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luoghi da conoscere

In giro per L'Italia: Montenero Valcocchiara

25 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per L'Italia: Montenero Valcocchiara


Il paese in origine si chiamava Mala Cocclaria e doveva avere una certa importanza intorno al 1039, quando fu sottratto all’abbazia di S. Vincenzo al Volturno dai feroci conti Borrello. Poi, nel 1045 fu restituito ai monaci e nessuna notizia si ha fino al 12 marzo 1166, quando un certo Jonathas de Mala Cuclaria è presente a Belmonte del Sannio per la sottoscrizione di una donazione fatta con il consenso di Oderisius filius Borrelli.

La prima notizia concreta sulla esistenza di una chiesa e della relativa parrocchia (che una volta si chiamava plebs) si ricava da una pergamena che papa Lucio III inviava nel 1182 a Rainaldo, vescovo di Isernia, dove, per la prima volta, appare il nome attuale del paese: in Monte Nigro plebem S. Mariae. Si tratta certamente dell’attuale S. Maria di Loreto, trasformata ripetutamente nel tempo. Ci si arriva facilmente se si entra al paese dalla parte di sopra, come probabilmente si faceva una volta seguendo la strada che passa davanti alla cappella rurale della Madonna Incoronata. Superato un arco, che era una delle porte del nucleo più antico, si ha l’impressione di essere il protagonista di una scenografica apparizione per ipotetici spettatori che aspettano in basso in un accogliente sagrato tutto in pietra. Una serie di articolati piani inclinati, parapetti e gradonate che recano segni decorativi del XVIII secolo, con sedili in pietra e volute barocche, fanno da contorno alla facciata della chiesa di S. Maria di Loreto. Oltre un bel portale del 1782, ha un poderoso campanile che sembra fatto apposta per controllare l’ingresso al suggestivo loggiato che volge a mezzogiorno sovrastando tutto il paese. Di una incomprensibile epigrafe, ormai completamente abrasa, si legge solo la data 1570 ,che potrebbe far riferimento a qualche trasformazione apportata alla chiesa in quel periodo. Assolutamente chiaro, invece, un piccolo stemma italo-sabaudo con la sottostante epigrafe. Ricorda che dopo l’unità d’Italia il campanile fu ricostruito sui ruderi di uno più antico:

Questa torre / redimita di sacri bronzi / più solida ed elegante / su le rovine di vecchia e rozza mole / il Municipio edificava / quando / su i rottami di troni infranti / innalzava imperiture / la sua libertà, unità ed indipendenza / la gran Patria italiana / MDCCCLXIII.

I troni infranti sono evidentemente quelli borbonici, ma proprio durante tale dominazione in questa chiesa furono realizzate le opere più belle. L’interno ha perso, alla fine del XIX secolo, l’originario soffitto. Forse la chiesa era in cattivo stato già dal 1805 per effetto di quel terremoto che non risparmiò questa parte del territorio molisano. Gli altari sono molto belli e conservano pregevoli lavori di intarsio marmoreo che attestano uno sforzo economico della comunità locale per avvalersi di buoni marmorari di Napoli e, forse, di Pescocostanzo. Il parroco della chiesa ha avuto la cura di sistemare a lato di ognuno di essi sintetiche notizie storico-artistiche che aiutano anche il più sprovveduto dei visitatori a capire qualcosa di più sulle singole iconografie. Notevolissimo l’altare maggiore del 1754, tra i più belli della provincia, non solo per le ricche decorazioni del paliotto, le plastiche volute capo-altare e le testine di angelo che sovrastano il tabernacolo con la porta dorata realizzata nel laboratorio del napoletano Scipione, ma anche per la notevole balaustra che conserva intatto il piano inclinato del davanzale ricco di intarsi floreali dai colori fantastici.

Sul pilastro del presbiterio vi è un quadro seicentesco con Maria, S. Giovanni ed una pia donna davanti alla Croce dalla quale il Cristo è stato già deposto. Vi sono rappresentati tutti i simboli della passione: i dadi, la borsa con le 30 monete, la scala, la lancia che servì a forare il costato di Cristo, la canna con la spugna di aceto, i chiodi, la colonna della flagellazione, la tenaglia, la lanterna della cattura, la corona di spine ed il gallo del tradimento di S. Pietro. Una volta questo quadro era sistemato nell’altare di fondo della navata di sinistra che, realizzato nel 1620 in marmi intarsiati che ricordano i paliotti napoletani di Pescocostanzo, ora ospita un bel crocifisso del XVIII secolo. Gli altri altari di questa navata sono della fine del XVII secolo. Il più originale per il disegno è il primo da sinistra ed ha due belle colonne di pietra intarsiate. Ben lavorati sono i capitelli che reggono un timpano spezzato all’interno del quale si apre la solita Janua Coeli. Particolare è il quadro, più o meno coevo, in cui S. Domenico (con il giglio ed il libro della Regola del suo Ordine) è rappresentato in una icona che viene mantenuta dalla Madonna Regina, S. Caterina d’Alessandria e S. Maria Maddalena. Più avanti è l’altare della Madonna di Loreto (con i santi Giuseppe, Bernardino da Siena, Carlo e Camillo) che è rappresentata per mano di un artista locale vissuto ugualmente a cavallo del XVII-XVIII secolo. Poi c'è l’altare con la Madonna delle Grazie che dona il latte dal suo seno, con i santi Giuseppe, Giovanni Battista e Donato. L’altra navata accoglie l’altare del 1758 dedicato all’Addolorata con ai lati S. Giovanni Evangelista che regge il calice con il vino avvelenato che si trasforma in serpentello ed un raro S. Francesco Caracciolo. Appresso vi è l’altare seicentesco di S. Nicola ed in fondo i busti del domenicano S. Vincenzo Ferreri, rappresentato come al solito con le ali, e di S. Rocco che mostra le sue ferite. Scendendo per via Marracino, superato un bel palazzo dal portale barocco difeso da una saettera sottostante la finestra laterale, si arriva alla curiosa piccola casa dello scalpellino-muratore. E’, ovviamente, tutta in pietra. Ricca di decorazioni e scritte di ogni genere. Una rappresentazione caricaturale a rilievo dovrebbe essere una sorta di autoritratto che Vincenzo Mannarelli si fece nel 1735, come dice la sottostante scritta: AD MDCCXXXV M. VINCENZO MANNARELLI MURATORE SCARPELLINO. Cinque volte, qua e là, è ripetuta l’immagine dell’aquila bicipide. Singolare il portale decorato con motivi floreali ed una strana figurazione di un paggio in abiti settecenteschi da una parte ed una dama che sembra tenere in mano una conocchia dall’altra.
La parte alta di Montenero Valcocchiara sembra saper resistere alle violenze urbanistiche che caratterizzano molti paesi circostanti. Anzi, girando per i vari borghi come quello pittoresco del Colle (dove forse era l’antico castello) dai portali, loggette e balconi settecenteschi, si ha l’impressione che una gran quantità di persone, anche straniere, abbiano deciso di fare di Montenero una specie di rifugio tranquillo conservando ed esaltando le sue caratteristiche ambientali.
Andando via da Montenero non si può fare a meno di vedere il Pantano della Zittola, ormai famoso per le centinaia di cavalli che vi sono allevati allo stato brado e per gli allegri raduni equestri che spesso si tengono nel periodo estivo.

