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luoghi da conoscere

Ho incocciato uno zampognaro

20 Dicembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #unasettimanamagica, #luoghi da conoscere

Ho incocciato uno zampognaro

Questo racconto, cari amici, risale alla mia mezza età, quando ero direttore in Ciociaria, ed ero signore di tutti i paesi che nomino, Natali che ho vissuto in prima persona, là ho abitato con la mia famiglia a lungo. Venne anche pubblicato in prima pagina, mi pare, da La gazzetta ciociara (ma non vorrei sbagliare, la memoria a distanza di una quarantina d'anni

è labile alquanto...)

HO INCOCCIATO UNO ZAMPOGNARO

Di quelli veri, autentica reliquia di tempi andati, giaccone in pelle di capra non lavorata e zampogna tra le braccia. Ai piedi, le “ciocie”. La cantilena antica soffiata con forza nelle canne infilate nella sacca, mi ha fatto luccicare una lacrima.

Vedi, amico: questa è la Ciociaria… Un paese ancora paese, pur nella pseudomodernità del capoluogo. Una zampogna, dalle nostre parti, passa, si ferma, si osserva e si ascolta, e continua ad andare… Una zampogna qui, in Ciociaria, all’un tempo ti gela e ti scalda le membra, giù, fino in fondo… e ti fa tremare di gioia… ti procura una commozione antica… E dovunque ti trovi a passare, qui, in questa terra una volta di pastori, oggi terra verde e pregna di storia, il cuore vola in cerca di presepi veri.

E vola a Ceccano, appiccicata sul fianco della montagna; qui di sera, passando dal basso, entri nel paesaggio del vero Natale, tra una miriade di piccole luci a indicare le case che riposano in attesa del sonno, nel silenzio di una pipa che un vecchio succhia cogli occhi chiusi, o nel vapore saporito di una polenta stesa sulla spianatoia, con intorno forchette vogliose... un paesaggio reale, che la gente del mondo s’ingegna a costruire sui presepi di casa…

Scende il bambino Gesù su Fumone insonnolita, attorcigliata intorno al maestoso castello che tenne in prigione papa Celestino, quello del gran rifiuto; e una stella guida ancora oggi la gente, su per i tornanti silenti, al castello, che veglia le sue case dalle tegole rosse e dai comignoli anneriti, fumanti di camini accesi; è come un padre che stringe in un abbraccio le sue figlie, a riscaldarle, il castello e le case...

Scende su Ferentino, arcana patria di ciclopi, arrampicata lassù, con le sue viuzze strette che salgono al paese e alla rocca, dove una chiesa, dalle solenni porte sempre aperte, stanotte attende i fedeli all’antica funzione, tra i canti natalizi degli angeli.

E si posa su Alatri dalla vetusta, maestosa cattedrale gotica, nella piazza della millenaria fontana circolare, aulica signora del paese, che sta, in un silenzio bianco di neve.

E scende su Anagni, la città dei papi, custode di millenarie preziose vestigia, dai nobili palazzi, dalle chiese fastose, dal campanile che solitario svetta possente al cielo dinanzi alla cattedrale, dalle vie medievali echeggianti antica vita.

E si posa alfine, su Veroli, dai “fasti latini” testimoni del tempo romano, che in essi s’è fermato.

Qui in Ciociaria, un suono di zampogna fa sì che Gesù scenda veramente dalle stelle, come canta il coro degli angeli, ogni notte del tempo di Natale, sui paesini aggrappati alle colline, qui in Ciociaria…

Dal duomo lassù sulla collina aranciata di lampioni, Frosinone, nel silenzio notturno del Natale, veglia sui suoi figli, in attesa che scocchi la mezzanotte, e allora le sue campane chiameranno al risveglio di festa, le campane di tutta la Ciociaria…

marcello de santis

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In giro per il Molise: Sant'Elena Sannita

21 Novembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per il Molise: Sant'Elena Sannita

Sant'Elena Sannita, dove oggi ci conduce Flaviano Testa con le sue fotografie, è un comune molisano della provincia di Isernia.

Salendo per il corso principale si arriva alla Piazza del Tiglio e, nella parte più antica dell'abitato, si erge il severo palazzo baronale, trasformazione di un castello eretto nel XV secolo.

La chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo, ricostruita dopo il terribile sisma del 1805, ha una bella e importante facciata, all'interno si trovano due sculture lignee: una del XVI secolo raffigurante la Madonna e una di San Michele risalente al Settecento e attribuita allo scultore napoletano Giacomo Colombo.

Sant'Elena è stato uno dei paesi molisani che più ha sofferto l'emorragia di giovani e forza lavoro, passando dai quasi duemila abitanti dell'inizio '900 ai poco più dei duecento attuali. Lo spopolamento del territorio costituisce una caratteristica peculiare del Molise che, come nessun'altra regione italiana, accusa un regresso demografico intenso e di antica data, risalente già al periodo immediatamente successivo all'unità d'Italia e dovuto alla scarsità delle risorse disponibili. Gravi quanto le cause sono gli effetti di questo processo sulla situazione interna dove, accanto al sempre minor numero di abitanti, si registrano preoccupanti indici di invecchiamento: nell'anno 2013 il saldo nati/morti è stato negativo per 1292 unità. Il fenomeno dunque viene da lontano e ancora non vi è stato posto rimedio.

Nello specifico, l'isolamento territoriale di Sant'Elena Sannita era aumentato dal fatto che la stazione ferroviaria più vicina si trova a Bojano, a circa 16 km di distanza, i principali uffici pubblici erano a decine di km e mancava la stazione dei carabinieri. Gli spostamenti senza mezzi di trasporto pubblico avvenivano quasi sempre a piedi o, per i più fortunati, con biciclette e carretti a trazione animale.

