Overblog Tutti i blog Blog migliori Letteratura, poesia e fumetti
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
Pubblicità
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poli patrizia

#unasettimanamagica The Christmas diary

19 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica     The Christmas diary

19 dicembre. Brrr, freddo. Mi vesto.
Mutande calde e comode. (Leggi capaci di frenare qualsiasi iniziativa sessuale da parte di lui)
Reggiseno con tripla imbottitura, in grado di emergere da innumerevoli strati d’indumenti.
Maglia di lana pecorina a maniche lunghe.
Maglione a collo alto lavorato a coste giganti con ferri del n 12.
Collant 250 denari.
Cappello peruviano foderato di lapin ecologico.

Mi guardo le mani.
La curvatura delle unghie è da insufficienza polmonare acuta e ci sono inequivocabili striature verticali da eccesso di candeggina. Penso allo smalto Notte di perversione che ho comprato per la sera del 31. Le pagliuzze dorate s’insinueranno nei solchi? La pelle sembra il deserto del Gobi in una stagione particolarmente secca. Non ho tempo di mettere la crema, opto per i guanti.

Mi guardo allo specchio.
Vedo un essere flaccido, dal pallore mortuario, infagottato in un maglioncione informe. Ce la farò a trasformarmi in un’affascinante creatura in tempo per il veglione?
Esco per comprare il regalo alla suocera. (Meglio liberarsi in fretta dei brutti pensieri.)
In vetrina vedo un profumo che costa 40 €. Penso a quando lei mi ha fatto notare che suo figlio meritava di più. Cerco qualcosa da meno.
Esamino una sciarpa da 30 €. Uhm… Mi viene in mente quella volta che lei mi ha annunciato che l’ex moglie di suo figlio cucinava meglio di me.
Propendo per un piatto porta panettone da 20 €, con al centro Babbo Natale che svolazza nel cielo stellato, circondato da cristalli di neve.
Telefono a lui per conferma. Obietta che l’acquisto gli sembra fuori luogo, giacché quest’anno il Natale non lo festeggiamo da sua madre. (Colgo nettamente la nota di disappunto nella sua voce.) A che serve, dice, ormai a mia madre un piatto da panettone? Regalarglielo equivarrebbe a ricordarle la sua perdita di centralità e potere all’interno della famiglia ed a gettarla in uno stato di depressione dal quale riemergerebbe solo ad Aprile con l’organizzazione del compleanno del figlio.
E pensare che a me sembrava solo un piatto da dolce.
A questo punto mi rammento di quella colonia, regalatami dalla zia Severina buonanima tre anni fa, e scaraventata in fondo al cassetto dei calzini. Decido di riciclarla alla suocera e con i 20 € acquisto tre pecorine per il presepe ed un foglio di carta roccia.
20 Dicembre. Compilo la lista degli invitati.

Dunque. Io
Lui
Sua figlia (Anche se a Giugno mi ha detto che il
bikini nuovo mi segnava sui fianchi. Grrr)
Sua madre
Mia madre
Mio fratello
Zia ‘Melia
Zio ‘Milcare
La mia amica Alice. (Il marito è scappato nelle
Filippine con la colf.)

Mentre sto mettendo un punto interrogativo accanto al nome della mia figliastra, nella segreta speranza che non venga, telefona la suocera. Dice che quest’anno avrebbe pensato d’invitarci lei. Rispondo che lo fa da dieci anni. Incalza che ha già preparato l’impasto per i crostini. Replico che io ho già il cappone nel freezer. (Sembra l’ultima scena di mezzogiorno di fuoco.)
Appena riattacco, chiama la zia ‘Melia. Dice che le piacerebbe se andassimo tutti in campagna da lei, quest’anno. Leggi: casa colonica sprofondata nel nulla, stufa a legna rotta dal 1950 e mai riparata, caminetto senza tiraggio, temperatura interna - 15. Rispondo, grazie, ehm, magari l’anno venturo.
Per ultimo, si fa vivo mio fratello. E’ nauseato da tutto questo consumismo, dice, ed il Natale è solo una bieca operazione commerciale. Sta pensando ad un ritiro spirituale in un eremo, con i frati che cucinano cibi biologici e cantano la messa di mezzanotte. Per Capodanno, invece, ha in programma un trekking sull’Himalaya. Gli servirebbe proprio una tenda, aggiunge.
21 Dicembre. Ritelefona la zia ‘Melia. Annuncia che le sono improvvisamente cadute le cateratte e che lo zio ‘Milcare ha la pressione alta. Raccomanda un menù iposodico. Io penso all’enorme prosciutto di Praga che ho appena acquistato, quando chiama l’ex di mio marito. Insiste che, davvero, quest’anno proprio non può fare a meno della sua bambina. (Che ha 22 anni.) Io mi mostro entusiasticamente d’accordo ma mio marito un po’ meno.
Suonano alla porta. Con un sorriso acido, la mia vicina mi regala un’invisibile piantina spinosa dall’aspetto asfittico, punteggiata di finte bacche di pungitopo e soffocata da uno strato di spray dorato. Ringrazio. Stacco dalla porta il vischio dell’anno precedente, lo rinfresco sotto il rubinetto, e glielo sbatto fra le mani con tanti auguri.
22 Dicembre. Chiama la mia amica Alice. Mi tiene due ore al telefono per raccontarmi che il marito dubita, tentenna e forse tornerà pentito per festeggiare il Natale insieme con lei. Simpatizzo e intanto penso alla scatola di fazzoletti a forma di rosa che le ho comprato. Decido di sostituirla con un perizoma di pizzo leopardato.
Insieme al perizoma per Alice, scelgo per la mia figliastra un completino rosso fuoco. Ho la tentazione di chiederlo di tre taglie in più, per darle l’impressione che anch’io la vedo grassa. In un negozio specializzato, acquisto una canadese (nel senso di tenda) per mio fratello. Mi spiegano che trattasi dell’originale usato da Messner durante la scalata del K2.
La monto in salotto per vedere se manca qualcosa e ci trovo dentro una scatola di preservativi. Mentre controllo i tiranti, mi viene in mente che non ho ancora comprato nulla per la zia ‘Melia, poi rammento che non ci vede e lascio stare.
Compiaciutissima, compro per il mio lui una cravatta costellata d’orsetti lavatori travestiti da Babbo Natale, ognuno con un fumetto che gli esce dalla bocca ed urla MERRY CHRISTMAS!! Davvero molto, molto, molto originale.
23 Dicembre. Smonto la canadese per far posto all’albero di Natale. Non riesco a farla rientrare nell’apposita custodia, perciò l’appallottolo e la incarto così com’è, con i picchetti e tutto. Ne risulta il regalo più ingombrante che abbia mai visto. Quando ho finito d’incartare, scopro di aver dimenticato di togliere i preservativi.
Piazzo l’albero di Natale. Due metri e mezzo di puro polietilene. Provo a riagganciare tre rami staccatisi l’anno precedente. Non si attaccano più ed allora nascondo il vuoto contro la parete. Spruzzo ramo per ramo con uno spray all’aroma di pino montano. Ora l’albero sa di pasta d’acciughe e il gatto appare molto interessato.
Intreccio 15 serie di luci intermittenti sperando che magari una si accenda. Non si accende nulla e passo il resto del pomeriggio a cercare i pisellini fulminati. Attacco tutte le palline, (quelle rotte le metto dietro), appendo l’uccellino di vetro di Burano sul ramo più alto, lontano dal gatto. In piedi sulla scala, provo ad infilare il puntale. E’ lungo 55 centimetri ed ha la forma di un inquietante angelo con le ali spiegate. Non ne vuole sapere di stare dritto. Mi faccio prestare un ferro da calza dalla vicina. Me lo porge con l’aria di volermici trapassare. Ancoro il puntale col ferro e con mezzo metro di filo argentato.
24 Dicembre. Supermercato.
Compro.
2 salami, uno a grana grossa uno a grana fine.
6 hg di pancetta.
10 salsicce
½ kg di soppressata
(Il prosciutto di Praga c’è già)

Penso che finalmente farò fuori la suocera ipercolesterolemica, poi mi pento e, all’ultimo minuto, acquisto anche un vassoio d’insalata di mare per lei.

Ed inoltre.
Succedaneo del caviale per il fratello allergico al salmone.
Salmone affumicato per lo zio ‘Milcare allergico al caviale.
Wurstel per mia madre allergica ad entrambi.
Tortellini per brodo. Non li mangia nessuno ma fanno
tradizione.
(Il cappone è già nel freezer dal Natale dell’anno scorso.)
Lenticchie. (Mia madre dice che portano soldi.)
25 Dicembre.

Ore 12. Alla fine sono venuti tutti. Mio fratello ha superato la crisi mistica già all’aperitivo. L’ex di mio marito è partita per i Caraibi con un charter e ci ha telefonato a mezzanotte del 24, chiedendoci dall’aeroporto se potevamo tenere la bambina.
La bambina in questione è nella mia camera, davanti al mio specchio, con l’orecchio incollato da un’ora al mio cellulare, che si pavoneggia nel mio completino, che purtroppo la fa sembrare la sorella bella di Megan Gale. Lei mi ha regalato un paio di culottes rosse con su scritto, “Su con la vita, vecchia mia.”
Col naso paonazzo e gli occhi lucidi, la mia amica Alice affoga i dispiaceri dentro un bicchiere di Martini. Suo marito ha deciso all’ultimo minuto di vedere l’alba del nuovo anno a Manila.

Ore 13,30. Porto in tavola il cappone. Il puntale sceglie questo momento per precipitare e trafiggerlo esattamente nel centro. Il gatto si arrampica sull’albero e massacra l’uccellino di vetro di Burano.

Ore 15,30. La zia ‘Melia ha già rotto, in sequenza, 3 calici di Boemia, 1 insalatiera e 2 caraffe di cristallo di rocca. Adesso sta ciucciando coscienziosamente il torrone, mentre urla nell’orecchio dello zio ‘Milcare, il quale sta cantando a squarciagola Tu scendi dalle stelle.
A capotavola, mio marito propone un brindisi con aria inebetita. Ha al collo cinque identiche cravatte, corredate d’orsetti lavatori che urlano MERRY CHRISTMAS!!
Nell’aria c’è uno strano odore di pasta d’acciughe, datteri col mascarpone e lucine fulminate. Il gatto ha rubato le ossa del cappone e le sgranocchia sotto al tavolino. Amelia singhiozza col naso affondato nello spumante. Mia madre e mia suocera, in fondo al tavolo, si accapigliano per il possesso dell’unico schiaccianoci.
Non so.
Sarà la commozione. Sarà forse lo spirito natalizio, ma sento che mi sta per venire da piangere.

