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luoghi da conoscere

In giro per il mondo: Seychelles

11 Aprile 2016 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

In giro per il mondo: Seychelles

UN ARCIPELAGO ANCORA INCONTAMINATO LA CUI BELLEZZA FA RIMANERE SENZA FIATO.

Il nome è indubbiamente melodioso e ricco di fascino esotico e chi non ha mai visitato anche una sola delle tante isole che ne compongono l’arcipelago, non può immaginarne la grande bellezza. Una bellezza che spazia dal mare limpido e cristallino alle bianchissime spiagge, dalla vegetazione rigogliosa, piena di colori e di profumi, alla popolazione creola ben predisposta all’accoglienza del turista. Nel mondo, fortunatamente, ci sono ancora alcuni luoghi incontaminati e le Seychelles, a pieno diritto, possono definirsi tali. Un Governo lungimirante, infatti, da molti anni ha a cuore la conservazione del suo ecosistema impedendo anche la costruzione di nuove strutture alberghiere per non alterarne l’equilibrio.

Niente turismo di massa, quindi, nessun sovrappopolamento in ogni periodo dell’anno. Tutto rimane circoscritto nell’ambito di un turismo che non altera l’armonia delle isole, della loro flora, della loro fauna e della loro popolazione.

Le Seychelles sono un grande patrimonio naturale da rispettare e conservare per tutta l’umanità. È questo il compito che i seychellesi si sono prefissati da tanti anni e che ogni “buon” turista, consapevole dell’importanza del mantenimento di un simile paradiso, dovrebbe aiutare a proteggere e a conservare. Un turista con una coscienza ecologica è il miglior turista che queste meravigliose isole possano ospitare.

CONOSCIAMONE UN PO’ LA STORIA…

Le Seychelles, oltre 65.00 abitanti distribuiti su una trentina di isole in parte coralline e in parte granitiche, si trovano nell’Oceano Indiano a 1.100 Km circa a nord est del Madagascar e poco più a sud dell’equatore. Scoperte dai portoghesi nel XVI secolo, furono colonizzate dal francese L. Picault, inviato dal governatore delle Mascarene, che le chiamò inizialmente “Boudonnais”. Nel 1756 passarono alla Compagnia Francese delle Indie Orientali con il nome di Seychelles, derivato dal cognome dell’intendente generale delle finanze sotto Luigi XV, Moreau de Seychelles. Sotto Napoleone, invece, divennero luogo di deportazione di detenuti politici. Con il trattato di Parigi del 1814 le Seychelles vennero cedute agli inglesi ma nel 1976 hanno ottenutol’indipendenza. I primi abitanti si stabilirono alle Seychelles un paio di secoli fa ed erano costituiti da schiavi liberati dalle navi negriere, da coloni di origine francese, da indiani e cinesi. Tutte queste unioni hanno dato origine alla bella razza creola che vive soprattutto a Mahè, e in particolare a Victoria, capitale e centro vivacissimo con il suo mercato pieno di banchi di pesce, di frutta esotica, di oggetti di artigianato locale e con un’incredibile miniatura del Big Ben londinese “ che campeggia” nella piazza centrale.

LE PRIME IMPRESSIONI…

Appena si esce dall’aeroporto di Mahé, non si può fare a meno di notare che il paesaggio è molto più bello di quello che viene descritto da chi già ha avuto la fortuna di visitare le Seychelles. Si rimane stupefatti davanti alla vegetazione lussureggiante e varia. Ovunque palme, banani, felci, enormi acacie dai fiori rossi, fiori profumati, filodendri che si arrampicano sulle palme, alberi del pane, takamaca – tipico albero locale che cresce e quasi si adagia con il suo tronco e le verdi foglie sulle candide spiagge – e tantissime piante, che da noi raggiungono a malapena il metro di altezza, e qui, invece, sono alberi “vigorosi”.

Lontani dal traffico delle città, e liberi di respirare aria priva di smog, è facile farsi condizionare dai ritmi lenti e rilassati degli abitanti del luogo. Un inconsueto profumo di terra, piante, fiori e mare permea l’aria dell’isola più grande, così come quella di Praslin e La Dique – le altre due isole più conosciute dell’arcipelago.

Qui è tangibile il trionfo della natura rispetto all’uomo. Gli occhi si beano di tanto splendore e non possono fare a meno di ammirare le lunghissime e candide spiagge – orlate da alte palme e da takamaca – il mare, veramente incontaminato e di un colore che si fonde facilmente con quello del cielo; la fitta vegetazione, la varietà di uccelli che volano a bassa quota e sembrano non aver paura dell’uomo.

Vale proprio la pena di girare le isole e conoscerne sia i luoghi più nascosti e più belli, sia gli abitanti e il loro modo di vivere semplice e a stretto contatto con l’habitat. Al tramonto, in un’atmosfera che ha il sapore di tempi lontani, è facile incontrare gruppi di pescatori che, sulla riva di una qualsiasi spiaggia, scaricano dalle loro barche il pesce appena pescato. Nessuno grida, nessuno ha fretta, e il pesce viene spostato dalle piccole imbarcazioni con la massima calma.

Le semplici case dei seychellesi sono circondate da giardini nei quali gli alberi di papaya e banani sono carichi di buoni frutti. I bambini sono molto socievoli belli, con la loro pelle vellutata e gli occhi scuri, e si lasciano fotografare volentieri anche quando si incontrano all’uscita della scuola. Come in ogni altro posto del mondo – tranne in Italia – Indossano tutti ordinatamente la divisa scolastica, anche i ragazzi delle scuole superiori.

COSA SI PUÒ FARE?

Oltre alle escursioni che si possono effettuare all’interno di Mahé, è consigliabile quella al Parco Marino di Sainte Anne. Un’immersione nel suo reef, con maschera e boccaglio, è una delle esperienze più entusiasmanti che si possano provare. La barriera corallina pullula di vita e la moltitudine di pesci e coralli variopinti la fanno quasi somigliare ad un giardino fiorito.

Il paesaggio sottomarino è quantomai affascinante: coralli rossi, blu, neri e bianchi, a gruppi o isolati, formano una specie di scenografia unica nel suo genere, mentre pesci di piccole e medie dimensioni e dai nomi curiosi, come quello di pesce-leone, pesce-angelo, pesce-Picasso – nuotano tranquillamente fra questi organismi viventi.

A chi piace tuffarsi in un mare dal colore inimmaginabile, ma non protetto dal reef, per cui è spesso “mosso” con delle alte onde, non deve perdere l’occasione di farlo ad “Anse Intendence”, dotata anche di una larga e bianca spiaggia sulla quale si può sostare in tutta tranquillità.

PRASLIN, CANDIDE SPIAGGE E FORESTA PRIMORDIALE

Non si può andare alle Seychelles e non soggiornare o visitare la sua seconda isola, per grandezza, Praslin. Di origine granitica e meno montagnosa di Mahé, Praslin ha le spiagge sabbiose di un colore bianco così abbagliante che è quasi impossibile guardare la sabbia senza indossare gli occhiali da sole. E’ ricoperta da una fitta e insolita vegetazione che raggiunge il suo culmine nella Vallée de Mai, foresta incontaminata e unico posto al mondo – e unica isola delle Seychelles – dove cresce spontaneamente quel frutto raro che è il “coco de mer”, così somigliante agli organi genitali maschile e femminile da suscitare sempre tanto stupore fra le persone che hanno la fortuna di osservarlo da vicino. Una leggenda locale narra che il suo nome derivi dal fatto che fosse il frutto di un grande albero sottomarino, mentre un’altra – più affascinante ma non credibile – racconta che l’accoppiamento delle due palme avviene nelle notti di tempesta e solo in quest’isola. Ma nessun essere umano può assistere all’incontro amoroso perché ne riceverebbe sciagure.

Nella Vallée de Mai è stato creato un percorso che permette di osservare questa specie di jungla primordiale nella quale, in alcuni punti, a malapena riesce a trapelare la luce. Fa impressione quando il vento fa muovere le palme perché le foglie, nello sbattere, riproducono un suono quasi metallico – simile a quello delle lamiere. Nella Vallée si ode soltanto il canto solitario di qualche uccello che rompe il silenzio di quel luogo incantato la cui bellezza selvaggia attira ogni anno numerosi turisti

Ma Praslin è nota anche per la bellezza di quella che qualcuno definisce la spiaggia più bella del mondo il cui nome, Anse Lazio (si, avete letto bene, è proprio Anse Lazio), ci sembra familiare perché è uguale a quello di una delle nostre regioni. Situata a nord ovest dell’isola, su questa bianchissima spiaggia c’è addirittura un piccolo lago nel quale si riflette il verde della vegetazione che ricopre un’altura situata alla sua sinistra.

Fa impressione vedere quello specchio d’acqua incastonato nella sabbia, ma anche le formazioni granitiche che si trovano sia a destra che a sinistra dell’ampia spiaggia, e che, se ci s’inoltra nei piccoli passaggi che ci sono nelle rocce – sulla parte sinistra – si può sostare nelle splendide insenature, tutte circondate da alti alberi di cocco i cui frutti cadono sulla sabbia. Descrivere lo splendido colore del mare e gli incontri “ravvicinati” che si effettuano con i suoi coloratissimi pesci potrebbe sembrare esagerato e ripetitivo, ma è la pura verità. Si può soltanto dire che è meraviglioso e indimenticabile poter nuotare in posti simili!

LA DIGUE, I SUOI GRANITI E LA SUA BELLEZZA UNICA…

A circa 30 minuti di barca da Praslin c’è la Digue, intatto atollo dalle granitiche sculture e dalle inimmaginabili spiagge solitarie lambite da un mare trasparentissimo. Il suo fascino maggiore consiste nell’aver conservato l’antica atmosfera coloniale rifiutando – nei limiti del possibile – la modernità dei mezzi di trasporto meccanici.

Poche automobili sono adibite al trasporto delle merci, mentre per lo spostamento delle persone sono utilizzate le biciclette e alcuni carri trainati da buoi. Ma anche andare a piedi è piacevole perché in un’ora si riesce ad arrivare da una parte all’altra dell’isola. A La Digue, come in tutte le isole delle Seychelles, le palme sono le regine incontrastate della vegetazione, ma qui sono più alte che nelle altre isole.

Se ci si va a fine ottobre-novembre si possono osservare anche le numerose varietà di orchidee selvatiche che crescono nei cespugli che costeggiano i sentieri. La Digue è naturalmente protetta dal reef e le sue spiagge sono circondate dalle rocce granitiche che sembrano quasi volersi congiungere con il mare.

È su quest’isola che sono stati girati film come “Robinson Crosue” ed “Emanuelle”, perché ritenuto l’ambiente ideale per rappresentare una natura incontaminata.

Le sue spiagge sono bianche o bianco-rosato e sono ricche di conchiglie e coralli (che è proibito, però, raccogliere). L’isola è nota per la lavorazione del cocco e della vaniglia ed è interessante visitare la “fabbrica” dove le noci di cocco vengono vuotate del guscio per prepararle alla trasformazione in olio da esportare poi all’estero. All’interno dell’isola, una grande roccia granitica e la visione di tartarughe giganti merita senz’altro una escursione.

