poli patrizia
Il caffè Bardi
Non ci fu solo il caffè Michelangelo a Firenze, quartier generale dei macchiaioli, nel quale Renato Fucini declamava i suoi sonetti fra l’ilarità generale, insieme all’amico Edmondo de Amicis, ci furono anche i caffè livornesi, luoghi di ritrovo di artisti e letterati, dove ribollivano fermenti culturali e avanguardie.
Nella Livorno della Belle Epoque, mentre il bel mondo si pavoneggiava sul lungomare e prendeva i bagni ai Pancaldi, il caffè Bardi, all’angolo fra via Cairoli e piazza Cavour, ospitò pittori, scultori, letterati, musicisti e autori di teatro, convogliando correnti artistiche che vanno dal simbolismo al post impressionismo.
Fondato nel 1908 da Ugo Bardi, che rilevò l’attività del vecchio caffè Carlo Ragazzi, fu frequentato da artisti di ogni genere ma anche da collezionisti e appassionati d’arte e divenne il ritrovo preferito del Gruppo pittorico Labronico.
Il proprietario era un amante dell’arte, un mecenate, creò un luogo di aggregazione e svago; i pittori che lo bazzicavano si divertivano a tracciare caricature degli avventori sul marmo dei tavolini, decorando i pilasti e le lunette. I giovani artisti occupavano il cantuccio di sinistra, che essi stessi avevano abbellito, in particolare Romiti e Natali vi lasciarono affreschi.
Lo frequentava Modigliani, nelle sue rare rimpatriate, che al caffè lasciò un rotolo di disegni su carta a quadretti. Fu qui, pare, che gli fu consigliato di “buttare nel fosso” le sue sculture, dando origine, molti anni dopo, alla famosa beffa delle teste di Modì.
Erano habitué del caffè pittori come Gino Romiti, Oscar Ghiglia, Giovanni Bartolena, Giovanni March ma anche scrittori come Gastone Razzaguta, che, in Virtù degli artisti labronici, ne ha lasciato un vivido ricordo, e ancora Giosuè Borsi e persino Dino Campana e Gabriele d’ Annunzio quando si fermavano a Livorno.
Nessuno sa, però, che poco più avanti, in via Cairoli, in un palazzo che oggi ospita uffici di professionisti, medici e assicuratori, c’era l’atelier di Rosachiara, casa di mode frequentata dalle signore del bel mondo. Rosachiara è famosa perché il suo uomo sfidò a duello Mussolini, quando ancora non era il duce.
Agli ordini della padrona, con mani svelte e alacri, le sartine creavano plissé, ricoprivano di stoffa minuscoli bottoni, aprivano asole per compiacere signore esigenti e viziate.
Fra tutte spiccava Ida, alta, con gli occhi azzurri, i capelli biondi. Era così bella che la padrona la chiamava ad indossare i vestiti per mostrarli alle acquirenti. Si alzava, allora, Ida, posava il lavoro, nascondeva le dita bucate dall’ago, la povera biancheria dimessa, si spogliava negli stanzoni ghiacci dagli alti soffitti, sfilava col suo passo fiero, trafitta dalle occhiate invidiose di signore sulle quali mai il vestito sarebbe caduto così bene. Lei le oltrepassava, altera, distaccata.
E poi, ridendo, le sartine scappavano in strada per una pausa, s’infilavano nel caffè Bardi, sotto gli sguardi ammirati di artisti, pittori, studenti e bancari, che non erano abituati a ragazze tanto audaci e moderne.
E chissà se Modigliani, stanco, disilluso, ubriaco, si sarà fermato ad ammirare il lungo collo immacolato di Ida, gli occhi brillanti, colmi di speranza in una vita che sarebbe stata lunga, sì, ma che non avrebbe mantenuto le promesse.
Il caffè chiuse nel 1921, alla vigilia della fondazione del partito comunista e dell’ascesa di Mussolini.
