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luoghi da conoscere

Marcial Gala, "Verde limone"

7 Aprile 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

 

Marcial Gala
Verde Limone

Nuova Editrice Berti, 2018

- Pag. 170 – Euro 17
www.nuovaeditriceberti.it

 

La Nuova Casa Editrice Berti, dopo Gli amanti del secondo piano, torna a occuparsi di Cuba con un testo interessante di uno scrittore come Marcial Gala, membro UNEAC e vincitore di premi in patria, noto per la Trilogia di Cienfuegos. Inedito in Italia, sino a oggi, esce sul territorio nazionale, tradotto (tutto sommato bene) da Pier Luigi “Pedro” Mori, con il suo testo più semplice: Verde Limone (Sentada en su Verde Limón, 2004). Niente di sconvolgente, badate bene, la letteratura cubana contemporanea pare voler affogare in un’orgia di sesso, droga e rum tutti i problemi derivanti dalla caduta delle ideologie, dalla fine del comunismo e dal periodo speciale. Marcial Gala si pone sulla falsariga di Pedro Juan Gutiérrez, solo che ambienta le sue storie a Cienfuegos, in una città di provincia, la Perla del Sur, come la chiamano i cubani. Protagonisti di Verde Limone sono Harris Sanzo, saxofonista geniale e ubriacone, la giovanissima Kirena e il pittore Ricardo. Tema di fondo una storia d’amore e morte, come spesso capita, un rapporto per noi quasi impossibile ma che a Cuba può accadere, tra un musicista di 55 anni e una diciottenne, che si consuma per le strade di una terra povera e disperata. Marcial Gala vive tra L’Avana e Buenos Aires, ma siccome a Cuba di tanto in tanto vuol tornare, si guarda bene dal dare giudizi politici, anche perché non è compito di un letterato; in ogni caso non compone un quadro tranquillizzante, in sintonia con quel che vorrebbe il regime, ma sottolinea cose che non sarebbe opportuno dire a voce alta, come l’abuso di droga e alcol per dimenticare i problemi quotidiani. La vita di Harris procede sempre uguale tra musica e sesso, avventure con turiste e fughe, tradimenti e droga, senza badare al solo amore della sua vita che poco a poco lascia morire, trascinando nella sua vita decadente tutte le ingenue speranze di una ragazzina. Verde Limone è un romanzo che non lascia speranze al lettore, non vuol essere una storia consolatoria, pervasa com’è da fantasmi e ricordi, da sogni e illusioni che cadono in fretta. Scritto con stile piano e diretto, senza tanti fronzoli letterari, di tanto in tanto affiora l’animo poetico di Marcial Gala che si abbandona a dialoghi evocativi con i fantasmi della sua mente. L’autore alterna la prima persona alla terza, coinvolge e affascina, cattura il lettore in vicende sensuali e in panorami degradati, lo obbliga a leggere in rapida successione le pagine che lo separano dalla parola fine. Attendiamo l’autore al varco delle prossime opere, nella speranza che questa nostra Italia di non lettori trovi il tempo per accorgersi che è uscito un nuovo narratore cubano. Da traduttore fallito - un tempo pieno di speranze - di Guillermo Cabrera Infante (La ninfa incostante per Sur - Minimum Fax) resto scettico, ma non è mai detta l’ultima parola …

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Radioblog: "Riglione" di Massimiliano Bacchiet

29 Marzo 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #interviste, #vignette e illustrazioni, #eva pratesi, #luoghi da conoscere, #audioletture, #storia

 

 

Quando Massimiliano Bacchiet al Pisa Book Festival 2017 mi ha parlato del suo libro, mi ha detto che ha voluto dedicare la sua prima pubblicazione “alla su Riglione” prima frazione e oggi quartiere di Pisa, raccontandocene curiosità, aneddoti, vicissitudini politiche e sociali.

In questa lettura ascolterete un singolare episodio che racconta del primo sciopero del quale si sono rese protagoniste due donne dai nomi tutt’altro che rivoluzionari Santina e Assunta.

Buon ascolto!

 

Riglione. Questa centrale e laboriosa borgata. Vita sociale e politica 1861-1948 di Massimiliano Bacchiet - BFS Edizioni.

 

Per contattarci: radioblog2017@gmail.com

Illustrazioni a cura di Eva Pratesi: www.geographicnovel.com

Musica: Sinfonia n.1 in Re maggiore “Titan” di Gustav Mahler da www.liberliber.it 

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La spada nella roccia

9 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #miti e leggende, #storia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

La vera spada nella roccia non è in Bretagna ma in Toscana, presso la Rotonda di Montesiepi, vicina a una fantastica basilica cistercense di cui rimangono le rovine a cielo aperto. Spettacolo suggestivo sia la chiesa, col suo tetto di stelle e il suo pavimento di prato, sia la spada conficcata nella roccia, a mo’ di croce da adorare, presso Chiusdino.

Galgano Guidotti da Chiusdino (1148-1181), dopo una vita scapestrata, si fece prima cavaliere, a seguito di una visione di San Michele, e poi eremita. Fu lui a conficcare la spada nel terreno in segno di rinuncia. Del suo mito si appropriarono i cistercensi che eressero la basilica adiacente al luogo in cui riposa la spada. La figura di Galgano è collegata a quella di un altro eremita, Guglielmo, padre, fra l’altro, di Eleonora d’Aquitania, che pare fosse un trovatore esperto di materia arturiana. Accanto alla spada è stata rinvenuta agli inizi del secolo una scatola contenente ossa, con sopra scritto “ossa di San Galgano”.

Galgano viveva nei boschi, usava il mantello come saio, si nutriva di erbe selvatiche. La sua figura ha molti punti di contatto sia con San Francesco sia con re Artù. Il nome Galgano ricorda sir Gawain e la sua mitica e mistica cerca del Graal.

La spada, almeno fino al 1924, era semplicemente conficcata nella roccia. Poteva dunque essere facilmente estratta. Don Ciompi, il parroco dell’epoca, decise tuttavia di bloccarne la lama versando nel piombo fuso nella fessura. Negli anni settanta e novanta alcuni balordi danneggiarono la preziosa arma credendosi novelli re Artù, per cui adesso è protetta da una teca di plexiglass.

