Overblog Tutti i blog Blog migliori Letteratura, poesia e fumetti
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
Pubblicità
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

luoghi da conoscere

Livorno nella guida Treves

14 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Livorno nella guida Treves

Da pagina 260 a pagina 263 della Guida dedicata all'Italia centrale, pubblicata nel 1902 dai fratelli Treves, si parla di Livorno.

C'è un'introduzione dalla quale veniamo a sapere che gli abitanti sono 96937. Si passa poi a elencare gli alberghi, i ristoranti, i caffè, i tramways, i teatri etc.

In particolare sono citati i Bagni di Mare. I più rinomati, si legge, sono i Pancaldi ai quali "è annesso uno stabilimento idroterapico con sala d'inalazione e polverizzazione dell'acqua."

Ed eccoci alla descrizione della città di cui riportiamo alcuni brevi stralci non collegati fra loro e presi a caso dal testo.

Livorno, si legge, "è, dopo Genova, la piazza più commerciale del Regno d'Italia nel Mediterraneo."

"Da piazza Carlo Alberto si segue la strada principale di Livorno che traversa tutta la città, il lungo corso Vittorio Emanuele, dove sono bellissimi negozi."

"Via del Tempio conduce al bellissimo Tempio Israelitico."

"Il celebre Faro antico è fra il molo vecchio ed il nuovo e fu chiamato uno dei più belli del mondo. Venne eretto nel 1303 dai Pisani. È interessantissima una visita al Cantiere Orlandi."

"Allo sbocco del Corso Vittorio Emanuele, verso il Porto Vecchio, vedesi la statua del Granduca Ferdinando I, di G. Bandini dell'Opera, di Firenze, raffigurato come gran maestro dell'ordine di Santo Stefano. Sotto a lui sono quattro corsari in catene, di Pietro Tacca, allievo di Gian Bologna."

"Si giunge in piazza Cavour contornata da eleganti edifici moderni. Nel mezzo: statua di Cavour , di Vincenzo Cerri di Livorno. Al sud est della Piazza sono la chiesa e il cimitero Inglese, ricco di monumenti."

"La città è intersecata da canali e comunica coll'Arno mediante un canale navigabile. Nel 1792 fu costruito un acquedotto che conduce l'acqua in città da Colognole a 20 chilometri di lontananza. Presso ai giardini pubblici (dopo via Lardarel) l'acqua è raccolta in una grande e bella vasca detta Il Cisternone."

"A sud della città vi è la Porta a Mare, dalla quale si stacca il viale Margherita che fiancheggia varii Stabilimenti di Bagni e conduce alla bellissima passeggiata dell'Ardenza, dove si trova un caffè ristoratore nel Giardino dei Bagni."

Per concludere, nelle pagine iniziali e finali della guida, insieme a rèclame di bagni termali, alberghi e riviste di moda, ci piace segnalare anche la pubblicità delle opere di Gabriele D'Annunzio e di Edmondo De Amicis, nonché alcune precauzioni sanitarie per i viaggiatori:

"Per le lombaggini è indicato l'Opodeldoc (spirito canforato). Per i bruciori allo stomaco, bicarbonato di soda. Per dolori di stomaco, bismuto. Guardarsi dalle correnti d'aria in vagone."

Mostra altro
Pubblicità

Reportage: Nicaragua (seconda parte)

13 Maggio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: Nicaragua (seconda parte)
QUINTO GIORNO:
GRANADA- LAS ISLETAS-SAN JUAN DEL SUR

Questa mattina sarà dedicata alla visita di Granada a bordo di un calesse. Ne apprezziamo l’armoniosità delle costruzioni, molto belle e ben conservate, il grande Parco centrale, la bella Cattedrale e il Municipio.

Poco distante dalla Piazza centrale c’è il classico mercato affollato di venditori di ogni genere di merce alimentare, compresa la frutta tropicale che non abbiamo mai visto. Infine, ci troviamo in un piccolo ma interessante museo che conserva reperti molto belli di vasellame risalenti al periodo precolombiano, ma anche al 500 a.c. All’interno del Museo c’è un patio ed un bel parco pieno di piante e alte palme.

In mezzo ad un albero, mimetizzato nei colori, osserviamo un grosso gufo imperturbabile ai nostri commenti di stupore!

Oggi il Museo è affollato di studenti, tutti ben ordinati in fila e con il grembiule – come si usa in ogni parte del mondo, tranne che nel nostro Paese! Sempre in calesse attraversiamo strade piene di colore. Le case coloniali sono un piacere per i nostri occhi – e gli obiettivi – e i bambini sono pronti a salutarci.

Ci dirigiamo verso il porto Cesar, a sud di Granada, e ci imbarchiamo su una moderna lancia per scoprire un altro posto di grande fascino, il lago Cocibolca, detto anche “La Mar Dulce”, perché è vastissimo – secondo al mondo solo dopo il Titicaca –. Il nostro programma prevede la visita alle numerose ‘Isletas’ che “sbucano” dalle acque di questo lago. Questa mattina c’è anche il sole, il cielo ha un bel colore azzurro e la temperatura è molto piacevole: finalmente ci gusteremo il panorama con più allegria e felicità. Partiamo e…restiamo letteralmente sedotti dallo spettacolo che ci presenta davanti agli occhi.

Come al solito, non c’è niente che non si vorrebbe fotografare, ma i circa 365 isolotti disseminati nell’arcipelago sono troppo belli per non essere fissati per sempre negli obiettivi.

Las Isletas sono di varia grandezza e tutte ricoperti da una fitta vegetazione tanto che gli uccelli le hanno elette propria dimora : aironi, cormorani, caracara (una specie di aquila, ma più piccola e con più bianco nel corpo, praticamente è un’aquila pescatrice), Ibis e tanti altri tipi di uccelli volano sulle nostre teste e poi si posano sull’acqua o sulle piante. Ci sono anche tante iguane che prendono il sole su alcune rocce e tartarughe che nuotano pigramente!

Qui c’è il loro Paradiso, come lo è per i pescatori che incontriamo mentre ritirano velocemente a bordo delle loro strette e colorate barche le proprie piccole, e strane per noi, reti sempre piene di pesci.

E’ magnifico trovarsi lì ed osservare questo stupendo miracolo della natura. Gli isolotti sono per lo più disabitati, alcune sono di proprietà di privati, ma in alcuni vi dimorano gli stessi pescatori in semplici case, dove fa bella mostra di sé il solito bucato messo ad asciugare, ma sempre in perfetto ordine.

In questo arcipelago, c’è un’isola, Zapatera, dichiarata Parco Naturale e sulla quale c’è uno dei siti archeologici più importanti per ciò che riguarda statue e caverne risalenti all’età precolombiana, più l’isola di San Pablo, sulla quale si erge una fortificazione del XIX° secolo, ed un’altra che è di proprietà di una …colonia di scimmie curiose, tanto abituate alla presenza umana che vengono a curiosare appena ci fermiamo davanti ad alcuni alberi.

Visitiamo anche un isolotto molto speciale: è quello dove è situato un piccolo Resort molto particolare, il Jicaro Hotel, tutto rigorosamente ecocompatibile con una Spa ecologica. Gli chalet sono tutti costruiti con legno certificato e gli arredamenti sono costruiti con prodotti naturali, così come la biancheria da letto e da bagno. Niente televisione ma solo relax totale, è questo il concetto del Jicaro Hotel. In sostanza, è un paradiso nel paradiso! Terminata con molto dispiacere la piacevole gita, ritorniamo a Granada per pranzare. Come sempre, il cibo non ci delude mai, soprattutto il pesce e la carne hanno un sapore eccellente, ben diverso da quello al quale siamo abituati noi.

La loro cucina è sana, gustosa e mai grassa e l’unico problema è che è talmente buona che mangiamo sempre troppo! Ma è ora di riprendere il cammino e, ci rimettiamo in macchina in direzione di San Juan Del Sur, un posto di mare molto noto in Nicaragua, non molto distante dalla Costa Rica. Durante il tragitto incomincia a piovere. I miei compagni di viaggio ne approfittano per dormire, mentre io continuo ad osservare il paesaggio che scorre interno a noi.

La campagna qui è un po’ diversa dalle altre che abbiamo visto nel Paese. Ci sono molti allevamenti di bovini e le solite estese piantagioni di banani. Si capisce che in queste zone c’è più benessere rispetto a quelle dove siamo passati ieri. Ogni tanto si incontrano agglomerati di case, bar-caffè, piccole industrie, motociclette, automobili, camion, autobus colorati, moto-taxi tradizionali – che poi non sono altro che una specie di baracchino coperto con una moto avanti, ma ci sono anche i taxi moderni. Si ha sempre l’impressione di un Paese in bilico fra l’antico e il moderno e, forse, questo mix costituisce uno dei suoi fascini. In lontananza si intravedono i vulcani più belli e noti del Nicaragua e che si trovano sull’isola di Ometepe.

Finalmente arriviamo a destinazione e pur essendo un posto di mare, all’improvviso l’umidità sembra sparita, anzi, tira un’arietta gradevole e inaspettata. Prima di entrare nell’hotel, ci fermiamo ad ammirare il tramonto.

In mezzo alle nuvole, che sembrano cariche di pioggia, si fa largo una “macchia” rossastra e questo ci fa sperare in un’apertura del cielo. Sotto di noi, una larga e lunga spiaggia sulla quale alcuni ragazzi improvvisano una partita di pallone.

Nel mare, non troppo distante dalla riva, tante piccole barche sono ancorate pronte per prendere il largo per una battuta di pesca della popolazionelocale. San Juan è una bella cittadina, nota per i suoi numerosi ristoranti dove è possibile gustare crostacei e pesce vario, per le sue discoteche e per le onde, a volte piuttosto alte, ideali per chi pratica il surf.

Ci sono anche tanti negozi e tanto fermento di gioventù. La nostra interprete Emmanuelle, ha qui un’amica triestina, che si è trasferita da oltre 11 anni in questa parte del mondo così lontana dal suo Paese, perché si è innamorata della gente e della particolarissima casa, che ha comprato e nella quale vive ormai da sola. Sia la storia della signora, sia la casa mi mettono curiosità e vengo invitata per un aperitivo.

La casa è in quella che viene definita la “zona bene” di Isla del Sur, ma descriverne la bellezza e la unicità è molto difficile. E’ una delle ultime case del luogo costruite interamente in legno e al suo interno, nell’immenso salone, ha addirittura dei tronchi di alberi dalla forma irregolare che sostengono le amache e decorano l’ambiente.

La signora affitta da qualche tempo le 3 camere da letto disponibili, e così, oltre a guadagnare qualcosa, può parlare ancora italiano. Il personaggio e la sua storia di vita mi affascinano, ma il ristorante ci aspetta per una cena a base di aragoste e pesci dal sapore molto speciale, così ci avviamo in Hotel per cambiarci. Anche questo hotel, il Vittoriano, è molto bello e caratteristico e dotato di ogni comfort, compresa la piscina con Jacuzzi. Il letto è comodo e confortevole. Meno male, domani avremo una giornata piuttosto impegnativa.

SESTO GIORNO: SAN JUAN DEL SUR

Ci alziamo con un bel sole e la giornata promette molto bene. L’hotel è di fronte al mare, calmo, e mentre faccio colazione già noto un gran movimento sulla spiaggia. Ma noi dobbiamo andare in un’altra parte del paese dove si può fare surf.

Saliamo a bordo di alcuni fuoristrada e arriviamo quasi al confine con il Costa Rica attraversando alcuni centri abitati e tanta campagna. Il verde è sempre preponderante e rigoglioso. In alcuni tratti il percorso è nuovamente da trasmissioni come “Overland”, ma è divertente ed eccitante.

Arriviamo ad una spiaggia, ma le onde non sono quelle giuste per lo sport e così ci rispostiamo nuovamente fino a quando arriviamo in un luogo che ci trasporta sul set del film “Un mercoledì da leoni”. La spiaggia, anche questa larga e lunghissima, è piena di giovani, soprattutto americani, che cavalcano le onde. Arrivano con i Pick up, scaricano il loro surf e si avviano sicuri fra le onde del mare. Sulla spiaggia ci sono alcune “collinette” ricoperte completamente da alberi di alto fusto, fiori e piante tropicali. Fra questa vegetazione, quasi nascoste dagli alberi e dagli occhi indiscreti delle persone, un paio di invidiabili case dominano tutta la spiaggia. Penso che non sarebbe male possedere una casa qui!