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Doris Duranti
Doris Duranti (1917- 1995) al secolo Dora Durante, fu una delle prime dive del cinema italiano, attrice del filone dei “telefoni bianchi”, stagione cinematografica che va dal 1936 al 43, cosiddetto dalla presenza sul set di sofisticati telefoni bianchi, segno di benessere economico, a differenza dei più comuni telefoni neri. Ricorrenti in questi film erano gli accenni al divorzio, allora proibito, e all’adulterio, punibile col carcere. Fu anche denominato cinema déco per la forte presenza di oggetti di arredamento che richiamavano quello stile - insieme moderno, decorativo e kitsch - fatto di lacche, di legni intarsiati, di pelle di squalo o di zebra, di linee a zig zag, a V, a raggi. Nel cinema dei telefoni bianchi si rifletteva un’Italia entusiasta, rappresentata dallo stile architettonico razionalista, una società che voleva apparire benestante e urbanizzata, laddove, invece, era ancora rurale e affamata. L’ambientazione borghese richiamava le commedie statunitensi di Frank Capra.
Doris era bella di una bellezza aggressiva ed esotica - infatti, il ruolo che la fece conoscere fu quello di un’africana - si muoveva in modo elegante, era adatta a parti da femme fatale e peccatrice.
Nel film “Carmela”, tratto da un racconto di Edmondo de Amicis, si mostrò a seno nudo, dando scandalo, e anche il via alla famosa querelle con Clara Calamai, sua eterna rivale, che aveva fatto lo stesso ne “La cena della beffe”. Per tutta la vita, Doris ci tenne a dire che era stata ripresa in piedi, col seno naturalmente svettante e alto.
Proprio sul set di Carmela conobbe il gerarca Alessandro Pavolini, ministro della cultura, sposato con tre figli. Fu amore a prima vista, un amore prima osteggiato e poi approvato da Mussolini stesso. Alla caduta del regime, Pavolini, prima di essere ucciso, riuscì a farla fuggire in Svizzera, dove venne incarcerata e tentò il suicidio tagliandosi le vene. In seguito, sposò un poliziotto e con lui si trasferì in Sudamerica. Al ritorno in Italia, conobbe Mario Ferretti, famoso giornalista, ed emigrò con lui a Santo Domingo, dove aprì un ristorante e dove morì nel 1995.
Si ricordano, in particolare, i suoi ruoli in “Cavalleria rusticana”, tratto da una novella di Verga, “La contessa di Castiglione”, “Resurrezione”, trasposizione del romanzo di Tolstoj. Ha lavorato anche con i registi Alessandro Blasetti e Giuseppe Patroni Griffi.
“Calafuria”, del 1943, è ambientato nella nostra città ed è una delle sue più riuscite interpretazioni.
In vecchiaia, pubblicò un libro di memorie da cui il regista Alfredo Giannetti trasse il film televisivo: “Doris, una diva del regime.”
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Gli stabilimenti cinematografici Pisorno
La fascia costiera fra Pisa e Livorno era già stata scoperta da Holliwood negli anni venti tanto che nel venticinque sono girate al Molo Novo alcune scene di un Ben Hur muto.
Nel 1933 l'ente Autonomo Tirrenia costruisce, su progetto di Antonio Valente, gli stabilimenti Tirrenia Film. L'anno dopo Giovacchino Forzano rileva la struttura, che sorge in una palude di rettili e zanzare, dove c'è solo un fortino della Guardia di Finanza detto Mezzaspiaggia. Risistematala con 500 mila lire, frutto della compartecipazione alle spese della famiglia Agnelli e da Persichetti, poi fondatore di una casa di doppiaggio, la trasforma negli Stabilimenti Pisorno, cosiddetti perché equidistanti fra Pisa e Livorno.
Forzano è autore di teatro, librettista del Gianni Schicchi, regista teatrale e cinematografico e mette in scena molte delle proprie opere ma è soprattutto amico e collaboratore di Mussolini, che già ha voluto fortemente Tirrenia come perla di architettura fascista e di delizie balneari. Gli stabilimenti devono servire anche a produrre propaganda e attirare consenso.
Non a caso uno dei primi film girati è, significativamente, "Camicia nera".
Il mare, la lunga spiaggia di sabbia fine, i fiumiciattoli, le pinete e le colline, rendono appetibile la zona per gli americani come location ideale di molti film, e gli stabilimenti occupano 500.000 mq. Nel periodo del suo splendore, la Pisorno diventa la prima capitale del cinema, prima ancora di Cinecittà, vi recitano attori del calibro di Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Amedeo Nazzari, Domenico Modugno, Vittorio Gassman. Klaus Kinski, Philippe Noiret, la famiglia de Filippo al completo, Fosco Giachetti, Massimo Girotti, Totò, Gino Cervi e, naturalmente, la nostra Doris Duranti, diretti da registi di chiara fama come de Sica, Blasetti, Ferreri. Anche Tirrenia risplende di luce riflessa, grazie alle dive e ai divi che prendono il sole in costume sul litorale.