Gli atti del processo di beatificazione di Galgano risalgono al 1185, cinque anni prima che Chrétien de Troyes scrivesse il suo Perceval, dando origine ai miti della cosiddetta "materia di Bretagna". In ogni caso,  la spada di San Galgano non è l’unica arma medioevale conficcata nella roccia in Europa. Ne esiste una molto simile anche a Rocamadour, nel Perigord, altro posto da fiaba, meraviglioso paesino arroccato, dove si sale tramite ascensore nella roccia.

Le analisi chimiche dicono che la spada di Montesiepi è tutta di ferro purissimo e risale effettivamente al dodicesimo secolo. Il resto rimane sospeso fra storia e leggenda.

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BUON 2018 DALLA STILISTA PRATESE CINZIA DIDDI

3 Gennaio 2018 , Scritto da Cinzia Diddi Con tag #moda, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

 

 

Da sempre mi occupo di stile, di moda, di estetica.

E il mio lavoro rispecchia esattamente la mia personalità, è coerente con la mia anima.

Io amo il bello in ogni sua manifestazione, amo perseguire l'affermazione del bello come valore unico e assoluto, in una 'esasperata' ricerca di perfezionismo degli aspetti formali.

Da anni vesto le persone con lo scopo di valorizzarle, mi piace farle distaccare dal mondo reale, da una realtà a volte un po’ pesante e catapultarle in un mondo incantato dove sono le uniche e indiscusse protagoniste, al centro della scena.

Ecco, per me, vestire le persone vuol dire far guadagnare loro la scena, farle salire su un palco virtuale per celebrarle.

Le persone vanno CELEBRATE e vestirle è il mio personale e singolare modo di farlo.

La parola chiave è proprio CELEBRARE .

Questi sono i principi che i miei genitori mi hanno insegnato, che si possono riassumere in un breve slogan: VIVERE SENZA MAI SMINUIRE IL PROSSIMO

Questo è quello che faccio quando lavoro, il  mio modo per creare valore è appunto nobilitare lo scopo.

Al Grande Fratello ho vestito Carmen Russo, Carmen di Pietro  e Serena Grandi. Ho accettato questa sfida anche per la mia Città, l'ho considerato come un impegno esorcizzante, un  modo scaramantico  per farla balzare agli onori della cronaca.

Ho voluto Celebrare Prato la patria del tessile, ormai da troppo tempo nell'ombra per questa interminabile crisi.

Questa meravigliosa Città, dove sono nata, fonda le sue radici sull'arte e la natura ma deve il suo sviluppo economico al settore tessile, sulla cui storia si fonda gran parte dell'economia della provincia. Ho portato Prato al Grande fratello vip, non potevo permettere che  continuasse a rimanere in un angolo.

Abbiamo i tessuti più belli del mondo.

Il grande fratello è stato una grande avventura, tante le emozioni che si sono intrecciat, ma è stata un'esperienza da cui esco arricchita professionalmente e con un grande bagaglio emotivo.

Voglio ringraziare tutte le persone che hanno lavorato con me, la cui collaborazione ha permesso la realizzazione di tutto questo.

 

                                                                                              Buon 2018 mia splendida Prato

 

                                                                                                                                                                    CINZIA DIDDI

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“Oltre i confini”, le opere di Carla Castaldo in mostra a ​Palazzo Serra di Cassano

28 Dicembre 2017 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #arte, #pittura, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

 

 

Proseguono con successo gli eventi organizzati da Stella Orazio, ideatrice e curatrice di Maplis Events, nello spazio dell’associazione Mapils, a Palazzo Serra di Cassano, in via Monte di Dio 14, Napoli. Lunedì 18 dicembre, alle 18, è stato presentato l’evento artistico “Oltre i confini”, con le creazioni di Carla Castaldo.
Le opere di Carla Castaldo sono il risultato di un’estatica contemplazione. Oltre ogni possibile confine, fuori dal corpo, fuori dalla realtà visiva. Da qui il titolo di questo evento artistico, non una mostra dove al fruitore viene presentata un'opera, ma un evento simulativo che trasporta chi ne usufruisce nella visione stessa.

L'artista produce messaggi di luce, pura energia che esce fuori dai 7 chakra, per dare vita a immagini surreali, popolate da minuziosi particolari, dove la natura si fonde con i tanti simboli rappresentati, in una girandola di colori caldi e avvolgenti. Messaggi misteriosi, che racchiudono codici per attraversare veri e propri varchi verso l'ignoto. Il lavoro artistico di Carla Castaldo, simile a un portale per compiere un viaggio, conduce chi lo guarda in mondi senza tempo.

 

“Oltre i confini”, le opere di Carla Castaldo in mostra a ​Palazzo Serra di Cassano
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Radioblog: "Calcio e acciaio" di Gordiano Lupi

11 Dicembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #audioletture, #gordiano lupi, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

Le bocche di leone farcite di burro, panna e alchermes, il pane cotto a legna, i semi di zucca del cinema Sempione e un bambino ormai cresciuto immerso tra i ricordi della sua infanzia che oggi non hanno più lo stesso sapore. Lo scenario è Piombino che, a dispetto del titolo, non si può dimenticare.

Iniziate anche voi con questo piccolo estratto ad assaggiare la storia di Calcio e acciaio. Dimenticare Piombino di Gordiano Lupi - ACAR edizioni.

 

Per contattarci : radioblog2017@gmail.com - www.geographicnovel.com

Musica: www.bensound.com

 

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Radioblog: "Fuori dalle piste battute dal Tibet al Sahara" di Gianfranco Bracci

9 Dicembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #audioletture, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

 

Chi sono gli uomini ombra? Esseri umani o soprannaturali? E come si fa ad incontrarli? Questa è solo una delle tante storie che ci racconta Gianfranco Bracci nel suo ultimo libro “Fuori dalle piste battute dal Tibet al Sahara” - Fusta Edizioni.

Radioblog vi regala la lettura di questa emozionante avventura in Madagascar!

 

Per contattarci : radioblog2017@gmail.com - www.geographicnovel.com

Musica: www.bensound.com

 

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Ottaviano è...

