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poli patrizia

Storia di una levatrice

15 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Di mia madre ricordo la treccia che toccava la strada, e gli occhi.
Suo padre fabbricava mattoni ad Amritsar, la città del Tempio d’Oro, era mussulmano ma non aveva il Corano nel cuore. Si chiamava Mohammed e sposò Ruttie. Nella prima notte dopo le nozze furono concepiti cinque gemelli. Mia nonna li partorì, uno dopo l’altro, ma tutti i maschi nacquero morti. Sopravvissero solo due bimbe, mia madre e mia zia.
Erano due bambine magre, che piangevano piano ma poppavano il latte con tenacia. Mohammed disse che erano state le femmine a succhiar via la vita dei maschi e pianse la morte dei suoi tre figli. - Se i miei figli sono morti - si lamentò, allora non ho nemmeno figlie.
Strappò le bambine alla madre e con loro vagò in mezzo alle baracche di fango e bambù dei quartieri poveri. All’alba, le consegnò ad una famiglia indù. - Eccovi del denaro - esclamò -allevate queste bambine come se fossero vostre, perché io non ho il coraggio di affogarle.
Una mattina di tredici anni dopo, Mohammed si trovò a passare nel quartiere dove vivevano le sue figlie. Seduta sulla soglia di una casa, c’era una fanciulla che impastava il chapati. Aveva una treccia nera che spazzolava il terreno, un naso dritto e delicato, guance di pesca. Era assorta nel suo lavoro e cantava sottovoce un inno alla dea Sita. Mohammed chiese ad un vicino chi fosse quella ragazzina. Scoprì che si trattava di una delle figlie che aveva ripudiato, e che gli indù l’avevano chiamata Suyeda. In quel momento comparve sulla soglia anche un’altra fanciulla. Dalla somiglianza, Mohammed capì che era l’altra gemella, cresciuta però più bassa, più tozza e più scura.
Erano passati molti anni, e Mohammed non sentiva più alcun legame di sangue con quelle due ragazzine. Figlia o non figlia, volle Suyeda per sé. Sua moglie Ruttie era invecchiata, sformata da troppe gravidanze dove tutti i bambini erano morti. Se Mohammed avesse avuto timore di Allah, avrebbe capito che quei lutti erano la punizione per avere abbandonato le sue figlie, ma lui non aveva il Corano nel cuore e quella sera non tornò da sua moglie.
Comprò da mangiare ed entrò nella casa di Suyeda.
- Eccovi del cibo- esclamò - ridatemi le mie figlie perché da questo momento sono di nuovo mia proprietà.
Si accoccolò sul charpoi, in mezzo alle due gemelle, ma per tutta la sera non ebbe occhi che per Suyeda. Giocò con la sua treccia, le raccontò storie divertenti e scelse per lei i bocconi migliori. Alla fine della cena, gettò una manciata di rupie fra le ciotole colme di frutta e di riso. Parlò nell’orecchio del padrone e subito tutta la famiglia decise di dormire per strada. - Fa troppo caldo, dissero.
Anche Suyeda ed Haria presero la loro stuoia. – No - ordinò quello che credevano il loro padre - voi due stanotte dormite dentro.
Ubbidirono, distendendosi sul charpoi che dividevano tutte le sere.
Quando Mohammed le raggiunse, stavano già dormendo, abbracciate. L’uomo si tolse in fretta la veste e sollevò il sari di Suyeda. La ragazza aprì gli occhi assonnati. Vide sopra di sé quell’uomo imponente, con la barba folta, gli occhi nebbiosi. Era nudo, con un enorme fallo rosso puntato contro di lei. - Non gridare, Suyeda, o sveglierai tua sorella - le disse - io sono il tuo vero padre e posso fare ciò che voglio di te.
Accanto, Haria stava rannicchiata e non si muoveva. Mohammed calò sopra Suyeda e con una mano le bloccò le spalle contro il terreno. Con l’altra le allargò le gambe, poi conficcò il suo membro dentro di lei. Suyeda soffiò con le narici, come un animale, ma non gridò. Haria rimase girata di schiena, immobile.
Il peso dell’uomo era immenso e schiacciava Suyeda contro il pavimento. Lei sentiva dentro la pancia una mazza dura che si agitava e sfregava, pelle contro pelle. Poi, d’un tratto, Mohammed si lamentò e Suyeda credette che la dea Sita lo avesse ucciso, per vendicarla.
Invece non era morto. Si levò in piedi e lasciò la casa.
Suyeda sentì Haria sospirare forte, come se per tutto quel tempo avesse trattenuto il respiro. Rimase distesa contro la schiena della gemella e non fiatò. Non mosse le gambe fino alla mattina e lasciò che il sangue, e quell’altra cosa viscosa, si rapprendessero sulle sue cosce. Era tutta pesta, come quando era stata picchiata per aver bruciato il chapati. Si sentiva ancora addosso quella barba ispida che le sbranava il seno, e riviveva lo strazio d’essere impalata fra le gambe da un uomo che aveva detto d’essere suo padre.
Né lei né Haria parlarono più di quell’uomo.
Suyeda non sapeva di essere incinta. Glielo dissero le donne della casa, picchiandola con un bastone sulla pancia che si era gonfiata. - Avrai un figlio - strillarono - e questa vergogna ricadrà su tutti noi.
Chiamarono un astrologo e lo pagarono perché leggesse nelle stelle il sesso del bambino. - Sarà un maschio - predisse l’astrologo. - Un maschio va bene - dissero le donne e lasciarono in pace Suyeda per il resto della gravidanza.
Non ebbe un maschio ma una femmina e quella femmina sono io.
Venni al mondo di notte, dopo che il monsone aveva soffiato per tutta la giornata. Le strade erano paludi e mia madre era inquieta come una tigre, mentre le raffiche di pioggia si abbattevano sulla sua casa e filtravano dal tetto.
Non aveva mai amato quel tugurio, né le persone che vi abitavano. Voleva bene solo a Haria, la sua gemella.
Mentre così rifletteva, inginocchiata a sorvegliare il masala che tostava nella tawa, con la pancia che le arrivava quasi sotto la gola, sentì un dolore così forte ed improvviso che credette d’essersi bruciata coi tizzoni. Guardò giù, col respiro affrettato d’una cavalla impaurita. Era troppo lontana dalle braci per essersi scottata e fra le sue gambe non c’era fuoco bensì acqua che bagnava il sari.
Si mosse, ma era come se una mano la tenesse inchiodata accanto al fuoco. Scivolò indietro, sulla schiena, soffocata da un altro dolore e, mentre annaspava per chiedere aiuto, sentì l’odore delle spezie che si carbonizzavano nella tawa. Mi picchieranno, pensò, come l’altra volta che ho bruciato il chapati. Ma anche se l’avessero picchiata con tutti i bastoni del mondo, non avrebbe potuto sentire più male di così.
Furono solo le prime doglie, le più leggere, d’un travaglio che doveva durare tutta la notte. Molte ore più tardi, Suyeda aveva smesso anche di urlare, mentre attorno a lei un cerchio di donne si affannava.
Fu chiamato di nuovo l’astrologo e il cerchio si aprì, reverente, al suo arrivo. In cambio di tre pugni di riso, l’astrologo lesse il futuro sul palmo della mano sudata di Suyeda. - Non va bene - brontolò - stanotte le stelle sono contrarie.
Erano ormai pallide, le stelle, quando Suyeda ebbe l’ultima contrazione. Si aggrappò alle braccia di Haria e gridò. Apparve la mia testa ed una vecchia l’afferrò e tirò. Fui strappata in questa vita dalle sue mani sporche.
- Ma non è un maschio! - esclamarono indignate le donne della casa. A turno guardarono il mio sesso. - E’ solo una femmina - disapprovarono - una femmina inutile e costosa. Liberiamocene!
Haria s’intromise, mi fece scudo col suo corpo. - Lasciatela a me, penserò io a lei!
Mi prese in braccio e, con il mio stesso sangue, segnò una tika sulla mia fronte.
- Ecco il tuo terzo occhio, nipote - disse - ti chiamerò Mandala, cerchio della vita.
E anche quando per tutti divenni Fatima, per Hariamasi sono sempre rimasta Mandala.
Suyeda si rimise a fatica del parto. Passò molti giorni distesa sul charpoi. La febbre le faceva vedere cose che non erano: un mostro con la barba, più alto del sole, che la inghiottiva; una lancia rossa che la trapassava da parte a parte; un bicchiere di latte che si mutava in sangue.
La zia Haria mi appoggiava vicino al corpo della sorella assopita, accostava la mia bocca al seno fino a che non trovavo da sola il capezzolo e mi ci attaccavo.
Lentamente, mia madre riacquistò le forze ma dalla febbre non guarì mai. Cominciò ad annusare l’odore del mio corpo e ad assaggiare le gocce di latte che mi sfuggivano dalle labbra. Teneva in bocca le mie mani ed i miei piedi e li scaldava col suo fiato.
Prese a sedere sulla soglia di casa. Non le importava di cosa poteva pensare la gente. Lei non era più una brava ragazza indù e non si sarebbe mai sposata. Si era congiunta col proprio padre, era diventata una paria fra i paria ed anche gli intoccabili la chiamavano impura ed evitavano di camminare nella sua ombra. Perciò abbandonò ogni ritegno. Scostava il sari e esponeva il suo seno di tredicenne per allattarmi in mezzo alla gente, senza pudore.
Quattro anni passarono, uno dopo l’altro. Crebbi sana e forte, mio malgrado, in quella casa dove ero invisibile per tutti, tranne che per le due gemelle. Somigliavo più a Haria che a Suyeda. Come lei avevo lineamenti forti, ossatura robusta.
La febbre e l’allattamento avevano assottigliato Suyeda, rendendola trasparente e bellissima. Aveva quell’aspetto di fiore sgualcito che accende la fantasia degli uomini.
La adocchiò Charim, il peggior sciupafemmine di tutta Amritsar. Aveva vent’anni, una moglie ricca e molto più vecchia di lui e due figli piccoli. Apparteneva alla casta dei mercanti ma era sua moglie a lavorare, mentre lui correva dietro a tutte le ragazze della città. Era il terrore dei padri e dei mariti. Si prendeva il suo piacere con mussulmane, buddiste ed indù, con vergini e con donne sposate, con cortigiane e persino con donne bandite dalla loro casta.
Vide mia madre e le piantò in faccia i suoi occhi baldanzosi. Passando e ripassando davanti alla sua casa, si lisciò i baffi, fece tintinnare i suoi ornamenti, si morse il labbro.
Suyeda aveva diciassette anni. La sua unica conoscenza degli uomini e dell’amore era il vecchio incubo di un demone che diceva di essere suo padre e la prendeva con la forza. Charim cominciò con lei una danza delicata. Scriveva il nome Suyeda sul terreno con un ramoscello. Era gentile con me, mi porgeva con la sua stessa lingua noci d’areca e foglie di betel. - Un giorno, piccola Mandala - mi diceva - sarai come la tua mamma che brilla più di una stella.
Ci raggiungeva quando sapeva di trovarci sole, e portava in dono a mia madre frutta e collane di fiori. Faceva mostra di rispettarla, come se, invece d’una fuori casta, fosse stata una vergine ch’egli intendeva sposare. Un giorno le mandò una vecchia mezzana che consegnò a mia madre noci, profumi, anelli, zafferano, e le parlò dell’amore ch’ella aveva suscitato nel cuore di Charim. Con voce lacrimosa, spiegò quanto lui avrebbe sofferto per un suo rifiuto. Le disse che la moglie di Charim era una donna brutta e cattiva, che maltrattava il marito e non gli voleva un briciolo di bene.
Suyeda ritrovò il pudore. Smise di sedere sulla soglia, se non quando sperava di veder passare Charim. Se lui era vicino, non lo guardava mai in faccia, ma abbassava la testa e rispondeva a mezza bocca alle sue domande. L’amore la rese timida come una cerbiatta.
Cominciò a sognare ad occhi aperti. Di sicuro, pensava, la moglie di Charim un giorno morirà. E’ vecchissima, c’è chi dice che ha addirittura trent’anni. Quel giorno, io diventerò la prima sposa e, dopo, riempirò la sua casa di fiori, farò brillare il pavimento e sarò sempre bella e profumata per lui. Mia sorella Haria e mia figlia Mandala vivranno con noi.
Erano sogni bellissimi, durante i quali Suyeda dimenticava di essere una fuori casta, una alla quale la sua stessa gente non rivolgeva la parola.
Una sera, Charim recò con sé una splendida collana. Era di pura filigrana d’argento, con un pendaglio che scendeva sul petto. - Per te, Suyeda - le disse - come pegno del mio amore. L’argento porta i segni delle mie unghie e dei miei denti.
- Shukria - rispose Suyeda - grazie, la terrò per sempre.
Quando si abbandonò fra le sue braccia, quella stessa sera, volle pensare di essere l’unica: Charim non aveva moglie e tutte le altre donne non esistevano più.
Avevo solo quattro anni, ma ricordo che stavo in un angolo, a spolpare i frutti di papaya che Charim mi aveva regalato, e guardavo mia madre e lui distesi sul charpoi. Lei aveva il sari sollevato. Lui le stava sopra.
La baciava sulla gola, sulle spalle, sulle braccia, sul viso. Si muovevano insieme ed il loro moto ricordava l’onda, la ruota, il cobra che esce dal suo cesto al suono del fakir. In mezzo a loro la collana brillava nell’ombra.
Avevo paura dei rumori che facevano, ma la papaya era dolce. Mi riempivo la bocca e mi coprivo le orecchie per non sentire.
Passarono alcuni mesi. Charim veniva da noi regolarmente. Ogni volta c’erano manghi per me, o foglie di betel, o noci. Ogni volta loro due si stendevano sul charpoi, oppure restavano in piedi, contro il muro, e facevano quei movimenti e quei rumori.
Poi Charim smise di venire. Ogni giorno Suyeda si sedeva sulla soglia e guardava in fondo alla strada.
Ad ogni giorno che passava senza che lui arrivasse, mia madre perdeva colore dal viso e scottava un po’ di più. Se mi avvicinavo a lei, mi scacciava irritata.
E poi venne il giorno della festa di Baisakhi. Per le strade c’erano maghi, indovini, e yogi che camminavano sui carboni ardenti o si trafiggevano le guance con fili di ferro. C’erano giocolieri, danzatori e incantatori di serpenti. C’era, ricordo, persino un elefante bardato.
