luoghi da conoscere
Davide Barilli, "La nascita del Che - Racconti da Cuba"
Davide Barilli
La nascita del Che - Racconti da Cuba
Aragno - Pag. 225 - Euro 13
Ho letto quasi tutto di Davide Barilli, giornalista parmigiano in prestito alla letteratura (o viceversa, visto che è molto bravo in entrambi i campi), soprattutto le cose a tema cubano, per le quali continuo ad avere un debole, nonostante tutto. Lui è più fortunato di me, ché a Cuba ci può tornare, non si è fatto revocare il permesso di varcare i confini caraibici per aver seguito una persona che non meritava tanta dedizione. Ma lasciamo da parte il veleno e parliamo della poesia contenuta nei racconti cubani di Barilli, che già ci aveva esaltato nel letterario Le cere di Baracoa (2009) e nel suggestivo Carte d'Avana (2010), realizzato con la collaborazione di Francesco Barilli, regista che amo con tutto me stesso. In questa nuova incursione cubana Barilli scrive: La nascita del Che, Il gallo in bicicletta, Il maggiordomo di Caruso, Il coleottero del Malecon e La baia di Regla. Editore Aragno, che pubblica sempre letteratura di buon livello, ma ha il limite di non personalizzare le copertine, tutte rigorosamente uguali. Cinque storie orgogliosamente fuori moda, lontane mille miglia dal niente che si pubblica adesso, costruite con puntigliose descrizioni del paesaggio, degli ambienti, delle situazioni e con pochi dialoghi. Barilli ama Cuba e non ne fa mistero, sogna di perdersi tra le sue braccia e nelle sue strade, magari all'interno di un taxi collettivo, in una guagua scassata e puzzolente, in un lungomare cittadino al tramonto del sole, sorseggiando rum e mangiando riso con fagioli. Barilli racconta la mia Cuba, leggo le descrizioni dei luoghi che tanto ho amato e che continuano a violentare le mie notti e mi sembra di leggere me stesso o i miei scrittori cubani preferiti. Per questo il racconto che più amo è Il coleottero su Malecon, appunti per un diario di viaggio scritti in terza persona che riflettono momenti di vita vissuta, che sono anche la mia vita. Barilli racconta l'odore di Cuba, quel mix di benzina, frutta marcia e sentori di magia tropicale che ti afferra alla gola appena scendi dal tuo aereo e cominci a percorrere le lunghe direttrici della capitale. Un libro che racchiude i misteri del fascino cubano, le piogge d'ottobre violente e improvvise, il tanfo implacabile che si leva da strade spesso di terra battuta, l'aroma del caffè e delle pastel di guayaba, la scia profumata di orchidea lasciata da una ragazza che passa per strada. Barilli come tutti noi, mezzi pazzi, innamorati di Cuba, scrive in italiano e in spagnolo, cita un sacco di termini cubani, per esorcizzare l'assenza, quel senso di paradiso perduto che dopo un po' di tempo provoca la mancanza da Cuba. Bravo Barilli, continua a scrivere quelle storie che non sono più capace d'inventare perché da troppi anni manco dal Caribe. Leggerti mi fa bene, lenisce il dolore della lontananza.
Gordiano Lupi
Qanat
Sono scesa ai Qanat almeno due volte. Dicono: “non c’è due senza tre” e spero sia a breve e magari per un altro percorso sconosciuto. Perché scendere sotto terra ho capito che mi piace davvero tanto.
Ma cosa sono i Qanat?
È un sistema di rete idrica costruito dagli arabi; sono cunicoli scavati a 10/15 metri sottoterra che vengono introdotti nell’isola tra il IX e l’XI. I tratti esplorati sono pochi rispetto a quella che doveva essere una vasta e complessa rete di gallerie, estesa tra la città e la campagna attuale della città. Infatti si possono visitare i qanat del Gesuitico Alto e del Gesuitico Basso (perché i terreni dove sono stati scoperti i qanat erano anticamente possedimenti gesuitici).
L’esistenza di queste condotte spiega il fiorire nella Palermo araba e normanna di fontane, peschiere, bagni pubblici, canali di acqua e giardini lussureggianti (cosa che ora sono solo nella mente dei sognatori).
Mi affascina sapere che la tradizione popolare palermitana rimanda questi canali ai camminamenti utilizzati nel Settecento dagli affiliati alla misteriosa setta dei Beati Paoli. Questo è un altro mistero della città, magari prima o poi mi verrà fuori un post sul tema.
Per poter scendere ai qanat occorre organizzare un gruppo di minimo dieci persone (oppure chiedere di essere inseriti in un altro gruppo che ne fa richiesta). Accompagnati da una guida esperta del CAI centro alpinistico italiano), si scende sotto terra e si inizia l’avventura. Questa volta il luogo dell’appuntamento è in periferia, nel quartiere Altarello, presso la casamatta dell’Amap (azienda dell’acqua). Sono emozionata: non è roba da tutti i giorni scendere sottoterra per attraversare canali ricchi di acqua e costruiti dai predecessori secoli fa. Dopo aver indossato impermeabile, casco e imbragatura scendo per circa 10 metri delle scale ripidissime.
Una volta sotto mi si riempiono subito gli stivali di acqua. La forza dell’acqua è aggressiva e gli stivali in dotazione sono bassi. L’avevano detto: “portatevi un cambio completo. A volte è necessario perché non sappiamo quanta portata d’acqua può esserci”. Il giorno acqua ce n’era. E pure tanta!!
Il cunicolo ha un’altezza media di 1,60 e la larghezza che varia da dà la guida, seria e competente.
Il percorso dura 45 minuti, con una discesa ulteriore in un cunicolo scavato ancora più sotto il livello del precedente. La risalita, con gli stivali pieni di acqua, è faticosa. Ma ne è valsa la pena.
È un viaggio affascinante tra cunicoli ricchi di acqua, abitati da radici che silenziose si dissetano e da qualche reperto stratificato nel tempo.