Un paese in cui, nonostante tutto, la grande quantità di case disabitate lascia capire l’importanza che ha avuto nel passato, essendo stato un centro di fiorenti attività artigianali della lana: si producevano coperte, tappeti e stuoie e, per la vicinanza con Frosolone, importante è stata la lavorazione dell'acciaio.

Molti partirono per fare gli arrotini girando paesi del Molise e di tutta Italia. Avevano una bicicletta con cui, attraverso un ingegnoso sistema che permetteva di agganciare alla ruota dentata una catena collegata alla smeriglia, riuscivano a eseguire il lavoro attraverso il pedale. Attesi e ricercati da tutti, affilavano ogni lama, dagli strumenti del chirurgo, ai coltelli dei macellai e dei salumieri, alle forbici e ai rasoi dei barbieri. In seguito, i primi arrotini ambulanti si trasformarono in commercianti di coltelli, forbici e articoli da barbiere e si sviluppò così una nuova attività: nelle vetrinette, tra le lame di diverse specie, cominciavano a far bella mostra vasetti di brillantina, scatolette di sapone da barba e lozioni per capelli. L’umile arrotino si trasformò lentamente, cresceva l'animo commerciale e il desiderio di realizzare migliori guadagni, fu proprio per esaudire le crescenti richieste dei barbieri che i santelenesi sono diventati anche piccoli commercianti di profumi. A Roma, infatti, sono conosciuti come creatori di un “impero dei profumi”: oltre duecento profumerie capitoline appartengono ad originari di Sant’Elena Sannita.

In seguito dalla semplice vendita si passò alla produzione e oggi S. Elena vanta un numero incredibile di suoi figli che sono rinomati profumieri a Roma e nel mondo. Dal 17 agosto 2014 il paese ospita il Museo del Profumo, collezione di pezzi rari e unici della profumeria moderna e contemporanea.

Gli emigrati hanno saputo trasmettere di generazione in generazione l'amore per il paesello natio e ogni anno nel corso della Festa dell'Emigrante che si tiene il 27 settembre, Sant'Elena si rianima. Le finestre e i portoni delle case si aprono e le viuzze deserte del centro storico echeggiano di voci di bambini che corrono liberi senza il timore del traffico cittadino. Tutti tornano per respirare aria di casa e per gustare le specialità del paese “petacce e fasciuoli” (pasta di casa senza uovo e fagioli) e agnellini al forno. Il 29 di settembre, terminata la festa del Santo patrono le luci si spengono, le auto ripartono e i sempre meno numerosi abitanti si siedono davanti la porta di casa in attesa del prossimo ritorno.

In giro per il Molise: Sant'Elena Sannita
In giro per il Molise: Sant'Elena Sannita
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In giro per il Molise: Sant'Elena Sannita
In giro per il Molise: Sant'Elena Sannita
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In giro per il Molise: San Giovanni in Galdo

11 Novembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per il Molise: San Giovanni in Galdo

Le fotografie di Flaviano Testa, sempre efficaci e emozionanti, raccolgono sentimenti, oltre che immagini, e continuano ad accompagnarci nel Molise, una piccola regione poco conosciuta e apprezzata, ma ricca di bellezze naturali, di storia e di brava gente, orgogliosa e ospitale.

Oggi andiamo a San Giovanni in Galdo, un paesino di soli 600 abitanti in provincia di Campobasso. Situato su una rupe di roccia arenaria, all'arrivo, appare come un presepe, la morfologia del territorio su cui sorge offre scorci panoramici molto suggestivi. Ciò non basta a fare di questo luogo incantevole un paese vissuto e densamente abitato, la povertà da sempre ha portato lontano i giovani che sono emigrati in cerca di un lavoro e di un futuro.

Il paese nel XV secolo rimase diviso a metà da una grande frana che ne inghiottì letteralmente una buona parte, l'abitato non risorse mai completamente, l'emorragia lenta e inarrestabile è continuata fino ai giorni nostri, nell'ultimo mezzo secolo, la popolazione è passata dai 2166 abitanti del 1955 ai 624 del 2011.

Il toponimo è di origine longobarda (da wald = bosco). L'abitato si ritiene sia sorto prima del Mille, ma in anni recenti, sul colle Rimonato, sono stati portati alla luce i resti di un “tempietto italico”, che testimonia la presenza dell'uomo in loco fin dai tempi più antichi. Ubicato in posizione panoramica sulla valle del torrente Fiumarello, il tempio domina il percorso del tratturo Castel di Sangro-Lucera. L'area sacra ha una forma quadrangolare ed è racchiusa in un recinto costituito da grossi blocchi di pietra. Nella parte chiusa, al di sotto del pavimento decorato da tessere di mosaico bianche, sono state rinvenute delle monete, deposte all'atto della costruzione, che consentono dunque di datare l'edificio. Le monete più antiche risalgono alla prima metà del III secolo a.C., la moneta più recente è un denario d'argento dell'anno 104 a.C.

Nel centro abitato si erge la chiesa di San Giovanni Battista, in parte diroccata, che leggenda vuole sia stata edificata su una vecchia costruzione appartenente all'ordine monastico dei Templari. Di notevole interesse è anche la chiesa di San Germano, al cui interno si possono ammirare un pulpito trecentesco, una tela importante di scuola napoletana raffigurante un San Germano e una scultura lignea settecentesca raffigurante san Nicola e attribuita a Giacomo Colombo.