In mezzo alla folla, vicino ad uno zingaro che aveva un cobra avvolto intorno al collo, scorgemmo Charim. Guardava i giocolieri e pareva divertirsi molto. Era accanto ad una fanciulla velata, che portava grandi orecchini smaltati e bracciali di ceralacca con pietruzze scintillanti. A tratti, Charim si chinava a sussurrarle qualcosa nell’orecchio. La fanciulla rideva, con grandi occhi di pece luminosa, e fingeva di coprirsi le orecchie per non sentire.
Per tutto il tempo, mia madre rimase inchiodata a fissarli, senza dire una sola parola. Quando la folla si disperse, li seguì, trascinandomi con sé.
Cercò in tutti i vicoli, dietro ogni muro, ogni bidone, ogni albero. L’istinto la guidò oltre la soglia di un cortile. Charim e la fanciulla erano avvinghiati nel buio d’una volta d’ingresso e si baciavano. La fanciulla non aveva più il velo e dimostrava a mala pena quattordici anni.
Suyeda rimase acquattata nell’ombra a spiarli. Io ero vicino a lei e non osavo neppure respirare.
Alla fine, Charim uscì dal cortile con aria soddisfatta. Mia madre gli si parò innanzi. - Charim! - lo chiamò - Charim...
Lui ci guardò appena. - Toglietevi dalla mia ombra, fuoricasta.
Mia madre gemette, si coprì la bocca con la mano. Fece un passo indietro, poi due, poi cominciò a correre.
Nei giorni successivi non disse più una sola parola. Le tornò la febbre e smise di mangiare. Rifiutava le foglie colme di riso che Haria le offriva e per molto tempo si nutrì solo di latte allungato con l’acqua.
Sedeva tutto il giorno sul charpoi, con la collana stretta fra le dita sempre più magre e febbricitanti. Si era fatta così trasparente che si accorsero che era di nuovo incinta solo quando il parto era ormai vicino.
Appena cominciarono le doglie, Suyeda disse alla sorella che sarebbe morta. Mi chiamò e mi mise in mano la collana di Charim. - E’ tua adesso, Mandala - disse, e mi strinse il pugno tanto forte che il pendaglio mi bucò il palmo. - Conservala sempre! Questa collana porta i segni delle unghie e dei denti di Charim.
Dopo due giorni di travaglio, mia madre ebbe un altro figlio, mio fratello Kartar. Subito dopo il parto, morì di febbre emorragica, come aveva predetto.
Avevo solo cinque anni, ma quel giorno giurai che non avrei più permesso che una donna perdesse la vita per dare alla luce un bambino.
Da allora ho cambiato città, nome e religione, ma, fino ad oggi, ho sempre mantenuto la mia promessa.
Dopo la morte di Suyeda, la mia vita cambiò. Fu nostra zia Haria ad allevare me e Kartar. Crescemmo nella casa dei nostri parenti adottivi, che ci trattavano da paria. Per loro eravamo impuri, figli dell’incesto e dell’adulterio. Nessuno ci rivolgeva la parola, nessuno tollerava la nostra vista. A noi erano riservati solo i lavori più umili.
Kartar, il mio fratellastro, era un adolescente timido, chiuso in se stesso, pigro e trascurato. Fedele alla mia promessa, io divenni levatrice, ancor più impura agli occhi dei miei familiari. Le donne che aiutavo, però, mi erano riconoscenti.
Un giorno fui chiamata fuori città. Feci tutta la strada a piedi ed arrivai sudata e stanca ad una capanna di fango, dove un uomo di circa cinquant’anni mi mostrò la sua mucca che muggiva disperata.
- Sono una levatrice, non un veterinario - protestai. Feci per andarmene, ma, quando vidi la testa del vitello che sporgeva fra le gambe della bestia, la mia indignazione sfumò e mi detti da fare. Il vitello nacque sano e la mucca lo leccò contenta.
- Non ho soldi per pagarvi - confessò l’uomo. - Ma vi sono riconoscente. Quella vacca è tutta la mia ricchezza e, anche se non sono indù, per me è sacra. Adesso, grazie a voi, potrò vendere il vitello. Venite nel mio campo e prendete quello che volete!
Disse di chiamarsi Kalim Hussein e spiegò che la sua famiglia veniva dall’Arabia.
Una settimana dopo, lo vidi apparire, con un mazzo di fiori di campo e un sorriso umile sulla faccia. - Sono mussulmano - affermò - e sono povero. Ho solo il campo e la mucca ma vi chiedo di essere mia moglie.
Accettai. Insieme a Haria e a Kartar, lasciai la casa dove non ero amata e andai a vivere con Kalim Hussein. Riparammo il tetto della capanna coi miei soldi e comprammo un asino. Per sposare Kalim Hussein, dovetti convertirmi alla sua religione. Lo feci per dovere ma anche per riconoscenza. Imparai a compiere le abluzioni, a mettermi in ginocchio sapendo sempre dov’era la Mecca. Imparai a poggiare la fronte sul tappeto ed a pregare Allah misericordioso.
Prima del matrimonio, arrivò un mullah che mi fece ripetere alcuni versetti del Corano davanti a due testimoni. - Non c’è altro Dio che Allah e Maometto è il suo profeta.
Con queste parole, entrai nella luce dell’Islam, col nome di Fatima.
Ci sposammo senza dote, senza festa e senza invitati. Dopo la cerimonia, Kalim Hussein tornò nel campo, Haria in cucina, io al mio lavoro e Kartar a sonnecchiare al sole nel fosso.
Scoprii che mio marito era un uomo compassionevole e gentile. Non mi obbligò mai a mangiare carne di manzo e la sera, quando tornava dal lavoro, mi portava sempre un fiore.
Pian piano, grazie a lui, conobbi la vera fede. La legge del Profeta divenne iman dentro di me, spirito e luce nel mio cuore. Di mia volontà, scelsi di portare il velo, come segno di rispetto per mio marito.
Per due anni vivemmo del nostro lavoro, tirando avanti meglio che potevamo. Per ogni bambino e per ogni vitello nato vivo, io venivo pagata. Se nasceva un figlio maschio, mi pagavano anche il doppio. Haria si occupava della casa. Kartar dava una mano a Kalim Hussein nei campi, quando ne aveva voglia. Mio marito non si lamentava mai della pigrizia di mio fratello. - E’ giovane - diceva - beata la gioventù!
Kartar era affezionato a Kalim Hussein, ai suoi occhi tutto ciò che egli faceva era ben fatto, tanto che volle convertirsi anche lui e mise nella nuova fede tutto il fervore della sua età.
Hariamasi non si convertì, perché per lei la religione non aveva significato. - Io credo in quello che vedo - diceva. Era una donna concreta e generosa che non si lamentava mai.
Ero giovane allora, e non amavo Kalim Hussein di quell’amore di cui parlano le canzoni o i racconti, ma lo consideravo un uomo pio e giusto. Quando ci univamo, nel fruscio notturno della nostra capanna, lui era premuroso ed attento anche al mio piacere.
Nel 1947, l’anno in cui l’India divenne indipendente, ero incinta anch’io. Il quindici agosto fu un giorno di gioia per molti, ma non per noi.
Un’orda di sikh si rovesciò nel nostro villaggio, ad ovest di Amritsar. Arrivarono in bicicletta, a piedi, ad ondate, come cavallette furiose, brandendo kirpan, bastoni e mazze. Piombarono sugli uomini, li accerchiarono, li massacrarono.
Kalim Hussein era nel suo campo. Tentò di fuggire, mi dissero, ma gli saltarono addosso e lo sgozzarono fra le zucche, con l’asino che correva impazzito e la mucca che muggiva di terrore.
Quel mattino, mi trovavo in casa di una partoriente, accompagnata da mio fratello e da Haria. Un gruppo di uomini urlanti circondò la casa. Kartar sbarrò la porta, mentre io gli gridavo di scappare, di nascondersi. - Viva la luce dell’Islam! - gridò invece. - Viva la vera ed unica fede!
Lo fecero a pezzi davanti ai miei occhi.
Aveva diciassette anni, mio fratello. La voce non mi bastò per urlare quando gli mozzarono la testa e le gambe.
In cinque irruppero nella casa. Ci picchiarono col piatto dei pugnali e ci strapparono le vesti di dosso. Stuprarono me, mia zia e tutte le donne della casa. Un uomo mi gettò in terra, di traverso alla porta, e mi montò sopra.
Il collo inondato della sua barba fetida, la testa rovesciata all’indietro, io vedevo il cielo ed il cortile ed i cani che si azzuffavano intorno al corpo di Kartar. Udivo le grida della donna che partoriva. Un uomo stava spingendo a forza il suo membro dentro di lei, ricacciando indietro la testa del bambino.
Non sentivo i morsi, i tagli, il bruciore e il peso dell’uomo su di me. Ero assordata dai rantoli della partoriente e di una ragazza alla quale stavano strappando dalle mani un neonato.
Persi conoscenza un minuto, forse due, tre. Quando riaprii gli occhi, l’uomo non era più sopra di me, ma addosso ad una bambina che urlava e si divincolava. Rimasi distesa sulla soglia, incapace di muovermi, pesta e bruciante. La bambina fu presa, non più di otto anni aveva, ed inchiodata. Sentivo piangere, in fondo alla casa, singhiozzi straziati. La giovane mamma strisciava carponi sul pavimento verso qualcosa di piccolo, di inerte.
Alla fine ci trascinarono fuori. Ad una ad una ci spinsero, barcollanti, seminude, coperte di sangue, di graffi e di lividi, tagliuzzate dai pugnali.
Per prima uscì Haria. Mi resi conto che, per tutto il tempo, non avevo udito un solo grido dalla sua bocca. Venni fuori anch’io, poi la bambina, che uscì piangendo, con la mano fra le gambe, ed il sangue che colava lungo i polpacci esili. Per ultima apparve la giovane madre. Aveva recuperato il cadavere del suo bambino e lo teneva stretto al petto. Vacillava, guardando lontano, con gli occhi vuoti, fissi, spaventosi.
Poi non uscì più nessuno e la casa rimase in silenzio.
Il sole bruciava, gli avvoltoi ed i corvi stridevano e si abbassavano su di noi fino quasi a toccarci, i cani grufolavano e ringhiavano. I singhiozzi delle donne si spegnevano, poi tornavano a divampare.
Ci costrinsero a sfilare attraverso tutta Amritsar, insieme alle altre donne, fino al Tempio d’Oro. Superammo inebetite la passerella di marmo, accecate dal riflesso dell’acqua e dalle cupole di rame arroventate dal sole.
E, dentro, fu davvero la fine.
Ricordo che urlavo, che il pavimento del tempio era rosso di sangue, che le donne scappavano e sbattevano contro le pareti come falene intrappolate. Venivano sgozzate e cadevano una sull’altra. Ricordo che il sangue schizzava sui muri e che l’eco raddoppiava la violenza delle grida.
Non può succedere, pensavo, non è vero. Haria era accanto a me, impietrita. Insieme corremmo, cercando scampo verso il fondo del tempio. Inciampavamo nei corpi, i nostri piedi nudi scivolavano sul sangue, mani agonizzanti ci afferravano le caviglie. Scalciammo per liberarci, senza pietà. L’unico istinto era fuggire, uscire di lì.
Un uomo afferrò mia zia per i capelli, la immobilizzò. Haria era nuda, il corpo scosso da un tremito violento, lo sguardo d’un animale braccato. Mi aggrappai a lei, cercai di trascinarla via, di strapparla dalle mani dell’uomo, ma scivolai e caddi a faccia in giù nel sangue.
L’uomo tagliò la gola di Haria. Le vene zampillarono, le allagarono il petto, mi inondarono. Rimasi a terra, accanto al corpo floscio di mia zia, paralizzata, in attesa della morte. Non avevo più volontà.
Fu il caso a salvarmi. Una donna passò correndo vicino, urtò l’uomo che aveva già alzato il kirpan contro di me. Con un urlo di rabbia, lui rivolse la sua furia contro di lei. Le squarciò il petto. La donna cadde addosso a Haria ed io rotolai via. Strisciai sul ventre, mi rannicchiai immobile, nascosta in mezzo ai cadaveri.
Attorno a me, il massacro continuò. Sentivo grida disumane, vedevo le donne correre in cerchio, folli di terrore. Avvertivo che anche la mia ragione vacillava, mi abbandonava. Avevo gli occhi annebbiati, la pelle viscida, ero soffocata dall’odore del sangue e della paura. Non so per quanto rimasi lì, ferma e raggomitolata, mentre intorno a me le urla si spegnevano e restavano solo i gemiti delle moribonde.
Poi gli uomini tornarono a casa, dalle loro mogli, dalle loro sorelle e figlie.
Non cercai più il corpo di mia zia. In quel momento non potevo pregare, né per lei né per nessun altro. In quel momento non esisteva più nulla per me. L’importante era riuscire a muovere le gambe, fare un passo dopo l’altro, mandare giù l’aria nei polmoni e farla uscire di nuovo. Ero una bestia, un cane braccato che voleva sopravvivere.
Il dolore arrivò più tardi, ed insieme al dolore, l’odio.
Trovai mio marito dentro un fosso. I cani gli avevano divorato il fegato ed i genitali. Il corpo era nero di mosche. Lo trascinai fuori. Mi parve leggero, o forse era il furore a darmi la forza. Lo seppellii dietro la nostra casa.
Recuperai l’asino ed andai a cercare mio fratello. Il tronco era ancora nel cortile, davanti alla casa. Rinvenni le gambe, quel che restava delle braccia, ma non riuscii a trovare la testa. Seppellii quello che avevo trovato.
Nella capanna c’erano altri due cadaveri. Uno apparteneva ad una vecchia. L’altro era della partoriente. Fra le sue gambe spalancate, martoriate, si vedeva ancora la testa del bambino. Quella era stata l’unica volta che non ero riuscita a fare il mio lavoro fino in fondo.
Il rimorso per avere abbandonato Haria mi colpì all’improvviso. Caddi in ginocchio in mezzo al cortile e piansi. Piansi per lei, piansi per Kalim Hussein e per Kartar. Pregai Allah che accogliesse le loro anime in paradiso.
Era buio quando caricai l’asino. Presi una coperta, un sacco di riso, il Corano, la collana di mia madre.
Ormai, non avevo più nessuno ad Amritsar. Lasciai il Punjab e scesi a Benares, dove misi al mondo Ahmed. L’unica cosa di cui ringraziai Allah, il giorno in cui Ahmed nacque, è che era figlio di Kalim Hussein e non degli uomini dal cuore nero che avevano distrutto la mia vita.