Finisce il divertimento sulle tavole dei surf e ci rechiamo a pranzare nel Resort Morgans Rock, una splendida struttura i cui chalet sono nascosti dalla vegetazione e, anche questi sono costruiti nel pieno rispetto della salvaguardia ambientale. Mi piace molto questo posto! Dal tavolo del ristorante la vista è meravigliosa. Sono le 14 e 20, sotto di noi una bellissima piscina mentre, un po’ più in basso, il mare “luccica” sotto il sole, è calmo, sembra color argento. Sull’acqua c’è solo un peschereccio, mentre il piccolo lato di una verde collina si staglia sulla nostra destra. Il silenzio del luogo è piacevole e il solo rumore che arriva alle nostre orecchie è solo quello delle onde che si infrangono sulla battigia. E’ molto bello e naturale questo luogo con l’hotel totalmente ecologico dotato di soli 15 bungalow. La proprietà, vanta 1800 ettari, di cui solo l’hotel ne occupa 600, ha una spiaggia privata. Gli chalet si raggiungono attraversando un ponte sulla jungla e, all’improvviso, mentre ci stiamo passando sopra, fra gli alberi notiamo un certo movimento.

Capiamo che anche qui ci sono delle scimmie e incominciamo ad osservarne i movimenti e a fotografarle. La direttrice del Resort ci spiega che qui è possibile praticare escursioni a cavallo, in kayak, pescare, osservare i vari animali che ci sono nella zona come le scimmie – tra le quali il bradipo – e poi cerbiatti, volpi, scoiattoli.

Anche qui è tutto rigorosamente naturale e costruito per il relax delle persone: niente televisione, niente telefono, ma si può collegare il PC.

Incomincia ad imbrunire ed è ora di ritornare a San Juan del Sur giusto in tempo per goderci il bel tramonto e i fuochi d’artificio che stanno illuminando una parte di cielo.

Questa è l’ultima notte che trascorreremo qui perché domani saremo in un posto stupendo e irreale: Ometepe.

SETTIMO GIORNO: OMETEPE

Anche oggi il sole è dalla nostra parte e, prima di lasciare l’hotel, faccio una passeggiata sul lungomare per scattare nuove fotografie. Sono le 7, è presto, ma spero sempre di trovare qualche volto interessante o scene di vita quotidiana locale. San Juan del Sur, oltre ad essere un luogo di villeggiatura è un piccolo porticciolo e a quest’ora trovo i pescatori intenti a restaurare le proprie barche.

Alcuni bambini giocano con la sabbia e alcune donne sono già pronte per vendere la propria merce esposta in piccoli banchi.

Ma una cosa attrae la mia attenzione: vicino alla riva c’è un gruppo di persone, che si tiene per mano e, cantando, entra completamente vestita nell’acqua. Alcune persone si immergono totalmente, altre restano in piedi, bagnate fino a metà del corpo. Sono troppo lontana perché capisca cosa stiano facendo, così le fotografo sperando di capire più tardi il significato di quella che sembra una cerimonia religiosa. E così è, infatti. Scendo in spiaggia e chiedo cosa stia accadendo. Mi viene detto che sono state appena battezzate 2 giovani ragazze – completamente bagnate e infreddolite – che appartengono alla Chiesa Evangelista e che il gruppo partecipa all’evento con canti e preghiere.

Mi allontano contenta per aver appreso qualcosa di nuovo e ancora una volta siamo in auto per arrivare al porto dove prenderemo il traghetto che ci porterà all’isola lacustre più grande del mondo: Ometepe. Anche quest’isola è all’interno del vasto lago Cocibolca (La Mar Dulce, grande quanto l’Umbria), nel quale si trovava l’unica specie di squalo di acqua dolce, ed è formata da 2 grandi vulcani: il Conception – ancora attivo – e il Madera – ormai spento. Il lago, oggi, è molto agitato e l’acqua è color marrone.

Non sarà una traversata tranquilla, ma lo spettacolo dei 2 vulcani, che sono sullo sfondo, è veramente appagante. Soprattutto il più alto, Conception, ha una forma conica perfetta e una bianca nuvoletta le ricopre proprio la cima e le pendici totalmente prive di vegetazione, mentre Madera è ricoperto da una verde foresta, in quanto non più attivo. Questi 2 vulcani sono stati inseriti fra le nuove 7 meraviglie del mondo e sono poche le persone straniere che hanno avuto il privilegio di ammirarli. Mi ritengo fortunata per essere stata prescelta per questo viaggio stampa e felice di aver visto un paese che riserva splendide sorprese in continuazione e apprezzarlo ogni giorno di più. Per non sentire troppo il movimento delle onde vado a sedermi proprio in basso dove ci sono gli oblò a pelo d’acqua e dove l’acqua si infrange contro il vetro con una bella violenza.

Ma arriviamo a Ometepe (che vista dall’alto sembra un grande numero 8 e il cui nome deriva dall’atzeco Ome=due + Tepelth= colline), e ci avviamo verso il Museo del Ceibo che, però, è chiuso. Lungo la strada noto che, di nuovo, la vegetazione è differente dal resto del Paese. Ci sono meno palme e sono anche più basse.

Ci sono molte piantagioni di Palmitos e di banani, tante piccole case – sempre con il bucato messo ad asciugare al sole, ma anche tanti fiori molto colorati e bouganvillee. Notiamo campi dove si sta giocando a baseball e la guida ci spiega che in Nicaragua è lo sport nazionale. In alcuni posti notiamo secchi per la raccolta differenziata.

La nostra prima tappa è presso una vasta piscina termale, ricca di minerali curativi, dove troviamo un centro ben attrezzato e pieno di stranieri e locali. La piscina è divisa in due da un passaggio dal quale i bambini si tuffano e giocano.

Non è piastrellata, ma sul fondo ci sono sassi e pietre vulcaniche. Una leggenda narra che chiunque s’immerge nell’acqua alle ore 12 del Venerdì Santo, cambierà sesso! Peccato non aver portato il costume, l’acqua è veramente invitante e anche tiepida!

La piscina è circondata da piante e alberi e ci sono tante grandi farfalle colorate che svolazzano in mezzo alla gente. Usciamo e ci rechiamo in un sito archeologico nel quale sono state ritrovate pietre incise che risalgono al periodo precolombiano e chi lo ha scoperto è stato non un archeologo, ma un biologo. Nel sito c’è anche “La Finca Magdalena”, un piccolo Resort per giovani. Una specie di ostello della gioventù.

In queste terre c’erano i Seminole che offrivano agli dei offerte che consistevano anche in sacrifici umani. Nell’antichità gli uomini volevano essere più vicini al cielo, e per i Seminole quest’isola era l’ideale per la presenza dei vulcani così alti.

E’ di nuovo buio e dobbiamo andare ancora nel nostro hotel. Molte strade non sono asfaltate e ci mettiamo più tempo per arrivare a destinazione. Siamo un po’ stanchi e il “Camel Trophy” questa sera ci rende impazienti. Dopo un lungo tragitto (o tale c’è sembrato per il tipo di strada che abbiamo percorso e per gli animali che tranquillamente passeggiavano per le strade), attraverso un guado, formatosi per le insistenti piogge dei giorni precedenti – arriviamo finalmente nel Resort Sal Juan de la Isla.

Prima di vedere il Resort, però. Notiamo un’estesa piantagione di Platanos e nessuna luce artificiale, ma sentiamo il rumore dell’acqua che va a sbattere su una battigia o rocce. Appena scendiamo dalle auto, veniamo quasi assaliti da nugoli di “Chalules”, specie di moscerini che fortunatamente non pizzicano. Il Resort ha pochissimi chalet quasi tutti dislocati vicino al ristorante. Le stanze sono semplici ma essenziali con aria condizionata e ventola. E’ situato proprio vicino al lago ed è in mezzo ad un ambiente naturale di rara bellezza. Ceniamo con la famiglia del Direttore del Museo locale, che c’invita per il giorno dopo a visitarlo, accompagnati dal canto degli uccelli.

Il cielo è pieno di stelle e promette bene per il giorno dopo.

La curiosità di veder bene in quale altro paradiso ci siamo fermati è molto grande!

OTTAVO GIORNO: OMETEPE

Come sempre sono in piedi abbastanza presto da poter scattare foto con la giusta luce o per avere l’opportunità di vedere particolari, strane, inusuali. Mi guardo attorno e tutto ciò che ieri sera era quasi inquietante per il buio, oggi è idilliaco.

Fiori e piante sono ovunque e avanti ad ogni bungalow ci sono le amache colorate. Scatto foto a destra e a manca, ma sono attratta dal rumore dell’acqua e percorro i 50 metri che mi separano dal lago.

La scena che ho davanti mi riporta indietro nel tempo, a quando in Italia non c’era il benessere e non si avevano gli elettrodomestici in casa.

Due donne, madre e figlia, stanno lavando il bucato nel lago, una su una piccola base di cemento, l’altra su una grossa pietra lavica. Sono incuranti delle onde che si abbattono con violenza su di loro. Sono completamente fradice, ma hanno per me un dolce sorriso e l’augurio di un “buen dia”. Rimango ad osservarle per un bel po’ pensando che qui siamo proprio in un’altra dimensione, sia umana sia di preservazione dell’ambiente.

Le due donne mi guardano spesso con il sorriso sulle labbra ed io quasi mi vergogno di essere lì a fotografarle come se fossero delle “marziane”.

Ma a me, abituata alla maleducazione della gente delle nostre città, sentirmi chiedere “permiso” ogni volta che ingombro il marciapiede per scattare qualche foto oppure essere ringraziata per averli scelti come soggetto stesso delle foto, questa cosa commuove e mi fa rimpiangere il tempo in cui anche in Italia c’era il rispetto per gli altri e non si sgomitava o ti dava spinte per sedersi prima di te in un autobus o in metro! Qui, invece, è ancora così. Non conta il solo io, ma anche gli altri.

Non ho più il tempo di fare considerazioni perché è l’ora di recarci ad Altagracia per visitare il paese e il Museo. Iniziamo con la visita della Chiesa principale, già in pieno fermento. La chiesa risale al 1700 circa ed è divisa in 2 parti: quella vecchia e l’altra nuova. In quest’ultima è stata spostato l’antico altare tutto in legno lavorato.

All’esterno della chiesa ci sono alcune statue in pietra risalenti all’800 d.c. Intorno a noi una musica di soli tamburi e un coro si stanno preparando per la festa del Santo locale: “San Diego”, che cade il 16 novembre.

Anche qui i ragazzi che vanno a scuola hanno i turni e, così, è facile incontrarne tanti che vanno o tornano a casa. La gioventù costituisce il 60% della popolazione e, quindi, si può affermare che il futuro nel Nicaragua sarà in mano a questi ragazzi e ragazze.

Al mattino ci eravamo fermati in una piccola hacienda nella quale molte persone erano in attesa di far pulire dalla pellicola esterna il proprio riso, portato con sacchi piuttosto grandi e pesanti. Mi aveva colpito la serenità e la pazienza con la quale ognuno attendeva il proprio turno! In giro, notiamo che davanti ad alcune case, ingenti quantità di riso sono poste ad asciugare su un grande telo di plastica. E poi, lungo il percorso, ancora verde, tanta selva tropicale, tanta gente intenta a lavorare i campi e le donne impegnate ad accudire la casa e… tanta aria pulita priva di ogni inquinamento.

Ricordo che ieri sera, mentre ero seduta sull’amaca posta davanti al mio chalet, osservavo il cielo e le stelle che sembravano molto più grandi e lucenti del solito. Avevo alzato le braccia e mi era sembrato di poter quasi arrivare a toccarle con le mani! Che cosa meravigliosa sentirsi così vicini al cielo e alle sue costellazioni, non capita spesso da noi! Ma la guida ci chiama per andare a visitare il piccolo ma interessante museo che conserva reperti antichissimi come vasellame – ancora ottimamente conservato – oggetti in oro e statue di pietra, che assomigliano tanto a quelli che per noi sono dei Totem.

Non solo quest’isola possiede una varietà di specie di animali di interesse internazionale e di vegetazione lussureggiante, ma anche 2 piccoli Musei dove si può comprendere meglio la storia del luogo e del suo popolo. Torniamo al Resort ed abbiamo una sorpresa: oltre al cibo locale avremo anche quello italiano.

Un giornalista del gruppo, infatti, molto bravo ai fornelli, ha preparato per la gioia di tutti 2 tipi di pasta cucinata in maniera differente. Dopo il lauto pasto, siamo i protagonisti di una caccia al tesoro organizzata all’interno del Resort e, così, ognuno di noi è contento di aver ricevuto un premio. E’ ancora presto, ma domani dobbiamo tornare a Managua e ne approfittiamo per goderci un po’ di relax. Cena e poi…tutti a dormire!

NONO GIORNO: MASAYA-MANAGUA

Dopo la prima colazione del bel patio del ristorante, ritorniamo nelle jeep per recarci al porto. Le acque del lago sono più calme, ma il nostro traghetto è in ritardo.

Però non c’è tempo per annoiarsi! Intorno a noi uccelli colorati e farfalle sembrano darci l’arrivederci, mentre un airone bianco, incurante del chiasso che c’è intorno a lui – siamo pur sempre in un porticciolo – passeggia tranquillamente su una base di cemento posta nell’acqua. Nel porto fervono le attività di ogni giorno: imbarco e sbarco di passeggeri, piccoli negozi aperti, bambini che giocano nel cortile delle loro case, uomini seduti al bar a chiacchierare e sorseggiare succhi di frutta.