Mostra altro
Pubblicità

Ultime ore prima dell'alba

17 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Sei affacciato alla finestra, il pianto ti riga la gola e si confonde col sudore sul petto, il dolore ti contorce lo stomaco, un brivido t’increspa la pelle. Niente è come credevi che fosse, lei t’odiava e nemmeno te n’eri accorto. Era odio bello e buono, altrimenti non t’avrebbe detto certe cattiverie, non t’avrebbe chiamato fallito. Aspetta, com’è che ha detto di preciso? Ah, sì, fallito per natura. “Sei un fallito per natura, Tommaso, e lui vale mille volte più di te anche a letto.”
L’hai implorata mentre staccava dal muro il quadro di sua zia - la crosta schifosa che ti sei sempre tenuto per farle piacere - l’hai scongiurata di non portarsi via Chicco, mentre lei lo vestiva in fretta e lui aveva già il labbro inferiore che tremava.
“Il bimbo è spaventato, Anna, per l’amor di dio.”
Ma lei non vedeva più nemmeno suo figlio. Allora sei stato tu a tacere per primo, a tirare su per lei la valigia pesante.
“Ok, amore di papà, adesso la mamma ti porta per qualche giorno dai nonni, così puoi giocare col canino. Come fa il canino? Eh, come fa? Fai bu a papà.”
Ma lei si è voltata, quasi a nasconderti il bambino col suo corpo, quasi a proteggerlo da te, da te, che lo ami come non hai mai amato niente in tutta la tua vita di merda. Avevi giurato che tuo figlio non avrebbe mai sofferto, che gli saresti stato sempre a fianco, che lui avrebbe avuto un padre ed una madre, sì, almeno lui.
“Non hai aspirazioni, non hai ideali”, ti ha detto lei. Sì che ce l’hai, invece, cazzo, se ce l’hai. E’ Chicco la tua aspirazione, il tuo ideale. Lei non sa di quanto affetto sei capace, tu che non hai mai avuto una famiglia, che i tuoi genitori l’hai solo immaginati, notte dopo notte, in istituto, singhiozzando, mentre i grandi cercavano di saltarti addosso o ti riempivano di botte, e tu giù, a tenere duro, ad aspettare i diciott’anni per uscire, per imparare un mestiere, per trovare una ragazza, per farti una famiglia.
Lei e Chicco non hanno più bisogno di te, ti hanno abbandonato proprio come quei figli di puttana dei tuoi genitori, sei rimasto solo, in questa brutta città, col tuo laido lavoro all’officina, e non c’è ritorno, non c’è futuro, ogni gesto è inutile.
Lasci la finestra, vai nel bagno. C’è ancora la tutina di Chicco, di traverso sul bordo della vasca. L’afferri, te la strofini sulla faccia, l’annusi. E’ umida, sa di pipì. Te la tieni premuta sotto il naso con la sinistra mentre, con la destra, prendi una lametta. Molli la tutina, ti tagli il polso sinistro, poi cambi mano e tagli anche il destro.
Guardi il sangue che sbocca e ti butti sul letto, pensando quanto ci vorrà. I polsi ti fanno male, ma poco, solo un frizzore.
Hai paura.
Eh, sì, fino a poco fa, fino quando sei andato di là a tagliarti le vene, volevi solo mettere fine al tuo dolore, ma ora hai una fifa cane. E’ una sensazione forte che non ti fa pensare più tanto a lei ed a Chicco.
Chiudi gli occhi, affondi la testa nel cuscino, ma poi li riapri, anzi li spalanchi. Il cielo si sta scolorando oltre i palazzi, dove cominciano le colline. Senti il rumore del furgone dei giornali.

Giugno. Un gruppo d’alberi e un muro con troppe finestre, il cigolio di un’altalena. Sei disteso a pancia in su nel prato, fumi una sigaretta proibita. Hanno tagliato l’erba e sai che stingerà sulla divisa, ti prenderai un rimbrotto da padre Mattia, ma non t’importa, perché l’erba è fresca e ti piace il suo solletico.
Guardi il cielo, la scia bianca che lasciano gli aeroplani, un calabrone ti ronza sulla testa. Pensi che il caldo abbia un rumore, ed è proprio il rumore del calabrone.

Coglione. Stai morendo e pensi a quand’eri ragazzo, ai compagni di scuola - ma non erano tutti pedofili o picchiatori? - Pensi ai colleghi di officina, specie Mariotto che ti porta sempre la mortadella e il vino che fa suo padre al paese. Pensi anche ai tuoi genitori che, prima di abbandonarti, ti hanno offerto la vita.
Hai freddo, la fronte ti suda ghiaccio. C’è un bicchiere sul comodino, vedi l’acqua, la vorresti sulla tua lingua di cartone.
Hai sete, eh? Ci dovevi pensare prima, c’è scritto dappertutto che quando ci si dissangua è così.
Sete… Sete…
Cristo santo…
Pensi all’acqua che sgocciola lungo le grondaie e lava le macchine. Vorresti alzare il braccio, ci provi almeno. Rimane lì, incrostato al lenzuolo, come un macigno, già mezzo morto.
Lo sai vero, coglione, che ormai non ce la fai più a prendere il telefono?

Mostra altro

Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Vania Wiola

11 Dicembre 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto

Spiazzante, è l’aggettivo che meglio si adatta a “La madre” di Wania Viola. Che sia il risultato di un’architettura voluta o che derivi da un cambiamento di rotta dell’autrice e da un finale “appiccicaticcio”, poco importa, perché il prodotto è intrigante, dà da pensare e crea una serie di ambigue associazioni psicanalitiche.
La trama s’incentra su una donna, sul suo compito di fattrice e sulla sua collocazione in una scala di matriarche che figliano come animali, senza dare troppo peso alla cosa, senza emotività connessa, in modo sbrigativo e freddo. “Un paesino con quattro case… Un podere con casa padronale… un pergolato…” È una donna che sta per iniziare la sua avventura, tra le sentenze di una madre all’antica e i tremori del cuore. È il riassunto di una vita, il racconto della conquista della maternità come condizione; la gioia della scoperta del ruolo; ma anche la sottile amarezza per anni che “rotolano uno dietro l’altro… senza niente per me stessa”. La protagonista del racconto descrive il particolare sentimento che, al taglio del cordone ombelicale, matura lentamente e cresce. È la sincera e sofferta confessione di una donna degli anni ’60, troppo giovane, forse, impreparata e spaventata dalla sovrabbondanza di emozioni, tutte nuove, da comprendere e contenere.
Quattro figli, quattro diverse esperienze, tutte fatte di un amore particolare, silenzioso, sostitutivo, una sorta d’indennità per il fallimento di altri progetti giovanili. La protagonista non ha nome, come non l’ha sua madre, che è, però, sempre presente, addirittura tiene la mano alla figlia che partorisce, in una catena di solidarietà, dolore e sottomissione femminile. Nell’atto al quale non attribuiscono valore se non come dovere, dedizione e sacrificio, finisce annullata la soggettività, muoiono le aspirazioni, si stemperano i desideri rimandati fino a quando non c’è più tempo.
E il tempo finisce davvero perché, dopo quattro figli, arriva l’ultimo, altrettanto carnoso, altrettanto viscerale, oscuro, pronto anche lui a rubarti la vita: il tumore. Ti cresce dentro, e tu capisci che non c’è poi tanta differenza con la tua prole, che anche i figli, alla fine, sono parassiti che si nutrono di te - specialmente se non sei in grado di amarli con l’anima oltre che con il corpo e l’istinto. – E non è un caso che le parole usate per descrivere l’allattamento ben si adattino alla devastazione operata dal tumore nel corpo: “era come se mi succhiasse la vita, come se mi portasse via la linfa”.- Cos’è l’amore materno? È così scontato il colpo di fulmine verso il piccolo essere che mettiamo al mondo?
Racconto molto intenso, analisi (o autoanalisi) di sentimenti forti e complessi. Ma è ciò che si legge tra le righe che colpisce: l’autrice disegna con sottile e penosa ironia la crisi di ruolo e di identità propria della donna borghese degli anni ’60, un mondo che ancora si alimenta del sacrificio femminile, perpetuando, sotto il velo dell’ipocrisia, l’eterna ingiustizia storica.