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Omaggio a Giorgio Caproni

10 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi, #poesia, #personaggi da conoscere

Omaggio a Giorgio Caproni

Tra Livorno e Genova, il poeta delle due città

Omaggio a Giorgio Caproni

a cura di Patrizia Garofalo e Cinzia Demi

Edizioni Il Foglio, 2013

pp. 110

Ci sono saggi letterari che illuminano, arricchiscono, fanno dire: “Ecco, questo è proprio ciò che pensavo e sentivo”. Ce ne sono altri che grondano accademia, ad esempio quelli letti nei giorni dell’università, quando dovevi perdere un’ora, non per studiare il poeta o il romanziere in questione, ma solo per capire cosa intendesse il critico con la sua nebulosa accozzaglia di parole. Si finiva per telefonarci l’un l’altro fra studenti, chiedendo: “Ma tu cosa hai recepito?” Si cercava di ricostruire il filo del discorso, di “tradurre” il testo in un italiano comprensibile, mettendo faticosamente in relazione soggetto e predicato. Spesso, alla fine, una volta parafrasato e volgarizzato, il saggio era riassumibile in tre o quattro concetti cardine. Provavamo, allora, il bisogno di allontanarci da un mondo fatto solo di gente che si parlava addosso, e immergerci nella vita reale, nelle cose concrete.

Questa premessa per segnalarvi una raccolta di saggi su Giorgio Caproni - poeta più che mai alla ricerca del contatto totale fra parola e cosa – che contiene testi sia dell’uno e che dell’altro stampo. Per fortuna sono prevalenti di gran lunga quelli del primo tipo.

“Tra Livorno e Genova, il poeta delle due città”, a cura di Patrizia Garofalo e Cinzia Demi, è un omaggio a Giorgio Caproni, che si sviluppa in dodici saggi, alcuni frutto di due convegni organizzati da una delle curatrici, a Palermo e a Bologna, altri opera di studiosi e cultori e persino dello stesso figlio di Caproni. Molti emozionano, uno in particolare annoia perché scritto in un linguaggio intellettualmente auto compiaciuto.

La raccolta si apre con un’intervista che il figlio di Caproni, Attilio Mauro, ha rilasciato a Matteo Bianchi. Caproni figlio sostiene che scrivere versi è una pratica difficilissima, non è sufficiente mettere parole in colonna per essere poeti, non si deve rispecchiare un’epoca specifica, bensì avere intuizioni che scavalcano il tempo e restano valide a distanza di secoli. Il poeta raggiunge la maturità artistica attorno ai quaranta anni, dopo di che la creatività scema e si ripercorrono i propri passi con meri esercizi di stile.

Il secondo saggio, di Angelo Andreotti, si occupa della raccolta “Res amissa”, uscita postuma nel 1991 a cura del filosofo Giorgio Agamben. La res amissa è la cosa che si può perdere, la cosa che c’era ma di cui si è smarrito anche il ricordo, la cosa nascosta così bene da essere scomparsa e che permane solo come assenza, come nostalgia di un Dono ormai inconoscibile: forse la Grazia, forse la Vita, forse la Poesia stessa, in ogni caso il Bene.

“Gli ultimi versi della sua produzione poetica, e in particolare quelli di Res amissa, risultano franti, in parte anche sincopati, interrotti da trattini e parentesi, separati da spazi bianchi e puntini (di “canto spezzato parla Agamben”); e con questa disarmonia – con questo respiro affannato, ansioso – sembra voler negare al lettore la piacevolezza della lettura, o per lo meno imporgli un ritmo rigido, per nulla naturale”. (Angelo Andreotti)

Il terzo saggio, ancora a firma Matteo Bianchi, è indicativo di una tendenza che, ultimamente, si sta diffondendo nella critica, quella, cioè, di essere multimediale, di mescolare “alto e basso”. (La recente candidatura di Vecchioni al Nobel per la letteratura ne è un esempio.) In questo saggio, Bianchi accosta il testo di “Canzone”, di Lucio Dalla e Samuele Bersani, con la poesia di Caproni “Preghiera”. E, nonostante la disparità di valore, come dimenticare che la poesia è nata proprio con accompagnamento di musica? Come dimenticare il video nel quale Caproni stesso confessa di essersi avvicinato alla poesia da paroliere dei propri componimenti musicali?

Bianchi rimarca il rifiuto del classicismo in Caproni, il suo aggancio con la tradizione popolare di Genova e di Livorno, la facilità e, insieme, la sapienza estrema della rima, l’eco nei suoi versi di Cavalcanti e dei primitivi.

Il quarto saggio, di Fabio Canessa, si sofferma sui temi del congedo e del viaggio, cari al poeta livornese: il congedo è da una vita cara, amata e superiore alla poesia, una vita che nessuna parola riesce a rendere.

“Io son giunto alla disperazione calma,

senza sgomenti.”