30 Novembre 2017 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #moda, #luoghi da conoscere


 

 

 

 

 

Mimmo Tuccillo e le sue modelle tra i giardini e le antiche sale della storica “China China Pisanti” lo storico distillato della città di Ottaviano. Continua a sorprenderci lo stilita vesuviano che per ogni sua collezione riesce a trovare sfondi suggestivi, per quella del 2018 ha voluto come sempre suggellare l’amore per la sua città d’origine, Ottaviano. Dunque per la nuova campagna pubblicitaria della linea di abiti da sposa e alta moda ha voluto creare il magico e suggestivo contrasto di bellezza e storia portando le sue splendide modelle con indosso gli abiti di punta della nuova collezione in una delle più antiche e importanti residenze locali. I fiori, i cortili, i vecchi cancelli e le vecchie mura della sua città ecco cosa vuole esprimere in questo sue servizio fotografico. Il nero dei merletti che si sposa con ciuffi di ortensie dalle mille sfumature. Il bianco dei pizzi e dei veli vaporosi impreziositi dalle sete e cristalli dei ricami ad illuminare le vecchie cantine.
Per lo stilista questo servizio fotografico non è solo moda, non è solo eleganza, ma vuole essere un inno alla bellezza e alla donna , come “creatura” da amare , da ammirare e non da uccidere .

PHOTOGRAPHER : MARCO ANNUNZIATA 
MAKE UP :Gianni Avino Narciso
HAIR STYLIST : Gianni del Giudice
JEWELS: Anna Amabile
CASA DEI FIORI Maria Annunziata
MODEL: Jessica Ilaria Auricchio
LOCATION : CHINA CHINA PISANTI
Gemma Anna Tisci

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Il Portogallo di Salazar

1 Novembre 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

 

Salazar non è stato un Capo di Stato carismatico, non possedeva la dialettica fluente di Mussolini, né la carica combattiva di Hitler. Era un uomo mite più adatto forse alla carriera di prete, che pur aveva intrapreso in gioventù, che non a quella di leader politico, ma proprio questa sua mitezza ha fatto di lui un dittatore che fondò il potere esclusivamente sull’amore per il suo Paese e per il suo popolo. Mise in atto riforme per sostituire “la famiglia”, al “cittadino” che, secondo il suo pensiero, è la base portante di una nazione forte e unita e fondò l’intera concezione sociale e statale sul nucleo familiare.

Mi reco spesso in Portogallo e, incuriosita dal personaggio, a me pressoché sconosciuto, ho acquistato alcune biografie fra cui Salazar e o estado novo di Ruy Miguel e Salazar e la rivoluzione in Portogallo di Mircea Eliade, dalle quali ho tratto questo pezzo, che vuole essere una breve ricerca, per trovare spiegazioni e, come piace a me, cercare di capire l’uomo oltre che il politico.

Oggi in Portogallo Salazar è quasi dimenticato, poco conosciuto dalle giovani generazioni, inviso ai più a causa della propaganda di sinistra che ne ha offuscato la memoria anche nei cervelli più svegli, fino a rinnegare ciò che di buono ha fatto per il Paese. “Nunca mais” è la risposta più frequente che ti senti dare se chiedi di lui. Ciononostante il 25 marzo 2007 sugli schermi di Rtp, l’emittente televisiva più importante del Portogallo, è stato reso noto il vincitore del sondaggio televisivo sul più grande personaggio della storia lusitana e il risultato ha lasciato sconcertati molti spettatori: era Salazar, il dittatore che aveva detenuto il potere per 35 anni; ma bisogna parlare coi vecchi, con gli umili, per sentirsi dire che, se è vero che mancavano alcune libertà, è pur vero che c’era più uguaglianza tra i ceti sociali. Il tassista che mi conduceva in aeroporto ha detto “oggi la libertà di stampa ci fa credere che siamo uomini liberi, ma in realtà siamo schiavi di un sistema corrotto che a volte fa rimpiangere gente risoluta ed onesta“ un po' il nostro “si stava meglio quando si stava peggio”. Salazar dunque resta un politico che, per integrità morale e competenza economico-finanziaria, sicuramente la gente comune rispetta.

È difficile parlare di Salazar senza ricordare la sua creatura “o Estado Novo”, è impossibile separare l’opera dall’uomo, lo Stato Nuovo è opera di Salazar ed è la diretta conseguenza del 28 maggio 1926, quando la Rivoluzione gli aprì il cammino e si può dire che fu sicuramente il coronamento del pensiero e dell’azione di Salazar, in un primo momento come Ministro delle Finanze, poi come Capo del Governo.

Prima di essere chiamato a governare il Paese, Salazar aveva già ottenuto una grande notorietà con i suoi discorsi e i suoi scritti, dove indicava la strada per uscire dalla crisi, che le divisioni politiche della prima repubblica avevano accentuato. Una prima repubblica che era stata completamente incapace di promuovere lo sviluppo economico del Paese, di modernizzare la società, di risolvere i problemi della popolazione rurale e che aveva attuato politiche coloniali contraddittorie.

Ma andiamo per gradi, chi era Salazar? Il nome per intero era Antonio de Oliveira Salazar, era nato il 28 aprile 1889 da una modesta famiglia a Santa Comba sulle rive del fiume Dão, in una delle più belle regioni lusitane a circa quaranta chilometri a nord di Coimbra. Un paesino dalle case umili, circondate da giardini e alberi da frutta. Una terra ad economia agricola ricca di uliveti e campi di grano. Ci sono poche informazioni sull’infanzia di Salazar, ma furono senz’altro questo ambiente semplice, di gente onesta che suda e lavora, e il ricordo di una famiglia unita e molto religiosa, a ispirare la sua formazione.

Si sa che era un bambino modello, sempre pronto ad aiutare il prossimo bisognoso, secondo alcuni biografi il piccolo Salazar nascondeva nelle tasche la sua razione di pane per distribuirla ai bambini poveri del paese. Un comportamento sempre irreprensibile, nonostante ciò, a soli undici anni fece i conti con il rigorismo sociale di quei tempi e venne mandato in seminario a Viseu, perché pare che in paese avesse stretto affettuosa amicizia con una ragazzina, figlia di un uomo molto ricco, e i genitori scelsero di allontanarlo, per non far crescere in lui false speranze. Un ritiro che durò oltre otto anni, durante i quali si dimostrò come era sempre stato, uno studente eccellente, serio, riservato e primo della classe. Un ragazzo pallido dal viso leggermente allungato e gli occhi limpidi, con temperamento equilibrato che si dedicava con rigore agli studi e poco ai divertimenti con gli amici. Un suo compagno di seminario lo descrisse dicendo:

non gli usciva mai dalle labbra una frase inutile (…) e nascondeva il suo grande valore intellettuale sotto una modestia così profonda da confondersi con la timidezza”.