Muovono i primi passi negli studios di Tirrenia i fratelli Taviani e Monicelli. Sciuscià (del 46) per la regia di de Sica, è interpretato da molti attori non protagonisti presi nelle strade labroniche. Si forma proprio qui una scuola di tecnici, fonici, truccatori, poi assorbiti da Cinecittà.
Durante la seconda guerra mondiale, gli studios sono requisiti dagli americani che li trasformano in magazzini, fino al 48. Nel 61 vengono comprati da Carlo Ponti ma i costi sono alti e l'impresa si conclude già nel 69; Ponti abbandona, la Rai rifiuta l'acquisto, gli studios chiudono i battenti e muoiono lentamente.
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Arte e Cultura: Patrizia Poli presenta gli Studios Cinematografici della Pisorno di Tirrenia
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L'industria del corallo a Livorno
L'industria del corallo a Livorno copre tre secoli, dal seicento fino alla prima metà del novecento ed è caratterizzata da alti e bassi, da fioriture e declini, decretati soprattutto dalla concorrenza francese e giapponese.
Nasce con i primi insediamenti di ebrei a Livorno nel 1602/3. Si sviluppa presto in un fiorente commercio internazionale, che porterà poi molte famiglie a emigrare nuovamente in Inghilterra, da dove il corallo parte per l'India. Sappiamo che, sia il granduca Leopoldo sia l'imperatore Giuseppe d'Asburgo, visitano le fabbriche.
Il settecento è il secolo del trionfo del corallo, viene inventato il sistema della brillantatura con polvere di pomice e segatura, e si svolgono grandiose fiere con compratori provenienti da tutta l'Europa.
Le barche di Torre del Greco pescano il corallo in Corsica e in Sardegna e il prodotto viene venduto a Livorno. Nella fretta di arrivare al porto, e temendo di trovare il prezzo già calato, gli equipaggi rischiano di perdere la barca. Ancora oggi, chi intraprende un'azione azzardata, dice: "A varca'nfunno, a mercanzia a Livorno". Si stabiliscono poi definitivamente da noi alcune famiglie di Torre del Greco, armatori e corallai insieme.
Napoleone affossa il commercio, ponendo una tassa sulla patente di pesca, allo scopo di favorire i corallai marsigliesi. Con l'ottocento, però, l'industria del corallo rinasce.
Per essere alla moda, i corredi di nozze devono comprendere collane, vezzi, croci fatte da orefici livornesi. Le maestranze sono quasi esclusivamente al femminile. Per montare i coralli occorrono mani piccole, svelte, e buoni occhi. Le ragazze lavorano per otto ore d'inverno e dieci d'estate, in stanzoni dalle grandi finestre, per sfruttare la luce naturale. Le livornesi sono pagate più che le colleghe al sud e gli stipendi sono gratificanti. Le fabbriche sponsorizzano opere pie e asili di carità, dove viene insegnato il mestiere alle orfanelle. I corallai sono soliti ritrovarsi al caffè Folletto, nei pressi di piazza Cavour.
Quando la Francia colonizza l'Algeria, da sempre fonte principale del corallo, dopo che quello sardo si è esaurito, a Livorno i profitti calano. Poi la Francia impone ai livornesi, che pescano in Algeria, di prendere la cittadinanza francese e questo dà il colpo di grazia all'industria del corallo, che si trascinerà sempre più debolmente dagli inizi del novecento fino alla sua prima metà. La concorrenza giapponese si somma a quella spietata francese, le grandi corti europee, da sempre clienti, spariscono, si susseguono guerre devastanti come quella italo turca e le due mondiali, la crisi del 29 deprime l'economia, le leggi razziali mettono in fuga le famiglie ebree.
Gli ultimi a chiudere i battenti sono i Lazzara, ma all'industria del corallo, dal seicento fino al novecento, è legato il nome di molte casate conosciute e facoltose. Solo per citarne qualcuna: i Chayes, gli Attias, i Buttel (proprietari anche di gioiellerie a Parigi), i Franco, i Palomba, i Coen.
L'industria del corallo a Livorno
da Livorno Magazine di Patrizia Poli L'industria del corallo a Livorno copre tre secoli, dal seicento fino alla prima metà del novecento ed è caratterizzata da alti e bassi, da fioriture e declin...
