e le piazze affollate, piene di piccoli bar angoli dove l’aria caraibica, carica di essenze ed emozioni, si respira a pieni polmoni, sono mete da non dimenticare.

Santa Clara, infine, è il capoluogo dell’omonima provincia di Villa Clara, città importante per la sede universitaria. Qui si può tornare indietro nel passato visitando il Parque Leoncio Vidal, perché fu qui che il mitico Ernesto Che Guevara, nel 1958, assalì un convoglio su rotaia pieno di armi destinate all’esercito dell’allora dittatore Fulgencio Batista. Il Che vinse e ci fu una svolta importante per la storia dell’isola.
Cuba…isola meravigliosa che entra nel cuore di chi la visita. Non è un’isola qualsiasi, di quelle che “vista una, viste tutte”. Cuba è diversa da tutte le altre isole caraibiche. E’ quella della fantastica musica dei Buena Vista Social Club e di Pablo Milanés, del grande scrittore, poeta e giornalista José Marti, dell’ottimo Rum, dei famosi sigari rinomati e apprezzati in tutto il mondo…e molto, molto altro.

Liliana Comandè

Cuba, uno dei paradisi, è ancora qui
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Thailandia: la terra del sorriso e dell'armonia

12 Dicembre 2013 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Thailandia: la terra del sorriso e dell'armonia

Thailandia, un paese da amare e da scoprire come un ricco tesoro.

Un lieve e caldo vento accarezza il corpo di chi si avventura sui dirupi montuosi di Chiang Mai mentre lo sguardo spazia sul vasto e verde paesaggio ricco di suggestioni. Sembra quasi il respiro della giungla piena di misteri. Porta con sé il fruscio del suo mondo magico fatto di passi furtivi, di ramoscelli che si muovono, come se sentissero una musica che impedisce loro di stare fermi, e, infine, dell’inebriante profumo dei fiori colorati e selvaggi.

Questa terra, situata a nord della Thailandia, è definita anche il “Triangolo d’oro”, e appare come un frammento dei Giardini mitologici, uscita dal mondo degli antichi miti e lanciata quaggiù, dove scorrono le limpide acque dei ruscelli, ma non le lancette dell’orologio. Qui il tempo sembra essersi fermato. E’ tutto naturale, semplice, e niente è stato alterato dall’uomo, rispettoso delle tradizioni e della natura.

La città di Chiang Mai sembra un quadro uscito per caso da uno di quei libri che raccontano storie di grandi avventurieri, di mercanti girovaghi e di giovani donne dal grande fascino. Vi sono ancora lunghi tratti delle antiche mura in mattoni rossi che dovevano proteggerla dagli attacchi delle tribù del nord, il fossato colmo d’acqua limpida dove vivono enormi pesci colorati. E poi a dare un tocco di poesia a questo angolo incontaminato dal caos della cosiddetta “civiltà industrializzata”, ecco i templi: sono numerosi, con la facciata a mattoni rossi e ornata da sontuosi fregi color oro. L’interno rispecchia la semplicità della fede per Buddha: c’è gente che prega con i bastoncini d’incenso che bruciano tra le mani giunte e tante foglioline dorate sulla statua della divinità.

E’ una città dove la vita scorre placida tra gente che ha sempre il sorriso stampato sulla bocca ma che, nelle ore notturne, si anima. E tutto ad un tratto il paesaggio muta completamente. Si accendono mille luci lungo la strada, sono quelle del mercato, animatissimo, coloratissimo, dai tanti prodotti in mostra, tutti invitanti. La scenografia è resa ancora più suggestiva dalle musiche e dalle danze in piazza. Colori, suoni, aromi, come quelli delle “ banane fritte”, servite con il miele. Il tutto è condito da tanta allegria e semplicità.

Fuori dalla città cambia il paesaggio ma non lo spirito. Tra le balze rosse, maculate dal verde della macchia, il fuoristrada arranca verso i villaggi delle fiere tribù dei Meo o dei Karen.

L’urbanistica è quella della rete di semplici capanne davanti alle quali si respira un’atmosfera di povertà dignitosa. C’è gente che lavora, intreccia foglie e lavora canne di bambù. Le donne, nel variopinto e ricco abito tradizionale, stanno davanti agli antichi telai e creano tessuti colorati. Qui tutti sono artisti, ispirati da una luce che illumina soprattutto le anime.

La strada che unisce Chiang Mai a Chiang Rai è una lunga striscia che diventa color argento sotto i caldi riflessi del sole, è il fiume Koc, grande affluente del Mekong. Qui siamo a pochi chilometri dai confini con la Birmania e il Laos e si respira l’aria delle zone di frontiera. Mentre la piroga scivola dolce sulle acque, sulle rive c’è tutto il fervore di mercanti e viaggiatori.

L’impressione è quella di essere tornati indietro, all’epoca del grande viaggiatore Marco Polo.

Poi la superficie si increspa, tra le rocce si formano ghirigori spumeggianti: ci sono le rapide, ma non fanno paura perché la sicura mano del “traghettatore” sul timone è sicura e riesce a superare i punti difficili con incredibile bravura lasciando al viaggiatore la meravigliosa esperienza di avere vissuto un’avventura fuori dal comune. Da Chiang Rai al confine con la Birmania ci sono solo pochi chilometri di strada punteggiata da palmizi e spettacolari templi buddisti.

Phuket, mare cristallino e spiagge bianchissime.

La calda brezza dei tropici accarezza gli alti palmizi e il fruscio fa da sottofondo al melodioso cinguettare degli uccelli mentre una lieve risacca del mare colore smeraldo accarezza chi si avventura in questo angolo di terra. Siamo a Phuket, frammento di natura, spesso ancora allo stato puro, incastonato in un mare stupendamente trasparente, magico luogo perché può dare corpo ai sogni e far galoppare la fantasia.

Quest’ isola della Thailandia va bene per tutti i gusti: offre divertimenti, musica, gastronomia, shopping a chi si immerge tra le fantastiche luci delle strade di Patong, ma riserva angoli di sogno a quanti cercano momenti di rifugio nelle sue baie piene di fascino, nelle isolette che, come una collana di perle preziose, la circondano.

E’ difficile resistere al fascino di questi luoghi: poesia e magia di odori e colori, sensazioni romantiche e voglia di avventura si intrecciano fino a formare una fantastica miscela di fantasia e realtà. Un esempio? La spiaggia della baia di Katha, dove uno splendido e funzionale albergo convive con casette di pescatori e lindi ristoranti dove trionfano gustosi e, soprattutto, economicissimi piatti a base di pesce fresco.

Tutto il resto è natura allo stato puro. La scenografia può essere indifferentemente quella uscita dalla fervida fantasia della penna di Salgari con le sue storie di pirati e di tigri malesiane, oppure l’altra, altrettanto avvincente, di grandi passioni, sbocciate dalle pagine di un romantico narratore di amorose storie.

Phuket riesce ad offrire molto a chi cerca rifugio nella fantasia. La baia di Katha Beach è chiusa da un’isoletta deserta, una piccola collina verde circondata dal mare color smeraldo.

Dalla punta meridionale della baia è possibile raggiungerla nuotando in un’acqua sempre trasparente, calma e calda. Non ha dunque misteri per chi vuole avventurarsi nei suoi meandri.

Eppure la sua presenza evoca strane sensazioni: quelle di trovarsi nel rifugio di antichi pirati o nei nascondigli di romantici amanti. Sulla costa la candidissima sabbia crea un contrasto di colori con il verde delle palme tropicali, delle siepi di mangrovie e della bellezza delle piante rampicanti i cui fiori sono un tripudio di colori. Il paesaggio vario alimenta il piacere della scoperta, E’ come se gli occhi trasmettessero a tutto il resto del corpo un senso di felicità e di ritorno alle origini.

Andando verso sud si può scoprire cosa nasconde la verde collina che scende a strapiombo sul mare. La gradevolezza della passeggiata sulla battigia, addolcita dalla calda carezza della risacca marina, diventa un’eccitante sorpresa quando si scopre che in fondo alla baia di Katha c’è un angolo mozzafiato formato da un fiume che si confonde con il mare, formando una verde laguna.

Sull’acqua dondolano placidamente piroghe di altri tempi, le cui esili prue sono cinte da coloratissimi veli e profumate ghirlande di fiori, espressione della devozione dei pescatori. E per dare il tocco finale al quadro che rappresenta un paesaggio paradisiaco c’è anche un rosso ponticello sormontato da una slanciata cupola che assomma tutti gli aspetti più affascinanti della raffinata cultura tailandese.

Avventurandosi invece sulla parte opposta della baia, tra le rocce modellate dal mare, c’è il piacere di scoprire la natura dei fondali, il movimento dei variopinti abitanti degli anfratti, la fuga verso il largo dei pesci quando la marea sta per calare. E poi arriva l’ora del tramonto.

Quando l’orizzonte diventa infuocato, il cielo assume mille tonalità che vanno dall’arancione, che ricorda quello degli abiti dei monaci buddisti, per arrivare al rosa, fino a raggiungere il colore indaco, quello che avvisa che termina un giorno ed inizia una notte… Muore il giorno sulla baia ma la notte porta una nuova ventata di fascino su questa terra senza tempo.

Cambia la scenografia, ma non per questo è meno affascinante. C’è la bianca luna che si riflette con i suoi argentei raggi nel mare cristallino, ma non più trasparente perché è buio, mentre dalla vicina giungla giungono le “voci” degli animali notturni.

E’ facile lasciarsi prendere dall’emozione dei galoppanti sentimenti, cullarsi sulle ali della fantasia: qui tutto è magia e poesia. Per chi vuole, qui ci si può disintossicare e dimenticare la civiltà del consumismo occidentale e rigenerare il corpo e lo spirito.

Ma c’è anche un altro aspetto da non trascurare: quello gastronomico. Qui pesci pregiati e aragoste sono piatti comuni, alla portata di tutte le tasche.

E poi la cucina thailandese è la sublimazione delle ghiottonerie. A cominciare delle squisitissime “banane fritte” servite con miele e gelato di cioccolato, vaniglia o cocco. E poi la realtà allegra e spensierata di ogni luogo di vacanza che si rispetti è sempre a portata di mano, tra le musiche e gli odori del giardino dell’albergo, oppure fuori negli animatissimi mercati notturni dove di trova di tutto, soprattutto la felicità di una vacanza non solo simpatica e allegra, ma anche sicuramente diversa.

Perché qui si riscopre il piacere di sognare ad occhi aperti, anche se sei già dentro un sogno!

Liliana Comandè

Thailandia: la terra del sorriso e dell'armonia
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Spunti di viaggio: Canarie, sette isole bellissime nell’Oceano Atlantico

10 Dicembre 2013 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

 Spunti di viaggio: Canarie, sette isole bellissime nell’Oceano Atlantico

Sette isole, ognuna con la sua specificità e bellezza che le rendono molto interessanti e, sicuramente, da visitare.

Le Canarie, le sette favolose isole emergenti dall’Oceano Atlantico, oltre a qualche isolotto disabitato, colpiscono spesso la fantasia del potenziale turista con l’immagine di terre gremite di cinguettanti canarini.

Ma non è così, e, a questo scopo, è bene illustrarle oltre che dal punto di vista turistico, anche da quello storico.

Note ai Romani col nome di Isole Fortunate, furono conosciute forse già dai Fenici nel IV secolo A.C. Gli Europei le considerano isole leggendarie fino a quando alla fine del XII secolo non le riscoprì il nobile genovese LanzarotteMaloncello, il cui nome è rimasto ad una delle isole stesse: Lanzarote. Vennero raggiunti nel ‘400 da navigatori francesi, furono esplorate dai veneziani e contese a lungo tra Portogallo e Spagna che, massacrata gran parte della popolazione autoctona, divenne nel ‘500 padrona di tutto l’arcipelago.

Punto di raccordo tra l’Europa e il Nuovo Mondo, la Canarie facilitarono il viaggio di Colombo verso le Bahamas e resero possibile la diffusione in America di varie specie di animali e piante dopo un periodo di acclimatamento nell’arcipelago. Tornando al nome, la leggenda vuole che le isole fossero, invece che di canarini popolate di cani.

Raggruppate in due province e considerate alla stessa stregua delle province metropolitane spagnole, si dividono in isole occidentali ( provincia di Santa Cruz di Tenerife) e isole orientali ( provincia di Las Palmas).

Il clima, molto regolare, non ha mai escursioni termiche marcate ed è piacevole tutto l’anno. Da Oriente ad Occidente appaiono al primo posto le due meno elevate: Lanzarote, fantastica, unica, dall’aspetto primordiale per via dei suoi paesaggi strani, lunari e irripetibili, con alcune spiagge frastagliate e i vitigni inseriti in piccole buche per proteggerle dal vento. Nel 1993 è stata decretata dall’UNESCO “Riserva della Biosfera” perché è stata preservata da ogni contaminazione. E’ un’isola che suscita forti emozioni. I suoi paesaggi sono unici. Quelli lunari si contrappongono alla vegetazione subtropicale. E’ primitiva, e da l’impressione di ciò che avrebbe potuto essere la terra prima di esser abitata. Il vulcano Timanfaya domina sull’intera isola e le sue caldere sono lì a ricordarti che il vulcano è ancora vivo. Il marrone che contraddistingue il suo territorio contrasta con le bianche case situate lungo la costa. Belle spiagge fanno da contorno ad un mare cristallino dai ricchi.