Prima di vestire l’abito talare, trascorse un periodo come insegnante al doposcuola del collegio, fu allora che sentì nascere in sé il desiderio, la vocazione, di divenire un educatore per le giovani generazioni e lasciò definitivamente il seminario.

Qualche decennio dopo, asserendo che i portoghesi avevano una formazione culturale inadeguata, scriveva

… poco avrebbe contato il cambio dei governi o dei regimi, se non avessimo cercato, in primo luogo, di cambiare le persone. Avevamo bisogno di persone, dovevamo educarle”

Fu infatti l’educazione dei giovani una delle sue priorità una volta al potere.

Salazar era bravo a scrivere discorsi, una scrittura densa, professorale, ma per nulla a enunciarli, preparava con cura le cose da dire ma non sapeva infiammare le masse. Lui stesso diceva di sé

La natura non mi ha dotato di abilità oratoria”.

Era però un attento osservatore e, fin da giovane, già ai tempi dell’Università, idealizzò le giuste riforme per portare il Portogallo al progresso, vide la salvezza attraverso l’educazione morale del popolo e nelle occupazioni tradizionali, conservatesi ben vive fin dal Medio Evo.

Schivo e dedito allo studio, passava inosservato col suo lungo impermeabile nero che dalle spalle arrivava ai talloni, divisa degli studenti di Coimbra. Trascorse il primo anno di studi senza che nessuno si accorgesse di lui, riservato, tranquillo, sempre seduto all’ultimo banco, non amava mettersi in mostra, finchè un giorno un professore, credendo di scatenare ilarità, gli pose una domanda a cui nessuno degli astanti che gremivano l’aula aveva saputo dare risposta: “potrebbe provarci quel signore là in fondo?” disse con una certa ironia. Salazar si alzò e, senza timore, iniziò a parlare così a lungo, e dimostrando una tale conoscenza della materia, che fu applaudito e in poco tempo divenne famoso in tutta la città universitaria.

Questa la gioventù del dittatore raccontata dai biografi forse di regime, forse obiettivi, non mi è dato saperlo, un personaggio controverso, per valori e modi di essere, di lui scrive il professor Nogueira Pinto.

Bisogna distinguere tra carisma e politica, non c’è nessuno di più lontano da me di Salazar: non aveva una famiglia, non ha mai viaggiato, non leggeva romanzi. Non era certo uno che ispirasse simpatia, per quanto avesse un grande senso dell’humour. Per certi versi siamo proprio agli antipodi. Ma non per questo ignoro la sua grandezza”.

La carriera di stimato professore universitario di Salazar fu brillante, teneva conferenze e, profondamente credente, aveva dalla sua parte la gioventù cattolica portoghese. Nel 1921 si candidò e venne eletto. Entrato per la prima volta in Parlamento, e visto da vicino l’andamento della politica, uomo dedito al dovere, comprese immediatamente l’inutilità di tale istituzione e che in quel luogo, con quelle persone inconcludenti, avrebbe perso tempo, così abbandonò l’incarico dopo due giorni soltanto. Era il 2 settembre e forse Salazar aveva intuito con precisione la precarietà di quel governo, tant’è che la prima delle rivolte, che sfociarono poi nel colpo di stato del 1926, avvenne poco tempo dopo, durante la notte del 19 ottobre (noite sangrenta) in cui vennero uccisi diversi politici sedutisi con lui in quello stesso parlamento. Furono anni di caos, durante i quali il governo “democratico” riuscì a soffocare anche altre rivolte, insurrezioni popolari e colpi di stato militari.

Arriviamo al 16 giugno 1925, quando Salazar durante un discorso tenuto alla Facoltà di Scienze Sociali, forse per la prima volta, lascia scorgere, all’ombra del pensatore, anche l’uomo d’azione, decisamente ispirato al Fascismo di Mussolini in Italia. Egli aveva più volte confessato la sua totale ripugnanza nei confronti delle dottrine marxiste e iniziò ad esprimere il suo progetto politico.

Il perdurare della crisi, l’incapacità di risolvere i problemi, avevano profondamente screditato i partiti democratici nell’opinione pubblica.

Vi era poi, non trascurabile, la questione delle colonie che aspiravano a ottenere gli statuti di autonomia, che i governi repubblicani avevano promesso per contrastare la Monarchia, ma di cui continuavano a rimandare l’attuazione. Dopo i disordini e le sommosse in Angola, il Portogallo aveva concesso speciali regimi alla stessa Angola e al Mozambico, rinunciando al monopolio economico, ma la decisione creò forte scontento fra gli imprenditori portoghesi che avevano interessi in Africa.

Durante i primi mesi dell’anno 1926, l’ondata di dissenso aumentò senza sosta. Nei bar, nelle strade, nelle case, si parlava apertamente di rivoluzione, si sentiva impellente il bisogno di liberarsi di un governo che, anche dalla stampa, veniva definito una “dittatura demagogica”. Il clima si era surriscaldato e, dopo i precedenti colpi di stato, finiti spesso con spargimenti di sangue, il 28 maggio 1926 il generale Gomes da Costa, sostenuto dal popolo, dalla classe media e dalla classe operaia, iniziò la marcia su Lisbona, partendo da Braga. L’operazione non si presentava affatto semplice e di sicura riuscita, ma, mentre alcuni ufficiali tentennavano, ottenne, fin da subito, l’appoggio di molti dipendenti statali come gli addetti ai telegrafi, che sabotarono le misure prese dal governo per contrastare la marcia, diffondendo false informazioni e anticipando in tal modo le adesioni delle guarnigioni ancora indecise. Così mentre da nord Da Costa avanzava verso la capitale, partirono da sud altre truppe rivoluzionarie al comando del generale Oscar Carmona. Nel frattempo il generale Cabeçadas, comandante della piazza di Lisbona, che aveva aderito al movimento rivoluzionario, con operazioni un po’ ambigue cercò di formare un nuovo esecutivo, ma non ebbe successo tanto che raggiunto dai due generali, insieme diedero vita al nuovo governo, una specie di triumvirato ove Cabeçadas era Presidente del consiglio, Da Costa ministro della Guerra e Colonie e Carmona degli Affari Esteri. Il colpo di stato era riuscito.