Finalmente arriva il Ferry e in 45 minuti siamo nuovamente nella penisola in direzione di Masaya, dove visiteremo un mercato artigianale famoso in tutto il Nicaragua.

Il mercato è circondato da bellissime mura e, all’interno di esso, si trovano oggetti come amache, tessuti, cuoio, sigari e ceramiche, oltre a piccoli ristoranti. Ma io, più che agli oggetti, sono interessata dalla gente normale ed esco alla ricerca di qualche scena di vita reale.

Una signora è davanti ad un grande pentolone, e un buon profumo di minestra si sparge nell’aria. Mi avvicino e le chiedo cosa stia cucinando. Mi risponde che quello è il piatto tipico del Nicaragua ed è preparato con yucca, carne e patate e mi chiede se mi piacerebbe assaggiarlo. Come rispondere negativamente davanti ad un sorriso e a quel buon cibo?

Ne mangio un piatto e mi allontano per fotografare un bambino che sta preparando dei grilli con le foglie morbide della pianta del cocco. Ha un’aria molto vispa e sveglia e mi chiede per quale squadra di calcio io tifo.

Rimango sorpresa (come lui per il fatto che io non segua il calcio), ma rispondo che non ho una squadra del cuore, mentre lui, invece, tifa per il Milan perché “son fortes”. E’ simpatico ed ha una bella faccia. Mi chiede se voglio provare a fare qualcosa con le foglie di cocco. Accetto ed inizio a lavorare senza sapere cosa mi stia facendo eseguire: Nel frattempo, sono arrivati altri ragazzini e, sotto i loro occhi divertiti, incomincio ad eseguire quello che il ragazzo vispo mi dice di fare. Ad un certo punto mi dice di tirare un piccolo bastoncino che era nel centro del lavoro e… mi ritrovo nelle mani un fiore che mi regala dandomi un bacio sulla guancia.

Come sempre mi commuovo di fronte a queste espressioni di gentilezza e generosità e, nel lasciarlo, gli chiedo cosa gli piacerebbe fare nella vita. Mi risponde di voler studiare turismo e mi rallegro per lui. Questo paese ha molto da offrire ai turisti e serviranno persone sveglie come lui. Ma oggi siamo in ritardo sulla tabella di marcia e dobbiamo arrivare in tempo in Hotel per renderci un po’ più presentabili di come siamo ora.

Fra non molto dovremo recarci al Ministero del Turismo per la conferenza stampa finale.

Il Ministro è puntualissimo, molto informale e non la “tira per le lunghe”, come normalmente fanno i nostri politici, anche quando non hanno nulla di interessante da dire. E’ simpatico, semplice, conciso e concreto e ci ringrazia per aver accettato il suo invito di visitare il Nicaragua – mentre dovremmo essere noi a farlo – e ci dà appuntamento per una cena di arrivederci.

Il locale prescelto è caratteristico. Ci tiene compagnia un gruppo di musicisti e una cantante molto noti nel paese, che ci allietano con i loro brani e canzoni. Noi donne, come al solito, siamo sempre “in tiro”, mentre gli uomini, come al solito anche loro, sono vestiti in modo casual, Ministro compreso.

Trascorriamo una bella serata, fra canti e balli e senza alcun imbarazzo per la presenza del Ministro che, anzi, balla e canta con noi.

E’ strano, ma ad un tratto mi viene un po’ di tristezza perché domani lasceremo questa terra, ora non più sconosciuta o solo un nome su una carta geografica.

Mi piace questo Paese che ha saputo regalarmi tante intense emozioni e ringrazio il Ministro Mario Salinas per l’opportunità che mi ha concesso di visitarlo e di innamorarmene immediatamente.

Il viaggio è stato un crescendo di stupore e di meraviglie e penso che il Nicaragua andrebbe visitato nella maniera più corretta e da turisti “giusti”, quelli che hanno rispetto e amore per l’ambiente, lo stesso che ha il popolo nicaraguense per la sua terra ricca di bellezze, certo, ma, soprattutto, di tanto calore umano.

Arrivederci Nicaragua, paradiso naturalistico che affascina per le emozioni che sa offrire e per i paesaggi incontaminati, selvaggi e pieni di suggestione.

Nicaragua, terra di contrasti e quasi sconosciuta turisticamente, ma unica nel suo genere!

Liliana Comandè

Reportage: Nicaragua (seconda parte)
Reportage: Nicaragua (seconda parte)
Reportage: Nicaragua (seconda parte)
Reportage: Nicaragua (seconda parte)
Reportage: Nicaragua (seconda parte)
Mostra altro

Reportage: Nicaragua (prima parte)

11 Maggio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: Nicaragua (prima parte)

C’È UN ANGOLO DEL MONDO DOVE SEMBRA CHE IL TEMPO SI SIA FERMATO E I COLORI DELLA NATURA SPLENDONO COME I VOLTI DELLE PERSONE, SEMPLICI, LUMINOSI, GENUINI.

C’è un paese “antico” che si sta aprendo alla modernità preservando, però, i grandi valori, quelli della natura, dell’ambiente e dello spirito. Un paese che rappresenta un angolo di Eden, e si contrappone al degrado del terzo millennio. E’ il Nicaragua, posto al centro del Continente americano. Bagnato dalle acque dell’Oceano Pacifico e del Mar dei Caraibi, il suo nome lo deve all’antica lingua della cultura Nàhuatl, significa “Qui, unito all’acqua” (Aqui junto al agua). Nicaragua, territorio ricco di storia e di una bellezza naturale tanto inaspettata così come la generosità e la cordialità dei suoi abitanti. Laghi, lagune, fiumi, foreste, cascate, vulcani, spiagge bianche e incontaminate, splendide città coloniali, villaggi caratteristici, una flora e fauna ricchissima, rendono il Paese un prezioso “universo turistico” ancora tutto da scoprire e apprezzare per le forti emozioni che riesce a trasmettere a chi ha la fortuna di visitarlo.

E’ così ‘vergine’ ed esuberante nella sua natura che nel piccolo Paese esistono più di 70 ecosistemi diversi. Questa particolarità lo fa riconoscere – fra gli altri unici sette paesi al mondo – come nazione dotata di una megadiversità biologica. Nelle strade e nei paesi e nelle piccole cittadine si respira un’aria di serenità, di tranquillità, di voglia di vivere gioiosamente, nonostante il Nicaragua non sia una nazione economicamente ricca, anzi, è fra le più povere della terra. Ma la vera ricchezza l’ha nel grande cuore della sua gente e dal suo sincero senso di ospitalità, che ti conquista immediatamente.

Conserva il fascino di un paese che mantiene ancora intatte le sue tradizioni, la sua cultura, la sua musica e lo splendido ambiente che la natura gli ha generosamente regalato.

Il Paese è ricco di campagne coltivate con banani, palmitos (specie di banani i cui frutti, però, vengono solo cucinati – sottili come patatine fritte o a rondelle e mangiate al posto del pane - buonissimi!), papaia, mango e ottimo caffè, rigorosamente biologico. Sicuramente non è un posto per chi ama i villaggi turistici perché in Nicaragua ci si va per conoscere un mondo nel quale si deve abbandonare lo stress quotidiano per assorbire un po’ lo scorrere lento del tempo, senza nessun affanno. E’ un Paese estraneo al turismo di massa nel quale si concentra cultura, architettura coloniale, grande varietà di ecosistemi, bellezze naturali e gente straordinaria. E’ ideale per il viaggiatore che è alla ricerca di autentiche emozioni.

Sulle strade di campagna è facile incontrare mucche, cavalli, galline, maiali che, con molta indolenza e a malincuore, le lasciano per far passare le automobili e gli autobus. C’è un’aria permeata di magia, la cui maggioranza è di religione cattolica e festeggia i Santi con Feste e processioni. I tramonti sono molto suggestivi ovunque ci si trovi e il cielo è talmente terso che la sera le stelle sono lì, a portata di mano, e si possono distinguere perfettamente tutte le costellazioni. La mezza luna è messa in orizzontale e non in verticale, come la vediamo qui da noi. Nel paese ci sono ben 57 vulcani, verdi montagne e tanti giardini tropicali. Possiede, quindi, uno dei patrimoni più importanti della terra: quello naturalistico e, inoltre, l’intelligenza di essere consapevole di volerlo mantenere così com’è.

Ora il Nicaragua ha capito che può condividere questo suo patrimonio con il resto del mondo, quello che, però, ne può rispettare il suo ecosistema e, attraverso una nuova politica di promozione in Europa, portata avanti dal Ministro del Turismo, Mario Salinas, già s’iniziano a vedere i primi risultati. C’è un incremento del turismo europeo nel Paese, costituito soprattutto da tedeschi, spagnoli e inglesi, i quali hanno iniziato ad apprezzare “le tradizioni, la cultura autentica e originale ma, soprattutto, la gente. Il popolo nicaraguense, infatti, è fra le nostre più importanti bellezze” – come ha affermato il Ministro nel corso di una conferenza stampa con i pochi giornalisti e operatori italiani invitati dal Governo a conoscere il suo Paese. “Il Nicaragua è un paese diverso e si avverte. Vorremmo, pertanto, che in Europa se ne accorgessero. Il nostro intento è quello di far conoscere ciò che di meglio ha da offrire il nostro Paese e ci rendiamo anche conto che la componente turismo si sta convertendo in una ricchezza per il Paese. Il Nicaragua è una nazione dove la fantasia non ha frontiere e dove c’è un realismo fantastico”. Ha concluso il Ministro Salinas.

Io mi sento di aggiungere che esistono altre potenzialità turistiche quali l’artigianato, la gastronomia, le attività sportive come il trekking, andare a cavallo, fare birdwatching, quelle acquatiche quali il surf e lo snorkeling, la pesca d’altura, l’antica cultura, l’architettura coloniale, l’aspetto religioso popolare, oltre a quanto già detto prima.

Di sicuro c’è che lo sviluppo delle attività turistiche, coinvolgendo le comunità e gli operatori locali, non può che far bene al Paese perché è un mezzo di crescita economica che genera anche lavoro e migliora la qualità della vita della popolazione. Il tutto, però, nell’ottica della preservazione del patrimonio identitario, ambientale e culturale.

In questo mio diario di viaggio vorrei poter trasmettere le emozioni vissute in 9 giorni trascorsi nel piccolo Stato nel quale vivono 5milioni e 800mila abitanti, dei quali 1milione e mezzo sono nella capitale Managua. Una piccola curiosità, nel Paese non esistono i numeri civici né i nomi delle vie, ma solo punti di riferimento, perciò, se dovete andarci da soli, attenzione a non ritrovarvi a…vagare come tanti Fantozzi alla ricerca del vostro hotel!

Diario di Viaggio

PRIMO GIORNO: MANAGUA

Arriviamo in Nicaragua dal Venezuela, dove abbiamo trascorso già trascorso un press tour di 8 giorni e del quale racconterò in un altro momento. Partiamo la mattina molto presto da Caracas e arriviamo a Managua, la capitale, dopo aver fatto scalo anche a Panamà. Spostiamo ancora una volta le lancette dell’orologio e torniamo indietro con il fuso orario. Ora abbiamo 7 ore di differenza con l’Italia. Gli incaricati del Ministero ci prendono in aeroporto per accompagnarci in albergo. Ammiriamo lungo il tragitto un mosaico di vita rurale e di case moderne. Managua, infatti, fu rasa al suolo nel 1972 da un terremoto ed ora, per sua sfortuna, non possiede una vera e propria identità. Non ha un centro storico ma tante strade e molti viali.

C’è una nuova Cattedrale, il Teatro intitolato al suo più importante poeta: Ruben Dario, centri commerciali, ottimi hotel e Il 27 per cento della popolazione è Nica. Allontanandosi dalla città si entra in quello che può sembrare un centro rurale composto da case basse. E’ strano, ma subito avverto un’aria familiare, merito, forse, della simpatia delle persone che ci hanno portato in Hotel. L’albergo è molto bello e dotato di ogni comfort, una gradevolissima sorpresa. Si chiama Seminole, come gli indigeni originari di qui e alcuni – li vedi dai tratti caratteristici somatici – vi lavorano. Abbiamo qualche ora a disposizione prima di incontrare il Ministro del Turismo che cenerà con noi nel nostro albergo. Non so cosa fanno i miei compagni di viaggio e così, da sola, e senza alcun timore, mi avvio a piedi nel centro commerciale più vicino all’hotel per dare un’occhiata e per fare qualche acquisto che, probabilmente, non avrò più il tempo di fare quando ci muoveremo da Managua. Assomiglia ai nostri centri commerciali, ma è un po’ più piccolo.