Patrizia Poli e Ida Verrei

La madre

Quando nacque Michele era martedì. Un giorno afoso di mezza estate pieno di mosche. Ce n’erano tante di mosche a San Venanzo, un paesino di quattro case e una chiesa in provincia di Macerata. In quegli anni trascorrevo ancora l’estate lì, con mia madre e i nonni materni in un podere con casa padronale, che da bambina mi sembrava grandissima e piena di segreti; adesso mi appare fatiscente e piena di ragni.
Quel giorno stavo sotto la pergola a sgranare i fagioli, lavoro noiosissimo, quando sentii una fitta nei lombi, come se qualcuno mi avesse colpito con un punteruolo. Gridai e subito corse mia madre. - È ora - mi disse. Il tono era laconico, senza emozioni. Voleva rassicurarmi, ma io la odiai per quella sua freddezza.
Mi raccontava sempre che lei per poco non mi aveva partorito sulla corriera, durante i bombardamenti e che l’evento del parto era assolutamente naturale. - Non fanno mica tante storie gli animali quando partoriscono! - commentava poi - Non vedo perché oggi si debba necessariamente ricorrere ai medici e agli ospedali!
Lei l’aveva aiutata solo l’ostetrica, una vecchia che a suo tempo l’aveva fatta nascere e aveva fatto venire al mondo perfino sua madre! Tre generazioni, un bel record! - Peccato che sia morta - concludeva sospirando. Io invece pensavo che fosse una fortuna, altrimenti mia madre le avrebbe fatto assistere anche me. Durante i nove mesi di gravidanza non riuscii a convincerla che ormai, alla fine degli anni sessanta, l’ospedale era considerato più sicuro della casa e alla fine dovetti impormi: - Quando sarà il momento mi porterai all’ospedale, giuramelo!
Così salimmo in macchina e ci avviammo verso l’Umberto I (si chiamano tutti così gli ospedali italiani?). Non sapevo di preciso che cosa mi aspettasse. Sì, mi avevano parlato delle doglie, ma un conto è sentirne parlare, un altro è sentirsele addosso. Sul sedile ero tesa, aspettavo che succedesse qualcosa. Sulle prime avvertii una dolenza al basso ventre. “Tutto qui?” mi dissi. Ma poi il dolore si fece più profondo, più forte, intollerabile. Sudavo freddo. Avevo l’impressione che tutto il mio essere si concentrasse sul dolore, diventasse dolore. Finché passò. Ero stordita, respiravo a fatica, ma trovavo meraviglioso che tutto fosse finito. Naturalmente non fu così: le doglie ricominciarono, si fecero più fitte ed io mi trovai a navigare nel dolore perdendo la cognizione di ciò che mi circondava. Non mi accorsi neppure della barella, né di essere in sala parto, né se fosse di un uomo o di una donna quella voce che mi intimava di spingere e alla quale ubbidivo con tutte le mie forze. Sapevo solo di avere mia madre accanto a me, perché la tenevo per mano. Allentai la presa solo quando lei mi disse: - È un maschio!
Michele era piccolo, neanche due chili e mezzo. Teneva la testina un po’ reclinata da un lato, come se non ce la facesse a sorreggerla. Mi faceva tanta tenerezza e mi domandavo se fosse quello il sentimento che le madri provano per i figli.
Mia madre aveva un’impostazione retorica dell’amore materno. Mi aveva inculcato il senso del dovere, il sacrificio, la dedizione assoluta, ma io pensavo che ci fosse anche qualcos’altro. Ora era il momento di scoprirlo. Continuavano a passarmi per la mente aneddoti di madri eroiche, che si comportavano in modo ammirevole, fornendo fulgidi esempi di amore materno. China su di lui, l’osservavo mentre si frugava con le manine piccolissime dentro la bocca sdentata, ma devo dire che, nonostante mi sforzassi, non provavo niente di particolare, solo un gran timore di toccarlo e di fargli male. Lo sentivo come un estraneo adesso che era fuori di me; non sapevo da che parte prenderlo o come girarlo. Quasi subito imparai che è molto più facile di quanto sembri.
La prima volta che l’attaccai al seno fu sconvolgente. Lui aveva gli occhietti chiusi, ansimava nella foga di cercare dove attaccarsi e quando ci riuscì, lo fece con energia e mi fece male, non solo al capezzolo, ma dentro. Era come se mi succhiasse la vita, come se mi portasse via la linfa lungo una strada che correva dolorosamente e direttamente dall’utero al seno. Fu in quella circostanza che imparai cosa vuol dire donare.
Non avevo però capito molto della mia prima maternità. Era accaduto tutto così in fretta che non ero riuscita ad allineare le immaginazioni con le esperienze reali: coinvolta in una ridda di pannolini, pappette, pesate prima e dopo, ruttini e tutto il resto, non avevo tanto tempo per riflettere, ma forse, mi dico ora, non volevo neppure farlo o non sapevo.
Aspettare Roberta fu come ripassare la lezione. Al contrario di Michele, Roberta nacque cicciottella, con tanti capelli castani, riccioluti e sottili come una nuvoletta. Fin dai primi giorni dimostrò quel carattere pacioso e allegro che la rende tuttora amabile e fin dai primi giorni il suo unico pensiero fu mangiare. Di tutto, tanto che da piccola era un vero e proprio pericolo, perché cercare di tenere a bada la sua frenesia di ingoiare qualsiasi cosa le venisse a tiro non era facile. Con il fratello ebbe subito un rapporto conflittuale: ogni volta che lui si avvicinava, lei piangeva. Forse avrei dovuto preoccuparmi di osservare meglio quei comportamenti, ma non l’ho fatto. Forse ero distratta o forse non amavo abbastanza.
L’amore, figuriamoci! Mi era stato insegnato che la via della perdizione passa proprio per l’amore. Nelle mie fantasie vedevo il futuro partner come un nemico, di cui non fidarmi e da tenere alla larga.
D’altro canto in casa vigeva un matriarcato quasi assoluto: gli uomini, mio nonno e mio padre, quando erano in casa, li avevo sempre visti in salotto a leggere e a fumare. Mai una volta che avessi sentito una conversazione o una discussione. Mai nemmeno un cenno di interesse per le cose di casa. Mai ho pensato di rivolgermi a mio padre per un qualsiasi mio problema. Il loro ruolo si esauriva nel garantire un sicuro salario mensile ed era quanto bastava. Mio marito sembrava stampato con la stessa matrice.
Non ebbi mai dubbi, se non tardivi, che non fosse bene così. C’erano tanti “amori sostitutivi” che mi occupavano il tempo e mi distoglievano dal soffermarmi sul fatto che non vivevo e non avevo mai vissuto un soddisfacente rapporto di coppia. Quelle rare volte in cui, soprattutto di notte, mi assaliva a tradimento una solitudine dolorosa, cercavo di scacciarla convincendomi stoltamente di avere ancora tempo. Lo farò quando i figli andranno a scuola. Quando si saranno diplomati. Non appena saranno autonomi. Quando … Non appena … cioè mai più.
La decisione di andare a vivere da soli coincise con la notizia che aspettavo Giulia. Mia madre sosteneva che stavo facendo una sciocchezza ad andarmene, che da sola non ce l’avrei mai fatta. La casa era molto grande e sarebbe bastata per tutti. Io invece vivevo la cosa come una svolta importante, un’emancipazione, quasi un affrancamento dalla schiavitù. Fu dura tuttavia, non lo nego, ma neanche lo ammisi mai.
La nascita di Giulia fu molto difficile: il parto si presentava podalico e dopo una notte di inutile travaglio decisero di interrompere le sofferenze della madre e del feto e praticarono il cesareo. Giulia fece fatica a respirare e tememmo per la sua vita. Anche in seguito rimase una bambina cagionevole, delicata di salute. Aveva sempre un’espressione triste e me ne facevo una colpa. Credo di averle comperato più giocattoli che ai fratelli e di averla coccolata di più, ma non credo di essere riuscita a renderla felice. Le strappavo un sorriso particolare quando le raccontavo la storia di Poldino, un bambino goloso e allegro che si faceva venire un terribile mal di pancia per aver mangiato troppa Nutella. Mi sono sempre domandata perché mai proprio questo evento la facesse ridere. Forse lo concepiva come una giusta punizione per essere stato troppo goloso o troppo allegro. Lei non lo sarebbe stata mai.
Si rotolarono uno dietro l’altro cinque anni comuni, arrabattati dietro le pappe e i pannolini, i compiti di scuola, i colloqui con le insegnanti, gli accompagnamenti in palestra, le malattie infettive, le vaccinazioni, le arti consolatorie e poco altro. Quasi niente per me stessa. Nel frattempo nacque anche Laura, scura di capelli, ma con gli occhi chiari. Bellissima. Da chi avrà preso? Mi chiedevano. Io non mi sforzavo neanche tanto a risalire l’albero genealogico, ma ricorrevo subito ad una zia di parte materna che era tale e quale, purtroppo morta di tisi a soli ventidue anni.
Se ripercorro la mia vita, credo che la cosa più importante che ho fatto sia stata quella di mettere al mondo figli. Non sono stata capace di fare altro. Non ho realizzato nessuno dei tanti progetti che pure esaltavano la mia mente di ragazza.
Ed ora sono in attesa per l'ultima volta. Ora tocca a lui, a quest’ultimo figlio perverso che mi è cresciuto dentro di soppiatto, oscuro e maligno. Mio più degli altri. Carne della mia carne. Come madre dovrei amare anche lui. Forse mi costerà la vita, hanno detto. Ma si sa che le madri darebbero la vita per i figli, no? Perché dunque non darla per questo? Potrebbe essere un originale gesto d’amore per l’ultimo figlio.
Suvvia, dunque. Ho già pronta la valigia.

Wania Viola

Mostra altro

Bram Stoker, "Dracula"

3 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Forse se Abraham (Bram) Stoker (1847 – 1912) non avesse sofferto di un’infermità che lo costrinse a letto fino agli otto anni, i temi del sonno senza fine e della resurrezione dal mondo dei morti non avrebbero tanto infiammato la sua fantasia. La guarigione miracolosa, la ripresa fisica di cui fu protagonista, capace di trasformare un infermo in un atleta, ha molto in comune col mito del vampiro che, attraverso il sangue, ringiovanisce, rigenera i propri tessuti, inverte il corso della natura.

Nato a Clontarf, in Irlanda - già terra di folletti e di banshee –Bram Stoker si laureò in matematica al Trinity College e fu critico teatrale per The Evening Mail. Sposò Florence Balcombe, per qualche tempo corteggiata anche da Oscar Wilde, dalla quale ebbe un unico figlio. Coltivò amicizie importanti con Arthur Conan Doyle, con il pittore preraffaellita Whistler, ed una, strettissima, con l’attore Henry Irving di cui fu segretario. Fin troppo facili le allusioni, certo è che il mito del vampiro si è sempre collocato in quell’aura di sessualità deviata, che va dalla pedofilia - si pensi ai bambini di cui si nutre Lucy Westenra e alla vampirizzazione di Claudia in Intervista col Vampiro - alla necrofilia, ma sempre in una prospettiva di decolpevolizzazione, depenalizzazione dell’atto erotico. Da Bram Stoker ad Anne Rice, giù giù fino a buona parte della saga di Stephenie Meyer, il sesso diventa orale, si fa dalla cintola in su, in una voluttà che, oltre al piacere estremo, sovrumano, fornisce conoscenza, vita eterna, sapienza, bellezza. Almeno fino a quando Bella Swan e Edward Cullen non decidono che si può provare anche a consumare il matrimonio, generando una piccola ibrida umana - vampira.

Il manoscritto di “Dracula” circolava già fra la cerchia degli amici di Stoker nel 1890 ma fu pubblicato solo nel 1897, dopo sette anni di studi approfonditi sulla cultura e sulle credenze dei Balcani. Il romanzo si situa in una tradizione sia antecedente che posteriore, fa da spartiacque, da pietra miliare. Si collega a Goethe, a The Vampyre di Polidori, alle opere di Ann Radcliffe, di Monk Lewis, di Maturin, di Mary Shelley, di Edgar Allan Poe e del di poco posteriore Rider Haggard. Racconta la ben nota storia del conte Dracula, un nosferatu, cioè un non morto della tradizione mitteleuropea. L’ispirazione era stata fornita a Stoker dall’ungherese Arminius Vambéry, (e, pare, anche da un incubo scaturito da una scorpacciata di gamberi), professore che lo aveva introdotto alla leggenda di Vlad Tepes Dracul, l’Impalatore. L’irlandese non visitò mai i luoghi che descrive nel suo romanzo, cioè Bistritza e la Transilvania, ma scrisse un romanzo molto realistico, quasi documentaristico nonostante l’argomento.

Le atmosfere sono cupe e oscure ma il tono è impiegatizio. Non bisogna dimenticare che il più famoso romanzo gotico è stato scritto dall’autore di “I doveri degli impiegati nelle udienze per i reati minori in Irlanda”. La lingua è appesantita da un’assillante cura del dettaglio e da un’eccessiva ripetitività dei termini. L’autore si dilunga per farci riflettere, l’imperfezione linguistica crea un senso di verità, di ansia crescente e anche di modernità inconsueta per l’epoca.

Ma quello che conta è la creazione di un personaggio mitico e archetipico. I personaggi minori non sono ben caratterizzati, solo Dracula spicca. Il vampiro è il male, è l’ignoto che si cela nella vita di ogni giorno e dentro di noi ma è anche l’eroe romantico byronico e satanico. Così come Lord Ruthven di Polidori s’ispirava proprio alla femminea, inquietante e diabolica figura di Byron, così come i moderni vampiri di Anne Rice – Louis, Lestat, Armand e la bambina Claudia, bambola immortale fissata in un’eterna immagine puerile - saranno circondati da un alone romantico, di malinconia, di disperazione senza confini, di eterno bisogno di redenzione mai soddisfatto, anche il conte Dracula è avvolto da un alone di solitudine e dolore. La stessa emarginazione e cupio dissolvi del mostro creato da Victor Frankestein.

“Io non cerco né gaiezza né allegria, né la voluttuosa luminosità della luce dl sole e delle acque scintillanti che tanto piacciono a chi è giovane e gaio. Io non sono più giovane. E al mio cuore, logorato dagli anni di lutto per i miei morti, poco si confà la gaiezza. E poi, i muri del mio castello si stanno disfacendo; molte sono le ombre, e il vento soffia freddo attraverso le merlature e le finestre infrante. Io amo l’oscurità e le ombre, e per quanto possibile vorrei restar solo con i miei pensieri.”

Il vampiro di Stoker, però, si discosta da quello di Polidori pur conservandone la malinconia aristocratica. Viene accentuato il legame con gli animali e le forze della natura, in particolare col lupo, legame che verrà poi ripreso dalla Meyer nella dicotomia vampiro Edward/ licantropo Jacob.

Il conte Dracula morirà per mano di Van Helsing e Jonathan Harker e la sua morte significherà espiazione. Il medesimo riscatto che, nel bellissimo film di Coppola, Dracula riceverà da Mina, reincarnazione della sua donna perduta. Il film, infatti, più che mai pone l’accento sul connubio amore e morte, eros e thanatos, così caro alle atmosfere romantiche e decadenti.

“Quel che mi consolerà finché vivrò è stato scorgere sul suo volto, proprio nel momento della dissoluzione finale, un’espressione di pace che mai avrei immaginato di poter vedere.”

Più che di opera letteraria vera e propria, possiamo parlare di mito, di archetipo che attraversa la tradizione, sia arricchisce, muta e, insieme, si fissa, a ogni riscrittura, a ogni adattamento cinematografico o teatrale. Le atmosfere sono le stesse, haunted and ghosted, rintracciabili in Emily Brönte, con le brughiere dello Yorkshire che si trasformano nei dirupi innevati dei Carpazi.

Ben presto ci siamo trovati racchiusi tra gli alberi, che in alcuni punti s’incrociavano ad arco sulla strada, tanto che pareva di passare in una galleria. Ancora una volta, grosse rocce si piegavano accigliate su di noi, scortandoci burbere a destra e a sinistra. Benché fossimo al riparo, sentivo il vento levarsi, gemeva e fischiava tra le rocce, e i rami degli alberi si scontravano tra loro al nostro passaggio. Si faceva sempre più freddo, e una neve impalpabile ha cominciato a cadere, ben presto noi stessi, e tutto intorno a noi, siamo stati ricoperti d’un bianco manto. Il vento penetrante ancora trasportava l’ululato dei cani, che tuttavia si faceva sempre più debole, man mano che procedevamo nel nostro cammino. Il verso dei lupi risuonava sempre più vicino, come se ci stessero accerchiando.