/http%3A%2F%2Fbedandbreakfastpiccolasicilia.files.wordpress.com%2F2014%2F05%2Fsdc13784.jpg)
Sono scesa ai Qanat almeno due volte. Dicono: "non c'è due senza tre" e spero sia a breve e magari per un altro percorso sconosciuto. Perché scendere sotto terra ho capito che mi piace davvero ta...
http://bedandbreakfastpiccolasicilia.wordpress.com/2014/05/31/qanat-un-mondo-semi-sommerso/
Frequently Asked Questions. Ovvero cronache di straordinaria quotidianità.
1) Non vi mette a disagio avere sempre persone in casa?
2) Perché avete deciso di privarvi del vostro spazio?
3) Da quanto anni avete il b&b e come è nata l’idea?
L’ordine non è casuale. Chi viene al b&b, sia per lavoro, che per vacanza, per trovare amici o per una visita al parente in ospedale, mi rivolge sempre la stessa domanda: se mi infastidisce avere persone per casa. Mi sembra un controsenso. Non avrei mai dovuto aprire un b&b se non pensassi che il conoscersi è ricchezza, che la condivisione degli spazi non è privazione. Ma capita, è vero! Che non scatti l’alchimia con certe persone. In questi ultimi dieci anni, però, posso citare alcuni episodi su una mano soltanto. Insomma, una goccia nell’oceano.
Mi piacerebbe parlare della nostra avventura partendo dall’ultima domanda. Di quanto siamo stati temerari nell’aprire pur non avendo in mano il mestiere ma solo la voglia di accogliere persone e conoscere storie.
Una cronaca della quotidianità, fatta di luoghi visitati virtualmente, di alcuni sbagli, di persone che ritornano, che consigliano, che ci scrivono, di drastiche decisioni e di incontri entusiasmanti.
Ma quando è iniziato tutto questo?
Sono oramai dieci anni che il b&b è aperto. Ma non è tutto merito nostro. Se non ci fosse stato il suggerimento della signora Angela non so se il b&b… La signora Angela è la pioniera dei b&b di Cagliari. Siamo stati da lei tante volte il primo anno che ho conosciuto il mio compagno. Nel mio cuore è la donna che ci faceva compagnia mentre facevamo colazione, imburrando le mie fette biscottate come una mamma, raccontandoci la sua vita, motivando la scelta del b&b e soprattutto coinvolgendoci con la sua dirompente allegria. Non vi racconto tutta la sua storia, perché magari avrà il piacere lei se andate a trovarla qua.
Lei ci ha consigliato di intraprendere questa avventura. La decisione di trasferirmi a Palermo è stata meno drammatica del previsto con questa soluzione. C’era l’amore, ma senza il lavoro… Così abbiamo aperto il b&b, girando per uffici che non comunicavano tra loro, aspettando per mesi autorizzazioni che si perdevano nei corridoi del potere, fino a quando nel gennaio 2004 abbiamo avuto il primo ospite: un rappresentante di strumenti musicali che ancora oggi sceglie noi per soggiornare a Palermo!
Sfogliando il guestbook ripercorro mentalmente gli incontri fatti. Come una maestra con tutti i suoi vecchi alunni: li ricordo, viso per viso e storia per storia, tutti quanti. Come Nagesh e Judit, due medici che lavorano negli Stati Uniti.
Oppure Elena e Giuseppe, tornati per una seconda volta da noi, stracolmi di vitalità contagiosa.
Ma è divertente anche notare come viene percepita in modo differente la città. Il ragazzo giapponese, tradotto poco dopo da una sua concittadina in viaggio nel Belpaese per perfezionare la lingua, considera Palermo una città tranquilla… mah!
Palermo è una città meravigliosa vivendola con gli occhi del viaggiatore. E così la voglio percepire ogni giorno: sia perché l’ho scoperta come turista sia perché continuo a scoprirla come tale. Imbattersi nella quotidianità è dura. Si possono fare corposi elenchi di ciò che non va. Ma qui voglio parlare degli incontri con turisti di ogni parte del mondo che si entusiasmano per gli scorci che offre la città, per i tramonti sul mare, che talvolta si indignano per i palazzi fatiscenti e le vie stracolme di spazzatura, ma che vanno via con tanta Sicilia nel cuore e qualche chilozzo in più!
Per non spegnere il nostro futuro
Confortati dalle buone notizie e perché la guardia non si abbassi, proponiamo questo pezzo del piombinese Gordiano Lupi sulla situazione della Lucchini.
"Un altoforno che si spegne insieme alle speranze. Un altoforno che ha segnato la nostra storia. Una storia fatta di lacrime e sudore, di antenati scesi dalle montagne o sbarcati da una nave per seguire una speranza di lavoro. Una storia fatta di padri che pranzavano spalle rivolte all'altoforno per non vederlo, ma non potevano fare a meno di sentirne il rumore, mentre assaporavano l'odore acro della polvere di carbone. Una storia fatta di speranze e di parole, racconti di nonni che dispensavano sogni, narrando di famiglie allevate all'ombra del gigante d'acciaio. Un altoforno che si spegne e potrebbe non riaccendersi, segnando definitivamente la nostra storia. E i politici che parlano, vicini e lontani, chi usa il dolore degli operai per fare propaganda, chi lotta e s'infuria perché non ha risposte, chi afferma che non è un suo problema, chi propone passeggiate sulla spiaggia al posto di un altoforno. Altri invocano parole di persone che potrebbero alzare il livello d'attenzione su questa periferia toscana, confidano in un intervento del Papa, invocano il Dio televisione che tutto può, i personaggi di spicco a Mediaset, i registi, i cantanti. Avranno ragione anche loro, mi dico, ma pure questo è un segno dei tempi che cambiano e non entusiasmano. Ognuno ha la sua ricetta, molti a fin di bene, altri meno, perché parlano senza il minimo senso di responsabilità, senza capire, dando in pasto a social-network e giornali parole pesanti come macigni. Osservo l'eutanasia di un altoforno che ha segnato la nostra storia, con un senso d'impotenza, preoccupato per il futuro, immerso nell'odore acre del salmastro frammisto alla polvere di carbone. L'odore di Piombino. L'odore della nostra terra. Non è un romanzo scritto male, neppure un film da dimenticare, purtroppo è il nostro destino, che vorremmo cambiare. Per non spegnere, insieme a un altoforno, anche il nostro futuro."