LE NOTIZIE SONO TRATTE DAL SITO di Franco Valente Montenero Valcocchiara

Le foto sono di Flaviano Testa

In giro per L'Italia: Montenero Valcocchiara
In giro per L'Italia: Montenero Valcocchiara
In giro per L'Italia: Montenero Valcocchiara
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In giro per l'Italia: Oratino

21 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Oratino


Caratteristico centro vicino al capoluogo, è posto in posizione dominante su buona parte della vallata del fiume Biferno; quando si giunge a Oratino si percepisce immediatamente di essere in un paese che richiama suggestioni particolari. É una sensazione istintiva, stimolata dal primo impatto con l'abitato, con il centro storico, che quasi si nasconde al primo sguardo, e la piazza principale, molto ampia, luminosa, popolata di persone, che non sembrano infastidite dalle auto che circolano attraverso le strade che circondano la piazza.
Il centro storico, vero gioiello del paese, ha riacquistato l'originale fascino di borgo medievale, grazie ad un apprezzabile restauro.
Nel 1100 il nome del paese era Laretinum, ma poi si trasformò prima in Retino, poi, in Laratino e, infine, divenne Oratino. Di probabile origine longobarda, il feudo registrò l'avvicendarsi di diversi feudatari sino all'eversione della feudalità.
Nella vallata che degrada verso il Biferno, a qualche chilometro da Oratino, su uno sperone roccioso si erge la Rocca di Oratino, una struttura muraria quadrata, restaurata di recente. Sembra che detto baluardo facesse parte di un piccolo agglomerato urbano distrutto dal terremoto del 1456.
Nel centro abitato si può ammirare la Chiesa di Santa Maria Assunta, di origini medievali, ma rimaneggiata nel corso dei secoli. All'interno troviamo un affresco nella volta della navata centrale che raffigura l'Assunzione della Vergine, dipinto da Ciriaco Brunetti nel 1791. In alcune parti compositive l'affresco si ricollega ad un dipinto di identico soggetto di Francesco Solimena. Interessante è un ostensorio d'argento del 1838, pregevole lavoro di oreficeria di Isaia Salati, nipote di Ciriaco Brunetti. Al centro dell'opera è l'Assunta ai piedi della quale sono le allegorie della Fede e della Speranza, poste ai lati della base dell ostensorio.
Etichettata come extra moenia nelle carte d'archivio, perché posta fuori dal centro abitato è la Chiesa di Santa Maria di Loreto, dove troviamo la statua lignea della Madonna del Rosario. L'opera, che presenta una notevole qualità dell'intaglio e un piacevole senso del colore, fu realizzata dallo scultore Carmine Latessa, discepolo di Giacomo Colombo, uno dei maggiori scultori del settecento napoletano. Nella stessa Chiesa troviamo la statua di Sant'Antonio Abate datata 1727, opera dello scultore Nicola Giovannitti. Le volte della Chiesa furono affrescate dai fratelli Ciriaco e Stanislao Brunetti di Oratino, ma attualmente gli affreschi sono caduti o seriamente compromessi a causa di un errato intervento di restauro risalente agli anni sessanta.
Passeggiando per il centro storico non è difficile scorgere la bellezza dei portali realizzati con cura dagli scalpellini locali; il più interessante è il portale del Palazzo ducale.

TUTTE LE NOTIZIE SONO TRATTE DAL SITO DELLA PROVINCIA DI CAMPOBASSO

Le foto sono di Flaviano Testa

In giro per l'Italia: Oratino
In giro per l'Italia: Oratino
In giro per l'Italia: Oratino
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Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

16 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #gordiano lupi, #recensioni, #luoghi da conoscere

Gordiano Lupi, "Miracolo a Piombino"

Miracolo a Piombino

Gordiano Lupi

Historica Edizioni, 2015

pp 146

12,00

Vuoi perché siamo conterranei, vuoi per vicinanza anagrafica, vuoi per quella contaminazione fra cultura alta e popolare che ci accomuna, vuoi per una profonda affinità interiore, nessun autore mi strugge e mi commuove come Gordiano Lupi, e questa sua ultima fatica, Miracolo a Piombino, non fa eccezione.

Il breve romanzo è la commistione di due storie precedenti e parallele: la rivelazione della vita di un diciassettenne, Marco, e della sua controparte, il gabbiano Robert. L’uno deve affrontare la perdita tragica di un amore, l’altro la riconquista di sé attraverso il tunnel della solitudine. Robert, il gabbiano - l’albatro di Baudelaire e di Coleridge - è ciò che il protagonista vorrebbe essere, una creatura intrisa di solitudine sconfinata, ma capace di sfruttare questo suo tratto per affrontare il mondo anziché negarlo, aprendo nuove prospettive, viaggiando, alla fine tornando a casa, anche grazie all’amore. Robert diventa, quindi, maestro di volo per Marco, guida spirituale, totem.

Non succede molto da un capitolo all’altro, ma non si riesce a staccarci, non tanto per la trama che, forse, simbolica e allusiva com’è, finisce per ripiegarsi un po’ su se stessa e saltare qualche passaggio nel finale – anche per seguire un momento di follia del protagonista - quanto per lo stile, intriso di poesia, credo addirittura trascrizione di malinconici versi giovanili.

Ritroviamo le tematiche care a Lupi: la memoria, la nostalgia feroce, straziante, per qualcosa che non sarà mai più. Mi viene in mente una vecchia canzone di Marisa Sannia, Casa bianca, che già allora, e avevo solo sette anni, mi scioglieva il cuore. Già capivo che avrei dovuto abbandonare l’infanzia e che niente sarebbe mai più stato come prima. “Tristi come chi va incontro alla vita.” (pag 78)

È ciò che sente anche Marco, è ciò che sperimentano tutti i protagonisti dei romanzi di Lupi, il rimpianto di non essere oggi come si sognava di diventare e, insieme, il riconoscimento che eravamo già tutto prima, che abbiamo perduto ogni cosa preziosa: il campetto sterrato, il palazzo affacciato su uno scorcio di porto, l’ala di gabbiano annerita dalla fuliggine. Belli o brutti che fossero, erano “i luoghi della sua storia”, erano “il suo mondo”.

