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L'ultimo Natale di Loris (tratto da un romanzo ancora inedito)

23 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #unasettimanamagica, #luoghi da conoscere

L'ultimo Natale di Loris (tratto da un romanzo ancora inedito)

Un piccolo brano tratto da un mio romanzo ancora inedito per augurarvi BUON NATALE.

Il tavolo è stato allungato e ricoperto con una tovaglia rossa, comprata in un negozio cinese, che non va stirata e si lava con una spugna. I piatti, invece, sono quelli buoni. Michela ha persino provato a fare un centrotavola con delle candele prese al discount e delle pine* spruzzate di spray color argento. Tenere occupate mani e testa è uno sforzo che consuma un sacco di energia, sfinisce e lascia posto per poco altro, ma è indispensabile, fa parte del processo quotidiano di rimozione, in atto da tanto tempo ormai. In questo preciso momento si costringe a tenere gli occhi fissi sul piatto che ha in mano, a respirare per schiarirsi la testa e trovare un modo per arrivare in fondo alla serata. Dalla cucina arriva un odore nauseante di crostini bruciacchiati e arrosto sfrigolato. È come se ci fossero delle scritte luminose nell’aria, dei festoni ad annunciare l’avvento dell’orrore, non di Gesù.

Accade l’insopportabile eppure dovrà sopportare fino in fondo alla cena. Le sembra di morire, ma non come suo figlio, piuttosto di una morte privata, tutta chiusa dentro di lei. Si sforza di far finta di nulla, di trasformare in un sorriso il rictus che ha sulla faccia da quando hanno suonato alla porta. Respira ancora profondamente, poi va in cucina, si mette ad armeggiare con il forno, si brucia, impreca. Le luci della sala sono tutte accese, sembra che le cose sfavillino in modo feroce. «È l’ultimo Natale per Loris, devi esserci» ha detto al telefono a sua sorella. «Sì, ma porto qualcuno» ha risposto Rosi.

Loris è già sistemato a capotavola, vicino all’albero finalmente raddrizzato e pieno di regali, quasi tutti per lui. Ha tre cuscini a sostenergli la schiena, un filo di saliva che scende sul mento, fa fatica a girare la testa, eppure la volta in continuazione per seguire il suo andirivieni dalla cucina. Più passano i giorni, più peggiora e più ha bisogno di lei, più la cerca fino a farle sembrare odioso ogni minuto che trascorre lontano da lui. Serve ad aumentare il suo senso di colpa e lei ci si aggrappa perché anche quello è un sentimento umano, un sentimento da mamma.

Francesco è in piedi davanti alla porta finestra, ha i pugni contratti, la mascella serrata in quella posa che lei conosce fin troppo, sembra sul punto di aprire la finestra e gettare di sotto qualcuno, guarda fuori nel buio della notte che, qui sul viale di Antignano, non ha luminare, babbi natali scalatori o tubi fluorescenti sui terrazzi. Qui il mare la fa da padrone su tutto, anche sul Natale. Non come in Borgo, dove lo percepivi dagli alberi illuminati contro le finestre spalancate, dai rumori di ciottoli e stoviglie, dagli odori di crostini e sughi che filtravano sotto le porte saturando i pianerottoli, dalle luci che addobbavano i terrazzi e davano sentore di presenza umana, di gente vicina che sta facendo le stesse tue cose e sta pensando gli stessi tuoi pensieri.

Rosi è seduta su uno dei due divani, a fianco c’è la loro madre che le sta dicendo: «Via… così alla fine ti sei fidanzata anche tu». Sua madre sembra davvero contenta mentre accenna a Luca, disteso sull’altro divano. Quando hanno suonato, Michela è andata ad aprire ed è rimasta impietrita sulla porta, zitta, ha sentito che il sangue le defluiva dalla faccia. Le è sembrato che qualcuno le legasse un mattone al collo per trascinarla sul fondo di un pozzo nero. «Buon Natale» ha detto Luca, e aveva la bocca sollevata da un lato, non era un sorriso, era un ringhio. È entrato nell’ingresso conquistandolo, invadendolo come se non pesasse sessanta chili ma cento, come se non fosse alto un metro e settanta ma due metri. E ora è lì, che respira la stessa aria di Francesco, i suoi occhi la seguono, le perforano la nuca anche quando fugge in cucina per salvarsi. Michela vorrebbe spalancare la porta e correre giù nel buio, fra le siepi, sullo sterrato, fino al mare gelido, invernale, per buttarcisi dentro e scomparire nella notte. Non può farlo, sono tutti lì per l’ultimo maledetto Natale di Loris, sono lì per sorridere e fingere che ce ne saranno molti altri schifosi come questo."

*Pina: "frutto del pino avente la forma approssimativa di un cono costituito da squame o scaglie legnose, aderenti le une alle altre, che, quando il frutto ha raggiunto la completa maturazione, si aprono lasciando cadere i semi, cioè i pinoli. Vedi anche pigna" . Dizionario della lingua italiana De Agostini

Ricordarsi sempre che i cosiddetti "toscanismi", altro non sono che parole italiane pure. Chi parla toscano, raramente sbaglia.

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