TANTI MOTIVI PER TORNARE ALLE SEYCHELLES…

Se si disponesse di molto tempo si potrebbero visitare anche le altre isole che compongono l’arcipelago perché ognuna è diversa dall’altra. Si potrebbe andare, ad esempio, a Denis Island, meta d’obbligo per chi pratica la pesca d’altura; a Bird Island, isola prediletta degli ornitologi e di chi ama il bird watching.

Da maggio a settembre, infatti, è il regno di oltre due milioni di uccelli che vi nidificano. Aldabra, inoltre, non è da trascurare perché è considerata una delle ultime meraviglie “al naturale”. È il più grande atollo al mondo – protetto e gestito dalla Fondazione isole Seychelles – nel quale vivono ancora allo stato selvaggio le tartarughe giganti. Ormai solo ad Aldabra e alle Galapagos si possono osservare queste enormi testuggini che altrove si sono estinte.

Ma le Seychelles meritano più di una visita anche per la loro gastronomia. La cucina creola, infatti, è l’esaltazione dei profumi e dei sapori dei prodotti naturali delle sue isole. Naturalmente gli ingredienti base sono il pesce e il riso sapientemente combinati con l’aggiunta di spezie esotiche. La frutta, poi, è veramente saporita: dalla papaya al mango, dal frutto della passione alle banane e all’ananas, si possono fare delle vere “scorpacciate” senza il timore di ingerire concimi chimici o OGM.

Liliana Comandè

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Islanda, Finlandia e i miti cari a Tolkien

3 Marzo 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere, #fantasy

Islanda, Finlandia e i miti cari a Tolkien

Thingvellir: alle spalle il contrafforte di basalto nero, davanti l’immenso prato ricoperto di lichene dove si svolgeva l’Althing, il parlamento a cielo aperto degli islandesi. Nell’aria fredda e odorosa di zolfo, in questa terra di lava color asfalto, fra dune di pomice e sbuffi di geyser, necessita compiere una classificazione di ricordi e associazioni mentali che ci si affastellano confusi nella testa.

Cominciamo con l’Edda.

Il termine Edda, al plurale Eddur, si riferisce a due testi in norreno entrambi scritti in Islanda durante il XIII secolo. L’Edda poetica, o Edda antica, e l’Edda in prosa, quella di Snorri.

L’Edda antica trae origine dal Codex Regius, manoscritto composto nel XIII secolo, di cui si sono perse le tracce fino al 1643. La parte iniziale è la nota Völuspa, la profezia della veggente, fonte preziosa di conoscenza della mitologia e della cosmogonia norrena. La veggente parla con Odino e gli narra della creazione del mondo e del Ragnarök, il suo catastrofico destino. All’interno della Völuspa sei stanze sono dedicate a un elenco di nomi di nani, da cui Tolkien ha attinto a piene mani per la sua trilogia. Nel 2009 la Harper e Collins ha pubblicato un lavoro postumo di Tolkien sull’Edda poetica, intitolato La leggenda di Sigurd e Gudrun, in un inglese che cerca di riproporre il metro allitterativo del norreno.

L’Edda in prosa, scritta attorno al 1220 da Snorri Sturluson, poeta e politico facente parte dl parlamento islandese, comincia con una rievocazione dei miti e delle leggende già presenti nell’Edda antica ma poi evolve in un manuale di poetica, mirato a far capire i meccanismi della poesia scaldica.

Derivata dalla voce islandese skald, cioè poeta, la poesia scaldica è complessa, intricata, allitterativa, spesso composta in lode di un particolare signore. Abbonda in Kenningar, cioè metafore ermetiche, perifrasi poetiche e immaginative che sostituiscono il nome di una cosa. L’uso della Kenning è comune nella letteratura norrena, celtica e anglosassone, se ne ritrovano esempi anche nel Beowulf, e la poesia scaldica si avvicina a quella trobadorica e provenzale.

Snorri è anche noto per aver sostenuto che gli dei non fossero altro che capi militari poi venerati (in questo riproponendo la teoria del filosofo Evemero).

Occupiamoci adesso delle Saghe degli islandesi.

La forma letteraria più vicina al romanzo moderno avutasi nel medioevo, capace addirittura di coniare un termine nuovo, è, appunto, la “saga”, che ha nella sua radice il verbo “dire”.

Le Islendigasögur sono storie di famiglia - scritte su velli di pecora in un periodo dal dodicesimo al quattordicesimo secolo - che parlano di persone realmente esistite, di fatti accaduti alle prime generazioni di coloni trasferitesi dalla Norvegia in Islanda, di viaggi avventurosi in Groenlandia e Nordamerica (prima di Cristoforo Colombo), dell’insofferenza verso i re norvegesi e danesi, delle razzie compiute per conquistare terra, bottino e indipendenza.

La società descritta è simile alla borghesia del diciottesimo secolo in cui prenderà piede il genere del romanzo.

The society imagined by the Islanding sour is as precisely observed as those of Daniel Defoe and Jane Austen”. (Robert Kellog)

Dalle saghe apprendiamo la storia, la geografia ma anche dettagli minuti della vita quotidiana dell’epoca, le complicate relazioni familiari, il concetto di onore, il potere dei godi, a metà fra preti e capi politici.

Sia i due libri dell’Edda che le Saghe Islandesi sono tentativi di conservare la tradizione del passato pagano operati durante un medioevo già cristiano.

Contemporanee di Chrétien de Troyes, di Chaucer e di Dante, non sono scritte per un pubblico aristocratico ma per gente comune, proprio come il romanzo. Le saghe sono il prodotto del popolo, di agricoltori e pescatori che sedevano attorno al fuoco la sera e rievocavano le gesta di antenati e persone famose. I protagonisti non sono eroi semidivini ma contadini e possidenti terrieri, un universo maschile di rudi combattenti e fuorilegge, sebbene alcune storie diano spazio anche ad eroine femminili.

Se in spirito ricordano l’epica, non sono in versi bensì in una prosa che mescola ironia, umorismo e nostalgia. Si differenziano dal romance medievale per la poca attenzione data alla fantasia e all’amor cortese e per la mancanza del lieto fine.

Ospitano, tuttavia, molti elementi magici e fantastici, alcuni dei quali sono stati ripresi da Tolkien: i trolls, i fantasmi, i Berserker, ovvero feroci guerrieri scandinavi che avevano fatto giuramento a Odino.

La più famosa è l’Egils saga, da molti ritenuta opera di Snorri. Egil Skallagrimsson fu il più grande scaldo islandese. Molti degli eroi di cui si narra nelle saghe erano anche poeti, capaci di recitare versi celebrativi, ma non falsamente adulatori, in onore dei loro sovrani. E tuttavia le parole erano usate anche come armi per ferire e umiliare.

Gli autori delle saghe sono ignoti e le storie sono state prima tramandate oralmente e poi, solo successivamente, raccolte in forma scritta, dopo l’ introduzione della scrittura sull’isola nel XII secolo ma, anche su questo, non c’è nessuna certezza. Lo stesso concetto di autore è molto diverso dall’attuale, indicando solo “l’iniziatore” di una storia, che non impronta di sé e del suo stile personale la materia trattata.

Una prosa come quella delle saghe era rara nella letteratura del periodo, se si eccettuano il Decamerone e la vulgata francese del ciclo arturiano.

“The development of a prose fiction in medieval Iceland that was fluent, nuanced and seriously occupied with the legal, moral and political life of a whole society of ordinary people was an achievement unparalleled elsewhere in Europe.” (Robert Kellog)

Le storie non iniziano mai in medias res ma cercano di raccontare gli eventi in ordine cronologico. Il linguaggio è diretto e semplice, grande spazio è dato al dialogo. I personaggi sono introdotti da una complicata genealogia e dal patronimico, che Tolkien riprenderà e svilupperà nelle appendici. Una delle funzioni delle saghe era anche la trasmissione di queste genealogie, ed esse avevano un intento didascalico oltre che d’intrattenimento.

Di solito la saga si apre bruscamente, con un’introduzione banale: “C’era un uomo di nome etc”. La precisione nella localizzazione geografica del racconto e nell’individuazione dell’esatto contesto storico è massima. La storia racconta di un conflitto, nato per questioni banali e comuni, del suo sviluppo sanguinoso e di faide e vendette successive. I personaggi, tuttavia, mantengono qualcosa di mitico, capacità magiche nel loro canto, potere divinatorio.

Sebbene, come abbiamo detto, siano in prevalentemente in prosa, contengono al loro interno anche dei versi, inizialmente visti come una fonte d’informazione e autorità storica, in seguito divenuti mezzo di espressione della mente e dei pensieri dei protagonisti.

Concludiamo con il molto più recente Kalevala.

Nel 1835 Elias Lönrot riordina e pubblica sotto forma di poema una vasta collezione di ballate eroiche in careliano. La versione successiva, del 1849, è più completa. I Careliani sono finnici che hanno avuto contatto – guarda caso – con i vichinghi. La loro lingua, appartenente al gruppo ugrofinnico, non è di origine indoeuropea. Kalevala significa “Terra di Kaleva”, ossia, appunto, Finlandia.

Anche in questo caso si tratta del recupero di antiche tradizioni e antichi canti. Il poema è tuttora cantato da alcuni anziani bardi con valenze sciamaniche.

Fu tradotto da Igino Cocchi nel 1909 e nel 1010 dal livornese Paolo Emilio Pavolini (padre del famoso gerarca Alessandro). Quest’ultima versione, in ottonari - il metro originale del testo finnico - è disponibile in un’edizione curata da Roberto Arduini e Cecilia Barella per la casa editrice Il Cerchio di Rimini.

La storia dell’eroe e poeta Väinamöinen, del fabbro Ilmarinen e del guerriero Lemminkäinen ha in parte ispirato il poeta americano Longfellow, il compositore Sibelius e, infine, Tolkien con Il Silmarillion e la struttura delle lingue elfiche. Tutto gira intorno alla ricerca di una sposa per gli eroi protagonisti, e del Sampo, un mulino magico che assicura ricchezza a chi lo possiede.

Molti gli adattamenti e riduzioni per ragazzi, in particolare ci piace ricordare quella edita nel 1961 per i tipi di Malipiero, di cui riportiamo uno stralcio:

L’intrepido vegliardo Vainamonen, immensamente forte, era il cantore di Kalevala” (Per cantore intendiamo uno scaldo, un eroe poeta simile a quelli presentii nell’Edda e nelle Saghe islandesi, che ha nel suo canto anche capacità magiche e taumaturgiche). “Il suo canto era come il cielo: copriva tutta la grande regione di Kalevala, e la copriva di giorno e di notte, come un vento gagliardo capace di profferire parole musicate che tutti udivano anche chiusi dentro le capanne. La sua fama giunse lontano, come un’acqua che si spande nelle pianure. Giunse così fino alle terre di mezzogiorno, nei luoghi di Poiola.