Scogli, vento, salsedine, tamerici piegate dal libeccio, gabbianelle in bilico sull’acqua oleosa del porto, fico degli ottentotti e garofani delle rupi, cale e calette ridossate, il mostro contorto e fumoso dell’acciaieria, sono questi gli eterni paesaggi di Lupi. Il tutto condito da una nostalgia che non se ne va mai, provata in ogni istante, anche al limitare della maturità. Così, il nonno morente rappresenta l’ultimo filo con il passato in dissolvenza, con il tempo in cui ancora “tutto era possibile”.

“Sentiva il dolore di quel che stava perdendo senza riuscire a costruire nient’altro che un castello di ricordi.” (pag 34)

Quanta solitudine, incapacità di vivere nel branco, di essere come gli altri, di farsi piacere le medesime cose, addirittura di capire qualcosa che non sia noi stessi. Quanto sentirsi fuori posto ovunque, fra la gente del popolo come fra gli intellettuali.

“Si sentiva solo perché non aveva la forza di raccontare il suo mondo, perché stava recitando una parte che non sopportava. (pag 60)”

Il ragazzo e il gabbiano, due solitudini che si toccano, per scoprire, poi, che la fuga è solo ritorno, che l’unica possibilità di riscatto, di proseguimento, di avanzamento, è nel rientro a casa (Calcio e acciaio), e nel recupero della memoria (Alla ricerca della Piombino perduta), nel cullare e covare i ricordi, che sono tutto quello che abbiamo e che siamo, il nostro nucleo, il sancta sanctorum di noi stessi. Ricordare per andare avanti, allontanarsi per tornare, “perché il cuore non scoppia, in fondo. Ed è possibile tornare a volare.”

Di tanto in tanto si fermava in una piccola rada e galleggiava tranquillo, lavandosi con cura le candide penne, un poco annerite dalla polvere di carbone della lontana acciaieria. Verso sera si portava sulla spiaggia solitaria, camminava con la tipica andatura dei gabbiani stanchi, attendeva con pazienza il tramonto del sole. La vita non si era imposta sui ricordi, tornavano alla memoria tristezze lontane e tutto profumava di solitudine.” (pag 20)

Quanta poesia anima questo testo, quanta poesia c’è dentro le persone normali.

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Il museo Fattori

11 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #pittura, #luoghi da conoscere

Il museo Fattori

Entrando nella storica villa Mimbelli che ospita il Museo Fattori, ci vengono incontro gli affreschi di Annibale Gatti, la sala da fumo in stile moresco, la scala decorata con putti in ceramica invetriata. Attraversiamo poi le sale dove sono conservati dipinti di macchiaioli, Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini e dei post macchiaioli, Giovanni Bartolena, Vittorio Matteo Corcos, Oscar Ghiglia, Ulivi Liegi, Guglielmo Micheli, Plinio Nomellini, Llewellyn Lloyd, Raffaello Gambogi etc.

Fra i macchiaioli, attivi dal 1855, e i post macchiaioli c’è un ventennio, che ha trasformato la forza delle pennellate di Fattori in manierismo sempre meno verista e più decadente.

La sala di Fattori è inconfondibile, ti devi sedere davanti ai grandi quadri di battaglie e paesaggi, con quella botta nello stomaco che dà l’arte vera e che non puoi descrivere con nessuna nota accademica.

Pennellate grosse, personaggi tozzi, pantaloni sformati dall’uso, buoi e pagliai, battaglie risorgimentali con cavalli impennati. Il rinnovamento verista è declinato in stile toscano, maremmano, in opposizione alle rovine romantiche, alle dame in pose languide, ai poeti pensosi. Le immagini sono contrasti di macchie di colore, ottenuti tramite la tecnica chiamata dello specchio nero, utilizzando uno specchio annerito col fumo che permette di esaltare i contrasti chiaroscurali all’interno del dipinto. Punti e linee sono eliminati perché non esistenti in natura e sostituiti da macchie di colore.

Cronologicamente, i macchiaioli precedono gli Impressionisti francesi, e tendono alla riproduzione del presente, così com’è colto dall’occhio nell’immediato, senza sovrastrutture culturali, ma anche senza piena identificazione, piuttosto come testimonianza e commento.

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Giosuè Borsi

10 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Giosuè Borsi

Città giovine e forte, che il divino

mare accarezza, il vasto ed alto sole,

a Te che cresci in opulenza, vale!

A Te, per carità di Te, m’inchino!”

(Dal sonetto “Alla città natale” di Giosuè Borsi)

Giosuè Borsi (1888 – 1915) nacque a Livorno, nella casa di via degli inglesi. Dovette il suo nome al Carducci, amico del padre. Studiò al liceo classico Niccolini Guerrazzi e si laureò a Pisa.

Cominciò a poetare presto, con versi, manco a dirlo, d’ispirazione carducciana. In un periodo di sperimentazione e di avanguardia come quello, la sua posizione si attestò su forme tradizionali, classicheggianti, imitatorie.

Scrisse commedie, novelle, racconti per l’infanzia, ma anche pezzi critici e giornalistici. Suo padre fu direttore de Il Telegrafo, prima, e del Nuovo giornale di Firenze poi. Con lo pseudonimo di Corallina, fu cronista e confezionò pezzi, come inviato, sul terremoto di Messina e sulla biennale d’arte di Venezia.

Era elegante, molto ricercato nei salotti, fece vita dissoluta di cui poi si pentì. Ebbe successo come conoscitore e fine dicitore di Dante. Ma la morte del padre e della sorella Laura lo gettarono nello sconforto, al punto che, quando morì anche l’amatissimo nipotino, figlio di Laura, Giosuè tentò il suicidio.

Pur essendo cresciuto in ambiente anticlericale e agnostico, le sventure della vita lo orientarono verso il cristianesimo. Divenne terziario francescano, cioè un laico che s’impegna a vivere nel mondo lo spirito di San Francesco.

Fra il 1912 e il 13 scrisse Le confessioni di Giulia, dedicate alla donna amata, intesa in versione angelicata e dantesca.

Fu interventista nella prima guerra mondiale perché considerava la morte sul campo come l’espiazione di una vita di peccato.

Pochi giorni prima di morire, scrisse una lettera alla madre, considerata il suo più alto momento letterario.