Il paese è piccolo e, per la maggioranza, gli abitanti sono anziani seduti sulla porta in attesa del ritorno dei figli e dei nipoti, i quali spesso si recano in paese in occasione delle svariate feste tradizionali che si svolgono dalla primavera e per tutta l'estate in varie ricorrenze, per abbracciare parenti e amici e assaggiare quelle specialità che solo nel loro paese natio sanno ancora cucinare. Ecco alcune di queste ricette: la “fracassé”, composta da interiora di agnello uova e parmigiano in fricassea, il “Panunto” fatto di pane di grano duro, pomodori, salsicce, peperoni e olio del posto, trippa e pizza di granone, caponata e torcinelli, piccoli involtini, realizzati con le interiora dell'agnello e insaporiti in vari modi, da cuocere arrosto. Si chiude con la festa di “addio all'estate”, che si tiene il 30 agosto di ogni anno, con degustazione di pasta e polpette. Di sicuro non si possono definire piatti leggeri e dietetici, ma sono di origine antichissima e, nell'antichità, pietanze simili, con molti grassi animali, erano assai diffuse poiché sfruttavano le uniche risorse locali, quali olio, frumento e carne per lo più ovina.

In giro per il Molise: San Giovanni in Galdo
In giro per il Molise: San Giovanni in Galdo
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Shelley a Livorno

10 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #poesia

Shelley a Livorno

Il poeta inglese Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822), complice l’eredità del nonno e per ovviare alla salute malferma dovuta alla tisi che lo minava, scelse di trascorrere molta parte della sua vita in Italia, luoghi di elezione furono Napoli, Pisa (dove lo raggiunse Byron) e Livorno.

A Livorno soggiornò tre volte, nel 1918, nel 19 e nel 22, anno della sua tragica morte in mare.

Fu ospite di amici inglesi ma alloggiò anche a villa Valsovano, dove compose la tragedia The Cenci, pubblicata nel 1819 - cui attinse anche il Guerrazzi – e le famose odi To a Skylark e To Freedom.

Da giugno a settembre del 1819 Shelley e Mary Wollstonecraft si stabilirono a villa Valsovano. Mary era molto abbattuta, avendo visto morire due dei suoi tre figli in un anno. Solo nel maggio precedente erano venuti a Livorno con tutti e tre i bambini e due domestiche ma ora la casa era molto più triste. Shelley cercò rifugio nel lavoro e quell’estate, sul tetto della villa, compose The Cenci, tragedia dal gusto gotico, basata sulla storia di una famiglia realmente vissuta nel cinquecento. Ne furono stampate nella nostra labronica 250 copie, poi spedite a Londra.

L’estate dopo erano nuovamente a Livorno e Shelley compose la famosa ode All’ allodola, della quale riportiamo alcuni versi centrali particolarmente belli e già, in pieno romanticismo prima maniera, precursori di quello che sarà il nostro decadente Gelsomino Notturno e di alcune liriche wildiane cariche di sensualità estetizzante.

“Like a rose embowered

In its own green leaves,

By warm winds deflowered,

Till the scent it gives

Makes faint with too much sweet these heavy-wingéd thieves:

Sound of vernal showers

On the twinkling grass,

Rain-awakened flowers -

All that ever was

Joyous and clear and fresh - thy music doth surpass.”

Villa Valsovano si trova in via Venuti 23 e una lapide del 1962 ricorda il soggiorno di Shelley:

In questa casa già villa Valsovano dimorò da metà giugno a fine settembre 1819 nel suo più lungo dei soggiorni livornesi Percy Bysshe Shelley tornato a ritemprare le forze e lo spirito nella pace della nostra amena campagna a lui ispiratrice di stupendi carmi. Scrisse allora tra l’altro la tragedia “I Cenci”e nell’estate seguente alloggiando poco lungi la poetica epistola a Mary Gisborne e la celebre ode “a un’allodola.”

Fu nel golfo di La Spezia, davanti a Lerici, che, tornando in barca proprio da una gita a Livorno, l’8 luglio 1822, Shelley naufragò in una tempesta. Il suo cadavere fu ritrovato dieci giorni dopo su una spiaggia nei pressi di Viareggio.

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Gli stabilimenti cinematografici Pisorno

9 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #cinema

La fascia costiera fra Pisa e Livorno era già stata scoperta da Hollywood negli anni venti, tanto che nel venticinque furono girate al Molo Novo alcune scene di un Ben Hur muto.

Nel 1933 l’ente Autonomo Tirrenia costruisce, su progetto di Antonio Valente, gli stabilimenti Tirrenia Film. L’anno dopo Giovacchino Forzano rileva la struttura, che sorge in una palude di rettili e zanzare, dove c’è solo un fortino della Guardia di Finanza, detto Mezzaspiaggia. Risistematala con 500 mila lire, frutto della compartecipazione alle spese della famiglia Agnelli e di Persichetti, poi fondatore di una casa di doppiaggio, la trasforma negli Stabilimenti Pisorno, cosiddetti perché equidistanti fra Pisa e Livorno.

Forzano è autore di teatro, librettista del Gianni Schicchi, regista teatrale e cinematografico e mette in scena molte delle proprie opere, ma è soprattutto amico e collaboratore di Mussolini, che già ha voluto fortemente Tirrenia come perla di architettura fascista e di delizie balneari. Gli stabilimenti devono servire anche a produrre propaganda e attirare consenso. Non a caso uno dei primi film girati è, significativamente, Camicia nera.

Il mare, la lunga spiaggia di sabbia fine, i fiumiciattoli, le pinete e le colline, rendono appetibile la zona per gli americani come location ideale di molti film, e gli stabilimenti occupano 500.000 mq.