Il piroscafo Andrea Sgarallino
L’Andrea Sgarallino era una nave passeggeri varata dal Cantiere Luigi Orlando di Livorno. Fin dal 1930, fece la spola fra Piombino e Portoferraio. Deve il suo nome al garibaldino livornese Andrea Sgarallino, eroe dei moti del 48.
Nel 43, durante la seconda guerra mondiale, fu requisito dalla Regia Marina, armato, dotato di livrea mimetica, e adibito a servizi militari.
Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, venne di nuovo destinato a prestazioni civili, soprattutto con il compito di riportare a casa i militari smobilitati e favorire gli approvvigionamenti dell’isola. I tedeschi, che occuparono l’Elba il 18 settembre, però, gli fecero battere bandiera nazista.
Il 22 settembre, a una settimana di distanza dal rovinoso bombardamento che distrusse gli stabilimenti dell’Ilva, lo scalo e parte del centro storico di Portoferraio, l’Andrea Sgarallino fu colpito a morte.
Sono le 9,30, il piroscafo è ormai in vista della costa, in località Nisportino. Un sommergibile della marina britannica incrocia poco distante. Il capitano Herrik vede la bandiera nemica e la livrea militare e non ha dubbi: ordina l’immediato affondamento. Un paio di siluri colpiscono la nave e la spezzano in due tronconi.
Il piroscafo è avvolto dalle fiamme e da un fumo denso. Gli abitanti dell’Elba assistono impotenti, impietriti: a bordo ci sono i loro familiari, i soldati che stanno tornando a casa e che non riabbracceranno mai più. Il vento porta le urla dei disperati. Nessuno ha il coraggio di avvicinarsi perché si teme che il sommergibile sia ancora nelle vicinanze, pronto a colpire di nuovo. Poi le fiamme si spengono, la nave scompare sott’acqua. A decine i corpi vengono distesi sul molo e gli abitanti attoniti li rivoltano, per identificarli. Le donne portano lenzuola per coprire i cadaveri.
Il numero delle vittime non fu mai accertato con precisione ma si aggirò intorno alle trecento unità, sopravvissero solo quattro persone, quasi ogni famiglia elbana pianse un morto a bordo dello Sgarallino.
Il relitto oggi giace a 66 metri di profondità, al largo della costa. Nel 2003 è stato raggiunto da un gruppo di sub che ha deposto una targa commemorativa in ricordo delle vittime.
Esiste anche un canto popolare, di dubbia attribuzione: Il siluramento dell’Andrea Sgarallino che, nel ritornello, ricorda molto La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini.
“Eran tutt’a bordo, eran ben stipati
Eran più di trecento e non son più tornati”
Palazzeschi e i Pancaldi
Aldo Palazzeschi (1885 – 1974) ha dedicato ai nostri bagni Pancaldi un pezzo memorabile, pubblicato in Stampe dell'Ottocento, F.lli Treves, Milano, 1936
È davvero una stampa la sua, descritta con gli occhi stupiti di un bambino che, il primo d’Agosto, in una giornata torrida, sudato fradicio, viaggiando in carrozza e in vagone ferroviario insieme ai genitori e alla donna di servizio, giunge alla “porta a mare” di Livorno, dove vede per la prima volta la distesa azzurra, spumeggiante, le creste bianche delle onde.
Durante il viaggio sua madre ha chiacchierato tutto il tempo con una dama vistosa, la quale ha descritto nei minimi particolari la vita che si svolgerà sullo stabilimento mondano e lussuoso, luogo “di tutte le delizie e le primizie”, spettegolando sulle signore che lo frequentano, sul numero dei vestiti, delle scarpe e dei cappelli di questa e quella.
Non è difficile immaginare l’aria calda e salmastra, il sole rovente dal quale le signore si proteggevano con l’ombrellino, le tende gonfie di vento dello stabilimento balneare, le marchese, le contesse, le attrici, le cantanti ingioiellate che, passeggiando, sfoggiavano ogni giorno una toelette nuova - in primis una principessa che arrivava addirittura con ventotto bauli, cento vestiti e duecento paia di scarpe. All’alba si facevano duelli segreti e, dopo, se ne parlava con un brivido d’emozione.
Oltre e sopra tutto, indifferente, il mare.
“Il mare era calmissimo, profondamente azzurro, e pareva adagiato vittoriosamente dopo una gara col cielo a chi lo fosse di più; nel cielo non era che il sole e riempiva tutto col suo calore, e nel mare un gruppettino di vele bianche in fondo, cinque o sei, e certe spumettine candide verso la riva, fiocchetti di cotone, che apparivano e sparivano come dalle fessure di una veste.”