Gordiano Lupi
Otello Chelli, "Gente della Venezia"
Gente della Venezia
Otello Chelli
Finegil Editoriale spa 2014
Divisione Il Tirreno
Gruppo Editoriale l’Espresso
Narra la leggenda che Otello Chelli, classe 1933, abbia imparato a leggere sedendo accanto alle locandine dei giornali. Autodidatta genuino, scrive in una lingua dove ogni parola è letteraria ed intrisa di pathos, ma gli sfuggono errori e refusi che il Tirreno - da cui si può scaricare l’ebook “Gente della Venezia” - non ha provveduto a correggere proprio perché la materia di questo cantore della labronicità più intensa deve rimanere quella che è, grezza e lucente come un diamante appena estratto, aulica e popolare insieme.
Anarchico e libertario, comunista in senso quasi evangelico, Otello Chelli ha alle spalle una lunga produzione di opere sia in prosa che in poesia. Il suo romanzo “La stirpe dei Morgiano”, ormai introvabile, passa di mano solo fra gli amatori. Quello che ci lascia oggi, all’età di ottantuno anni, è un vero e proprio testamento. Prima di congedarsi vuol testimoniare un mondo che vive e palpita solo nei cuori degli ultimi superstiti. Con la generosità e lo spirito solidale, a momenti francescano, che lo anima, Chelli fa in modo che il suo lascito sia fruibile da tutti e scaricabile gratuitamente dal quotidiano della sua città.
Già, la città, quella stessa Livorno cantata da Caproni, patria di Mascagni, Fattori, Modigliani. Ma non tutta, solo un quartiere, piccolo per la verità, che si dilata e giganteggia, erge invisibili mura di fossati, di ponti, di barriere che lo separano dal resto del centro toscano: la Venezia.
Il quartiere si chiama così perché ricorda la città lagunare, fra ponti e canali, scalandroni e navicelli; è architettonicamente molto bello, ha conosciuto il suo massimo splendore nel settecento, Luchino Visconti vi ha girato “Le notti bianche”. Per Chelli costituisce un macrocosmo, un intero universo, il teatro all’aperto dei suoi sogni di bambino, il luogo dell’anima dove tutto è possibile.
Il testo è totalmente autobiografico ma di quell’autobiografismo capace di scardinare i propri limiti e ridisegnare un mondo, un territorio e un tempo, popolati da una folla di uomini e donne che sembrano usciti da un atto di Cavalleria Rusticana o da un quadro di Eugenio Cecconi, anche se i fatti narrati sono posteriori e coprono l’arco che va dagli anni trenta al dopoguerra. Gente che fu, gente del popolo, svelta di mano e di coltello, pronta a lavare un’onta col sangue e a rubare per sfamare i figli, ma capace anche di dividere tutto con gli amici. Gente di cuore che sa aiutare e compatire nel senso letterale del termine.
Il testo – non lo chiamiamo romanzo perché è piuttosto una sere di quadri, di “spezzoni”, come li definisce l’autore – rievoca figure storiche, con tanto di nome, cognome e soprannome. Si parte da Artemisia, madre del protagonista.
“Artemisia aveva chiamato i figli per dare loro il solito cantuccio di pane con qualcosa dentro per insaporirlo. Lei e Pepe Nero avrebbero cenato nella fiaschetteria di Edipo con una fogliata di acciughe sotto il pesto e un litro di vino rosso.”
È un’Annina meno fine e meno caproniana, sanguigna, scarmigliata, dalla risata squillante, pronta a battersi come una tigre in favore degli otto figli ma anche dei figli delle vicine; capace addirittura di incontrare il duce in persona per difendere il marito dagli squadristi. Ma, soprattutto, generosa:
“Mamma poteva contare abbondantemente sui soldi guadagnati con i miei traffici, la fame ci era sconosciuta, ma nel mio nascondiglio, ne avevo uno anche nel labirinto della Fortezza Nuova, più ne mettevo, più il mucchio scemava. Era più forte di lei. Non poteva dare da mangiare ai propri figli mentre intorno altri bambini e ragazzi stavano a guardare con gli occhioni spalancati e una luce mista di desiderio, brama e supplica. Così divideva pranzo e cena con tutte le famiglie abitanti nel nostro pezzo di colonia e anche oltre, per me era padrona di farlo, mai avrei potuto richiamarla alla moderazione nella spesa quotidiana, perché condividevo pienamente quella solidarietà, del resto generalizzata, forse il dato più bello da registrare in quei lontani giorni di tragedia.”
Dopo Artemisia, ecco la Ciucia, cui è dedicato anche il libro della pronipote Tiziana Savi,“La Ciucia per tutti, Bruna per noi”, sempre con la partecipazione di Chelli. La Ciucia era un carattere borderline, una donna buona e compassionevole, che ogni giorno chiedeva – anzi, diciamo pure pretendeva – l’elemosina per consegnarla ai soldati e a coloro che soffrivano. Sparì senza che se ne sapesse più niente.
Fra i personaggi riportati in vita da Chelli, spicca la giovanissima e bellissima Doretta, innamorata di un amore infantile ma carnale, morta sotto i bombardamenti.