Tutto dunque mi è propizio”, diceva, “tutto mi arride per fare una morte fausta e bella, il tempo, il luogo, la stagione, l’occasione, l’età. Non potrei meglio coronare la mia vita.”

Sono tranquillo, perfettamente sereno e fermamente deciso a fare tutto il mio dovere fino all'ultimo, da forte e buon soldato, incrollabilmente sicuro della nostra vittoria immancabile. Non sono altrettanto certo di vederla da vivo, ma questa incertezza, grazie a Dio, non mi turba affatto, e non basta a farmi tremare. Sono felice di offrire la mia vita alla Patria, sono altero di spenderla così bene, e non so come ringraziare la Provvidenza dell'onore che mi fa.

Non piangere per me mamma, se è scritto lassù che io debba morire. Non piangere, perché tu piangeresti sulla mia felicità. Prega molto per me perché ho bisogno. Abbi il coraggio di sopportare la vita fino all'ultimo senza perderti d'animo; continua ad essere forte ed energica, come sei sempre stata in tutte le tempeste della tua vita; e continua ed essere umile, pia, caritatevole, perché la pace di Dio sia sempre con te. Addio, mamma, addio Gino, miei cari, miei amati.”

Riuscirà nel suo intento: morirà in un assalto a Zagora. Nella sua giacca, insieme a medaglie insanguinate, saranno ritrovate una foto della madre e la Divina Commedia.

L’associazione culturale Giosuè Borsi è nata nel 2004 come continuazione del gruppo omonimo, attivo a Livorno dal 1988, in occasione del primo centenario della nascita del poeta. Inizialmente si è occupata di custodire i cimeli del concittadino, prima conservati in un piccolo museo, ora chiuso. Con il riconoscimento del Comune di Livorno, ha la custodia etica del Famedio di Montenero, che raccoglie resti e ricordi dei livornesi illustri. L’associazione, con sede in via delle Medaglie d’Oro 6, mantiene vivo il ricordo di Giosuè Borsi (1888 – 1915) e promuove conferenze e studi sulla storia della città e sui suoi personaggi dimenticati. Pubblica con cadenza semestrale la rivista La Torre e ha provveduto a far ristampare numerose opere di borsiane.

Il presidente dell’associazione, Carlo Adorni, ha curato un’antologia intitolata Omaggio a Giosuè Borsi, con prefazione del compianto professor Loi, di cui abbiamo un ammirato ricordo come nostro insegnante di storia. L’antologia, edita nel 2007 dalla casa editrice “Il Quadrifoglio” e corredata di bellissime foto, contiene versi da varie raccolte - fra le quali Primus Fons - alcune interpretazioni dantesche - di cui Borsi era appassionato e fine dicitore - il famoso Testamento spirituale, esempio elevato di scrittura religiosa, e L’ultima lettera alla madre, il suo momento poetico più alto.

Come evidenza Loi, Arte, Patria e Religione furono i tre motivi ispiratori dell’opera borsiana, seppur egli non sia stato poeta “di grande ala”. Dopo una vita di piaceri, vissuta con senso di colpa, dopo essere cresciuto all’ombra degli ideali carducciani e classicisti paterni, dopo aver bramato per se stesso l’amore della donna e la gloria dell’artista, Borsi ebbe una profonda conversione spirituale che lo avvicinò al cristianesimo. Il testamento spirituale è una conferma di quanto egli abbia sentito, pur nella sua beve esistenza, la vanità e il peso delle cose terrene. Il dolore lo ha colpito, attraversato, prostrato, con colpi ripetuti e brutali: la morte del padre, della sorella Laura e del nipotino nato dalla relazione di questa con il figlio di D’Annunzio.

Ma nella sua morte in battaglia, ricercata, ambita, desiderata, c’è molto di decadente, l’ultima pennellata wildiana o dannunziana data ad una vita artistica, sublimata, però, e illuminata, dalla spiritualità, da una ricerca di purezza francescana. La morte è bella, è fausta, perché consegna alla gloria, rende leggendari, redime dai peccati e, tuttavia, in questa morte intesa come coronamento più che come rinunzia, scompare il terziario francescano, il rinunciante, e riaffiora il superuomo nietzschiano.

Lascio la caducità, lascio il peccato, lascio il triste ed accorante spettacolo dei piccoli e momentanei trionfi del male sul bene: lascio la mia salma umiliante, il peso grave di tutte le mie catene, e volo via, libero, libero, finalmente libero, lassù nei cieli dove è il padre nostro, lassù dove si fa sempre la sua volontà.”(pag 172)

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Il caffè Bardi

6 Gennaio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Il caffè Bardi

Non ci fu solo il caffè Michelangelo a Firenze, quartier generale dei macchiaioli, dove Renato Fucini declamava i suoi sonetti fra l’ilarità generale, insieme all’amico Edmondo de Amicis, ci furono anche i caffè livornesi, luoghi di ritrovo di artisti e letterati, dove ribollivano fermenti culturali e avanguardie.

Nella Livorno della Belle Epoque, mentre il bel mondo si pavoneggiava sul lungomare e prendeva i bagni ai Pancaldi, il caffè Bardi, all’angolo fra via Cairoli e piazza Cavour, ospitò pittori, scultori, letterati, musicisti e autori di teatro, convogliando correnti artistiche che vanno dal simbolismo al post impressionismo.

Fondato nel 1908 da Ugo Bardi, che rilevò l’attività del vecchio caffè Carlo Ragazzi, fu frequentato da artisti di ogni genere ma anche da collezionisti e appassionati d’arte e divenne il ritrovo preferito del Gruppo pittorico Labronico.

Il proprietario era un amante dell’arte, un mecenate, creò un luogo di aggregazione e svago; i pittori che lo bazzicavano si divertivano a tracciare caricature degli avventori sul marmo dei tavolini, decorando i pilasti e le lunette. I giovani artisti occupavano il cantuccio di sinistra, che essi stessi avevano abbellito, in particolare Romiti e Natali vi lasciarono affreschi.

Lo frequentava Modigliani, nelle sue rare rimpatriate, che al caffè lasciò un rotolo di disegni su carta a quadretti. Fu qui, pare, che gli fu consigliato di “buttare nel fosso” le sue sculture, dando origine, molti anni dopo, alla famosa beffa delle teste di Modì.

Erano habitué del caffè pittori come Gino Romiti, Oscar Ghiglia, Giovanni Bartolena, Giovanni March ma anche scrittori come Gastone Razzaguta, che, in Virtù degli artisti labronici, ne ha lasciato un vivido ricordo, e ancora Giosuè Borsi e persino Dino Campana e Gabriele d' Annunzio quando si fermavano a Livorno.