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Aldo Palazzeschi (1885 - 1974) ha dedicato ai nostri bagni Pancaldi un pezzo memorabile, pubblicato in Stampe dell'Ottocento, F.lli Treves, Milano, 1936 È davvero una stampa la sua, descritta con ...
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Yorick

Quando talor frattanto, forse, sebben così; giammai piuttosto alquanto come perché bensì;
Ecco repente altronde, quasi eziandio perciò, anzi, altresì laonde purtroppo invan però!
Ma se per fin mediante, quantunque attesoché, ahi! sempre, nonostante, conciossiacosaché!
Nel ritratto di Corcos, Pietro Francesco Leopoldo Coccoluto Ferrigni (1836 – 1895), in arte Yorick figlio di Yorick, (con un doppio omaggio prima a Shakespeare e poi a Sterne), ci appare come un uomo massiccio, infagottato in un cappottone, con i baffi folti. Nato a Livorno, fu un enfant prodige, dalla memoria strepitosa, che a tre anni sapeva leggere e a nemmeno sedici si era già iscritto all’università grazie ad una dispensa granducale. Vicino alle idee liberali di Ricasoli, partecipò alla seconda guerra d’indipendenza e fu poi segretario particolare di Garibaldi, rimanendo ferito a Milazzo. Scrittore ironico di nonsense, le sue rime più famose furono “Parole per musica” del 1881, che mettevano in ridicolo le melensaggini dei libretti d’opera. Giornalista di razza, fondatore de Il Fanfulla, ogni giorno su la Nazione pubblicava un articolo, abbastanza ponderoso, denominato “Cronache dai Bagni”, dove raccontava, a chi non poteva godere dei piaceri della Livorno balneare, la vita che si svolgeva negli stabilimenti sul nostro litorale. I suoi pezzi avevano grande riscontro e successo di pubblico e furono anche tradotti in inglese dal Morning Post. Yorick descriveva una città che d’estate cambiava fisionomia e si riempiva di una folla chiassosa. Ormai non c’erano più le stanzette dei bagni Baretti, ora i Pancaldi, i Palmieri, Lo Scoglio della Regina e gli altri stabilimenti avevano ampi spazi aperti, dove i frequentatori passeggiavano e s’immergevano nelle acque limpide senza più privacy. I lettori si divertivano con i pettegolezzi, con le disavventure dei malcapitati fiorentini che “si facevano spennare nei ristoranti”, con gli inglesi che sguazzavano e si tuffavano, con i francesi che muovevano le braccia all’impazzata senza avanzare di un passo nell’acqua. Immaginavano le grazie delle donne, che si bagnavano indossando tuniche ampie e mutandoni alla caviglia, mostrando comunque sempre più pelle che non con gli abituali corsetti e crinoline, accendendo la fantasia maschile o rivelando qualche difettuccio di troppo. Le mamme ostentavano le figlie auspicando di maritarle e i giovanotti in bolletta speravano in una dote. La talassoterapia era ambita come cura, mentre il sole era bandito ed evitato a ogni costo. “I nostri ospiti riveriti vengono qui per bagnarsi”, dice Yorick, “per ballare, per passeggiare e per discorrere … tutte occupazioni da sfaccendati”.
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Quando talor frattanto, forse, sebben così; giammai piuttosto alquanto come perché bensì;
Ecco repente altronde, quasi eziandio perciò, anzi, altresì laonde purtroppo invan però!
Ma se per fin mediante, quantunque attesoché, ahi! sempre, nonostante, conciossiacosaché!
In the portrait of Corcos, Pietro Francesco Leopoldo Coccoluto Ferrigni (1836 - 1895), aka Yorick son of Yorick, (with a double tribute first to Shakespeare and then to Sterne), appears to us as a massive man, bundled up in a coat, with bushy mustache.
Born in Livorno, he was an enfant prodige, with an amazing memory, who at three years of age knew how to read and had enrolled in university at sixteen thanks to a Grand Ducal dispensation. Close to Ricasoli's liberal ideas, he participated in the Second War of Independence and was then particular secretary to Garibaldi, being injured in Milazzo.
An ironic nonsense writer, his most famous rhymes were "Words for music" of 1881, which ridiculed the melancholy of opera librettos.