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Riferimenti

Robert Kellog, Introduzione a “The Sagas of Icelanders”, Penguin 2000

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In giro per il mondo: il Queensland

28 Febbraio 2016 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

In giro per il mondo: il Queensland
Fra noi e l’Australia ci sono 12.000 chilometri, ma vale la pena di mettersi l’animo in pace e trascorrere un bel po’ di ore a bordo di un aereo per raggiungerla. Il Queensland è forse la parte più bella e conosciuta di questo enorme paese che, da terra di nostri emigranti, è diventata terra di vacanza.

Iniziamo a parlare di Cairns, una delle più importanti città del Queensland settentrionale. La città è nata nel 1876 come punto di raccolta per l’approvvigionamento merci, ad uso delle varie miniere d’oro e di zinco esistenti nell’entroterra della zona. Cairns è considerata la “capitale” della grande barriera corallina australiana, e le sue bellissime spiagge las rendono un luogo di vacanza tra i più ambiti del mondo, grazie anche ad un importante porto dal quale partono tutte le navi da crociera, e alle navi di appoggio utilizzate per chi vuole fare immersioni nella barriera corallina più estesa del mondo.
Una meraviglia naturale, quest’ultima, che si sviluppa per una lunghezza di oltre 4.500 chilometri (copre una superficie grande quanto il Regno Unito e l’Irlanda) di cui oltre 2.000 km solo nella regione del Queensland. Nella zona, inoltre, si contano circa 100 isole e isolotti.
Cairns, quindi, rappresenta un ideale punto di partenza e di arrivo per i turisti interessati a visitare il grande continente australiano.
Gennaio è il mese più umido del periodo considerato meno buono che va da novembre a marzo. Sono frequenti gli acquazzoni che si abbattono sulla regione e che i locali usano scherzosamente definire “the liquid sunshine"
Il primo contatto con il mare australiano avviene in una zona residenziale dove gli australiani amano trascorrere le loro vacanze estive. I numerosi alberghi e i vari locali di intrattenimento, oltre allo splendido mare con le attività ad esso connesse, rendono questo posto molto ambito e di gran moda.
Il clima sub tropicale e le piogge abbondanti favoriscono lo sviluppo di una rigogliosa vegetazione, che si estende per buona parte della costiera del Queensland del nord che, oltrepassando Cape Tribulation, arriva fino a Cape York penisula, estrema punta dell’Australia Nord-est e facente parte delle aree protette della Daintree Rain Forest National Park, un territorio occupato esclusivamente da qualche insediamento di tribù aborigene.

UNA NATURA INTATTA

Nella rain forest vivono in totale libertà molti animali acquatici ed uccelli, e nei numerosi corsi d’acqua nuotano indisturbati pericolosi coccodrilli molto temuti dai locali. Ma l’uomo, si sa, non conosce limiti né si fa vincere dalla paura e, quindi, ha costituito dei bellissimi e confortevoli Resort e Lodge, tutti rigorosamente in legno e completamente immersi nella vastità della foresta pluviale. Le costruzioni, però, sono state progettate per essere in piena armonia con l’ambiente naturale e la vegetazione circostante.

Molto suggestivi i resort, le cui pareti-vetrate della sala da bagno sono circondate dalla vegetazione che protegge da occhi indiscreti e dà una sensazione di piena libertà. Immergersi nella vasca da bagno ed essere circondati da un’impenetrabile foresta è una sensazione davvero bellissima, e trascorrere una o più notti in uno di questi resort è veramente molto emozionante. I rumori e i suoni degli abitanti di questa fitta jungla riempiono gli spazi del silenzio notturno, e le “voci” degli animali e degli innumerevoli uccelli fanno da controcanto alle rane gracidanti che cercano di attirare il partner di sesso opposto. Trovarsi in un luogo così unico, e rendersi conto così intensamente delle meraviglie circostanti, fa sì che il soggiorno nei Lodge sia un’interessante esperienza da vivere soprattutto per chi ama il vero contatto con la natura incontaminata. E qui lo è veramente!

LE JELLY FISH BOX

Prima di intraprendere un viaggio è importante sapere se i luoghi che si andranno a visitare sono soggetti a fenomeni naturali che, però, non sono ideali per chi vuole trascorrere solo un periodo di vacanza tipicamente balneare. Il mare, infatti, nel periodo che va da novembre a marzo, è interessato dal fenomeno delle meduse. Ce ne sono di diverse specie ma la più conosciuta e pericolosa è la “Jelly Fish Box”, così chiamate per la sua forma a scatola.

La medusa, pur essendo grande pochi centimetri, ha dei filamenti lunghi oltre un metro molto urticanti e pericolosi per l’uomo se vengono a contatto con la pelle. A volte possono causare la morte se non si agisce i tempo con un antidoto. Nelle spiagge più frequentate ci sono aree circoscritte da reti di protezione entro le quali si può fare il bagno in tutta sicurezza. Nella malaugurata circostanza di contatto con la Jelly Fish Box, i bagnini sono attrezzati per un pronto soccorso rapido ed efficiente. A tal proposito, non di rado si incontrano persone che fanno il bagno in mare vestendo una specie di tutina, leggerissima e colorata, a protezione sia dei raggi solari che da eventuali contatti urticanti. Inoltre, anche nel periodo interessato dal fenomeno, se ci si allontana poche centinaia di metri dalla costa, le meduse non ci sono più in quanto non sono assolutamente presenti in tutta la barriera corallina.

IL PARADISO DEI SUB

L’esperienza di un’immersione con le bombole in queste acque – considerate l’ottava meraviglia del mondo ed incluse nella lista del Patrimonio Naturale Mondiale – dona un’emozione indescrivibile. Tutto ciò che i documenti naturalistici ci mostrano non descrivono a sufficienza quello che si vede a pochi metri di profondità con i propri occhi. I coralli vivi e di tutti i colori, le Tridacne Giganti che misurano un metro di larghezza e che si chiudono di scatto non appena vengono sfiorate; le migliaia di pesci multicolori che, incuriositi, ti girano intorno sfiorandoti appena; un mare cristallino che permette una buona visibilità fino a 60 metri di profondità; una moderna e confortevole barca di appoggio superattrezzata e un equipaggio di professionisti formato da esperti trainer, sono il “plus” per chi si vuole cimentare in una “Scuba Diving experience”, adatta anche a dei neofiti che si immergono per la prima volta, attratti dalla moltitudine di pesci che nuotano sfiorando la superficie del mare.

UN PAESAGGIO VARIEGATO

Lasciando il mare e andando verso Sud, in direzione della bella e moderna cittadina di Townsville – costeggiando parte delle Black Mountains – si incontrano tanti piccoli paesi caratterizzati dalle tipiche abitazioni di legno a due piani e con i tetti spioventi. La parte inferiore delle case è lasciata aperta, senza pareti, in modo da permettere il passaggio dell’aria che consente una buona climatizzazione della casa sovrastante.

La zona pianeggiante, molto verde, è stata colonizzata dai contadini (Farmers), dediti alla coltivazione e alla lavorazione della canna da zucchero che, in un tempo non molto lontano, era una delle industrie primarie del Queensland. A est, di fronte a un mare di colore turchese, si ammirano le bianche spiagge di Mission Beach di Tully, nota cittadina vacanziera della costa e, in lontananza, si delineano le silouette delle isole di Dunk Island, Hinchinbrook Island e Orpheus Island.

I KOALA NEL LORO HABITAT

Da Townsville si raggiunge, in 25 minuti di traghetto, Magnetic Island. La leggenda vuole il suo nome legato agli strumenti di bordo della nave del Capitano Cook, il quale, mentre navigava alla scoperta delle coste Australiane, in vicinanza dell’isola, vide letteralmente “impazzire” gli strumenti per la forte attrazione magnetica delle rocce. La causa risiedeva nella forte presenza della magnetite contenuta in queste ultime.
Nel suo parco naturale e protetto non è difficile incontrare Koala solitari o in compagnia dei loro piccoli, oltre a una grande varietà di piante e uccelli. Sull’isola, inoltre, è possibile praticare numerosi sport acquatici ed altre attività per trascorrere una bella vacanza e impegnare il tempo libero.

Ritornando invece a Townsville, oltre alla visita dell’acquario HQ Acquarium, nel quale si possono ammirare esemplari di coralli di tutte le specie, in una sezione adiacente si può vedere il relitto della nave “HMS Pandora”. Il nome non ci dice niente, però la HMS Pandora è la nave che diede la caccia agli “ammutinati del Bounty”, resi noti da un bel film interpretato da Marlon Brando e, nella realtà, catturati a Tahiti. La nave naufragò contro la barriera corallina mentre riportava in patria il comandante e l’equipaggio del Bounty.

UN “SANTUARIO” PER GLI ANIMALI

Un posto consigliato per un’interessante visita è il Billabong Sanctuary che si trova a 17 km a sud di Townsville. In un parco si possono osservare animali di specie protette che vengono curati e nutriti. Qui, oltre a vedere coccodrilli e canguri, si possono coccolare, tenendoli in braccio, dei cuccioli di koala. Gli animali hanno la pelliccia profumata di balsamo di eucalipto – dovuto al fatto che mangiano grandi quantità di foglie di quest’albero – e quando si prendono in braccio istintivamente si aggrappano al collo delle persone come se fossero bambini che hanno paura di cadere.

E’ motivo di grande emozione l’incontro ravvicinato con questi animali a serio rischio di estinzione, così come lo è quando si prova a tenere in braccio un “baby Wombat o cucciolo di Diavolo della Tasmania”, un orsacchiotto dal pelo ispido color marrone, anch’esso purtroppo in via di estinzione. Socievolissimo, si assopisce con la massima tranquillità in braccio agli uomini, proprio come fa un bambino con i propri genitori.

TRASPORTI AVVENIRISTICI

Ma è tempo di rimettersi in viaggio per visitare nuove località. I mezzi di trasporto del Queensland, non hanno niente a che vedere con

quelli che siamo abituati a utilizzare in Italia e la differenza è veramente notevole. Provate ad immaginare di essere seduti su una comoda poltrona e di avere davanti un piccolo tavolo estratto dallo schienale della poltrona di fronte a voi. Dallo stesso schienale potete estrarre anche uno schermo a cristalli liquidi da cui si può conoscere l’orario di partenza e di arrivo, si può osservare la mappa del territorio che si sta attraversando, conoscere il nome delle fermate, la velocità di crociera, i chilometri percorsi e quelli che mancano per giungere alla meta.

Inoltre, mentre si può osservare tutto ciò che si incontra lungo il tragitto – per mezzo di una telecamera istallata in posizione frontale – una hostess vi chiede se desiderate un giornale o qualcosa da bere. Bene, avrete senz’altro pensato ad un viaggio in aereo, e invece no, non è così. Non si tratta di un tragitto effettuato a bordo di un aeromobile ma di un treno, denominato “Tilt Train”, che collega molte città della costa. Il nome equivale al nostro vecchio “Pendolino”, ma sicuramente in comune ha soltanto il nome e non i servizi!