Nel periodo del suo splendore, la Pisorno diventa la prima capitale del cinema, prima ancora di Cinecittà, vi recitano attori del calibro di Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Amedeo Nazzari, Domenico Modugno, Vittorio Gassman, Klaus Kinski, Philippe Noiret, la famiglia de Filippo al completo, Fosco Giachetti, Massimo Girotti, Totò, Gino Cervi e, naturalmente, la locale Doris Duranti, diretti da registi di chiara fama come de Sica, Blasetti, Ferreri. Anche Tirrenia risplende di luce riflessa, grazie alle dive e ai divi che prendono il sole in costume sul litorale.

Muovono i primi passi negli studios di Tirrenia i fratelli Taviani e Monicelli. Sciuscià (del 46) per la regia di de Sica, è interpretato da molti attori non protagonisti presi nelle strade labroniche. Si forma proprio qui una scuola di tecnici, fonici, truccatori, poi assorbiti da Cinecittà.

Durante la seconda guerra mondiale, gli studios sono requisiti dagli americani, che li trasformano in magazzini, fino al 48. Nel 61 vengono comprati da Carlo Ponti ma i costi sono alti e l’impresa si conclude già nel 69; Ponti abbandona, la Rai rifiuta l’acquisto, gli studios chiudono i battenti e muoiono lentamente.

The coastal area between Pisa and Livorno had already been discovered by Hollywood in the 1920s, so much so that in the 20th some scenes of Ben Hur were shot at Molo Novo.

In 1933 the Autonomous institution Tirrenia built the Tirrenia Film factories based on Antonio Valente's design. The following year Giovacchino Forzano takes over the structure, which stands in a reptile and mosquito swamp, where there is only a fort of the Guardia di Finanza called Mezzaspiaggia. He rearranged it with 500 thousand lire, the result of the sharing of the Agnelli family and Persichetti, later founder of a dubbing house, transformed it into the Pisorno factories, so-called because they are equidistant between Pisa and Livorno.

Forzano is an author of theater, librettist of Gianni Schicchi, theatrical and cinematographic director and he stages many of his own works but he is above all a friend and collaborator of Mussolini, who already strongly wanted Tirrenia as a pearl of fascist architecture and seaside delights. The factories must also serve to produce propaganda and attract consensus.

It is no coincidence that one of the first films shot was, significantly, "Black shirt".

The sea, the long beach of fine sand, the rivers, the pine forests and the hills make the area attractive to Americans as the ideal location for many films, and the factories occupy 500,000 square meters. In its period of splendor, Pisorno becomes the first capital of cinema, even before Cinecittà, actors of the caliber of Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Amedeo Nazzari, Domenico Modugno, Vittorio Gassman recite it. Klaus Kinski, Philippe Noiret, the complete de Filippo family, Fosco Giachetti, Massimo Girotti, Totò, Gino Cervi and, of course, Doris Duranti, directed by renowned directors such as de Sica, Blasetti, Ferreri. Tirrenia also shines with reflected light, thanks to the stars who sunbathe in swimsuit the coast.

The Taviani and Monicelli brothers take their first steps in the Tirrenia studios. Sciuscià (from 46) directed by de Sica, is played by many non-leading actors taken on the Labronic streets. A school of technicians, sound engineers, make-up artists was formed here, then absorbed by Cinecittà.

During the Second World War, the studios were requisitioned by the Americans who turned them into warehouses, up to 48. In 61 they were bought by Carlo Ponti but the costs were high and the venture was already concluded in 69; Ponti leaves, Rai refuses the purchase, the studios close their doors and die slowly.

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La vestale Cossinia

4 Novembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #luoghi da conoscere

La vestale Cossinia



Pubblicai sul mio foglio, qualche tempo fa, alcune immagini del castello di Tivoli, la Rocca Pia. Tra i tanti amici che videro le foto e la breve storia di essa, qualcuno mi chiese di far conoscere qualche altra cosa del mio paese. Mi ripromisi di parlare della vestale Cossinia, sconosciuta ai più, e forse anche a molti dei miei concittadini. Ecco, ve ne parlo adesso.
Partiamo dalla tomba. C'è un cimelio sulle rive del fiume Aniene, e precisamente sulla sponda destra, che viene fatto risalire al secolo II-III d.C. E' un semplice basamento su cinque gradini sul quale si erge questo cippo funerario. Dietro c'è un altro piedistallo, se così possiamo chiamarlo, questo è formato da soli tre gradini e pare che sotto di esso siano stati rinvenuti i resti della vestale Cossinia con a fianco una bambolina snodabile, in avorio. Il rinvenimento avvenne nell'anno 1929, durante lavori di potenziamento dell'argine che era sottoposto a continui franamenti della scarpata, impraticabile allora.
Qualche giorno fa ho deciso di andare a far visita al monumento e, per farlo, ho attraversato il Ponte della Pace che scavalca il fiume Aniene nei pressi dell'Ospedale. Passato il fiume, si sale per una stradina ammattonata fra alte canne di fiume sulla sinistra e piante sulla destra; qui a suo tempo l'amministrazione sistemò due o tre panchine in ferro (i sostegni laterali) e toghe di legno (a costituire la panchina) ma queste oggi, grazie al vandalismo di qualcuno, sono ridotte ai minimi termini, vale a dire ci sono solo i sostegni in ferro, ché le toghe sono state divelte e chissà che fine hanno fatto. Non è proprio un belvedere. Senza contare che le erbacce stanno invadendo il breve tratto di strada in salita e tra poco si dovrà tagliare con il machete se si vuole salire al piazzale della Stazione dei treni. Giunti qui sopra si deve camminare nel senso che va verso il centro, circa un centinaio di metri, per poi scendere per un'altra decina di metri e giungere al cippo.
Ho percorso questo breve tratto sotto un sole splendido ma il cuore mi si è ristretto nel constatare che anche qui - sul largo marciapiede che guarda il fiume - le quattro/cinque panchine di travertino sono state devastate, distrutte dallo scempio attuato da bipedi che nottetempo, dopo il lavoro eroico, hanno perfino imbrattato i pezzi rimasti, uno sconcio mostruoso, da me segnalato molto tempo fa a chi di dovere, ma da allora niente si è fatto. Il decoro della città, o meglio, di questo paesucolo (mi dispiace molto definirlo tale, ma purtroppo non è molto di più di questo, un paesucolo, per il menefreghismo e l'ignoranza di tutti) non importa a nessuno, tantomeno alle autorità costituite, amen. Voi - amici che mi leggete - cercate di gustarvi "solo" la storia del monumento, ché le mie lamentele sono rivolte ad altri, lo avrete capito; ma ho il dovere di farle.
Eccomi arrivato: il cancello è aperto ma se non lo fosse sarebbe la stessa cosa, ché di lato si può " trasire" e scendere senza colpo ferire. E allora scendo i cinque o sei larghissimi gradoni; ed ecco apparirmi il monumento funebre.
Le facce del monumento sono ignominiosamente scarabocchiate e deturpate da sedicenti scrittori della domenica con ghirigori illeggibili, a colori nero e rosso, di vernice o pennarello o chissà che cosa. Bravi ragazzi!!!! Tornate presto a finire il vostro lavoro letterario, anche sulla faccia che avete dimenticato di sporcare!!!
Veniamo al monumento: in un tondo fatto di foglie di quercia a rilievo, c'è scritto alla vergine vestale Cossinia e sotto c'è il nome di chi ha fatto la dedica: il parente o il padre: Lucio Cossinio Eletto. La facciata posteriore invece riporta:

"Qui giace e riposa la Vergine,
per mano del popolo trasportata,
poiché per sessantasei anni fu fedele al culto di Vesta.
Luogo conce
sso per decreto del Senato".

Il tutto in latino, chiaramente.
Ecco la scritta come appare:

V(irgini) V(estali)
Cossiniae
L(uc
ii)f(iliae),

alla vergine vestale
Cossinia
,
figlia di Lucio

sotto c'è il nome del parente (il padre?) come detto: L. Cossinius Electus.

Nella faccia del retro appare questo scritto:

Undecies senis quod Vestae paruit annis,
hic sita virgo, manu populi delata, quiescit.
L(ocus) d(atus) s(enatus)
c(onsu
lto)

che tradotto, alla lettera, significa:

dopo undici volte gli anni che ha svolto il servizio per la dea Vesta
qui sepolta, la vergine, dal popolo trasportata a mano, riposa.
luogo donato con senatoconsulto (decreto del se
nato)

Eccola dunque la storia di questa eroica fanciulla che dedicò tutta la vita a tenere acceso il fuoco della dea Vesta nel tempio a lei dedicato a Tivoli; tempio che si può vedere ancora in tutta la sua superba maestà ergersi su uno spuntone di roccia che dà su un immensa voragine di piante e di verde.
Dunque: Cossinia viene destinata - quando ha solo meno di una decina d'anni, forse sei o sette appena - a servire al tempio di Vesta a Tivoli. Come tutte le sue compagne svolge il suo servizio con competenza e dedizione.

Le vestali all'epoca si dovevano impegnare a non lasciare il compito sacerdotale se non al compimento dei trent'anni. Ma Cossinia, allo scadere del tempo, non abbandonò, continuò il suo impegno fino alla morte che avvenne alla bella età di 75 anni. E i versi incisi sul travertino del cippo dicono proprio questo: undecies senis anni, servì la dea per ben 66 anni. (Obbedi a Vesta undici volte l’età che aveva al suo ingresso nel sacerdozio).
Restò a curare il fuoco sacro alla dea, che non si spegnesse mai. Quando morì, alla veneranda età di 75 anni, il populus tiburtinus volle tributarle onori grandissimi e indimenticabili. Una moltitudine di gente accompagnò la vergine vestale a riposare in pace sulla sponda del fiume Aniene. Qui fu sepolta e, davanti alla tomba, a perenne ricordo, fu elevato il cippo che vediamo.
Con essa, e accanto a essa, fu posta una bambolina dagli arti snodabili, fatta di avorio, con la quale Cossinia giocava da fanciulla, ma che non lasciò mai, andando contro la tradizione e l'usanza in auge a quei tempi. Infatti, era costume che le giovani potessero giocare con le proprie bamboline soltanto fino al momento di entrare a far parte di un'altra vita, quella coniugale e, al momento di sposarsi, i loro giocattoli, nel caso la bambola, venivano donati alla dea. La giovane sappiamo che non si sposò, dedicando la vita alla Dea Vesta e mantenne con sé la bambolina, il suo giocattolo preferito.
La bambolina di Cossinia è bellissima, longilinea, ha le giunture snodabili così che la bambina possa muoverle a piacimento, metterla seduta o farla camminare tenendola per le mani. Insomma, la pupa poteva assumere diverse posizioni. Aveva anche un corredo, come si usa ancora oggi, ad esempio con le famose Barbie, in un cofanetto c'erano gioielli, una collanina a maglia doppia e diversi braccialetti da indossare sia ai polsi che alle caviglie.
Il sito è stato rinvenuto come detto nel 1929 per porre riparo a smottamenti del terreno troppo vicino al fiume. E' stato risistemato nell'anno 1967 grazie all'intervento dell'Azienda di Cura e Turismo della città, che ha realizzato, per permettere di giungere a visitare il monumento, un'ampia scalinata d'accesso in ammattonato. C'era tutt'intorno anche una specie di giardino, ma oggi questo è ridotto a un insieme di erbacce che crescono per ogni dove, ostacolando perfino il passaggio per avvicinarsi al cippo funebre.
Grande è l'incuria, sia di quei pochi, pochissimi - io aggiungerei nulli, e credo di non sbagliare - visitatori che vanno laggiù, sia, soprattutto, delle autorità cittadine che nulla fanno per preservarlo e adeguatamente conservarlo. Purtroppo il sito è fuori mano rispetto al centro urbano, ma non si fa niente per pubblicizzarlo e far sì che i moltissimi visitatori che arrivano annualmente da tutto il mondo, oltre alle nostre ville, visitino anche questo.
Concludo il mio breve saggio con la speranza che le autorità possano "iniziare a vigilare", trovino la maniera, per la conservazione delle nostre - e sono tante - bellezze e antichità.
Mi vergogno un poco a dichiarare che da qualche tempo da noi imperano la barbarie e il vandalismo più duri, che - se non si interverrà presto e nel modo giusto - ridurranno in polvere anche le opere più grandi; si ricordi lo stato di Villa Gregoriana, un gioiello della natura, prima che la gestione fosse affidata al FAI, Fondo Ambiente Italiano, che tutela ben quarantamila metri quadrati di edifici e opere d'arte in tutta Italia, strappati al degrado nel pieno rispetto dell'arte e della natura.