“Nella musicalità affabulatoria orchestrata dagli enjambement, nel lessico discorsivo del tono colloquiale c’è tutta la “calma disperazione” dell’accettazione della vita e della morte.”

Anche il viaggio si fonde con il suo contrario, con “la negazione della partenza e il corto circuito fra passato, presente e futuro sfiora il nonsense.”

Nel quinto pezzo, Maurizio Caruso parla degli elementi che hanno ispirato il quadro di Caproni riprodotto sulla copertina.

Nel sesto, Cinzia Demi si occupa della raccolta “Il seme del piangere” (1959) e, in particolare, degli splendidi Versi livornesi. Se Genova è la città della maturità, dell’essere a pieno se stesso, Livorno è il luogo dell’anima, dell’infanzia, del re-incontro con la madre giovane. Il dolore è modulato con disincanto come in “Ad portam inferi” che qui riproponiamo per la sua semplice bellezza.

Chi avrebbe mai pensato, allora,

di doverla incontrare

un'alba (così sola

e debole, e senza

l'appoggio di una parola)

seduta in quella stazione,

la mano sul tavolino

freddo, ad aspettare

l'ultima coincidenza

per l'ultima stazione?

Posato il fagottino

in terra, con una cocca

del fazzoletto (di nebbia

e di vapori è piena

la sala, e vi si sfanno

i treni che vengono e vanno

senza fermarsi) asciuga

di soppiatto - in fretta

come fa la servetta

scacciata, che del servizio

nuovo ignora il padrone

e il vizio - la sola

lacrima che le sgorga

calda, e le brucia la gola.

Davanti al cappuccino

che si raffredda, Annina

di nuovo senza anello, pensa

di scrivere al suo bambino

almeno una cartolina:

"Caro, son qui: ti scrivo

per dirti ..." Ma invano tenta

di ricordare: non sa

nemmeno lei, non rammenta

se è morto o se ancora è vivo,

e si confonde (la testa

le gira vuota) e intanto,

mentre le cresce il pianto

in petto, cerca

confusa nella borsetta

la matita, scordata

(s'accorge con una stretta

al cuore) con le chiavi di casa.

Vorrebbe anche al suo marito

scrivere due righe, in fretta.

Dirgli, come faceva

quando in giorni più netti

andava a Colle Salvetti,

"Attilio caro, ho lasciato

il caffè sul gas e il burro

nella credenza: compra

solo un pò di spaghetti,

e vedi di non lavorare

troppo (non ti stancare

come al solito) e fuma

un poco meno, senza,

ti prego, approfittare

ancora della mia partenza,

chiudendo il contatore,

se esci, anche per poche ore."

Ma poi s'accorge che al dito

non ha più anello, e il cervello

di nuovo le si confonde

smarrito; e mentre

cerca invano di bere

freddo ormai il cappuccino

(la mano le trema: non riesce,

con tanta gente che esce

ed entra, ad alzare il bicchiere)

ritorna col suo pensiero

(guardando il cameriere

che intanto sparecchia, serio,

lasciando sul tavolino

il resto) al suo bambino.

Almeno le venisse in mente

che quel bambino è sparito!

E' cresciuto, ha tradito,

fugge ora rincorso

pel mondo dall'errore

e dal peccato, e morso

dal cane del suo rimorso

inutile, solo

è rimasto a nutrire,

smilzo come un usignolo,

la sua magra famiglia

(il maschio, Rina, la figlia)

con colpe da non finire.

Ma lei, anche se le si strappa

il cuore, come può ricordare,

con tutti quei cacciatori

intorno, tutta quella grappa,

i cani che a muso chino

fiutano il suo fagottino

misero, e poi da un angolo

scodinzolano e la stanno a guardare

con occhi che subito piangono?

Nemmeno sa distinguere bene,

ormai tra marito e figliolo.

Vorrebbe piangere, cerca

sul marmo il tovagliolo

già tolto, e in terra

(vagamente la guerra

le torna in mente, e fischiare

a lungo nell'alba sente

un treno militare)

guarda fra tanto fumo

e tante bucce d'arancio

(fra tanto odore di rancio

e di pioggia) il solo

ed unico tesoro

che ha potuto salvare

e che (lei non può capire)

fra i piedi di tanta gente

i cani stanno a annusare.

"Signore cosa devo fare,"

quasi vorrebbe urlare,

come il giorno che il letto

pieno di lei, stretto

sentì il cuore svanire

in un così lungo morire.

Guarda l'orologio: è fermo.

Vorrebbe domandare

al capotreno. Vorrebbe

sapere se deve aspettare

ancora molto. Ma come,

come può, lei, sentire,

mentre le resta in gola

(c'è un fumo) la parola,

ch'è proprio negli occhi dei cani

la nebbia del suo domani?

La Demi avvicina Caproni a Saba, anch’egli controcorrente per lo stile umile.

Annina è un archetipo femminile, una cavalcantiana e stilnovistica figura guida, che accompagna l’anima del poeta ormai vecchio attraverso una Livorno popolare, gioiosa, mattutina e non ancora bombardata. La madre diventa fidanzata del figlio ma non in un rapporto incestuoso, bensì atemporale, che ricongiunge e fonde le anime; così come la poesia “A mio figlio Attilio Mauro che ha il nome di mio padre”, contenuta in “Il muro della terra” (del 75), crea un legame astorico fra padre e figlio, dove il padre diventa figlio di suo figlio (quasi un’eco, ancora una volta, del paradiso dantesco e della Vergine Maria) e viene trasportato in quel futuro che non gli apparterrà.

Portami con te lontano

...lontano...

nel tuo futuro.

Diventa mio padre, portami

per la mano

dov'è diretto sicuro

il tuo passo d'Irlanda

l'arpa del tuo profilo

biondo, alto

già più di me che inclino

già verso l'erba.

Serba

di me questo ricordo vano

che scrivo mentre la mano

mi trema.

Rema

con me negli occhi allargo

del tuo futuro, mentre odo

(non odio) abbrunato il sordo

battito del tamburo

che rulla - come il mio cuore: in nome

di nulla - la Dedizione.

Il settimo saggio, scritto da Flora di Legami, è il più ostico, indigesto e compiaciuto. Si occupa delle raccolte “Il Franco Cacciatore “ (1982)“ e Il conte di Kevenhüller” (1986), già di per sé difficili per il linguaggio franto e l’ardua ricerca stilistica.

“Il franco cacciatore” è ispirato a un’opera di Weber, su libretto di Kind, ma s’inserisce in una tradizione che, come dice la di Legami, “da Dante a Boccaccio, da Petrarca a Poliziano, da Marino a Bruno, giunge alla modernità con Valery e Melville”. Le metafore venatorie e mitologiche e il motivo del viaggio sono la traccia per una discesa all’interno del sé alla ricerca di valori universali. “Bellezza e orrore, attesa e vuoto, vitalità e morte, parola e silenzio, sono i nuclei di un racconto, disposto sul metro della mitica caccia.” (Flora di Legami)

La caccia è nei confronti di Dio, la morte del cacciatore è il sacrificio della parola al silenzio. I continui punti di sospensione, le parentesi, le frasi spezzate indicano un’ indagine che si avvita su se stessa aspirando a un’inattingibile essenzialità.

“Atteone è segno del lavorio ininterrotto per dire l’indicibile.” “Per via di continui slittamenti inversioni e giochi di antifrasi, il poeta compone inediti arabeschi di sovversione logica, con cui rendere gli scarti disarmonici dell’esistere e del pensiero.”

“Il conte di Kevenhüller” (1986) è una sorta di “operetta morale” basata sulla caccia a una feroce Bestia che altri non è che la parola stessa.

“Se la parola è l’involucro in cui prendono forma e consistenza angosce, tremori, interrogazioni e dubbi di una ricerca esistenziale, nessuna meraviglia che proprio questa divenga la preda mitica del poeta cacciatore.”

Alla fine si ha un’infinita e ossimorica coincidenza di opposti, una myse en abyme fra vita e morte, cacciatore e preda.

L’ottavo saggio, di Rosa Elisa Giangoia, si riferisce al poemetto “Ballo a Fontanigorda” (1938), evidenziando il legame di Caproni con la val Trebbia, i suoi boschi, i suoi villaggi e la statale 45. Qui Caproni fu maestro elementare e partigiano. Qui la sua poesia, basata più “sul togliere parole che sull’aggiungerne”, arriva al definitivo superamento della concezione romantica e decadente di paesaggio come specchio dello stato d’animo e ritratto di luogo ameno e pittoresco. Il paesaggio non comunica emozioni, è uno spazio rarefatto, semplificato, è un luogo da cui tutti se ne vanno, lasciandoci soli con il bosco e il fiume, mentre, man mano, le certezze svaniscono e le risposte ridiventano domande.

Il nono saggio, di Gianfranco Lauretano, parte dalla raccolta “Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee” (1965) per mostrarci come dal ‘65 al ‘90 Caproni non abbia fatto che congedarsi da tutto, dalla vita, dalla famiglia, dagli amici, da quello che chiamava mézigue, cioè “me stesso”. Già da cinquantenne inizia a salutare, mentre la sua poesia sempre più si rastrema, mentre la storia lo delude, mentre il concetto di Dio, per lui ateo, diventa sempre più sfuggente e, insieme, paradossalmente desiderabile.

Il decimo saggio, del linguista Fabio Marri, ci mostra nei particolari come lavora il poeta Caproni, come la sua lingua facile, quasi elementare - se sottoposta ad analisi tecnica - sveli tutta la sua sapienza e l’artificio.

Il linguaggio è semplice ma composto anche di termini rari e aulici, di aggettivi inusuali, il senso letterale delle parole è trasformato e arricchito dalla loro forma fonica, dall’armonia all’interno della frase, dalla posizione nel discorso poetico, dalla disposizione sintattica. Il verso è agile, si allunga nell’enjambement, si dispiega in rime baciate, prima chiare, poi, con l’acuirsi del tormento interiore e della ricerca, sempre più scure. La rima serve ad accostare fra loro parole che possono fondersi o cozzare, come in Cavalcanti, Carducci, Pascoli, prima, e Ungaretti, Montale, Saba, Luzi, poi. Le parentesi, invece di isolare, evidenziano concetti fondamentali, epifanici, le frasi diventano esclamative e interrogative, a sottolineare riflessioni dolorose.

Tutto questo, a detta di Caproni stesso, senza formalismi forzati, senza ritorni anacronistici ad avanguardie superate, senza anticonformismo obbligato, ma anche senza nessuna musicalità consolatoria.

L’undicesimo saggio, di Paolo Ruffilli, mette in collegamento la poesia di Caproni con l’opera lirica settecentesca e con la cultura illuminista.

Infine l’ultimo, di Massimo Scrignoli, evidenzia l’immagine ricorrente in Caproni della “stella nera”, luce spenta ma pur sempre luce, collegata al ricordo della perduta sorella minore, Marcella.