UN ARCIPELAGO MOZZAFIATO

Da Townsville, in 15 minuti di elicottero, si atterra ad Airlie Beach, l’aeroporto dell’arcipelago delle Whit sunday Island, di cui fanno parte isole meravigliose ed incontaminate tra le quali è doveroso citare Hayman Island, Hook Island, Hamilton Island, Lindeman Island, Pentecost Island, e dove si è sviluppata una rigorosa vegetazione tropicale formata da palmeti.

Il nome Whit sundays deriva dal giorno in cui il capitano Cook attraversò lo stretto che collegava la terra ferma con i mari dei coralli. Quel giorno era detto “Whit Sunday” letteralmente (inerzia domenicale) e così fu chiamato quest’arcipelago. Queste isole, considerate un vero paradiso terrestre, offrono quanto di meglio si possa desiderare per una vacanza in pieno relax. Le strutture alberghiere sono di buon livello e dotate di ogni confort. La ristorazione offre piatti internazionali e la cucina è ottima e ricercata in tutti gli alberghi. In mare si può praticare ogni tipo di sport e la barriera corallina, poco distante, è raggiungibile con una barca o con un idrovolante. Gli appassionati di diving o snorkeling possono addirittura soggiornare su una nave ancorata sulla barriera. Vicino alla nave, una piattaforma galleggiante e attrezzata di tutto punto riesce ad esaudire qualsiasi richiesta dei patiti delle immersioni.

I NUMEROSI LAGHI DI FRASER ISLAND

50 minuti di volo, ancora in direzione sud, e si arriva a Harvey Bay. Da qui, con un traghetto si raggiunge Fraser Island, una delle isole più caratteristiche formata da sola sabbia e ricoperta di vegetazione cresciuta su dune di sabbia alte fino a 400 metri. L’isola, nella parte est, è contornata da una spiaggia lunga oltre 100 km, che viene usata come pista di decollo e atterraggio per aerei mono e bimotore.

Dal punto di vista naturalistico è un vero paradiso.

Qui si trovano ancora i dingos, una particolare razza di cani che vive allo stato selvaggio e numerosi uccelli. Si può nuotare in piccoli laghi naturali di acqua dolce dal colore turchese intenso, circondati da spiagge di sabbia di un biancore quasi accecante. Il famoso lago McKenzie, raggiungibile con un fuoristrada 4×4,attraverso una lussureggiante foresta di eucalipti, permette a quanti lo vogliono di nuotare nelle sue acque dolci e fare picnic sulle sue candide rive. Un “must” da non mancare è il pranzo a base di pesce nel ristorante Happy Valley e una visita al relitto della nave tedesca Maheno, arenata nel 1935 mentre veniva rimorchiata per essere demolita, e andata poi alla deriva per la rottura della catena che la trainava.

BRISBANE, LA CAPITALE DEL QUEENSLAND

Un altro tratto di pullman (circa 4 ora da Maryborough), via Nosa, lungo la statale n.1 sud, e si arriva a Brisbane, la capitale del Queensland. La città ha conservato il suo carattere “old english fashion”, e in alcuni quartieri si possono vedere ancora delle case coloniali in perfetto stato di conservazione, così come i cimiteri monumentali circondati da prati curatissimi e senza recinzioni di sorta.

Nata come colonia penale nel 1824, Brisbane divenne capoluogo dello stato indipendente. Il fiume Brisbane River, navigabile e che l’attraversa per tutta la sua lunghezza, ha svolto un ruolo decisivo per lo sviluppo della città, concepita a misura d’uomo, dove vivono appena 1.500.000 abitanti. Piccola metropoli dall’architettura moderna, già centro commerciale e finanziario del Queensland, oltre ad avere l’aeroporto più grande dello Stato, vanta anche il principale porto marittimo.

Brisbane offre anche svaghi e divertimenti e le strutture alberghiere garantiscono una gamma di livelli adatti a qualsiasi esigenza turistica, sia congressuale che individuale. La storia di Brisbane ebbe inizio nel 1824 quando nacque come colonia penale e,quindi abitata soprattutto da delinquenti deportati dalla lontana Inghilterra. La città è dotata di numerosi parchi che, insieme al fiume che la attraversa, permettono ai suoi abitanti di praticare numerosi sport sia di terra che acquatici. Sono tanti i circoli velici che impegnano gli sportivi di tutte le età.
Lo sviluppo turistico va assumendo un’importante voce nel bilancio economico della città. Brisbane, infatti, è considerata la porta della “Gold Coast” uno dei luoghi di villeggiatura più frequentati dell’Australia.

Secondo quanto affermano gli stessi Australiani non esiste altro posto con così tanti luoghi di divertimento, tanti negozi, pensioni, ostelli, alberghi e una vasta scelta di attività di sport acquatici. Il centro turistico più importante della Gold Coast è “Surfer Paradise” che, adotta il logo delle 3 S: Sun Sand Surf (sole, sabbia, surf), ed ha di fatto iniziato ad essere popolare già dagli anni quaranta.

La sua vivace vita notturna, e le tante opportunità diurne per trascorrere il proprio tempo libero senza annoiarsi, hanno reso questa città unica, tanto da sembrare nata all’insegna del divertimento e della vacanza. Non a caso il nostro stilista Versace ha voluto costruire il suo “palazzo” proprio qui, e oggi l’hotel è unanimemente riconosciuto come uno dei luoghi turistici di culto di tutta la Golden Coast. Ma assieme ai divertimenti e alla modernità, Surfer Paradise permette ai turisti di ricrearsi nei “santuari” naturali.

Subito fuori città, infatti, la grande Rain Forest si presenta nuovamente con tutta la sua maestosità. Immensi e verdi boschi lambiscono il mare cristallino e la sua barriera corallina. L’Australia, e in questo caso, lo stato del Queensland ci convincono che la natura incontaminata qui è ancora la padrona assoluta e l’uomo, che tenta di colonizzarla ed abitarla, ne costituisce soltanto una piccola interferenza. Gli ampi spazi, il mare turchese, le lunghe spiagge, la più bella barriera corallina esistente al mondo, la vegetazione rigogliosa, i numerosi animali – anche rari – le belle città, i deserti, i divertimenti in maniera “easy”, rendono affascinante per chiunque questo continente ormai… non più tanto lontano.

Liliana Comandè

In giro per il mondo: il Queensland
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In giro per il mondo: India

26 Febbraio 2016 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

In giro per il mondo: India

Mistero e religiosità affondano le radici nell’origine dei tempi, custoditi da un popolo semplice ma fiero di questa immensa ricchezza che viene sempre più capita ed apprezzata da quanti si accostano a questo vasto territorio. E’ l’India, un grande Paese, o meglio, un vero continente dove il passato incontra il presente. Una delle più antiche civiltà con una varietà caleidoscopica ed una ricca eredità culturale. Un territorio che va dalle altezze nevose dell’Himalaya alle foreste tropicali del sud, alle spiagge dalla candida sabbia e dal mare cristallino.

Visitare l’India è come vivere un sogno. Tuffarsi in un mondo che parla a tutti con la diversità di razze, di culture, di linguaggio, di ambiente.

Palazzi del Maharaja, lussuosi alberghi, bungalow nelle riserve faunistiche, folkloristici mercati, musicanti nelle strade, templi, deserti, spiagge, montagne, testimonianze di tutte le dominazioni, si offrono all’ammirazione e alla meditazione di ogni visitatore da qualunque parte del mondo provenga.

Parlare dell’India e tracciare un itinerario è troppo limitativo per la grandiosità e la ricchezza di questo meraviglioso Paese. Allora? Ecco alcuni luoghi da visitare.

VARANASI, LA CITTÀ SANTA

Ci si avvia verso la “Città Santaper eccellenza dell’Induismo, cuore spirituale dell’India: Varanasi, una delle più antiche città ancora esistenti al mondo, già vecchia quando Roma fu fondata, fiorente centro commerciale nel 500 a.C., quando il Sadda venne Samath a predicare il suo credo per la prima volta.

Conosciuta anche come Bernares o Kashi (la città eterna), situata sulle rive del fiume sacro Gange, è uno dei luoghi più importanti di pellegrinaggio dell’India.

Nello stato centro-settentrionale del Mudhya Pradesh, Khajuraho è un villaggio unico e irripetibile nell’architettura religiosa indiana.

Degli 85 templi costruiti dai sovrani della dinastia Chandela tra il 950 e il 1050, che fecero di Khajuraho la loro capitale, oggi ne restano 22 suddivisi in tre gruppi (l’Occidentale, l’Orientale, il Meridionale) famosi per le sculture in pietra che riproducono, con rara abilità artistica, la spiritualità dell’epoca, la musica, la danza, la caccia, le celebrazioni, le emozioni umane (paura, dubbio, gelosia, amore, passione).

Sensualità e spiritualità in questo luogo ove gli scultori hanno immortalato la vita dell’India nei diversi aspetti, così com’era mille anni fa (divinità, guerrieri, musicisti, animali reali e mitologici) e con temi più ricorrenti: le donne e il sesso (in ogni tempio sono presenti delle “Aspara”, le fanciulle del cielo).

TAMIL NADU IL PAESE DEI TEMPLI

Stato meridionale dell’India, bagnato dal golfo del Bengala, Tamil Nadu, patria dell’antica civiltà dravidica, ha una delle culture più antiche e complesse del mondo. I Tamil sono un popolo gentile e affascinante: corpi scuri, occhi brillanti, alte fronti rispecchiano l’intelligenza dei Tamil famosi in tutta l’India per la capacità matematiche e scientifiche. Le donne vestono sari dai colori brillanti e ornano i lunghissimi capelli neri con fiori freschi di stagione.

La capitale è Madras, conosciuta come “l’accesso per il Sud”. Itinerari turistici suggeriscono visite a Kanchipuran, Mahablipuran, Tanjavur, Trichi, Maturai (città ricche di templi), ed a Kanniyakumarai, sul mare, e Kodaikanal, sui monti, nonché nelle riserve naturali. Madras fondata nel 1640 dalla Compagnia delle Indie Orientali, è per grandezza la quarta città dell’India e conserva il fascino caratteristico dell’eredità e degli usi dell’India meridionale.

La grandiosità nelle attrattive dell’India non ha limiti. C’è Bikaner, avamposto del deserto settentrionale, antica capitale fondata nel 1488 da RaoBikaji, poi il Lalgarh (Red Fort o Forte Rosso), trasformato in parte in lussuoso albergo, è un palazzo del 19° secolo in mezzo a grandi prati.

Ed ancora: la porta verso il deserto Thar. Jodhpur, splendida città fortificata, cinta da 10 chilometri di altissime mura, e fondata nel 1459 da Rao Jodh, capo dei Rathore che si dichiaravano discendenti diretti del famoso eroe epico indiano “Rama”. Maestosi palazzi decorati e noti per le grate di arenaria rossa, mausolei, templi, laghi, paesaggio desertico e il forte ne fanno una delle città piu’ interessanti da visitare.

Jaipur, la capitale dello stato del Rajasthan, è famosa per gli edifici di arenaria rosa. Fu fondata dal re astronomo Sawaii Jai Singh II° e costruita secondo il Shilpa Shastra, antico trattato indù sull’architettura e scultura. Circondata da mura, su cui si aprono sette porte, Jaipur rivive con lo storico passato le leggende degli antichi Raiput.