A ogni luogo (il castello del conte, la casa di Lucy Westenra, Carfax) corrisponde un’uccisione. La morte di Lucy, vittima innocente e inconsapevole, fa da discriminante fra chi è ignaro, e quindi in balia del male, e chi lo conosce per poterlo combattere. Lucy è il prototipo decadente dell’innocenza violata, della purezza corrotta, del fiore sgualcito dal profumo sottilmente erotico e proibito. Mina non è molto diversa nel libro ma acquista più spessore e valenza romantica nel film di Coppola, incarnando l’amore che va oltre la morte, diventando strumento attraverso cui opera la Provvidenza.

La struttura della narrazione sfrutta la forma epistolare ma non solo, utilizzando, oltre alle lettere, anche telegrammi e articoli di giornale, in un gioco di sfaccettature già molto moderno. L’io narrante è multiplo.

Il racconto, dunque, non è fatto per voce di un unico narratore, ma di molti, e questi non hanno come solo referente un ipotetico lettore, bensì di volta in volta se stessi (attraverso il diario, sorta di ripensamento e fissazione degli eventi), un altro personaggio (attraverso la lettura dei diari altrui e tramite lo scambio di lettere e telegrammi) e solo in ultima istanza il lettore che, come un accidentale spettatore o testimone, indirettamente viene a conoscenza degli eventi.” (Paola Faini)

***

Riferimenti

Riccardo Reim Introduzione a Stoker Dracula, Newton Compton, 1993, 2006

Paola Faini, Prefazione a Stoker Dracula, Newton Compton, 1993, 2006

Perhaps if Abraham (Bram) Stoker (1847 - 1912) had not suffered from an illness that forced him to bed until the age of eight, the themes of endless sleep and resurrection from the world of the dead would not have inflamed his imagination so much. The miraculous healing, the physical recovery of which he was the protagonist, capable of transforming an infirm into an athlete, has much in common with the myth of the vampire who, through blood, rejuvenates, regenerates his tissues, inverts the course of nature.

Born in Clontarf, Ireland - formerly land of goblins and banshees - Bram Stoker graduated from Trinity College in mathematics and was a theater critic for The Evening Mail. He married Florence Balcombe, for some time also courted by Oscar Wilde, with whom he had only one son. He cultivated important friendships with Arthur Conan Doyle, with the Pre-Raphaelite painter Whistler, and one, very close, with the actor Henry Irving of which he was secretary. Allusions are all too easy, it is certain that the myth of the vampire has always been placed in that aura of deviated sexuality, which goes from pedophilia - think of the children Lucy Westenra feeds on and Claudia's vampirization in Interview with the Vampire - to necrophilia, but always in a perspective of justification, decriminalization of the erotic act. From Bram Stoker to Anne Rice, down to most of the Stephenie Meyer saga, sex becomes oral, it is done from the waist up, in a voluptuousness that, in addition to extreme, superhuman pleasure, provides knowledge, eternal life, wisdom , beauty. At least until Bella Swan and Edward Cullen decide that you can also try to consume the marriage, generating a small human - vampire hybrid.

The manuscript of Dracula already circulated among Stoker's friends in 1890 but was published only in 1897, after seven years of in-depth studies on Balkan culture and beliefs. The novel is located in a tradition both antecedent and later, it acts as a watershed, a milestone. It connects to Goethe, to Polidori's The Vampyre, to the works of Ann Radcliffe, Monk Lewis, Maturin, Mary Shelley, Edgar Allan Poe and the slightly later Rider Haggard. It tells the well-known story of Count Dracula, a nosferatu, that is, an undead of the Central European tradition. The inspiration had been provided to Stoker by the Hungarian Arminius Vambéry, (and, apparently, even from a nightmare arising from a feast of prawns), a professor who had introduced him to the legend of Vlad Tepes Dracul, the Impaler. The Irishman never visited the places he describes in his novel, namely Bistritza and Transylvania, but wrote a very realistic novel, almost documentary despite the topic.

The atmospheres are dark and obscure but the tone is clerical. It should not be forgotten that the most famous Gothic novel was written by the author of "The duties of employees in hearings for minor crimes in Ireland". The language is weighed down by a nagging attention to detail and by an excessive repetitiveness of the terms. The author goes on to make us reflect, the linguistic imperfection creates a sense of truth, of growing anxiety and also of unusual modernity for the time.

But what matters is the creation of a mythical and archetypal character. The minor characters are not well characterized, only Dracula stands out. The vampire is evil, it is the unknown that is hidden in everyday life and within us but he is also the romantic byronic and satanic hero. Just as Polidori's Lord Ruthven was inspired by the feminine, disturbing and diabolical figure of Byron, as well as the modern vampires of Anne Rice - Louis, Lestat, Armand and the little girl Claudia, immortal doll fixed in an eternal childish image - will be surrounded by a romantic aura, of melancholy, of boundless despair, of an eternal need for redemption never satisfied, even Count Dracula is wrapped in an aura of solitude and pain. The same marginalization and cupio dissolvi of the monster created by Victor Frankestein.

 

I am not looking for gaiety or cheerfulness, nor the voluptuous brightness of the light of the sun and the sparkling waters that are so pleasing to those who are young and gay. I am no longer young. And my heart, worn out by the years of mourning for my dead, is not well suited to gaiety. And then, the walls of my castle are falling apart; there are many shadows, and the wind blows cold through the battlements and the broken windows. I love darkness and shadows, and as far as possible I would like to be alone with my thoughts. "

Stoker's vampire, however, differs from that of Polidori while retaining its aristocratic melancholy. The bond with animals and the forces of nature is accentuated, in particular with the wolf, a bond that will then be taken up by Meyer in the vampire dichotomy Edward / werewolf Jacob.

Count Dracula will die at the hands of Van Helsing and Jonathan Harker and his death will mean atonement. The same redemption that, in Coppola's beautiful film, Dracula will receive from Mina, reincarnation of his lost woman. The film, in fact, more than ever puts the accent on the union of love and death, eros and thanatos, so dear to romantic and decadent atmospheres.

 

"What will console me as long as I live was to see on his face, just at the moment of the final dissolution, an expression of peace that I never imagined I could see."

 

More than a literary work itself, we can speak of a myth, an archetype that crosses tradition, both enriches, changes and, at the same time, is fixed at every rewrite, at every cinematographic or theatrical adaptation. The atmospheres are the same, haunted and ghosted, traceable in Emily Brönte, with the Yorkshire moors that turn into the snowy cliffs of the Carpathians.

 

We soon found ourselves enclosed in the trees, which in some places crossed each other and arched on the road, so much so that it seemed as if we were going through a tunnel. Once again, large rocks were frowning over us, escorting us grumbling to the right and left. Although we were sheltered, I felt the wind rise, moan and whistle among the rocks, and the branches of the trees collided with each other as we passed. It was getting colder, and an impalpable snow began to fall, very soon we ourselves, and all around us,  were covered in a white blanket. The penetrating wind still carried the howling of the dogs, which however became weaker and weaker as we progressed on our way. The sound of wolves rang ever closer, as if they were encircling us.”

 

Every place (the Count's castle, Lucy Westenra's house, Carfax) corresponds to a killing. The death of Lucy, an innocent and unaware victim, discriminates between those who are ignorant, and therefore at the mercy of evil, and those who know it to be able to fight it. Lucy is the decadent prototype of violated innocence, corrupt purity, the crumpled flower with a subtly erotic and forbidden scent. Mina is not very different in the book but acquires more depth and romantic value in Coppola's film, embodying the love that goes beyond death, becoming an instrument through which Providence operates.

The structure of the narrative exploits the epistolary form but not only, using, in addition to the letters, also telegrams and newspaper articles, in an already very modern game of facets. The narrating self is multiple.

 

"The story, therefore, is not made for the voice of a single narrator, but for many, and these do not have a hypothetical reader as their referent, but from time to time themselves (through the diary, a sort of rethinking and fixation of events ), another character (by reading the diaries of others and by exchanging letters and telegrams) and only in the last resort the reader who, as an accidental spectator or witness, indirectly learns of the events. " (Paola Faini)