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Sordocieco

8 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Dovette spingermi, mio padre, per farmi superare il cancello di ferro battuto, sormontato da telecamere a circuito chiuso. Appena di là ebbi la sorpresa di vedere che tutto l’interno della muraglia era rivestito da una spessa imbottitura di gomma piuma.
- Papà, perché il figlio dei Simonti non va a scuola?
“Non t’impicciare, pensa ad andarci tu a scuola, e a studiare che hai preso quattro. Guarda, se ci penso, io non so cosa ti farei!” Mio padre era davvero molto arrabbiato con me. Non mi parlava da quando avevo portato a casa la pagella e mi aveva obbligato a seguirlo nel suo lavoro di giardiniere per tutta l’estate. Quel giorno era la volta della villa dei Simonti.
Avrei voluto chiedergli conferma delle voci che circolavano in classe. Si diceva che i Simonti tenevano un mostro in casa e non lo facevano mai uscire.
Mentre mio padre versava la benzina nel tosaerba, e si dava da fare per accenderlo, ansimando e tirando con forza la corda del motore, io stavo ancora cercando la risposta alla mia domanda.
Poi il tosaerba si mise in moto ed il suo frastuono coprì ogni altro rumore. Mio padre, torvo, indicò col capo prima il rastrello e poi un grande albero vicino alla casa, ed io capii che dovevo raccogliere tutte le foglie che erano cadute.
Presi il rastrello e m’incamminai di malavoglia verso l’albero al centro del giardino. Cominciai a rastrellare qualche foglia in qua ed in là, masticando una caramella.
Poi dei fruscii attirarono la mia attenzione.
Sul prato davanti a casa, c’erano una donna ed un bambino.
La donna aveva i capelli biondi legati con un elastico. Il bambino era alto come me. Ma non camminava come me. Ciondolava con le mani protese in avanti.
La donna si teneva un poco discosto, pronta a sorreggerlo, ma silenziosa.
Il bambino avanzava a piedi nudi nell’erba.

Avanti, avanti, avanti…
Piedi freddi, perché non ho cose sopra a coprire. Sotto umido ghiaccio dei fili sottili mollicci. Avanti sui fili sottili mollicci, bagnati.
Solletico, brivido… Profumo, aria.
Respiro. Respiro.
Calore che pizzica, piace. Alzo testa verso calore che pizzica piace.

Rastrellavo meccanicamente, ma continuavo a guardare i due. Erano strani, ma proprio strani strani.
Il bambino ballonzolò avanti, poi si fermò, rovesciò il capo in una posizione forzata. Spalancò la bocca e respirò risucchiando, come se stesse bevendo l’aria e farlo gli piacesse un sacco.
Con tutte e due le mani, il bambino cominciò a strusciare il muro di casa, passando le dita lungo una specie di sbarra di plastica che conduceva alla porta.
Mi nascondevo dietro il tronco del grande albero, ma ero abbastanza vicino da vedere ogni particolare. Le dita del bambino erano corrose dal troppo tastare e strofinare ogni cosa che incontrava. Sui suoi polpastrelli c’era sangue.
La donna si manteneva accosto, muta come se le parole non servissero, senza toccarlo mai, senza sorridere, ed il suo sguardo era dolce come quello di mia madre quando guardava me. No, di più.
Poi il bambino raggiunse la porta.

Tendo braccia. Tocco tondo, gelido, scabro. Avanti dritto, dritto fino a foro con punte che conosco, giro, entro.

La donna ed il bambino entrarono in casa, ma dalle finestre grandi, aperte, io potevo ancora vederli. Si erano fermati nella prima stanza. C’erano un armadio, un letto con le sbarre, dei peluche. C’era un tavolo con gli angoli foderati e, sopra, delle costruzioni giganti. Non c’erano quadri alle pareti, però, non c’era il poster de “Il signore degli anelli”, né la foto della squadra del cuore, come in camera mia. Ogni oggetto era ricoperto di gommapiuma al pari del muro di cinta fuori.
La donna sbriciolò dei biscotti ed imboccò il bambino con le sue mani, poi gli versò un bicchiere d’acqua.

Qui è mio odore, mie cose.
Anche suo odore pungente, dolce. Lei è qui con me.
Saliva, fame. Apro bocca, tiro fuori lingua e lei mette dentro sapore, dolce su punta, salato più giù, cedevole, morbido.
Mastico, inghiottisco. Ora acqua, fresca, frizza, scorre.
Di traverso.
Tosse, tosse…
Dita dentro mie dita, dita che fanno su e giù, su e giù, che battono, picchiettano, pizzicottano, carezzano, stringono. Dita, lisce, morbide, uguali, profumate.
Sono contento che c’è. Alzo mani su, su verso lei, verso testa, bocca, globi.
Trema, trema, credo che è stanca. Acqua, acqua su mie dita, acqua che lecco salata, acqua…

Anche mia madre, a volte, batte sulla mia schiena quando l’acqua mi va di traverso. Anche mia madre mi carezza, ma non mi stringe le mani così. Mia madre non si mette le mie dita in bocca, non lava via il sangue dai miei polpastrelli con i suoi baci. E non piange a quel modo.
Adesso al mio fianco c’era mio padre. Non mi ero accorto neppure che il tagliaerba si era fermato, che il giardino era di nuovo silenzioso, e che mio padre mi aveva messo una mano sulla spalla. - Eh, figliolo, certe disgrazie càpitano…
Quando mio padre finì il suo lavoro, il sole stava ormai tramontando. C’incamminammo verso casa insieme, mano nella mano. Chissà perché, ora non mi sembrava più tanto arrabbiato.

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Solo il rumore del vento

6 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #fantascienza

Un mese fa ho allungato le zampe e sono scivolato dal supporto che mi sosteneva. Quando le ruote hanno cominciato a girare, giù si sono messi a battere le mani.
La mattina della partenza, ricordo, mi stavano tutti intorno e facevano un gran baccano. Sentivo che si aspettavano grandi cose da me. E poi c’era Frank.
“Fai buon viaggio, Spirit”, ha detto, poi mi ha toccato: “Sei tutti noi”, ha aggiunto, ed io sono partito contento.
Durante il viaggio ho dormito. Mi svegliavo solo per lanciare i segnali convenuti.
Sono atterrato rimbalzando, protetto dagli air bags. Ho inviato il mio bip e subito li ho sentiti urlare. Cantavano quella canzone dei Beatles che hanno insegnato anche a me.
Let it be, let it be. Let it be!
Erano proprio soddisfatti di me.
Ho riconosciuto subito la voce di Frank fra tutte le altre.
Durante questo mese ho esplorato un cratere dentro il quale Frank pensa che possa trovarsi dell’acqua. Ho prelevato campioni di terreno come mi ha insegnato a fare lui. C’è acqua nei ghiacciai dei poli ed in qualche roccia. Ho analizzato attentamente l’aria: 95% di anidride carbonica, 2% di azoto e tracce di ossigeno.
Ho lavorato con entusiasmo aspettando di rivedere Frank e gli altri.
Invece resterò qui, me lo ha detto ieri Frank. “Il segnale diventerà sempre più debole”, ha spiegato, “ed un giorno perderemo il contatto. E’ già successo a Laika.”
Laika era un cane. Io, dicono, non sono nemmeno un cane.
Mi guardo intorno. All’improvviso non mi piace più stare qui. Non ci sono che sassi su questo pianeta, la superficie è tutta canyon e montagne. Non mi garba questo cielo giallo, e la notte fa freddo (–120°)
Vorrei essere giù, con loro. Mi piaceva il rumore che faceva il cucchiaino di Frank mentre girava nella tazza. Click, click…
Mi piaceva la voce di Frank.
Qui c’è solo il rumore del vento. 400 km all’ora e furiose tempeste di sabbia.
Sto pensando a Frank.
Click, click… Frank era mio amico.
Wisper words of wisdom, lei it be…
Let it be…
Ora c’è solo il rumore del vento.

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Sirena Siderale

4 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #fantascienza

In tre, vennero fuori dagli alberi, davano l’idea di una famiglia, avevano persino un cane.
Solo che erano Permutanti. Non se ne vedevano da anni, li riconobbi per averne studiato sulle tavole d’anatomia comparata.
Allora gestivo da solo questa taverna, avevo troppo da fare per imparare le lingue di posti di cui non m’importava un fico secco, perciò ebbi difficoltà a capirli. Ma tutti i profughi sono uguali e quei tre - padre, madre ed un bimbo brutto e ricciuto - avevano bisogno di un letto e di mangiare. Mi pagarono in anticipo, sebbene di soldi ne avessero pochi.
Assegnai loro una stanza stretta ed umida. Accettarono, senza discutere, stremati com’erano. Chiesero solo di poter consumare i pasti in camera.
Gli portavo il cibo ad ore stabilite, ma una sera, avendo molto da fare, decisi di anticiparmi, e già all’imbrunire salii la scala traballante con il vassoio della cena.
Fuori della porta mi soffermai, poiché, da sotto, filtrava una strana luce e si udivano mormorii d’una tenerezza infinita. Accostai l’occhio al buco della serratura.
Vidi i due adulti chini su qualcuno che, sulle prime, pensai essere il figlio.
Quando si scostarono un poco, fra loro scorsi una giovinetta con la pelle di madreperla e lunghi capelli bianchi sciolti sulle spalle.
Era bellissima. La bocca solo un taglio nel volto, gli occhi così indefiniti da dimenticarli appena ti voltavi, eppure sembrava illuminata come avesse dentro la luna.
Non riuscivo a parlare né a distogliere lo sguardo, mentre i due adulti si asciugavano lacrime furtive, e la figura vacillava, ondeggiava, si fondeva.
Un attimo, ed era svanita.
Al suo posto, il brutto bambino, con il capo proteso per accogliere carezze compiaciute ma distratte.
Mi occorse qualche istante per riavermi, e per rendermi conto che, per la prima volta, avevo assistito alla mutazione di un Permutante.

Nei giorni successivi, la visione mi perseguitò. Ardevo dalla curiosità e dalla brama di rivederla, inventavo mille scuse per salire al piano di sopra. Quando la strana luce filtrava da sotto la porta, non resistevo ed accostavo l’occhio al buco della serratura, con il cuore in tumulto.
Ogni volta mi appropriavo di un dettaglio. Le mani affusolate, il vestito d’argento, la pelle trasparente. Certe sere non vedevo nulla.
La notte la sognavo, pallida sirena lunare. Veleggiavamo per le galassie tenendoci per mano, il suo vestito era la coda argentea d’un nobile pesce stellare.
La fiamma del mio amore cresceva, volevo lei e solo lei, senza pensare alle sgraziate spoglie sotto cui si celava. Perché tanta bellezza, tanta armonia, mi dicevo, in questo mondo così brutto, di certo si nascondeva.
Avevo imparato a cogliere il momento in cui le sembianze del bambino trascorrevano ed ondeggiavano come segni sull’acqua, fino a fluidificarsi e ricomporsi nella perfezione finale. Trepidante, spiavo l’apparire della forma amata, il suo condensarsi nella luce. Ed anch’io partecipavo dell’amore che gli altri le tributavano e che lei emanava.
Ma guardare non mi bastava più. Volevo avvicinarla, parlarle, toccarla.
Una sera non riuscii a trattenermi e spalancai la porta.
Il cane abbaiò, gli adulti si voltarono di scatto, sorpresi, imbarazzati.