Ma la sorpresa per la maggior parte dei portoghesi e, soprattutto per i militari fu il nome di Antonio De Oliveira Salazar quale Ministro delle Finanze. Cabaçades era stato avvicinato dal maggiore Pedro de Almeida di Coimbra, che lo aveva convinto a chiamarlo, parlandogli con entusiasmo del valore di Salazar, a suo dire grande esperto di Finanza ed eminente giurista.

Gli ultimi governi erano stati così invisi alla popolazione che l’instaurazione del nuovo regime, conclamata con una marcia trionfale il 6 giugno, venne accolta e applaudita da un tripudio di folla esultante.

Tuttavia la dittatura militare, anti parlamentare, ebbe all’inizio un cammino incerto, difettava di un vero progetto politico, e la mancata libertà di gestione della finanza pubblica indusse Salazar a lasciare l’incarico. Soltanto nel 1928, dopo aver ottenuto dagli altri Ministri carta bianca nella gestione economica dello Stato, riprese le sue funzioni e, in un anno, applicando una rigida politica di contenimento della spesa pubblica, riuscì a portare il bilancio in attivo, risultato che mancava al Paese da oltre un secolo, a stabilizzare la situazione finanziaria e a far ripartire l’economia. Coi risultati, grazie alle sue riforme, arrivarono anche la stima e la fiducia del popolo. Negli anni ’30 l’Europa e l’America erano attanagliate dalla crisi economica, al riguardo lo storico svizzero Gonzague de Reynold scrive:

"Il Portogallo, grazie alla dittatura del grande cristiano Salazar è il solo Stato del globo, il cui bilancio, si chiude, in questi ultimi anni, con un´eccedenza di entrate e con le tasse più leggere d’Europa”.

Consapevole del lavoro che bisognava fare egli aveva da subito iniziato a gettare le fondamenta do Estado Novo basandosi con sacrificio e determinazione sulla sua percezione di ciò che il Paese poteva essere e non era stato. Salazar indirizzava spesso i suoi discorsi agli operai, ai cattolici e, rivolgendosi a loro parlava con la maggioranza del Paese:

Ai cattolici dico che il mio sacrificio mi dà il diritto d’aspettarmi da parte loro questo: essere i primi a fare i sacrifici richiesti e gli ultimi a chiedere favori che non potrò concedere

Allora il Portogallo viveva ancora slanci patriottici esaltanti e quando venne rifiutato senza esitazioni un ingente aiuto economico della Società delle Nazioni, che sarebbe stato concesso solo in funzione dell’invio di alcuni ispettori a verificare e approvare le manovre del Governo, significando di fatto una grave limitazione della sovranità nazionale, il popolo, galvanizzato, accolse trionfalmente anche questo dignitoso rifiuto. La dittatura militare riscosse un clamoroso successo agli occhi dell’opinione pubblica, i portoghesi vivevano un orgoglio di appartenenza sopito da troppo tempo e l’unità della nazione non uscì minimamente compromessa dal mancato invio dei fondi.

Salazar fu uno statista determinato, profondo conoscitore del suo popolo, delle sue molteplici necessità e di tutte le sue potenzialità. Era sempre il primo a dare l’esempio, conduceva un’esistenza umile, una vita ritirata e lavorava molte ore al giorno, in tanti lo criticarono per la sua semplicità “contadina”, quando in realtà questa caratteristica resta uno dei maggiori segreti del suo successo.

Bisognava ridare fiducia e orgoglio alle nuove generazioni e ricordare loro che il Portogallo, al massimo della potenza militare ed economica, nel XVI secolo, si era diviso il mondo con gli spagnoli, in due aree di influenza egemonica, attraverso il trattato di Tordesilhas, esattamente come soltanto dopo la seconda guerra mondiale avrebbero fatto Stati Uniti e Unione Sovietica.

Salazar con l’Atto Coloniale del 1933, secondo cui il Portogallo aveva “la missione storica di possedere, di colonizzare territori d’oltremare e di civilizzarne gli abitanti”, creò una specie di Commonwealth portoghese o meglio un mercato tra madrepatria e colonie, detto zona do escudo. Si può dire dunque che non si limitò a creare un Nuovo Stato, ma che diede vita e impulso a un mondo di cultura e lingua portoghese, idioma che resta a tutt’oggi il più parlato dell’emisfero sud.

Rimessa in equilibrio la Finanza pubblica nei quattro anni durante i quali fu Ministro, nel 1932 Salazar, col pieno consenso popolare, divenne Capo del Governo, ebbe così la possibilità di continuare la sua opera nella ricostruzione nazionale, in tutti i settori. Primo passo fece introdurre, con un referendum (1.292.864 voti favorevoli 6.190 contrari), una nuova Costituzione che gli conferì pieni poteri.

La Costituzione, accettata dai portoghesi, entrò in vigore l’11 aprile del 1933 e regolamentò lo Estado Novo. La formula politica adottata fu una Repubblica unitaria e corporativa, avente come obiettivo primario di stabilire nel Paese: unità morale, coordinare, stimolare e dirigere tutte le attività sociali, cercare di migliorare le condizioni delle classi meno abbienti, considerando la famiglia come cellula sociale la cui formazione e difesa dovevano essere garantite dallo Stato.

Era nato il Fascismo portoghese, analogo nella natura e nei principi corporativi al Fascismo italiano al quale si ispirava apertamente. Il pensiero di Salazar era divenuto azione.

PORTUGAL NÃO DEVE MORRER! Deve vivere per i mondi che ha scoperto, per le nazioni che lo hanno osteggiato a causa della sua grandezza e del suo eroismo!