marcello de santis

La vestale Cossinia
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In giro per il Molise: Fornelli

3 Novembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per il Molise: Fornelli

Le fotografie di Flaviano Testa ci conducono oggi a Fornelli.

Furnièllë in dialetto molisano, è un paese di circa 2500 abitanti che si trova in provincia di Isernia. È arroccato a 500 metri sul livello del mar, in parte su una collina lambita dal torrente Vandra, e in parte sul monte Cervaro, ove supera i 1000 metri.

Di notevole interesse è il nucleo originario dell'abitato, per gli ampi resti dell'antica cinta muraria che attornia il primo assetto urbano, cui si accede tramite una imponente porta principale, un tempo munita di ponte levatoio e di fossato. All'interno vanno segnalati la chiesa dedicata a San Michele Arcangelo e il Palazzo Vecchio, con elementi che testimoniano ancora l'antico splendore.

Fiore all'occhiello dell'economia paesana è la produzione di un pregiato olio d'oliva, ottenuto ancora con metodi tradizionali, conosciuto e apprezzato per qualità e genuinità.

Fornelli è famosa anche per un triste episodio, avvenuto dopo il voltafaccia dell'8 settembre 1943. L'Italia si era improvvisamente trovata divisa in due dalla linea di difesa “Winterstellung “, che andava dal Tirreno all'Adriatico, comprendendo Montecassino e le vallate dei fiumi Sangro e Volturno, con il nord, dove erano i tedeschi, e il sud, con gli alleati che salivano incontrando strade interrotte, campi minati, inerpicandosi fra le macerie di paesi interamente distrutti dai loro stessi bombardamenti. La popolazione civile inerme e affamata era presa tra due fuochi e si prospettava un duro inverno. A Fornelli la presenza delle truppe germaniche cominciò a farsi pesante dopo la metà di settembre, quando alcune colonne militari in assetto di marcia, per attestarsi in difesa lungo la linea predisposta, si fermavano a Fornelli e nella frazione di Castello in linea con Colli al Volturno. Spesso succedeva che per approvvigionamenti chiedessero o razziassero viveri ai residenti. Nella frazione i contadini vivevano ore di pena e di sofferenza, data la scarsezza del cibo ed erano esasperati per le frequenti requisizioni. Avvenne che un giovane disertore, nascostosi in zona dopo lo scioglimento del suo reparto, con una bomba a mano uccidesse un soldato tedesco ferendone altri due. Ne conseguì la rabbiosa rappresaglia che costò l’impiccagione a cinque inermi cittadini ed al Podestà del tempo, Giuseppe Laurelli. La famiglia Laurelli era molto rispettata in paese per via delle grandi proprietà di cui disponeva, dando lavoro praticamente a tutti. Nel 1921 era divenuto sindaco Giuseppe Laurelli, nato a Fornelli il 5 ottobre 1889. Come sindaco, durante il Fascismo, si diede molto da fare per migliorare la vita dei suoi cittadini: il suo paese fu il primo a essere dotato di illuminazione elettrica, quando nessun comune dell'alta valle del Volturno aveva ancora ricevuto il servizio. Le luci si accesero la sera del 24 giugno 1924, e le campane suonarono a festa in una popolare esultanza di applausi e grida per omaggiare il sindaco davanti al palazzo Laurelli. Egli lasciò poi la sua carica nel 1926 per dedicarsi alla professione di avvocato, impegnò molto del suo tempo nell'azienda di famiglia e per suoi dipendenti, vinse parecchi concorsi agronomici ottenendo la stella al Merito rurale e la medaglia d'oro dell'Esposizione di Spoleto del 1930 per la realizzazione di un modernissimo oleificio. Riconosciuti i suoi meriti , nel 1936 ottenne la carica di Podestà ed era ancora al suo posto durante i fatti di quel tragico 3 ottobre del 1943. Non si spaventò, non si allontanò dal paese, anzi nel suo ruolo mai dismesso di Pater familias, con ogni probabilità si espose troppo verso i tedeschi per opporsi alla spoliazione della sua popolazione o per difendere le persone che erano state rastrellate in previsione della rappresaglia. Una vicenda dai contorni poco chiari , in cui si fecero protagonisti con ogni probabilità odio di classe e invidia. Un fornellese denunciò il Podestà ai tedeschi come antifascista e, quando gli stessi chiesero chi fossero i colpevoli dell'attentato subito, nessuno volle parlare. A pagarne le conseguenze furono alcuni abitanti della frazione in cui era avvenuto l'omicidio del soldato tedesco e il podestà Laurelli.