Fuerteventura, con le immense pianure, le spiagge interminabili, un bel mare è di gran moda negli ultimi due anni, anche fra gli italiani. E’ il paradiso per chi vuole godersi il più completo relax o fare bagni nelle acque trasparenti del mare. Inoltre, è l’isola ideale per chi pratica il surf, la vela, i divers e i pescatori d’altura. In alto mare è facile osservare balene, delfini, pesci spada e tartarughe. Sviluppata turisticamente da qualche anno, è dotata di ottime strutture alberghiere e villaggi molto apprezzati dalla clientela italiana.

Segue Gran Canaria, rotonda, con profilo di piramide che si eleva fino a 2000 metri sopra il livello del mar e con un’incredibile varietà di spiagge, paesaggi e microclimi. Possiede quasi 60 chilometri di spiagge ed un clima piacevole tutto l’anno. Ci sono ottime strutture alberghiere, dotati di ogni comfort. Chi vuole il massimo relax può, invece, trovare il proprio e piccolo “continente” nei piccoli paesi marinari nel nord dell’isola.

Poi viene Tenerife, la più grande e la più alta, considerata, a torto, un’isola poco interessante mentre è molto bella, soprattutto nella parte coloniale. Possiede ben 42 spazi protetti ed è la più grande e popolata isola delle Canarie. L’Unesco ha dichiarato la splendida città di San Cristobal de la Laguna e il Parco Nazionale del Teide – che è il terzo vulcano più grande del mondo e il più alto della Spagna – patrimonio dell’umanità.

Tenerife è famosa anche per il suo Carnevale Internazionale, il secondo più importante al mondo, dopo quello di Rio de Janeiro. Il Teide (711 m) sovrasta tutta l’isola e, spesso, quando si arriva sulla sua cima, si possono osservare le nuvole che fanno da “anello” al cono del vulcano. Gli antichi romani la chiamavano Nivaria, dalla parola latina “nivis” per via della neve che spesso copriva la cima del Teide.

Poi c’è ancora la Gomera, più piccola delle precedenti e con una superficie accidentata piena di sorprese. E’ un’isola sconosciuta al turismo di massa e il suo territorio è ricoperto da boschi, spiagge di nera sabbia, montagne e parchi naturali il più importnate dei quali è il Parco Nazionale del Garajonay, località dove si trova la cima piú alta dell’isola.

C’è una leggenda legata al nome del Parco. Si narra che due amanti, il cui nome era Gara e Jonay, si tolsero la vita proprio in questo luogo perché le rispettive famiglie si opponevano al loro amore. Una storia che ricorda molto quella italiana di “Giulietta e Romeo”. Il Parco Nazionale del Garajonay , tra l’altro, nel 1986 è stato dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanitá. E’ un’isola un po’ selvaggia e adatta a chi pratica sport come il trekking. Oltre alle spiagge dalla sabbia nera – è un’isola vulcanica – vi sono molte piscine naturali.
Segue La Palma, piccola ma deliziosa isola la cui capitale è costituita da bellissime costruzioni coloniali dotati di patii.

E’ definita anche Isla Bonita per la bellezza del suo territorio. Per la sua piovosità, è dotata di tanta vegetazione verde e rigogliosa mentre il paesaggio è stato modellato dalla lava delle eruzioni dei vulcani che la compongono. In questo piccolo gioiello si trovano montagne, vulcani, boschi e spiagge dalle acque cristalline.

Poco conosciuta turisticamente, possiede il Parco Nazionale de la Caldera e alcuni resti archeologici. Inoltre, è importante per il suo cielo – definito fra i più belli del mondo per l’osservazione astronomica.

Poi c’è finalmente El Hierro, la strana e giovane isola per la quale passò il Primo Meridiano che indicava l’estremo più occidentale del mondo conosciuto prima della scoperta dell’America. E’ l’ultima isola, per grandezza, delle Canarie ed è prettamente montuosa. Il mare che la circonda ha uno dei fondali più belli del mondo e, questo, ne fa il posto ideale per chi pratica lo scuba diving. Ha molte specie di flora e fauna uniche al mondo, come la lucertola gigante “gallotia sinonyi”.

Dirupi, coste, zone vulcaniche, flora millenaria oltre al folklore, la musica, l’artigianato, la gastronomia, i prodotti del mare: tutto ciò offrono queste splendide isole dotate di una perfetta ricettività alberghiera e definite “continente in miniatura”.

L’architettura tradizionale canaria si ispira a fonti andaluse e portoghesi, l’artigianato della terracotta deriva da antiche guanches, l’arte di far cesti ha proprie caratteristiche, il ricamo è basato su tecniche di sfilatura della stoffa e non è da dimenticare la storica abilità dei falegnami di Tenerife.

Strutture alberghiere, complessi residenziali, ville e appartamenti non difettano, oltre ad un sistema informatico, il Canaridata, attraverso il quale viene potenziata la capacità di promozionare il turismo nelle isole.

Festival, mostre, cinema, campionati di golf, ippica, completano il quadro di un soggiorno che molti forse credono irrealizzabile, mentre le ottime varie condizioni offerte dalle agenzie turistiche riscontrano sintomaticamente il favore dei turismi. E a ragione!

C’è sempre un ottimo rapporto qualità prezzo per permettersi di trascorrere una vacanza, anche in tempi di crisi.

Liliana Comandè

 Spunti di viaggio: Canarie, sette isole bellissime nell’Oceano Atlantico
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Spunti di viaggio: Saragozza, una parte della Spagna da scoprire

7 Dicembre 2013 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Spunti di viaggio: Saragozza, una parte della Spagna da scoprire

Non esistono solo le grandi città da conoscere. Ci sono realtà che non hanno niente da invidiare anche alle capitali.

Barcellona, Madrid e Siviglia attraggono ogni anno la stragrande maggioranza dei visitatori del Paese, ma le attrattive della penisola iberica non si esauriscono in queste pur interessantissime città, perché ci sono altre regioni e città meno note al turismo di massa.

Saragozza, l’antica Cesaraugusta fondata dai romani nel 14 a.c. nello stesso luogo dell’originaria Salduie (un insediamento iberico fortificato vicino al fiume Ebro), è una città dalla grande tradizione storica, artistica e culturale.

Essa fu il fulcro diffusore della cultura romana, dalla quale si latinizzò gran parte del territorio iberico.

A partire dall’anno 714 fu sotto il dominio mussulmano e nel 1018 divenne la capitale del primo regno di Taifas indipendente da tutto al-Andalus, rappresentando per un intero secolo l’approdo ideale per quanti cercassero asilo e il rifugio desiderato da intellettuali e scienziati, dove l’arte e la cultura brillarono come non mai.

L’era cristiana ebbe invece inizio nell’anno 1118, quando la città venne riconquistata da re Alfonso I d’Aragona; i vari monarchi che la governarono in quel periodo di tempo la ingrandirono, le concessero privilegi ed un livello di libertà inusuale nell’Europa feudale di allora. Nel Medioevo Saragozza fu lacapitale del regno d’Aragona, che comprendeva gran parte della Spagna ed anche territori francesi ed italiani.

Durante il Rinascimento la città, chiamata “l’abbondante”, conobbe un grande apogeo, ma è nel XVIII secolo (a cui appartiene il pittore aragonese Goya) che Saragozza raggiunse uno straordinario sviluppo nella scienza, nell’arte e nella cultura e che diventò uno dei punti chiave dell’illuminismo spagnolo. La città rafforzò anche il proprio dominio commerciale e divenne pioniera nel processo di modernizzazione della Spagna, la quale le ha permesso di consolidare nei secoli la promettente posizione centrale che la storia, l’economia e la geografia le assegnarono come capitale della valle dell’Ebro.

Le varie culture e dominazioni succedutesi nel tempo le hanno conferito un carattere eterogeneo, cosmopolita ed accogliente, ricco di molteplici influenze rintracciabili in tutti gli aspetti della vita e della tradizione cittadina, dalla storia all’arte della gastronomia.

Saragozza è collegata con voli direttamente a Madrid e a tutte le altre destinazioni spagnole e anche linee regolari di autobus la congiungono al resto della nazione. Inoltre, Ryanair collega direttamente Bergamo e Roma alla città.

Saragozza, situata a meno di 200km di distanza dalla montagna, tra Madrid e Toledo, è anche il punto di partenza ideale sia per una vacanza itinerante (Fly & Drive) sia per le vacanze sui Pirenei all’insegna degli sport invernali e per il relax nelle riserve naturali.

Le bellezze storico-artistiche di cui è ricca la città sono molteplici, a cominciare dal centro storico, che conserva ancora la struttura ottagonale dell’urbanesimo romano, con il cardo e il decumano ed altre vestigia di Cesaraugusta (come i resti delle mura, il teatro romano, parte del porto fluviale e le terme).

L’Aljaferìa, attuale sede delle Corti Aragonesi, il parlamento regionale della comunità autonoma d’Aragona,è, invece, un meraviglioso palazzo arabo, il meglio conservato in Occidente ed è stato dichiarato dall’Unesco “patrimonio dell’Umanità”. Nel periodo dell’inquisizione spagnola fu anche adibito a tribunale. Vi si possono ammirare la mosche con il minareto, la sala del trono, i giardini interni e la Torre del Trovador.

La cattedrale di San Salvador, nella quale si fondono con armonia diversi stili artistici dal romantico al neoclassico, è il capolavoro del gotico locale e insieme a numerose altre chiese vanta delle bellissime decorazioni in tipico stile mudejar, in mattoni e piastrelle.

Fu costruita nel XIV secolo proprio sopra un vecchio tempio romanico. Qualcuno definisce questa cattedrale più bella di quella Del Pilar. Vi si fondono anche elementi in stile Mudéjar. Anche qui vi sono degli affreschi di Goya e Bayeu nella cupola barocca. La chiesa è nota anche per il Museo dei Tappeti dove si trovano esposti preziosi tappetti fiamminghi e francesi che risalgono al XV°, XVI° e XVII° secolo.

La Basilica di Nostra Signora del Pilar, una delle più geniali realizzazioni dell’arte barocca e neoclassica, meta di pellegrinaggi e fulcro della cristianità nazionale e internazionale, costituisce una delle tappe dell’itinerario mariano tra i santuari del Lordes, Torreciudad e, appunto, Il Pilar. La Basilica è stata costruita nel 1681, ed è circondata da 4 torri e 11 cupole ed ospita al suo interno degli importanti dipinti di Goya e di Bayeau. C’è una leggenda che lega la Cattedrale alla Madonna. Si narra, infatti, che nel primo secolo apparve sulla cima del pilastro (el pilar, appunto) in favore dell’apostolo San Giacomo. Questo pilastro, chiaramente, è motivo di grande pellegrinaggio.

Vicino alla chiesa si trova il Museo del Pilar, nel quale sono conservati i gioielli utilizzati per adornare la statua Pilar.

La Lonja, invece, era l’antica Borsa del mercato cittadino, il posto più importante dove si contrattavano i prodotti che venivano scambiati. E’ un grande palazzo rinascimentale ed è il primo monumento del Rinascimento in tutta la regione che venne edificato nel 1540: Oggi viene utilizzato soprattutto per organizzare eventi e manifestazioni culturali.

L’attività congressuale a Saragozza è assicurata dall’auditorium – Palazzo dei Congressi. L’evoluzione in questo genere di attività è culminata nel 1998, quando si sono celebrati 224 avvenimenti che hanno fatto registrare l’affluenza nel capoluogo aragonese di circa 70.000 persone, generando un’ importante ripercussione sull’economia della città.

L’intenzione è di proseguire con impegno anche in questo settore perché Saragozza continui a crescere come città dei congressi, sia a livello nazionale che internazionale.

La capacità ricettiva della città e molto alta con strutture di diverse categorie. La gastronomia aragonese è molto antica e prestigiosa, le sue radici affondano nella tradizione borbonica napoletana e italiana e Saragozza, meta ambita per l’ozio e le specialità culinarie, si è anche meritata l’appellativo di “città di tapas”, grazie allo svolgimento del concorso annuale di tapas (i tipici stuzzichini spagnoli) realizzato dall’Associazione di Caffè e Bar cittadina.

L’artigianato tipico di Saragozza è basato sulla lavorazione della ceramica: molti, infatti, sono i laboratori artistici presenti nel capoluogo e soprattutto a Muel, la famosa cittadina dei dintorni, nella quale vecchi e giovani ceramisti perpetuano quest’antica tradizione artigianale.

Liliana Comandé

Spunti di viaggio: Saragozza, una parte della Spagna da scoprire
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Una vacanza tra le vette del Kilimanjaro e le spiagge bianche. Non solo mare e natura, ma anche…storia e archeologia in Kenya.

4 Dicembre 2013 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Una vacanza tra le vette del Kilimanjaro e le spiagge bianche. Non solo mare e natura, ma anche…storia e archeologia in Kenya.