Pure journalist, founder of Il Fanfulla, every day on the Nation he published an article, quite ponderous, called "Cronache dai Bagni", where he told, to those who could not enjoy the pleasures of seaside in Livorno, the life that took place in the bathhouses on the coast. His pieces had great success and were also translated into English by the Morning Post.
Yorick described a city that changed its physiognomy in the summer and filled with a rowdy crowd. By now the rooms in the Baretti bathrooms were no more, now the Pancaldi, Palmieri, Lo Scoglio della Regina and other bathhouses had large open spaces, where visitors strolled and immersed themselves in the clear waters without more privacy.
Readers amused themselves with gossip, with the misadventures of the unfortunate Florentines who "lost their money in restaurants", with the British splashing and diving, with the French moving their arms wildly without taking a step forward into the water. They imagined the graces of the women, who got wet wearing large tunics and knickers at the ankle, however showing more and more skin than with the usual corsets and crinolines, turning on the male fantasy or revealing some flaws. The mothers flaunted their daughters hoping to marry them and the poor young men hoped for a dowry. Thalassotherapy was sought after as a cure, while the sun was banned and avoided at all costs.
"Our revered guests come here to bathe," says Yorick, "to dance, to walk and to talk ... all idle occupations."
Lamartine a Livorno
“Perché balzate sulla spiaggia spumeggiante,
Onde in cui nessun vento ha scavato solchi?
Perché agitate la vostra schiuma fumante
In leggeri turbinii?
Perché dondolate le vostre fronti che l’alba asciuga,
Foreste, che stormite prima dell’ora del risveglio?
Perché dai vostri rami spargete come pioggia
Quelle lacrime silenziose di cui vi bagnarono la notte?
Perché rialzate, oh fiori, i vostri calici pieni,
come fronte chinata che l’amore risolleva?
Perché nell’ombra umida esalare questi primi
Profumi che il giorno respira?”
Alphonse de Lamartine (1790 – 1869), scrittore, storico e politico francese autore tra l’altro de Le meditazioni poetiche, aveva dei cugini a Livorno e venne a visitarli. Ancora una volta è Pietro Vigo a riportarci le sue parole.
“Abitavo presso Livorno nella villa Palmieri sulla strada di Montenero; a sinistra vedevo le cime selvose dei Monti di Limone, a dritta il mare, di faccia Montenero. Sulla sommità di questo capo, addossato allo scoglio ed a verdi querce s'innalza una chiesa come un tempio greco in vista del mare, ed è un pellegrinaggio pei naufraghi scampati dalle procelle pei voti innalzati alla stella del mare. Mi piaceva tanto questo luogo che vi ascendevo sovente. Sulla strada è la villa, un tempo splendida, allora deserta dove Lord Byron si trattenne una o due estati qualche tempo prima della mia dimora in Livorno.
Ero solito fermarmi col cavallo dinanzi alla porta del suo giardino, come per cercarvi l'assente figura del gran poeta che in certo modo consacrò quella solitudine. Poco più oltre lasciavo la strada guidando i cavalli verso la locanda di Montenero per inoltrarmi solo nei boschi d'onde scorgesi il mare. Là passavo intere giornate in compagnia dei miei pensieri, con un libro in mano, nel cui margine, andava scrivendo le poesie ispiratemi dal cielo e dal mare. I cespugli a piè delle verdeggianti querce di Montenero conservarono per qualche tempo le pagine strappate dai libri e dagli album, dove mi provai a notare alcuni canti, spesse volte interrotti dal sonno, dal capriccio, e dal tramonto del dì, e che lasciava in brani sull'erba o sulla sabbia in ludibrio del vento ».
Vigo afferma che tre dei componimenti delle “Armonie poetiche e religiose” siano stati scritti nei nostri boschi. Pare che una folata di tramontana abbia fatto volare gli appunti de L’Inno al mattino, al punto che il poeta li aveva ormai dati per persi. La mattina dopo, però, una bambina scalza, figlia di un arsellaio, glieli riconsegnò inzuppati d’acqua di mare. Sembra che il padre li abbia ripescati e fatti leggere a dei frati Cappuccini che gli consigliarono di riportarli all’autore francese. Come ricompensa, Lamartine offrì all’uomo tanti scudi quante erano le pagine e comprò alla bimba un vestito nuovo.