Una triste storia di guerra, fame, disperazione e sopravvivenza che ogni anno viene ricordata a Fornelli e per la quale il Podestà ricevette dal Presidente della Repubblica nel 1971 una medaglia di bronzo alla memoria.

In giro per il Molise: Fornelli
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In giro per il Molise: Cerro al Volturno

30 Ottobre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per il Molise: Cerro al Volturno

Riprendiamo, dopo la pausa estiva, le nostre passeggiate molisane in compagnia delle suggestive fotografie di Flaviano Testa.

Oggi siamo a Cerro al Volturno, un paesino di 1300 abitanti, nell'Alto Molise, in provincia di Isernia. Ed è proprio dallo scorcio panoramico scattato dalle rovine del castello che ci accorgiamo degli splendidi paesaggi che si possono ammirare.

Situato a circa 1000 metri di altitudine sul livello del mare, apre lo sguardo verso il Parco Nazionale d'Abruzzo. Si possono ammirare distese di boschi con varie qualità di piante, dove regna la Quercus Cerris, il cerro appunto, che dà il nome al paese. Nel territorio comunale vi sono parecchi rilievi: la zona montana di Alta Spina e Bassa Spina, Monte della Foresta (944 mt.), il Curvale, che è un massiccio montuoso di cui fa parte la vetta maggiore del Santa Croce (1151 mt.). Su queste montagne sono state rinvenute fortificazioni sannitiche lunghe oltre un chilometro e alte in alcuni punti quasi tre metri, edificate molto probabilmente prima delle guerre sannitiche, quando la presenza di Roma incominciò a farsi minacciosa e cioè intorno al IV secolo a.C. . Si tratta di fortificazioni poligonali che i Sanniti costruivano, nello stile ciclopico, per rafforzare i propri confini naturali, erano delle mura erette con massi grezzi, sovrapposti senza cemento e tenuti insieme dal loro stesso peso.

Un territorio ricco di verde, di monti e di acque, i torrenti Rio, Mandre e il fiume Volturno, di fontane e di sorgenti che, anticamente, prima della messa in opera dell'acquedotto comunale, servivano alla popolazione per l'approvvigionamento.

Cerro al Volturno ha ospitato eventi ciclistici di levatura internazionale: oltre al Giro Donne del 2009, la Tirreno-Adriatico, la prima volta nel 1989 e tante altre volte negli anni successivi. Questo proprio grazie alla morfologia del territorio con percorsi “vallonati” ma con pendenze pedalabili.

Di indubbio interesse nazionale è il castello Pandone, eretto sulla rupe calcarea, alla quale si addossa l'abitato, nel 1980 fu emesso un francobollo a testimonianza del notevole valore artistico dell'opera. Collocato sulla sommità, domina il borgo sottostante e risulta molto suggestivo per il turista che lo raggiunge inerpicandosi per le strette stradine del paese. Voluto da Camillo Pandone tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, pare fosse edificato sui resti di una fortificazione longobarda e divenne residenza della famiglia nel seicento.

Tra le specialità da gustare in paese sicuramente la polenta con verdure, piatto tipicamente invernale che si sposa bene col clima della zona di tipo appenninico, con estati brevi, autunni freschi e piovosi e lunghi inverni ricchi di precipitazioni nevose.

Importante appuntamento invernale a Cerro è il presepe vivente allestito per le vie del paese, molto suggestivo, richiama una partecipazione straordinaria di molisani.

In giro per il Molise: Cerro al Volturno
In giro per il Molise: Cerro al Volturno
In giro per il Molise: Cerro al Volturno
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Hemingway nei luoghi di Hemingway

22 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #luoghi da conoscere

Hemingway nei luoghi di Hemingway

Il mojito lo ha inventato Hemingway: acqua, limone, rum e hierba buena. Lo sorseggio alla Bodeguita del medio, nel centro dell’Habana Vieja, dove lo scrittore si fermava a bere e chiacchierare. La Finca Vigia è chiusa per restauri, ma ho visitato la camera dove alloggiava all’Ambos Mundos. Ho visto la sua macchina per scrivere sotto una teca di vetro, la foto col marlin appena pescato, e, sul letto, un’ingiallita edizione in lingua spagnola de Il vecchio e il mare.

Quando viaggio amo portarmi dietro libri a tema. L’anno scorso, a Mosca, giravo con Il maestro e Margherita, di Bulgakov, quest’anno in valigia ho messo Avere e non avere. Pubblicato nel 1937, ambientato fra Key West – Florida - e Cuba, si snoda su un mare sporco di sargassi, azzurro come gli occhi di una bella ragazza al mattino presto, grigio verde al tramonto. La trilogia di Harry Morgan è basata su tre racconti trasformati in un unico romanzo con lo stesso protagonista, il virile Harry, massiccio e dai tratti somatici vagamente tartari, contrabbandiere per necessità.