Mostra altro
Pubblicità

Quand'ero scemo

1 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

1° premio Guerrazzi 1991

Pubblicato su Il foglio Letterario

Accidenti al professor Zimmergaut. Chi glielo aveva chiesto di farmi quel buco nel cervello? A dire le cose come stanno, la colpa è di mia madre. Sì, d’accordo, ma io? Si sono informati se mi stava bene? “Ma tu non eri in grado d’intendere e di volere”, direbbero loro. Loro sono la mia famiglia. “E stavo meglio!” risponderei io, anzi, rispondo io, perché da quattro mesi a questa parte, non faccio che ripeterlo a tutti. Per la precisione, quattro mesi meno venti giorni. I primi cinque li ho passati a riprendere conoscenza, gli altri quindici ad assestarmi un po’. La vera tragedia è cominciata dopo.
Quando a mia madre consegnarono un fagotto sanguinolento nelle braccia, una ventina d’anni fa, mica se n’accorse subito che ero mongoloide. Down, come dicono ora, anzi, Zimmergaut, dopo l’operazione. Le venne in mente il giorno dopo, quando sentì le altre dire ch’ero un disgraziato. La più gentile mi chiamò mostro.
Voleva buttarmi via, sul momento, poi ci ripensò e mi portò a casa. I primi tempi fu come con gli altri tre che aveva avuto: poppata, pipì, bava. Tutto come da copione, che quasi le sembrava impossibile che non fossi normale. Voglio dire, lei un bambino ce l’aveva, lo annusava, gli ciucciava le manine, gli ficcava in bocca la tetta e quelle cose lì.
Fu quando cominciai a ballonzolare di qua e di là sui miei piedi, che si accorse della differenza. Capire capivo anch’io, beninteso, ma come capisce un cane. Vieni qui, bada lì, hai fame? Però ero brutto, e peggioravo ogni mese. Bavetta alla bocca, nuca spiaccicata, mani grosse sempre ficcate fra i denti, occhi da cinese ma da cinese scemo. Di dire mamma non se ne parlò per anni, ed anche quando Zimmergaut mi ha trapanato il cranio, ancora non mi veniva. I fratelli avevano paura di me. La mamma mi voleva bene. Però piangeva tutti i giorni.
Ma questi erano problemi della mamma, non miei. Io ero a posto. Passavo i pomeriggi a smontare le bambole di mia sorella Irene. Lei urlava ed io ridevo, in quel modo bavoso in cui ridevo io, e poi accendevo la tivù. Tutto, dai cartoni animati al detersivo contro l’unto, era pieno di colori, suoni, luci, persone carine che sorridevano. Niente a che vedere con quello che fanno adesso in televisione.
E pensare che mi sono fatto vent’anni così! Mica passava il tempo allora, ero io che c’ero in mezzo. Per vent’anni ci sono stato dentro e non mi ha dato noia. No, noia era una parola che non conoscevo. Ero come un neonato nella culla. Mi guardavo le mani e le mani bastavano. Succhiavo il pollice e nel pollice c’era tutto. Una bellezza.
Anche quando mia sorella Irene affogò nella vasca dei pesci rossi al giardino pubblico (perché io ce l’avevo spinta mentre ma’ parlava con la giornalaia) rimasi lì tutto beato a guardare i pesci che le addentavano le ciocche color carota.
Non sapevo ancora che da qualche parte c’era un maledetto professor Zimmergaut che già faceva esperimenti con le scimmie nell’attesa di aver sotto mano me.
Fu il fratellone a dire a ma’ che in Austria questo cervello pieno di birra operava quelli come il sottoscritto. Sostenne che ero senza speranza, che non mi si poteva più tenere in casa, che prima o poi avrei fatto fuori tutta la famiglia.
Povera mamma, mi sbatté subito sul primo treno per Vienna. Non mi voleva abbandonare, ci teneva a me, e, sotto sotto, covava pure la speranza che l’imbecille di famiglia le diventasse il primo della classe. Magari le prendeva anche la laurea.
Mi visitano, mi punzecchiano, mi passano ai raggi x in tutte le posizioni, come una braciola sulla gratella e poi via, in sala operatoria.
Mi sono svegliato quattro mesi fa e la prima cosa che ho visto è stata una vecchiaccia che russava sulla sedia accanto. Tale vecchiaccia poi risultò essere mia madre. Posto che era impossibile che nei cinque giorni della mia operazione fosse invecchiata di trent’anni, dovetti ammettere che forse era sempre stata così, solo che prima non me n’ero accorto. Io l’avevo sempre vista bella, con i capelli rossi come quelli dell’Irene, e giovane. Ma si sa, prima ero scemo.
Quando mi riportarono a casa, barcollai in qua ed in là senza riconoscere niente. I muri erano più piccoli di come li ricordavo, il soffitto più basso, mia sorella più sgraziata, la cucina più sporca, il cane spelacchiato e vecchio.
Scoprii, inoltre, di non possedere un padre. Quando chiesi notizia di una bambinella coi riccioli rossi e le ginocchia sempre sbucciate, mi comunicarono che l’avevo affogata tredici anni prima.
Lo specchio, di cui non m’ero mai curato, se non quel tanto per sorridere ad un altro bambino come me, mi rimandava ora l’immagine di un essere d’irrimediabile bruttezza, dai lineamenti alieni e grottescamente orientali. Una specie d’incrocio fra un tartaro ed E.T. Sinceramente, non trovavo di gran conforto che adesso, come fece notare padre Lattanzio, “il mio volto risplendesse dell’eccelsa luce dell’intelletto”.
Nei giorni che seguirono, scoprii che Dio non esiste e nemmeno Babbo Natale, scoprii che mio fratello mi odiava e mia sorella aveva paura di me. Scoprii che i vicini avevano smesso d’avere pietà, e volentieri mi avrebbero dato in pasto al cane. Mi accorsi che quelli che avevo sempre creduto giganteschi fiori di cartapesta erano cartelloni pubblicitari; appresi che si possono comprare tre fustini al prezzo di due e che i clacson non sono canne d’organo.
Anche oggi, che lavoro come aiuto di un barista, non capisco perché la città m’appaia così laida quando la sera me ne torno a casa lungo Corso Garibaldi illuminato dai lampioni. Stacco alle sei, raccolgo gli avanzi per il cane, poi mi fermo a chiacchierare coi barboni di Ponte S. Giovanni. Persino ma’ ha smesso d’aspettarmi alla finestra ormai.
Però forse non tutto è perduto. Ieri, al bar, mi è capitato sott’occhio un annuncio. Sembra che ci sia un professore, a Milano, uno in gamba che aiuta gli zimmergaut.
Mi ci vorranno almeno dieci anni di risparmi per mettere da parte la cifra che mi hanno spiattellato stamani per telefono. Ma ce la farò. Risparmierò sul cinema e sui giornali, farò gli straordinari ed alla fine riuscirò a tornare come prima.

Mostra altro

A single summer

30 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

He had something lingering in his chest, he had begun to look at the whitened tips of the cypress trees, at the terracotta tiles on the sides of the gate, at the lemons numbed by the cold, slowly filling with snow, at the trees twisted and depressed as his own mood was. He had walked up and down leaning on crutches, pondering her absence, seeking solace in her objects scattered around the house, in the orderly row of books in her library . He had passed his finger on the cover of the leather agenda in which she, sitting under an olive tree, wrote her poems, until last October. He wondered why she had not taken her medication with her, all the pills that she took every day, at set hours, with meticulous patience.

At midday, there came the phone call.

How many times she had told him, taking his hand in her, gnarled and covered with blue veins , "when it will be, Roberto, we will not live it together ." But he always interrupted her, with one arm he encircled her hunched shoulders, feeling the warmth of the body under the wool sweater. "Shuss, do not talk about these things . We are together now. "

Everything had happened quickly, in early summer. They sat in the avenue of cypress trees, on the stone bench, it was a cool June and she protected herself from the wind with a light scarf. “ Why not, Roberto?" she had asked him , putting back on his nose, with maternal gesture , the lenses that had slipped down. He had shaken his head: "My daughter will not accept it, she threatens not to let me see Matteo anymore. "

She had squeezed her eyelids to defend herself from the light of the long afternoon, then smiled. A network of crow's feet had formed near her eyes. "Patrizia will understand. Give her time, Roberto. And your nephew loves you so much . "

He had hardly listened, watching the soft oval face, the pianist's hands stained with freckles and age spots, the gray hair still soft. He had thought her so beautiful and had blushed . "At our age ," he had protested weakly, "and in my condition. I am an invalid. " He had grabbed the hanger and had agitated it in the direction of Martha, as to defend himself from the feeling that overwhelmed him .

But she had turned away his crutch and had squeezed his shoulders with both hands. "And my terms then? You know how much I have left to live, but I want to do this with you. " Suddenly it was her mischievous eyes , like those of girl who is planning a prank , "Let's do it , Roberto ! " she had exclaimed , "come to live here with me, before it's too late . "

He had caressed his nephew Matteo : "Grandpa will come to see you every day ," he had promised.

"Forget it! " Patrizia had intruded, sour , dragging away the sullen child . "What a shame! My mother is turning in her grave . You're a pathetic old man, if you leave this house , you won’t come back. "

He had moved to Martha two days later, leaving Patrizia and her husband to fight alone.

It had been a good summer, a summer of walks in the park, hanging on the arm of Marta, talking about poetry, planning visits to the Uffizi and reading concert programs that enlivened the evenings in Florence.

They talked of the past because the future was not there.

He did not speak willingly of his wife, but he remembered the shrill voice that, in recent times, even railed against his hindered legs. "My wife did not like concerts," he used to say, then changed the subject . Martha just made ​​sure that her body was resting on his shoulder. She began to tell him about her mother, dropped from those same hills to come to service in the city, about her brother emigrated to America, about a childhood sweetheart who gave her a yellow rose every day . "Old age has caught me by surprise ," she said , "I do not know how I spent all these years. Inside I feel the same, still the girl with the yellow rose, but I am not. " And her laugh was young , her hair a bit ruffled by the evening breeze.

She never spoke of the disease, even when the pain wore out her bones. Some nights, though, Roberto realized she was awake, staring at the ceiling. Then, gently, he took her hand and clasped it without speaking.

Autumn arrived, a windswept November that had taken away all the leaves and filled the house of chilly drafts . The pains of Martha had intensified , she had had to double the dose of the drugs and spend more time in front of the fireplace with a book in her lap.

Then there was the sudden departure , without an explanation , without a word. They had embraced, the taxi was waiting outside the gate of the villa. "Take care of yourself, Roberto ," she said , " I gotta go , but my heart remains with you in this house . "

Now Roberto realized that she did not want to share that moment with anyone, not even with him.

He looked for the number and called her brother in the United States. The man told him that he would come to the funeral and would stop only the time required to sell the villa . They made their condolences, Robert thanked him and hung up. He called the florist and ordered a bouquet of yellow roses .

Then he dialed the number of the Retirement Home . "I'm Roberto Farnesi , do you have a room for me?"

Mostra altro

Eran tre frati apostoli

28 Novembre 2013 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #luciano tarabella, #poli patrizia, #poesia

Eran tre frati apostoli

PREFAZIONE

Poeta e gentiluomo

I poeti son filosofi rimatori. E quando c’è di mezzo il vernacolo o il dialetto, rimano in sonetti. Come Luciano Tarabella, della prolifica scuola dei poeti popolari toscani. Livornesi, nel suo caso. Che alla tipica acutezza dissacratoria della toscanità uniscono il tipicissimo linguaggio dei Quattro Mori, così spesso intriso di quei termini gastro-ano-genitali che racchiudono un po’ tutta la visione che del mondo hanno i figli di Labrone: mangiare-cacare-trombare, a racchiudere tutto l’arco della parabola esistenziale. Col sesso a far da scena totale sul teatro della vita. E con tante parolacce, come le definiscono gli altri. Quelli che "sannounasega" loro com’è che l’imprecazione antidivina o il vaffanculo antiumano non sono a Livorno mera volgarità ma forma linguistica d’una mentalità ch’è filosofia di vita. Insofferente di perbenismo e d’autorità. Ché a mandà ‘nculo ‘r re il livornese ci mette quanto a mandà ‘n culo anche ‘r papa. Una lingua ch’è filosofia, insomma. O una filosofia parlata.

Senti per esempio il Tarabella, in questo “Testa e lische”:

Si sognava la topa da ragazzi a occhi aperti ma cor pipi ritto e c'era un solo modo d'esse’ sazzi sebbene che l'amore sia un diritto.

Ortre la mano, nun ce n'era spazzi perché la donna, lei, voleva ir citto; a occhi chiusi e a parità di cazzi sceglieva sempre quello cor profitto.

Ora che sono pieno di vaìni cor conto in banca che mi son sudato batto ancora musate. Come sai

la topa viene data ai ragazzini perché l'anziano nun è più caàto: budello cane, un c'indovino mai!

Oddìo, non è più quel Tarabella giovanilmente pimpante che cominciai a pubblicare sul Vernacoliere nei focosi anni ’80, quando l’uccello tirava a lui e lui tirava moccoli agli dei. Sì, qualche ricordo c’è di quei tempi, in questa raccolta di sonetti. Ma ci si respira più che altro la malinconia del tempo andato, degli amori sperati e non vissuti, dei sogni mai realizzati.

Piglia “Ir destino”, per capire: (in corsivo)

La sorte umana è drento un canterale con chissà quanti mai cassetti in fila però è nascosta da una grande pila di passioni diverse e messe male.

Ognuno, per istinto naturale, vorrebbe la migliore e la trafila, la mia, la tua o d'artri centomila, è la stessa per tutti, tale e quale.

Buttate all'aria tutte l'occasioni la ricerca ci lascia inappagati e ci si scopre vecchi con stupore.

Allora si fa ir conto: d’illusioni, magari vattro sogni irrealizzati, eppoi? Mi vien da ride’: eppoi si mòre!

Ma l’animo acceso, la caratterialità ironica e sfottente del livornese non cedono. E neppure nel ricordo malinconico manca la rabbia vitale.

Come in “Ficona”: (in corsivo)

Com'eri bella cinquant'anni fa, solo a guardatti mi mancava ir fiato e quanti... sogni mi ci son tirato perché un me la volevi propio da’!

Io chi ero? Un ragazzo innamorato che un ciaveva più voglia di ampà e che avevi ridotto in uno stato che neanco si pòle immaginà.

Eppure stamattina dar norcino, pagando un etto e mezzo di preciutto, m'hai sorriso iudendo ir borsellino.

Sicché ho pensato: ora ti decidi? Ora che sei cicciona, ma di brutto, mi mostri la dentiera e mi sorridi?

Con quer culo che 'un passa dall'androni con quer naso moccioso fatto a becco con quelle puppe mosce ciondoloni...

speravi di trovammi cèo secco?

E certo manca un vaffanculo, a chiusura del tutto: perché Tarabella è sì poeta, ma è anche un gentiluomo. Malgrado la livornesità.