Riferimenti
Pietro Vigo, Montenero www.infolio.it
Si ringrazia Ida Verrei per la traduzione
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Patrizia Poli presenta Lamartine a Livorno "Perché balzate sulla spiaggia spumeggiante, Onde in cui nessun vento ha scavato solchi? Perché agitate la vostra schiuma fumante In leggeri turbinii? ...
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Mani belle sul volante
Mani belle sul volante
e la strada che mi scorre via
insegne spezzate
sassi, mucche e case senza intonaco
di pietra grigia
di mattoni grigi.
Cespugli bassi di ginepro
cespugli verdi e rossicci
e monti bruciati
alberi arrossati dagli incendi
e mare azzurro
a volte più verde
smeraldo che mette sete.
Nubi di vapore s’addensano
minacciano
si spostano
il vento è un’illusione del finestrino.
Mucche color sassi
E sassi color mucca,
mucca che ti guarda
e aspetta che piova.
Un uccello piccolo su ogni sasso
fermo perché non c’è niente da fare
e la mucca è silenziosa
e tutti i sassi sono uguali.
mani belle sul volante io t’aspettavo
nell’aria ferma sono viva
parte del sasso e del ginepro.
Gli sterpi assorbono la paura
io piango e inumidisco la terra.
mani belle sul volante
io non ti perderò
come si perdono le scorie.
Paolo Mantioni, "Le età della vita"
Le età della vita
Paolo Mantioni
Bebert edizioni, 2013
pp152
13.00
“Mi pare che tu non riesca a credere veramente in nulla di quello che fai, non ti consumi fino in fondo, continui a mantenere un controllo che ti serve per restare fuori. Ma così rischi di rimanere fuori dalla letteratura, dal lavoro e pure dalla vita.” (pag 86)
Ci sono persone che si guardano dall’esterno e non sono mai convinte o immerse in ciò che stanno facendo, restano sempre un passo al di fuori. Invece, per vivere, per fare carriera, per inserirsi bene nel sistema, bisogna essere agguerriti, disciplinati, disposti a compromessi, a non avere dubbi. Il protagonista di “Le età della vita”, alter ego giovanile dell’autore, è una di queste persone.
L’io narrante è un universitario, matricola di Lettere che, per mantenersi agli studi, lavora di notte ai mercati generali di Roma, come grossista di pesce. Apparentemente felice, ama lo studio, che lo fa volare in cieli intellettuali dai quali si sente irrimediabilmente attratto, ma ha anche un buon rapporto col suo lavoro, in grado di mantenerlo con i piedi per terra, di offrirgli il necessario distacco per vedere le cose con obiettività e non perdersi in un iperuranio di astrazioni filologiche. Ha pure una fidanzata che gli dà tutta se stessa, che gli vuole bene, che lo sprona studiare, a costruirsi una posizione come si deve.
Il suo lavoro lo mette a contatto con un’umanità variopinta, pittoresca, popolare, di cui si sente parte e dalla quale, nello stesso tempo, prende le distanze da persona colta.
“Di tanto in tanto, come d’abitudine, interrompeva brevemente la lettura per assaporarne più pacatamente il gusto, per prolungarne e trattenerne il godimento, quasi a confrontarla con quanto di brutto e incomprensibile gli ruotava intorno.” (pag 53)
Ma anche lui appartiene a quel mondo, anche lui parla quel dialetto plebeo, anche lui è uno di loro, senza, tuttavia, esserlo fino in fondo.
“Questo era il mondo popolare dal quale veniva e che amava frequentare ora che i libri lo aiutavano a distaccarsene, ora che poteva vederlo anche con gli occhi degli autori più amati e che poteva scomporlo con gli schemi analitici degli studiosi più in voga.” (pag 72)
Riesce ad analizzarne i meccanismi linguistici e le dinamiche umane, barcamenandosi fra i due mondi, tenendosi in equilibrio fin quando gli è possibile. Ma viene un momento in cui qualcosa si spezza e l’alienazione cresce, il senso di estraneità deflagra.
“Qualcosa stava cambiando. Tra il “cacatore “ di Pieretto e il “sublime” di Patrizi da Cherso la forbice si andava facendo troppo ampia. Rischiava di perdersi in una terra prosciugata, abbandonata dall’uno e dall’altro. Il senso di non appartenenza lo stava ghermendo.”
Pure nelle vite che sembrano scorrere con più facilità, che paiono scivolare su ottimi binari, qualcosa stride, frena, blocca lo scorrimento: si chiama paura e può farti deragliare.