Non c’è più da scoprire nuovi mondi, né da combattere nazioni straniere, ma c’è un grande lavoro di pace da fare (…) È necessario che i portoghesi di ieri facciano della gioventù, il glorioso Portogallo di domani, un Portogallo forte, un Portogallo istruito, un Portogallo moralizzato, un Portogallo lavoratore e progressista! È necessario per questo amare molto il paese? Oh! dobbiamo sempre amare la Patria e, come amiamo molto le nostre madri, amiamo anche la nostra patria, che è la grande madre di tutti noi! “

A seguire, a grandi linee, le riforme introdotte e i risultati do Estado Novo:

Riforma dell’Amministrazione finanziaria

Salazar instaurò un comportamento irreprensibile nell’utilizzo del pubblico denaro con totale trasparenza, riformò la Corte dei Conti e modificò la struttura del Bilancio dello Stato, rendendolo pubblico ogni anno. Introdusse una importante riforma tributaria riducendo le tasse, portando maggior giustizia sociale nella ripartizione delle imposte e semplificando gli obblighi del contribuente. Fu approvata una revisione generale delle tariffe doganali e, con una profonda riorganizzazione della Cassa Generale Deposito e Prestito e annessa Cassa Nazionale del Credito, facilitò l’accesso delle attività produttive al credito bancario.

Le riforme in breve tempo portarono alla stabilizzazione della moneta e negli anni l’escudo divenne una moneta forte a livello mondiale.

Riforma dell’Istruzione

il Ministero della Istruzione fu riordinato completamente, si chiamò Ministero dell’Educazione Nazionale e la riforma nel suo complesso divenne una missione dello Stato nella formazione delle nuove generazioni. I programmi di istruzione furono integrati con attività propedeutiche alla cura della salute fisica e della salute morale, cercando di dare ai giovani ciò che era considerato una formazione integrale e all’uopo ogni anno furono stanziati sempre un maggior numero di fondi, anche per la costruzione di nuove scuole nei paesi dove non ce n’erano. La preoccupazione di Salazar fu di combattere l’analfabetismo, e per sua volontà la popolazione scolastica passò ad aumentare del 67,5%.

Opere pubbliche

La rete stradale del 1926 era in rovina e pregiudicava tra le altre cose, la necessaria circolazione delle merci aggravandone i costi.

Riparata la quasi totalità della rete stradale nazionale esistente, si passò alla costruzione di nuove strade per un totale di 5.671 km e furono costruiti 392 nuovi ponti. Fra questi una piccola parentesi merita il ponte fatto costruire tra il 1962 e il 1966 a Lisbona che unisce le due rive del Tago. Il giorno dell’inaugurazione, cento milioni di persone in tutta Europa videro in diretta televisiva l’imponente manifestazione. L’inno nazionale portoghese risuonava sulle rive del Tejo finalmente unite, 21 colpi di cannone vennero sparati a salve nel tripudio generale. “Il grande simbolo del futuro”, titolava il giorno successivo il Daily News. Un’opera immensa che colpisce ancora oggi i turisti che giungono a Lisbona: 2300 metri di ponte costruito in soli quattro anni e che prese il nome del fondatore do Estado Novo. Il ponte sul Tago fu ed è la maggiore opera pubblica realizzata in Portogallo, fino ad epoca recente, e restò per molto tempo il ponte più lungo d’Europa. Fu un giorno di grande festa, orgoglio e consapevolezza, di grandi spontanei entusiasmi, tutta la popolazione si era riversata nelle strade si era arrampicata ovunque, aveva raggiunto le colline più alte della città per vedere la sera il ponte illuminarsi, uno spettacolo abbagliante, seguito dai fuochi d’artificio. Le conseguenze della nuova via di comunicazione, furono enormi e tutte indiscutibilmente positive: basti pensare alla crescita urbanistica ed economica della regione negli anni seguenti, e all’impulso dato al turismo. Il traffico fu da subito intenso tanto che il costo del ponte fu interamente recuperato in pochi anni tramite i proventi del casello. La gente dimentica in fretta, ne sappiamo qualcosa noi in Italia, oggi il ponte non si chiama più Salazar, ma è stato ribattezzato “25 aprile” data in cui nel 1974 con la cosiddetta rivoluzione dei garofani cadde il regime.

Furono costruiti nuovi ospedali e investiti molti fondi per la valorizzazione della terra, impianti di irrigazione e ripopolamento forestale. Nel 1948 per celebrare la fornitura regolare di acqua nella zona orientale della città, fu inaugurata a Lisbona  la Fonte Monumental, meglio conosciuta come Fonte Luminosa, una imponente fontana, allora la più grande d’Europa, meta ancora oggi dei turisti che giungono in città. Incastonata nella grande e suggestiva Alameda Dom Afonso Henriques, è arricchita da imponenti sculture, bassorilievi nei pannelli laterali e statue che ricordano la mitologia marittima dei Lusíadas, con Tágides e Nereides, il più grande poema epico portoghese.

Si diede impulso all’ammodernamento della rete ferroviaria e portuale; la rete telefonica passò dai 1060 km del 1926 ai 44451 del 1965 e vennero rinnovati e rinforzati gli equipaggiamenti di Marina ed Esercito. In tutto il Portogallo sorsero case popolari e sulla costa case per pescatori, che contrariamente a quello che sarebbe stato maggiormente economico per la spesa pubblica , non furono realizzate in grandi palazzi con molti appartamenti, ma Salazar optò per la costruzione di piccole dimore indipendenti pensando di rendere alle famiglie un ambiente migliore e più adatto alla crescita dei figli.

Esattamente come in Italia, presero vita i luoghi di “dopolavoro” dove si svolgevano attività e servizi diretti ai dipendenti. Da Salazar i lavoratori si videro garantire anche un periodo di ferie annuali retribuite e le donne la concessione dell’astensione dal lavoro per maternità e fu vietato alle imprese il licenziamento senza preavviso.

In ogni settore si creò un forte sviluppo, Salazar guidò il paese verso un corporativismo statale autoritario, con una linea di azione economica nazionalista. Prese per il Portogallo e le colonie misure di protezionismo e isolamento di natura fiscale, tariffaria e doganale, che ebbero un grande impatto positivo sull’economia del Paese e grande consenso soprattutto fino agli anni ’60, quando il Portogallo cominciò ad aprire all’estero a causa di forti pressioni delle Nazioni Unite, e a causa dei crescenti problemi di gestione delle colonie.