“Ho vissuto una lunga, tumultuosa esistenza eppure, mentre mi avvio verso l’ultima tappa di questo mio viaggio sulla terra, la presenza dello spirito inquieto di Doretta è sempre più costante e qualche volta m’illudo che ella stia aspettando il momento in cui il mio corpo cederà alla morte, per allungare la sua mano, tirarmi su e correre insieme a me per le strade strette, battute dal libeccio, con i fossi pieni di navicelli e di vita, in una Venezia immortale che non sarà mai travolta dalla guerra che il 28 maggio 1943 distrusse le sue mura, ridusse alla rovina le sue case cancellando una splendida fiaba e disperse la sua gente in una diaspora senza ritorno”.
E poi Otello Bacci, il musicista assurto agli onori della rivista con Dapporto e Totò; e Silvano Ceccherini, ex capo di una banda di ladri, ex detenuto e poi scrittore; e l’amico fraterno Sansone, compagno di tante avventure pericolose e illegali, rinnegate da Chelli in favore dell’impegno politico. Come Doretta, anche Sansone è morto e mai dimenticato.
“Mi inginocchiai sulla terra sotto la quale era stato sepolto e immersi un dito nella superficie marrone, fresca d’umidità, piena dell’odore buono dei campi e pensai ala sua anima: sapevo come in quel momento Sansone fosse finalmente libero.”
A far da sfondo tridimensionale ai personaggi sono i luoghi ma, specialmente, i momenti storici. In particolare tre: il fascismo, i tragici bombardamenti che rasero al suolo Livorno durante il secondo conflitto, e l’occupazione americana che trasformò Livorno in una novella Babilonia di traffici illeciti, malavita, borsa nera, “segnorine” e soldati di colore, con la pineta di Tombolo convertita in terra di nessuno, in covo di banditi e prostitute.
Al di là della ricostruzione storica vivissima e partecipata, ciò che anima il racconto è la nostalgia straziante di un mondo sparito, fatto, sì, di stenti, privazioni e atti illeciti, ma anche di uguaglianza, amicizia, solidarietà, in pieno spirito labronico. Quel periodo, quello spazio, quel quartiere, incarnavano gli ideali che l’autore ha perseguito per tutta la vita. Otello Chelli è, infatti, un comunista della prima ora, di quelli che intendono l’impegno politico come lotta, ma anche amore, dedizione, onestà e purezza. Ideali destinati ad infrangersi e a rimanere sempre irraggiungibili. Ideali che, al sapore acre della sconfitta, mescolano quello del rimpianto per la giovinezza che non c’è più, per la vita che sta per concludersi. Così, quest’uomo che ha superato gli ottanta anni, quest’uomo che, dice, non ha mai avuto paura di morire, quest’uomo duro ma col ciglio bagnato del poeta, si congeda da noi tramite la riaffermazione lucida e disperata di ciò in cui ha sempre creduto.
“Voltai le spalle al tumulo e mi avviai verso la città laddove avrei affrontato altri settanta anni di vita tumultuosa, inquieta, mai facile, ma ricca di impegno e sacrifici, di dolore e felicità, di ideali poi infranti dagli uomini, in me, però, rimasti vivi come allora e sempre.”
E ora, anche se nel testo esaminato non è compresa, ci piace accostare - timidamente e con pudore - una poesia di Chelli che commemora la figura di Artemisia ad una caproniana in memoria di Anna Picchi. Lo facciamo così, senza nessuna pretesa, solo col piacere di evocare sentimenti simili.
IL CARRO DI VETRO
Giorgio Caproni
Il sole della mattina,
in me, che acuta spina.
Al carro tutto di vetro
perché anch’io andavo dietro?
Portavano via Annina
(nel sole) quella mattina.
Erano quattro i cavalli
(neri) senza sonagli.
Annina con me a Palermo
di notte era morta, e d’inverno.
Fuori c’era il temporale.
Poi cominciò ad albeggiare.
Dalla caserma vicina
allora, anche quella mattina,
perché si mise a suonare
la sveglia militare?
Era la prima mattina
del suo non potersi destare.
IN MORTE DI MAMMA ARTEMISIA
Otello Chelli
Corsi, con il cuore che martellava dentro,
nella notte interrotta
e nei silenti, deserti corridoi dell’ospedale,
la speranza lentamente svaniva nell’affanno
di una certezza che mi strozzava in gola
l’urlo del distacco imminente da te viva.
- “Muore colei che mi stringeva al petto
con amore,
quietava i sonni miei,
e mi donava il sangue dal suo seno.” -
La porta aperta sul volto tuo disteso,
gli occhi velati, la fronte senza rughe,
una carezza e il tenue calore rimasto sulla pelle,
come il tenero petto di un passerotto implume,
mi resero il bambino disperato
che piangeva svegliandosi nel buio.
Ora non c’eri più con il tuo sguardo,
a placare le molte mie inquietudini
e gli affanni della ricerca antica
che mai mi ha dato requie.
La morte si era presa il tuo respiro,
senza l’ultimo abbraccio dei tuoi figli
ed io gemevo piano, con il viso
posato sul tuo capo reclinato.
L’alba mi vide accanto al freddo marmo,
chinato sul tuo corpo a ricordare
i momenti più belli della vita
e i giorni sfortunati.
Poi vennero i fratelli e le sorelle,
i mille pianti, i fiori
e il noce lucidato della bara,
il lento camminare sull’Aurelia,
con gli amici in attesa avanti casa
e i mattoni a serrare il nostro cuore
nella gelida morsa del dolore.
Ora, trascorso il tempo, sono sceso quaggiù,
nell’oscuro snodarsi delle tombe,
davanti al tuo ritratto.
Brillano fiochi lumi e il tuo sorriso,
tra il biancheggiar dei fiori,
è una povera immagine
della squillante risata di mia madre,
quando, giovane, bella e forte,
un bimbo rincorreva lungo il viale
accanto alla Crocetta di Saglietto.
Eppure, Mamma, il tuo ricordo,
nonostante lo scorrere di giorni mai tranquilli,
è presente, ben vivo e mi accompagna
in questa vita vissuta intensamente.
Il tuo corpo è tornato nella terra
che si frantuma attorno e che rinasce
dalle ceneri sparse
di un fuoco che ha vissuto sessant’anni.