Sono due le paure che aleggiano nel romanzo, una è quella inconfessata che non accada nulla, che tutto vada come deve andare, che la fidanzata si trasformi in moglie, il lavoro precario diventi occupazione stabile, gli studi portino alla laurea e al posto fisso; l’altra, invece, che capiti l’imponderabile, lo scarto, lo scherzo cattivo del destino pronto a cambiare tutto, a distruggere, rivoluzionare, scompaginare.
Entrambe queste angosce sono identificate dal personaggio di Carmine Avagliano, uomo al limite, borderline fra un’esistenza quasi normale e una da barbone. Carmine rappresenta un incontro casuale per il protagonista ma di quelli che ti folgorano. Carmine, un tempo, era un laureato pieno di speranze e in procinto di sposarsi. Poi Elsa, la sua fidanzata svizzera, è morta in un incidente, e Carmine è andato lentamente alla deriva, ha smesso di studiare, di lavorare, mantenendo però il suo alloggio, seppur spoglio di ogni suppellettile, mantenendo una parvenza di regolarità fatta di dormite, di passeggiate, di una finestra dalla quale ancora guardare fuori.
Carmine è ciò che il protagonista potrebbe diventare se si lasciasse sommergere dal nulla, ma è anche, sottilmente, simbolo positivo di ribellione al sistema, a una vita conosciuta e prevedibile.
Il protagonista decide di mettere ordine nelle carte di Carmine. Non sa perché senta l’esigenza di farlo, visto che, sistemare la vita dell’altro significa scardinare la propria, non andare al lavoro, perdere le lezioni dell’università, litigare con la fidanzata. Più che i fogli di Carmine si accumulano in pile ordinate, più che la vita del protagonista va all’aria.
“Voglio capire, voglio dargli un senso.”
”Il mondo non ha senso”
“Il mondo, no. Ma ogni sua singola componente, sì.” (pag 56)
Il bisogno di archiviare, di catalogare, è lo stesso che porta l’autore a descrivere con faticosa minuzia tutte le operazione del mercato, come se analizzando ciò che lo circonda, egli possa esercitare una qualche forma di controllo sulla propria vita - forse non proprio quella desiderata - e su se stesso, sui propri impulsi, su quel misto di alto e basso, di istinto e cultura, che lo caratterizza senza fondersi mai completamente, e che si riflette anche nella lingua, incisiva, curata nei minimi particolari, ma intersecata dal dialetto romanesco. “Un romano laureato in letteratura potrà mai spiccicarsi di dosso il romanesco?”
Raffinato e proletario, letterato e volgare, si alternano e s’incrociano come trama e ordito per tutto il romanzo.
“Ma vaffanculo!
Il gesto apotropaico susseguente (fregarsi i testicoli, insomma) era assolutamente inevitabile. La superstizione accompagnata energicamente alla porta, tolleranti ma decisi, da Montesquieu, Leopardi e Lévi – Strauss, rifaceva capoccella dalla finestra, e chi le faceva da sgabello intrecciando le dita delle mani all’altezza dell’inguine? Un divertito e malizioso “Richetto er pesciarolo”, detto Lo Scaltro” (pag 70)
Sembrerebbe, a prima vista, la stessa operazione linguistica pasoliniana, solo che qui la mimesi è totale e non c’è lirismo nella lingua di Mantioni, solo un’operazione lucidamente razionale. Tuttavia, nonostante questo intellettualismo, nonostante la meticolosità con cui sono descritte certe scene, il romanzo non è faticoso, scorre, crea attesa e curiosità nel lettore.
C’è poi, anche se non del tutto sviluppato, il filone psicanalitico, che si ritrova nei racconti infantili a conclusione del romanzo. È come se l’autore accennasse a qualcosa di cui, tuttavia, non arrischia parlare. Se ci si potesse inoltrare nei meandri della psicanalisi, ci dice, le scoperte sarebbero tante e tali che un racconto solo non basterebbe, lo scavo interiore potrebbe davvero far uscire la vita dagli schemi autoimposti, trasformandola in scheggia impazzita, in lettera senza collocazione che può volare al primo colpo di vento.
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CriticaLetteraria: Paolo Mantioni, "Le età della vita"
Ci sono persone che si guardano dall'esterno e non sono mai convinte o immerse in ciò che stanno facendo, restano sempre un passo al di fuori. Invece, per vivere, per fare carriera, per inserirsi ...
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