Al colore degli edifici, si aggiungono quelli degli abiti delle donne, dei turbanti degli uomini, dei pittoreschi bazar. Una spettacolare fortezza, che appare improvvisamente nel deserto come un miraggio, è Juisalmar, la città d’oro racchiusa tra mura di arenaria gialla: Città medievale con viuzze strette ed impotenti edifici chiamati “Haveli”, la cui popolazione custodisce intatte le antiche tradizioni. Fondata nel XII secolo da Rawal Jaieal, capo Raiput che si proclamava discendente della luna, Jaismar, invece, è particolarmente apprezzata per i palazzi e gli edifici, splendidamente scolpiti e decorati, la cui bellezza è accentuata in modo suggestivo all’alba e al tramonto.

L’incanto dell’India continua nella visita dello Stato del Kerala nella costa sud-occidentale di 575 km, sul mare Arabico, paradiso tropicale che prende il nome da “Kera”, la palma da cocco che qui cresce ovunque. Vi si trovano resti delle diverse influenze straniere (Fenici, Egizi, Arabi, Cinesi per arrivare agli Olandesi, Portoghesi, Inglesi). Commercianti di tutto il mondo sono sempre stati richiamati dalla ricchezza del legno di sandalo, tek, legname e spezie

orientali (zenzero, cannella, cardamomo e pepe).

Oggi migliaia di turisti vengono a godersi una vacanza indimenticabile su queste spiagge dorate ornate da palme. Le più importanti località turistiche del Kerala sono Cechia e Trichur nel centro, Trivandrum e Kovalam Beach nell’estremità meridionale, il Parco Nazionale Periyar e Thekkady ad est, Calicut (Kezinodo) al nord.

I LAGHI DI UDAIPUR

Nel Rajasthan meridionale, tra le verdeggianti Aravalli Hills, ecco la città più romantica dell’India: Udaipur, famosa per i suoi laghi di un blu splendente, per i palazzi di marmo bianco e le verdi colline. Fondata nel 1599 dal Maharana Udai. Circondata da mura, su cui si aprono diverse porte, a soli 48 km c’è il famoso santuario Hindù di Nothdware dedicato a Shri Nathji, un’altra forma del Dio Krishna.

Bangalore, la città-giardino dell’India del sud, è la capitale dello stato del Kamataka, con un clima ottimo tutto l’anno.

Città-fortezza nel 18° secolo, oggi è sede di importanti industrie. Ma sono tante le attrattive che offre ai visitatori: monumenti: Palazzo e Forte di Tipu Sultan; giardini botanici Lalbagh; Cubbon Park; Bull Temple (in stile dravidico con un toro scolpito in un blocco unico di granito grigio); il palazzo di Bangalore al centro della città, unico edificio che si ispira al Windsor Castle costruito in stile Tudor; il Gouvernment Museum (uno dei pochi musei indiani con una stupenda collezione di monete, antichi dipinti e interessanti reperti archeologici).

Mysore, la città dei palazzi, della seta e del legno di sandalo, ex capitale di un principato, ha una ricca eredità artistica e culturale ed un clima salubre. Per dieci giorni, in settembre-ottobre, la Festa Oussehra fa rivivere lo splendore del Maharajà ed è motivo di richiamo per i turisti.

GOA LA PERLA D’ORIENTE

E’ una delle località più amate dai turisti di tutto il mondo. Goa, sulla costa occidentale, offre 100 km di finissima sabbia bianca sul mare Arabico. E’ un vero paradiso delle vacanze con i villaggi turistici e tutti i sport acquatici. Nel 16° secolo e durante la dominazione portoghese, Goa divenne sede del cattolicesimo nell’est e anche una grande potenza.

Dal 1961 fa parte dell’India, mantiene però un “sapore” portoghese nelle tipiche “plazas”, le tavernette, le vie intonacate di bianco, l’architettura coloniale e le grandi chiese.

Agra è la città del famosissimo “Taj Mahal” un monumento all’amore costruito ne l652 dall’imperatore Mogol Shah Jahan in memoria dell’adorata moglie Mumtaz Mahal, morta prematuramente.

Ammirare questo monumento all’amore è uno spettacolo che incanta; forse la visione più commovente si ha da una torre ottagonale della Fortezza oltre il fiume Jamuna dove l’Imperatore Shah Jahan imprigionato e visse fino alla morte fissando la tomba di sua moglie.

Il palazzo, costruito in ventidue anni dai migliori artisti dell’epoca è in marmo bianco incastonato di pietre preziose e contiene i cenotafi dell’Imperatore e della moglie nascosti dietro una graziosa grata in pietra.

Agra è a 56 km dalla Riserva Ornitologica di Bharatpur e a 200 km da Delhi via Matura.

DELHI, MUMBAI, CALCUTTA

Per tutti, però, l’India si identifica nelle tre città: Delhi, Mumbai, Calcutta.

Città vecchia e città nuova, storica città ricca di splendori e di gloria: New Delhi ha una storia che risale ad oltre tremila anni ed è indicata nel leggendario poema indiano “ Mahabharata” come visione dell’antica “Indraprastha”. Sette volte Delhi combatté per la propria sopravvivenza, e ogni occupazione, indu, mussulmana, mogol, inglese, lasciò una ricca eredità culturale e architettonica in templi, palazzi, fortezze, mercati, monumenti, torri, ecc.

Fu a Delhi che l’Imperatore persiano Nadir Shah si portò via il magnifico “Trono del Pavone” e il famoso diamante Kohineer da ammirare con i gioielli della corona britannica.

Nel 1911 gli inglesi spostarono la loro capitale da Calcutta a Delhi. Poche capitali possono vantare più di 1500 monumenti storici e tanti parchi e giardini come Delhi.

Porta dell’India, città di grattacieli è Mumbai. Situata in una splendida baia naturale, Mumbai era formata da sette isole i cui abitanti, i pescatori Koli, chiamarono “Mumbai” dal nome della loro dea, Madre Mumba. Portata in dote dalla principessa portoghese Caterina di Braganza al marito Carlo II d’Inghilterra, Mumbai restò sotto il dominio coloniale britannico dal 1665 fino al 1947. In un quarto di millennio, Mumbai si è trasformata da un gruppo di sette isole in una grandiosa città. Talvolta chiamata la “Mini Manhattan” dell’India. Capitale dello stato del Maharashtra, Mumbai è un grande centro industriale e commerciale.

Calcutta, una metropoli che suscita molta ammirazione e conserva molti degli antichi splendori. Fondata nel 1690 da Job Charnock per conto della Compagnia inglese delle Indie Orientali, con i tre villaggi di Sutanati, Govindapur e Kalikata, sulle rive del fiume Hoeghly, è una delle città più popolate del mondo. Considerata capitale intellettuale dell’India, Calcutta è una città da cui emana un’atmosfera unica ed una vitalità traboccante.

Andare alla scoperta di questa città sorprendente è molto interessante: la

Cattedrale Saint –Paul in stile neo-gotico, la chiesa di Saint-John, la più antica di Calcutta; il Victoria Memorial in marmo bianco, inaugurato nel 1921, che per maestosità e grandiosità voleva essere comparabile con il Taj Mahal; l’Indian Museum, il Birla Planetarium, il tempio del fuoco e numerose sinagoghe che si trovano ancora in Ezra Street, la Moschea Nakhoda, la casa natale dello scrittore Tagore, premio Nobel per la letteratura nel 1913, il giardino botanico di Shibpore. Ma c’è tanto altro da vedere, da scoprire, anche con lo shopping e con le feste. La più meravigliosa delle feste è senza dubbio il “Durga Puja” all’inizio di ottobre, l’omaggio alla Dea Durga nella città illuminata.

India, terra di molte religioni, fascino e mistero di un Paese che ha sempre richiamato masse di visitatori; atmosfera piena di misticismo e di religiosità, di profonde culture e tradizioni, di grande ospitalità con la parola di saluto “Namaste” pronunciata a mani giunte ed a capo chino.

Un Paese che non si dimentica. Una terra dove si vuole presto ritornare, è questo il mistero che avvolge ogni visitatore come una dolce musica nel ricordo delle movenze del corpo, dell’espressione del viso e della gestualità delle mani nella danza indiana dalla quale scaturisce un fascino coinvolgente e misterioso.

Liliana Comandè

In giro per il mondo: India
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In giro per L'Italia: Guardalfiera

23 Febbraio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #postaunpresepe

In giro per L'Italia: Guardalfiera


Guardialfiera è un paese molisano che si trova in provincia di Campobasso e conta circa 1180 abitanti, anch’esso negli anni interessato, come tanti centri della piccola regione, da un forte fenomeno migratorio.
Situato a un’altezza di 280 metri sul livello del mare, sulla parte sinistra dei fiume Biferno, si specchia sul grande lago artificiale del Liscione. Guardialfiera divenne famosa negli anni settanta proprio grazie a questo invaso costruito nel suo territorio per l’innalzamento di una diga, eretta allo scopo di fornire acqua potabile ai paesi circostanti per uso domestico, agricolo e industriale. Lo specchio d'acqua è attraversato al centro, in tutta la sua lunghezza (circa 8 km) da un ponte, notevole opera ingegneristica, che per la sua peculiarità è stato spesso usato per girarvi scene cinematografiche o spot pubblicitari.
Quando le acque del fiume Biferno allagarono i terreni per la costruzione della diga, furono sommersi anche i resti di un antico ponte chiamato ponte di Annibale, sulle cui arcate, secondo la leggenda, marciò Annibale, diretto in Puglia durante la seconda guerra punica.

Oggi tutta la zona è conosciuta come luogo da cui si diramano itinerari escursionistici nella natura e sentieri per il fitness. Il lago ospita capanni per osservare gli uccelli acquatici che qui sostano durante i lunghi voli migratori ed è l'ideale anche per praticare la pesca sportiva, grazie alle numerose specie di pesci autoctone, quali il cavedano e il luccio, ma di particolare interesse sono alcune specie in via di estinzione come l’alborella appenninica e la scardola tirrenica, predate dalle trote comuni, dalle carpe e dai pesci gatto. Il lago e il fiume Biferno sono meta di appassionati pescatori provenienti da ogni parte. Durante il mese di agosto si svolgono feste con spettacoli pirotecnici fra “cielo e lago”.

Il territorio comunale è principalmente agricolo, coltivato a frumento, vigneti, uliveti e in parte boschivo, di notevole attrattiva è l’area del Bosco San Michele, attrezzata per i pic nic.