Nessuno sa, però, che poco più avanti, in via Cairoli, in un palazzo che oggi ospita uffici di professionisti, medici e assicuratori, c’era l’atelier di Rosachiara, casa di mode frequentata dalle signore del bel mondo. Rosachiara è famosa perché il suo uomo sfidò a duello Mussolini, quando ancora non era il duce.

Agli ordini della padrona, con mani svelte e alacri, le sartine creavano plissé, ricoprivano di stoffa minuscoli bottoni, aprivano asole per compiacere signore esigenti e viziate.

Fra tutte spiccava Ida, alta, con gli occhi azzurri, i capelli biondi. Era così bella che la padrona la chiamava ad indossare i vestiti per mostrarli alle acquirenti. Si alzava, allora, Ida, posava il lavoro, nascondeva le dita bucate dall’ago, la povera biancheria dimessa, si spogliava negli stanzoni ghiacci dagli alti soffitti, sfilava col suo passo fiero, trafitta dalle occhiate invidiose di signore sulle quali mai il vestito sarebbe caduto così bene. Lei le oltrepassava, altera, distaccata.

E poi, ridendo, le sartine scappavano in strada per una pausa, s’infilavano nel caffè Bardi, sotto gli sguardi ammirati di artisti, pittori, studenti e bancari, che non erano abituati a ragazze tanto audaci e moderne.

E chissà se Modigliani, stanco, disilluso, ubriaco, si sarà fermato ad ammirare il lungo collo immacolato di Ida, gli occhi brillanti, colmi di speranza in una vita che sarebbe stata lunga, sì, ma non avrebbe mantenuto le promesse.

Il caffè chiuse nel 1921, alla vigilia della fondazione del partito comunista e dell’ascesa di Mussolini.

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“Vieni c'è una strada nel bosco...”

4 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

“Vieni c'è una strada nel bosco...”

“Vieni c'è una strada nel bosco... il suo nome conosco...” così recitava il ritornello di una vecchia canzone e, non so per quale oscura ragione, quando mi reco nel luogo di cui sto per parlare, inconsapevolmente canticchio queste vecchie strofe. Forse perché Claudio Villa era uno dei cantanti preferiti di mia madre e perché la strada nel bosco di cui voglio parlarvi conduce proprio nei luoghi in cui lei nacque e crebbe e a cui io sono sentimentalmente legata.

Si tratta di una zona incantevole fra Montecalderaro e Ca' del Vento, una frazione del comune di Monterenzio, adagiata fra le dolci colline del preappennino bolognese, una borgata di case in via della Collina che sono appartenute alla famiglia da quando se ne abbia memoria. Su quei crinali è cresciuto il mio bisnonno, poi mio nonno e i suoi figli e ora a gestire l'azienda, sotto lo sguardo vigile ed esperto della zia Lidia, è l'ultimo dei nipoti, mio cugino Montebugnoli Giuseppe, con la moglie Mainetti Nicoletta e i loro due figli Sara e Massimo che continueranno la tradizione.

La storia della casa e della famiglia, dunque, risale a molto tempo fa e buona parte si è persa con le persone che la conoscevano, e tramandavano di generazione in generazione i ricordi, gli aneddoti, le tradizioni. La memoria storica scomparsa più recentemente era mia madre e oramai (ahimé) credo di essere una tra le più “vecchie “ rimaste e cerco di trasmettere quello che dai nonni e dagli zii avevo appreso.

Sono storie di sacrifici, di tanto sudore speso fin da bambini, quando il nonno svegliava i figli prima dell'alba e, ancor prima di andare a scuola, dovevano aiutarlo a trainare i buoi davanti all'aratro, racconti di battaglie politiche fra rossi e neri agli albori del Fascismo, di guerra, quando il fronte nel 1944 restò fermo proprio lì a casa per sei lunghi mesi: gli sfollati, i tedeschi, i partigiani, tutti a cercare di arraffare qualcosa a chi già di così poco doveva contentarsi. Ma sono anche storie di grandi amicizie, di serate passate a far “veglia “ nella stalla dove le mucche riscaldavano l'ambiente.

Tornando ad oggi, l'azienda agricola non è solo terra da lavorare, anzi, quella è la nota dolente, trattandosi di un terreno argilloso, per la maggior parte franoso e ricco di “calanchi”, un fenomeno tipico del territorio per cui si creano ampi e profondi solchi lungo i campi, che rendono difficile, quando non impossibile, la coltivazione. Nell'azienda si è sempre accompagnato all'agricoltura l'allevamento del bestiame che un tempo assicurava carne e latte e oggi costituisce la maggiore rendita e, recentemente, la produzione casearia. Infatti Nicoletta, che tutti su quei monti amano e stimano anche se non è nata là, anzi era cittadina lei, non aveva mai cresciuto animali né tanto meno lavorato la terra, oggi ha avviato un'importante produzione di formaggi. “La” Nicoletta , come diciamo noi, oltre a essere una splendida persona, ha un animo sensibile da artista e ha saput, insieme al marito, far crescere e prosperare l'azienda che oggi è una delle migliori produttrici di latte biologico per la Granarolo. La stalla non è più quella di una volta, con le poche mucche legate nelle poste, oggi è una delle tecnologicamente più moderne, dove gli animali possono uscire ed entrare in libertà. Viene arbitrata da un computer che, attraverso il programma impostato, dosa, ad esempio, la quantità del cibo da somministrare a ciascuna bestia e anche la mungitura, dove è il computer stesso che individua quando la mucca ha finito il latte e stacca automaticamente le tettarelle.

Nicoletta ha seguito numerosi corsi di aggiornamento, ha imparato a fare molte cose nella gestione aziendale e continua ad apportare novità come per l'inseminazione artificiale che esegue ormai da anni, sola senza l'ausilio del veterinario. Ama nel tempo libero, (come e dove lo troverà il tempo libero?) dipingere e lo fa su tela ma anche sui muri donando al luogo una peculiarità tutta speciale. Ogni volta che rivedo la casa del nonno non senza forti emozioni, trovo qualche novità: attraverso i suoi disegni, le vecchia mura riprendono vita e raccontano scene e momenti della tradizione contadina.

L'azienda coltiva prodotti di agricoltura biologica, le mucche danno latte biologico e il caseificio, oramai funzionante e decollato, produce formaggi freschi e stagionati, yogurt, e ogni tipo di latticini, con vendita diretta sul posto e in alcuni mercati emiliani.