La prima cosa che mi colpisce è che a Managua fa un gran caldo, ma a meno di 2 mesi dal Natale, i negozianti stanno già addobbando i loro esercizi con alberi e decorazioni varie! Entro in un grande negozio di abbigliamento e mi piace immediatamente la cordialità delle commesse che si mettono a mia disposizione. Resto lì dentro quasi un paio di ore perché mi sono‘incaponita’ su una maglietta particolare che, purtroppo, non ha più il codice a barre e non può essere venduta. La commessa parla con la direzione fino a che non riesce a trovare un articolo simile che ha lo stesso codice e così, alla fine riesco a comprare la sospirata maglietta! Ma nel frattempo, un’altra commessa mi ha portato una sedia per farmi stare più comoda nell’attesa e anche lei si dà da fare per trovare una soluzione. E’ ormai buio fuori, e sono entrata che c’era il sole. Le commesse mi salutano con abbracci e baci, felici…per la mia felicità! Questa esperienza mi fa già capire il carattere della gente e mi sono detta subito che quel paese mi sarebbe sicuramente piaciuto! Torno in albergo giusto in tempo per fare una doccia e prepararmi per la cena con il Ministro. Non sono per niente in agitazione per la sua presenza perché ho già avuto modo di incontrarlo a Roma, nell’Ambasciata del Nicaragua, e mi è subito piaciuta la sua semplicità e la capacità di essere “normale”. Arriva senza scorta e vestito in maniera comoda (niente completo e nessuna cravatta). Parla anche un perfetto italiano ed è contento di rivederci e stare con noi. Non si dà le arie dei nostri politici e, soprattutto, Ministri, e nessuno si “scappella” quando arriva in albergo – il pensiero va immediatamente al nostro servilismo e al nostro mettere sul piedistallo chi arriva a quel grado – mi assale subito un senso di nausea comparando i nostri 2 popoli. Il Ministro è informale (nel senso di normale) e la cena diventa un pasto serale tra amici. Ad un tratto Il Ministro Salinas ci fa notare che, seduta in un altro tavolo del ristorante c’è una persona speciale. Ci giriamo e ci dice che la Signora è Rigoberta Menchù Tum, guatemalteca e Premio Nobel per la Pace nel 1992. Il Premio le è stato conferito quale riconoscimento dei suoi sforzi a favore della giustizia sociale e la riconciliazione etnoculturale fondata sul rispetto per i diritti delle popolazioni indigene. Siamo, chiaramente, emozionati e ci alziamo per parlare con lei che si dimostra contenta di vederci e di spiegarci quali sono i progetti che sta portando avanti nel suo Paese. Ci illustra i progetti turistici comunitari che porta avanti con la comunità indigena e di 2 centri intorno al lago Atitlan che vorrebbe fossero affidati alle popolazioni indigene per renderle autonome attraverso le entrate economiche. Ci dice che si augura di trovare turisti responsabili che partecipino alla vita comunitaria in modo da assaporare veramente la vita dei locali. Ci spiega anche che il nostro tenore Luciano Pavarotti ha donato alla comunità un centro che porta ancora il suo nome.

Il Ministro Salinas ci comunica che anche in Nicaragua sta nascendo una cooperativa agricola che l’anno prossimo sarà già in grado di ricevere i primi turisti. Ci salutiamo con abbracci e baci e…una foto ricordo con lei. E’ il mio secondo Premio Nobel che incontro, dopo Rita Levi Montalcini, e tutto avrei immaginato fuorché di incontrarne un altro, anzi, un’altra, in un Paese così lontano! Due donne semplici ma meritevoli del prestigioso Premio.

SECONDO GIORNO: SALINAS GRANDES-LEON

Oggi ci attende una giornata impegnativa e molto emozionante. Siamo diretti a Salinas Grandes, villaggio vicino all’Oceano Pacifico dove avremo modo di visitare la comunità di Salinas. Ma prima ci rechiamo al piccolissimo hotel Lodge Somar, situato direttamente su una larga e lunga spiaggia dove è previsto il pranzo. La proprietaria, Grace March, è la titolare anche di un Tour Operator locale ed è dotata di grande energia e cuore. Ci fa visitare i lodge, semplici e rustici ma dotati di ogni comfort e interamente costruiti in maniera artigianale, dai mobili alle sculture, dai lampadari agli elementi che compongono anche le docce (alcune cose sono veramente geniali). Grace aiuta le persone che si trovano nella comunità acquistando il pane che preparano e facendo lavorare all’interno del suo hotel alcune donne che confezionano braccialetti fatti con le conchiglie oppure altri oggetti che vendono poi ai turisti, oppure vanno a Leon. I ragazzi, invece, sono impegnati nell’organizzazione delle escursioni alle isole con le barche. Inoltre, i giovani sono coinvolti nella conservazione dell’ambiente, puliscono le spiagge, raccolgono la spazzatura portata dal mare con la quale creano opere d’arte che vengono premiate (la più bella) e collocate all’interno delle camere dei Lodge. Ci rechiamo nella comunità, e qui, ci rendiamo conto che c’è tanto da fare per il prossimo e di quanto egoismo c’è fra noi che ci lamentiamo per il “troppo di ogni cosa che abbiamo”, mentre in questo Centro (ma ce ne sono tanti altri come questo), c’è gente che ha bisogno di aiuto e cerca di vivere dignitosamente ‘inventandosi’ il lavoro. La Comunità è composta da persone di ogni età e alcune hanno degli handicap motori, fisici o mentali, ma è straordinario vedere quanto aiuto ricevano da chi si sente più fortunato solo perché è normale. Senza il sostegno di una ONG italiana, di organizzazioni internazionali, di una delegazione nicaraguense e di donazioni private, la comunità non potrebbe andare avanti, così come i bambini con handicap non potrebbero andare nella capitale per essere curati. Ma all’interno la Comunità, di cui fanno parte anche 22 bambini, si aiutano allevando maiali e galline, vendendo il pane, vivendo di pesca, di una piccola fabbrica di sale e creando oggetti artigianali. I giovani hanno fondato 4 anni fa un Gruppo Culturale Giovanile che oggi prepara attività ricreative per altre 12 Comunità, ma non solo. Si occupa di insegnare a parlare a chi ha difficoltà nel farlo, insegna a scrivere, a leggere e a dipingere. Ben 64 ragazzi provenienti dalle Comunità hanno ottenuto delle borse di studio grazie al lavoro di questi giovani “fortunati”.

Il loro scopo è quello di occuparsi che il benessere dei bambini sia sempre protetto e che possano avvalersi anche delle tecnologie che li aiutino ad andare avanti, progredire e creare alternative. Straordinaria e benedetta gioventù che si dà da fare per gli altri! Ma noi siamo lì per prendere atto di ciò che si fa nel centro e per scattare fotografie per illustrare meglio la comunità. Fotografo qualche bambina, ma poi non riesco più a scattare fotografie a gente così sfortunata. Mi sembra quasi di profanare la loro intimità. Mi isolo dal gruppo ed esco e, ad un tratto, sento una piccola mano che mi tocca il braccio all’altezza del gomito per poi scendere a stringermi la mano. Mi giro e un visetto serio mi guarda e accenna un timido sorriso. E’ Luisa, la prima bambina che ho fotografato appena sono entrata nella Comunità e ancora non sapevo ciò che avrei trovato. La sua piccola mano mi stringe ogni volta che vuole che io la guardi e le sorrida. I suoi occhi sono tristi nonostante mi sorrida. Sento che ha bisogno di un contatto fisico e così l’abbraccio. E’ contenta. Mi si è posta accanto e non si è più staccata da me. Mi sono sentita assalire da una tenerezza infinita nei confronti della bambina e di tutta la gente che era nella Comunità. Non ho più retto all’emozione di stare lì e di guardare quei tanti occhi tristi puntati verso di noi che sembravamo i “nababbi” fra i poveri o quelli che andavano lì solo per vedere un posto come un altro. Ho provato vergogna per l’egoismo e l’indifferenza che ognuno di noi, da sempre, mostra verso gli altri veramente sfortunati e mi sono sentita inerte, priva di una bacchetta magica che può cambiare lo stato di vita di tutta quella gente. Un pianto di sconforto e di pena è arrivato all’improvviso e solo un operatore del gruppo, Roberto, se n’è accorto ed ha capito perché piangessi. Mi ha cinto le spalle con il suo braccio e mi ha fatto capire maggiormente il significato della nostra visita in quella Comunità. Il viaggio non è soltanto gioia di visitare nuovi paesi ma è capire come il mondo può insegnarci che la solidarietà è essenziale per poterci definire essere umani e fare qualcosa di concreto per gli altri, non solo per noi stessi. L’egoismo non porta mai nulla di buono. E…quelle persone le avrò negli occhi e avranno sempre un posto speciale nel mio cuore. Ma siamo qui per lavorare e, salutati i ragazzi della comunità, siamo tornati al Somar Lodge dove abbiamo pranzato in maniera eccellente, anche delle Tortillas preparate da noi. Ma siamo in ritardo perché la prossima tappa è la città di Leon e non vorremmo arrivare troppo tardi.

Leon, ex capitale del Nicaragua, è la seconda città più popolata del Paese con 300mila abitanti. La parte più antica della città è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità in quanto un disastroso terremoto del 1610 la distrusse quasi completamente. Leon è considerata oggi la capitale culturale e religiosa del Paese e ci accoglie quasi al tramonto con le sue belle case in stile coloniale sempre molto colorate e caratteristiche. Però non abbiamo molto tempo per visitarla e, quindi, ci rechiamo subito nella piazza principale dove si trova la bellissima Cattedrale. Saliamo sul campanile e la veduta è sorprendente! E’ tutto lì, sotto di noi, e possiamo ammirare la città a 360°. Dalla sommità vediamo i patii delle abitazioni, ricche di palme, che spiccano fra le tegole dei tetti. Le grosse campane, che ancora sono suonate a mano, sono lì a farci da ornamento in questo momento molto particolare e speciale. Saltiamo e camminiamo sui tetti della Cattedrale, fra pinnacoli, cupole e balaustre, alla ricerca del posto migliore per scattare foto. Ma la piazza ci attrae e scendiamo a curiosare fra le persone che passeggiano, mangiano, lavorano. C’è aria di festa e un gruppo di bambini sta suonando con alcuni tamburi una musica cadenzata. Due di loro sono mascherati come 2 personaggi tradizionali e folcloristici del Nicaragua. Uno è la ‘Gigantona’, che balla e si gira in continuazione, mentre l’altro è ‘l’Enano Cabezon’. I bambini, oltre a suonare, scrivono delle filastrocche per le persone che vogliono godere della loro compagnia. Ci sono tante belle persone: famiglie con bambini che ci sorridono con simpatia e gente che vende del cibo a noi sconosciuto. Ci sono anche delle persone che praticano dei mestieri che da noi sono scomparsi, come quello del lustrascarpe. C’è molta dignità in questa gente ed è contenta di essere fotografata e di riguardarsi nelle nostre macchine reflex. Ci ringrazia anche per essere stato/a prescelto/a da noi! Quanta semplicità e quanta serenità nei loro sguardi, anche quando sono intenti nei loro lavori più faticosi. Peccato non avere il tempo visitare le altre belle chiese di Leon come quella di S. Francisco, una delle più antiche (è del 1639), e quella della Mercedes. Pazienza! Faccio ancora un giro nei dintorni, ma è ormai ora di andare nel nostro hotel “El Convento”. Il nome non è casuale perché prima era un Convento francescano. All’interno ha conservato molti degli oggetti che vi erano quando era un centro religioso: statue, quadri, un bellissimo mobile ligneo dorato e molto grande che sembra un altare. C’è anche una splendida collezione di vecchie bilance. Un bel giardino è situato proprio al centro della costruzione.

TERZO GIORNO: VULCANO CERRO NEGRO E MATAGALPA

Di primo mattino, abbiamo effettuato un giro interessante nel colorato mercato della città. Mi piace sempre visitarne uno ovunque mi trovi perché rispecchiano i gusti alimentari delle popolazioni e le produzioni delle loro terre. A Leon c’è n’è uno coperto ed uno scoperto e, quest’ultimo, è situato in uno dei lati della Cattedrale. La vivacità cromatica della frutta fa bella mostra di sé sui banchi dei venditori e, così, ci attardiamo a fotografare tutto e tutti e a chiedere il nome di alcuni prodotti che non conosciamo. Sui banconi, tutta la merce è disposta in maniera molto ordinata e, nonostante ci sia già un gran fermento fra venditori e acquirenti, anche qui riceviamo sorrisi e disponibilità a rispondere alle nostre domande e a farsi fotografare. Ci dispiace lasciare il mercato, per noi indubbiamente caratteristico e singolare, ma questa è la giornata nella quale andremo a fare trekking sul vulcano Cerro Negro, per poi ridiscendere facendo una specie di snowboard. Purtroppo la giornata piovosa non ci faceva presagire nulla di buono per l’escursione al vulcano, ma questo era il programma stabilito per noi e questo si doveva fare.