In paese, di notevole interesse artistico, è la chiesa dell’Assunta, edificio medievale poi ristrutturato in età barocca e nel secolo scorso. Numerosi sono gli elementi trecenteschi sui muri esterni nei quali si aprono due importanti portali in stile gotico, ma di maggiore interesse resta la cripta, una delle più antiche costruzioni della regione, databile al secolo XI nella parte originaria e ampliata nel XIII secolo. In questa cripta ogni anno si rappresenta uno dei più bei presepi viventi della regione: tutta la parte antica del paese, le vie del borgo, le case, le botteghe, si animano e si trasformano come per incanto nell’antica Betlemme. Scene di vita quotidiana che fanno magicamente apparire un lembo di Galilea in Molise e ogni anno, durante le festività, Guardialfiera diventa il “paese del Natale”. Sono rappresentate figure di mestieri da sempre esercitati dall’uomo: l’oste, il falegname, le filatrici di lana, il venditore di pane, lo scalpellino che lavora la pietra come nell’antichità. Chi visita il presepe, avvolto da mistica atmosfera, viene accompagnato lungo il percorso di stretti vicoli illuminati da fiaccole dal suono delle zampogne e si sente avvolto da odorosi profumi naturali quali la fragranza del fieno, del vino in botte, del latte fresco appena munto e del pane fragrante di forno.
L’origine del nome del paese, sorto intorno al X secolo, è incerta e fonte di diverse interpretazioni: Guardialfiera, come “guardia degli Alfieri”, che la vuole come una sorte di custode della valle, oppure “guarda Alfano” deriverebbe dunque dal suo affacciarsi verso il monte Alfano, o forse il nome deriva semplicemente da “Adalferio”, Conte di Larino, che, nel 1049, al tempo della dominazione Longobarda, era Feudatario di Guardialfiera e del territorio circostante
Piatti tipici da gustare in special modo durante le feste paesane sono, oltre ai prodotti genuini della terra, ai formaggi e agli insaccati: la misischia, che si cucina con carne di pecora tagliata a pezzi, condita con aglio, origano, finocchio, prezzemolo e peperoncino, cotta in forno a legna ben caldo per circa due ore; la pasta con la mollica, fatta con bucatini lessati, conditi con mollica, grattugiata da pane raffermo, preventivamente insaporita con pepe ed olio d’oliva, ed appena passata a gratinare, magari con aggiunta di baccalà.

Le foto sono di Flaviano Testa

In giro per L'Italia: Guardalfiera
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In giro per il Molise con le fotografie di Flaviano Testa: Ferrazzano

14 Febbraio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per il Molise con le fotografie di Flaviano Testa: Ferrazzano

Inizierò a raccontare di Ferrazzano parlando del suo più illustre cittadino d’oltremare: Robert De Niro. Già perché è certificato che il luogo dal quale partirono i nonni paterni Giovanni Di Niro e Angiolina Mercurio alla fine del XIX secolo è proprio questo paese del Molise che ha assegnato all’attore la cittadinanza onoraria e lui ne è stato così grato da aver richiesto l’iscrizione nelle liste elettorali del Comune. Durante una puntata di “Domenica in”, qualche anno or sono, gli furono consegnate le chiavi del paese e, vedendo le fotografie dei luoghi, non poté nascondere una grande commozione. Il legame con le sue origini è così saldo che, scrivono i biografi, De Niro scambia la lingua italiana con il dialetto di Ferrazzano che sentiva parlare in casa sua dai nonni. In origine il cognome della famiglia era Di Niro, ma a causa di un errore di trascrizione dovuta probabilmente al fatto che in inglese la "e" si pronuncia "i", il cognome fu trasformato in De Niro.L’ associazione “C’era una volta Ferrazzano”, che ha sede in paese, ospita una rassegna di film dedicata all'attore che ogni anno viene invitato ma che non è mai riuscito a partecipare. Ha acconsentito però a registrare come protagonista un cortometraggio ispirato alle emigrazioni, girato a Ellis island, l’isolotto di New York che è stato per decenni il punto di approdo degli immigrati che, sbarcati negli Stati Uniti, vi venivano inviati in quarantena.

Negli ultimi anni si accostano nella rassegna cinematografica del “Ferrazzano Festival” anche i film del grande Totò, poiché anche lui vantava un’appartenenza ai luoghi. Il castello della famiglia Carafa, situato al centro del borgo, sarebbe stato in passato di proprietà dell’aristocratica famiglia De Curtis e l’attore rivendicava fra i suoi blasoni uno stemma situato appunto all’interno del castello.

Ora che abbiamo fatto un po’ di gossip, tanto di moda, passiamo a parlare di Ferrazzano, ridente paesino, di circa 3400 abitanti, che sorge in provincia di Campobasso. Borgo medievale costruito su una roccia, la pietra bianca è la caratteristica di tutti gli edifici, si è conservato architettonicamente quasi intatto per secoli con le case attaccate l'una all'altra, fra numerosi vicoli e tortuosi saliscendi.

Per la sua posizione dominante sulla vallata circostante è chiamato “la sentinella del Molise” o, più confidenzialmente, “lo spione”, poiché sembra guardare, scrutare, vigilare tutto il territorio, in realtà era punto di riferimento sicuro e preciso per il viandante.

Situato a pochi chilometri dal capoluogo, si affaccia su un’altura circondata da una fresca pineta da cui si gode un panorama che spazia dalla catena delle Mainarde a quella del Matese, fino alla Maiella, oltre che sulla città di Campobasso e, più o meno dalla stessa altitudine, (superiamo gli 800 metri sul livello del mare), guarda il castello Monforte, il monumento che domina il capoluogo molisano dal suo centro storico. Le due località sono collegate da una panoramica pista pedonale, un percorso “della salute” frequentato da tutti i cittadini.

Nella parte antica di Ferrazzano, dove diversi sono i portali con incisi stemmi, date e motti latini, si segnala la chiesa di Santa Maria Assunta, pare ricostruita nel XIII secolo su un preesistente edificio di culto risalente al 1005 e poi radicalmente trasformato nel XVIII secolo; alla seconda fase costruttiva si attribuiscono il notevole portale romanico, la lunetta sul battistero e lo splendido ambone all’interno, dove si può ammirare anche un pulpito del 1200 di scuola pugliese.

Altro edificio di pregio è il quattrocentesco castello summenzionato, appartenente alla famiglia Carafa, che presenta evidenti tracce di successivi interventi. Nell’Antiquarium sono conservati, fra gli altri, sculture e frammenti architettonici, antiche testimonianze della storia ferrazanese e del suo territorio.

Al termine della salita che porta al centro del paese vi è un magnifico belvedere da cui si gode uno splendido panorama e da cui si affacciava Luigi Antonio Trofa, poeta e narratore molisano, che già nel 1928 pubblicò RIME ALLEGRE, "Scorribanda scapigliata nella politica, nell'arte e nelle varie manifestazioni di vita locale".

Ferrazzano è un paese ricco di antiche tradizioni, non ultima quella dei suonatori di mandolino, della lavorazione del tombolo, un pizzo fatto a mano con il sapiente intreccio di appositi ferri, in paese vi è una scuola permanente che insegna a conservare questa antica tradizione. Inoltre è presente da qualche anno l’ Associazione folcloristica “lu Passarielle” che, con costumi d’epoca, canti e balli tipici, porta a conoscenza del pubblico molisano, e non solo, i balli e i canti di antica tradizione, come “il ballo dell’aia”, una specie di saltarello che riscuote grande successo di pubblico e di adesioni ai corsi.

Ferrazzano ospita uno dei più piccoli e bei teatri italiani, il teatro del Loto (libero opificio teatrale occidentale) il cui direttore artistico e fondatore è Stefano Sabelli, attore molisano che lasciò la sua terra a 18 anni per frequentare l’accademia di arte drammatica. Ritornando nel suo paese si è proposto come scopo, attraverso il teatro, la missione di far approdare nella incantevole cornice ferrazzanese culture di tutto il mondo e di offrire ai giovani una nuova possibilità di crescita con la scuola propedeutica di arte scenica.

La campagna circostante è ricca di zone rurali e gli abitanti amano conservare la loro identità culturale. L’economia di un paese costruito con testardaggine su una roccia, pietra su pietra, non poteva essere che l’agricoltura alla cui quotidiana fatica ha dedicato intere esistenze di generazione in generazione.

È attiva sul territorio l’associazione “Arca Sannita” che si adopera per recuperare il patrimonio arboreo autoctono del Molise e, un po’ come l’arca di Noè, ha salvato dall’estinzione semi di piante oramai quasi scomparse, di frutti, legumi e cereali: antiche piante di fico e ulivo, peri e meli. In Molise oggi, grazie a questa attività, ci sono 70 tipi diversi di pere e 90 di mele.

Ricca di sapori conseguentemente è la gastronomia di Ferrazzano, da ricordare la produzione di insaccati, più famosa la soppressata, di latticini, con caseifici che lavorano latte di produzione del luogo e la cui specialità è la pasta filata, quindi mozzarella e cacio cavallo. Piatti tipici sono pizza e minestra, alimento molto povero, fondamentale nell’antichità, a base di granturco, fagioli con le cotiche, pasta e ceci rigorosamente cucinati con pasta fatta in casa. Sugo con le tracchiole (costolette di maiale) per condire i famosi cavatelli molisani. La colazione dei contadini era la ciambotta a base di peperoni, pomodori e salsiccia, trippa cace e ova, cipolle arracanate, che sono cipolle gratinate con mollica di pane, rustico a base di formaggio “lu caciatiello”, e poi i dolci come le famose ferratelle, le pastarelle, i pepatelli e le zeppole, il tutto bagnato da un buon vino locale la tintilia di uva nera.

Franca Poli

In giro per il Molise con le fotografie di Flaviano Testa: Ferrazzano
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Il cimitero dei Lupi

3 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Il cimitero dei Lupi

Chiedendoci se all'ombra dei cipressi e dentro l'urne confortate di pianto sia forse il sonno della morte men duro oppure no, c'inoltriamo nel Cimitero dei Lupi, o Cimitero Comunale La Cigna, oggi ai margini dell'area portuale e industriale della città di Livorno, vicino al torrente la Cigna, appunto, in località Santo Stefano dei Lupi. La zona prende nome dalla gronda dei Lupi, una vasta area che in epoca medievale si estendeva da Pisa al villaggio labronico, cosiddetta dalla famiglia possidente. È stato proprio l'editto di San Cloud, del 1804, cui fa riferimento Foscolo nel Carme I Sepolcri, insieme ad una concomitante epidemia di febbre gialla, a decretare la nascita del nuovo cimitero.

È un pomeriggio di settembre, l'aria ferma e calda. Notiamo subito le baracchine dei fiori rinnovate, prima di superare l'ingresso. La Camera mortuaria è affollata, ahimè, sia di morti sia di vivi, ogni giorno c'è sempre qualcuno che se ne va e qualcuno costretto a piangere. La chiesetta di San Tobia (XIX sec) ci accoglie con i suoi muri spogli e un paio di quadri cupi ma gradevoli.

Progettato dall'architetto Riccardo Calocchieri, completato da Pampaloni e Diletti, ampliato infine da Unis, il camposanto fu benedetto nell'ottobre del 1822. Ulteriori trasformazioni si ebbero a partire dal 1910 fino ai giorni nostri. È costituito principalmente da tombe a sterro.