Mario Cardinali

(Direttore de " IL VERNACOLIERE" di Livorno)

POST FAZIONE

Livorno ha alcuni cantori accaniti e fra questi c’è Luciano Tarabella, che da cinquanta anni scrive le sue poesie in italiano e in vernacolo. Quelle raccolte qui costituiscono una dichiarazione d’amore, innanzi tutto per la sua città, salsa e libera, di cui sa cogliere gli aspetti lirici ma anche il degrado e l’abbandono con un amore totale e senza riserve. “Noiartri ci s'ha il Porto, ir mercatino via Grande, la Sambuca, le Fortezze... “ Lo sguardo è attento, curioso, personale, irriverente come irriverenti sono tutti i livornesi. Persino i famosi 4 Mori, simbolo della città, diventano “quattro vucumprà senz’accendino.” Ma l’amore è anche per la vita in generale, per la famiglia, per il cane, per la moglie, ricordata nei momenti della passione giovanile, quando “s’andava al bubbocine”, ma amata tanto più adesso, nella dolce complicità degli anni che si fanno sentire. Gli argomenti spaziano dalla rievocazione di figure tipiche nostrane come il reietto Cutolo, alla citazione dantesca ironica, alla vita quotidiana, alla politica e al costume, ai fatti di cronaca cittadina, fino addirittura ad un tentativo di cosmogonia filosofica. Tarabella ha una parola per tutto, s’interessa di tutto, senza intellettualismi né orpelli ma anche senza superficialità e con uno sguardo morale. Racconta anche se stesso, la sua vita quotidiana che diventa la vita di ognuno di noi, uomo o donna. Lo stile è sboccato, semplice, arrabbiato con bonarietà, ironico e divertente anche fra le lacrime.

Patrizia Poli

Mostra altro

Adriana Pedicini, "Sazia di Luce"

22 Novembre 2013 , Scritto da Ida Verrei e Patrizia Poli Con tag #poesia, #recensioni, #poli patrizia, #ida verrei, #adriana pedicini, #Laboratorio di Narrativa, #gordiano lupi

Adriana Pedicini, "Sazia di Luce"

Sazia di Luce

Adriana Pedicini

Edizioni Il Foglio

pp 79

10,00

“Ogni volta non so se io viva o se sia un’altra che ricorda il passato

Adriana Pedicini è una poetessa di talento che ha portato avanti per molti anni la sua attività di docente di lettere classiche, e ora, dopo il pensionamento, nella piena maturità, presenta in pubblico la sua attività di scrittrice e il suo amore per la poesia.

Il libro, edito da Il Foglio, elegante, arricchito dai disegni di Anna Perrone, è una silloge di cinquantasette liriche che, come chiarisce la stessa autrice, si muovono circolarmente tra quei due poli antitetici che corrispondono al dolore che annienta e alla rinascita nella Fede.

Una raccolta di liriche che ripercorre sentieri dolorosi, esperienze che tracciano solchi profondi e si fanno poesia: versi che trovano, nell’espressività delle immagini e nella suggestione evocativa, la forza per ricreare atmosfere e stati d’animo.

Sazia di Luce, recita il titolo, e la sovrabbondanza di luce nasce dall’anima della poetessa, …e mi adagerò petalo impalpabile/ all’ombra del cipresso ad attendere/dietro la falcata nuvola nera/ l’indice di luce ad indicarmi la via…”, pur nella disperazione, nell’angoscia del rapido fluire delle cose, nello sconforto della malattia come metafora di uno stato di disfacimento dell’intera vita: “… Oggi è la storia/ cruenta di sempre”

In tutta la raccolta ricorre il registro elegiaco del ricordo, ma anche del senso amaro e duro della realtà, del mondo penoso dell’infermità fisica: … Ancora per poco vive/ libera la mia ansia e/ su muro bianco/di sole settembrino/si stempera/mentre sulle orme della sera/già plana l’angoscia. È lo sguardo attonito di fronte al mistero della morte, è il timore dell’inconoscibile, è il rimpianto per i chiarori di albe profumate di tiglio, per il profumo di mosto/e aria ebbra di vino. E allora nascono le interrogazioni, le domande perenni che dilaniano l’animo: che sarà di questo brandello di vita? Ricucirò i lembi di vecchia placenta?

Ma a questa dimensione crepuscolare si oppone la volontà di vivere e di agire, l’amore per la vita espresso nella quotidianità, negli affetti, nelle piccole e grandi cose di tutti i giorni.

“Il faut tenter de vivre”, recita Paul Valery, e Adriana, anche attraverso la fede, ritrova il senso della rinascita; la sofferenza si muta in luce che “sazia”, una gemma di vita e di speranza… profumo del Natale.

E allora, dopo la rivelazione del senso amaro della realtà, del mondo angoscioso della malattia, i versi rivisitano un mondo rassicurante, ritrovano la magia dei sentimenti, dei valori più autentici, la natura, le stagioni, la luce e i paesaggi, i suoni, gli odori, i colori: “Pigolio/il bisbiglio d’amore/ dei miei piccoli/ mi ha resa rondine/ che torna al suo nido/ con rinnovata scorta/ d’amore

… È tempo di cantare/ più dolci melodie

Il mutamento del paesaggio e delle atmosfere trova uno spiraglio di evasione e di sogno, pause contemplative, luoghi evocati e rivissuti attraverso l’emozione, ma anche con l’esercizio delicato dei sensi: “… a sera nel tremolio/ delle membra sotto turchina luce./ Ascolto solo/ la mia piccola città/ che pettegola, mormora…” È una provincia quasi appartata, ancora silenziosa, dove ha ancora un senso scorgere negli occhi un timido sorriso, legata alla dimensione della levità, come conquista di una serenità recuperata: è “Vita”.

La silloge si chiude con la domanda estrema/ che fu anche la prima./ Chi siamo? Adriana Pedicini trova la sua risposta nella Poesia e nella Fede. La vita non offre mai niente senza controparte, ma talvolta restituisce ciò che toglie.

Adriana Pedicini è imbevuta di studi classici. Lo stile di questa silloge lo dimostra, al punto da farne la sua peculiarità. I suoi sono versi dal sapore antico, con parole scelte e desuete. Ma non è il classicismo la sua vena migliore. Queste poesie sono state scritte in un momento difficilissimo della sua vita, ed ella, in lotta quotidiana con la malattia che devasta e toglie, le ha usate come sfogo ad un dolore che inchioda, come argine alla paura che mozza il respiro e “tinge di nero la prossima alba”. E i momenti più alti, più sublimi, non sono quelli in cui dà ordine al sentimento costringendolo nella forma classica, bensì quelli dove lo stile composto, trattenuto, lascia trapelare squarci di verità nuda, di parole scabre, quasi caproniane.

“Vita

Non conosco

la folla dei mercati

dei bar e delle piazze

delle strade lunghe

che nascono in periferia

silenziose e si svegliano

alle porte dei cantieri.

Non so

le brevi strade

colorate al mattino

di voci giovanili,

bisbiglianti amore

nei tardi crepuscoli,

silenti di parole

a sera nel tremolio

delle membra sotto turchina luce.

Ascolto solo

la mia piccola città

che pettegola, mormora,

trepida, soffre,

amo la vita della mia città antica

dove ha ancora un senso

scorgere negli occhi un timido sorriso.

Miracolo vivente

Mi hai appellata così,

vedendo la mia testa rasa,

sì, miracolo è vedermi

“senza” e non “con”,

vedere,

mentre a pezzi cade il corpo,

un’anima bambina

slanciarsi come sempre

ad afferrare lo spicchio di sole

che sbianca la parete

spalancare avidi gli occhi

sull’alba che fuga

i fantasmi della notte.

Il cuore piange e ride, giammai tedioso,

riposa sulla coltre grigia

della insensata calma.

Ogni giorno un guadagno,

ogni giorno un sassolino

bianco di luce segna i passi

dell’amore da fare insieme

finché…

finché l’ultima ora

scioglierà la promessa

di pur breve cammino.

Allora sarò ovunque

Ma sempre a voi vicina

Piccolo lume di fiamma viva a scaldarvi il cuore.

Qui non c’è artificio, non c’è manierismo, c’è solo un grumo di dolore che esplode, che dilania, un lago fondo di paura, il terrore della nera signora in agguato, pronta a strapparci ai figli, al sole, all’amore del compagno di una vita - uomo taciturno, forse austero, che ora frana nel dolore di lei. La malattia assale, la cura è ancor peggiore del male, si teme che non ci sia più tempo per gli affetti, e il panico tracima: “sarò cuore di cerbiatta spaurito, allo strepito dei rami di mirto”, diventando anche rabbia. “Non vorrei che la mano del destino/assetata arpia/mi trascinasse via/mentre spuma di rabbia/m’illividisce il volto. L’autrice si abbarbica all’amore dei figli che mai vorrebbe lasciare: “Saranno miei rami le braccia dei figli”, si ribella a un destino che nessuno di noi accetta.

Il rifugio nella fede è, sì, consolazione ma raramente abbandono, la ferita è troppo aspra, la lacerazione troppo insopportabile. Qualunque cosa è meglio che morire, qualunque cosa è vita, anche i ricordi della guerra, di un tempo amaro in cui, almeno, si aveva la possibilità di lottare e la speranza di sopravvivere.

Ma le radici sono forti, lo spirito è come roccia tenace che sa sempre risorgere, aggrapparsi, se non proprio alla speranza, almeno agli sprazzi di vita, alla natura, al profumo del Natale, (sia pur in “uggioso avvento”), della primavera, della natura. Così si ritagliano “lampi di serene giornate” mentre la fiducia rinasce, così si ha anche un pensiero cristiano per i poveri, gli abbandonati, i derelitti.

L’autrice si mostra in tutta la sua fragilità, con i suoi timidi rossori, il suo cuore di cerbiatta spaurita di fronte al fucile puntato, i suoi pudori che nascondono passioni sotterranee. L’impatto emotivo è immediato - nonostante il filtro della tecnica - dirompente, commovente. Le poesie migliori sono quelle dove non si cercano belle immagini ma ci si mette a nudo, crocifissi dal dolore, e le parola vita, vivente, sono ripetute ad esorcizzare il buio, a gridare il proprio incrollabile desiderio di rimanere ancora su questa terra.