La prima cosa che ti colpisce dei bambini africani sono i loro i grandi occhi: velluto nero incorniciato nel bianco e nel colore ebano della pelle del viso. Occhi innocenti, vivaci, allegri o, qualche volta, tristi che appena si posano sui tuoi, hanno il potere di trasmetterti una voglia incredibile di fissare sulla tua macchina fotografica quei volti espressivi, che sanno raccontarti tutte le loro vite, le stesse che puoi leggere anche sui visi delle persone anziane, sempre pronte a regalarti un sorriso anche quando sono intente a lavorare.

In Kenya di bambini se ne incontrano moltissimi. Alcuni li puoi vedere mentre escono o si recano a scuola, eleganti nelle loro divise scolastiche, oppure mentre giocano con ciò che hanno a portata di mano: un’altalena costruita in maniera artigianale ed empirica o una gomma di un’automobile fatta rotolare sulla terra.

Giocattoli “rimediati” ma con i quali i bambini si divertono tantissimo, senza aver bisogno di costosi giochi elettronici o tutti quelli che vengono comprati in maniera eccessiva ai nostri bambini che, dopo un giorno, li hanno già messi da parte.

La strada che conduce dall’aeroporto di Mombasa a Malindi o quella che si percorre da Malindi al Parco Tsavo, ti permette di osservare il vero Kenya, quello delle estese piantagioni di agave, di piccoli villaggi con case moderne o piccole e grandi capanne costruite con fango e banano o con il tetto di lamiera.

Puoi incontrare donne che portano l’acqua o pesanti ceste sulla testa, così come facevano in Italia le donne del Sud fino a qualche decennio fa, oppure uomini seduti sotto un albero che giocano a dama.

Qualche specchio d’acqua, disseminato qua e là, è pieno di pescatori che tirano le reti a bordo delle loro piccole imbarcazioni.

E’ la vita di ogni giorno che scorre come sempre.

Ovunque donne che fanno la spesa, alcune con i figli tenuti dietro la schiena, infilati in un grosso foulard annodato davanti al seno della mamma.

Negozi e banchi di frutta si alternano in un gioco di colori come quello dei vestiti delle donne dalle cromie molto accese e caratteristiche.

Biancheria messa ad asciugare all’aria aperta, capre che pascolano nei cortili o nei verdi e pianeggianti pascoli e alcune mucche, più piccole delle nostre, che allattano i vitellini.

Campi coltivati e una terra rossa e fertile si alternano a una fitta vegetazione costituita da baobab, acacie, palme, bouganville i cui colori sono una delizia per gli occhi.

L’arancione si mischia al viola e al fucsia in un intreccio delicato di rami fioriti. Gli uomini si muovono da una parte all’altra in sella ad una bici oppure a piedi.

I ritmi sono molto rallentati. Fa caldo e c’è umidità ma ciò non impedisce alla gente di girare per negozi o per le numerose bancarelle, ai lati delle strade, che offrono ogni tipo di merce.

Mentre si è nell’automobile, scorrono davanti le immagini di centri abitati con le piccole moschee, semplici nella loro architettura e colorate di bianco e verde.

Ad un tratto, tra le case piene semplici ma ricche di umanità appare il segno di un’antica cultura, un’università .

Un campo di pallone, come ne esistono in ogni parte del mondo, si fa notare soprattutto per le divise dai colori sgargianti che indossano i bambini.

Basta un pallone, due reti ed ecco trovato il passatempo preferito dai bambini e ragazzi di ogni luogo.

Zone un po’ desertiche si alternano a luoghi dove il verde degli alberi è imperante. Grosse acacie dai fiori rossi si avvicendano a maestosi scheletrici baobab con poche foglie, oltre ad altri alberi dalla curiosa forma di ombrello, con i rami, lunghe braccia, che si piegano sino a toccare la terra.

In Kenya la maggioranza della popolazione è di religione cristiana (circa il 70%), poi ci sono gli induisti, gli animisti e i musulmani.

Di questi ultimi ti accorgi soltanto quando vedi le donne vestite nella maniera islamica, altrimenti il resto delle donne è vestito con abiti dai colori molto accesi, tipicamente africani, e qualcuna veste abiti occidentali.

Nel paese convivono 42 etnie che usano dialetti diversi. Lo swahili, invece, è la lingua comune per tutti.

Ma torniamo a questo meraviglioso paese…

Questo paese dell’Africa subsahariana, non ha solo una splendida natura, con immensi parchi ricchi di fauna esotica, con vastissimi laghi popolati di pesci e uccelli variopinti, montagne che costituiscono il tetto del continente come il Kilimanjaro, località balneari che si affacciano su un mare accogliente tutto l’anno.

Il Kenya, a tutto questo, aggiunge un’antica civiltà, una ricchezza storica, artistica e archeologica.

Il Kenya…forse qui la razza umana, addirittura, iniziò la sua straordinaria avventura, se si pensa al ritrovamento di resti dei primi ominidi, nella valle del Rift o nei sedimenti dell’isola Rusinga, nel lago Victoria, dove nel 1966 riemersero reperti fossili di un nostro progenitore, battezzato con il nome di“kenyanthropus”.

Ma non vogliamo retrocedere così tanto nel tempo, limitandoci a ricordare che i Fenici sicuramente sbarcarono sulle coste dell’attuale Kenya nella loro circumnavigazione dell’Africa, nel V secolo a.C. e le popolazioni swahili, tuttora preminenti, erano già note duemila anni fa.

Di loro riferì il greco Diogene, autore di racconti fantastici ma non troppo, attorno al 110 d.C.

Una città come Mombasa, oggi attivo scalo aereo sulla costa meridionale, punto di arrivo dei turisti venuti dall’Europa, che poi rapidamente si dirigono verso località marine alla moda come Malindi o Watamu, merita anche una visita, perché ricca di storia.

Era già conosciuta nel VII secolo d. C., e Arabi e Persiani mussulmani ne fecero un punto di riferimento nell’ambito della loro espansione marittima e commerciale da Zanzibar.

Da visitare è appunto l’antico quartiere arabo, naturalmente arricchito di elementi della cultura autoctona, nonché, soprattutto, il forte di Jesus, eretto dai Portoghesi, qui giunti con Vasco de Gama nel 1497.

Gli Arabi riconquistarono la roccaforte nel 1968. Mombasa fece parte del sultanato di Zanzibar, per poi passare sotto il dominio inglese ed infine divenire porto preminente del Kenya indipendente.

Ma anche la celebrata Malindi non vanta solo grandi spiagge dove ci si può abbronzare, tra un bagno e l’altro, di giorno, e ammirare il flusso ed il riflusso delle maree, specie nelle notti di plenilunio, quando il fenomeno è più vistoso.

Infatti, nell’immediato entroterra si può visitare la zona archeologica di Gede, città araba risalente a cinque secoli fa. E attorno, villaggi indigeni dove vi accolgono ragazzini vestiti con colorate divise della loro scuola: oppure adulti ripropongono cerimonie tribali, gli uomini vestiti da antichi guerrieri, le donne da danzatrici.

Se poi si vuole compiere un’escursione che unisca mare e cultura, si può raggiungere l’isola di Lamu, con la cittadina omonima tutta in stile arabo, dove, nel porto, si possono ammirare i “ dhow ” le tipiche imbarcazioni locali.

Insomma, il Kenya non è solo mare, o parchi con elefanti, ippopotami, rinoceronti, leoni, leopardi, giraffe, coccodrilli e tanti altri animali ancora, ma presenta aspetti meno noti eppure sorprendenti come il Lago Nakuru con i milioni di fenicotteri rosa che quasi lo ricoprono o gli elefanti rossi dello Tsavo e le quasi 1100 specie di uccelli che popolano il paese facendone un paradiso per chi pratica il birdwatching.

E poi, se qualcuno vi parla di neve all’Equatore, credetegli: significa che ha visitato il Kenya e la terra che lo ospita è ricca di sorprese.

Oltre ad ospitare la seconda montagna più alta dell’intero continente africano (Monte Kenya – 5199 mt.), è una terra che si affaccia sull’Oceano Indiano per trecento miglia (480 chilometri) con spiagge di sabbia bianca e finissima, e alterna il deserto a terre fertili, dove crescono piantagioni di tè e di caffé e addirittura vigneti.

Le coste del Kenya sono diventate famose per gli italiani soprattutto grazie a una località come Malindi, che ospita anche una colonia piuttosto numerosa di connazionali che l’hanno scelta come seconda patria

La temperatura dell’acqua va dai 27 ai 35 gradi, la vegetazione è lussureggiante, le barriere coralline abbondano, proprio come le lagune…

Per questo, non è poi così strana la popolarità di Malindi!

Oltre a Malindi, comunque, c’è da scoprire un intero territorio fatto di animali selvatici e autostrade, riserve naturali e aziende agricole, sentieri che si perdono nel deserto e grattacieli. E’ una dimensione sconosciuta a noi europei, una dimensione che genera la magia e il fascino della terra dell’Africa, così bene espressa da una scrittrice, Kuki Gallman, nel suo libro ”Il colore del vento” che raccoglie un diario scritto proprio in Kenya tra il 1974 e il 1984.

Sparsi lungo tutto il territorio, i parchi nazionali rappresentano, senza dubbio, l’attrattiva più preziosa di questa nazione. I tanti animali, compresi i famosi “Big Five” sono di casa in quei luoghi, e con loro, tutta la natura la più rigogliosa che il continente africano può offrire a chi lo visita.

Dall’estremo nord, con il Parco Nazionale di Sibiloi, all’estremo sud, con il Parco Nazionale di Tsavo Est e Ovest, più il Parco Amboseli e il Masai Marai, tanto per citare i più importanti e noti, il Kenya riesce ancora a regalare ai turisti un’immagine incontaminata dell’ambiente naturale, così violentemente deturpato in tanti parti del nostro pianeta.

La vacanza, a volte, può essere anche l’occasione di accostarsi allo splendore della natura.

Malindi

La lambisce una spiaggia bianca lunga sette chilometri. Le sue acque hanno dato vita a un parco marino ed è il paradiso degli appassionati di windsurf e della pesca d’altura.

E’ Malindi, una località che da diversi anni, ormai, rappresenta unostraordinario punto di attrazione per i turisti italiani.

Chi adora lo shopping non dovrebbe lamentarsi soggiornando a Malindi: le botteghe di prodotti locali e le boutique eleganti, infatti, si alternano nella cittadina che merita di certo una visita. La località balneare offre anche una scelta abbondante di ristoranti, discoteche e caffè, e non manca neppure un assortimento di strutture sportive, compresi alcuni campi da golf.

La vita notturna è animata oltre che dalle discoteche, dalla presenza di un casinò, mentre chi vuole addentrarsi nell’atmosfera più genuina dell’Africa, può visitare il caratteristico mercato, dove le bancarelle dei venditori sono un autentico spettacolo da gustare e fotografare.

Watamu

Watamu si è andata sviluppando in questi ultimi anni grazie alla costruzione di strutture di livello e piene di comfort, e al fatto che il mare, quando non è il periodo delle alghe, è trasparente e bello.

E’ un villaggio di pescatori e costruttori di dhow, le tipiche imbarcazioni keniote, ed è molto vicino alla zona che viene chiamata “Sardegna due” per via del colore dell’acqua e dell’abbondanza di varietà di pesci. C’è anche una bella barriera corallina dove è possibile praticare lo snorkeling per ammirare la moltitudine di pesci variopinti che, indifferenti alle barche dei turisti, continuano a muoversi elegantemente nel loro ambiente.

I Parchi Nazionali, veri tesori naturali

Il Kenya, in lingua swahili, significa “montagna lucente”; il riferimento alla magnificenza della natura, quindi, emerge con evidenza già dal nome del Paese africano.

Il Kenya, del resto, ha alcuni dei Parchi nazionali più affascinanti dell’intero continente Gli esemplari più celebri sono i Parchi Nazionali di Amboseli, Tsavo, Masai Mara.

Il parco Nazionale di Amboseli si estende per quasi quattromila chilometri quadrati, ed è sovrastato dalle cime del Kilimanjaro.

Uno dei più amati scrittori del nostro secolo, Hernest Hemingway, ambientò proprio in questo magico luogo alcuni dei suoi racconti più belli.

E’ una meta obbligata per gli appassionati di safari fotografici, grazie all’abbondanza di specie animali che tuttora vi dimorano. L’Amboseli è abitato dall’orgoglioso popolo dei Masai, che si occupa e vive di pastorizia.

Il Parco Nazionale Tsavoimpressiona per la sua vastità. Con i suoi ventunomila chilometri quadrati di superficie, è il più vasto del Kenya ed è diviso in due parti – Tsavo est e Tsavo Ovest – da una strada che porta da Mombasa agli altopiani di Nairobi.

All’interno del territorio del parco, le savane si alternano alle foreste di giganteschi baobab millenari e di acacie, enormi termitai abitati anche da piccole iguane, mentre le famose sorgenti di Mzima (da cui sgorgano venti milioni di litri di acqua cristallina al giorno) e il fiume Galana formano un eccezionale microsistema, permettendo a centinaia di specie di piante e animali di vivere e prosperare.

Lo Tsavo, a poche ore di auto dai centri balneari, rappresenta il Parco ideale per chi vuole abbinare al soggiorno balneare un safari.

Il Masai Mara, invece, stupisce per l’alta concentrazione di animali del paese.