A parte la piccola folla raccolta davanti all'obitorio, il luogo è deserto. Riflettiamo su quanto il culto dei morti vada scemando nelle generazioni attuali e su come, venuti a mancare quei vecchi che facevano del cimitero una meta bisettimanale, in futuro quasi nessuno più attraverserà il viale monumentale che collega l'ingresso al porticato classicheggiante aggiunto da Unis. La navetta che dovrebbe trasportare anziani e disabili gira a vuoto fra i cipressi. Ci colpisce il silenzio, il senso di pace (eterna).

La prima parte del viale è la più antica e quella meglio tenuta, ricca di monumenti risalenti all'ottocento e al primo novecento. Spicca la tomba di Andrea Sgarallino (1935-1887) il quale ebbe a bandiera patria e lavoro. Patriota insieme al fratello Jacopo, iscritto alla Giovane Italia di Mazzini, si distinse nella difesa di Livorno dall'assedio austriaco nel 1949. Proprio da Santo Stefano ai Lupi, alle sei del mattino del 10 maggio, si udirono i primi cannoneggiamenti austriaci. L'11 maggio era già tutto finito. Solo alcuni decenni dopo, i resti dei livornesi fucilati furono trasferiti ai Lupi, dove Lorenzo Gori scolpì un monumento commemorativo.

Come i fratelli Sgarallino, incontriamo anche Oreste Franchini, che ebbe per maestro Mazzini e per duce Garibaldi e le cui ceneri ancora attendono l'avvento dell'ideale che fu tutta la sua vita.

C'imbattiamo in nomi noti, come Cesare Alemà, il cui monumento è sovrastato da berretto garibaldino, baionetta, spada, bandiera, tromba, foglie di alloro; Enrico Bartelloni; Francesco Chiusa; Giuseppe Ravenna e altri personaggi del risorgimento italiano ma anche della lotta antifascista, come Ilio Barontini e Vasco Jacoponi.

Ogni tomba monumentale ha la sua storia da raccontare, le sue lacrime e la sua memoria. Ci piace ricordarne una fra le tante, di sicuro meno conosciuta, quella costruita nel 1919 per Emma Zigoli.

Emma aveva diciotto anni e tutta la vita davanti, quella sera, mentre, agghindata a festa, allegra e spensierata, si recava a ballare nella sede del Partito Repubblicano, pregustando il divertimento, i chiacchiericci con le amiche, gli sguardi ammirati dei corteggiatori. Ma ci fu una sparatoria davanti al Partito e un proiettile la colpì, uccidendola. Il partito fece costruire il monumento in onore della vittima incolpevole, fulminata la sera del 10 settembre 1919 per umana follia delittuosa e da allora custodisce le salme di tutti gli Zigoli, del fratello Toselli - che cadde eroe sul Montello respingendo l'eroico invasore, e che di certo portava il suo destino scritto nel nome, chiamandosi come l'eroico maggiore morto per difendere la postazione italiana sull'altipiano dell'Amba Alagi - di Giuseppe, di Barbara - diventata cieca, si narra, dal gran piangere la morte dei figli - di Natale che era poi mio nonno, di Esmeraldo - che tutti chiamavano solo Smeraldo e, chissà perché, la E del nome sulla lapide continua sempre a cadere.

Ci colpisce il Cristo effigiato da Giacomo Zilocchi per la famiglia Soriani, e il monumento alla imperitura e gloriosa memoria dei livornesi morti a Mentana, ma anche la tomba che aspetta la salma del giovanetto ventenne Alfredo Z. che colpito da contagioso malore giace in terra straniera ove vige una legge che vieta per dieci anni l'esumazione. Morto a Marsiglia nel 1882. Ci chiediamo se il giovanetto è poi mai tornato a casa.

Inoltrandoci lungo il viale, i monumenti si fanno più maestosi e insieme più moderni, riconosciamo i nomi di tante famiglie note a Livorno in campo commerciale e portuale, dai Fremura, ai Debatte, ai Tanzini ai La Comba. Alcune tombe presentano simboli laici e religiosi diversi, dalle menorah, i candelabri ebraici a sette braccia, a disegni massonici.

Il cimitero ospita anche i sacrari che raccolgono le spoglie dei partigiani, dei caduti della guerra 1915-1918, delle vittime civili e militari del secondo conflitto mondiale e dei militari italiani e inglesi morti nell'incidente aereo del 1971, quando, il 9 novembre, un aereo inglese della R.A.F cadde in mare al largo della Meloria col suo carico di giovani parà italiani.

Tanti nomi scorrono sotto i nostri occhi, soldati che hanno perso la vita combattendo, civili morti sotto i bombardamenti, come la ventitreenne Lora, ma anche lapidi in ricordo di morti ignoti a noi ma noti a Dio.

Il "Quadrato dei Francesi" costituisce l'area delle tombe dei soldati caduti durante la Grande Guerra, alcuni dei quali di origine musulmana. Le salme sono allineate, i cattolici hanno una croce mentre i musulmani un arco. Ma si vede che questi morti erano destinati a non riposare in pace, che l'orrore della guerra doveva inseguirli anche nell'al di là, se nel settembre del 1943 "una bomba di grosso calibro ha distrutto 34 su 54 delle tombe", e i resti sono raccolti ora sotto un'unica lapide.

L'immagine di pace e gradevolezza, di camposanto ben conservato, scema man mano che ci avviciniamo al loggiato. Giungiamo all'intercolonio, sotto il porticato di Unis, che ospita notevoli opere marmoree apuane. Qui regnano abbandono e degrado, i piccioni hanno imbrattato con i loro escrementi il pavimento e le tombe; tutto è decadenza, disfacimento, vediamo segnali di lavori in corso che sembrano non progredire mai. Fuggiamo assaltati da sciami di zanzare provenienti dal vicino torrente. Preferiamo il mese di novembre, quando i cieli sono solcati da nugoli di stormi che disegnano ghirigori fra i cipressi.

A est sorge il nuovo complesso di loculi, molto ben tenuti, al contrario delle logge; verso sud troviamo Tempio Cinerario, un'imponente struttura monumentale realizzata nei primi anni del novecento per conto della Società di Cremazione. Chi ha visto cremare un proprio caro, sa cosa si prova quando la bara entra nel forno, scorrendo sul carrello, e quando poi, a operazione ultimata, l'addetto ti porge un pennello col quale raccoglierti da solo la cenere del tuo estinto, almeno così accadeva negli anni ottanta, quando hanno cremato mio padre.

Cartelli affissi sui colombari ci informano che gli ossari hanno durata di trenta anni mentre i loculi di cinquanta, dopodiché si procederà all'estumulazione d'ufficio e alla dispersione di resti e ceneri in ossari comuni, ma il pensiero sul momento non c'inquieta.

Altre aree del cimitero sono dedicate alle diverse comunità religiose e nazionali presenti a Livorno, come il "Quadrato degli Evangelisti".

Il "Quadrato dei Valdesi" e il "Quadrato dei Turchi" sono due cimiteri preesistenti inglobati nel sepolcreto attuale, che copre 110.000 mq e ospita circa 190.000 salme. Nel riquadro turco ci colpiscono le scritte in arabo e la tomba di Memet Neyal, turco nativo di Alessandra d'Egitto modello di pubbliche e private virtù cittadine disinteressato usò le sostanze a protezione degli amici. Ci rincresce scoprire che morì nel 1846.

Un arco del 1893 accoglie i nomi di tutti i livornesi che prestarono servizio nelle schiere di Garibaldi, alcuni dei quali sono sepolti sotto lapidi ornate dal berretto garibaldino. Se questi morti ci suscitano rispetto e interesse storico, fanno invece accapponare la pelle quelle di ragazzi mancati nel fiore degli anni, ricoperte di peluche, di vecchi giocattoli rovinati dalle intemperie, di biglietti ingialliti di fidanzatine, di gagliardetti amaranto.

Con questo triste pensiero ci avviamo all'uscita, ma prima ci soffermiamo di fronte alla lapide dedicata a Bruna Barbieri, detta la Ciucia, popolana forte, generosa, sempre pronta a donare, a prendere per subito dare, piena di passione, di slancio, antifascista benvoluta persino dai suoi nemici che ne riconoscevano la forza, l'innocenza selvaggia. La lapide è stata fortemente voluta dalla pronipote Tiziana e così recita

"In ricordo di Bruna Barbieri detta La Ciucia. Nata e vissuta nel rione della Venezia, anima pura, cuore generoso, esempio di rara generosità, dispersa tra le atrocità dell'ultima guerra".

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Il nuovo cimitero ebraico

2 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Il nuovo cimitero ebraico

Il cimitero ebraico di Via Mei a Livorno, dietro quello comunale della Cigna, è più recente rispetto all'altro in via Ippolito Nievo (che conserva solo salme dell'ottocento e giace in stato di decadenza) poiché è stato aperto nel 1900. È di grande valore storico, vi sono state ricoverate le lapidi e i cenotafi (non i resti) dei primissimi cimiteri della comunità ebraica, addirittura risalenti al seicento, ormai demoliti.

Con le leggi Livornine del 1593 la comunità ebraica divenne sempre più numerosa in città e richiese terreni di sepoltura più ampi. La legge giudaica vuole che il corpo sia interrato, non chiuso in colombari o loculi dove si ha una decomposizione innaturale, e mai spostato dal luogo d'inumazione originaria. Ciò comporta l'ampliarsi a dismisura dei camposanti. Il primo cimitero si trovava nei pressi della spiaggia della Bassata, il secondo vicino alla Fortezza Vecchia, il terzo in via Ippolito Nievo e l'ultimo, quello di cui vi parliamo, in Via Mei.

Costruito su disegno dell'architetto Alberto Adriano Padova, ha all'ingresso, accanto al cancello in ferro battuto, una fonte in marmo e pietra serena con un'immagine che ricorda un pozzo. Essa porta la data 1901, anno successivo all'apertura del sepolcreto. L'acqua serviva per lavarsi all'uscita poiché attraversare un cimitero era considerato impuro.

In un angolo scopriamo blocchi di marmo accatastati alla rinfusa. Sono stati rinvenuti durante la demolizione di alcune case popolari in una zona periferica della città. Pare siano appartenuti a un camposanto smantellato dopo le leggi razziali.

Il cimitero si presenta ampio, ben curato, gradevole, ricco di vegetazione dal valore simbolico come ulivo e bosso. Le tombe non hanno fotografia poiché il culto delle immagini è considerato idolatria e non si usano fiori come offerte bensì sassi. Alcune lapidi hanno degli incavi appositi dove inserire le pietre. Le tombe sono di diversa natura, dalle più semplici, alle cappelle di famiglia con motivi neogotici, colonne a tortiglione o marmo bicolore.

Come abbiamo detto, qui sono conservate le lapidi più antiche, a forma di prisma triangolare, simili a quelle contemporanee dell'antico cimitero degli inglesi. Le decorazioni più arcaiche sono di natura pagana e laica: falene, faci, uccelli, serpenti che si mordono la coda, simboli massonici. I sacerdoti hanno scolpite sulle proprie lapidi mani benedicenti con le dita aperte. Durante la vita, i sacerdoti ebraici non possono entrare nel cimitero, considerato, come abbiamo detto, luogo impuro.