C’è molta avventura alla Hemingway, ma anche un po’ di timido socialismo tenuto a freno, quasi un anticipo di istanze che sfoceranno poi nella rivoluzione del Che. Ma, soprattutto, c’è l’occhio dello scrittore, spietato e compassionevole, capace di cogliere ed analizzare quello che lo circonda, in un tentativo, mai completo e sempre letterario, di riproduzione mimetica del vero. L’autore recupera ciò che sente raccontare nei bar del L’Avana e lo adatta a sé, rielaborando la materia a favore della finzione narrativa. Il suo è un mondo di uomini duri, che bevono, fumano, pescano, si nutrono di emozioni forti, non sempre condivisibili, come la caccia e le corride. Uomini che uccidono se serve, ma lo fanno senza compiacimento e con fastidio, con una specie di laconica pietà. Maschere di finta indifferenza alla Humphrey Bogart, interprete, insieme a Lauren Bacall, di Acque del sud (1944), libero adattamento cinematografico del romanzo. Questi uomini, un po’ pirati anche nel cognome, alla fine, sanno pure morire. Ma un uomo da solo, come afferma Harry, “un uomo da solo non può. “One man alone ain’t got… no chance”.

C’è pure un tocco di metaletteratura, c’è uno scrittore che vede un personaggio (la moglie di Harry) e ne immagina la vita sbagliandola completamente, pensando che quella donna non sia amata dal marito, il quale, invece, sta facendo tutto per lei e per le figlie. Perché al mondo c’è chi ha e chi non ha. Ci sono i debosciati ricconi proprietari degli yacht, con le loro angosce private, e i poveri pescatori, gli operai, c’è gente che beve per noia e gente che lo fa per disperazione.

Molte cose sono pensate ma di detto abbiamo ben poco, è il solito stile implicito, conciso e inarticolato di Hemingway, così bello, così imitato e così inimitabile.

Hemingway nei luoghi di Hemingway
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Byron a Livorno

12 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Byron a Livorno

Nel 1822 per lo spazio di sei settimane dimorò a Montenero Lord Giorgio Byron, il più celebre fra i poeti della moderna Inghilterra. Egli abitò la villa Dupouy ora De Paoli, e secondo quello che si dice, la camera in cantonata tra il fronte principale e il lato occidentale della villa medesima. In fondo a questa camera è una piccola alcova dove trovavasi il letto occupato dal Byron. (…) Insieme al Byron era venuto a Montenero il conte Ruggero Gamba con suo figlio Pietro e la figlia Teresa maritata al conte Guiccioli, con seguito di domestici delle parti di Romagna, sui quali tutti, perché appartenenti alla società segreta dei Carbonari, teneva una gran vigilanza la polizia toscana, per la quale era ospite poco gradito anche Lord Byron di cui si conoscevano non solo le idee ardentemente liberali, ma altresì la vita disordinata e scorretta e l'indole intollerante di ogni freno e di ogni sottomissione” Pietro Vigo.

George Gordon Byron (1788 – 1824) da Pisa, dove risiedeva sui Lungarni, venne a Montenero nel 1822. Lo storico Pietro Vigo, nella sua guida di Montenero, ne dà ampio resoconto.

Al prezzo di cento francesconi il mese, Byron prese in affitto villa Dupouy, dal banchiere Francesco Dupouy, con stalle, rimesse, giardini, cisterne e pozzi d’acqua pulita.

A Montenero Byron scrisse parte del suo “Child Harold” e l’iscrizione per la tomba della figlia allegra.

Un gruppo di americani ancorati al porto di Livorno lo invitò a bordo e gli tributò onori da grande celebrità.

Pietro Vigo riporta una contesa scoppiata il 28 giugno, verso le 17, fra le persone al servizio di Byron e quelle al servizio della contessa Guiccioli. Furono coinvolti anche i Gamba, s’impugnarono coltelli e pistole, Pietro Gamba rimase contuso. Questa rissa diede occasione alla polizia toscana di sfrattare gli invisi conti Gamba, col pretesto di clamori e intemperanze che disturbavano il quieto villaggio di Montenero. A tal proposito, Byron scrisse al governatore la seguente lettera, che Vigo dichiara di aver trovato solo nella traduzione italiana.

I miei amici conte Gamba e famiglia hanno ricevuto l'ordine di lasciar la Toscana in termine di quattro giorni, come pure il mio corriere, svizzero di nascita. Non farò alcuna osservazione sopra quest'ordine, almeno per ora. Io lascerò in lor compagnia questo territorio, non essendo luogo di dimora adatto per me quel paese che ricusa un rifugio agli sventurati ed un asilo ai miei amici. Ma siccome io ho qui un capitale considerabile in mobilia ed altri articoli che richiedono qualche tempo per disporre l'allontanamento, sono a pregarla di una dilazione di qualche giorno in favore dei miei amici, come pure del mio corriere, il quale mi accompagnerà se ciò vien permesso, ed io suppongo che un giorno o due di più sarà cosa di piccolissima conseguenza.

Siccome io accompagnerò i miei amici qualunque volta essi partano, chiedo il permesso di pregarla d'onorarmi d'una sua risposta.”

Ma il poeta inglese non ottenne ciò che chiedeva. Come non la ebbe vinta nella disputa dell’acqua.

Byron era molto difficile in fatto d’acqua, la digeriva solo se purissima e cristallina, ma la siccità portò all’esaurimento dei pozzi. Byron, allora, si rifiutò di pagare la pigione e fece causa a Dupouy, nel tribunale di Livorno. Perse e dovette pagare le rate arretrate, gli interessi e le spese giudiziarie.

Mentre ancora era a Montenero, ricevette una lettera in versi da Goethe, che si fece tradurre da Enrico Mayer, giovane scrittore di padre tedesco. Rispose che sarebbe partito presto alla volta della Grecia, dove si combatteva per l’indipendenza. Partì, infatti, dal porto di Livorno, sull’Ercole e raggiunse Missolungi, dove morì nel 24, ma non in battaglia, bensì di meningite.

Nel 1900 gli fu intitolata una via di Montenero.

Riferimenti

Pietro Vigo, “Montenero”, 1902 dal sito www.infolio.it

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