Ida Verrei e Patrizia Poli

Mostra altro
Pubblicità

Un'estate sola

19 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Teneva un’uggia in petto, s’era messo a guardare le punte dei cipressi che imbiancavano, i coppi di terracotta ai lati del cancello, con i limoni intirizziti dal freddo che si riempivano di neve, gli olivi contorti e depressi come il suo umore. Aveva camminato su e giù appoggiato alle grucce, ponderando l’assenza di lei, cercando conforto nei suoi oggetti sparsi per casa, nell’ordinata fila di volumi della sua libreria. Aveva passato il dito sulla copertina dell’agenda di cuoio in cui lei scriveva le sue poesie, fino allo scorso ottobre, seduta sotto un olivo. Si era chiesto perché non avesse preso con sé le sue medicine, tutte le pillole che assumeva ogni giorno, a ore stabilite, con meticolosa pazienza.
A mezzogiorno era arrivata la telefonata.
Quante volte gli aveva detto, prendendogli la mano nocchiuta nella sua coperta di vene azzurrine, “quando sarà, Roberto, non lo vivremo insieme”. Ma lui la interrompeva, cingeva con un braccio le sue spalle curve, sentendo il tepore del corpo sotto la lana del golfino. “Shsss, non parlare di queste cose. Siamo insieme adesso, è questo che conta.”
Era accaduto tutto in fretta, all’inizio dell’estate. Sedevano nel viale dei cipressi, sulla panca di pietra, era un giugno fresco e lei si riparava dal vento con una sciarpa leggera. “Perché no, Roberto?”, gli aveva chiesto, sistemandogli sul naso, con gesto materno, le lenti che erano scivolate giù.
Lui aveva scosso la testa: “Mia figlia non lo accetterà, minaccia di non farmi più vedere Matteo.”
Lei aveva stretto le palpebre per difendersi dalla luce del lungo pomeriggio, poi aveva sorriso ed una rete di zampe di gallina si era formata vicino agli occhi. “Patrizia capirà. Dalle tempo, Roberto. E tuo nipote ti vuole molto bene.”
Lui quasi non ascoltava, osservava il morbido cedimento nel volto ovale, le mani da pianista macchiate di lentiggini senili, i capelli grigi ancora morbidi. Gli era parsa bellissima ed era arrossito. “Alla nostra età”, aveva protestato debolmente, “e nelle mie condizioni, poi. Sono un invalido.” Aveva afferrato la gruccia e l’aveva agitata in direzione di Marta, come per difendersi dal sentimento che lo travolgeva.
Ma lei aveva allontanato la gruccia, gli aveva stretto gli omeri con entrambe le mani. “E le mie condizioni, allora? Sai quanto mi resta da vivere, ma voglio fare questa cosa con te”. All’improvviso si era illuminata, gli occhi scuri maliziosi come quelli d’una ragazzina che sta progettando una marachella: “Facciamolo, Roberto!”, aveva esclamato, “vieni a vivere qui, prima che sia tardi.”
Lui aveva fatto una carezza al nipote Matteo: “Nonno, ti verrà a trovare tutti i giorni”, aveva promesso.
“Scordatelo!” Patrizia si era intromessa, acida, aveva trascinato via il bambino imbronciato. “Che vergogna, la mamma si rivolta nella tomba. Sei un povero vecchio patetico, se lasci questa casa, non ci torni più.”
Si era trasferito da Marta due giorni dopo, lasciando Patrizia e suo marito a litigare da soli.
Era stata una buona estate, un’estate di passeggiate nel parco, appeso al braccio di Marta, a parlare di poesia, a progettare visite agli Uffizi ed a leggere i programmi dei concerti che animavano le sere fiorentine.
Discorrevano del passato perché il futuro non c’era.
Lui non parlava volentieri di sua moglie, ma ne ricordava la voce stridula che, negli ultimi tempi, inveiva persino contro le sue gambe impedite. “Mia moglie non amava i concerti”, si limitava a dire, poi cambiava argomento. Marta gli stringeva appena il braccio, faceva in modo che il corpo di lui si appoggiasse ancor più alla sua spalla. Cominciava a raccontare di sua madre, scesa da quelle stesse colline per venire a servizio in città, del fratello emigrato in America, di un amore di gioventù che le regalava ogni giorno una rosa gialla. “La vecchiaia mi ha colto di sorpresa”, diceva, “non so come ho passato tutti questi anni. Dentro mi sento quella di allora, la ragazza con la rosa gialla, ma non lo sono.” Ed ecco la sua risata giovanile, i capelli un po’ spettinati dalla brezza della sera.
Della malattia non parlavano mai, neanche quando i dolori le logoravano le ossa. Certe notti, però, Roberto si accorgeva che era sveglia, che fissava il soffitto. Allora, dolcemente, le prendeva una mano e la stringeva fra le sue, senza parlare.
Era arrivato l’autunno, un novembre spazzato dal vento che aveva portato via tutte le foglie e riempito di spifferi il casale. I dolori di Marta si erano intensificati, aveva dovuto raddoppiare la dose delle medicine e passare il tempo davanti al camino, con un libro in grembo.
Poi c’era stata l’improvvisa partenza, senza una spiegazione, senza una parola. Si erano abbracciati, il taxi che aspettava fuori dal cancello della villa. “Riguardati, Roberto”, aveva detto lei, “io devo andare, ma il mio cuore resta con te, in questa casa.”
Quel momento, adesso Roberto comprendeva, lei non lo voleva condividere con nessuno, nemmeno con lui.
Cercò il numero e telefonò negli Stati Uniti al fratello di lei. L’uomo gli disse che sarebbe arrivato per il funerale e si sarebbe fermato il tempo necessario per vendere la villa. Si fecero le condoglianze, Roberto ringraziò e riattaccò. Chiamò il fioraio e ordinò un mazzo di rose gialle.
Poi fece il numero della Casa di Riposo. “Sono Roberto Farnesi, avete una stanza per me?”

Mostra altro

Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Marco Claudio Valerio

17 Novembre 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #racconto, #poli patrizia, #ida verrei

Un racconto originale, “You Wan Chou” di Marco Claudio Valerio, cui dà un senso il sorprendente, vivificatore, finale, lasciato presagire da innumerevoli indizi e, tuttavia, inaspettato.

Quando la bufera investe e travolge mondi ed esistenze, quando “l’estrema violenza ruba, schiaccia e sbriciola moltitudine di vite”, non resta che “abbandonare lo sguardo al cielo” e aggrapparsi alle certezze di una quotidianità che rassicura. È quanto fa il monaco You Wan Chou un mattino d’estate: con apparente serenità s’immerge nel suo mondo di sempre e si rifugia nella luce del sorriso della sacra Statua. “Poco conta dove il monaco fosse”. E invece conta, eccome, e lo scopriremo alla fine.

L’atmosfera che si respira è frutto di particolari che si accumulano, disegnati minuziosamente, dipinti su una lacca giapponese, intarsiati nel legno, lavorati nell’oro, nella ceralacca, odorosi d’incenso e di fiori. Con voluta lentezza, l’autore ci parla di un tempo che rotola piano; di preghiere che portano con sé “desideri di un fiorire nuovo nel cuore”, memorie che si sovrappongono al presente; in quel Tempio, dove la ricerca del divino trasforma la percezione dello spazio. Da “orizzontale”, esso diviene “verticale”: perenne aspirazione dell’umana tensione al cielo. Ma, mentre il riflettere lento sulla preghiera come esortazione e speranza, sull’infinità del pensiero senza confini, sembra condurci, attraverso il fluire del tempo, ad un’estatica contemplazione del divino, una data, 9 agosto millenovecentoquarantacinque… un nome… Nagasaki… “l’ombra scura del bonzo impressa nelle pietre di uno spezzone di muro”, ci pongono di fronte al senso della umana finitezza: caduta e scomposizione in miliardi di atomi, pur se “luce nella luceenergia nell’energia…” Atroce ricordo dell’umana follia!

“Un monaco quando prega affonda nella sostanza della materia”. Ed è ciò che accade quando quei “venti di guerra”, “quel cielo gravido di ogni sorta di maleficio”, si rivelano per ciò che sono. Raggiungerà il suo scopo, il monaco, si scomporrà nella luce, che corre veloce come il pensiero, energia nell’energia.

Un periodare lungo e complesso, che quasi dimentica virgole, punti e relative, per seguire il ritmo del pensiero e della musica interiore.

Patrizia Poli e Ida Verrei

You Wan Chou

Marco Claudio Valerio

I venti di guerra, nel loro spirare attraverso le nostre esistenze, ci portano il desiderio ed anche la volontà di porre l’incertezza, nel tempo che rimane da vivere, nelle mani e volontà di entità a noi superiori, raccogliersi nell’intimo del proprio cuore rivolgendo gli occhi al cielo e affondando in esso con la speranza generata dalla preghiera che il “ tutto ” sappia conservarci in quel turbinio che ci aiuta a sentire la realtà, nonostante l’essere immersi in abnormi condizioni che sovente scavalcano oltrepassando a piè pari la cognizione dell’assurdo, scivolando lentamente ed inesorabilmente verso il compatibile incongruo rappresentato dall’estrema violenza che ruba, schiaccia, sbriciola e vilipende non una ma in quantificabile moltitudine di vite.

Il vento poi diviene bufera, colmando ogni interstizio della vita e bruciando al suo passare ogni seppur minimo simulacro di normalità. La ferocia, l’arroganza e la stupidità, con il passare dei mesi, vengono metabolizzate, digerite come un pasto pesante, dapprima con dolori all’addome e poi con un senso di nausea così da far proprie le ignobili condizioni dell’essere e ci si abitua all’enormità del bere l’amaro fiele di una supposta normalità da cercare e vivere, potendo giustificare la propria esistenza. In questa folle incongruenza si abbandona lo sguardo al cielo e si è sempre più spesso propensi a volgerlo a terra, così da assicurarsi di non calpestare anche quell’ultimo barlume di saggezza che viene inesorabilmente relegato nella mera sopravvivenza.

Così in quel mattino d’estate, alle prime luci dell’alba il monaco You Wan Chou lasciava il suo giaciglio e a passi lenti e pesanti si dirigeva alla fontana nel centro del minuscolo giardino. Il calore del giorno precedente si era dissipato nella bruma della notte, l’erba del piccolo prato era ancora madida di sudore, l’acqua dalla fontana scendeva fresca, gorgogliando a festeggiare quel lucente albeggiare parzialmente celato da nuvole sottili che lasciavano trasparire il blu di un cielo gravido di ogni sorta di maleficio e di quotidiana follia del vivere accettando che l’ombra oscura della morte cammini impavida al nostro fianco.

Un lento movimento delle mani a raccogliere i manicotti della colorata veste, ripiegandoli su se stessi, così da esporre avambracci nudi e scarni che affondavano nella frescura dell’acqua, sollevandone mani a conca ricolme di quella fonte di vita, il capo chino a lasciarsi aspergere creando la sensazione che dissolve in ogni più piccola goccia le nebbie della notte spalancando al giorno a venire la volontà ed il desiderio di fare di quella giornata il momento felice di una preghiera intensa e profonda. Quando il tamburo della guerra batte il suo ritmo siamo tutti stranieri in terra straniera, siamo tutti infelici di ciò che ci circonda eppure tutti continuiamo a porre un piede innanzi all’altro camminando a passi lenti e grevi come simulacro di normalità verso il nostro futuro, così, poco conta dove il monaco fosse, così poco conta da dove venisse.

Dal chiostro alla porta interna del tempio, dalla luce del sole alla penombra delle lacrime e dei desideri, del Budda…, chinando e reclinando il capo sino a giungere sommesso al centro del vuoto spazio il monaco si distese a terra sull’unico quadro di nuda pietra del pavimento posando la fronte ancora imperlata d’acqua; salutava così per il giorno, l’immagine sacra, rialzatosi e indietreggiato a lato del muro guardò la realtà degli eventi nella loro quotidianità, la ramazza il secchio la paletta per la cenere, nuovi incensi a sostituire quelli consumati dalla notte, togliere laddove possibile i sedimenti della polvere dai cuscini, muovere i grandi ventagli per far circolare nuova aria.

Uscire verso l’attiguo monastero, cambiare la veste, radersi il capo, cospargere di fiori il piccolissimo stagno, strofinarsi le mani nei petali del loto, immergersi nel profumo dell’incenso del piccolo tempio e con un sorriso solo apparentemente innaturale, a passi lenti e cadenzati ritornare al tempio e di qui alla porta principale per aprirla. Da molto tempo oramai era poca la gente in attesa, da molto tempo erano così poche le preghiere che si innalzavano al Lucente, eppure la speranza non demordeva, eppure la consapevolezza che in un modo o nell’altro “ quel tempo ” sarebbe finito faceva copiare nel volto del monaco il sorriso della grande statua solo parzialmente dorata.