Saliamo a bordo di un camion tipo militare con i sedili in verticale, sul quale sale anche un gruppo di americani piuttosto ‘caciaroni’ come si dice a Roma.

Non capiamo il perché di questo tipo di mezzo di trasporto, ma lo abbiamo compreso immediatamente appena siamo usciti dalla città. Avete presente il Camel Trophy o la Parigi Dakar? Ecco, il viaggio è stato proprio simile a quello delle note manifestazioni sportive. Percorsi non asfaltati, pieni di buche e di acqua, ci facevano sballottare da una parte all’altra, ci facevano saltare dal sedile quando c’erano avvallamenti, il tutto in mezzo ad una natura rigogliosa…sotto l’acqua. Ma quando siamo arrivati davanti al vulcano, la cui sommità era coperta da una grossa nuvola nera mentre tutto attorno era circondato da una fitta nebbia, ci è preso un po’ di sconforto perché pensavamo di non poter salire sulla sua cima. All’improvviso, per fortuna, la pioggia è cessata e, caricate le tavole, gli zaini in spalla, e un sacco con la tuta da indossare per la discesa, ci siamo avviati in fila indiana verso le pendici del vulcano le cui fumose caldarole spargevano nell’aria un vago odore di zolfo e davano l’impressione che da un momento all’altro la montagna si dovesse risvegliare. Alto poco più di 800 metri, è il più giovane vulcano di tutto il Nicaragua e 3 anni fa ha avuto l’ultima eruzione, quindi, l’idea di una ripresa non era poi così campata in aria!

Incominciamo a salire. Il nero della lava, e il fumo che esce dalle fenditure della montagna, rende il panorama irreale ma molto spettacolare. Il cielo è sempre cupo e la nebbia non ne vuole sapere di diradarsi. Alla nostra destra, però, incominciamo a vedere che il cielo si apre e il sole che filtra attraverso l’apertura ci mostra lo spettacolo bellissimo di un territorio ricoperto da verdi piante. L’aria, nonostante il caldo, è diventata gradevole. Con i nostri pesi addosso, procediamo abbastanza speditamente, tranne gli operatori che sono carichi di attrezzatura bella pesante. Finalmente arriviamo alla meta: la cima del vulcano, e subito a qualcuno viene la tentazione di tornare indietro.

La parte dove si deve scendere con la tavola è coperta dalla nebbia e la pendenza è di ben 41°. Ma ormai siamo là e dobbiamo scendere alla meno peggio. Ci infiliamo le tute color arancione e gli occhiali da mare (quelli per lo snorkeling, per intenderci, ma piuttosto scheggiati) – per proteggere gli occhi dai sassi di lava che si alzano mentre si effettua la discesa. Nebbia più occhiali rovinati non era un binomio che dava sicurezza, ma molti scendono con più o meno difficoltà ed io, in quel caso, non ci faccio una gran bella figura perché mi sono dovuta fermare varie volte per vuotare la tavola dai sassi che si erano accumulati e per sollevare gli occhiali per vedere dove stavo andando! Ma ciò che disse Gesù, “gli ultimi saranno i più fortunati”, si è verificato per gli ultimi che sono scesi: la nebbia era scomparsa e il sole era apparso nel cielo. Vince Roberto, che scende più velocemente degli altri.

Risaliamo sul camion e facciamo il percorso all’inverso, ma stavolta sembra ancora più accidentato e fra grandi risate e urla per gli scossoni nel camion, torniamo a Leon giusto per mangiare qualcosa e partire per Matagalpa, dove arriveremo in tarda serata. Ceniamo con il Sindaco del luogo e andiamo a dormire in un luogo chiamato Selva Negra.

QUARTO GIORNO: SELVA NEGRA – GRANADA

Il risveglio è quanto mai da fiaba! Selva Negra, infatti, è un posto assolutamente incredibile, esteso ben 850 ettari e fondato nel 1881 da immigrati tedeschi che vi impiantarono la prima industria del caffè in Nicaragua. Selva Negra si trova a nord di Matagalpa, a 2.200 metri di altezza, ed è una riserva naturale con una foresta nebulosa, vergine e lussureggiante, meta di studenti che vengono a visitarla, ma anche di turisti che soggiornano nel bel Resort. All’interno c’è un Resort molto accogliente e funzionale, la cui architettura non stona in quest’area protetta. C’è, inoltre, un ristorante, un piccolo museo, una chiesa, una piccola piantagione di caffè, un lago con ninfee e cigni, una piccola piantagione di orchidee, cavalli e... tante scimmie sugli alberi.

Alcuni tetti degli chalet sono ricoperti di bromeliacee, soprattutto di colore ciclamino. L’attuale proprietario, anche lui tedesco: Eddy Kuhl Arauz, ha acquistato questo paradiso terrestre, ricco di flora e di fauna, nel 1975 ed ha scritto vari libri, compreso quello che narra la storia di questo luogo incantato. Nella zona di Matagalpa si coltiva il caffè, definito il migliore al mondo per il gusto e l’aroma, e che viene esportato anche in Italia. E’ certificato arabico al 100 per cento ed è coltivato solo in maniera biologica. Quando il chicco è maturo assume un colo rosso e per preservare le piante dagli insetti, si mette una bottiglia di plastica con un prodotto organico per allontanarli.

Il Signor Eddy mi prende in simpatia e incomincia a farmi visitare la riserva. Mi dice di amare molto l’Italia, soprattutto Firenze e il Palazzo degli Uffizi e le canzoni liriche, che ogni tanto accenna a cantare. Gli descrivo, però, le bellezze di altre città come Venezia e Roma e ne rimane estasiato. Mi fa entrare nel giardino delle orchidee, ma non ci sono solo questi fiori, ci sono vari tipi di alberi, di piante, anche di caffè dal frutto acerbo o maturo e tanti banani.

E’ un posto incantevole questo, dove si sente il canto degli uccelli. Riesco a vedere anche un colibrì che sta picchiando su un albero. All’improvviso si odono suoni diversi, gutturali, mentre le fronde degli alberi più alti incominciano a muoversi. Eddy mi spiega che ci sono le scimmie. Le vedo, sono intere famiglie che saltano da un albero all’altro e mi emoziono per il privilegio che ho di stare in quel posto incantato. Cerco di fotografarle, ma sono troppo alte e non ci batte il sole, sicuramente non riuscirò ad ottenere dei buoni scatti. Eddy è contento della mia attenzione e meraviglia su ciò che vedo e mi chiama in continuazione per farmi notare ogni cosa. Incomincia a chiamarmi “Pura Vida” anziché Liliana, mentre io lo definisco un uomo da invidiare perché è riuscito a crearsi un ambiente unico al mondo per viverci.

Mi vuole far cavalcare uno dei suoi cavalli e me ne fa sellare uno per farmi scoprire la Selva. Herique, l’uomo che si occupa dei cavalli, mi accompagna in questo giro fantastico dove gli unici rumori sono quelli degli zoccoli dei cavalli. Quanta pace! Che posto incredibile e unico è questo!

Ci sono persino dei piccoli ruscelli che attraversano i giardini che portano agli chalet. Ma in questo paradiso Eddy ha pensato anche ai bambini e per i piccoli ospiti c’è anche un parco giochi situato dietro il ristorante.

Mi dispiace lasciare questo posto e penso che la mattina, appena ho aperto la porta dello chalet, mi sono trovata a 3 metri di distanza dal lago con le oche che passeggiavano quasi davanti alla mia porta! Eddy viene a salutarmi e mi dice ancora “Tu eres pura vida” (tu sei pura vita. Y cuando tu quiere estar aquí esta es tu casa” (tu sei pura vita e quando vuoi venire qui, questa è la tua casa), e queste parole mi rimangono impresse nella mente e nel cuore.

Io lo ringrazio, invece, per aver preservato questo angolo di mondo e consentire a chi vuole conoscerlo di venire qui e condividere con lui le tante meraviglie di Selva Negra.

Sulla macchina che ci porta a Matagalpa rifletto sul fatto che il Nicaragua mi sta sorprendendo ogni giorno di più e mi sta facendo provare emozioni che recano beneficio al mio spirito. Arrivati nel bel Paese, che conserva ancora un’aria un po’ antica, assaggiamo un eccellente caffè nel locale più noto del luogo e poi di nuovo per la strada per scattare fotografie alle persone che ci sembrano più particolari o più interessanti da fotografare.

Non c’è che l’imbarazzo della scelta: Ragazze e bambini bellissimi si mettono tranquillamente in posa tranne i più timidi e, a volte, questo ci fa vergognare per la nostra veemenza nel chieder loro di essere ripresi.

Lasciamo Matagalpa e ci dirigiamo a Granada, dove arriveremo dopo 3 ore di macchina. Nel piccolo pullman dormono quasi tutti.

Io non posso, non ce la faccio. Come sempre devo vedere il paese nelle parti più vere come la campagna, con la quotidianità della vita contadina. Osservo le semplici case con il classico recinto per i maiali, le mucche allo stato libero che mangiano l’erba dei campi, la gente che si riposa sulle amache, gli animali domestici come i cani che mai ti molestano o abbaiano contro chi non conoscono. Attraversiamo località con piccoli laghi, piccoli cimiteri e piccole colline. Notiamo tanti bambini che giocano con poco o fra loro, bucato steso sui fili ad asciugare, il consueto verde degli alberi e delle piante e i rapaci che volano in cielo.

Arriviamo a Granada nell’ora migliore per poterla osservare nella parte più alta della Cattedrale. Che spettacolo vista dall’alto! Anche questa città è molto bella e interessante e sempre con le case in stile coloniale, molte delle quali restaurate. Ammiriamo le caratteristiche abitazioni costruite attorno ad un patio centrale sempre ricco di piante tipiche locali e dagli immancabili banani. Che bella che è questa città. Arriviamo giusto in tempo per assistere ad una piccola processione che termina il suo percorso dentro la Cattedrale.

La guida ci spiega che Granada è una delle città più importanti del Nicaragua e fra le più belle città coloniali dell’America centrale.

E’ la rivale di Leon, anche se è più piccola ed ha appena 160mila abitanti, ma è molto monumentale e aristocratica. Si trova a sud di Managua, dalla quale dista solo 40 chilometri, 90 dalla Costa Rica e 50 dalle più belle spiagge dell’Oceano Pacifico.

Al centro della città c’è il Parco Centrale, che è presente in ogni città piccola o grande del Nicaragua. Facciamo in tempo a fare i classici due passi intorno alla Cattedrale, ma anche qui è arrivata l’ora di andare nel nostro nuovo hotel e di cenare con le autorità locali.

L’Albergo è il Gran Francia, bellissimo esempio di stile coloniale spagnolo, che si pensa possa risalire addirittura al 1.524. Completamente restaurato, sono molte le leggende su questo storico edificio.

Reportage: Nicaragua (prima parte)
Reportage: Nicaragua (prima parte)
Reportage: Nicaragua (prima parte)
Reportage: Nicaragua (prima parte)
Reportage: Nicaragua (prima parte)
Reportage: Nicaragua (prima parte)
Reportage: Nicaragua (prima parte)
Reportage: Nicaragua (prima parte)
Reportage: Nicaragua (prima parte)
Mostra altro

Un duello del duce

10 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #luoghi da conoscere

Un duello del duce

Un giorno di ottobre del 1921, Benito Mussolini è ancora solo un onorevole fra tanti. Ha forti contrasti con Francesco Ciccotti Scozzese, ex compagno del partito socialista ed ex amico. Ciccotti è stato segretario della Camera del Lavoro labronica nel 1902. I due hanno continui scontri e diverbi, Mussolini definisce il Ciccotti - già nominato "Cagoia" da D'Annunzio - "lercio basilisco". Ci si decide per un duello proibito.

Le trattative sono lunghissime, tutte le questure d'Italia si mobilitano per impedire lo scontro. I due iniziano il contrasto a Milano, poi scappano, inseguiti dalla polizia, cercando un posto tranquillo dove potersi sfidare. Una delle macchine inseguitrici, vicino a Piacenza, ha un incidente e finisce contro un carro di fieno. Il pilota della macchina di Mussolini è lo spericolato Aldo Finzi, che ha partecipato con D'Annunzio al volo su Vienna. Vagano per le città dell'Emilia e della Toscana in cerca di un luogo dove convocare Ciccotti. Finiscono ad Antignano, nella villa Perti, oggi scomparsa.

La sfida ha luogo al pian terreno, nel salone, i padrini di Mussolini sono il colonnello Basso e l'onorevole Finzi. Al quattordicesimo assalto Ciccotti entra in affanno, ha una crisi respiratoria. Viene fatto distendere sul letto, i medici gli praticano una iniezione di olio canforato, poi dichiarano l'insufficienza cardiaca e impediscono la continuazione del duello. Mussolini si arrabbia, pensa a uno stratagemma di Ciccotti per sottrarsi alla tenzone.