Le tombe più moderne mostrano una progressiva riscoperta della religione e dell'ortodossia, con un abbondare di stelle di Davide e di menorah, i candelabri a sette braccia che in origine proteggevano, nel tempio di Salomone, il sancta sanctorum dove era conservata l'Arca dell'Alleanza.

Gli ebrei livornesi sono principalmente di origine sefardita, anticamente parlavano un dialetto ebraico portoghese, il bagitto, che ha influenzato nettamente il vernacolo nostrano con parole in uso ancora oggi come sciagattare e bobo.

I nomi sulle lapidi ricordano molte delle più illustri famiglie del commercio livornese, dai Corcos, agli Attias, ai Chayes, famosi per la lavorazione del corallo. Troviamo alcuni eroi delle guerre d'indipendenza, un librettista della Cavalleria Rusticana, la poetessa Angelica Palli, ed è sepolta qui la famiglia dell'ebreo livornese più famoso al mondo, Amedeo Modigliani, ricordato solo con una lapide poiché le sue spoglie si trovano nel cimitero di Pere Lachaise a Parigi.

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In giro per l'Italia: San Giuliano del Sannio

31 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: San Giuliano del Sannio

Questo piccolo paese del Molise, con poco più 1.000 abitanti, si trova in provincia di Campobasso.

Il borgo antico sorge su una collina rocciosa e domina l'ampia valle del Tammaro, proprio dal belvedere del paese si può ammirare un suggestivo paesaggio che spazia sino ai Monti del Matese.

Sul monte svetta il campanile della chiesa di San Rocco, dove è possibile ammirare la statua di San Filippo Benizi, esponente dell'ordine dei Servi di Maria, datata nel 1774 ed eseguita da Silverio Giovannitti.

La chiesa parrocchiale invece è dedicata a San Nicola di Bari, protettore del paese, è un edificio a croce latina, di origine medievale, costruito dopo il terremoto del 1805, e vi si può ammirare la statua del santo eseguita dallo scultore napoletano Giacomo Colombo.

Circolano varie leggende sull'origine del nome del paese ma tutte facenti in qualche modo riferimento a San Giuliano che uccise per errore i propri genitori durante una caccia a un cervo. Per scontare il terribile e involontario delitto, Giuliano, seguito dalla fedele moglie, lasciò il castello e fondò, lungo la riva di un fiume, un ospedale per pellegrini, fino a che, nella veste di pellegrino, giunse un angelo che gli disse: “Oh Giuliano, il Signore mi mandò a te e mandami a dire che egli ha accettato la tua penitenza e ambedue fra poco tempo dormirete in pace”. Il santo è San Giuliano lo Spedaliere. (Tratto da: La parate dei fucilieri ed il culto di San Nicola a San Giuliano del Sannio di Carmela di Soccio, Edizioni Enne)

A San Giuliano, il 9 maggio, ricorre la festa patronale dedicata a San Nicola, ma è conosciuta in tutto il Molise come la festa dei Fucilieri. In quel giorno il paese richiama molti visitatori, attirati soprattutto dalla singolarità della parata di origine militare. I fucilieri, da oltre un secolo, formano il picchetto d'onore della statua di San Nicola durante la festa e, dopo la rituale Messa, quando il Santo viene accompagnato in processione per le vie del paese, lo scortano sparando a ritmo di musica con la banda.

Un paese ricco di natura, di splendidi colori in ogni stagione, di antiche tradizioni dove si possono gustare piatti tipici e fruire della proverbiale ospitalità dei paesani.

In giro per l'Italia: San Giuliano del Sannio
In giro per l'Italia: San Giuliano del Sannio
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L'antico cimitero degli inglesi

28 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

la tomba di tobias Smollett
la tomba di tobias Smollett

Con le leggi Livornine, promulgate dal Granduca Ferdinando I°, a partire dal 1590, per favorire l’economia e il ripopolamento di una zona malsana e malarica, si permise alle comunità ebraiche prima, e a tutte le altre poi, di stabilirsi a Livorno. Lo scopo principale era attirare le ricche comunità sefardite.

La Santa Inquisizione di Pisa, tuttavia, non era lontana, e chi professava un’altra fede, anche se protetto da leggi speciali, doveva farlo con cautela e senza ostentazione. Erano proibiti i luoghi di culto non cattolici e anche i cimiteri. Prima della costruzione del cimitero inglese, chi moriva straniero nella nostra terra finiva seppellito fuori le mura, insieme agli animali.

Gli studi compiuti dall’Associazione Livorno delle Nazioni hanno portato a nuove scoperte e a ribaltare molte teorie sul cimitero inglese di via Verdi. La data scritta sul cartello è sbagliata di almeno cento anni. Si è scoperto a Londra il testamento di un mercante inglese redatto nel 1643. Egli lascia 150 sterline per l’acquisto di un terreno di sepoltura per la nazione inglese a Livorno. Risale a tre anni dopo, 1646, la prima e più antica sepoltura, nell’angolo in alto a sinistra del cimitero, appartenente, guarda caso, a Daniel Oxenbridge, un amico di chi ha redatto il testamento.

Quello di Via Verdi è il più antico cimitero inglese d’Italia, il più antico cimitero di Livorno e, addirittura, il più antico cimitero inglese del mediterraneo. Ha accolto 450 tombe dal 1646 al 1840 su mezzo ettaro di terreno. La sua importanza storica è notevolissima. Nel 1735, in una mappa, è già definito cimitero vecchio. L’autorizzazione ufficiale alle sepolture arrivò soltanto nel 1737, da allora, tutti coloro di religione non cattolica che si trovavano a morire nelle vicinanze venivano sotterrati qui, anche se non abitavano a Livorno. Era l’unico luogo in Italia in cui potevano essere interrati i protestanti di tutta l’Europa, ugonotti, valdesi, svedesi, svizzeri etc.

L’ingresso principale è a U, prima della guerra c’erano un muretto basso e una cancellata ora distrutti. Nel periodo della sua costruzione il cimitero era vicino a postazioni militari e per questo motivo non poteva avere muri né monumenti troppo alti.

Farsi una tomba nel cimitero inglese era costoso, almeno quanto il rimpatrio della salma, e solo i più abbienti potevano permetterselo. Principalmente si tratta di ricchi mercanti con le loro famiglie. Si è notato un raggruppamento di sepolture per corporazioni.

La tomba più famosa e più visitata è quella dello scrittore scozzese Tobias Smollett, (1721- 1771) autore, fra l’altro, del famoso The Expedition of Humphry Clinker. Smollett abitava a Montenero, morì nel 71, anche se sulla lapide è scritto erroneamente 73. La sua tomba non si differenzia da molte altre simili, ricorda un obelisco, secondo la moda dell’egittologia che imperversò dopo le spedizioni napoleoniche in Africa. Adesso è estremamente spoglia, sono state trafugate le parti in metallo, la sfera di marmo sulla sommità e le altre quattro sfere laterali. I turisti, anche quelli del settecento, spogliavano la tomba per portarsi a casa un pezzo di marmo come ricordo.

È sepolto qui anche l’esploratore William Broughton, la sua tomba è stata ritrovata sopra un’altra. Durante la seconda guerra mondiale, infatti, il cimitero fu devastato dai bombardamenti. Due fotografie rinvenute a Londra lo dimostrano. Alla fine della guerra, le tombe bombardate furono malamente e frettolosamente ricomposte con pezzi dell’una aggregati all’altra ed è difficile ormai stabilire cosa appartiene a chi. Delle 130 tombe scomparse l’Associazione è riuscita fino a oggi a rintracciarne 30.

Sono sepolti in questo cimitero molti appartenenti alla famiglia Lefroy, a partire dal nonno Antonio. I Lefroy sono noti perché ne parla Jane Austen che ha avuto uno sfortunato amore con uno dei discendenti.

Troviamo anche:

il barone Von Stosch, personaggio controverso, spia del governo inglese, amico dell’archeologo Winckelmann, che dette origine alla prima setta massonica del settecento;

Francis Horner, parlamentare inglese amico di Ugo Foscolo;

il padre di Vieusseux e un altro suo parente, Pietro Senn, fondatore della Camera di Commercio e della ferrovia Leopolda;

John Wood, capitano del Peregrine, vascello protagonista della battaglia di Livorno del 1653, fra inglesi e olandesi;

il tredicenne William Thompson, marinaio per il quale qualcuno ha voluto un destino diverso dalla sepoltura in mare;

Louisa Pitt, amante di William Thompson Backford (1760 – 1844) autore del romanzo gotico Vathec;

Mrs Mason, ovvero Margaret King, scrittrice e medico, pupilla di Mary Wollstonecraft, amica della di lei figlia Mary Shelley e del marito di quest’ultima Percy Bysshe Shelley, la quale aprì a Pisa un salotto frequentato dalle migliori menti dell’epoca.

Un discorso a parte riguarda la tomba di William Magee Seton, marito di Elisabeth Seton, santa americana. Il parroco della parrocchia omonima è intervenuto nel 2004 con un escavatore in un terreno che non permette l’ingresso di tali mezzi - al punto che i volontari dell’associazione sono costretti a tagliare i rami pericolanti a mano. L’intervento di esumazione delle spoglie del marito di Elisabeth ha danneggiato gravemente la tomba. Da notare che William Seton era protestante e non cattolico.

Il cimitero non era pianificato perché le persone potessero passarvi del tempo, come nei grandi cimiteri di Pere Lachaise a Parigi o Highgate a Londra.

Vi si notano tombe a prisma triangolare, di forma molto simile a quelle riscontrabili nei cimiteri ebraici in Olanda e nelle comunità sefardite, a conferma di un rapporto privilegiato fra la religione ebraica e quella protestante, entrambe basate sull’esegesi diretta dell’Antico Testamento. Le tombe dei cimiteri inglesi della Tunisia e della Grecia sono invece diverse. Oltre alla forma a prisma triangolare, si trovano anche lastre e monumenti misti a colonna, a obelisco e altri.

I simboli iscritti sulle tombe diventano più complessi e più belli col procedere degli anni, man mano che dal seicento barocco si procede verso lo stile neoclassico della fine del settecento. Si hanno riferimenti alla dance macabre, secondo una moda venuta in auge dopo la peste del trecento, alla fenice, al melograno - collegato al mito di Persefone - all’ouroborus, il serpente che si mangia la coda, alle torce, alle mani intrecciate.

L’Associazione ha operato il censimento e il mappaggio delle tombe, sia quelle in loco, sia quelle riscontrabili solo sui documenti, elaborando un database integrato con gli studi di tutta Europa e imperniato sulla pianta dell’architetto Soggi. I volontari si dedicano alla pulizia, al taglio dell’erba e alla raccolta dei rifiuti. Hanno cercato anche di proteggere il camposanto durante i lavori invasivi per la costruzione del parcheggio nell’area dell’ex cinema Odeon.

Una collaborazione con la facoltà di Agraria dell’Università di Pisa, rappresentata dal professor Giacomo Lorenzini, ha prodotto nuove conoscenze sulla vegetazione presente, sfatando la leggenda della presenza del famoso olmo della Virginia che è, in realtà, un bagolaro.

L'antico cimitero degli inglesi
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