Tu rivivi con me, con i miei giorni,
soffri e gioisci nei miei sentimenti,
ti rifletti negli occhi dei miei figli,
scorri con me le pagine diverse
degli anni che trascorrono, cadendo,
uno sull’altro, come foglie d’autunno.
/http%3A%2F%2F4.bp.blogspot.com%2F-O-tz2CQgxC8%2FUz2TD_ce12I%2FAAAAAAAAAWc%2FJDxka4VytAU%2Fs1600%2Fdownload%2B%281%29.jpg)
Finegil Editoriale spa 2014 Gruppo Editoriale l'Espresso Narra la leggenda che Otello Chelli, classe 1933, abbia imparato a leggere sedendo accanto alle locandine dei giornali. Autodidatta genuino ...
http://www.criticaletteraria.org/2014/04/otello-chelli-gente-della-venezia.html
Il richiamo dell'usignolo
Il richiamo dell’usignolo
Memorie, il richiamo dell’usignolo
Memorie, immagini, luoghi vissuti
storia e storie di gente consumata
fra terra arsa e case di pietra.
Vita spalmata tra vicoli ciechi
dove forte era l’odore del muschio
e il sol di rado dispensava sorrisi.
Al reiterato canto del gallo,
che all’alba suonava la sveglia,
seguiva un vociare affannoso
che rimbalzava di casa in casa.
Davanti a Edicole improvvisate,
effigie poste nelle crepe delle case,
ognuno chiedeva ragione ai santi
di mancati raccolti e stupori affranti.
Memorie, immagini, pietre vissute
pagine e pagine di libro mai chiuso
che in religiosa attesa rimane
pronto a colmare lacune
dell’usignolo che ne avverte il richiamo.
Lucia Clemente
Gordiano Lupi, "Calcio e acciaio"
Calcio e acciaio
Gordiano Lupi
Acar edizioni, 2014
pp 193
12,50
“Il problema con la vita è che, anche quando non cambia mai, cambia continuamente.”
Un romanzo dove accade ben poco, Calcio e acciaio di Gordiano Lupi, incentrato su un proustiano ricordare, una madeleine che rimanda a piene mani al precedente libro dell’autore, il bellissimo Alla ricerca della Piombino perduta. Anche qui la nostalgia è la cifra principale, permea di sé tutte le pagine in modo straziante.
“Giovanni è tornato a Piombino per ammalarsi di ricordi. Quando la realtà non è come la vogliamo si finisce per rifugiarsi nel passato.” (pag 77)
L’autore dissemina se stesso, spalmandosi sui vari personaggi, Giovanni in primis, ma anche Marco, Gino, Paolo, Paola, i quali hanno tutti il vizio di ricordare, di non adattarsi alla realtà quotidiana ma cercare qualcos’altro, qualcosa che doveva essere e non è stato, qualcosa che non potrà essere mai più.
“Giovanni si scopre a pensare che forse non gli manca tanto il Cinema Sempione, quanto il sapore di giorni che non possono tornare, quando tutto era ancora incertezza e scoperta del futuro, quando le immagini sul grande schermo erano i suoi sogni occhi aperti. Proprio così, come un gelato assaporato ancora oggi che non conserva il gusto del passato, pure se lo compri nella stessa gelateria della tua infanzia. Sa di cose che non possono tornare. Sa di rimpianto.” (pag 94)
Tutti i personaggi hanno gusti, manie, interessi riconducibili all’autore, dal calcio, al cinema, alle letture, a Cuba, e in loro è fortissimo lo scarto fra ideale e reale, la freccia puntata verso l’alto – dove il reale è sempre e comunque perdente - che è la caratteristica più tipica del Romanticismo. È gente, questa, che “il filo dell’orizzonte se lo porta negli occhi”, perché ciò che possiede non gli basta mai, non si accontenta del presente ma languisce nel rimpianto, in un bisogno sempre inappagato, sempre spostato in avanti o indietro.
Giovanni, il protagonista, è un ex calciatore di fama nazionale che ora, a cinquant’anni, allena la squadra del Piombino, città dove è nato e cresciuto e dove sono conservati tutti i suoi ricordi. Giovanni è un uomo aspro perché fragile, un uomo che conosce la solitudine terribile di chi si sente solo in mezzo agli altri, solo mentre mangia una pizza con gli amici, solo mentre fa sesso con una compagna della quale non è innamorato. Forse, paradossalmente, è meno solo quando passeggia senza nessuno sulle scogliere da cui si vede l’isola d’Elba, mentre osserva i gabbiani in volo, ascolta il loro strido intriso di salmastro, tocca le foglie carnose del fico degli Ottentotti pensando a una squadra da allenare per un campionato di basso livello. Ci sono i ricordi a tenergli compagnia, i volti e le voci del passato, ma la nostalgia è dolceamara, insopportabile. Ricorda il tempo che fu, i sogni perduti, gli amori e, soprattutto, la giovinezza che non tornerà mai. Di questo è acutamente e dolorosamente consapevole: le occasioni sono sfumate, i treni sono passati e i giorni da vivere non sono più così tanti.
“Mi trovo spesso a pensare che siamo i protagonisti di una storia che sta finendo, confinati in un angolo d’ombra, viviamo del nostro passato, piangiamo sulla nostra vita.” (pag 108)
Soprattutto, ciò che è stato non sarà più e il dolore, misto a una solitudine lancinante, è insostenibile.
Da bambino Giovanni viveva in una casa che era al di sotto delle possibilità della famiglia, una casa dove lui non aveva nemmeno una camera sua, ma che era intessuta di voci, di sapori e ricordi. Là, a pochi passi, abitava il nonno, responsabile del mondo fantastico di Giovanni/Gordiano, della sua capacità affabulatoria, della cattiva abitudine di sognare; là suo padre cenava con le spalle al mostro dell’acciaieria, fumoso, grigio, maleodorante, pronto a insanguinare il cielo con un falso e ferroso tramonto. L’orizzonte del cortile era limitato ma conosciuto e amato. Era il suo orizzonte.