Provenivano, spiegarono a gesti, dalle terre invase. Della loro bella città era rimasta in piedi solo qualche colonna del tempio. E proprio nel tempio aveva trovato la morte la loro figlia maggiore, quando l’esplosione aveva distrutto ogni cosa.
Era per tener vivo il ricordo della sorella, che il piccolo si prestava ad assumerne i lineamenti, pur che gli amati genitori avessero l’illusione di rivederla ancora, di risentire la sua voce.
Anche oggi, che lui non è più un bambino, oggi che i suoi sono entrambi morti, e che io sono vecchio, di tanto in tanto, bonariamente, tuttora si concede. Lo fa perché il bravo oste, che portava da mangiare gratis ai suoi genitori, possa ancora sognare la sacerdotessa venuta ad offrirgli un poco d’amore.
E l’amore, si sa, in questo nostro mondo, ormai è difficile da trovare.

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Islanda, Finlandia e i miti cari a Tolkien

31 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Thingvellir: alle spalle il contrafforte di basalto nero, davanti l’immenso prato ricoperto di lichene dove si svolgeva l’Althing, il parlamento a cielo aperto degli islandesi. Nell’aria fredda e odorosa di zolfo, in questa terra di lava color asfalto, fra dune di pomice e sbuffi di geyser, necessita compiere una classificazione di ricordi e associazioni mentali che ci si affastellano confusi nella testa.

 

Cominciamo con l’Edda.

 

Il termine Edda, al plurale Eddur, si riferisce a due testi in norreno entrambi scritti in Islanda durante il XIII secolo. L’Edda poetica, o Edda antica, e l’Edda in prosa, quella di Snorri.

L’Edda antica trae origine dal Codex Regius, manoscritto composto nel XIII secolo, di cui si sono perse le tracce fino al 1643. La parte iniziale è la nota Völuspa, la profezia della veggente, fonte preziosa di conoscenza della mitologia e della cosmogonia norrena. La veggente parla con Odino e gli narra della creazione del mondo e del Ragnarök, il suo catastrofico destino. All’interno della Völuspa sei stanze sono dedicate a un elenco di nomi di nani, da cui Tolkien ha attinto a piene mani per la sua trilogia. Nel 2009 la Harper e Collins ha pubblicato un lavoro postumo di Tolkien sull’Edda poetica, intitolato “La leggenda di Sigurd e Gudrun”, in un inglese che cerca di riproporre il metro allitterativo del norreno.

L’Edda in prosa, scritta attorno al 1220 da Snorri Sturluson, poeta e politico facente parte dl parlamento islandese, comincia con una rievocazione dei miti e delle leggende già presenti nell’Edda antica ma poi evolve in un manuale di poetica, mirato a far capire i meccanismi della poesia scaldica.

Derivata dalla voce islandese skald, cioè poeta, la poesia scaldica è complessa, intricata, allitterativa, spesso composta in lode di un particolare signore. Abbonda in Kenningar, cioè metafore ermetiche, perifrasi poetiche e immaginative che sostituiscono il nome di una cosa. L’uso della Kenning è comune nella letteratura norrena, celtica e anglosassone, se ne ritrovano esempi anche nel Beowulf, e la poesia scaldica si avvicina a quella trobadorica e provenzale.

Snorri è anche noto per aver sostenuto che gli dei non fossero altro che capi militari poi venerati (in questo riproponendo la teoria del filosofo Evemero).

 

Occupiamoci adesso delle Saghe degli islandesi.

 

La forma letteraria più vicina al romanzo moderno avutasi nel medioevo, capace addirittura di coniare un termine nuovo, è, appunto, la “saga”, che ha nella sua radice il verbo “dire”.

Le Islendigasögur sono storie di famiglia - scritte su velli di pecora in un periodo di che va dal dodicesimo al quattordicesimo secolo - che parlano di persone realmente esistite, di fatti accaduti alle prime generazioni di coloni trasferitesi dalla Norvegia in Islanda, di viaggi avventurosi in Groenlandia e Nordamerica (prima di Cristoforo Colombo), dell’insofferenza verso i re norvegesi e danesi, delle razzie compiute per conquistare terra, bottino e indipendenza.

La società descritta è simile alla borghesia del diciottesimo secolo in cui prenderà piede il genere del romanzo.

“The society imagined by the Islanding sour is as precisely observed as those of Daniel Defoe and Jane Austen”. (Robert Kellog)

Dalle saghe apprendiamo la storia, la geografia ma anche dettagli minuti della vita quotidiana dell’epoca, le complicate relazioni familiari, il concetto di onore, il potere dei godi, a metà fra preti e capi politici.

Sia i due libri dell’Edda che le Saghe Islandesi sono tentativi di conservare la tradizione del passato pagano operati durante un medioevo già cristiano.

Contemporanee di Chrétien de Troyes, di Chaucer e di Dante, non sono scritte per un pubblico aristocratico ma per gente comune, proprio come il romanzo. Le saghe sono il prodotto del popolo, di agricoltori e pescatori che sedevano attorno al fuoco la sera e rievocavano le gesta di antenati e persone famose. I protagonisti non sono eroi semidivini ma contadini e possidenti terrieri, un universo maschile di rudi combattenti e fuorilegge, sebbene alcune storie diano spazio anche ad eroine femminili.

Se in spirito ricordano l’epica, non sono in versi bensì in una prosa che mescola ironia, umorismo e nostalgia. Si differenziano dal romance medievale per la poca attenzione data alla fantasia e all’amor cortese e per la mancanza del lieto fine.

Ospitano, tuttavia, molti elementi magici e fantastici, alcuni dei quali sono stati ripresi da Tolkien: i trolls, i fantasmi, i Berserker, ovvero feroci guerrieri scandinavi che avevano fatto giuramento a Odino.

La più famosa è l’Egils saga, da molti ritenuta opera di Snorri. Egil Skallagrimsson fu il più grande scaldo islandese. Molti degli eroi di cui si narra nelle saghe erano anche poeti, capaci di recitare versi celebrativi, ma non falsamente adulatori, in onore dei loro sovrani. E tuttavia le parole erano usate anche come armi per ferire e umiliare.

Gli autori delle saghe sono ignoti e le storie sono state prima tramandate oralmente e poi, solo successivamente, raccolte in forma scritta, dopo l’ introduzione della scrittura sull’isola nel XII secolo ma, anche su questo, non c’è nessuna certezza. Lo stesso concetto di autore è molto diverso dall’attuale, indicando solo “l’iniziatore” di una storia, che non impronta di sé e del suo stile personale la materia trattata.

Una prosa come quella delle saghe era rara nella letteratura del periodo, se si eccettuano il Decamerone e la vulgata francese del ciclo arturiano.

“The development of a prose fiction in medieval Iceland that was fluent, nuanced and seriously occupied with the legal, moral and political life of a whole society of ordinary people was an achievement unparalleled elsewhere in Europe.” (Robert Kellog)

Le storie non iniziano mai in medias res ma cercano di raccontare gli eventi in ordine cronologico. Il linguaggio è diretto e semplice, grande spazio è dato al dialogo. I personaggi sono introdotti da una complicata genealogia e dal patronimico, che Tolkien riprenderà e svilupperà nelle appendici. Una delle funzioni delle saghe era anche la trasmissione di queste genealogie, ed esse avevano un intento didascalico oltre che d’intrattenimento.

Di solito la saga si apre bruscamente, con un’introduzione banale: “C’era un uomo di nome etc”. La precisione nella localizzazione geografica del racconto e nell’individuazione dell’esatto contesto storico è massima. La storia racconta di un conflitto, nato per questioni banali e comuni, del suo sviluppo sanguinoso e di faide e vendette successive. I personaggi, tuttavia, mantengono qualcosa di mitico, capacità magiche nel loro canto, potere divinatorio.

Sebbene, come abbiamo detto, siano in prevalentemente in prosa, contengono al loro interno anche dei versi, inizialmente visti come una fonte d’informazione e autorità storica, in seguito divenuti mezzo di espressione della mente e dei pensieri dei protagonisti.

 

Concludiamo con il molto più recente Kalevala.

 

Nel 1835 Elias Lönrot riordina e pubblica sotto forma di poema una vasta collezione di ballate eroiche in careliano. La versione successiva, del 1849, è più completa. I Careliani sono finnici che hanno avuto contatto – guarda caso – con i vichinghi. La loro lingua, appartenente al gruppo ugrofinnico, non è di origine indoeuropea. Kalevala significa “Terra di Kaleva”, ossia, appunto, Finlandia.

Anche in questo caso si tratta del recupero di antiche tradizioni e antichi canti. Il poema è tuttora cantato da alcuni anziani bardi con valenze sciamaniche.

Fu tradotto da Igino Cocchi nel 1909 e nel 1010 dal livornese Paolo Emilio Pavolini (padre del famoso gerarca Alessandro). Quest’ultima versione, in ottonari - il metro originale del testo finnico - è disponibile in un’edizione curata da Roberto Arduini e Cecilia Barella per la casa editrice Il Cerchio di Rimini.

La storia dell’eroe e poeta Väinamöinen, del fabbro Ilmarinen e del guerriero Lemminkäinen ha in parte ispirato il poeta americano Longfellow, il compositore Sibelius e, infine, Tolkien con “Il Silmarillion” e la struttura delle lingue elfiche. Tutto gira intorno alla ricerca di una sposa per gli eroi protagonisti, e del Sampo, un mulino magico che assicura ricchezza a chi lo possiede.

Molti gli adattamenti e riduzioni per ragazzi, in particolare ci piace ricordare quella edita nel 1961 per i tipi di Malipiero, di cui riportiamo uno stralcio:

 

“L’intrepido vegliardo Vainamonen, immensamente forte, era il cantore di Kalevala” (Per cantore intendiamo uno scaldo, un eroe poeta simile a quelli presentii nell’Edda e nelle Saghe islandesi, che ha nel suo canto anche capacità magiche e taumaturgiche). “Il suo canto era come il cielo: copriva tutta la grande regione di Kalevala, e la copriva di giorno e di notte, come un vento gagliardo capace di profferire parole musicate che tutti udivano anche chiusi dentro le capanne. La sua fama giunse lontano, come un’acqua che si spande nelle pianure. Giunse così fino alle terre di mezzogiorno, nei luoghi di Poiola.”

 

 

****

Riferimenti

Robert Kellog, Introduzione a “The Sagas of Icelanders”, Penguin 2000

Thingvellir: behind the black basalt spur, in front of the immense lichen-covered lawn where the Althing was held, the open-air parliament of the Icelanders. In the cold, sulfur-smelling air, in this asphalt-colored lava land, among pumice dunes and geyser puffs, it is necessary to make a classification of memories and mental associations that pile up confused in our heads.

Let's start with the Edda.

The term Edda, in the plural Eddur, refers to two Norse texts both written in Iceland during the thirteenth century. The poetic Edda, or ancient Edda, and the prose Edda, that of Snorri.

The ancient Edda originates from the Codex Regius, a manuscript composed in the thirteenth century, of which traces have been lost until 1643. The initial part is the known Völuspa, the prophecy of the seer, a precious source of knowledge of Norse mythology and cosmogony. The prophet talks to Odin and tells him about the creation of the world and Ragnarök, his catastrophic fate. Inside the Völuspa, six stanzas are dedicated to a list of dwarf names, from which Tolkien drew heavily for his trilogy. In 2009, Harper and Collins published Tolkien's posthumous work on the poetic Edda, entitled "The legend of Sigurd and Gudrun", in an English that seeks to re-propose the Norse alliterative meter.