“L'amore per la terra dà sempre buoni frutti” recita una famosa pubblicità, debbo dire, e non perchè sono di parte, che sulle orme dei nostri trisavoli i miei cugini e i figli non hanno intenzione di fermarsi, continueranno con i loro progetti futuri per consentirci di conoscere apprezzare ancora i prodotti genuini di una volta e consegnare agli eredi qualcosa che non si perderà mai : la nostra terra.

“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
“Vieni c'è una strada nel bosco...”
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Andersen a Livorno

30 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Andersen a Livorno

Hans Christian Andersen (1805 – 1875) è famoso in tutto il mondo per le sue fiabe, fra cui La principessa sul pisello, La sirenetta, I vestiti nuovi dell’imperatore, Il Brutto anatroccolo, La piccola fiammiferaia, Il soldatino di stagno, La regina delle nevi.

Non tutti sanno che fu anche un instancabile viaggiatore e durante i suoi numerosi spostamenti scrisse molti diari di viaggio.

Nella Biblioteca reale di Copenhagen è possibile consultare le pagine che riguardano il suo passaggio nella città di Livorno.

La danese Vibeke Worm ha rintracciato per noi le pagine dedicate al soggiorno di Andersen nella città labronica e le ha tradotte dal danese ottocentesco in inglese. Noi abbiamo provveduto a ritradurle in italiano per voi. Lo stile è veloce, guizzante, incisivo.

1833 dal diario

6 ottobre. Abbiamo affittato un vetturino e guidato allegramente le sei miglia verso Livorno. Abbiamo incontrato parecchi cacciatori e ci siamo imbattuti in una bella foresta di querce e in filari di aranci.

Gli Appennini avevano un paio di picchi elevati, per il resto la zona era piatta, e a Livorno è stato tutto un po’ noioso. Una città sporca, con un bel porto dall’acqua verde. Abbiamo visto le coste della Corsica e dell’Elba, è capitato un vapore da Genova, abbiamo parlato con due svedesi e avuto un asino per Cicerone, che ci ha preso 4 franchi e non ci ha mostrato nulla. Ci ha detto cose come: “Ci dovrebbe essere un mercante turco, ma il suo negozio è chiuso, c’è una chiesa con un bel dipinto ma il dipinto manca.”

Il duomo non è niente di speciale, un soffitto carino, ma è tutto sudicio. La chiesa greca era chiusa. Il cimitero inglese fuori la città era tutto tombe di marmo di Carrara, abbiamo trovato anche un paio di sepolture Svedesi.

Per strada abbiamo visto molti greci. La sinagoga, che doveva essere una delle più belle e ricche d’Europa, mi ha fatto una brutta impressione. La gente saliva una scala, nella chiesa, che sembra la Borsa, tutti avevano il cappello e spettegolavano sulla bocca degli altri. Sudici bimbi ebrei stavano ritti sulle sedie e un Rabbi, su una sorta di pulpito, rideva e scherzava con degli anziani. Per avanzare, Tappernaklet si fece largo a gomitate come se dessero i biglietti per il teatro, nessuno pensava alla devozione. Sopra di noi, nella galleria, sedevano le donne nascoste da una grande griglia, qui dovevano essere trattate come in Spagna ed erano molto timide.

Al porto c’è una statua di marmo di Ferdinando I° con 4 schiavi di bronzo incatenati alla statua, uno, un negro, aveva uno sguardo molto malinconico, era orribile da vedere e sarebbe un onore aiutarlo!

La nostra finestra guardava il mare, il sole era piacevole, giù dietro il faro, era come una nave sull’orizzonte. Le colline erano grigio blu, e delle strane nuvole strappate erano appese in cielo come lance d’oro in cielo. Livorno è brutta, piatta e sporca, ma il cielo, il mare e le belle colline sono una cornice che rende degna la pittura, potrebbe anche essere piacevole stare qui un po’ di tempo.

La gente: specialmente le donne camminano per le strade in tale quantità che sembrano una processione, ho visto dei turchi con teste caratteristiche e bei ragazzi greci. Una spagnola, con neri occhi di fuoco e un velo sottile, mi è passata vicina, com’era bella!

Sul pavimento abbiamo tappeti brillanti, divani orientali, ma ci vogliono dai 5 ai 9 franchi per pranzare, siamo andati in trattoria e abbiamo mangiato con due franchi.

Non si sa se è più bello il cielo limpido e azzurro, il mare blu, o le montagne cerulee. È uno stesso colore in diverse espressioni, è come l’amore pronunciato in tre lingue differenti. (Oggi il nostro vetturino ha cantato una aria d’opera mentre ci guidava fuori strada.)

Lunedì 7 ottobre.

Questa mattina mi sono vegliato al rumore di catene, erano incatenati a due a due, uno rosso e uno giallo. […]

Siamo usciti sul porto. Il molo è coperto da blocchi di pietra color terra. A pranzo eravamo a Pisa. Sono andato alla torre e alla chiesa. Le strade erano un mortorio, mi sono ficcato in vicoli così stretti e silenziosi che mi era presa l’ansia, finalmente mi sono ritrovato in uno spazio verde, c’era una statua colossale di marmo del granduca Leopoldo I° con in mano uno scettro dorato.[…]

Martedì 8 ottobre.

Da Pisa a Firenze. Davvero un’ottima strada, guidavano come matti, siamo arrivati a Firenze in otto ore. Nell’Arno c’era poca acqua...

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Giorgio Caproni

26 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #luoghi da conoscere

Giorgio Caproni

Livorno, quando lei passava,

d’aria e di barche odorava

Giorgio Caproni (1912 – 1990) è nato a Livorno e ivi ha ambientato le sue poesie più belle, quelle dedicate alla madre, Anna Picchi, Annina, denominate Versi Livornesi, nella raccolta Il seme del piangere del 1959.

Dal 22 si trasferisce a Genova, e poi a Roma. Fa il commesso, l’impiegato e il maestro elementare. Le sue prime prove sono rifiutate dagli editori, gli viene detto di “aver pazienza”, gli si fa capire che la poesia non è cosa per lui. Ma insiste, oltre alle poesie scrive critica letteraria, recensioni e traduce dal francese Il Tempo ritrovato di Proust, I fiori del male di Baudelaire, Bel-ami di Maupassant e, ancora, Celine e Apollinaire.

Anche quando la fortuna letteraria gli arriderà e vincerà numerosi premi importanti, si terrà sempre appartato e lontano dai salotti, chiuso nel suo dolore esistenziale frutto di numerosi traumi, come la morte per setticemia della prima fidanzata e le sciagure della guerra.