L’opera di cambiamento del Paese fu messa a dura prova nel 1936 con lo scoppio della guerra civile spagnola. Salazar era riuscito a resistere senza difficoltà, agli scarsi tentativi di rovesciamento interno fomentati dai comunisti e, contro questo pericolo fu intransigente:

…non riconosciamo libertà alcuna contro la nazione, contro il bene comune, contro la famiglia, contro la morale… il comunismo raduna insieme tutte le aberrazioni dell’intelligenza e, come sistema, è la sintesi di tutte le rivolte, già viste in passato, della materia contro lo spirito, della barbarie contro la civiltà. Ecco è la grande eresia della nostra epoca. Nella sua furia distruttiva non distingue l’errore dalla verità, il bene dal male, la giustizia dall’ingiustizia...

Salazar intuì immediatamente il pericolo creato dalla vicinissima crisi spagnola, capì che una sconfitta delle truppe nazionaliste iberiche avrebbe provocato eventi a catena anche in Portogallo, con la possibilità di far crollare l’edificio così faticosamente costruito e significando non solo la fine del regime, ma quella di qualsiasi Portogallo indipendente. Fin da subito fu al fianco di Franco nel combattere i rossi.

Pur esibendo una neutralità di facciata, consentiva il passaggio sul territorio portoghese di materiale bellico diretto in Spagna, inviò volontari portoghesi (Viriatos) a combattere sui campi di battaglia iberici, non in corpi separati, ma all’interno dello stesso esercito spagnolo. Al contempo nacque la Legione Portoghese (camicie verdi), organizzazione paramilitare di lotta al comunismo, modellata sull’esempio delle Camicie Nere italiane.

Superata la crisi spagnola, la figura di Salazar ne uscì rafforzata, aveva trasmesso ai portoghesi stile di vita dignitoso e orgoglio oltre che vigore alla moneta. Poco tempo dopo, allo scoppio della seconda guerra mondiale, pur nutrendo profonda stima per Mussolini, ne conservava una fotografia autografata sulla scrivania, e pur essendo idealmente così prossimo al fascismo italiano, Salazar mantenne durante tutto il corso del conflitto l’imperativo della neutralità.

Fu proprio in questo periodo che il cardinale di Lisbona, ritornato da un viaggio in Brasile, fece voto che se il Portogallo non fosse entrato in guerra avrebbe fatto erigere una stata del Cristo Rej identica a quella di Rio de Janeiro. La statua, 75 metri di altezza, fu ultimata nel 1959 e ancora oggi domina la città dalla riva sinistra del Tago.

Salazar firmò un patto di non belligeranza col Regno Unito, ciononostante non fu ostile a Germania e Italia, mantenne le relazioni commerciali, a tutto beneficio dell’industria portoghese, fornendo tungsteno ai tedeschi, mentre in contemporanea consentiva agli Alleati di installare basi militari nelle Azzorre e al Giappone di prendere posizioni in Timor Est e Macao. Diede anche severe istruzioni affinché i propri ambasciatori, nei paesi occupati, non rilasciassero permessi a persone che volevano fuggire. Quando, durante l’estate del 1940 in Francia, il console portoghese di Bordeaux concesse visti a un gran numero di ebrei, Salazar lo rimosse dalle sue funzioni e, anche a conflitto terminato, dopo la rivelazione della Shoah non gli perdonò la sua disobbedienza.

Salazar convinto colonialista continuò a considerare Portogallo anche i territori d’oltremare, ribattezzati “province”, dove i prodotti naturali e del sottosuolo erano infiniti: gomma, cotone, caffè, cacao, zucchero di canna, frutti tropicali, ferro e diamanti. Arrivavano numerosissimi i coloni dalla madrepatria per la coltivazione organizzata della terra, sorgevano città, strade, ferrovie, si costruivano dighe, centrali idroelettriche, raffinerie, fabbriche per la lavorazione del tabacco, industrie alimentari. Lo Stato promuoveva inoltre l’alfabetizzazione degli indigeni e, dopo il Concordato con la Chiesa del 1940, cercò di aumentare la diffusione della religione cattolica. Aveva intravisto il pericolo dell’integralismo islamico:

Il controllo dell’Africa del nord da parte dell’Europa è essenziale per la pace. Senza di esso la sicurezza europea è compromessa (…) Se l’Europa continuerà ad indebolirsi e a perdere il suo coraggio, la sua volontà, quel che le resta d’ideali, il mondo arabo si mostrerà molto minaccioso

Salazar non cedette alle sommosse, ai movimenti indipendentisti, tanto da iniziare nel 1961, contro di essi in Africa, una lunga guerra, (Guerra do Ultramar ) dove gli indipendentisti ricevettero armi e istruttori da Unione Sovietica, Cina e Cuba.

Il regime di Salazar era costantemente stato una spina nel fianco del “sistema russo-americano” e, sempre più isolato e contrastato, il suo successore Marcelo Caetano, destinò più della metà del bilancio statale alle spese crescenti per la guerra. Il popolo portoghese, che viveva il colonialismo come una specie di “relazione sentimentale”, soprattutto dopo il 1968, sentì venir meno questo feeling con “L’Oltremar” a causa degli alti costi pagati (cinquemila morti, trentamila feriti e ventimila mutilati) e la delusione contribuì alla formazione e alla popolarità del movimento anti regime.

La guerra coloniale terminò soltanto nel 1974, quando il Portogallo, con i nuovi leader democratici, riconobbe le rivendicazioni di indipendenza e i contadini, i lavoratori, gli imprenditori portoghesi ivi occupati furono espulsi o fuggirono con propri mezzi abbandonando ogni ricchezza. La decolonizzazione si concluse con numerosi traumi sia in patria, dove, rientrando, i portoghesi si ritrovarono poveri e senza lavoro, sia per le colonie stesse. I paesi africani infatti finirono per lo più sotto l’influenza sovietica e soprattutto Angola e Mozambico vennero sconvolti da sanguinose guerre civili, durate decenni.