The prose Edda, written around 1220 by Snorri Sturluson, poet and politician belonging to the Icelandic parliament, begins with a re-enactment of the myths and legends already present in the ancient Edda but then evolves into a poetic manual, aimed at understanding the mechanisms of heraldic poetry.

Derived from the Icelandic voice skald, i.e. poet, Scaldic poetry is complex, intricate, alliterative, often composed in praise of a particular gentleman. Kenningar abounds, that is, hermetic metaphors, poetic and imaginative periphrases that replace the name of a thing. The use of Kenning is common in Norse, Celtic and Anglo-Saxon literature, examples are also found in the Beowulf, and the scaldic poetry approaches the trobadoric and Provencal one.

Snorri is also known for claiming that the gods were nothing but military leaders who were revered (in this proposing the theory of the philosopher Euhemerus).

Let's deal with the Icelandic Sagas now.

The literary form closest to the modern novel that took place in the Middle Ages, capable of even coining a new term, is precisely the "saga", which has at its root the verb "to say".

The Islendigasögur are family stories - written on sheepskin in a period from the twelfth to the fourteenth century - that speak of people who really existed, of events that occurred to the first generations of settlers who moved from Norway to Iceland, of adventurous trips to Greenland and North America (before Christopher Columbus), of the impatience towards the Norwegian and Danish kings, of the raids carried out to conquer land, booty and independence.

The society described is similar to the eighteenth-century bourgeoisie in which the genre of the novel will take hold.

"The society imagined by the Islanding sour is as precisely observed as those of Daniel Defoe and Jane Austen". (Robert Kellog)

 

From the sagas we learn history, geography but also minute details of the daily life of the time, complicated family relationships, the concept of honour, the power of godi, halfway between priests and political leaders.

Both the two books of the Edda and the Icelandic Sagas are attempts to preserve the tradition of the pagan past operated during an already Christian Middle Ages.

Contemporary of Chrétien de Troyes, Chaucer and Dante, they are not written for an aristocratic audience but for ordinary people, just like the novel. The sagas are the product of the people, of farmers and fishermen who sat around the fire in the evening and recalled the deeds of ancestors and famous people. The protagonists are not semi-divine heroes but farmers and landowners, a male universe of rough fighters and outlaws, although some stories also give space to female heroines.

If in spirit they recall the epic, they are not in verse but in a prose that mixes irony, humour and nostalgia. They differ from medieval romance by the lack of attention given to imagination and courtly love and the lack of a happy ending.

They host, however, many magical and fantastic elements, some of which were taken up by Tolkien: the trolls, the ghosts, the Berserkers, or fierce Scandinavian warriors who had sworn an oath in Odin.

The most famous is the Egils saga, considered by many to be Snorri's work. Egil Skallagrimsson was the largest Icelandic skald. Many of the heroes mentioned in the sagas were also poets, capable of reciting celebratory verses, but not falsely flatterers, in honour of their sovereigns. And yet the words were also used as weapons to hurt and humiliate.

The authors of the sagas are unknown and the stories were first handed down orally and then, only later, collected in writing, after the introduction of writing on the island in the twelfth century but, even on this, there is no certainty. The same concept of author is very different from the current one, indicating only the "initiator" of a story, which does not mark the subject with his personal style.

Prose like that of the sagas was rare in the literature of the period, except for the Decameron and the French vulgar of the Arthurian cycle.

"The development of a prose fiction in medieval Iceland that was fluent, nuanced and seriously occupied with the legal, moral and political life of a whole society of ordinary people was an achievement unparalleled elsewhere in Europe." (Robert Kellog)

Stories never begin in medias res but try to tell the events in chronological order. The language is direct and simple, large space is given to dialogue. The characters are introduced by a complicated genealogy and surname, which Tolkien recovers and develops in the appendices. One of the functions of the sagas was also the transmission of these genealogies, and they had a didactic purpose as well as entertainment.

Usually the saga opens abruptly, with a banal introduction: "There was a man named etc". The accuracy in the geographical location of the story and in identifying the exact historical context is maximum. The story tells of a conflict, born out of trivial and common questions, of its bloody development and of feuds and subsequent vendettas. The characters, however, retain something mythical, magical skills in their singing, divinatory power.

Although, as we said, they are mainly in prose, they also contain verses within them, initially seen as a source of information and historical authority, which later became a means of expression of the mind and thoughts of the protagonists.

We conclude with the much more recent Kalevala.

In 1835 Elias Lönrot rearranged and published a vast collection of heroic Karelian ballads in the form of a poem. The next version, from 1849, is more complete. The Karelians are Finns who have had contact - coincidentally - with the Vikings. Their language, belonging to the Finno-Ugric group, is not of Indo-European origin. Kalevala means "Land of Kaleva", in other words Finland.

Also in this case it is the recovery of ancient traditions and ancient songs. The poem is still sung by some elderly bards with shamanic valences.

The story of the hero and poet Väinamöinen, the blacksmith Ilmarinen and the warrior Lemminkäinen partly inspired the American poet Longfellow, the composer Sibelius and, finally, Tolkien with "The Silmarillion" and the structure of the elven languages. Everything revolves around the search for a bride for the heroes and the Sampo, a magic mill that ensures wealth for those who own it.

There are many adaptations and reductions for children, in particular we like to remember the one published in 1961 for the types of Malipiero, of which we report an excerpt:

"The intrepid old man Vainamonen, immensely strong, was the singer of Kalevala" (By singer we mean a scaldo, a poet similar to those present in the Icelandic Edda and Sagas, who also has magical and thaumaturgical skills in his hand). "His hand was like the sky, covered the whole greater region of Kalevala, and covered it by day and by night, like a strong wind capable of uttering words to music that everyone could hear even locked inside the huts. His fame went far, like water spreading over the plains. Thus it reached the lands of midday, in the places of Poiola. "

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Povera Sandy

29 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Ho tenuto gli occhi aperti, ti ho visto uscire. Ti muovevi, eri vivo. Sei rimasto vivo finché il dottore non ha fatto l’iniezione, poi ti sei afflosciato come un polpo fuor d’acqua.

Devo telefonare a Frank, devo chiamare io, perché lui sta in riunione fino a tardi, e poi va a prendere sua figlia all’asilo. Frank ama sua figlia, parla sempre di come lei storpia la parola coccodrillo, dello spazio che ha fra i dentini, di quando gli corre incontro al rientro dal lavoro. Devo dirgli che non si dia più pena, che sua moglie non può fare uno scandalo, che nessuno gli toglierà la bambina. Non posso vederlo in quello stato, così cupo che non mi dà neppure un bacio.

Però giovedì è arrivato sorridente all’appuntamento. “Non ti preoccupare, Sandy, ho considerato tutto.”
Mi ha messo in mano un biglietto da visita con il nome di una clinica privata. “Il dottor Stone è un amico, con l’assegno che gli ho staccato non farà storie. Su, coraggio, Sandy, nella vita ci vuole buon senso”.
Ho annuito, poi mi sono guardata le scarpe.
Ha ragione lui, naturalmente. Frank ha sempre ragione.

Ti sei mosso parecchio nell’ultima settimana, il ginocchio contro il diaframma, il piede verso l’intestino. Sei cresciuto da un’ecografia all’altra.

Non è stato un aborto. Non al sesto mese.

“Sai che non devi chiamarmi quando sono in riunione.”

“Scusa, Frank, ti volevo avvisare.”
“Com’è andata?”
“Non c’è più.”
“Tu come stai?”
“Sto bene, Frank… ma…”
“Che c’è?”
“Era vivo, respirava.”
“Per l’amor di dio, Sandy, smetti di pensarci.”

Il dottore ti ha preso con due mani perché eri troppo grande per stare in una sola. Avevi le dita lunghe ed i piedi come quelli di Frank. Eri coperto da una peluria rossa.

Tua sorella Maddie, la figlia di Frank, doveva essere così, quando è nata

Stasera, dice Frank, non può passare a trovarmi in clinica. Devo fare la brava, devo capire che è un giorno speciale, perché nevica.

“Di sicuro Maddie vorrà far pallate. E’ incredibile come ogni cosa la faccia impazzire.”

E tu?

Tu che mi amavi solo perché ero tua madre, che ti fidavi di me, che ascoltavi battere il mio cuore all’unisono col tuo, che aspettavi di vedermi e di vedere tuo padre? Tu non avevi il diritto d’impazzire?

Domani mi alzerò da questo letto e troverò Frank giù in macchina. Mi dirà di aver sognato le mie labbra e che nessuna lo eccita come me.

Poi tornerà da Maddie.
Anch’io andrò a casa. Senza pancia, senza niente.

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Pic nic

26 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Mi allontano dallo spiazzo, mi accuccio per un bisognino, a ginocchia larghe, culo in giù, coso che penzola fra le gambe. Mi concentro, perché non è che sia proprio un bisognino da nulla, insomma, è impegnativo sto stronzo.
Vedo se esce, guardo anche il rivolo di pipì che corre sugli aghi di pino, secchi e gialli. Noto il picciolo che hanno in cima, in colonia ci avevano insegnato ad intrecciare le collane, bastava prendere la punta e infilarla proprio nel picciolo.
Poi, visto che si va per le lunghe, alzo la testa.
E la vedo. Vedo la pineta per la prima volta dopo ore, dopo averci mangiato dentro gli zerri sotto il pesto, forse perché da questa posizione, a faccia in su, si sente il vento che muove le cime, e la luce piove dai rami, e scaglie di sole mi squamano la pelle come fossi anch’io uno zerro.
Mi pulisco con una foglia, tiro su i pantaloni con una certa urgenza, come se mi premesse d’andare, di camminare, di non tornare dalla Mariuccia e dai figlioli.
E cammino, difatti. Cammino con le ciabatte di gomma sugli aghi di pino, cammino giù per le vallette e su per i monticelli, tocco le cortecce resinose, ascolto i gabbiani che urlano, oltre gli ombrelli, negli squarci di cielo. Il mare, di là, respira salmastro.
Scendo e risalgo, con la zucca vuota di pensieri.
Sento che mi chiamano, che hanno smesso di tirar pedate al pallone.
“Fra un minuto sono lì, ci sto io in porta, ciccetti miei.”

***

Chissà quanto mi avranno cercato. Ma poi, in qualche modo, si saranno arrangiati, la Mariuccia è una donna forte.
Uno qui ci sta bene e non ha bisogno di nulla
Hanno forse bisogno di qualcosa gli alberi?