Ha una ferita a un braccio e la giovane siciliana Elvira, parente del padrino di Ciccotti (il livornese Cesare Guglielmo Pini) lo cura. "Ferito", dice Mussolini guardandola intensamente, "ma curato da una bella infermiera", e le dona la sua spada.

La polizia li sorprende.

Mostra altro
Pubblicità

Collodi e Livorno

9 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Collodi e Livorno

"La campanella suonò:

il fischio della locomotiva

Lacerator di ben costrutte orecchie

echeggiò sotto la soffitta della Stazione; gli sportelli delle carrozze,

l'un dopo l'altro, fortemente sbattendo,

si chiusero - e il convoglio,

flottando con respiro sordo e affannoso, si pose in moto alla volta di Livorno!"

È risaputo che i fiorentini benestanti amano farsi le vacanze a Livorno. Fra questi c'era anche Carlo Collodi (1826 - 1890), l'autore dell'indimenticato Pinocchio, che soleva "annoiarsi terribilmente" dalle nostre parti per tutto luglio e agosto.

Ricordiamo qui una sua opera meno conosciuta: "Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno". Pubblicato nel settembre del 1856 per l'editore Mariani, fu venduto ai viaggiatori come opuscolo informativo, nel primo anno di funzionamento della Ferrovia Leopolda che, appunto, collegava Firenze a Livorno.

Costruita negli anni 40 del XIX secolo, la ferrovia partì proprio da Livorno, con un binario unico, e suscitò le ire (e i tumulti) dei barcaioli dell'Arno che vedevano scemare il lavoro. Delle tre stazioni della ferrovia, la nostra - la dismessa stazione San Marco - è l'unica a non essere ancora stata oggetto di riqualificazione, nonostante numerose proposte.

Fra romanzo d'appendice ingarbugliato e autoironico, e manuale d'informazioni utili per i viaggiatori, il volumetto tascabile scritto dal Collodi, è una guida storico - umoristica che si colloca nella letteratura, allora all'avanguardia, dedicata ai viaggi su strade ferrate. Descrive, con brio tutto toscano, le peripezie dei pionieri del treno a vapore, fra tradizione contadina e nuovo che avanza, in uno stile di contaminazione letteraria sul modello di Sterne.

Le descrizioni che riguardano la città non sono propriamente lusinghiere, sia per quanto riguarda l'arte:

"In fatto di monumenti e di cose antiche, Livorno ha ben poco da presentare all'occhio dell'artista e dell'amatore. E ciò si capisce facilmente: imperocché nelle città consacrate quasi esclusivamente al commercio e all'industria, le belle Arti non vi respirano a modo loro e raramente vi ottengono la Carta di soggiorno!"

che le persone:

"La donna livornese, e particolarmente la donna del popolo ha, in generale, fattezze regolari, begli occhi, bei denti - e molti capelli. Il maschio non presenta nulla di singolare che lo distingua - seppure non si vogliano eccettuare i barcaioli e i saccaioli, nei quali l'esercizio quotidiano di una vita affaticata, sviluppa ordinariamente delle forme robuste e delle tendenze ercoline!"

Mostra altro

IL CRISTO VELATO (2)

7 Maggio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #luoghi da conoscere, #personaggi da conoscere, #marcello de santis

IL CRISTO VELATO (2)

IL CRISTO VELATO (2)
di
marcello
de santis

IL DISINGANNO


La statua del Disinganno è' opera dell'artista Francesco Queirolo (Genova 1704 - Napoli 1762) che lavorò alla Cappella dei Sansevero dove, dove oltre a eseguire sculture, provvide anche alla decorazione della stessa .
Ho scelto di pubblicare un particolare di essa, la parte superiore, perché vista così da vicino si può ammirare e comprendere la difficoltà del suo autore nel realizzare la rete (di marmo) che avvolge la persona. Si trova a destra dell'altare, rappresenta appunto un uomo che tenta invano di sciogliersela di dosso, con l'aiuto di in genietto con le ali; cerca di liberarsi dall'inganno rappresentato dalla rete che lo ha fatto suo prigioniero.
Il Principe di Sansevero ha voluto nella statua vedere suo padre Antonio (1683-1757) chiamato dal desiderio di avventure per perseguire le quali abbandonò in gioventù la famiglia; rinunciò per questo alla successione, mantenendo per sé solo il titolo di duca di Torremaggiore, e che tornò all'ovile solo in tarda età, pentito, al punto che prese i voti e si chiuse in convento.

LA PUDICIZIA

Anche qui siamo di fronte a una statua coperta da un velo leggero,
così sottile da sembrare un velo vero, come nel Cristo del Sammartino.
Opera di Antonio Corradini, eseguita nell'anno 1752, vuole rappresentare - per volere del Principe Raimondo - la sua adorata madre Cecilia Gaetani dell'Aquila che, morendo giovanissima nel dicembre del 1910, lo aveva lasciato piccolissimo, quando aveva appena un anno.
Corradini, celebre artista alla corte dell'imperatore a Vienna, viene chiamato nel 1751 a Napoli per eseguire i lavori della oggi famosa Cappella. Ma il destino aveva deciso per lui; non poté realizzare quanto chiamato a fare, essendo stato colto dalla morte nello stesso anno in cui terminò la Pudicizia, il 1752.
Opera questa di incredibile leggerezza, non ha eguali, anche se esistono invero molte altre statue velate nella storia dell'arte, alcune realizzate dallo stesso Corradini (che - pare - sia stato anch'egli un affiliato della massoneria). Non stiamo qui a ricordare i simboli nascosti che si sono voluti cercare e trovare nella statua velata della Pudicizia, ché lo stesso personaggio del committente, il Principe Raimondo, portava necessariamente a fare. Il principe, infatti, come detto anche più sopra, era dotato di una cultura eccezionale, e all'epoca era considerato, tra le altre cose, un vero e proprio genio. Matematica, lingue, medicina; e chimica soprattutto.
Giovanissimo studente era stato un inventore di provata abilità ed efficienza; tra le sue invenzioni si ricorda il fucile a retrocarica; e un cannone di lunga gittata che realizzò per poter colpire le navi della flotta da guerra inglese che ponevano d'assedio Napoli. Ma si dice che fosse il primo ad avere scoperto la radioattività, in esperimenti che gli lasciarono il tremore delle mani fino alla sua morte.
L'arte medica era un'altra delle sue infinite doti; la metteva a disposizione anche per i nobili malati che curava, sperimentando su di loro dopo aver studiato i sintomi dei loro mali, le sue trovate chimiche; e poi esaminando le reazioni ai suoi medicamenti. Fu così che gli venne in mente, una mente sensazionale sotto tutti gli aspetti, di far costruire, per poter meglio studiare il corpo umano, le famose macchine anatomiche nelle quali fece riprodurre l'apparato circolatorio con tanto di vene arterie e capillari, sia di una persona di sesso maschile che di una di sesso femminile, questa addirittura in stato interessante.
Eccole qui sotto le foto di queste altre due altre meraviglie. Sono gli scheletri di un uomo e di una donna conservati nei sotterranei della Cappella; sono chiusi in due bacheche di vetro per preservarli da qualsiasi cosa o persona che potrebbe danneggiarli.
Come si può vedere, sono realizzati fin nei minimi particolari vene, venuzze e capillari del sistema circolatorio. Sono opera di un medico di Palermo, tale Giuseppe Salerno, che li realizzò sotto la direzione e il controllo costante del principe in persona, e risalgono agli anni 1763-1764, quando il principe aveva 54 anni, che li ha fatti "costruire" mettendo a disposizione del medico due elementi veri: le ossa e i crani, intorno ai quali ha elaborato e sistemato l'intricato sistema di vene.
Come le altre opere presenti della cappella - ma questa più delle altre - presenta il più grande mistero di cui è impregnato l'ambiente sacro: quali materiali sono stati utilizzati per la composizione del delicatissimo apparato circolatorio? Quali procedure segrete?
Non è chi non veda - e non c'è bisogno di ricordarlo - che le due composizioni hanno richiesto degli studi approfonditi del corpo umano, sia da parte del medico chiamato a eseguire l'opera, che soprattutto da parte del Principe Raimondo, il quale sappiamo quanto fosse meticoloso e attento a che tutto fosse perfetto al massimo grado.
Le illazioni riguardo alla elaborazione ed esecuzione delle due figure sono diverse, e tutte misteriose ancora oggi.
Forse che il principe abbia fatto usare una sostanza sconosciuta, da lui scoperta in laboratorio, che il medico ha infiltrato nel corpo vero di due cadaveri, sostanza che ne avrebbe metallizzato i vasi sanguigni?
Se così fosse, ci troveremmo allora avanti a due scheletri di cadaveri del settecento. (E una storia, vera o leggenda, narra che il principe avesse fatto uccidere due suoi servi - almeno questo credeva il popolo: erano scomparsi, guarda caso, proprio allora, due servi del principe; del resto era voce corrente tra il popolino che egli avesse fatto uccidere ben sette cardinali per usarne la pelle a coprire delle sedie - e quindi avesse provveduto con l'aiuto del medico Giuseppe Salerno a imbalsamare i due corpi, usando materiali da lui studiati e realizzati, la cui composizione il principe si è portata nella tomba.
Oppure le due opere sono frutto semplicemente di un'arte sopraffina, applicata alla bisogna con materiali comuni all'epoca, la cui combinazione (arcana) sia stata cercata e creata all'uopo del principe in persona? Fatto sta che a ben vedere tutto l'apparato circolatorio dei due rasenta la perfezione assoluta in ogni minima parte, se si tiene conto che trecento anni fa circa le conoscenze del corpo umano non erano certamente quelle di oggi.
Insomma: ai suoi tempi il principe era considerato, fin da quando giovanissimo venne a Napoli dal suo paese, una specie di negromante; la sua persona era circonfusa di qualcosa di arcano; tanto che faceva addirittura paura quando andava a passeggio per una Napoli che egli considerava città arretrata e ignorante, avvolto nella sua cappa di mistero; era additato addirittura come uno stregone; il mistero ancora oggi prende il visitatore nella Cappella, che resta a dir poco allibito da ciò che scorre davanti ai suoi occhi.
Quando ci accingiamo ad uscire, non possiamo non ritornare ancora là dove dorme il Cristo. Gettiamo un ultimo sguardo al corpo nella sua interezza, ci giriamo intorno con lo sguardo, e ci viene voglia di allungare una mano e toccare; anche se sappiamo che è vietato. Restiamo suggestionati ancora una volta - e sì che c'eravamo fermati a lungo ad ammirare l'opera poco prima - restiamo suggestionati dalla realtà del velo così aderente al viso e al corpo, che possiamo vedere attraverso di esso addirittura le ferite infertegli durante la crocifissione.
Tutto è talmente perfetto che non possiamo non tornare a pensare alla personalità del Principe e alle conoscenze (che a quel tempo dovevano essere necessariamente limitate) di cui abbiamo letto da qualche parte prima di entrare nella Cappella: e ci viene spontaneo pensare che quel marmo sia diventato marmo dopo la creazione della statua, grazie a qualche astruso potere alchemico messo in atto dal di Sangro.
Ma quali strumenti misteriosi aveva a disposizione?
Che cosa mai si era inventato in grado di marmorizzare un velo trasparente?
Il nostro desiderio è incontrollabile, non tanto per il gesto semplice in sé di renderci conto della "realtà" della scultura, ma con l'inconscio impulso di sollevare il velo e constatare coi nostri occhi se quel signore che sta là sotto stia dormendo; e il nostro sguardo corre al torace, e lo fissiamo, a vedere se per caso si solleva o meno, se respira o meno; e poter gridare: è vivo! è vivo! Poi però ci tratteniamo e seguiamo il flusso lento e pensieroso degli altri visitatori che si avviano ad uscire, e noi con loro, portandoci appresso tutti i misteri che nel nostro giro non siamo riusciti a svelare. Neppure in parte.
Voglio chiudere questo breve saggio riportando una domanda che si pone Giuseppe Di Stadio, e che si sono posti tanti studiosi del Signore di Sansevero, purtroppo ancora oggi senza risposta. Giuseppe Di Stadio è un giovane napoletano, egittologo e studioso di storia; in particolare ricercatore delle evoluzioni dei Regni partenopei dal 500 al 1861. Ha al suo attivo anche un romanzo storico. Potete leggere di lui e dei suoi saggi - e vi garantisco che ne vale la pena - sul blog che ha su internet intitolato mry hr - l'amato da horus.
Si chiede dunque Di Stadio: Come è possibile che uno studioso del 1700 sia riuscito ad acquisire conoscenze così sviluppate ed approfondite in tutti i campi del sapere umano? Come ha potuto mettere in pratica i suoi studi realizzando le opere che oggi ammiriamo con i nostri occhi incantanti e sbalorditi?

fine
marcello de santis

La pudicizia

La pudicizia

IL CRISTO VELATO (2)
Mostra altro

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA

3 Maggio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA

Flaviano Testa, con le sue fotografie a volte surreali, a volte introspettive, a volte oserei dire “inquiete”, nel senso che guardandole attentamente ricevi uno scossone, forte o leggero ma che ti costringe a riflettere, a pensare, a trarre conclusioni, a reagire e questo è sempre un bene.