Nel piccolo cortile d’entrata tra le mura maestre e la recinzione, il sole filtrava a fiotti di luce tra il fogliame verde dei pruni e quello grigio dei gelsi, i guardiani di pietra, immoti, guardavano ad est, il lastricato riluceva ancora della rugiada del mattino rifrangendo i raggi in mille scintille, una anziana donna nel suo scuro kimono attendeva seduta alla panca di pietra teneva le mani in grembo abbandonate e prive di nerbo, frasche odorose nella destra e nella sinistra la grande spirale d’incenso, attendeva senza fiatare, serena il suo momento di pace a contatto con l’infinito. You Wan Chou incontrò i suoi occhi, pozzi profondi di dolore e speranza, chinato il capo in segno di saluto e allargate le braccia ad accogliere girò su se stesso e con fare solenne aprì completamente i battenti di legno colorati ed incisi di mille storie di vita e di credo.

Le ore passavano lente come il battito del timpano che accompagna il ricordo di una danza del tempo passato, qualche vecchio si apprestava ad entrare, lasciare il suo obolo e il suo profumo d’incenso alla speranza che tutto potesse passare in quell’’immutato tempo di dolore e sofferenza, qualche giovane donna con il ricordo lontano di tempi belli di fioritura e d’amore cercava tra le solide mura il conforto o la speranza di udire una voce lontana che la richiamava, brevi passaggi densi di dolore e tristezza eppur così ricchi di un pensiero capace di superare le nubi e cogliere il colore della vita a venire, qualunque questa possa essere ovunque questa possa realizzarsi al di fuori di quell’incubo inumano che è la guerra.

Quando il sole fu forte nel mezzo del cielo e iniziò a penetrare in sghembi raggi dagli alti lucernai del tempio ferendo il denso fumo delle spirali d’incenso, dipingendo di ceralacca le travi e le colonne, quando oramai la certezza che alcuno si sarebbe più inoltrato tra le porte massicce in quella rossa penombra di credo; il bonzo, passando vicino alla sorda campana la percosse sei volte per poi prendere da un lato il suo cuscino e lasciarlo cadere di fronte alla statua, raccolse dal lato opposto il suo piccolo Mani, tornato al cuscino vi ci sedette e chiuse gli occhi il piccolo mulinello della preghiera ruotava nella mano destra accarezzato dalla sinistra, un sospiro profondo ad accompagnare gli ultimi riverberi del bronzo della campana parevano ovattare ancor di più se mai possibile quell’ambiente rendendolo fuori dal tempo e dal mondo, il sant’uomo sprofondò allora in un fiume di pensieri ed immagini.

Il tempio lo aveva accolto nel suo ventre opalescente molti anni addietro, quando la sua vita era un forte virgulto di bambù, le antiche mura gli avevano parlato per anni negli anni di pellegrini, credenti che cercavano il loro mantra, disperati d’ogni sorta che chiedevano un attimo di ristoro e cuori felici che donavano come a voler ripagare il bene ricevuto, poi qualche profondo pensiero lasciato tra luce e ombra di giorni d’estate pennellati nell’intarsio delle travi, molti “desideri” posti come preghiera come petali di fiori di pruno ad invadere le lunghe e tante primavere trascorse, altrettanti i dolori trasmessi come messaggio del difficile passare del tempo che come spifferi feroci dell’inverno freddo e violento arrivavano a coprire la porta di leggera e spumosa neve candida sciogliendosi ai primi soli tiepidi così i graffi delle effige del tempo nel legno, lunghe le attese di un ritorno o di una dipartita come foglie ingiallite che cadono una ad una nell’abbreviarsi delle giornate d’autunno.

Dubbi sulla propria esistenza ed il suo valore, certezze sul rotolare del tempo verso la direzione che gli eventi portano con loro, desideri di un fiorire nuovo nel cuore e volontà perché quel tempo avesse da finire e con lui la memoria del male, promesse fatte a se stessi e agli altri così poco spesso mantenute, ricerche di un io a volte nascosto nelle pieghe di un’esistenza che non corrisponde alla desiderata, semplici gesti del cuore e forti moti di rabbia si erano stampati in quel legno del soffitto come l’acre odore d’incenso, inglobati nella seta degli stendardi che si muovevano a ricordo delle nuvole in cielo. Il tutto gli passava attraverso il corpo e l’anima, assorbendo le sensazioni e le emozioni, le conteneva assommandole ai suoi pensieri per poi essere pronto a raccogliere una piccola lamina d’oro per ricoprire un nuovo lembo del bronzo levigato e nudo.

Posato il piccolo mulinello della preghiera sulla destra del cuscino, aprì gli occhi e fissando il vuoto oltre le mura, oltre i monti e oltre la terrena esistenza lasciò che le immagini si componessero agli occhi della mente come a quelli del presente sovrapponendole.

L’aria nel tempio era densa di fumo e profumo, gravida di quella tensione che sottende il viaggio nel profondo dell’umano a cercare il divino che esso contiene, colori apparentemente smorti per la fioca luce si rincorrevano veloci nei molteplici vortici delle spirali d’incenso e del fumo che lento saliva verso il soffitto, la lignea struttura con incastri, travi e colonne modificava la percezione dello spazio trasformando come per incanto l’asse del percepire da orizzontale a verticale; dovuto tributo al tendere al cielo, un cielo, quello interno al tempio seminascosto dai rossi drappi di seta e offuscato dal fumo denso delle spirali e delle lampade ad olio. La luce del giorno non entrava mai direttamente, rifranta da tendaggi e complessi sistemi di portelloni si diffondeva come nuvole barocche che conquistano il cielo azzurro in refoli di vento che si rincorrono. Centro gravitazionale di quel minuscolo universo caotico la statua del Luminoso, immota come a voler dire che il tempo scorre oltre il suo essere lasciando intatte le sembianze e le parole scritte nella pietra del mondo.

Ai due opposti lati della statua la fila dei Mani delle preghiere, grandi cilindri di legno laccato che contengono lo spirito che si eleva a cercare ed accogliere, teso ad incontrare, parole antiche scritte e riscritte dal tempo e dall’umano sentire, metamorfosi costante di un capo chino rivolto alla sua sentita origine, parole pesanti di legge e dottrina, frasi leggere come canti di fiori che si schiudono al sole, pensieri enormi nella loro semplicità che tendono all’anima globale del mondo, sentimenti di grandezza a volte percepita come superiore a quella dell’essere umano. Sulla destra come soglia d’entrata alle preghiere la rozza campana di bronzo appesa a travi variopinte di legno intarsiato, effige di volti, intagli di occhi, colore di gote accese all’ardore, e il bronzo fuso nel tempo antico colmo di bugne ad assorbirne la vibrazione e smorzare i toni acuti che troppo veloci nella loro vibrazione non arrivano al cielo.

Di fronte alla statua bracieri colmi di cenere e un numero incredibile di sottili dita frementi e tese verso il serafico sorriso emanando il profumo al cielo verso l’orizzonte lì dove terra incontra, a lato di questi, piccoli brandelli di stoffa arpionati all’uncino che saldi li tiene innanzi all’occhio ridente e mesto di chi ha lasciato le grandi parole. Ogni uno di questi una preghiera, un’esortazione una speranza, multicolore forma degli esseri umani innanzi al grande, You Wan Chou ne sentiva nei polpastrelli la diversa consistenza, così come aveva incontrato le diverse anime delle genti che a lui venivano pregando e chiedendo, liscia seta raffinata, forte corda stirata, consunto lino e calda lana tessuta stretta.

Nulla può contenere il pensiero, nulla può limitarne i confini, ed ecco alle pareti interne fodere di legno lavorate e ricamate dalla mano dell’uomo con l’ausilio della natura, millanta anni passati a crescere nell’equilibrio, solo questo può contenere l’idea, non scatola chiusa ma acuminato tempo che come punta di lancia fende la realtà portandosi appresso il profumo e l’odore della mano che l’ha scoccata, della corda che l’ha sospinta dell’altro legno che ha caricato la corda. Profondo mistero dell’equilibrio celeste che nasce dal tempo e in questo si rinnova, infiniti gli intagli molteplici i colori rinnovati e cambiati ancora una volta terra su legno semi su fibre sogno su dura realtà.

Opalescenti lastre di pietra che lasciano entrare la luce poca alla volta, senza mai esagerare senza mai permettere al moto del tempo di essere in alcun modo violento, antica pietra levigata da mani antiche, nulla nasce dal nulla e nulla muore nel nulla, tutto si trasforma, tutto diviene parte del totale per poi tornare ad essere particolare, il seme dal frutto, le mani dall’amore, il legno dal seme, il volto dalla propria genia, il pensiero poi dalla forza e dall’equilibrio del mondo che ci circonda e che come le rosse vele del soffitto, lasciano trasparire soffusa e confusa, la realtà, che nelle mani non sappiamo e non possiamo contenere.

Appese e aggrappate alle pareti panche di legno grezzo, scure dal tempo e lisce dall’uso, infisse in un pavimento di lunghe tavole che delle vene del legno fanno onde lievi al sentire della pianta del piede delicatamente vestita dal feltro dei calzari, lisa e consunta la polpa del legno a distanziare e unire la lisa e più scura vena disegnata dagli anni, multicolori cuscini di seta a comporne un dipinto fatto di macchie di vividi rossi, gialli solari e profondi blu del cobalto. Involucro sacro, scrigno di pensieri e di volontà, nave pesante e sicura che và nel tempo che si srotola, a volte lento a volte burrascoso come i giorni che ora passavano sopra il chino capo dei molti.

Così guardava il bonzo attorno a se stesso, così con lo sguardo sfocato oltre i confini della misera vista, lasciando che il palpitare del tempio lo aiutasse a vibrare con il sospiro lento e regolare dell’universo intero, quelle immagini quel sentire lo aiutavano nel ricercare, nel comprendere e per poi sprofondare meditando a larghe spirali di falco nel cielo che osserva il terreno; calandosi dentro la consapevolezza della luce emanata dal sorriso dell’effige che innanzi a lui si ergeva, solido bronzo forgiato con amore, levigato con pazienza e solo parzialmente coperto di piccole lamine d’oro.

Il mattino si assottigliava sempre più arrendendosi verso lo zenit del giorno, un monaco quando prega affonda nella sostanza della materia e di questa diviene parte e sostanza, …il vuoto è forma, la forma è vuoto ... così recita la sutra del cuore, così in quegli istanti la mente di You Wan Chou
Pronto a ricevere il tutto, pronto a dare il tutto perché solo così si può sperare che il male possa corrispondere al bene come qualità e quantità perché solo così si arriva a confondere il significato ed il valore dell’equilibrio creandone una nuova dimensione che possa toccare la …


….la luce che corre veloce quasi come il pensiero, lento e grezzo invece il suono segue le malefiche spire dell’aria che lo frena, che lo costringe a muovere tutto…

… nel fragile lembo di pensiero che ci separa dal precipizio del divino che conteniamo in noi e nella nostra profondità, succede a volte di precipitare e cadere oltre la linea, You Wan Chou il monaco al culmine della sua preghiera sentì d’essere caduto oltre, luce nella luce, materia nella materia e …

… si scompose in miliardi di atomi diseguali nell’essenza e nel tempo… energia nell’energia ….

Era il nove Agosto dell’anno millenocentoquarantacinque dell’era dei Cristiani, alle undici e due minuti del mattino il sole splendeva, una… due… tre … quattro ….. millanta volte nel cielo e sulla terra tra le case e le strade di Nagasaki.


… ora, oggi, l’ombra scura del bonzo impressa per sempre nelle poche nude e ricotte pietre di quello spezzone di muro che ancora è rimasto a fronteggiare gli eventi, quella sagoma scura ci parla della sua preghiera, del sorriso e del pianto, della forza e della violenza, del sereno immutato dell’universo, parla a chi ha il coraggio di saperla e volerla ascoltare, nell’infinitesimamente piccoli di cui siamo composti ma …,
… luce nella luce…, materia nella materia …, energia nell’energia….

Mostra altro