“Al limitare dell’orizzonte l’industria, la colata continua, l’altoforno che bruciava i residui ferrosi e regalava un tramonto innaturale che colorava il cielo di rosso ad ogni ora del giorno.” (pag 56)
Ora Giovanni sta nella villa di Salivoli, quella dei sogni di ragazzo, ma tutto ha perso sapore, le giornate trascorse senza l’impegno del calcio sono vuote, aride, deprimenti. Il tempo dà valore alle cose, alle memorie, anche a quello che bello non era; tutto ciò che è stato, solo perché non c’è più, anche gli affanni, anche il degrado, anche la provincia sonnolenta e immota, anche la noia, diventano desiderabili, diventano la madeleine inzuppata nel tè in grado di sprigionare un’esplosione di reminiscenze.
Ci sono momenti in cui i sogni del passato si scontrano con la realtà per poi tornare nuovamente sogni nella prospettiva del ricordo, come a pagina 55, dove lo schema è SOGNO>REALTA’>SOGNO.
“La maestra spiegava le guerre puniche , mentre fuori si cominciava a intuire la primavera tra il salmastro delle tamerici e i primi fiori delle agavi spinose. Giovanni lasciava correre la fantasia. La storia con tutte quelle date e battaglie da imparare a memoria non gli interessava proprio. Era un po’ come la matematica, in fondo. Se ne poteva fare a meno. Fantasticare no, invece. seguire i sogni che volavano dietro i raggi di sole, immaginare il volo di un gabbiano nei colori dell’arcobaleno, veder partire navi pirata dalle scogliere a picco sul mare. Quelle erano le cose davvero importanti. La maestra spiegava e lui vestiva i panni di un soldato romano, gladio in pugno, a combattere in un’immensa pianura africana. Era il centurione Giovanni e partecipava alla distruzione di Cartagine. Agli ordini di Publio Cornelio Scipione detto l’Africano. Fuori dalla scuola come sempre incontrava la realtà. C’era soltanto il nonno ad attenderlo. Nessun generale cartaginese. Nessun console romano. Niente di niente. Soltanto il nonno.”
Il sogno non ha età, non ci molla mai, non ci lascia in pace. Non è vero che invecchiando si smette di desiderare, di ambire, di fantasticare. È questo a fregarci, a far sì che Giovanni, impotente a resuscitare il passato, malinconico, infelice, veda se stesso nella giovane promessa marocchina Tarik, identificandosi nelle sue speranze ma anche nella sua nostalgia verso il proprio paese abbandonato.
“Giovanni non ha dimenticato. Lo sa che non deve rinunciare ai sogni, in ogni momento della vita ce ne sono, pure quando tutto sembra finito.” (pag 63)
La fantasia di Giovanni/Gordiano è accesa, inarrestabile, nutrita da racconti e letture eterogenee, che spaziano da Carolina Invernizio alle fiabe dei fratelli Grimm, dai fumetti a De Amicis. Calcio e acciaio è bagnato dagli spruzzi delle onde, percorso dalle grida degli uccelli marini, intriso di salsedine e rimpianto, procede avanti e indietro fra passato e presente, passa dalla terza alla prima persona facendoci piombare dentro i personaggi per poi riuscirne, come un cormorano che si tuffa in mare e dopo riemerge. Le ripetizioni seguono il fluire di una narrazione che avanza spossata, estenuata, eppur scorrevole. I termini sono quotidiani, semplici, riacquistano la valenza primigenia che dovrebbero avere, spogliandosi dell’abuso e dell’iperbole, come fossero anche loro tornati indietro nel tempo, a quando i campi di calcio erano sterrati, al cinema si mangiavano seme e noccioline invece di pop corn, e lo sballo consisteva nel masticare lo stesso chewing gum dall’alba al tramonto.
“Troppi sogni seppelliti tra le buche del cortile. Troppe cose impossibili da dimenticare.” (pag 579)
Sì, non si può dimenticare Piombino, non si può dimenticare il passato. E allora, alla fine, c’è la quadratura del cerchio, o, meglio, la sua chiusura, il loop, l’uroboro. Piombino non si dimentica e diventa “il punto di arrivo e non la fine del sogno”. Si torna indietro, si riscoprono le radici, si riannoda il filo della memoria valorizzando l’essenziale, smitizzandolo e riappropriandosene nel quotidiano, guardandoci intorno e recuperando quello che c’è di buono, ritrovando il futuro. Finché c’è vita, finché si respira, si va avanti.
“Non potrei dimenticare il profumo di questa terra che conserva tutti i miei ricordi. La scogliera nei giorni d’estate, la maglietta sudata dopo una partita di calcio su un campetto improvvisato, la merenda pane burro e marmellata davanti a un fumetto, la canna di bambù divelta per strada in via Amendola dove adesso costruiscono case, il palazzo della sirena e le leggende inventate dal nonno, la spiaggia del Canaletto con il fossato a cielo aperto, maleodorante e romantico sogno del passato. No, non potrei dimenticare Piombino.” (pag 160)
Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino - Lupi Gordiano - Libro - A.CAR. - - IBS
Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino è un libro di Lupi Gordiano pubblicato da A.CAR. : € 10,62. Lo trovi nel reparto Narrativa italiana di IBS.it
http://www.ibs.it/code/9788864900926/lupi-gordiano/calcio-acciaio-dimenticare.html
/http%3A%2F%2F4.bp.blogspot.com%2F-k8PtZlDQX7c%2FUyxPot7NnwI%2FAAAAAAAAAWA%2Fz8qkivz0BCY%2Fs1600%2Fcalcioeacciaiodefinitiva.jpg)
"Il problema con la vita è che, anche quando non cambia mai, cambia continuamente." Un romanzo dove accade ben poco, Calcio e acciaio di Gordiano Lupi, incentrato su un proustiano ricordare, una ...