Nel suo giro per il Molise oggi ci porta a conoscere Gambatesa, un paese in provincia di Campobasso che conta poco più di 1500 abitanti. Il suo territorio, situato sulla collina che volge al versante adriatico, segna il confine tra Molise e Puglia e offre un'ampia vista sul lago di Occhito, un invaso artificiale ottenuto sbarrando il fiume Fortore. La più notevole testimonianza artistica del paese è il castello, (costruzione medievale poi radicalmente trasformata in palazzo feudale nel XVI secolo) importante per gli affreschi che decorano diversi ambienti dell'edificio, testimonianza pittorica di Donato da Copertino. Gambatesa non si discosta molto dagli altri paesini molisani che abbiamo avuto modo di visitare con Flaviano, una ricca vegetazione, bellissimi paesaggi, una involuzione demografica dovuta alla forte emigrazione dei suoi abitanti e al mancato sviluppo di attività artigianali o industriali, ottimi piatti della più tipica tradizione come baccalà con la mollica: piatto della vigilia di Natale, costituito appunto da baccalà condito con olio, aglio tritato, sale, prezzemolo, uva passa, noci, cosparso di mollica di pane e cotto in forno. I “ciufell” (dalla parola ciufolo, fischietto), pasta fatta in casa più conosciuta col nome di cavatelli. Le mandorle atterrate: mandorle scoppiettate nello zucchero caramellato.

Il paese conserva ancora riti e tradizioni popolari a cui gli abitanti sono legati: in agosto si organizza il festival della canzone dialettale e la prima domenica di ottobre la festa della vendemmia, ma la tradizione per eccellenza, quella di cui tutti i gambatesani vanno fieri, si tiene il 31 dicembre. Si tratta delle “maitunate” che sono canti augurali per il nuovo anno. Il palcoscenico, non importa se spesso innevato, sono le strade e le piazze del paese, gli stretti vicoli in cui gli strumenti, le voci delle comitive che escono cantando, rimbombano avvertendo del loro passaggio, le soglie delle abitazioni di concittadini presi di mira per qualche avvenimento accaduto durante l'anno e che meritano una canzoncina improvvisata. Sono diverse “squadre” quelle che escono per il pese con in testa il “cantore” e danno sfoggio di estro poetico e musicale. Alcuni testi sono documentati in pubblicazioni, altri sono tramandati nella tradizione popolare. Una componente fondamentale che determina la bravura del cantore è data dalla capacità di improvvisazione per far fronte, a volte, a vere e proprie dispute che si creano durante la “maitunata”, adattando nuove rime condite con bonaria ironia, dato che spesso riguardano vizi e virtù delle signore e signorine del luogo, dei personaggi politici, degli amministratori e, perché no, del parroco. Le porte vengono aperte e viene offerto a tutta la squadra qualsiasi cosa desiderino da mangiare e da bere. La squadre sono dotate di strumenti tipici come l'organetto abruzzese, le sonagliere, anche dei semplici coperchi da cucina che vengono usati come piatti ma quello che non manca mai è il “bufù”, cioè un tamburo a frizione. È costituito da un contenitore col fondo chiuso, il lato superiore aperto e intorno al quale è tesa una membrana di pelle d'agnello con un foro al centro dove viene inserita una canna. Lo strumento produce suono quando il bastone viene “frizionato” dal suonatore e produce un rumore cupo così caratteristico che lo strumento ha avuto questo nome “bufù” per onomatopea. E se provate a pronunciarlo con ritmo cadenzato avrete l'impressione di sentirlo suonare.

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA
Mostra altro

Il Cristo Velato

28 Aprile 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere, #marcello de santis

Il Cristo Velato

IL CRISTO VELATO

prima parte
di
marcello de santis



Il principe di Sansevero, uomo per eccellenza del settecento, ha lasciato in eredità al mondo dell'arte una delle più belle opere del secolo, quella Cappella, impregnata di atmosfera d'incanto, che porta il suo nome e che contiene quanto di più interessante un ambiente artistico possa offrire all'occhio curioso del visitatore; sculture, statue e sarcofagi, ritratti e sepolcri di famiglia. E tra tutte le opere d'arte presenti spicca per la sua immensa leggerezza il Cristo velato.
Ma andiamo con ordine.
Tutto ciò che circonda la figura misteriosa del Principe, ha dell'incredibile. Discendeva dai duchi di Borgogna, e il nome de Sangro sta a indicare "di sangue reale" (de sang real).
Raimondo de Sangro, Principe di Sansevero nato a Torremaggiore in provincia di Foggia nel 1710 morto a Napoli nel 1771. Fu inventore e scienziato, nonché un esimio rappresentante dell'Accademia della Crusca; a quarant'anni, già uomo coltissimo, entra a far parte della Massoneria napoletana, e in breve diventa Gran Maestro della Loggia dei Rosacroce. Pensate: il conte di Cagliostro, quando ebbe modo di venire nella capitale partenopea, frequentò gli ambienti della Massoneria, e ivi conobbe, presumibilmente, il Principe Raimondo. E quando venne posto sotto processo a Roma dal Tribunale dell'Inquisizione, confessò sotto tortura che le sue conoscenze alchemiche gli furono insegnate a Napoli da un principe molto ferrato in chimica. E chi poteva essere costui, se non il Principe di Sansevero?
La sua figura ancora oggi desta rispetto; ma soprattutto timore, al ricordo dei suoi poteri paranormali. Era chiamato anche principe alchimista per le sue ricerche nel campo e le sue molteplici attività segrete. Lo consideravano stregone e adoratore di Satana. La gente ne aveva paura. Stregone a tal punto che fece sparire anche il suo corpo dopo morto; meravigliosa la lapide sul suo sarcofago: vuoto, ché il cadavere non c'è.
Chi vuole vedere e rendersi conto di persona del tetro fascino che ci tramanda questo personaggio non deve far altro che recarsi a Napoli e visitare la Cappella in questione. Che, va detto, era nata come sepolcreto di famiglia dei duchi di Sangro. Si trova a due passi da piazza San Domenico Maggiore dove c'è l'omonima chiesa che risale alla fine del duecento, tra Montecalvario e San Gregorio Armeno, la strada dei presepi, nel cuore del centro storico di Napoli.
Aneddoti intorno a questo monumento, e più intorno al Principe, si sprecano.
Il primo che vogliamo riportare riguarda proprio la nascita della Cappella.
Eccolo dunque: si vuole che verso la fine del millecinquecento, passò da quelle parti, prigioniero in manette, un uomo; che pare fosse innocente. Guardie lo scortavano, lo portavano in carcere. Proprio nel momento in cui transitavano davanti alla costruzione in fieri, un muro di cinta, che circondava la chiesetta, crollò con gran fragore; tra le macerie spuntò un quadro di una deposizione.
La cosa fu riportata al duca Giovanni Francesco di Torremaggiore che aveva commissionato la costruzione; questi abitava il palazzo che si trovava poco lontano (oggi è al civico 9 della piazza); per rispettare un voto che aveva fatto durante una sua grave malattia, ordinò che là dove era crollata la muratura fosse eretta una Cappella dedicata alla vergine Maria. L'ordine fu eseguito, e nacque là un piccolo edificio chiamato Santa Maria della Pietà, o Pietatella. Era l'anno 1590.
Una ventina d'anni dopo pensò a darle una sistemata un figlio di Giovanni Francesco, Alessandro; sino a che, passato da allora poco più di un secolo, la cappella - che all'origine era collegata al palazzo da un passaggio soprelevato, oggi non più esistente perché crollato nei primi del novecento, fu ampliata e prese il nome dall'attuale Principe Raimondo di Sangro, il Principe dei misteri, sconvolgente e affascinante all'un tempo; che oltre ad ampliarla la abbellì poco alla volta e fino a portarla allo splendore in cui la vediamo oggi.
Misteri intorno alla cappella sono infiniti, tutto là dentro ha un'aria di segreto, di arcano. Uno dei più curiosi misteri è quello del pavimento.
Come ci narra Isabella Dalla Vecchia, è un labirinto originato da una sola linea continua spezzata, che dà l'impressione di un fondo a sbalzo; l'idea del disegno è opera del principe in persona, che ideò questa alternanza di croci uncinate (svastiche) e di quadrati concentrici, perfetti; tutti visti in prospettiva.
Un'opera piena di simbolismo: il chiamato, l'iniziato deve percorrere il labirinto per giungere alla verità. Oggi della pavimentazione è rimasta solo una parte, ché il pavimento originale è stato danneggiato dal crollo avvenuto verso la fine dell'ottocento. Ma da quel poco che possiamo ammirare esso rimanda al personaggio del principe (massone e rosacroce): un labirinto come percorso iniziatico da seguire per poter uscire a riveder le stelle per prendere in prestito le parole di Dante, per giungere cioè alla verità.
Non è solo nella Cappella dei Sansevero che esiste un pavimento con il labirinto; il disegno ha un valore antico quanto il mondo; leggo su Un altro giro di giostra, Tiziano Terzani, Longanesi: ... i primi labirinti risalgono a più di 4500 anni fa; ... un labirinto del 2500 avanti Cristo, scolpito nella roccia si trova in Sardegna... uno dei primi labirinti su muro è a... Lucca, sulla facciata della cattedrale.
Serviva, dice Terzani, ai fedeli, che prima di entrare, ci passavano un dito sopra facendolo scorrere sul percorso necessario per arrivare al centro; e purificarsi così prima di entrare nella casa di Dio.
Racconta ancora Terzani che dopo le Crociate, arrivare a Gerusalemme in pellegrinaggio era un'impresa pressoché impossibile, per atti di pirateria e aggressioni, spesso con morti, cui si poteva incappare sulle strade. Per cui i fedeli avevano come meta ultima nuove cattedrali in sostituzione di Gerusalemme; e scrive: ... percorrere il labirinto intarsiato nel pavimento di queste cattedrali era per il fedele la conclusione del cammino simbolico che non aveva potuto compiere realmente.
E aggiunge a conclusione del breve scritto sui labirinti, che il più noto e il più bello di essi si trova nella cattedrale di Chartres, in Francia, (la cui costruzione iniziò nel 1194 e terminò nel 1220.)
Torniamo al Cristo velato, una delle più significative opere che troviamo nella chiesa, e situata al centro della cappella.
Opera di Giuseppe Sammartino artista napoletano che attraversò tutto il secolo XVII; visse infatti i suoi 73 anni dal 1720 al 1793.
Il Principe Raimondo commissionò al giovanissimo scultore - all'epoca quegli aveva appena compiuto 35 anni - un Cristo morto coperto da un sudario.
E un sudario copre in effetti il marmo che rappresenta il Cristo, giacente su un letto con la testa reclinata su due cuscini; ma agli occhi del visitatore tutto pare fuorché marmo, sembra un tessuto finissimo, un velo vero e reale.
Sembra quasi che a coprire il corpo non sia un velo di marmo, ma un peplo di seta o altro tessuto leggero e trasparente.
Forse neppure il principe si aspettava un'opera così perfetta.
O forse sì; narra infatti una leggenda che sia stato proprio lui a insegnare all'artista il modo di coprire il corpo con un velo vero, e quindi a calcificare lo stesso in tenui cristalli di marmo grazie alla sua scienza alchemica.
Sia come sia, l'effetto di realtà è straordinario; il Cristo pare dormire, e sembra quasi vederlo respirare sotto la leggerezza del drappo trasparente, tanto che il visitatore si aspetta da un momento all'altro il suo risveglio.
Ma non è l'unica cosa strabiliante che troviamo nel complesso.
La Cappella è tutto un arcano; mistero c'è nelle varie statue, sono 18, che si seguono a destra e a sinistra entrando nella chiesa; una sola di esse è al centro ed è il Cristo velato.
Hanno tutte un nome queste statue, e tutte indicano qualcosa che pare avere a che fare con l'alchimia, la scienza del principe Raimondo: la forza, l'amore, la volontà, l'istruzione, e così via. E sono tante, le statue.
E' opportuno ricordare che il Principe Raimondo, settimo dei principi di Sansevero, era un uomo di eccezionale cultura, e studioso di scienze esoteriche. E può a buona ragione definirsi uomo dal multiforme ingegno, data la sua poliedrica personalità. Si dice che molte di queste sue conoscenze e anche di alcune sue "magie" le avesse applicate alle sculture presenti.
Perché è impensabile - quasi impossibile - che gli artisti che le hanno prodotte, per bravi che fossero, abbiano eseguito delle cose così stupefacenti che fanno necessariamente pensare a interventi di forze sconosciute; ed è forse proprio quello che voleva il principe.