Le vaste savane sono l’habitat ideale per le acacie e piccoli boschi che costeggiano i fiumi Mara e Talek, punto d’incontro dei numerosi animali che si vanno a dissetare e osservatorio eccezionale nel periodo della grande migrazione.

Milioni di animali, ogni anno da luglio ad ottobre, muovendosi in mandrie, cercano erba fresca e acqua e qui trovano tutto ciò che serve loro per la sopravvivenza.

E’ più probabile assistere in questo parco al ciclo vitale degli animali, con i predatori che cacciano gli erbivori, li atterrano e li mangiano.

Monte Kenya, alto 5199 mt, è la seconda montagna più alta del Kenya ed è un vulcano ormai spento. Per la bellezza dei suoi panorami e paesaggi l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità e Riserva Biosfera.

Flora e fauna abbondanti, sono un vero paradiso per chi pratica il trekking e il birdwatching.

Meru National Park, ricco di foreste pluviali e colline rocciose, divenne famoso negli anni ’60, quando i coniugi naturalisti Adamson, adottarono una leonessa “Elsa”, che fu protagonista di una seguitissima serie di documentari televisivi dal titolo “ Nata libera”.

Oggi, oltre ai Big Five, si possono vedere specie di animali molto particolari, definiti “Special Five” e che sono la zebra di Grevy, lo struzzo somalo, il gerenuk, la giraffa reticolata e l’orice di Beisa.

Samburu Shaba e Buffalo Springs, sono riserve molto note ai turisti per la loro bellezza e per essere quasi ancora inesplorate.

Anche qui si trovano gli “Special Five”, oltre ad altri tipi di animali, boschi costituite da acacie e palme doum. Nel parco vive una tribù simile a quella dei Masai, i Samburu che vivono anche loro di pastorizia.

Aberdare National Parkè costituito da montagne che hanno un’altezza di circa 3550 mt e ci sono, all’interno, le cascate Thompson con un salto di ben 72 mt.

Anche qui ci sono fitte foreste e animali oltre a piantagioni di caffé, tè, grano e piretro.

Le Chyulu Hills, invece, sono state le ispiratrici del romanzo “Le verdi colline d’Africa” di Ernest Hemingway.

Hanno una magnifica vista sul Kilimanjaro e sono l’habitat ideale per leoni e leopardi. Qui è possibile effettuare safari a piedi, rigorosamente accompagnati dalle guide Masai, perché si possono avvistare e avvicinare molti elefanti, giraffe e zebre.

Laikipia, infine, è un altopiano nel quale le riserve private si sono convertite alla protezione del patrimonio naturalistico, al suo ecosistema e agli stili di vita tradizionali.

Ma ci sono anche altri Parchi e Riserve molto importanti perché ancora si possono trovare specie di animali rare, grandi parchi, ampie praterie.

Uno dei più interessanti è il Kakamega Forest National Reserve, nel quale sono ospitate specie faunistiche uniche: 350 specie di alberi, 27 di serpenti, 400 specie di farfalle e 300 di uccelli, oltre a 7 specie di scimmie.

La leggenda dei Baobab

Alberi molto caratteristici e dalla forma molto particolare, sono facili da vedere in Kenya. Mi piace raccontare la leggenda che circonda la loro forma così strana.

Si dice che una volta un baobab, divenne tanto presuntuoso perché era l’albero più grande del mondo.

Camminava e si vantava di questa sua particolarità. La cosa fece arrabbiare il Creatore che lo afferrò e lo piantò a testa in giù nella terra.

In questo modo le sue radici tanto nodose andarono verso l’alto, mentre i suoi rami, che erano molto belli, vennero imprigionati per sempre sotto la terra.

Il baobab, imbarazzato nel muoversi, decise di rimanere per sempre in quella posizione, ed è quella, comunque bella, che noi vediamo oggi.

Il Kenya protegge il suo patrimonio…

Kenya, paese che ha a cuore la salvaguardia del suo patrimonio ecologico e per il quale investe grosse risorse per lo sviluppo di un turismo sostenibile atto a preservare le specie di animali e di vegetali che ne fanno un paradiso sia per i suoi abitanti, sia per i numerosi visitatori che cercano qui quell’ambiente naturale, colorato di natura e di umanità che non trovano più nelle proprie città.

Liliana Comandè

Una vacanza tra le vette del Kilimanjaro e le spiagge bianche. Non solo mare e natura, ma anche…storia e archeologia in Kenya.
Una vacanza tra le vette del Kilimanjaro e le spiagge bianche. Non solo mare e natura, ma anche…storia e archeologia in Kenya.
Una vacanza tra le vette del Kilimanjaro e le spiagge bianche. Non solo mare e natura, ma anche…storia e archeologia in Kenya.
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Tornando a casa

3 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #racconto, #luoghi da conoscere



Tornando da Milano rivaluto la mia bistrattata Piombino, piccola città di mare abbandonata tra sentore d'acciaio e profumo di scogliere. Percorro vecchie strade senza sosta, alla ricerca del mare, quel mare che tanto mi manca nella distanza e che do per scontato quando lo trovo a portata di mano, d'olfatto, di vista. Rivedo angoli di tetti sporgenti tra le scogliere, cadenti ricordi d'archeologia industriale, pinete che protendono rami nel cielo, braccia ritorte piangendo preghiere. Sogno un bambino che corre tra prati d'illusione, memoria d'un passato che si fa ricordo, mentre intorno fiorisce una parvenza di primavera. Penso che fino a ieri tutto era neve e dolore, ghiaccio e disperazione, freddo e timore. Scorgo il volo d'un gabbiano, a volte ho odiato la sua altera presenza, ma adesso provo un senso di pace, mi conforta vederlo, mi basta quel profilo imponente sul tetto d'una casa di mare, ché solo a Piombino ho visto condomini sulle scogliere, unica città al mondo edificata a misura d'operaio. Rivedo lo chalet sul mare, il bar nella piazza ai caduti, dove al mattino giardinieri svogliati compongono la scritta Salivoli con piante grasse. È il bar dove ho bevuto l'ultimo caffè con mio padre, prima che se ne andasse, il bar dove ogni tanto lo rivedo sorridente davanti alla tazzina di caffè. E poi dicono che non esistono i fantasmi. Non vi fate ingannare. Certo che esistono, invece. Sono dentro di noi, accompagnano una vita raminga, provvisoria, sono la nostra guida, per noi che non siamo Dante ma non possiamo restare orfani di Virgilio. Il vento di scirocco mi penetra i sensi impregnato di salmastro. D'un tratto comprendo l'angoscia di Cabrera Infante, le ultime ore in un letto d'ospedale, lontano dalla sua terra, al termine d'un esilio che supera i confini della vita. Povero Guillermo, che quando scriveva di cinema si faceva chiamare Caín, quanta tristezza morire a Londra sognando il lungomare dell'Avana, i ragazzini bagnati dagli schizzi dell'oceano, i venditori di rum, i froci, le puttane, le case cadenti, i cabaret sulle scogliere, gli alberghi di undici piani che scoprono un cielo stellato. Quanta tristezza.

Piombino, 2 marzo 2013

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Nicaragua: terra dei sorrisi e della natura incontaminata

4 Ottobre 2013 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Nicaragua: terra dei sorrisi e della natura incontaminata

Testo e foto di Liliana Comandè.

C’è un angolo del mondo dove sembra che il tempo si sia fermato e i colori della natura splendono come i volti delle persone, semplici, luminosi, genuini.

C’è un paese “antico” che si sta aprendo alla modernità preservando, però, i grandi valori, quelli della natura, dell’ambiente e dello spirito. Un paese, che rappresenta un angolo di Eden, e si contrappone al degrado del terzo millennio. E’ il Nicaragua, posto al centro del Continente americano. Bagnato dalle acque dell’Oceano Pacifico e del Mar dei Caraibi, il suo nome lo deve all’antica lingua della cultura Nàhuatl, significa “Qui, unito all’acqua” (Aqui junto al agua). Nicaragua, territorio ricco di storia e di una bellezza naturale tanto inaspettata così come la generosità e la cordialità dei suoi abitanti. Laghi, lagune, fiumi, foreste, cascate, vulcani, spiagge bianche e incontaminate, splendide città coloniali, villaggi caratteristici, una flora e fauna ricchissima, rendono il Paese un prezioso “universo turistico” ancora tutto da scoprire e apprezzare per le forti emozioni che riesce a trasmettere a chi ha la fortuna di visitarlo.

E’ così ‘vergine’ ed esuberante nella sua natura che nel piccolo Paese esistono più di 70 ecosistemi diversi. Questa particolarità lo fa riconoscere – fra gli altri unici sette paesi al mondo – come nazione dotata di una megadiversità biologica. Nelle strade e nei paesi e nelle piccole cittadine si respira un’aria di serenità, di tranquillità, di voglia di vivere gioiosamente, nonostante il Nicaragua non sia una nazione economicamente ricca, anzi, è fra le più povere della terra. Ma la vera ricchezza l’ha nel grande cuore della sua gente e dal suo sincero senso di ospitalità, che ti conquista immediatamente.

Conserva il fascino di un paese che mantiene ancora intatte le sue tradizioni, la sua cultura, la sua musica e lo splendido ambiente che la natura gli ha generosamente regalato.

Il Paese è ricco di campagne coltivate con banani, palmitos (specie di banani i cui frutti, però, vengono solo cucinati – sottili come patatine fritte o a rondelle e mangiate al posto del pane- buonissimi!), papaia, mango e ottimo caffè, rigorosamente biologico. Sicuramente non è un posto per chi ama i villaggi turistici perché in Nicaragua ci si va per conoscere un mondo nel quale si deve abbandonare lo stress quotidiano per assorbire un po’ lo scorrere lento del tempo, senza nessun affanno. E’ un Paese estraneo al turismo di massa nel quale si concentra cultura, architettura coloniale, grande varietà di ecosistemi, bellezze naturali e gente straordinaria. E’ ideale per il viaggiatore che è alla ricerca di autentiche emozioni.

Sulle strade di campagna è facile incontrare mucche, cavalli, galline, maiali che, con molta indolenza e a malincuore, le lasciano per far passare le automobili e gli autobus. C’è un’aria permeata di magia, la cui maggioranza è di religione cattolica e festeggia i Santi con Feste e processioni. I tramonti sono molto suggestivi ovunque ci si trovi e il cielo è talmente terso che la sera le stelle sono lì, a portata di mano, e si possono distinguere perfettamente tutte le costellazioni. La mezza luna è messa in orizzontale e non in verticale, come la vediamo qui da noi. Nel paese ci sono ben 57 vulcani, verdi montagne e tanti giardini tropicali. Possiede, quindi, uno dei patrimoni più importanti della terra: quello naturalistico e, inoltre, l’intelligenza di essere consapevole di volerlo mantenere così com’è.

Ora il Nicaragua ha capito che può condividere questo suo patrimonio con il resto del mondo, quello che, però, ne può rispettare il suo ecosistema e, attraverso una nuova politica di promozione in Europa, portata avanti dal Ministro del Turismo, Mario Salinas, già s’iniziano a vedere i primi risultati. C’è un incremento del turismo europeo nel Paese, costituito soprattutto da tedeschi, spagnoli e inglesi, i quali hanno iniziato ad apprezzare “le tradizioni, la cultura autentica e originale ma, soprattutto, la gente. Il popolo nicaraguense, infatti, è fra le nostre più importanti bellezze” – come ha affermato il Ministro nel corso di una conferenza stampa con i pochi giornalisti e operatori italiani invitati dal Governo a conoscere il suo Paese. “Il Nicaragua è un paese diverso e si avverte. Vorremmo, pertanto, che in Europa se ne accorgessero. Il nostro intento è quello di far conoscere ciò che di meglio ha da offrire il nostro Paese e ci rendiamo anche conto che la componente turismo si sta convertendo in una ricchezza per il Paese. Il Nicaragua è una nazione dove la fantasia non ha frontiere e dove c’è un realismo fantastico”. Ha concluso il Ministro Salinas.

Io mi sento di aggiungere che esistono altre potenzialità turistiche quali l’artigianato, la gastronomia, le attività sportive come il trekking, andare a cavallo, fare birdwatching, quelle acquatiche quali il surf e lo snorkeling, la pesca d’altura, l’antica cultura, l’architettura coloniale, l’aspetto religioso popolare, oltre a quanto già detto prima.

Di sicuro c’è che lo sviluppo delle attività turistiche, coinvolgendo le comunità e gli operatori locali, non può che far bene al Paese perché è un mezzo di crescita economica che genera anche lavoro e migliora la qualità della vita della popolazione. Il tutto, però, nell’ottica della preservazione del patrimonio identitario, ambientale e culturale.

In questo mio diario di viaggio vorrei poter trasmettere le emozioni vissute in 9 giorni trascorsi nel piccolo Stato nel quale vivono 5milioni e 800mila abitanti, dei quali 1milione e mezzo sono nella capitale Managua. Una piccola curiosità, nel Paese non esistono i numeri civici né i nomi delle vie, ma solo punti di riferimento, perciò, se dovete andarci da soli, attenzione a non ritrovarvi a… vagare come tanti Fantozzi alla ricerca del vostro hotel!