António de Oliveira Salazar morì il 27 luglio 1970, anche se la sua fine era iniziata il 3 agosto di due anni prima, presso il Forte di Sao Joao de Estoril, quando una banale caduta da una sedia di tela aveva provocato gravi conseguenze che lo costrinsero ad abbandonare il governo del Paese. Ancora oggi molti storici si domandano se questo episodio sia mai accaduto e ancora oggi si dibatte se il regime salazariano sia stato veramente fascismo. Recentemente con l’autorevole contributo dello storico Luis Reis Torgal in Portogallo si avvalora la tesi che quello di Salazar, pur con le sue naturali incertezze, fu, assieme al fascismo italiano, l’unica forma socio politica corporativa del secolo precedente congruamente realizzata.

I funerali di Salazar si tennero nel Monastero dos Jerominos, che sorge nel quartiere di Beléma Lisbona, gremito, come il piazzale antistante, da una folla commossa. Il Portogallo intero pianse il suo leader, accompagnato al Cemitério Vimieiro, Distretto di Viseu, un corteo sobrio e silenzioso, come era stato lui in vita, si dipanò per le vie del paese fino all’ultima dimora.

Di lui sulle pareti della casa natale, un edificio ormai vuoto e pericolante, rimane una piccola targa che ricorda “l’uomo gentile che ha governato e non ha mai rubato”.

devo à Providencia a graça de ser pobre… Devo alla Provvidenza la grazia di essere povero: senza beni di valore per molto tempo sono stato legato alla ruota della fortuna, né mi sono mancate le occasioni di guadagno di ricchezza o di ostentazione; nella modestia a cui mi abituai e nella quale posso vivere, basta il pane quotidiano, non ho bisogno di coinvolgermi nella rete degli affari o in alleanze compromettenti. Sono un uomo indipendente.” (Salazar)

 

 

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Diego Collaveri, "La bambola del Cisternino"

7 Agosto 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #luoghi da conoscere

 

 

 

La bambola del Cisternino

Diego Collaveri

 

Fratelli Frilli Editori, 2017

pp 297

12,90

 

I noir dei Fratelli Frilli editori si caratterizzano per il loro essere quasi guide turistiche della provincia italiana. Che si parli della Genova di Alessio Piras o della Livorno di Diego Collaveri, ci addentriamo nei meandri di città poco conosciute ai più, o, comunque, in zone non familiari di centri abitati famosi. Almeno nel caso di Collaveri, alcune insistite digressioni turistico- informative, però, proprio nel bel mezzo dell’azione, sono abbastanza improbabili.         

Questa è, comunque, nonostante tutto, la principale virtù di La bambola del Cisternino, del livornese Collaveri. Il suo protagonista si muove nei bassifondi di una città che ama e conosce per averne studiato la storia e i monumenti. Livorno, infatti, la fa da padrona in tutti i suoi aspetti, con i rumori, le esalazioni e i colori, con quel traffico caotico indifferente e ingorgato dalle nuove rotatorie, coi gabbiani che stridono irriverenti al tuo dispiacere, qualunque esso sia, con l’odore dei Fossi, degli scalandroni e dei cunicoli sotto il Voltone, sotto il Mercato delle Vettovaglie, sopra e sotto le campagne a nord e a sud, negli acquedotti di Colognole e di Filettole, nelle Cisterne grandi e piccole.  

Per il resto siamo alle prese con la solita storia intricata, per metà gialla e per metà di azione, e con gli stereotipi del genere. Ecco, dunque, la belle dame sans mercì,  cui attribuire nel finale gran parte della colpa, ecco gli oscuri poteri occulti, che restano occulti per favorire un eventuale seguito, ecco, soprattutto, un commissario come ce ne sono a centinaia nei libri e negli sceneggiati televisivi, tutti più o meno fotocopie sbiadite del nostrale Montalbano, con qualche ammiccamento a Dashiell Hammett e Raymond Chandler.

Alcolista al punto giusto, tormentato e sofferente, con una sovrabbondanza di demoni da combattere, Mario Botteghi fa continuamente i conti con un passato oscuro, con una moglie morta e una figlia estraniata. Come amica ha l’immancabile ostessa della trattoria, come colleghi un paio di agenti convenzionali che maltratta bonariamente, giù giù fino a tutti gli altri cliché del genere, dal medico legale irritante alla collega sexy e bellicosa.

Una vecchia prostituta viene trovata morta al Cisternino, antico serbatoio dismesso nei pressi di un centro di tiro al piattello. Più avanti nella storia spunta un nuovo cadavere, quello di un costruttore edile conosciuto in città. Botteghi indaga, riuscendo a non farsi sottrarre il caso della prostituta. Per lui “uno vale uno”, e un’anziana donna di strada ha la stessa importanza di un notabile. Alla lucciola defunta sono collegati ricordi del passato, un’altra morte altrettanto violenta cui Botteghi ha assistito da bambino. A far da colonna sonora il refrain di una famosa canzone di Patty Pravo degli anni sessanta.

Tutti i personaggi del romanzo, da quelli principali ai comprimari, sono prigionieri di se stessi, dei loro impulsi, dei loro caratteri che li portano ad agire in un certo modo, e la vita non ti fa sconti, mai, nemmeno quando hai già pagato e hai già sofferto. Chi nasce vittima, lo resta per sempre.

La morale è che ognuno è schiavo della vita che fa, del suo karma, o che dir si voglia, come se appartenesse ad una casta dalla quale non può sfuggire.

 

Vittima di quella vita che le aveva chiesto pure il conto, come se non fosse bastato quanto aveva passato”  (pag 283)

 

Ma se ho apprezzato questo libro, è, indubbiamente, per la descrizione della mia città, tanto controversa, tanto bella e brutta allo stesso tempo. I ricordi di Collaveri sono anche i miei, anzi, ai suoi si sommano i miei, ché sono nata quindici anni prima. Anch’io rammento il paninaro vicino al porto, la piazza Attias affollata di giovani e di auto, le vecchie baracchine sul lungomare, le cose che erano là da sempre e, ora che non ci sono più, ci mancano, come ci manca la solidarietà fra la gente di un tempo, la stessa rievocata dai racconti di mia nonna, la stessa che canta Otello Chelli nei suoi romanzi, la stessa che qui rimpiange Mario Botteghi mentre cammina, fumando assorto, lungo i fossi di acqua salata.

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