Scrive anche saggi e opere narrative ma la sua produzione più alta si concentra nella poesia. Le sue raccolte più famose sono Cronistoria (43), Le stanze della funicolare, (52), Il passaggio di Enea, (56), Il seme del piangere (59)

Ci sono tre tempi nella poesia di Caproni, il primo è macchiaiolo, carducciano, contiene una traccia dei primitivi toscani e di certi modi cavalcantiani e stilnovistici, privi, però, d’idealizzazione spirituale. Ne è un esempio la poesia che segue:

LA GENTE SE L’ADDITAVA

Non c’era in tutta Livorno

un’altra di lei più brava

in bianco, o in orlo a giorno.

La gente se l’additava

vedendola, e se si voltava

anche lei a salutare,

il petto le si gonfiava

timido, e le si riabbassava,

quieto nel suo tumultuare

come il sospiro del mare.

Era una personcina schietta

e un poco fiera (un poco

magra), ma dolce e viva

nei suoi slanci; e priva

com’era di vanagloria

ma non di puntiglio, andava

per la maggiore a Livorno

come vorrei che intorno

andassi tu, canzonetta:

che sembri scritta per gioco

e lo sei piangendo: e con fuoco.

C’è poi una fiammata lirica e neoclassica in Cronistoria e ne Il passaggio di Enea ed infine una progressiva scarnificazione e perdita di lirismo, come se, col passare degli anni, la parola fosse ormai un peso.

Il rumore della parola, ad un certo punto, ha cominciato a darmi terribilmente fastidio

La ricerca è tesa alla semplificazione, il verso s’impasta di aulico e prosastico insieme, oscilla fra cantato e parlato (e in questo richiama la linea ligure, in particolare Sbarbaro.) Si rifà comunque a un filone preermetico, alla musicalità descrittiva di Saba e alla metrica di Pascoli. Consapevolmente antinovecentesco, Caproni rifiuta i giochi puramente sintattici e concettuali. Vuole una poesia fatta di bicchieri, di stringhe, di cose della vita quotidiana, il suo è un impressionismo che evita l’idillio e il compiacimento elegiaco, anche la sintassi si riduce all’essenziale mentre sono gli oggetti a prendere corpo.

L’architettura e il controllo della metrica entrano in contrasto con l’urgenza vitalistica, espressa spesso dagli esclamativi iniziali, il periodo non si esaurisce nel verso ma deborda nell’enjambement, il versificare si fa spezzato, rispecchiando l’anima del poeta che tenta di afferrare una realtà sfuggente. Caproni ricorda in questo Virginia Woolf, il suo senso di crescente insoddisfazione, la sfiducia nella possibilità che la parola riesca a rappresentare davvero le cose.

Nessuno è mai riuscito a dire

Cos’è, nella sua essenza, una rosa.”

Detesta la logorrea, i versi lunghi. “L’ideale”, afferma, “sarebbe arrivare a scrivere una parola sola, o meglio, andare oltre la parola”. La parola ha per lui valenza negativa, perché limita, è simulazione della realtà. La parola è oggetto essa stessa e, ammesso che la realtà esista, non si può conoscere un oggetto con un altro oggetto.

Caproni usa la rima, l’allitterazione, l’assonanza, l’anafora (ripetizione di parole o espressioni), la prosopopea (quando si fanno parlare animali, oggetti, defunti) e la punteggiatura con valore ritmico. La sua resta un’operazione letteraria e l’assoluta identità fra vita e poesia rimane un’aspirazione, anche se egli tende più narrare che a poetare, rifuggendo dalla sublimazione lirica.

PER LEI

Per lei voglio rime chiare,

usuali: in -are.

Rime magari vietate,

ma aperte: ventilate.

Rime coi suoni fini

(di mare) dei suoi orecchini.

O che abbiano, coralline,

le tinte della sue collanine.

Rime che a distanza

(Annina era così schietta)

conservino l’eleganza

povera, ma altrettanto netta.

Rime che non siano labili,

anche se orecchiabili.

Rime non crepuscolari,

ma verdi, elementari.

I temi ricorrenti sono la guerra; il dolore; l’esistenza come viaggio - anche in senso chiuso e circolare, un viaggio che riporta indietro, al punto di partenza, al nulla, al non essere, e che è simbolico del passaggio fra un’epoca e l’altra e fra la vita e la morte - la ricerca dell’identità che sfocerà nell’immedesimazione con personaggi mitologici come Enea e che è intesa come modo per trovare gli altri attraverso se stessi; il rapporto con i genitori; la vita popolare di Genova e Livorno. La sua è un’epopea casalinga, una fuga dalla storia che caratterizza molti poeti dell’epoca come Penna, Luzi, Sereni, spaventati dal passare del tempo, dalla distruzione della civiltà contadina.

Nel 1949 torna nella sua città alla ricerca della tomba dei nonni e la riscopre, ma, ormai, anche Livorno è popolata di fantasmi.

ULTIMA PREGHIERA

Anima mia, fa’ in fretta.

Ti presto la bicicletta,

ma corri. E con la gente

(ti prego, sii prudente)

non ti fermare a parlare

smettendo di pedalare.

Arriverai a Livorno,

vedrai, prima di giorno.

Non ci sarà nessuno

ancora, ma uno

per uno guarda chi esce

da ogni portone, e aspetta

(mentre odora di pesce

e di notte il selciato)

la figurina netta,

nel buio, volta al mercato.

Io so che non potrà tardare

oltre quel primo albeggiare.

Pedala, vola. E bada

(un nulla potrebbe bastare)

di non lasciarti sviare

da un’altra, sulla stessa strada.

Livorno, come aggiorna,

col vento una torma

popola di ragazze

aperte come le sue piazze.

Ragazze grandi e vive

ma, attenta!, così sensitive

di reni (ragazze che hanno,

si dice, una dolcezza

tale nel petto, e tale

energia nella stretta)

che, se dovessi arrivare

col bianco vento che fanno,

so bene che andrebbe a finire

che ti lasceresti rapire.

Mia anima, non aspettare,

no, il loro apparire.

Faresti così fallire

con dolore il mio piano,

e io un’altra volta Annina,

di tutte la più mattutina,

vedrei anche a te sfuggita,

ahimè, come già alla vita.

Ricordati perché ti mando;

altro non ti raccomando.

Ricordati che ti dovrà apparire

prima di giorno, e spia

(giacché, non so più come,

ho scordato il portone)

da un capo all’altro la via,

da Cors’Amedeo al Cisternone.

Porterà uno scialletto

nero, e una gonna verde.

Terrà stretto sul petto

il borsellino, e d’erbe

già sapendo e di mare

rinfrescato il mattino,

non ti potrai sbagliare

vedendola attraversare.