http://www.criticaletteraria.org/2014/04/gordiano-lupi-calcio-e-acciaio.html
In giro per l’Italia: i vini di Romagna
Foto e testo di Franca Poli
Facendo anticamera dal medico come mi è successo di frequente negli ultimi tempi, mi è capitato sotto gli occhi in sala d’aspetto una delle pagine del mensile La Piazza di Romagna del mese di febbraio, un periodico locale, in cui ho trovato un interessante articolo che parlava di vini. Un argomento che, chi mi conosce, sa quanto mi appassioni da sempre. Unendo le mie conoscenze a quanto appreso, ho scritto questo pezzo da proporre alla vostra attenzione:
"Un po’ di storia,un po’ di curiosità, un po’ di fantasia sui vini di Romagna"
E’ impossibile parlare di buona tavola senza parlare anche di vino. Un binomio che va a braccetto, perché il vino è da sempre una componente fondamentale della nostra cucina e della cucina di tutti i popoli del Mediterraneo fin dai tempi più antichi. “Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere” diceva Charles Baudelaire. Già perché il vino è capace di scoprire il vero pensiero degli uomini e far rivelare la verità: “in vino veritas” e gli uomini lo sapevano fin dai tempi degli antichi romani.
Il primo dei vini romagnoli è indubbiamente il Sangiovese, il più antico come coltivazione e produzione delle nostre terre. Si ritiene addirittura che la celebre uva nera da cui si ricava fosse già conosciuta più di 2000 anni fa e utilizzata dagli Etruschi in Toscana dove lo stesso vino diventò poi “Brunello” o “Sangioveto” a seconda delle zone. L’origine del nome Sangiovese è contraddittoria: c’è chi vuole provenga da “san giovannina” che indica un’uva primaticcia, dato il suo precoce germogliamento che avviene già intorno a fine giugno, per San Giovanni appunto, e chi invece propende per l’origine più antica che lo vuole così denominato fin dagli antichi romani, che abbinavano il suo nome al colore rosso intenso del sangue di Giove “sanguis Jovis”. Una volta fatto re il sangiovese, la regina dei vini romagnoli è sicuramente l’albana. Primo vino bianco italiano a cui fu conferita nel 1987 la denominazione d’origine controllata garantita (DOCG), ha anch’essa origini antichissime. Citata fin dai tempi di Marco Terenzio (116-27 a.C.) nel suo “De re rustica", si dice che fu qui trapiantata dai colli albani e il nome deriverebbe appunto dal latino “albus” cioè bianco. La storia di questo vino, come tutta la terra romagnola, è strettamente legata agli antichi romani. La leggenda racconta che la famosa imperatrice Galla Placidia, assaggiasse l’albana durante una cavalcata sulle colline intorno a Ravenna, dove aveva la sua residenza. Il vino le era stato offerto in un rozzo boccale di terracotta e, dopo averlo gustato e trovato degno del palato di una regina, pare avesse esclamato “Non così umilmente ti si dovrebbe bere, bensì, berti in oro ” Da qui la fantasia dei produttori di vino romagnoli, che attribuisce a questo episodio, il nome della località di “Bertinoro”, famosa per i suoi vitigni e zona di elezione per la produzione dell’albana. Esiste un altro famoso vino proveniente dalle colline di Bertinoro, dal nome meno aulico dell’albana, ma più originale, è il “Pagadebit”, che in dialetto romagnolo significa che “fa pagare i debiti”. Questa denominazione è dovuta alla particolare caratteristica di resistenza a tutte le condizioni climatiche di questo vitigno che consentiva ai contadini di produrre vino anche nelle annate peggiori e di pagare così i debiti contratti.
Terra di buontemponi e di buonumore la Romagna e non so se questo sia da addebitare anche alla vasta produzione di vini. In queste zone da sempre viene preservata e incentivata la coltivazione di vari vitigni anche meno conosciuti che danno ottimi vini come il “Rambela” o il “Burson”, dal soprannome del suo scopritore (tira burson in dialetto significa cavatappi). Quest’ultimo vino, in occasione di una competizione nazionale per esperti del settore, tenutasi nel novembre scorso, ha sbaragliato nomi eccellenti come aglianico, primitivo, amarone e barbaresco. Alla faccia!
Dopo aver trattato origini latine,essere passata attraverso il dialetto locale, arrivo alle derivazioni straniere e non posso non ricordare un simpatico aneddoto legato a un soldato francese esperto conoscitore di vini che, arrivato in Romagna e assaggiato un ottimo bianco esclamò: “Très bien!” da qui il “Trebbiano” un altro fiore all’occhiello dei viticoltori romagnoli. Forse non tutti sanno che dal trebbiano un tale Jean Bouton, italianizzato Buton, ricavò il brandy più antico d’Italia, la Vecchia Romagna, che ottenne il Grand Prix con medaglia d’Oro all’esposizione universale di Parigi nel 1889. In realtà, leggende a parte, la vera origine del vino trebbiano DOC, dal caratteristico colore giallo paglierino, profumato e frizzante, di sapore asciutto e deciso, viene fatta risalire agli Etruschi e il nome deriva da Trebula città dell’Italia centrale e dal latino “trebulanus”. E’ tuttora un vino molto richiesto per esportazione, che non necessita di invecchiamento e si accompagna bene con molti piatti, soprattutto a base di pesce. Oggi è in gran voga per gli “happy hours” in quanto ottimo come aperitivo. Questo è un esempio di come cambi la moderna tendenza di valorizzazione del vino, mentre per gli antichi acquisiva un valore addirittura mistico. Le proprietà inebrianti lo connotavano in un’aura magica,religiosa addirittura, al punto da associare questa sublime bevanda al dio Dioniso. Il vino era un tramite dunque capace di mettere in contatto l’umano con l’aldilà, con il soprannaturale, un nettare che rendeva simili agli dei, offrendo l’illusione di eternità.