C'è ancora una leggenda: quella che vuole che il velo che copre il corpo deposto sul letto di morte, all'origine sia stato un peplo vero; e che sia stato posto a coprire il corpo di marmo della statua, opera; e che solo un magico intervento di Raimondo abbia trasformato lo stesso peplo da seta pura in marmo; e che solo lui sapesse, all'occorrenza o a un suo intimo desiderio, ritrasformare il marmo in seta.


Ma è il momento di parlare - oltre che alla delicatezza del velo del Cristo - di almeno altre due statue a dir poco strabilianti per la sua realizzazione: il Disinganno e la Pudicizia.
Ne parleremo nella seconda parte del saggio.

fine prima parte

marcello de santis

Mostra altro
Pubblicità

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA

25 Aprile 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA

Flaviano Testa con il suo obiettivo sceglie come racchiudere i paesaggi, i paesi che incontra in un quadrato o in un rettangolo a colori o in bianco e nero, ma sa sempre cosa vuole raccontarci e ferma “l'attimo” in cui percepisce un'emozione e ce la descrive con le immagini che ci invia. Oggi siamo in alto Molise. Capracotta è una piccola città, in provincia di Isernia, posta lungo uno sperone di roccia con vista sui crinali della Maiella. Come tanti paesi del Molise non raggiunge i mille abitanti, ma la sua particolare caratteristica è che sorge a 1421 metri sul livello del mare e questo ne fa il secondo comune più altro dell'Appennino. Poco lontano dal centro abitato si erge Monte Campo che raggiunge i 1746 m, siamo in montagna dunque e lungo la strada che congiunge il paese con Pescopennataro si può godere della refrigerante ombra del “Giardino della Flora Appenninica”. Costituito nel 1963, si tratta di un orto botanico naturale, tra i più alti d'Italia, che si estende per oltre dieci ettari, in cui vengono conservate, tutelate, protette le specie vegetali della flora autoctona dell’Appennino centro-meridionale, e si allunga per valli, boschi e praterie, fino a sfiorare una foresta di abete bianco che copre le pendici di Monte Campo. Grazie alle diverse caratteristiche del terreno, ospita numerosi habitat naturali, dal palustre al rupicolo, dalla faggeta all'arbusteto e vi si possono ammirare specie di piante rarissime o in via di estinzione. Tra le specie spontanee di maggior pregio, oltre ai faggi e all'abete, si annoverano il giglio rosso, l'orchidea palmata, lo spillone della Maiella e la stella alpina degli appennini. Sono certamente luoghi che, nel rispetto dell'ambiente, consentono di vivere in mezzo alla natura in un'atmosfera di pace più unica che rara. Durante lo scorso mese Capracotta è balzata agli onori della cronaca e su tutti i telegiornali del mondo è apparso un video in cui si vedeva il paese letteralmente sommerso dalla neve. In un giorno solo, tra il 7 e l'8 marzo, erano caduti 256 centimetri di neve, battendo così un record mondiale che la piccola città molisana avrebbe strappato a due località degli Stati Uniti. Data la posizione, l'altitudine e l'esposizione ai venti del nord, non è raro che nel paese arrivino pesanti precipitazioni durante l'inverno, tant'è che nel gennaio del 1997 Capracotta ha avuto l'onore di ospitare i Campionati nazionali di sci di fondo. E chi non è giovanissimo ricorderà come l'amena località del Molise fu portata alla ribalta dall'Albertone nazionale già nel film Conte Max con Vittorio De Sica, dove la definiva "piccola Cortina degli Abruzzi". Le emergenze dovute alla neve non sono cosa di oggi insomma, è raccontato nella storia del dopoguerra che il dottor Gennarino Carnevale, sindaco del paese, martoriato dal recente conflitto, nel 1949 scrisse una lettera al sindaco della città Jersey City in New Jersey, significando le necessità che lo affliggevano:

"Il nostro paese, situato nell'Italia centrale a 1421 mt. sul livello del mare e fiancheggiato da monti ancora più alti, ogni anno, per ben sei mesi, giace sotto le abbondanti nevicate, e spesso restiamo completamente isolati dal mondo intero. - E la bufera è così violenta, il più delle volte, che spesso, ad un malato grave è vietata l'assistenza medica e, alle volte, il conforto spirituale del nostro buon Parroco ... Noi, in questo paese, abbiamo quindi urgente bisogno d'uno spazzaneve, magari vecchio, non importa, purché ci liberi la via che conduce fuori di Capracotta. (. ...) La buona gente di Jersey City vorrebbe adottare il Comune di Capracotta? - Vorrebbe ascoltare la nostra preghiera e far sì che potessimo avere uno spazzaneve?

Gli emigrati di origine molisana e non solo, in una gara di solidarietà, si interessarono di raccogliere fondi che consentirono l'acquisto e la spedizione del mezzo richiesto.

La città di Capracotta ha origine antichissime, in località Guastre sono stati rivenuti reperti dell'età del Ferro e in località Morrone sono stati ritrovati strumenti di caccia dell'uomo di Neanderthal. Nei pressi dell'abitato, si ergono mura poligonali, appartenenti a una fortificazione sannitica. Nel suo agro, in località Fonte del Romito, fu rinvenuta la famosa tavola bronzea recante un'iscrizione in lingua osca, nota come “Tavola di Agnone” e oggi conservata al British Museum di Londra. In centro al paese è sicuramente da visitare la chiesa settecentesca di Santa Maria Assunta che all'interno conserva una statua attribuita allo scultore napoletano Colombo, oltre a pregevoli marmorei barocchi. La più grande attrattiva di Capracotta resta comunque il suo splendido territorio che permette escursioni in boschi stupendi durante l'estate e consente di dedicarsi a sport invernali quando Prato Gentile si copre di neve, usufruendo di efficienti impianti funicolari, luoghi di ristoro e piste da sci. L'appuntamento più tradizionale di Capracotta, che richiama in paese molti turisti, è la sagra della “pezzata” che si tiene ogni prima domenica di agosto nell'incantevole cornice naturale di Prato Gentile. È l'incontro di tante persone con la più antica tradizione del luogo che consente di gustare pezzi di agnello bollito e di capretto cotto alla brace, ritornando così alle originali ricette dei pastori che, costretti a stare lontano da casa per lunghi periodi, si cibavano del loro gregge. Una curiosità, leggendo “Addio alle armi “ di Hemingway sarà possibile sentir nominare un sacerdote, “l'esile cappellano “che arrossiva facilmente”, lo descrive sorridente e paziente in mezzo ai soldati che a volte lo tirano per la tonaca e lo mettono in imbarazzo con racconti piccanti. Il giovane pretino era don Placido Carnevali di Capracotta e invitava, nelle pagine dell'avvincente romanzo, Frederick Henry, il protagonista, a visitare la sua terra dove sarebbe stato accolto amabilmente dalla sua famiglia.

“Le piacerà la gente, e il clima benché freddo è sereno e asciutto… Mio padre è un gran cacciatore.”

Il tempo sembra non essere trascorso, fare visita a Capracotta è come sentirsi a casa, le persone sono gentili e ospitali e il paesaggio bellissimo proprio come raccontava don Carnevali. “Le notti sono fresche d’estate, e non c’è primavera più splendida in Italia. Ma ancor più meraviglioso è d’autunno andare a caccia nei boschi di castagni…”

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA
Mostra altro

CON NEW ORLEANS NEL CUORE: BOLOGNA CAPITALE DEL JAZZ

24 Aprile 2015 , Scritto da Alessandro Alberti Con tag #alessandro alberti, #luoghi da conoscere, #musica

CON NEW ORLEANS NEL CUORE: BOLOGNA CAPITALE DEL JAZZ

Molte tradizioni e molte scuole ha Bologna, in termini artistici e culturali. Tra queste possiamo trovare quella del Jazz. Una forma musicale caratterizzata soprattutto dall’improvvisazione. Altre sue peculiarità sono il ritmo swing, spesso sincopato, e la poliritmia, oltre che il suono malinconico delle blue note. Chiunque abiti all’ombra delle due torri, ma non solo, è attratto da questa musicalità. Numerosi sono i gruppi e gli artisti amatoriali. Come si può dedurre dai film di Pupi Avati, (jazzista a sua volta prima di diventare un famoso regista) in particolare Jazz Band che illustra magistralmente la propensione bolognese a questo genere di musica. Numerosi sono i locali, specie nella zona dell’Università, che ospitano per quasi tutta la settimana concerti jazzistici. In particolare c’è una strada che viene denominata dagli appassionati come strada del jazz. Una strada totalmente pedonalizzata, dove tutti i locali restano aperti fino a sera tardi, proponendo cocktail e menù dedicati al Jazz. Dove sul marciapiede sono incastonate stelle volte ad onorare il contributo artistico di Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Sophia Loren. La strada suddetta si trova in pieno centro, vicinissima a Piazza Maggiore. Tra via Caprarie e via degli Orefici. Al numero civico 3 a metà degli anni ’50, Alberto Alberti, che fu tra l’altro fondatore del Bologna Jazz Festival, inaugurò il suo Disco club, primo negozio di importazioni di dischi in Italia. Dall’ascolto dei dei dischi alla messa in pratica strumentale il passo fu breve. Lo stesso negozio divenne laboratorio e incontro tra musicisti anche molto famosi. Questo spiega il legame che la città tutt’ora conserva con questo genere musicale e anche con determinati strumenti musicali. Bologna ospitò dal 1958 al 1975 una delle più celebri manifestazioni Jazz d’Europa e la più importante d’Italia. Tra i numerosi partecipanti possiamo annoverare personaggi di caratura mondiale come Chet Baker, Johnny Griffin, Bill Evans, Ray Charles, Ella Fitzgerald, Miles Davis, Oscar Peterson, Keith Jarret e molti altri. In ricordo della grande attività musicale e culturale di Alberti è stata posta il 17 settembre 2011, proprio dove aveva sede il Disco Club, una targa in ricordo. Famoso in ambito jazz fu il compianto maestro Lucio Dalla, che prima di darsi alla musica d’autore fu un abilissimo suonatore di clarino e sassofono. Tanto da suscitare, come lo lo stesso regista Pupi Avati ammetterà anni dopo, la sua personale invidia. Lucio Dalla fu un musicista eclettico e capace di aggiornare senza fatica il suo repertorio, con una capacità di utilizzare gli strumenti in modo decisamente superiore agli altri ragazzi. Ebbe un discreto successo sin dai suoi primi esordi con il gruppo dei Flippers. Poi abbandonò anche se non totalmente i filone jazzistico per approdare prima al genere Beat e successivamente alla musica leggera. Dapprima come autore di musiche e arrangiamenti, per poi passare a scrivere anche i testi con l’album Come è profondo il mare che lo lancerà nell’Olimpo dei cantautori più apprezzati. Per restare in tema Jazz, in via degli Orefici dopo le stelle di Chet Baker e Miles Davis, che si trovano nell’adiacente via Caprarie, troviamo la stella dedicata a Lucio Dalla definita la stella del cuore dei bolognesi. La posa della stella dedicata a Ella Fitzgerald ebbe come testimonial di eccezione Renzo Arbore e il più grande clarinettista italiano Henghel Gualdi. Obiettivo è quello di porre ogni anno una stella per ogni artista che comunque ha arricchito la città con il suo talento, la sua fantasia, la sua musicalità. Altra strada che, per via dei locali, dell’ottimo cibo e dei concerti Jazz, è doveroso citare è via Mascarella. In questa strada infatti si possono trovare numerosi locali che hanno come privilegio di ospitare concerti quasi tutta la settimana. Anche questa strada si trova dalle parti dell’Università, vicino appunto a via Zamboni, strada simbolo dell’Ateneo felsineo. Celeberrimi il Bravo Café e la Cantina Bentivoglio, il Mustache e per gli amanti della cucina siciliana La Cambusa. Sia il Bravo Café che La Cantina Bentivoglio partecipano al Bologna Jazz Festival mentre in estate escono all’aperto inondando di musica la strade e i vicoli circostanti, creando di fatto il salotto jazz della città insieme agli altri succitati locali. Notevole è anche il supporto in termini di formazione artistica che arriva dal Conservatorio cittadino Giovan Battista Martini. Molto selettivo, con corsi biennali e triennali. Di fatto mezzo secolo di Jazz a Bologna, una musica innovativa e tipica del XX secolo, ha condizionato e non poco la già spiccata propensione della città alla musica in generale, orientandola in modo decisivo verso questo genere. Chiaramente la tendenza non è assoluta, altre scuole musicali come quella dei cantautori, che saranno comunque influenzate dal fluire di note di questa musica d’importazione, avranno modo di crescere e svilupparsi, in una sorta di contaminazione reciproca, che darà comunque risultati eccellenti specialmente negli anni ‘70/’80. Bologna resta affascinante e attraente anche e soprattutto per la vita notturna. In questo caso il noir del mio precedente articolo, non c’entra ma solo la notte stellata, profonda, dei nottambuli amanti della musica e delle sonorità più ricercate.

Mostra altro
<< < 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 > >>