Diario di Viaggio

Primo giorno: Managua

Arriviamo in Nicaragua dal Venezuela, dove abbiamo trascorso già trascorso un press tour di 8 giorni e del quale racconterò in un altro momento. Partiamo la mattina molto presto da Caracas e arriviamo a Managua, la capitale, dopo aver fatto scalo anche a Panamà. Spostiamo ancora una volta le lancette dell’orologio e torniamo indietro con il fuso orario. Ora abbiamo 7 ore di differenza con l’Italia. Gli incaricati del Ministero ci prendono in aeroporto per accompagnarci in albergo. Ammiriamo lungo il tragitto un mosaico di vita rurale e di case moderne. Managua, infatti, fu rasa al suolo nel 1972 da un terremoto ed ora, per sua sfortuna, non possiede una vera e propria identità. Non ha un centro storico ma tante strade e molti viali.

C’è una nuova Cattedrale, il Teatro intitolato al suo più importante poeta: Ruben Dario, centri commerciali, ottimi hotel e Il 27 per cento della popolazione è Nica. Allontanandosi dalla città si entra in quello che può sembrare un centro rurale composto da case basse. E’ strano, ma subito avverto un’aria familiare, merito, forse, della simpatia delle persone che ci hanno portato in Hotel. L’albergo è molto bello e dotato di ogni comfort, una gradevolissima sorpresa. Si chiama Seminole, come gli indigeni originari di qui e alcuni – li vedi dai tratti caratteristici somatici – vi lavorano. Abbiamo qualche ora a disposizione prima di incontrare il Ministro del Turismo che cenerà con noi nel nostro albergo. Non so cosa fanno i miei compagni di viaggio e così, da sola, e senza alcun timore, mi avvio a piedi nel centro commerciale più vicino all’hotel per dare un’occhiata e per fare qualche acquisto che, probabilmente, non avrò più il tempo di fare quando ci muoveremo da Managua. Assomiglia ai nostri centri commerciali, ma è un po’ più piccolo.

La prima cosa che mi colpisce è che a Managua fa un gran caldo, ma a meno di 2 mesi dal Natale, i negozianti stanno già addobbando i loro esercizi con alberi e decorazioni varie! Entro in un grande negozio di abbigliamento e mi piace immediatamente la cordialità delle commesse che si mettono a mia disposizione. Resto lì dentro quasi un paio di ore perché mi sono ‘incaponita’ su una maglietta particolare che, purtroppo, non ha più il codice a barre e non può essere venduta. La commessa parla con la direzione fino a che non riesce a trovare un articolo simile che ha lo stesso codice e così, alla fine riesco a comprare la sospirata maglietta! Ma nel frattempo, un’altra commessa mi ha portato una sedia per farmi stare più comoda nell’attesa e anche lei si dà da fare per trovare una soluzione. E’ ormai buio fuori, e sono entrata che c’era il sole. Le commesse mi salutano con abbracci e baci, felici… per la mia felicità! Questa esperienza mi fa già capire il carattere della gente e mi sono detta subito che quel paese mi sarebbe sicuramente piaciuto! Torno in albergo giusto in tempo per fare una doccia e prepararmi per la cena con il Ministro. Non sono per niente in agitazione per la sua presenza perché ho già avuto modo di incontrarlo a Roma, nell’Ambasciata del Nicaragua, e mi è subito piaciuta la sua semplicità e la capacità di essere “normale”. Arriva senza scorta e vestito in maniera comoda (completo e nessuna cravatta). Parla anche un perfetto italiano ed è contento di rivederci e stare con noi. Non si dà le arie dei nostri politici e, soprattutto, Ministri, e nessuno si “scappella” quando arriva in albergo – il pensiero va immediatamente al nostro servilismo e al nostro mettere sul piedistallo chi arriva a quel grado – mi assale subito un senso di nausea comparando i nostri 2 popoli. Il Ministro è informale (nel senso di normale) e la cena diventa un pasto serale tra amici. Ad un tratto Il Ministro Salinas ci fa notare che, seduta in un altro tavolo del ristorante c’è una persona speciale. Ci giriamo e ci dice che la Signora è Rigoberta Menchù Tum, guatemalteca e Premio Nobel per la Pace nel 1992. Il Premio le è stato conferito quale riconoscimento dei suoi sforzi a favore della giustizia sociale e la riconciliazione etnoculturale fondata sul rispetto per i diritti delle popolazioni indigene. Siamo, chiaramente, emozionati e ci alziamo per parlare con lei che si dimostra contenta di vederci e di spiegarci quali sono i progetti che sta portando avanti nel suo Paese. Ci illustra i progetti turistici comunitari che porta avanti con la comunità indigena e di 2 centri intorno al lago Atitlan che vorrebbe fossero affidati alle popolazioni indigene per renderle autonome attraverso le entrate economiche. Ci dice che si augura di trovare turisti responsabili che partecipino alla vita comunitaria in modo da assaporare veramente la vita dei locali. Ci spiega anche che il nostro tenore Luciano Pavarotti ha donato alla comunità un centro che porta ancora il suo nome.

Il Ministro Salinas ci comunica che anche in Nicaragua sta nascendo una cooperativa agricola che l’anno prossimo sarà già in grado di ricevere i primi turisti. Ci salutiamo con abbracci e baci e… una foto ricordo con lei. E’ il mio secondo Premio Nobel che incontro, dopo Rita Levi Montalcini, e tutto avrei immaginato fuorché di incontrarne un altro, anzi, un’altra, in un Paese così lontano! Due donne semplici ma meritevoli del prestigioso Premio.

Secondo giorno: Salinas Grandes-Leon

Oggi ci attende una giornata impegnativa e molto emozionante. Siamo diretti a Salinas Grandes, villaggio vicino all’Oceano Pacifico dove avremo modo di visitare la comunità di Salinas. Ma prima ci rechiamo al piccolissimo hotel Grace March Lodge Somar, situato direttamente su una larga e lunga spiaggia dove è previsto il pranzo La proprietaria, Grace March, è la titolare anche di un Tour Operator locale ed è dotata di grande energia e cuore . Ci fa visitare i lodge, semplici e rustici ma dotati di ogni comfort e interamente costruiti in maniera artigianale, dai mobili alle sculture, dai lampadari agli elementi che compongono anche le docce (alcune cose sono veramente geniali). Grace aiuta le persone che si trovano nella comunità acquistando il pane che preparano e facendo lavorare all’interno del suo hotel alcune donne che preparano braccialetti fatti con le conchiglie oppure altri oggetti che vendono poi ai turisti, oppure vanno a Leon. I ragazzi, invece, sono impegnati nell’organizzazione delle escursioni alle isole con le barche. Inoltre, i giovani sono coinvolti nella conservazione dell’ambiente, puliscono le spiagge, raccolgono la spazzatura portata dal mare con la quale creano opere d’arte che vengono premiate (la più bella) e collocate all’interno delle camere dei Lodge. Ci rechiamo nella comunità, e qui, ci rendiamo conto che c’è tanto da fare per il prossimo e di quanto egoismo c’è fra noi che ci lamentiamo per il “troppo di ogni cosa che abbiamo”, mentre in questo Centro (ma ce ne sono tanti altri come questo), c’è gente che ha bisogno di aiuto e cerca di vivere dignitosamente ‘inventandosi’ il lavoro. La Comunità è composta da persone di ogni età e alcune hanno degli handicap motori, fisici o mentali, ma è straordinario vedere quanto aiuto ricevano da chi si sente più fortunato solo perché è normale. Senza il sostegno di una ONG italiana, di organizzazioni internazionali, di una delegazione nicaraguense e di donazioni private, la comunità non potrebbe andare avanti così come i bambini con handicap non potrebbero andare nella capitale per essere curati. Ma all’interno la Comunità, di cui fanno parte anche 22 bambini, si aiutano allevando maiali e galline, vendendo il pane, vivendo di pesca, di una piccola fabbrica di sale e creando oggetti artigianali. I giovani hanno fondato 4 anni fa un Gruppo Culturale Giovanile e oggi prepara attività ricreative per altre 12 Comunità, ma non solo. Si occupa di insegnare a parlare a chi ha difficoltà nel farlo, insegna a scrivere, a leggere e a dipingere. Ben 64 ragazzi provenienti dalle Comunità hanno ottenuto delle borse di studi grazie al lavoro di questi giovani “fortunati”.

Il loro scopo è quello di occuparsi che il benessere dei bambini sia sempre protetto e che possano avvalersi anche delle tecnologie che li aiutino ad andare avanti, progredire e creare alternative. Straordinaria e benedetta gioventù che si dà da fare per gli altri! Ma noi siamo lì per prendere atto di ciò che si fa nel centro e per scattare fotografie per illustre meglio la comunità. Fotografo qualche bambina, ma poi non riesco più a scattare fotografie a gente così sfortunata. Mi sembra quasi di profanare la loro intimità. Mi isolo dal gruppo ed esco e, ad un tratto, sento una piccola mano che mi tocca il braccio all’altezza del gomito per poi scendere a stringermi la mano. Mi giro e un visetto serio mi guarda e accenna un timido sorriso. E’ Luisa, la prima bambina che ho fotografato appena sono entrata nella Comunità e ancora non sapevo ciò che avrei trovato. La sua piccola mano mi stringe ogni volta che vuole che io la guardi e le sorrida. I suoi occhi sono tristi nonostante mi sorrida. Sento che ha bisogno di un contatto fisico e così l’abbraccio. E’ contenta. Mi si è posta accanto e non si è più staccata da me. Mi sono sentita assalire da una tenerezza infinita nei confronti della bambina e di tutta la gente che era nella Comunità. Non ho più retto all’emozione di stare lì e di guardare quei tanti occhi tristi puntati verso di noi che sembravamo i “nababbi” fra i poveri o quelli che andavano lì solo per vedere un posto come un altro. Ho provato vergogna per l’egoismo e l’indifferenza che ognuno di noi, da sempre, mostra verso gli altri veramente sfortunati e mi sono sentita inerte, priva di una bacchetta magica che può cambiare lo stato di vita di tutta quella gente. Un pianto di sconforto e di pena è arrivato all’improvviso e solo un operatore del gruppo, Roberto, se n’è accorto ed ha capito perché piangessi. Mi ha cinto le spalle con il suo braccio e mi ha fatto capire maggiormente il significato della nostra visita in quella Comunità. Il viaggio non è soltanto gioia di visitare nuovi paesi ma è capire come il mondo può insegnarci che la solidarietà è essenziale per poterci definire essere umani e fare qualcosa di concreto per gli altri, non solo per noi stessi. L’egoismo non porta mai nulla di buono. E… quelle persone le avrò negli occhi e avranno sempre un posto speciale nel mio cuore. Ma siamo qui per lavorare e, salutati i ragazzi della comunità siamo tornati al Somar Lodge dove abbiamo pranzato in maniera eccellente, anche delle Tortillas preparate da noi. Ma siamo in ritardo perché la prossima tappa è la città di Leon e non vorremmo arrivare troppo tardi.

Leon, ex capitale del Nicaragua, è la seconda città più popolata del Paese con 300mila abitanti. La parte più antica della città è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità in quanto un disastroso terremoto del 1610 la distrusse quasi completamente. Leon è considerata oggi la capitale culturale e religiosa del Paese e ci accoglie quasi al tramonto con le sue belle case in stile coloniale sempre molto colorate e caratteristiche. Però non abbiamo molto tempo per visitarla e, quindi, ci rechiamo subito nella piazza principale dove si trova la bellissima Cattedrale. Saliamo sul campanile e la veduta è sorprendente! E’ tutto lì, sotto di noi, e possiamo ammirare la città a 360°. Dalla sommità vediamo i patii delle abitazioni, ricche di palme, che spiccano fra le tegole dei tetti. Le grosse campane, che ancora sono suonate a mano, sono lì a farci da ornamento in questo momento molto particolare e speciale. Saltiamo e camminiamo sui tetti della Cattedrale, fra pinnacoli, cupole e balaustre, alla ricerca del posto migliore per scattare foto. Ma la piazza ci attrae e scendiamo a curiosare fra le persone che passeggiano, mangiano, lavorano. C’è aria di festa e un gruppo di bambini sta suonando con alcuni tamburi una musica cadenzata. Due di loro sono mascherati come 2 personaggi tradizionali e folcloristici del Nicaragua. Uno è la ‘Gigantona’, che balla e si gira in continuazione, mentre l’altro è ‘l’Enano Cabezon’. I bambini, oltre a suonare, scrivono delle filastrocche per le persone che vogliono godere della loro compagnia. Ci sono tante belle persone: famiglie con bambini che ci sorridono con simpatia e gente che vende del cibo a noi sconosciuto. Ci sono anche delle persone che praticano dei mestieri che da noi sono scomparsi, come quello del lustrascarpe. C’è molta dignità in questa gente ed è contenta di essere fotografata e di riguardarsi nelle nostre macchine reflex. Ci ringrazia anche per essere stato/a prescelto/a da noi! Quanta semplicità e quanta serenità nei loro sguardi, anche quando sono intenti nei loro lavori più faticosi. Peccato non avere il tempo visitare le altre belle chiese di Leon come quella di S. Francisco, una delle più antiche (è del 1639), e quella della Mercedes. Pazienza! Faccio ancora un giro nei dintorni, ma è ormai ora di andare nel nostro hotel “El Convento”. Il nome non è casuale perché prima era un Convento francescano. All’interno ha conservato molti degli oggetti che vi erano quando era un centro religioso: statue, quadri, un bellissimo mobile ligneo dorato e molto grande che sembra un altare. C’è anche una splendida collezione di vecchie bilance. Un bel giardino è situato proprio al centro della costruzione.