L’abitudine di bere vino è vecchia come il mondo. Fin dal libro della Genesi, si fa riferimento al vino,quando Mosè, terminato il diluvio e approdato finalmente a terra, pianta la vite e si ubriaca col suo vino. Le origini antichissime e il valore attribuito da sempre dagli uomini a questa bevanda vengono ritrovate fin dai documenti storici più antichi, citato ben 450 volte nella Bibbia, lo troviamo anche nel codice di Hammurabi dove erano previste pene severissime per chi adulterava il vino. Nei pressi di Ravenna, negli scavi archeologici del porto romano di Classe, sono emerse molte anfore vinarie in terracotta usate per la conservazione prima che i Galli ci facessero conoscere le classiche botti a doghe usate ancora oggi.
In conclusione pare innegabile l’importanza culturale del vino nella nostra terra di Romagna, di conseguenza ora capirete meglio quanto io, amante della storia, delle tradizioni e delle leggende e delle usanze della mia terra, sia affascinata da questo genuino prodotto dei nostri tralci, dunque non mi resta che alzare il calice e dirvi: "Prosit!”
Franca Poli
In giro per l'Italia: Civita di Bojano
Anche l’amico Alessio Spina ha raccolto il mio invito a parlarci del suo paese e, nello specifico, ha voluto mostrarci con le sue fotografie, Civita di Bojano. “Il mio personale pensiero, è mettere in evidenza le suggestioni ambientali e le grandi potenzialità dei luoghi in rapporto allo stato attuale di degrado e di abbandono.” Mi scrive amaramente Alessio che ama la sua terra ma è costretto a vederla sempre più abbandonata dagli amministratori locali. Una terra piena di risorse turistico-ambientali che non sono mai state valorizzate dalla politica che, al contrario, ha privilegiato la speculazione di una fallimentare industrializzazione del territorio. A Civita di Bojano, oltre alla caratteristica struttura del borgo medioevale, sono visibili tratti delle fortificazioni di epoca altomedioevale e i ruderi del castello normanno. Il castello, le cui rovine si trovano nel Borgo di Civita Superiore, faceva parte delle fortezze demaniali dell'imperatore Federico II e veniva amministrato da suoi castellani di fiducia. Secondo documenti dell'epoca è probabile che i castellani lo tennero in affidamento fino al terremoto del 1456. Scarse sono poi le notizie di un riutilizzo del castello dopo questo disastroso evento, anche se non sono da escludere lavori di restauro voluti forse dal vescovo Silvio Pandone nel 1513. Dal punto di vista architettonico il castello presentava una pianta allungata e due recinti: uno a nord e l'altro a sud di un corpo di fabbrica centrale nel quale era la residenza del conte o palatium; il primo recinto o ricetto era separato dall'altro da un fossato artificiale scavato nella roccia. Il ricetto era poi collegato al resto della fortezza da un ponte levatoio che immetteva in un ampio corridoio delimitato da massicce mura in cui erano praticate tre aperture che controllavano il fossato e svolgevano un' importante funzione difensiva. Un'ulteriore cinta muraria, che fortificava il castello, si univa alla cinta merlata che racchiudeva l'intera cittadella; un insieme di mura quindi di cui ancora oggi si conserva la parte occidentale, parte importante (Giudecca) perchè al proprio interno erano sorte delle piccole abitazioni riservate ad una colonia di ebrei, giunti al seguito di Federico II. (Franca Poli)
In giro per l’Italia: Bojano.
Fotografie di Flaviano Testa.
Ancora una volta è l’occhio attento di Flaviano Testa che, con la sua macchina fotografica, ci presenta scorci panoramici e specifici particolari di questo paese così ricco di tradizioni, di storia e di natura. BOJANO ha origini antichissime, sorge ai piedi del massiccio del Matese, esattamente all’ombra del Monte La Gallinola, che lo domina, e a poca distanza dalla cima del Monte Miletto. Il paese è sorto su un altopiano che si trova a 480 slm., ed è sovrastato da Civita Superiore, borgo normano, che si trova arroccato sulla montagna, in posizione dominante rispetto all'abitato cittadino. Il territorio comunale è ricchissimo di sorgenti, fra cui vanno segnalate in località Pietre Cadute quelle del fiume Biferno, nonché coperto di vasti boschi prevalentemente di castagno, faggio, quercia e cerro. Ed proprio il binomio tra acque e natura a rendere unico questo territorio ancora poco conosciuto. Da segnalare la presenza dell'albero di castagno più antico d'Italia. Il Matese è una delle zone europee di primi insediamenti umani, come testimoniano importanti rinvenimenti paleolitici. Il geografo greco Strabone, narra come, a seguito di una guerra tra Umbri e Sabin, questi ultimi, risultati vincitori, promulgarono un Ver Sacrum (Primavera Sacra) in onore del dio Mamerte. I fanciulli vennero inviati a colonizzare nuove terre guidati dall'animale sacro al dio a cui erano stati consacrati: il bue. La rievocazione del Ver Sacrum si svolge ogni anno in città. È una rappresentazione scenica itinerante in costumi d'epoca, un'iniziativa che vuole portare all'attenzione di tutti la necessità di conoscere le proprie origini. La ricostruzione dei rituali si basa sulle notizie tramandate da scrittori greci e latini. Leggenda vuole che l'animale si fermasse alle fonti del Biferno per dissetarsi. Lì sarebbe stata fondata la città di Bovaianum, il cui nome chiaramente rimanda al bove. Molti documenti storici hanno tramandato lo stemma della città, ancora oggi adottato, recante un bue. Una curiosità, grazie alla vastità dei pascoli montani, Bojano è famoso per la produzione di squisite mozzarelle fresche e della scamorza molisana. Il latte è quello proveniente da mucche di razza Bruna alpina, genericamente allevate al pascolo brado. (Franca Poli)
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)
/http%3A%2F%2Fbedandbreakfastpiccolasicilia.files.wordpress.com%2F2014%2F04%2Fdscn0656.jpg)