Seguila prudentemente,

allora, e con la mente

all’erta. E, circospetta,

buttata la sigaretta,

accostati a lei soltanto,

anima, quando il mio pianto

sentirai che di piombo

è diventato in fondo

al mio cuore lontano.

Anche se io, così vecchio,

non potrò darti mano,

tu mòrmorale all’orecchio

(più lieve del mio sospiro,

messole un braccio in giro

alla vita) in un soffio

ciò ch’io e il mio rimorso,

pur parlassimo piano,

non le potremmo mai dire

senza vederla arrossire.

Dille chi ti ha mandato:

suo figlio, il suo fidanzato.

D’altro non ti richiedo.

Poi, va’ pure in congedo.

Annina, fine e popolare come i versi del figlio, non c’è più, non ci sono il suo odore di cipria, la catenina, il tumulto del cuore, la camicetta. Ella, ormai, non si può destare.

IL CARRO DI VETRO

Il sole della mattina,

in me, che acuta spina.

Al carro tutto di vetro

perché anch’io andavo dietro?

Portavano via Annina

(nel sole) quella mattina.

Erano quattro i cavalli

(neri) senza sonagli.

Annina con me a Palermo

di notte era morta, e d’inverno.

Fuori c’era il temporale.

Poi cominciò ad albeggiare.

Dalla caserma vicina

allora, anche quella mattina,

perché si mise a suonare

la sveglia militare?

Era la prima mattina

del suo non potersi destare.

Riferimenti

Romano Luperini, Il Novecento, Loescher editore

Walter Cremonti, “I versi livornesi di Giorgio Caproni” dal sito www.latramontanaperugia.it

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L'ultimo Natale di Loris (tratto da un romanzo ancora inedito)

23 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #luoghi da conoscere

L'ultimo Natale di Loris (tratto da un romanzo ancora inedito)

Un piccolo brano tratto da un mio romanzo ancora inedito per augurarvi BUON NATALE.

Il tavolo è stato allungato e ricoperto con una tovaglia rossa, comprata in un negozio cinese, che non va stirata e si lava con una spugna. I piatti, invece, sono quelli buoni. Michela ha persino provato a fare un centrotavola con delle candele prese al discount e delle pine* spruzzate di spray color argento. Tenere occupate mani e testa è uno sforzo che consuma un sacco di energia, sfinisce e lascia posto per poco altro, ma è indispensabile, fa parte del processo quotidiano di rimozione, in atto da tanto tempo ormai. In questo preciso momento si costringe a tenere gli occhi fissi sul piatto che ha in mano, a respirare per schiarirsi la testa e trovare un modo per arrivare in fondo alla serata. Dalla cucina arriva un odore nauseante di crostini bruciacchiati e arrosto sfrigolato. È come se ci fossero delle scritte luminose nell’aria, dei festoni ad annunciare l’avvento dell’orrore, non di Gesù.

Accade l’insopportabile eppure dovrà sopportare fino in fondo alla cena. Le sembra di morire, ma non come suo figlio, piuttosto di una morte privata, tutta chiusa dentro di lei. Si sforza di far finta di nulla, di trasformare in un sorriso il rictus che ha sulla faccia da quando hanno suonato alla porta. Respira ancora profondamente, poi va in cucina, si mette ad armeggiare con il forno, si brucia, impreca. Le luci della sala sono tutte accese, sembra che le cose sfavillino in modo feroce. «È l’ultimo Natale per Loris, devi esserci» ha detto al telefono a sua sorella. «Sì, ma porto qualcuno» ha risposto Rosi.

Loris è già sistemato a capotavola, vicino all’albero finalmente raddrizzato e pieno di regali, quasi tutti per lui. Ha tre cuscini a sostenergli la schiena, un filo di saliva che scende sul mento, fa fatica a girare la testa, eppure la volta in continuazione per seguire il suo andirivieni dalla cucina. Più passano i giorni, più peggiora e più ha bisogno di lei, più la cerca fino a farle sembrare odioso ogni minuto che trascorre lontano da lui. Serve ad aumentare il suo senso di colpa e lei ci si aggrappa perché anche quello è un sentimento umano, un sentimento da mamma.

Francesco è in piedi davanti alla porta finestra, ha i pugni contratti, la mascella serrata in quella posa che lei conosce fin troppo, sembra sul punto di aprire la finestra e gettare di sotto qualcuno, guarda fuori nel buio della notte che, qui sul viale di Antignano, non ha luminare, babbi natali scalatori o tubi fluorescenti sui terrazzi. Qui il mare la fa da padrone su tutto, anche sul Natale. Non come in Borgo, dove lo percepivi dagli alberi illuminati contro le finestre spalancate, dai rumori di ciottoli e stoviglie, dagli odori di crostini e sughi che filtravano sotto le porte saturando i pianerottoli, dalle luci che addobbavano i terrazzi e davano sentore di presenza umana, di gente vicina che sta facendo le stesse tue cose e sta pensando gli stessi tuoi pensieri.

Rosi è seduta su uno dei due divani, a fianco c’è la loro madre che le sta dicendo: «Via… così alla fine ti sei fidanzata anche tu». Sua madre sembra davvero contenta mentre accenna a Luca, disteso sull’altro divano. Quando hanno suonato, Michela è andata ad aprire ed è rimasta impietrita sulla porta, zitta, ha sentito che il sangue le defluiva dalla faccia. Le è sembrato che qualcuno le legasse un mattone al collo per trascinarla sul fondo di un pozzo nero. «Buon Natale» ha detto Luca, e aveva la bocca sollevata da un lato, non era un sorriso, era un ringhio. È entrato nell’ingresso conquistandolo, invadendolo come se non pesasse sessanta chili ma cento, come se non fosse alto un metro e settanta ma due metri. E ora è lì, che respira la stessa aria di Francesco, i suoi occhi la seguono, le perforano la nuca anche quando fugge in cucina per salvarsi. Michela vorrebbe spalancare la porta e correre giù nel buio, fra le siepi, sullo sterrato, fino al mare gelido, invernale, per buttarcisi dentro e scomparire nella notte. Non può farlo, sono tutti lì per l’ultimo maledetto Natale di Loris, sono lì per sorridere e fingere che ce ne saranno molti altri schifosi come questo."

*Pina: "frutto del pino avente la forma approssimativa di un cono costituito da squame o scaglie legnose, aderenti le une alle altre, che, quando il frutto ha raggiunto la completa maturazione, si aprono lasciando cadere i semi, cioè i pinoli. Vedi anche pigna" . Dizionario della lingua italiana De Agostini

Ricordarsi sempre che i cosiddetti "toscanismi", altro non sono che parole italiane pure. Chi parla toscano, raramente sbaglia.

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