Terzo giorno: Vulcano Cerro Negro e Matagalpa

Di primo mattino, abbiamo effettuato un giro interessante nel colorato mercato della città. Mi piace sempre visitarne uno ovunque mi trovi perché rispecchiano i gusti alimentari delle popolazioni e le produzioni delle loro terre. A Leon c’è n’è uno coperto ed uno scoperto e, quest’ultimo, è situato in uno dei lati della Cattedrale. La vivacità cromatica della frutta fa bella mostra di sé sui banchi dei venditori e, così, ci attardiamo a fotografare tutto e tutti e a chiedere il nome di alcuni prodotti che non conosciamo. Sui banconi, tutta la merce è disposta in maniera molto ordinata e, nonostante ci sia già un gran fermento fra venditori e acquirenti, anche qui riceviamo sorrisi e disponibilità a rispondere alle nostre domande e a farsi fotografare. Ci dispiace lasciare il mercato, per noi indubbiamente caratteristico e singolare, ma questa è la giornata nella quale andremo a fare trekking sul vulcano Cerro Negro, per poi ridiscendere facendo una specie i snowboard. Purtroppo la giornata piovosa non ci faceva presagire nulla di buono per l’escursione al vulcano, ma questo era il programma stabilito per noi e questo si doveva fare.

Saliamo a bordo di un camion tipo militare con i sedili in verticale, sul quale sale anche un gruppo di americani piuttosto ‘caciaroni’ come si dice a Roma.

Non capiamo il perché di questo tipo di mezzo di trasporto, ma lo abbiamo compreso immediatamente appena siamo usciti dalla città. Avete presente il Camel Trophy o la Parigi Dakar? Ecco, il viaggio è stato proprio simile a quello delle note manifestazioni sportive. Percorsi non asfaltati, pieni di buche e di acqua, ci facevano sballottare da una parte all’altra, ci facevano saltare dal sedile quando c’erano avvallamenti, il tutto in mezzo ad una natura rigogliosa… sotto l’acqua. Ma quando siamo arrivati davanti al vulcano, la cui sommità era coperta da una grossa nuvola nera mentre tutto attorno era circondato da una fitta nebbia, ci è preso un po’ di sconforto perché pensavamo di non poter salire sulla sua cima. All’improvviso, per fortuna, la pioggia è cessata e, caricate le tavole, gli zaini in spalla, e un sacco con la tuta da indossare per la discesa, ci siamo avviati in fila indiana verso le pendici del vulcano le cui fumose caldarole spargevano nell’aria un vago odore di zolfo e davano l’impressione che da un momento all’altro la montagna si dovesse risvegliare. .. Alto poco più di 800 metri, è il più giovane vulcano di tutto il Nicaragua e 3 anni fa ha avuto l’ultima eruzione, quindi, l’idea di una ripresa non era poi così campata in aria!

Incominciamo a salire. Il nero della lava e il fumo che esce dalle fenditure della montagna, rende il panorama irreale ma molto spettacolare. Il cielo è sempre cupo e la nebbia non ne vuole sapere di diradarsi. Alla nostra destra, però, incominciamo a vedere che il cielo si apre e il sole che filtra attraverso l’apertura ci mostra lo spettacolo bellissimo di un territorio ricoperto da verdi piante L’aria, nonostante il caldo, è diventata gradevole. Con i nostri pesi addosso, procediamo abbastanza speditamente, tranne gli operatori che sono carichi di attrezzatura bella pesante. Finalmente arriviamo alla meta: la cima del vulcano, e subito a qualcuno viene la tentazione di tornare indietro.

La parte dove si deve scendere con la tavola è coperta dalla nebbia e la pendenza è di ben 41°. Ma ormai siamo là e dobbiamo scendere alla meno peggio. Ci infiliamo le tute color arancione e gli occhiali da mare (quelli per lo snorkeling, per intenderci, ma piuttosto scheggiati) – per proteggere gli occhi dai sassi di lava che si alzano mentre si effettua la discesa. Nebbia più occhiali rovinati non era un binomio che dava sicurezza, ma molti scendono con più o meno difficoltà ed io, in quel caso non ci faccio una gran bella figura perché mi sono dovuta fermare varie volte per vuotare la tavola dai sassi che si erano accumulati e per sollevare gli occhiali per vedere dove stavo andando! Ma ciò che disse Gesù, “gli ultimi saranno i più fortunati”, si è verificato per gli ultimi che sono scesi: la nebbia era scomparsa e il sole era apparso nel cielo. Vince Roberto, che scende più velocemente degli altri.

Risaliamo sul camion e facciamo il percorso all’inverso, ma stavolta sembra ancora più accidentato e fra grandi risate e urla per gli scossoni nel camion, torniamo a Leon giusto per mangiare qualcosa e partire per Matagalpa, dove arriveremo in tarda serata. Ceniamo con il Sindaco del luogo e andiamo a dormire in un luogo chiamato Selva Negra.

Quarto Giorno: Selva Negra – Granada

Il risveglio è quanto mai da fiaba! Selva Negra, infatti, è un posto assolutamente incredibile esteso ben 850 ettari e fondata nel 1881 da immigrati tedeschi che vi impiantarono la prima industria del caffè in Nicaragua. Selva Negra si trova a nord di Matagalpa, a 2.200 metri di altezza, ed è una riserva naturale con una foresta nebulosa, vergine e lussureggiante, meta di studenti che vengono a visitarla, ma anche di turisti che soggiornano nel bel Resort. All’interno c’è un Resort molto accogliente e funzionale, la cui architettura non stona in quest’area protetta. C’è, inoltre, un ristorante, un piccolo museo, una chiesa, una piccola piantagione di caffè, un lago con ninfee e cigni, una piccola piantagione di orchidee, cavalli e..tante scimmie sugli alberi.

Alcuni tetti degli chalet sono ricoperti di bromeliacee, soprattutto di colore ciclamino. L’attuale proprietario, anche lui tedesco: Eddy Kuhl Arauz, ha acquistato questo paradiso terrestre, ricco di flora e di fauna, nel 1975 ed ha scritto vari libri, compreso quello che narra la storia di questo luogo incantato. Nella zona di Matagalpa si coltiva il caffè, definito il migliore al mondo per il gusto e l’aroma, e che viene esportato anche in Italia. E’ certificato arabico al 100 per cento ed è coltivato solo in maniera biologica. Quando il chicco è maturo assume un colo rosso e per preservare le piante dagli insetti, si mette una bottiglia di plastica con un prodotto organico per allontanarli.

Il Signor Eddy mi prende in simpatia e incomincia a farmi visitare la riserva. Mi dice di amare molto l’Italia, soprattutto Firenze e il Palazzo degli Uffizi e le canzoni liriche, che ogni tanto accenna a cantare. Gli descrivo, però, le bellezze di altre città come Venezia e Roma e ne rimane estasiato. Mi fa entrare nel giardino delle orchidee, ma non ci sono solo questi fiori, ci sono vari tipi di alberi, di piante, anche di caffè dal frutto acerbo o maturo e tanti banani.

E’ un posto incantevole questo, dove si sente il canto degli uccelli. Riesco a vedere anche un colibrì che sta picchiando su un albero. All’improvviso si odono suoni diversi, gutturali, mentre le fronde degli alberi più alti incominciano a muoversi. Eddy mi spiega che ci sono le scimmie. Le vedo, sono intere famiglie che saltano da un albero all’altro e mi emoziono per il privilegio che ho di stare in quel posto incantato. Cerco di fotografarle, ma sono troppo alte e non ci batte il sole, sicuramente non riuscirò ad ottenere dei buoni scatti. Eddy è contento della mia attenzione e meraviglia su ciò che vedo e mi chiama in continuazione per farmi notare ogni cosa. Incomincia a chiamarmi “Pura Vida” anziché Liliana, mentre io lo definisco un uomo da invidiare perché è riuscito a crearsi un ambiente unico al mondo per viverci.

Mi vuole far cavalcare uno dei suoi cavalli e me ne fa sellare uno per farmi scoprire la Selva. Herique, l’uomo che si occupa dei cavalli mi accompagna in questo giro fantastico dove gli unici rumori sono quelli degli zoccoli dei cavalli. Quanta pace! Che posto incredibile e unico è questo!

Ci sono persino dei piccoli ruscelli che attraversano i giardini che portano agli chalet. Ma in questo paradiso Eddy ha pensato anche ai bambini e per i piccoli ospiti c’è anche un parco giochi situato dietro il ristorante.

Mi dispiace lasciare questo posto e penso che la mattina, appena ho aperto la porta dello chalet, mi sono trovata a 3 metri di distanza dal lago con le oche che passeggiavano quasi davanti alla mia porta! Eddy viene a salutarmi e mi dice ancora “Tu eres pura vida” (tu sei pura vita. Y cuando tu quiere estar aquí esta es tu casa”(tu sei pura vita e quando vuoi venire qui, questa è la tua casa), e queste parole mi rimangono impresse nella mente e nel cuore.

Io lo ringrazio, invece, per aver preservato questo angolo di mondo e consentire a chi vuole conoscerlo di venire qui e condividere con lui le tante meraviglie di Selva Negra.

Sulla macchina che ci porta a Matagalpa rifletto sul fatto che il Nicaragua mi sta sorprendendo ogni giorno di più e mi sta facendo provare emozioni che recano beneficio al mio spirito. Arrivati nel bel Paese, che conserva ancora un’aria un po’ antica, assaggiamo un eccellente caffè nel locale più noto del luogo e poi di nuovo per la strada per scattare fotografie alle persone che ci sembrano più particolari o più interessanti da fotografare.

Non c’è che l’imbarazzo della scelta: Ragazze e bambini bellissimi si mettono tranquillamente in posa tranne i più timidi e, a volte, questo ci fa vergognare per la nostra veemenza nel chieder loro di essere ripresi.

Lasciamo Matagalpa e ci dirigiamo a Granada, dove arriveremo dopo 3 ore di macchina. Nel piccolo pullman dormono quasi tutti.

Io non posso, non ce la faccio. Come sempre devo vedere il paese nelle parti più vere come la campagna, con la quotidianità della vita contadina. Osservo le semplici case con il classico recinto per i maiali, le mucche allo stato libero che mangiano l’erba dei campi, la gente che si riposa sulle amache, gli animali domestici come i cani che mai ti molestano o abbaiano contro chi non conoscono. Attraversiamo località con piccoli laghi, piccoli cimiteri e piccole colline. Notiamo tanti bambini che giocano con poco o fra loro, bucato steso sui fili ad asciugare, il consueto verde degli alberi e delle piante e i rapaci che volano in cielo.

Arriviamo a Granada nell’ora migliore per poterla osservare nella parte più alta della Cattedrale. Che spettacolo vista dall’alto! Anche questa città è molto bella e interessante e sempre con le case in stile coloniale, molte delle quali restaurate. Ammiriamo le caratteristiche abitazioni costruite attorno ad un patio centrale sempre ricco di piante tipiche locali e dagli immancabili banani. Che bella che è questa città. Arriviamo giusto in tempo per assistere ad una piccola processione che termina il suo percorso dentro la Cattedrale.

La guida ci spiega che Granada è una delle città più importanti del Nicaragua e fra le più belle città coloniali dell’America centrale.

E’ la rivale di Leon, anche se è più piccola ed ha appena 160mila abitanti, ma è molto monumentale e aristocratica. Si trova a sud di Managua, dalla quale dista solo 40 chilometri, 90 dalla Costa Rica e 50 dalle più belle spiagge dell’Oceano Pacifico.

Al centro della città c’è il Parco Centrale, che è presente in ogni città piccola o grande del Nicaragua. Facciamo in tempo a fare i classici due passi intorno alla Cattedrale, ma anche qui è arrivata l’ora di andare nel nostro nuovo hotel e di cenare con le autorità locali.

L’Albergo è il Gran Francia, bellissimo esempio di stile coloniale spagnolo, che si pensa possa risalire addirittura al 1.524. Completamente restaurato, sono molte le leggende su questo storico edificio.

Quinto giorno:

Granada- Las Isletas-San Juan del Sur

Questa mattina sarà dedicata alla visita di Granada a bordo di un calesse. Ne apprezziamo l’armoniosità delle costruzioni, molto belle e ben conservate, il grande Parco centrale, la bella Cattedrale e il Municipio.

Poco distante dalla Piazza centrale c’è il classico mercato affollato di venditori di ogni genere di merce alimentare, compresa la frutta tropicale che non abbiamo mai visto. Infine, ci troviamo in un piccolo ma interessante museo che conserva reperti molto belli di vasellame risalenti al periodo precolombiano, ma anche al 500 a.c. All’interno del Museo c’è un patio ed un bel parco pieno di piante e alte palme.

In mezzo ad un albero, mimetizzato nei colori, osserviamo un grosso gufo imperturbabile ai nostri commenti di stupore!

Oggi il Museo è affollato di studenti, tutti ben ordinati in fila e con il grembiule – come si usa in ogni parte del mondo, tranne che nel nostro Paese! Sempre in calesse attraversiamo strade piene di colore. Le case coloniali sono un piacere per i nostri occhi – e gli obiettivi – e i bambini sono pronti a salutarci.