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Nessun dolore

24 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

È spaventoso come una persona ti esce dal cuore. La guardi e capisci che hai rinunciato a sperare. Non sarà mai come vorresti che fosse. C’è un ponte fra voi, che ogni giorno tu fatichi ad attraversare, ma lei non si sporge mai verso di te. Ti cresce il vuoto dentro, vedi l’abisso che si scava, e ti senti impotente.
Certo, avvocato, certo, lo so che divago, lo so che devo essere precisa. Ricordo bene quando Francesco è venuto a prendermi al lavoro.
Ci siamo fermati alla gelateria Primavera. Mentre io ordinavo due paste, lui si è messo a leggere la Gazzetta dello Sport.
“Ti devo dire una cosa”, ho cominciato. Rigiravo le analisi fra le dita, sotto il tavolino, mi tremava la voce.
“Uhm”, ha fatto lui, senza alzare gli occhi dal giornale. E’ quello che dice quando non mi sta ascoltando.
“Vaffanculo, France”.
“Eh, dicevi?”
“Niente.”
In quel momento gli è squillato il cellulare. Ha risposto piegando appena la testa di lato, come fa quando mi sta raccontando una bugia. “Sì, sì”, ha detto, “ne parliamo con calma domani”, poi ha chiuso la comunicazione.
L’ho guardato senza dire nulla e lui ha abbassato gli occhi. “Chi era?”, ho domandato alla fine.
“Nessuno, la solita grana di lavoro.”
Ho osservato la sua figura, che conosco in ogni minimo particolare, tanto che potrei disegnarla ad occhi chiusi. I bei capelli neri, le lunghe ciglia quasi femminee, l’aria elegante e svagata. “Andiamo a casa”, ho detto, “sento freddo.”
A casa abbiamo parlato del dentista, del lavandino intasato e del veterinario per Bingo, poi, di nascosto, gli ho preso il cellulare dalla tasca e ho premuto ultima chiamata.
Una voce di donna, assonnata e roca. E’ stata la banalità di quella voce ad offendermi.
E poi ricordo anche quella sera, mesi dopo, che sono tornata a casa ed in camera c’era il letto smosso, nel bagno il mio accappatoio non stava dove di solito lo lascio. Lei si era gingillata con i miei trucchi, li aveva aperti, spostati, aveva spruzzato il mio profumo per divertirsi o forse per nascondere il suo odore. Ho trovato Bingo rintanato sotto il letto, l’ho preso in braccio, “mami è qui, è tutto a posto.” Ma non era tutto a posto, no, affatto.
Ancora il telefono, sempre quel cazzo di telefono. “Che succede, France?
“Niente, vai di là, lasciami in pace.”
Sono andata in cucina ed ho cominciato a lavare l’insalata. Lo sentivo camminare in su ed in giù per il soggiorno, sentivo le sue imprecazioni soffocate. “Non puoi farmi questo”.
“Ci sono problemi?” ho domandato. “Nulla che non si possa risolvere, Chiara. Lascia stare quella roba, ti porto fuori a cena.”
Siamo andati al solito posto, lui ha ordinato il pesce ma poi l’ha lasciato nel piatto. Parlava poco, teneva la testa bassa. Gli è squillato ancora il cellulare e ho riconosciuto la voce alterata di quella donna. Ho sentito chiaramente le parole incinta e divorzio.
“Non ci lascia più neppure cenare?” ho domandato. Stranamente, lui non ha negato. Ha calato la testa nel piatto, ha sospirato. “Chiara, sistemerò le cose, dammi un po’ di tempo.”
C’è un tempo per tutto, Francesco, avrei voluto dirgli, e quel tempo per noi è passato. Ma ho imparato che tacere è la via migliore, che è così che si sopravvive.
A casa mi sono piazzata davanti allo specchio e mi sono guardata tutta, dalla testa ai piedi, come per rendermi conto che ci sono. Ho lisciato la pancia che cominciava a soffocarmi. “Cerca di essere felice, Chiara”, mi sono detta, “fallo per te e per il bambino.”
Vede, avvocato, non riesco a provare tenerezza per mio figlio, sono svuotata d’ogni sentimento. L’unica cosa che davvero vorrei è tornare a casa. Se mi permettessero di rientrare, metterei tutto a posto, laverei via quelle macchie. Ho lasciato troppe cose a metà, ci sono ancora le camicie di Francesco da stirare, i pantaloni da portare in tintoria. Mi serve qualcosa di lui da toccare, da annusare.
Tiro fuori di tasca una sua foto e la liscio. E’ più giovane, più magro, con più capelli, sorride a me che lo inquadro. Forse quando gli hanno fatto l’autopsia, mi ha chiamato, forse ha avuto paura. Mi passo la foto sulla guancia ed è fredda.
Perché cazzo non si può piangere un morto da soli?
I morti vanno piombati nelle casse, archiviati in fretta, perché la vita continui, perché si torni al lavoro, a scuola, allo stadio.
Sa, al funerale, la gente passava, posava fiori ai piedi della bara, mi stringeva le mani. “Coraggio, Chiara.” Ma non mi guardavano negli occhi. Qualcuno mi baciava, lasciandomi una scia di saliva sulla guancia che mi pulivo subito, di nascosto, col dorso della mano.
Mia madre parlava con la gente. “Abbiamo preso l’avvocato migliore, questa non mi doveva capitare, non ce la faccio alla mia età.” Mia madre mette sempre se stessa al centro, come se Francesco fosse morto per dare un dispiacere a lei, come se il dolore non fosse mio ma suo.
Io fissavo Francesco, le palpebre semiaperte, le guance incavate, la barba che continuava a crescere anche nella bara. Cosa aveva a che fare col ragazzo che mi mandava mazzi di rose per farsi perdonare, che mi lasciava bigliettini teneri in giro per casa?
Ma sarà vero che i morti sono in pace ?
Gli parlavo. Sai, France, dicevo, sono stata da lei, al suo negozio. Ha detto che mi volevi lasciare dopo la nascita del bambino. Non le ho creduto.
Sì, lei, proprio lei, appoggiata al bancone, indaffarata con i saldi di fine stagione, ha stirato le labbra gonfie, ha strinto gli occhi truccati, ha detto che non eri felice con me.
Dicono che il bambino ha bisogno di sentire il mio affetto, ma che non devo attaccarmici troppo perché me lo toglieranno. Vorrei che fosse ancora dentro di me.
Ho letto articoli su bambini cresciuti in prigione, che chiamano cella la casa, che hanno terrore del mondo di là dalle sbarre, che vengono strappati alle madri in una data ora e in un dato giorno stabiliti dalla legge. Bambini insicuri, traumatizzati, segnati per tutta la vita. Risparmierò questo a mio figlio, lo lascerò andare. Non gli darò nemmeno un nome.
Francesco ed io ci siamo amati, cosa crede, avvocato, i ricordi belli sono tutti lì, se non ne fossi convinta, impazzirei.
Ora vorrei trovarmi al suo posto, senza più pensieri sotto la terra fresca, solo l’odore d’acqua ferma nei vasi e, tutt’intorno, i morti immemori, senza ricordi, senza speranze inutili
Ma, in fin dei conti, si tratta solo di mettere un piede di fronte all’altro, nello spazio ristretto di questa cella, far passare il tempo. Ho persino il lusso di poter piangere da sola, quando le altre sono fuori per l’ora d’aria. Piango solo un poco, piango di nascosto e poi vado avanti. Mi piego ma non mi spezzo, avvocato, tanto, lo sa anche lei, ormai non c’è più niente da spezzare.
Sento le donne che gridano, che si disperano. Io non grido mai, sto sempre zitta, ascolto le voci nella mia testa. “Francesco, Francesco, Francesco”.
Francesco dovrebbe essere anche il nome di mio figlio, ma mi mordo le labbra per non dirlo a voce alta, per non chiamare un bimbo che non mi appartiene, che un’altra alleverà.
Di là da queste sbarre, sento il fischio delle rondini che si abbassano per rincorrere i moscerini. Sono sola, in balia di me stessa. E’ un dato di fatto, avvocato, non c’è niente di male. Nessun dolore, anzi, quasi un senso di trionfo.

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Marta ci vede

22 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Ore tredici, silenzio rovente, canicola. Pensieri come mosche in una giornata umida.
Mentre parcheggio all’ombra dei pini, mi rendo conto di essermi spinto fino al mare. Da quanto non vengo? Forse dall’ultima volta che ci ho portato Marta.
I pini esalano odore di resina riscaldata, di aghi schiacciati sotto le ciabatte di gomma, di polvere. Se fosse qui, Marta berrebbe l’aria con le narici come una puledra, piegherebbe la testa di lato per ascoltare, toccherebbe la corteccia degli alberi, riderebbe se la resina le incollasse le dita, abbraccerebbe il tronco per capirne l’età. “Questo è proprio tanto vecchio”, direbbe, “ne sento l’energia. Gli alberi sono creature vive ed antiche.”
Come due anni fa, in Sicilia. Sudava sotto il sole, mentre visitavamo la Valle dei Templi. Io leggevo le spiegazioni della guida e lei ascoltava, assorta, rapita.
“È assurdo, a che cazzo serve”, pensavo, ma lei era raggiante mentre allargava le braccia e si distendeva sulle rovine del capitello, per afferrarne l’ampiezza, l’asperità del tufo. “E’ incredibile cosa riuscivano a fare a quei tempi.”
Mi sorrideva dietro gli occhiali da sole grandi e neri. La fotografavo perché era lei a chiedermelo, e intanto pensavo che quelle foto non le avrebbe viste mai, non avrebbe saputo che il naso le si era arrossato, che il petto le si era coperto di efelidi, che il gelato le aveva macchiato la maglietta.
È sempre così entusiasta di tutto, lei.
Mi faccio a piedi il viale fino alla spiaggia infuocata, affollatissima, stringo gli occhi nella calura tremolante. Quasi non vedo il mare, oltre le file degli ombrelloni, ma c’è odore di salmastro, di abbronzanti, di ghiacciolo, di scarpe abbandonate al sole.
Chiudo gli occhi, provo a sentire le cose come le sente lei, ma la tristezza mi chiude la gola. Se fossi un insetto, penso, vedrei il mondo attraverso occhi dalle mille sfaccettature. Non sarebbe il mondo che conosco io.
Mi spoglio. Gli slip neri possono sembrare un costume, e comunque me ne frego. Cammino a lungo prima che l’acqua mi arrivi al petto. Nei passi faticosi verso il largo, rivedo mio padre che fa arselle col setaccio grande, e mia madre col costume intero, i piedi larghi e forti, le spalle fiere. Mi sento solo, come non lo sono mai stato, solo con tutte le responsabilità.
Mi tuffo, l’acqua mi fa rabbrividire, avanzo a bracciate verso il nulla, nuoto fino a che il bagnino non comincia a fischiare per richiamarmi indietro.
Sono disperato, non c’è nulla che voglia fare, nulla che ami, nulla che desideri.
“E’ depressione, Gianfranco”, mi ha detto Roberto, che è medico ed anche mio amico. “Stare accanto ad una moglie non vedente è difficile, lo capisco. Ora ti segno delle pillole, ma tu fatti forza.”
“Maledizione, Roberto. Non mi servono farmaci. Non sono depresso.”
Roberto ha scosso la testa. “Pensa a Marta, Gianfranco. E’ cieca da dodici anni, dal giorno dell’incidente, ma non ho mai conosciuto qualcuno con tanta voglia di vivere. Lei ti ama, non dimenticarlo.”
Marta mi ama. Sono fortunato. Quella sera guidavo io.
Non riesco più ad alzarmi la mattina ed in quest’acqua ci vorrei annegare.
Marta è cieca. No, non è vero. Marta vede in un altro modo, vede col cuore, con l’anima, con i sensi. Lei vede più di me, vede tutto quello che io non so più vedere. Lei vede il bene della vita che io ho perso.
Mi volto e torno a riva così veloce da sfiancarmi, fino a che i miei piedi non toccano di nuovo la sabbia piena di buche, di mulinelli, di tracine brucianti. Piena di cose vive.
Mi rivesto senza nemmeno asciugarmi.
Chissà, magari, sulla strada del ritorno mi fermerò in farmacia.


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