Ci dirigiamo verso il porto Cesar, a sud di Granada, e ci imbarchiamo su una moderna lancia per scoprire un altro posto di grande fascino, il lago Cocibolca, detto anche “La Mar Dulce”, perché è vastissimo – secondo al mondo solo dopo il Titicaca –. Il nostro programma prevede la visita alle numerose ‘Isletas’ che “sbucano” dalle acque di questo lago. Questa mattina c’è anche il sole, il cielo ha un bel colore azzurro e la temperatura è molto piacevole: finalmente ci gusteremo il panorama con più allegria e felicità. Partiamo e… restiamo letteralmente sedotti dallo spettacolo che ci presenta davanti agli occhi.

Come al solito, non c’è niente che non si vorrebbe fotografare, ma i circa 365 isolotti disseminati nell’arcipelago sono troppo belli per non essere fissati per sempre negli obiettivi.

Las Isletas sono di varia grandezza e tutti ricoperti da una fitta vegetazione tanto che gli uccelli le hanno elette propria dimora. : aironi, cormorani, caracara (una specie di aquila, ma più piccola e con più bianco nel corpo, praticamente è un’aquila pescatrice), Ibis e tanti altri tipi di uccelli volano sulle nostre teste e poi si posano sull’acqua o sulle piante. Ci sono anche tante iguane che prendono il sole su alcune rocce e tartarughe che nuotano pigramente!

Qui c’è il loro Paradiso, come lo è per i pescatori che incontriamo mentre ritirano velocemente a bordo delle loro strette e colorate barche le proprie piccole, e strane per noi, reti sempre piene di pesci.

E’ magnifico trovarsi lì ed osservare questo stupendo miracolo della natura. Gli isolotti sono per lo più disabitati, alcune sono di proprietà di privati, ma in alcuni vi dimorano gli stessi pescatori in semplici case, dove fa bella mostra di sé il solito bucato messo ad asciugare, ma sempre in perfetto ordine.

In questo arcipelago, c’è un’isola, Zapatera, dichiarata Parco Naturale e sulla quale c’è uno dei siti archeologici più importanti per ciò che riguarda statue e caverne risalenti all’età precolombiana, più l’isola di San Pablo, sulla quale si erge una fortificazione del XIX° secolo, ed un’altra che è di proprietà di una …colonia di scimmie curiose, tanto abituate alla presenza umana che vengono a curiosare appena ci fermiamo davanti ad alcuni alberi.

Visitiamo anche un isolotto molto speciale: è quello dove è situato un piccolo Resort molto particolare, il Jicaro Hotel, tutto rigorosamente ecocompatibile con una Spa ecologica. Gli chalet sono tutti costruiti con legno certificato e gli arredamenti sono costruiti con prodotti naturali, così come la biancheria da letto e da bagno. Niente televisione ma solo relax totale, è questo il concetto del Jicaro Hotel. I

n sostanza, è un paradiso nel paradiso! Terminata con molto dispiacere la piacevole gita, ritorniamo a Granada per pranzare. Come sempre, il cibo non ci delude mai, soprattutto il pesce e la carne hanno un sapore eccellente, ben diverso da quello al quale siamo abituati noi.

La loro cucina è sana, gustosa e mai grassa e l’unico problema è che è talmente buona che mangiamo sempre troppo! Ma è ora di riprendere il cammino e, ci rimettiamo in macchina in direzione di San Juan Del Sur, un posto di mare molto noto in Nicaragua, non molto distante dalla Costa Rica. Durante il tragitto incomincia a piovere. I miei compagni di viaggio ne approfittano per dormire, mentre io continuo ad osservare il paesaggio che scorre interno a noi.

La campagna qui è un po’ diversa dalle altre che abbiamo visto nel Paese. Ci sono molti allevamenti di bovini e le solite estese piantagioni di banani. Si capisce che in queste zone c’è più benessere rispetto a quelle dove siamo passati ieri. Ogni tanto si incontrano agglomerati di case, bar-caffè, piccole industrie, motociclette, automobili, camion, autobus colorati, moto-taxi tradizionali – che poi non sono altro che una specie di baracchino coperto con una moto avanti, ma ci sono anche i taxi moderni. Si ha sempre l’impressione di un Paese in bilico fra l’antico e il moderno e, forse, questo mix costituisce uno dei suoi fascini. In lontananza si intravedono i vulcani più belli e noti del Nicaragua e che si trovano sull’isola di Ometepe.

Finalmente arriviamo a destinazione e pur essendo un posto di mare, all’improvviso l’umidità sembra sparita, anzi, tira un’arietta gradevole e inaspettata. Prima di entrare nell’hotel, ci fermiamo ad ammirare il tramonto.

In mezzo alle nuvole, che sembrano cariche di pioggia, si fa largo una “macchia” rossastra e questo ci fa sperare in un’apertura del cielo. Sotto di noi, una larga e lunga spiaggia sulla quale alcuni ragazzi improvvisano una partita di pallone.

Nel mare, non troppo distante dalla riva, tante piccole barche sono ancorate pronte per prendere il largo per una battuta di pesca della popolazione locale. San Juan è una bella cittadina, nota per i suoi numerosi ristoranti dove è possibile gustare crostacei e pesce vario, per le sue discoteche e per le onde, a volte piuttosto alte, ideali per chi pratica il surf.

Ci sono anche tanti negozi e tanto fermento di gioventù. La nostra interprete Emmanuelle, ha qui un’amica triestina, che si è trasferita da oltre 11 anni in questa parte del mondo così lontana dal suo Paese, perché si è innamorata della gente e della particolarissima casa, che ha comprato e nella quale vive ormai da sola. Sia la storia della signora, sia la casa mi mettono curiosità e vengo invitata per un aperitivo.

La casa è in quella che viene definita la “zona bene” di Isla del Sur, ma descriverne la bellezza e la unicità è molto difficile. E’ una delle ultime case del luogo costruite interamente in legno e al suo interno, nell’immenso salone, ha addirittura dei tronchi di alberi dalla forma irregolare che sostengono le amache e decorano l’ambiente.

La signora affitta da qualche tempo le 3 camere da letto disponibili, e così, oltre a guadagnare qualcosa, può parlare ancora italiano. Il personaggio e la sua storia di vita mi affascinano, ma il ristorante ci aspetta per una cena a base di aragoste e pesci dal sapore molto speciale, così ci avviamo in Hotel per cambiarci. Anche questo hotel, il Vittoriano, è molto bello e caratteristico e dotato di ogni comfort, compresa la piscina con Jacuzzi. Il letto è comodo e confortevole. Meno male, domani avremo una giornata piuttosto impegnativa.

Sesto giorno: San Juan del Sur

Ci alziamo con un bel sole e la giornata promette molto bene. L’hotel è di fronte al mare, calmo, e mentre faccio colazione già noto un gran movimento sulla spiaggia. Ma noi dobbiamo andare in un’altra parte del paese dove si può fare surf.

Saliamo a bordo di alcuni fuoristrada e arriviamo quasi al confine con il Costa Rica attraversando alcuni centri abitati e tanta campagna. Il verde è sempre preponderante e rigoglioso. In alcuni tratti il percorso è nuovamente da trasmissioni come “Overland”, ma è divertente ed eccitante.

Arriviamo ad una spiaggia, ma le onde non sono quelle giuste per lo sport e così ci rispostiamo nuovamente fino a quando arriviamo in un luogo che ci trasporta sul set del film “Un mercoledì da leoni”. La spiaggia, anche questa larga e lunghissima, è piena di giovani, soprattutto americani, che cavalcano le onde. Arrivano con i Pick up, scaricano il loro surf e si avviano sicuri fra le onde del mare. Sulla spiaggia ci sono alcune “collinette” ricoperte completamente da alberi di alto fusto, fiori e piante tropicali. Fra questa vegetazione, quasi nascoste dagli alberi e dagli occhi indiscreti delle persone, un paio di invidiabili case dominano tutta la spiaggia. Penso che non sarebbe male possedere una casa qui!

Finisce il divertimento sulle tavole dei surf e ci rechiamo a pranzare nel Resort Morgans Rock, una splendida struttura i cui chalet sono nascosti dalla vegetazione e, anche questi sono costruiti nel pieno rispetto della salvaguardia ambientale. Mi piace molto questo posto! Dal tavolo del ristorante la vista è meravigliosa. Sono le 14 e 20, sotto di noi una bellissima piscina mentre, un po’ più in basso, il mare “luccica” sotto il sole, è calmo, sembra color argento. Sull’acqua c’è solo un peschereccio, mentre il piccolo lato di una verde collina si staglia sulla nostra destra. Il silenzio del luogo è piacevole e il solo rumore che arriva alle nostre orecchie è solo quello delle onde che si infrangono sulla battigia. E’ molto bello e naturale questo luogo con l’hotel totalmente ecologico dotato di soli 15 bungalow. La proprietà, vanta 1800 ettari, di cui solo l’hotel ne occupa 600, ha una spiaggia privata. Gli chalet si raggiungono attraversando un ponte sulla jungla e, all’improvviso, mentre ci stiamo passando sopra, fra gli alberi notiamo un certo movimento.

Capiamo che anche qui ci sono delle scimmie e incominciamo ad osservarne i movimenti e a fotografarle. La direttrice del Resort ci spiega che qui è possibile praticare escursioni a cavallo, in kayak, pescare, osservare i vari animali che ci sono nella zona come le scimmie – tra le quali il bradipo – e poi cerbiatti, volpi, scoiattoli.

Anche qui è tutto rigorosamente naturale e costruito per il relax delle persone: niente televisione, niente telefono, ma si può collegare il PC.

Incomincia ad imbrunire ed è ora di ritornare a San Juan del Sur giusto in tempo per goderci il bel tramonto e i fuochi d’artificio che stanno illuminando una parte di cielo.

Questa è l’ultima notte che trascorreremo qui perché domani saremo in un posto stupendo e irreale: Ometepe.

Settimo giorno: Ometepe

Anche oggi il sole è dalla nostra parte e, prima di lasciare l’hotel, faccio una passeggiata sul lungomare per scattare nuove fotografie. Sono le 7, è presto, ma spero sempre di trovare qualche volto interessante o scene di vita quotidiana locale. San Juan del Sur, oltre ad essere un luogo di villeggiatura è un piccolo porticciolo e a quest’ora trovo i pescatori intenti a restaurare le proprie barche.

Alcuni bambini giocano con la sabbia e lacune donne sono già pronte per vendere la propria merce esposta in piccoli banchi.

Ma una cosa attrae la mia attenzione: vicino alla riva c’è un gruppo di persone, che si tiene per mano e, cantando, entra completamente vestita nell’acqua. Alcune persone si immergono totalmente, altre restano in piedi, bagnati fino a metà del corpo. Sono troppo lontana perché capisca cosa stiano facendo, così le fotografo sperando di capire più tardi il significato di quella che sembra una cerimonia religiosa. E così è, infatti. Scendo in spiaggia e chiedo cosa stia accadendo. Mi viene detto che sono state appena battezzate 2 giovani ragazze – completamente bagnate e infreddolite – che appartengono alla Chiesa Evangelista e che il gruppo partecipa all’evento con canti e preghiere.

Mi allontano contenta per aver appreso qualcosa di nuovo e ancora una volta siamo in auto per arrivare al porto dove prenderemo il traghetto che ci porterà all’isola lacustre più grande del mondo: Ometepe. Anche quest’isola è all’interno del vasto lago Cocibolca (La Mar Dulce, grande quanto l’Umbria), nel quale si trovava l’unica specie di squalo di acqua dolce, ed è formata da 2 grandi vulcani : il Conception – ancora attivo – e il Madera – ormai spento. Il lago, oggi, è molto agitato e l’acqua è color marrone.

Non sarà una traversata tranquilla, ma lo spettacolo dei 2 vulcani, che sono sullo sfondo, è veramente appagante. Soprattutto il più alto, Conception, ha una forma conica perfetta e una bianca nuvoletta le ricopre proprio la cima e le pendici totalmente prive di vegetazione, mentre Madera, è ricoperto da una verde foresta, in quanto non più attivo. Questi 2 vulcani sono stati inseriti fra le nuove 7 meraviglie del mondo e sono poche le persone straniere che hanno avuto il privilegio di ammirarli. Mi ritengo fortunata per essere stata prescelta per questo viaggio stampa e felice di aver visto un paese che riserva splendide sorprese in continuazione e apprezzarlo ogni giorno di più. Per non sentire troppo il movimento delle onde vado a sedermi proprio in basso dove ci sono gli oblò a pelo d’acqua e dove l’acqua si infrange contro il vetro con una bella violenza.

Ma arriviamo a Ometepe (che vista dall’alto sembra un grande numero 8 e il cui nome deriva dall’atzeco Ome=due + Tepelth= colline), e ci avviamo verso il Museo del Ceibo che, però, è chiuso. Lungo la strada noto che, di nuovo, la vegetazione è differente dal resto del Paese. Ci sono meno palme e sono anche più basse.

Ci sono molte piantagioni di Palmitos e di banani, tante piccole case – sempre con il bucato messo ad asciugare al sole, ma anche tanti fiori molto colorati e bouganvillee. Notiamo campi dove si sta giocando a baseball e la guida ci spiega che in Nicaragua è lo sport nazionale. In alcuni posti notiamo secchiper la raccolta differenziata.

La nostra prima tappa è presso una vasta piscina termale, ricca di minerali curativi, dove troviamo un centro ben attrezzato e pieno di stranieri e locali. La piscina è divisa in due da un passaggio dal quale i bambini si tuffano e giocano.

Non è piastrellata, ma sul fondo ci sono sassi e pietre vulcaniche. Una leggenda narra che chiunque s’immerge nell’acqua alle ore 12 del Venerdì Santo, cambierà sesso! Peccato non aver portato il costume, l’acqua è veramente invitante e anche tiepida!

La piscina è circondata da piante e alberi e ci sono tante grandi farfalle colorate che svolazzano in mezzo alla gente. Usciamo e ci rechiamo in un sito archeologico nel quale sono state ritrovate pietre incise che risalgono al periodo precolombiano e chi lo ha scoperto è stato non un archeologo, ma un biologo. Nel sito c’è anche “La Finca Magdalena”, un piccolo Resort per giovani. Una specie di ostello della gioventù.

In queste terre c’erano i Seminole che offrivano agli dei offerte che consistevano anche in sacrifici umani. Nell’antichità gli uomini volevano essere più vicini al cielo, e per i Seminole quest’isola era l’ideale per la presenza dei vulcani così alti.

E’ di nuovo buio e dobbiamo andare ancora nel nostro hotel. Molte strade non sono asfaltate e ci mettiamo più tempo per arrivare a destinazione. Siamo un po’ stanchi e il “Camel Trophy” questa sera ci rende impazienti. Dopo un lungo tragitto (o tale c’è sembrato per il tipo di strada che abbiamo percorso e per gli animali che tranquillamente passeggiavano per le strade),

Attraverso un guado, formatosi per le insistenti piogge dei giorni precedenti – arriviamo finalmente nel Resort Sal Juan de la Isla.

Prima di vedere il Resort, però. Notiamo un’estesa piantagione di Platanos e nessuna luce artificiale, ma sentiamo il rumore dell’acqua che va a sbattere su una battigia o rocce. Appena scendiamo dalle auto, veniamo quasi assaliti da nugoli di “Chalules”, specie di moscerini che fortunatamente non pizzicano. Il Resort ha pochissimi chalet quasi tutti dislocati vicino al ristorante. Le stanze sono semplici ma essenziali con aria condizionata e ventola. E’ situato proprio vicino al lago ed è in mezzo ad un ambiente naturale di rara bellezza. Ceniamo con la famiglia del Direttore del Museo locale, che c’invita per il giorno dopo a visitarlo, accompagnati dal canto degli uccelli.

Il cielo è pieno di stelle e promette bene per il giorno dopo.

La curiosità di veder bene in quale altro paradiso ci siamo fermati è molto grande!

Ottavo giorno: Ometepe

Come sempre sono in piedi abbastanza presto da poter scattare foto con la giusta luce o per avere l’opportunità di vedere particolari, strane, inusuali. Mi guardo attorno e tutto ciò che ieri sera era quasi inquietante per il buio, oggi è idilliaco.

Fiori e piante sono ovunque e avanti ad ogni bungalow ci sono le amache colorate. Scatto foto a destra e a manca, ma sono attratta dal rumore dell’acqua e percorro i 50 metri che mi separano dal lago.

La scena che ho davanti mi riporta indietro nel tempo, a quando in Italia non c’era il benessere e non si avevano gli elettrodomestici in casa.

Due donne, madre e figlia, stanno lavando il bucato nel lago, una su una piccola base di cemento, l’altra su una grossa pietra lavica. Sono incuranti delle onde che si abbattono con violenza su di loro. Sono completamente fradice, ma hanno per me un dolce sorriso e l’augurio di un “buen dia”. Rimango ad osservarle per un bel po’ pensando che qui siamo proprio in un’altra dimensione, sia umana sia di preservazione dell’ambiente.

Le due donne mi guardano spesso con il sorriso sulle labbra ed io quasi mi vergogno di essere lì a fotografarle che se fossero delle “marziane”.

Ma a me, abituata alla maleducazione della gente delle nostre città, sentirmi chiedere “permiso” ogni volta che ingombro il marciapiede per scattare qualche foto oppure essere ringraziata per averli scelti come soggetto stesso delle foto, questa cosa commuove e mi fa rimpiangere il tempo in cui anche in Italia c’era il rispetto per gli altri e non si sgomitava o ti dava spinte per sedersi prima di te in un autobus o in metro! Qui, invece, è ancora così. Non conta il solo io, ma anche gli altri.

Non ho più il tempo di fare considerazioni perché è l’ora di recarci ad Altagracia per visitare il paese e il Museo. Iniziamo con la visita della Chiesa principale, già in pieno fermento. La chiesa risale al 1700 circa ed è divisa in 2 parti: quella vecchia e l’altra nuova. In quest’ultima è stata spostato l’antico altare tutto in legno lavorato.

All’esterno della chiesa ci sono alcune statue in pietra risalenti all’800 d.c. Intorno a noi una musica di soli tamburi e un coro si stanno preparando per la festa del Santo locale: “San Diego”, che cade il 16 novembre.

Anche qui i ragazzi che vanno a scuola hanno i turni e, così, è facile incontrarne tanti che vanno o tornano a casa. La gioventù costituisce il 60% della popolazione e, quindi, si può affermare che il futuro nel Nicaragua sarà in mano a questi ragazzi e ragazze.

Al mattino ci eravamo fermati in una piccola hacienda nella quale molte persone erano in attesa di far pulire dalla pellicola esterna il proprio riso, portato con sacchi piuttosto grandi e pesanti. Mi aveva colpito la serenità e la pazienza con la quale ognuno attendeva il proprio turno! In giro, notiamo che davanti ad alcune case, ingenti quantità di riso sono poste ad asciugare su un grande telo di plastica. E poi, lungo il percorso, ancora verde, tanta selva tropicale, tanta gente intenta a lavorare i campi e le donne impegnate ad accudire la casa e… tanta aria pulita priva di ogni inquinamento.

Ricordo che ieri sera, mentre ero seduta sull’amaca posta davanti al mio chalet, osservavo il cielo e le stelle che sembravano molto più grandi e lucenti del solito. Avevo alzato le braccia e mi era sembrato di poter quasi arrivare a toccarle con le mani! Che cosa meravigliosa sentirsi così vicini al cielo e alle sue costellazioni, non capita spesso da noi! Ma la guida ci chiama per andare a visitare il piccolo ma interessante museo che conserva reperti antichissimi come vasellame – ancora ottimamente conservato – oggetti in oro e statue di pietra, che assomigliano tanto a quelli che per noi sono dei Totem.

Non solo quest’isola possiede una varietà di specie di animali di interesse internazionale e di vegetazione lussureggiante, ma anche 2 piccoli Musei dove si può comprendere meglio la storia del luogo e del suo popolo. Torniamo al Resort ed abbiamo una sorpresa: oltre al cibo locale avremo anche quello.

Un giornalista del gruppo, infatti, molto bravo ai fornelli, ha preparato per la gioia di tutti 2 tipi di pasta cucinata in maniera differente. Dopo il lauto pasto, siamo i protagonisti di una caccia al tesoro organizzata all’interno del Resort e, così, ognuno di noi è contento di aver ricevuto un premio. E’ ancora presto, ma domani dobbiamo tornare a Managua e ne approfittiamo per goderci un po’ di relax. Cena e poi…tutti a dormire!

Nono giorno: Masaya-Managua

Dopo la prima colazione del bel patio del ristorante, ritorniamo nelle jeep per recarci al porto. Le acque del lago sono più calme, ma il nostro traghetto è in ritardo.

Però non c’è tempo per annoiarsi! Intorno a noi uccelli colorati e farfalle sembrano darci l’arrivederci, mentre un airone bianco, incurante del chiasso che c’è intorno a lui – siamo pur sempre in un porticciolo – passeggia tranquillamente su una base di cemento posta nell’acqua. Nel porto fervono le attività di ogni giorno: imbarco e sbarco di passeggeri, piccoli negozi aperti, bambini che giocano nel cortile delle loro case, uomini seduti al bar a chiacchierare e sorseggiare succhi di frutta.

Finalmente arriva il Ferry e in 45 minuti siamo nuovamente nella penisola in direzione di Masaya, dove visiteremo un mercato artigianale famoso in tutto il Nicaragua.

Il mercato è circondato da bellissime mura e, all’interno di esso, si trovano oggetti come amache, tessuti, cuoio, sigari e ceramiche, oltre a piccoli ristoranti. Ma io, più che agli oggetti, sono interessata dalla gente normale ed esco alla ricerca di qualche scena di vita reale.

Una signora è davanti ad un grande pentolone, e un buon profumo di minestra si sparge nell’aria. Mi avvicino e le chiedo cosa stia cucinando. Mi risponde che quello è il piatto tipico del Nicaragua ed è preparato con yucca, carne e patate e mi chiede se mi piacerebbe assaggiarlo. Come rispondere negativamente davanti ad un sorriso e a quel buon cibo?

Ne mangio un piatto e mi allontano per fotografare un bambino che sta preparando dei grilli con le foglie morbide della pianta del cocco. Ha un’aria molto vispa e sveglia e mi chiede per quale squadra di calcio io tifo.

Rimango sorpresa (come lui per il fatto che io non segua il calcio), ma rispondo che non ho una squadra del cuore, mentre lui, invece, tifa per il Milan perché “son fortes”. E’ simpatico ed ha una bella faccia. Mi chiede se voglio provare a fare qualcosa con le foglie di cocco. Accetto ed inizio a lavorare senza sapere cosa mi stia facendo eseguire: Nel frattempo, sono arrivati altri ragazzini e, sotto i loro occhi divertiti, incomincio ad eseguire quello che il ragazzo vispo mi dice di fare. Ad un certo punto mi dice di tirare un piccolo bastoncino che era nel centro del lavoro e…mi ritrovo nelle mani un fiore che mi regala dandomi un bacio sulla guancia.

Come sempre mi commuovo di fronte a queste espressioni di gentilezza e generosità e, nel lasciarlo, gli chiedo cosa gli piacerebbe fare nella vita. Mi risponde di voler studiare turismo e mi rallegro per lui. Questo paese ha molto da offrire ai turisti e serviranno persone sveglie come lui. Ma oggi siamo in ritardo sulla tabella di marcia e dobbiamo arrivare in tempo in Hotel per renderci un po’ più presentabili di come siamo ora.

Fra non molto dovremo recarci al Ministero del Turismo per la conferenza stampa finale.

Il Ministro è puntualissimo, molto informale e non la “tira per le lunghe”, come normalmente fanno i nostri politici, anche quando non hanno nulla di interessante da dire. E’ simpatico, semplice, conciso e concreto e ci ringrazia per aver accettato il suo invito di visitare il Nicaragua – mentre dovremmo essere noi a farlo – e ci dà appuntamento per una cena di arrivederci.

Il locale prescelto è caratteristico. Ci tiene compagnia un gruppo di musicisti e una cantante molto noti nel paese, che ci allietano con i loro brani e canzoni. Noi donne, come al solito, siamo sempre “in tiro”, mentre gli uomini, come al silo anche loro, sono vestiti in modo casual, Ministro compreso.

Trascorriamo una bella serata, fra canti e balli e senza alcun imbarazzo per la presenza del Ministro che, anzi, balla e canta con noi.

E’ strano, ma ad un tratto mi viene un po’ di tristezza perché domani lasceremo questa terra, ora non più sconosciuta o solo un nome su una carta geografica.

Mi piace questo Paese che ha saputo regalarmi tante intense emozioni e ringrazio il Ministro Mario Salinas per l’opportunità che mi ha concesso di visitarlo e di innamorarmene immediatamente.

Il viaggio è stato un crescendo di stupore e di meraviglie e penso che il Nicaragua andrebbe visitato nella maniera più corretta e da turisti “giusti”, quelli che hanno rispetto e amore per l’ambiente, lo stesso che ha il popolo nicaraguense per la sua terra ricca di bellezze, certo, ma, soprattutto, di tanto calore umano.

Arrivederci Nicaragua, paradiso naturalistico che affascina per le emozioni che sa offrire e per i paesaggi incontaminati, selvaggi e pieni di suggestione.

Nicaragua, terra di contrasti e quasi sconosciuta turisticamente, ma unica nel suo genere!

Liliana Comandè

Nicaragua: terra dei sorrisi e della natura incontaminata
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San Galgano

16 Settembre 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #patrizia puccinelli, #Impronte d'Arte, #fotografia, #luoghi da conoscere

La Toscana, ricca di luoghi indimenticabili. Uno di questi è San Galgano in provincia di Siena. La pregevole articolazione delle masse murarie si unisce all’eleganza delle linee architettoniche, che sembrano, per l’assenza del tetto, protendersi verso il cielo. Nel cortile dell’Abbazia c’è la Sala Capitolare, luogo di riunione della comunità. Poche centinaia di metri la distanziano dalla Cappella di Montesiepi, una piccola chiesa dove è custodita la Spada nella Roccia.

Patrizia Puccinelli

San Galgano
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